Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
IL CENTRO STUDI DI VIALE DELL’ASTRONOMIA: LA DEBOLE RIPRESA STA GIA’ RALLENTANDO
Rallenta la debole ripresa della produzione industriale. A dicembre, afferma il Centro studi di Confindustria, c’è stato un aumento dello 0,1% rispetto a novembre, mese in cui c’era stato un +0,2% su ottobre.
Nel quarto trimestre dell’anno, l’attività industriale registra un calo dello 0,5% congiunturale (interamente ereditato dal terzo trimestre).
Il primo trimestre del 2015, invece, eredita da fine 2014 una variazione congiunturale di +0,1 per cento.
Per il Csc, la produzione, al netto del diverso numero di giornate lavorative, è diminuita dell’1,2% rispetto a dicembre del 2013; in novembre si era avuto un calo del 2,5% sullo stesso mese dell’anno precedente.
Sempre secondo gli economisti di viale dell’Astronomia, gli ordini in volume hanno registrato in dicembre una crescita dello 0,3% su novembre (-0,8% su dicembre 2013). In novembre erano aumentati dello 0,2% su ottobre (+0,9% sui dodici mesi).
Negli ultimi tre mesi si è evidenziata una sostanziale stabilizzazione dell’attività , in linea con le indicazioni provenienti dalle indagini qualitative sul manifatturiero.
La fiducia rilevata dall’Istat presso le imprese è infatti migliorata anche in dicembre (+1,0 punti da +0,3 in novembre) e si è attestata nel quarto trimestre su valori analoghi a quelli del terzo; il saldo dei giudizi sui livelli di produzione è diminuito dopo due incrementi mensili consecutivi ed è in linea con la media dei mesi estivi.
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
POCHI MESI FA SI ERA ESPRESSO PER AFFIDARE IL COLOSSO SIDERURGICO A UNA CORDATA DI PRIVATI
Matteo Renzi è notoriamente dotato di una certa flessibilità di pensiero che lo rende inaffidabile agli occhi dei critici.
Il 29 maggio scorso il premier manifestò l’urgenza di affidare il gigante siderurgico a una cordata di imprenditori privati: “Così non si va avanti: c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”.
Lo stesso giorno il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi incontrò i rappresentanti di Arcelor Mittal (il gruppo a guida indiana oggi leader mondiale dell’acciaio) e di Marcegaglia spa, candidati all’acquisto.
Per il gruppo italiano erano presenti il presidente Antonio Marcegaglia, che nel 2008 aveva patteggiato una condanna per aver corrotto un dirigente dell’Eni in cambio di commesse, e sua sorella, la vicepresidente Emma Marcegaglia, nominata nel frattempo da Renzi presidente dell’Eni stesso.
Il quale è fornitore di gas dell’Ilva, quindi oggi suo creditore, mentre la Marcegaglia compra a Taranto le lamiere con cui fa i tubi piegandole e saldandole.
Già questa fotografia avrebbe dovuto sconsigliare eccessi di entusiasmo per i mitici privati, ma Renzi era troppo lanciato: nel giro di pochi giorni fece fuori il commissario Enrico Bondi, il manager che aveva risollevato la Parmalat dal crac da 14 miliardi di Calisto Tanzi, e lo sostituì con Piero Gnudi, noto commercialista di Bologna, già ministro e presidente dell’Iri e dell’Enel.
L’uomo giusto per gestire una vendita anzichè un’azienda.
Nel giro di sei mesi esatti Renzi ha dovuto capovolgere il suo punto di vista.
Il 30 novembre scorso l’ha detto: “A Taranto stiamo valutando se intervenire sull’Ilva con un soggetto pubblico: rimettere in sesto quell’azienda per due o tre anni, difendere l’occupazione, tutelare l’ambiente e poi rilanciarla sul mercato”.
Una volta per queste operazioni c’era l’Iri, acronimo di Istituto per la Ricostruzione Industriale.
Proprio l’Iri aveva costruito nel Dopoguerra la siderurgia italiana, le acciaierie a ciclo integrale (dal minerale ferroso al laminato grazie ai costosissimi altiforni), a Genova Cornigliano, Napoli Bagnoli e infine Taranto.
Il problema era lo stesso di oggi. L’industria metalmeccanica italiana lavora l’acciaio. Lo trasforma in elettrodomestici, automobili, macchine utensili, guard rail per le autostrade, tralicci elettrici, barattoli di conserva.
Oggi come allora dobbiamo decidere se i dieci milioni di tonnellate di acciaio che si fanno a Taranto vogliamo continuare a farceli in casa o importarli.
Il governo ha deciso che l’Ilva va salvata.
Due sono le ragioni che hanno costretto Renzi a piegarsi a una soluzione statalista.
La prima è quella ambientale. Chiudere l’Ilva perchè comunque inquina troppo è illogico: significherebbe importare acciaio prodotto da impianti che inquinano altre città e uccidono altri bambini.
Tanto vale mettere l’Ilva in grado di produrre senza provocare tumori a nessuno.
Costa, secondo le stime del governo, 1,8 miliardi. Non c’è nessun privato che ce li voglia mettere.
La storia è antica. Quando l’Ilva Laminati Piani di Taranto fu privatizzata nel 1994, l’acquirente Emilio Riva, subito dopo aver pagato circa 1.400 miliardi di lire, ne chiese indietro oltre la metà sostenendo di aver scoperto solo a cose fatte che l’impianto richiedeva massicci investimenti per contenere le emissioni nocive.
Un collegio arbitrale gli dette torto e lui si guardò bene dal fare comunque gli interventi.
La seconda difficoltà è il groviglio di questioni legali e giudiziarie che incombono sull’azienda di Taranto.
La proprietà è ancora della famiglia Riva, e gli eredi di Emilio, il capostipite morto il 30 aprile scorso, hanno già in campo fior di avvocati per contestare quello che considerano un esproprio a suon di decreti legge.
Intorno all’Ilva si stima una nebulosa di contenziosi legali del valore totale di 30 miliardi. Gli impianti sono ancora sotto sequestro giudiziario, e il tribunale di Taranto ha imposto (per ragioni ambientali) un tetto alla produzione di 8 milioni di tonnellate all’anno.
Un limite che confligge con il senso comune industriale.
Le acciaierie funzionano prevalentemente con costi fissi, quindi la quantità prodotta è decisiva per la redditività : con soli otto milioni di tonnellate di acciaio sfornato Taranto non può che essere un’azienda in perdita.
Infine, per finanziare il rilancio di un’azienda che oggi lavora a ritmo ridotto e perde ogni mese decine di milioni di euro, sono decisivi i soldi sequestrati ai Riva nell’ambito delle severe inchieste giudiziarie che li hanno travolti.
Si tratta di 1,2 miliardi appunto sequestrati, non ancora confiscati, e quindi anch’essi a rischio di contenzioso.
Difficilmente un privato si accollerebbe il rischio sia pure remoto di doverli un giorno restituire.
Le due cordate rivali (contro Arcelor Mittal e Marcegaglia c’è il siderurgico di Cremona Giovanni Arvedi con la Csn del brasiliano Benjamin Steinbruch) hanno capito che per aggiudicarsi l’ambito boccone dovranno aspettare come minimo un anno, durante il quale il vituperato Stato italiano dovrebbe rimettere le cose a posto.
Operazione tutt’altro che semplice, e per la quale non a caso il presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, ha chiesto a Renzi di mettere in campo il suo consulente di maggior spicco, l’ex amministratore delegato della Luxottica Andrea Guerra, un manager di razza come Bondi.
Il passaggio ha un suo fascino. Prima di diventare premier, Renzi amava farsi beffe degli imprenditori privati qualora, come nel caso dei Riva, avessero in passato finanziato Pier Luigi Bersani.
Da quando è a palazzo Chigi riserva a tutti indistintamente lodi sperticate.
Ma sull’Ilva è costretto a mettere la faccia sulle insostituibili virtù dello statalismo e anche sui suoi insopportabili difetti.
Il più pericoloso è quello di sempre: quando lo Stato è inefficiente c’è sempre un privato che ci guadagna.
Per esempio, molti amano ricordare che l’Ilva fu privatizzata per disperazione perchè perdeva soldi a palate.
Ma gli stessi fingono di dimenticare che la siderurgia statale ne perdeva metà per finanziare i partiti e le loro clientele locali, metà strapagando le imprese private fornitrici e concedendo sconti sontuosi alle imprese private che riforniva di acciaio.
Una strettoia che si è riproposta pericolosamente nelle scorse settimane quando la Cassa Depositi e Prestiti (che ambisce al ruolo di nuovo Iri), non potendo per statuto mettere capitali direttamente in un’azienda in perdita come Ilva, ha pensato di finanziare la Marcegaglia.
Come se il denaro pubblico potesse sostenere lo sviluppo di un’azienda privata che ha tutto l’interesse a sottopagare l’acciaio all’azienda neo-statale che si dovrebbe rilanciare.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
“NON E’ COLPA DEGLI ITALIANI CHE NON SPENDONO SE L’ECONOMIA NON RIPARTE”
“Dal 2012 al 2014 le famiglie italiane hanno tirato i remi in barca e hanno aumentato i propri
risparmi di 400 miliardi”, spendono poco e quindi l’economia non riparte, ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi a Che tempo che fa domenica sera.
Non si sa da dove arrivi il dato citato: secondo la Banca d’Italia, la ricchezza delle famiglie italiane è di 8.728 miliardi, l’8 per cento in meno che nel 2007, prima della crisi.
Ma in effetti dopo otto anni di cali nel 2013 il risparmio è tornato a crescere, da 34 a 46 miliardi.
Ha ragione Renzi? Lo abbiamo chiesto a Paolo Legrenzi, professore emerito di psicologia cognitiva alla Cà Foscari di Venezia.
Da anni studia il rapporto tra psicologia ed economia, cioè come prendiamo le decisioni sui soldi. Il suo ultimo libro, con Carlo Umiltà , è “Perchè abbiamo bisogno dell’anima” (Il Mulino).
Professor Legrenzi, il premier sostiene che la ripresa non arriva per colpa degli italiani che non spendono perchè stanno risparmiando troppo. È così?
No. Gli italiani secondo i dati di Bankitalia hanno circa 4.400 miliardi da parte di ricchezza non immobiliare, incluse le azioni. Il resto è immobiliare, più o meno 4.500 miliardi. Perchè gli italiani erano convinti che il risparmio negli immobili non tradisca mai. Il vantaggio psicologico di questo investimento è che il prezzo lo sai solo quando compri o quando vendi, mentre di Eni e Fiat lo sai ogni giorno, in Borsa. E i prezzi delle case crescevano, almeno quelli nominali. Ora invece scendono addirittura i prezzi reali, cioè al netto dell’inflazione. E non era mai successo dagli anni Cinquanta.
Con quali conseguenze?
E dalle ricerche di Daniel Kahneman sappiamo di essere molto più sensibili alle perdite che ai guadagni: il fatto che le case perdano di valore è una rivoluzione per l’italiano medio. Che è preoccupato perchè sta diventando più povero, visto che perfino gli immobili hanno smesso di crescere di valore. Le famiglie che riescono a mettere via qualcosa sono diminuite della metà dal 2007 a oggi. E la fascia ristretta che può ancora risparmiare continua a farlo perchè è preoccupata, vedendo i risparmi accumulati nel passato stanno perdendo di valore.
Secondo Renzi sono italiani che hanno poca fiducia nel futuro e impediscono al Paese di ripartire.
Il governo dice che non hanno coraggio. No, sono saggiamente frugali perchè pensano al futuro dei loro figli e alle loro prospettive di reddito.
Il governo ha scelto di incentivare i consumi e tassare il risparmio (“rendite finanziarie”) per spingere la spesa. Funzionerà ?
Le persone sono razionali. Quei pochi che possono risparmiare lo fanno per integrare le perdite che il loro portafoglio ha subito. Sono più poveri di cinque anni fa e ora ne sono consapevoli, soprattutto perchè vedono che addirittura le case stanno perdendo valore. Dopo l’aumento della tassa sui rendimenti dei conti correnti dal 20 al 26 per cento, in Italia c’è una tassazione media sul risparmio analoga a quella che Thomas Piketty auspica a livello mondiale per ridurre le disuguaglianze, attorno al 2 per cento.
Cosa dovrebbe fare quindi Renzi?
Per agevolare i risparmiatori dovrebbe abbassare drasticamente la tassazione perchè i risparmi sono consumi differiti. Invece in questi anni la tassazione sul lavoro è sempre salita, per le piccole imprese e le partite Iva. E dovrebbe ridurre le tasse sul risparmio, limitare le perdite sui risparmi accumulati.
Dipende tutto dalle scelte del governo?
Gli italiani hanno molte colpe per non aver diversificato i loro investimenti: è tutto concentrato sull’Italia. Anche i risparmi non immobiliari, cioè non immobilizzati in case, sono soprattutto in titoli di Stato italiani o in obbligazioni delle nostre banche. E queste scelte non dipendono da ragioni patriottiche ma dal fatto che i risparmiatori hanno ragionato con lo specchietto retrovisore, allettati dai rendimenti passati. Una scelta che si sta rivelando profondamente sbagliata.
Quindi se l’Italia non si riprende, sono guai per tutti.
Esatto. In nessun altro Paese c’è questa situazione nell’allocazione dei risparmi.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
RISPARMIO, IN GIOCO 11 MILIARDI
La notizia è seminascosta in una comunicazione che la Banca d’Italia ha inviato alla redazione di
Virus, la trasmissione di Nicola Porro che nella puntata di questa sera si occuperà del bubbone del “prestito sociale”, 11 miliardi di euro di risparmi che il sistema delle Coop raccoglie come una banca senza esserlo.
Scrive Bankitalia: “La Banca non può investigare, nè intervenire, nè sanzionare in caso di esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico, che è un reato penale il cui accertamento e repressione sono affidati alla magistratura e alle forze di polizia. Qualora riceva segnalazioni su possibili violazioni delle disposizioni in materia, interessa tempestivamente l’autorità inquirente, come è accaduto nel corso del 2014, in relazione a due segnalazioni ricevute”
Bankitalia non rivela che cosa e a chi sia stato segnalato, ma è presumibile che una delle due segnalazioni coinvolga la Coop Operaie di Trieste, che è sotto procedura fallimentare e con l’ex presidente Livio Marchetti indagato per false comunicazioni sociali e bancarotta, mentre 103 milioni di risparmi raccolti da 17 mila soci della Coop sembrano essersi volatilizzati.
Il caso di Trieste è il trailer di un film che si è già esteso alla vicina CoopCa, in Carnia, e potrebbe presto coinvolgere l’intero sistema Coop.
Un anno fa il tema dei supermercati Coop dove si è sviluppata una “banca clandestina alla luce del sole” è stato sollevato da un’inchiesta del Fatto.
Subito dopo il presidente dell’associazione di consumatori Adusbef, l’ex senatore Elio Lannutti, ha chiesto lumi alla Banca d’Italia, segnalando proprio il caso di Trieste.
Sul sito della Coop Operaie c’era scritto (e c’è scritto tuttora) che il prestito sociale consisteva in un servizio di “deposito a vista”. Proprio ciò che le regole Bankitalia riservano alle banche (autorizzate e vigilate dalla banca centrale) vietando ovviamente a chiunque altro di farlo perchè si tratterebbe di un grave reato.
La risposta data lo scorso gennaio all’Adusbef sottolineava che non tocca alla Banca d’Italia vigilare sulle cooperative ma rendeva noto che “questo Istituto ha assunto le iniziative reputate doverose”.
Non è dato sapere che cosa esattamente sia stato segnalato e a chi, fatto sta che il fallimento della Coop Operaie di Trieste è stato chiesto lo scorso 27 ottobre, esattamente un anno dopo la segnalazione dell’Adusbef.
Un anno durante il quale non è accaduto niente di utile ai 17 mila risparmiatori di Trieste per salvare i loro soldi.
“Esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico”, come lo definisce precisamente la Banca d’Italia è un reato che si commette senza bisogno di fare bancarotta o perdere i soldi dei risparmiatori.
Si commette chiamando “prestito sociale” (cioè finanziamento degli investimenti della propria coop) un servizio che viene venduto come “gestione liquidità ”, distribuendo libretti di risparmio con i quali si possono fare versamenti e prelievi come su un conto bancario, dotando i soci di tessera magnetica con cui si può pagare la spesa al supermercato con addebito sul proprio libretto, mettendo addirittura i bancomat nei supermercati dove si può prelevare il contante dal proprio “prestito sociale”.
Il problema dunque tocca tutte le grandi coop che fanno una o più di queste attività , e che raccolgono complessivamente quasi 11 miliardi di euro di risparmi senza nessuna vigilanza di Bankitalia e senza la copertura del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Non a caso al congresso di Legacoop che ci chiude oggi a Roma il presidente Mauro Lusetti ha proposto nuove norme più stringenti sul prestito sociale.
Saranno introdotte addirittura con una modifica dello statuto per obbligare le coop associate a rispettarle.
Ma il punto più critico, per le coop e per i risparmiatori, sarà la risposta alla pressione della magistratura e di Bankitalia.
Si tratta di spiegare a 1,2 milioni di “soci prestatori” che il loro non è risparmio protetto come Costituzione comanda, ma capitale di rischio che in caso di crac come quello di Trieste finisce in fondo alla classifica dei creditori da soddisfare.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
GLI SFORZI AGGIUNTIVI NELLA LEGGE DI STABILITà€ NON CONVINCONO BRUXELLES
Una settimana fa l’Eurogruppo, cioè il coordinamento dei Paesi dell’euro, ha detto che la correzione del deficit strutturale dell’Italia nel 2015 sarà 0,1 per cento.
Molti hanno pensato che il riferimento fosse all’inizio del negoziato tra Roma e Bruxelles, quando a metà ottobre il governo Renzi ha provato a offrire un risanamento dello 0,1 al posto dello 0,5 richiesto dalle regole di Bruxelles.
Invece no. Nelle tabelle della Commissione europea della Direzione Economia e Finanza che il Fatto ha consultato, si leggono questi numeri: scostamento strutturale rispetto all’aggiustamento benchmark un anno: -0,4, rispetto al benchmark di spesa -0,7.
E questi dati si riferiscono a dopo il negoziato tra il Tesoro e il commissario Jirky Katainen. Dopo, cioè, che l’Italia ha sacrificato un cuscinetto da 3,3 miliardi di euro, una riduzione della spesa per co-finanziamento dei fondi strutturali europei per 500 milioni di euro e 730 milioni dalla lotta all’evasione.
Morale: nonostante questi interventi aggiuntivi per 4,5 miliardi, l’aggiustamento resta 0,1. Mancano ancora 3 miliardi.
Ergo, la prima versione della legge di Stabilità era carente di ben 7,5 per gli standard europei.
Come si spiega lo scetticismo di Bruxelles?
Fonti europee spiegano che la differenza deriva da una diversa stima del deficit nominale: “Noi stimiamo 2,7 per il 2015, il Tesoro 2,6”, la Commissione non conteggia entrate dallo spesometro (lotta all’evasione) e dai giochi. Del problema giochi sono consapevoli anche al Servizio bilancio della Camera e all’Ufficio parlamentare di bilancio.
Nella prima versione della legge di Stabilità si stimavano 900 milioni di euro di entrate alzando il carico fiscale sulle slot machine collegate in rete in Italia.
In teoria basterebbe ridurre le probabilità di vincita per scaricare l’aggravio fiscale sui clienti, ma questo richiede interventi meno semplici del previsto e i gestori hanno fatto capire che potrebbero addirittura fermare molte macchine per evitare di dover poi pagare più tasse.
La pressione della lobby ha fatto il resto e il governo al Senato ha sostituito la norma con un aumento di 500 milioni annui (sicuri) che i concessionari dovranno versare in proporzione alle slot collegate.
Ma anche la proposta di prelievo forfettario sugli operatori stranieri è a rischio contenziosi e dunque il gettito incerto.
C’è anche uno 0,1 di aggiustamento mancante dovuto ai “filtri statistici” usati al ministero del Tesoro per calcolare quanto pesa la recessione sull’aumento del deficit. Il modello usato al ministero è un po’ diverso da quello della Commissione e minuscole differenze decimali possono produrre scostamento rilevanti come lo 0,1 in questione (che vale circa 1,5 miliardi).
Se poi la crescita 2015 sarà inferiore al +0,6 per cento previsto dal governo, la divergenza dagli obiettivi sarà ancora più marcata: se il Pil farà solo +0,2, come prevede l’Ocse, l’Italia sarà fuori regola di un ulteriore 0,2 per cento.
E lo scostamento complessivo dagli obiettivi sarà addirittura dello 0,8.
È con questi numeri che Matteo Renzi arriva oggi al Consiglio europeo di Bruxelles chiedendo flessibilità e lo scorporo degli investimenti dal deficit.
Richieste che saranno respinte, anche perchè l’Italia non usa neppure le risorse che ha a disposizione.
Come i fondi strutturali 2007-2013 già impegnati, ma non ancora spesi. La questione è in agenda al vertice. Il Consiglio potrebbe decidere di prorogare di un anno, al 2016, la scadenza per spendere i soldi: l’Italia rischia di perdere 14 miliardi di euro.
Soldi che torneranno a Bruxelles alla fine 2015.
La richiesta è stata avanzata nei giorni scorsi da otto Paesi dell’Est Europa capitanati dalla Slovacchia (Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovenia, Croazia, Bulgaria e Romania): “Realizzare in tempo i grandi appalti è sempre più difficile — si legge nel documento fatto girare a livello di ambasciatori — Saremo costretti a utilizzare fondi nazionali, aggravando i deficit”.
Il Consiglio potrebbe accogliere la richiesta, come già successo in passato, ma il meccanismo di voto a maggioranza qualificata complica le cose: basta il veto di due grandi Paesi e salta tutto.
Le trattative si annunciano serrate. Stando a una fonte diplomatica italiana, la richiesta potrebbe essere accolta dalla Commissione.
“È molto difficile — spiega un funzionario europeo — la direzione Regionale è contraria: si sovrappongono i pagamenti, e abbiamo sempre meno liquidità . Se il presidente Juncker lo farà , è perchè lo considera il male minore rispetto alle richieste di Renzi”.
Il governo italiano finora non si è esposto, ufficialmente per questioni di opportunità visto che ha ancora la presidenza di turno del semestre europeo: “Ma ci spera più degli altri”, spiega chi segue i lavori del vertice. Basilicata, Calabria, Puglia, Campania, e Sicilia rischiano di perdere oltre 13 miliardi di euro.
La Campania, il malato più grave, ha solo 12 mesi per spendere oltre 2 miliardi.
E i ritardi si sommano: la Regione non ha ancora presentato il programma per il prossimo settennato e partirà con molto ritardo, come la Calabria, a cui hanno bloccato i pagamenti per carenze nei controlli, anche perchè il responsabile regionale era andato in pensione e non era stato sostituito.
Carlo Di Foggia e Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
RAPPORTO MEDIOBANCA: LE COOPERATIVE HANNO GUADAGNATO DI PIU’ DALLA FINANZA
Nel 2013 le Coop hanno guadagnato più dalla finanza che dai supermercati. 
Secondo R&S Mediobanca la gestione finanziaria (saldo tra proventi e oneri finanziari) delle maggiori Coop di consumo – che hanno investimenti per 12,2 miliardi – ha prodotto un saldo positivo di 210 milioni contro i 47,1 milioni di margine della gestione industriale.
L’ufficio studi di Piazzetta Cuccia, nell’analisi dedicata ai principali gruppi della grande distribuzione in Italia, ha esaminato i conti delle undici principali cooperative di consumo.
I proventi finanziari hanno rappresentato l’1,9% dei ricavi aggregati del 2013 (pari a 11,2 miliardi di euro) e si sommano a un margine operativo netto (cioè al reddito della gestione industriale) che si ferma solo allo 0,4%.
Nel periodo 2009-2013 la gestione industriale delle Coop ha prodotto utili lordi per 249 milioni a fronte di 889 milioni di proventi della gestione finanziaria.
Nel quadriennio il portafoglio titoli ha però subito 713 milioni di svalutazioni, di cui 97 milioni nel 2013, con un saldo positivo di 180 milioni.
I 12,2 miliardi di investimenti delle Coop includono 3,1 miliardi di titoli di stato e 2,4 miliardi di obbligazioni, 2,1 miliardi di partecipazioni (in gran parte concentrate sul gruppo Unipol, che le Coop controllano attraverso Finsoe, a cui si aggiungono l’1,85% di Mps e l’1,5% di Carige). Completano il quadro altri 1,5 miliardi di titoli non immobilizzati (per il 74% titoli ancora titoli di stato) e 2 miliardi di liquidità .
Ad alimentare gli investimenti contribuiscono i 10,8 miliardi di finanziamenti raccolti dai soci (+3,4% sul 2012).
Sei delle undici cooperative esaminate hanno chiuso con una gestione industriale in perdita, con risultati particolarmente negativi per Ipercoop Sicilia (-9,4% dei ricavi) e Unicoop Tirreno (-3,2% dei ricavi).
Grazie al contributo della finanza le Coop in ‘rosso’ nel 2013 sono scesa a quattro: Unicoop Tirreno (-24,2 milioni), Coop Lombardia (-15,3 milioni), Ipercoop Sicilia (-13,5 milioni) e Distribuzione Roma (-8,8 milioni).
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
ECCO COSA SUCCEDEREBBE: UN BUCO DA 100 MILIARDI
Il sito Lavoce.info ha analizzato tecnicamente la proposta di Lega e Forza Italia sulla Flat Tax: l’autore dell’articolo, Francesco Daveri, stima in 100 miliardi le minori entrate fiscali.
Che, tradotto, significa bancarotta o azzeramento dei servizi, specie per le fasce più deboli
Nell’Italia che ha smesso di crescere da troppi anni sotto il peso di un carico fiscale intollerabile la flat tax sembra l’uovo di Colombo.
Ma le proposte di flat tax non sono state per ora corredate di numeri.
Eccone qualcuno usando i dati del 2012.
Lo Stato italiano oggi incassa 163 miliardi dall’Irpef, a partire da cinque aliquote di imposta (23, 27, 38, 41 e 43 per cento) e da un reddito imponibile dichiarato di 800 miliardi di euro.
Prima di calcolare la tassa, dal reddito imponibile si tolgono varie voci, la principale delle quali (la cosiddetta no tax area) vale fino a 8mila euro per i lavoratori dipendenti e un po’ meno per le altre categorie di contribuenti.
Oltre all’imposta sui redditi personali, c’è anche quella sui redditi di impresa (Ires) che dà entrate per 40 miliardi a partire da aliquote di imposta del 27,50 per cento a partire da redditi societari dichiarati pari a 155 miliardi.
La flat tax al 20 per cento (proposta di Forza Italia) sarebbe da applicare al reddito imponibile netto, cioè calcolato sottraendo dagli 800 miliardi di reddito lordo la parte corrispondente alla no tax area fino a 13mila euro.
I dati dell’Agenzia delle Entrate sulla distribuzione dei contribuenti per livello di reddito indicano che poco più del 60 per cento attesta un reddito di 13mila euro o più, mentre gli altri dichiarano meno di quella somma e quindi godrebbero solo parzialmente dello sconto di imponibile.
Da un calcolo approssimativo si ricava così che l’entità complessiva delle deduzioni derivanti dalla no tax area a 13mila euro sarebbe di 417 miliardi.
L’imponibile Irpef netto sarebbe di 383 miliardi (800 meno 417) che — tassati al 20 per cento — porterebbero le entrate Irpef a 76,6 miliardi, cioè 86,4 miliardi di euro in meno rispetto agli attuali 163.
Per i redditi societari, l’aliquota del 20 per cento porterebbe lo Stato a incassare 31 miliardi dall’Ires (0,2 per 155 miliardi), con una perdita di gettito pari a 9 miliardi rispetto a oggi. In tutto, con la flat tax di Forza Italia le entrate da Irpef e Ires arriverebbero a 107,6 miliardi.
Verrebbero quindi a mancare 95,4 miliardi di entrate rispetto agli attuali 203 miliardi.
Nel caso della proposta della Lega, i conti sono più semplici.
Con 60 milioni di residenti, la deduzione di 5mila euro pro capite porta a una riduzione di reddito imponibile per 300 miliardi di euro, abbassando il reddito imponibile Irpef a 500 miliardi.
Le entrate dalla flat tax sui redditi personali sarebbero di 75 miliardi di euro (0,15 per 500) contro gli attuali 163.
Se a questi si aggiungono i 23,25 miliardi dell’Ires (da 155 miliardi di imponibile con aliquota al 15 per cento), si arriva a un totale di 98,25 miliardi di entrate complessive. Con la flat tax della Lega mancherebbero cioè 104,75 miliardi rispetto alle entrate attuali di Irpef e e Ires.
Per riassumere, non si sbaglia di molto se si conclude che le proposte di flat tax di Berlusconi e Salvini porterebbero un minor gettito di circa 100 miliardi a parità di base imponibile.
IL RECUPERO DELL’EVASIONE
Come cambierebbero i calcoli se, grazie alla flat tax, davvero emergesse l’evasione e l’erosione come auspicato dai proponenti?
L’Italia non è la Russia (nè il Paraguay o le Seychelles, gli ultimi paesi ad avere introdotto la flat tax nel 2010-11), e così si possono solo fare congetture.
Al momento la stima prevalente indica una cifra variabile tra i 200 e i 230 miliardi di capitali evasi che sfuggono al fisco.
Se, ottimisticamente, tutti i 230 miliardi emergessero alla dogana di Lugano e lo Stato italiano potesse dunque tassarli al 20 o al 15 per cento con una maggiorazione, potrebbe arrivare a incassare un massimo di 50 miliardi.
Dunque anche nella più favorevole (ma anche irrealistica) delle ipotesi sul recupero dell’evasione, dall’introduzione della flat tax rimarrebbe comunque una perdita di entrate fiscali di almeno 45 miliardi nel caso della proposta Berlusconi e di almeno 55 miliardi nel caso della proposta Salvini.
Con ipotesi più pessimistiche sull’efficacia dei piani di rientro dei capitali, la riduzione delle entrate si scosterebbe invece di poco dai 95 o 105 miliardi iniziali.
In conclusione, così come discussa fino a oggi, la flat tax darebbe dunque una frustata semplificatoria all’ingarbugliato sistema fiscale italiano.
Ma solleverebbe un’esigenza tutt’altro che marginale di rimpiazzare le entrate fiscali venute meno con rilevanti tagli di spesa oppure con un drammatico aumento del deficit pubblico certamente difficile da spiegare in Europa e alle agenzie di rating.
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Dicembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
GLI ANALISTI SI ATTENDEVANO UN RECUPERO DOPO IL CALO DI SETTEMBRE, MA NON C’E’ STATO
La produzione industriale è scesa dello 0,1% congiunturale (indice destagionalizzato) a ottobre e del 3% tendenziale (indice grezzo).
Lo comunica Istat, aggiungendo che in 10 mesi il calo grezzo della produzione è stato dell’1,3% su anno.
L’indice corretto per gli effetti di calendario è sceso sempre del 3% tendenziale.
Si tratta di dati che controvertono le attese degli analisti. Quelli di Intesa Sanpaolo, ad esempio, dicevano che avrebbe potuto “mostrare un parziale rimbalzo a ottobre (0,2% mensile) dopo il calo di settembre (-0,9% m/m). Su base annua l’output si attesterebbe a -0,9%, in calo rispetto al mese precedente in termini grezzi, ma in recupero considerando l’indice corretto per gli effetti di calendario”.
E’ negativa come detto anche la produzione dei primi dieci mesi dell’anno che è scesa dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In calo tendenziale tutti i raggruppamenti principali d’industrie: beni intermedi (-4,2%), beni di consumo e energia (-3,8%) e beni strumentali (-0,7%).
Nella media del trimestre agosto-ottobre, la produzione è diminuita dello 0,9% rispetto al trimestre precedente. In base all’indice corretto per gli effetti di calendario l’output è sceso dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima.
A ottobre l’indice destagionalizzato presenta variazioni congiunturali positive nei comparti dei beni strumentali (+1,2%) e dei beni di consumo (+0,3%); diminuiscono invece i beni intermedi (-0,8%) e l’energia (-0,7%). In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano diminuzioni in tutti i raggruppamenti principali: i beni intermedi (-4,2%), i beni di consumo e l’energia (entrambi -3,8%) e i beni strumentali (-0,7%).
Per quanto riguarda i settori di attività economica i comparti che registrano i maggiori aumenti tendenziali sono quelli della fabbricazione dei mezzi di trasporto (+4,3%), computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+4,2%) e altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+1,6%).
Le diminuzioni maggiori si registrano per fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (-16,5%), farmaceutici di base e preparati (-14,9%) e coke e prodotti petroliferi raffinati (-9,3%).
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
ORA PURE MOODY’S E FICHT DOVREBBERO ALLINEARE IL RATING SUL SUL NOSTRO DEBITO A QUELLO DI S&P
Ora gli altri dovrebbero seguire. Fonti finanziarie londinesi danno per scontato che — dopo il declassamento del nostro rating da parte di Standard & Poor’s a BBB-, un passo dal livello dei titoli spazzatura — anche le altre due più grandi agenzie seguiranno: Moody’s abbastanza automaticamente, mentre Ficht facendo più resistenza.
Quando sarà successo, però, il nostro paese sarà esposto, nel senso che agli investitori — specie quelli speculativi — sarà stato indicato con chiarezza con chi prendersela in caso dell’arrivo di una tempesta sui mercati finanziari.
La tesi delle agenzie di rating è peraltro molto semplice: se continua — come sembra abbastanza scontato — questo stillicidio di bassa crescita e bassa inflazione, il cospicuo debito pubblico italiano diventa insostenibile.
Da questo punto di vista poco importa avere o meno il Jobs Act o il bonus di 80 euro e nemmeno di tagliare ancora la spesa pubblica (operazione che peraltro ha effetti recessivi).
Conta molto, invece, la sostanziale immobilità dell’Europa, bloccata dal veto tedesco nella realizzazione di politiche espansive tanto fiscali che monetarie: le ultime timide parole del governatore della Bce, Mario Draghi, non hanno di certo rasserenato la situazione.
Dal punto di vista degli effetti, peraltro, non è affatto importante che Standard & Poor’s o le altre agenzie di rating abbiano ragione (o siano in buonafede, cosa che i precedenti potrebbero a buona ragione mettere in dubbio) sulla sostenibilità del debito italiano, conta solo qual è il clima che creano sui famosi mercati: vale a dire decisamente pessimo per noi.
La cosa straordinaria è che — se questa è la situazione riassunta al Fatto Quotidiano da fonti qualificate del mondo finanziario londinese — il governo di Matteo Renzi non abbia pensato di dire nemmeno una parola sull’argomento.
Ad oggi solo una velina fatta filtrare alle agenzie: “Non è una bocciatura del Jobs Act, ci dicono che le riforme vanno bene, ma che bisogna andare più veloci”, che ci sono “elementi buoni nelle riforme ma non tali da compensare il debito e risvegliare a breve l’economia”.
Nemmeno tutto va bene, madama la marchesa, ma un più astratto ora va male, ma vedrete che andrà tutto bene.
Al Tesoro, informalmente, aspettano e sperano che Draghi vinca le resistenze — sempre più palesi e forti — dei tedeschi e faccia almeno in modo che la Bce eviti un ritorno dello spread in territori pericolosi (oggi il rendimento che i titoli di Stato italiano pagano agli investitori è ai minimi storici: Renzi se ne vanta continuamente, come se fosse merito suo).
Anche Pier Carlo Padoan, che pure conosce la gravità della situazione, non si aspetta molto infatti dai partner europei: il prossimo Consiglio del 18-19 dicembre, per dire, sarà l’ultimo del semestre di presidenza italiana e certificherà che Renzi non ha ottenuto nulla.
Nessuna battaglia politica per un’Eurozona più solidale — in cui i paesi avvantaggiati dall’unione monetaria concorrono a sanare gli squilibri regionali — è stata intrapresa durante questi sei mesi, nè si è messo sul tavolo il tabù dell’indipendenza della Banca centrale dalla politica (vale a dire la fondamentale connessione tra processi di riforma, politiche monetarie e fiscali).
Renzi ha ottenuto uno sconticino sulla manovra d’autunno — cioè il rinvio del pareggio di bilancio di un paio d’anni — e s’è accontentato.
In realtà non si tratta nemmeno d’un risultato che possa essere già dato per acquisito definitivamente: intanto si tratta sostanzialmente di un rinvio solo fino a marzo del redde rationem e in secondo luogo martedì, all’Eurogruppo, rischia di coagularsi l’ostilità di quei paesi che non hanno gradito il “favore” fatto a Italia, Francia e Belgio (compresi quelli devastati dalla Troika negli anni scorsi).
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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