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CAPITALE UMANO E LA FABBRICA LASCIATA AI SUOI OPERAI

Dicembre 4th, 2014 Riccardo Fucile

L’ARTISTA DEI CRUSCOTTI PER AUTO, ESEMPIO DI CAPITALISMO SOCIALE

E poi, per fortuna, ci sono ancora storie come questa.
Leonardo Martini era un artista dei cruscotti per auto.
Intorno al suo talento imprenditoriale aveva costruito una piccola azienda che dava da vivere a venticinque famiglie nel Vicentino.
Alla boa dei settant’anni è stato colto da un male rapido e implacabile. Non aveva figli e la sua ossessione era che la fabbrica a cui aveva dedicato l’esistenza finisse in mani asettiche o malfidate.
Così, sul letto di morte, ha deciso di lasciarla ai suoi operai. I quali forse adesso si scanneranno, dando ragione alla massima secondo cui l’unica società  che funziona è quella dove gli azionisti sono in numero dispari inferiore a tre.
O magari no, perchè l’esempio non muore necessariamente con chi lo dà .
Ma qualunque sarà  l’esito finale dell’eredità  di Leonardo Martini, nulla potrà  cancellare la speranza che il gesto di quell’uomo ha donato a questi giorni tristi e terribili, attraversati da lupi mannari che straziano le carni di una comunità  nazionale già  indebolita dalla crisi con sopraffazioni continue.
Il capitalismo sociale non è un controsenso, ma un pezzo di storia italiana che forse ci eravamo dimenticati.
In Italia non tutto è mafia, corruzione o finanza spietata che sposta i capitali come fiches, infischiandosene delle conseguenze sulla vita delle persone.
Esistono, e resistono, tanti Martini che si ostinano a considerare la loro azienda un bene comune e i loro dipendenti degli esseri umani, degli amici, talvolta persino dei figli.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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I GRANDI GRUPPI ESTERI FUGGONO DALL’ITALIA (E NON PER L’ART.18): POSTI DI LAVORO GIU’ DEL 10%

Novembre 27th, 2014 Riccardo Fucile

ISTAT: IN QUATTRO ANNI MENO BIG STRANIERE DEL 5,7% E DIMINUISCONO GLI OCCUPATI

I grandi imprenditori stranieri stanno fuggendo dall’Italia.
In cinque anni, dal 2008 al 2012, i big esteri sono diminuiti del 5,7 per cento.
Una riduzione che si traduce in meno posti di lavoro, che sono calati del 10,7 per cento.
È la fotografia dell’Istat sui gruppi di impresa in Italia che crescono in numero ma non in termini di occupati.
Più di 90mila gruppi con oltre 206mila imprese attive e 5,6 milioni di addetti. E mentre è cresciuto il numero delle aziende rispetto al 2011 (+1,5%), non si è avuto alcun beneficio sul numero dei posti di lavoro, diminuiti dello 0,9 per cento.
Dando uno sguardo generale, più della metà  degli addetti lavora in gruppi con più di 500 dipendenti.
Infatti, pur essendo queste aziende solo l’1,5% occupano più di 3 milioni di addetti, il 57% del totale.
Secondo l’Istat cresce il numero complessivo delle imprese, quindi, ma ci sono meno big sul territorio italiano.
Rispetto al 2011, il numero di gruppi con più di 500 addetti si riduce dello 0,1% in termini numerici e dell’1,2% in termini di addetti.
Ma l’andamento negativo dei grandi gruppi che operano in Italia emerge con più chiarezza se si considera un intervallo temporale più ampio: rispetto al 2008 il numero dei gruppi con almeno 500 addetti sono diminuiti del 2 per cento. Un cambiamento che ha portato una riduzione del 4% degli addetti.
In particolare, mentre i gruppi a controllo italiano si riducono in termini di numerosità  dello 0,1% e in termini di addetti dell’1%, quelli a controllo estero rispettivamente del 5,7% e del 10,7%.
Il numero di imprese attive residenti appartenenti ai grandi gruppi subisce in media un calo del 21% (21,2% per i gruppi a controllo italiano e -20,2% per i gruppi a controllo estero).
Rispetto alla tipologia delle imprese, in generale il 75,5% dei gruppi ha una struttura elementare costituita da una o due imprese attive, mentre quelli con strutture più articolate (più di 10 imprese residenti) sono la minoranza ma rivestono un ruolo decisivo dal punto di vista dell’occupazione, con quasi due milioni di addetti.
In media, i gruppi di impresa hanno una struttura organizzativa semplice, svolgono poco meno di due attività  diverse e sono presenti in una sola regione.
Anche se il 10,4% dei gruppi con almeno una impresa attiva residente è controllato da un soggetto non residente, sono quindi filiali di multinazionali estere e occupano il 22,9% degli addetti.
Il settore dell’intermediazione monetaria e finanziaria mostra, in termini occupazionali, una presenza rilevante di società  di capitali appartenenti a gruppi (87,8%); seguono il settore dell’industria (57,2%) e degli altri servizi (54,4%).

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IL PAESE MALATO

Novembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

SIAMO UFFICIALMENTE IL MALATO D’EUROPA, L’UNICO A VIVERE, INSIEME A CIPRO, UNA TERZA RECESSIONE

Siamo ufficialmente il malato d’Europa. L’unico Paese, oltre a Cipro, con il segno negativo nel terzo trimestre 2014, l’unico a vivere tecnicamente una terza recessione. Ma non facciamoci ingannare dai decimali, soggetti ai margini di errore di queste stime.
Il fatto nuovo è che anche la Germania è entrata in stagnazione e fa peggio del resto
dell’area euro. Chi conta davvero in Europa non può continuare a far finta di nulla.
Mentre il resto del mondo, dalla Cina all’India agli Stati Uniti, continua a crescere a tassi sostenuti.
Un anno fa il clima di fiducia di famiglie e imprese volgeva al bello; sarebbe bastata una politica monetaria più espansiva, un accesso al credito meno difficile per imprese e famiglie per tradurre questo cambiamento di aspettative in comportamenti favorevoli alla crescita.
Oggi i piani della Bce, anche qualora attuati compiutamente, non bastano più.
Prevale l’avversione al rischio, si cerca liquidità , anzichè investire in progetti imprenditoriali.
Per contrastare questa depressione delle aspettative ci vorrebbe un piano di investimenti pubblici a livello europeo, finanziato soprattutto da quegli Stati che possono permetterselo.
Andrebbe anche a loro vantaggio.
Ma chi ha sin qui agitato la bandiera degli investimenti europei, il Presidente della Commissione, Juncker, è oggi, a sole due settimane dal suo insediamento, un’anatra zoppa, delegittimato dalle rivelazioni sui favori fiscali concessi, con accordi segreti, alle imprese che investivano in Lussemburgo quando era alla guida del granducato.
E non sarebbe la prima volta che un piano di investimenti pubblici europei si perde nel nulla: è già  successo col piano di Delors del 1993, con la strategia di Lisbona del 2000 e con il Growth Compact del 2012.
Eppure il vertice europeo che a dicembre dovrà  decidere sul piano di investimenti pubblici non deve fallire.
Juncker, nel suo discorso di investitura, ha parlato di 300 miliardi, spalmati su tre anni.
Significa circa lo 0,3 per cento del Pil dell’area euro. Troppo poco per stimolare l’economia in crisi, anche considerando moltiplicatori fiscali favorevoli.
Ci vorrebbe almeno il doppio e soldi veri, non delegati ai prestiti concessi dalla Banca Europea degli Investimenti che, per ragioni di rating, evita di finanziare investimenti che hanno effetti positivi su tutti gli operatori economici anche se non sono magari molto redditizi.
Devono anche essere spesi subito, senza le interminabili procedure che regolano l’accesso ai fondi strutturali. E devono essere spesi bene, da amministrazioni pubbliche non corrotte.
C’è un piano che soddisfa questi tre requisiti. Si tratta di assicurare l’accesso alla banda larga su tutto il territorio dove si paga in euro.
Sarebbe un piano gestito a livello di istituzioni sovranazionali europee, facilmente soggette allo scrutinio dell’opinione pubblica.
L’accesso alla banda larga permette di migliorare l’efficienza delle imprese allargando i mercati perchè riduce i costi di transazione. In questo modo stimola la crescita. Secondo alcuni studi sui paesi Ocse, un incremento della penetrazione della larga banda di 10 punti percentuali porterebbe ad aumentare il tasso di crescita del reddito pro capite dell’1,5 per cento all’anno. In Germania è stato stimato che l’ampliamento della banda larga comporterebbe una crescita addizionale cumulata di 33 miliardi in dieci anni. È un investimento che favorisce anche i Paesi in cui la banda larga è già  ampiamente diffusa, perchè permette alle imprese di vendere ai consumatori oggi localizzati in aree in cui il commercio online è meno sviluppato per i limiti della rete. Al tempo stesso sono i Paesi che oggi hanno maggiore bisogno di stimoli fiscali, come l’Italia, quelli più indietro nello sviluppo della banda larga, e in cui gran parte degli investimenti avrebbe luogo.
Da ultimo, è un investimento percepibile dai cittadini, darebbe quel senso al fatto di appartenere all’area dell’euro che oggi manca soprattutto nel sud del continente. Al punto che molti demagoghi di professione, a Beppe Grillo si è ieri aggiunto Stefano Fassina, hanno ormai deciso di abbracciare la causa dell’uscita dall’euro.
Il governo Renzi sembra aver compreso la centralità  dell’investimento in banda larga, tant’è che sulla carta vuole mobilizzare fino a dieci miliardi attingendo ai fondi strutturali.
Ma gli obiettivi dell’Agenda digitale velocizzano l’accesso a chi è già  connesso, portando la fibra fino ai palazzi anzichè collegare chi oggi è di fatto tagliato fuori. In altre parole, si muovono più nello spirito degli investimenti privati che di quelli pubblici.
Proponendosi, invece, di ridurre davvero il digital divide ci si potrebbe presentare a Bruxelles a dicembre con ben altra forza e credibilità .
Gioverebbe non poco avere anche una riforma compiuta da esibire.
Dovendo esprimere un giudizio sul governo Renzi, viene da pensare a quei candidati a posizioni di professore di ruolo che hanno tanti lavori in corso, ma ancora nessuna pubblicazione.
I working paper possono riempire le pagine dei giornali, ma non rientrano nei curricula che vengono presi in considerazione a livello internazionale.

Tito Boeri
(da “La Repubblica“)

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L’ECONOMIA ITALIANA, UNICA IN EUROPA, ARRETRA ANCORA: PIL -0,1%, L’EFFETTO RENZI CONTINUA

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

TREDICESIMO CALO CONSECUTIVO, SOLO CIPRO MALE COME NOI

L’Italia resta in recessione. Nel terzo trimestre del 2014 il Pil cala dello 0,1% dopo il -0,2% fatto registrare nel periodo aprile-giugno e la variazione nulla nei primi tre mesi dell’anno.
Ancora più pesante il dato sullo stesso periodo del 2013: -0,4%.
A fine settembre, dunque, la variazione acquisita per l’anno è pari a -0,3%. Con il dato di oggi si allunga la serie negativa dell’economia italiana che ormai non cresce più da 13 trimestri, oltre tre anni: l’ultima dato positivo, infatti, risale al secondo trimestre del 2011.
Nel dettaglio, il calo congiunturale registrato dal Pil nel terzo trimestre è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in agricoltura e industria e di un aumento nei servizi.
Dal lato della domanda: contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) parzialmente compensato da quello positivo della componente estera netta. Il terzo trimestre del 2014 ha avuto quattro giornate lavorative in più del trimestre precedente e lo stesso numero rispetto al terzo trimestre del 2013.
Nello stesso periodo il Pil è aumentato in termini congiunturali dell’1,2% negli Stati Uniti e dello 0,7% nel Regno Unito.
In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 3,9% negli Usa e del 3% nel Regno Unito.
Segnale di ripresa arrivano anche dal resto d’Europa: la Francia ha registrato una crescita congiunturale dello 0,3%, sopra le attese che parlavano di un aumento limitato allo 0,1%; la Germania con un segno positivo dello 0,1% ha scongiurato la recessione dopo lo 0,1% del secondo trimestre.
Eurozona. Segnali di ripresa, nel terzo trimestre dal Pil della zona euro e dell’Ue-28: tra giugno e settembre l’economia è cresciuta rispettivamente di 0,2% e 0,3%, rispetto al +0,1% e +0,2% del trimestre precedente.
L’Italia è l’unico paese con crescita negativa assieme a Cipro (-0,4%). Su base annua il Pil della zona euro è salito di 0,8% e quello dell’Ue di 1,3%.

(da “la Repubblica”)

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BANKITALIA: “LA CRIMINALITA’ FRENA INVESTIMENTI ESTERI”. MA NON ERA L’ARTICOLO 18 A FARLI FUGGIRE ?

Novembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

“PERSI 16 MILIARDI DI INVESTIMENTI A CAUSA DELLA CRIMINALITA'”

La criminalità  mette in fuga gli investitori internazionali: tra il 2006 e il 2012 l’Italia ha perso almeno 16 miliardi, il 15% dei flussi diretti dall’estero, per colpa del crimine.
Colpa delle istituzioni italiane, dice il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, al convegno “Contrasto all’economia criminale, precondizione per la crescita economica” spiegando che per non perdere una montagna di denaro sarebbe bastato che “le istituzioni italiane fossero state qualitativamente simili a quelle dell’area dell’euro”.
Insomma è evidente che la criminalità  abbia un impatto fortemente negativo sull’immagine di un Paese e di conseguenza sugli investimenti stranieri che questo riesce ad attrarre.
Anche per questo “una rapida approvazione della legge” sull’autoriciclaggio “sarebbe comunque un primo, importante, passo dopo anni di discussione” ha proseguito Visco sottolineando che il testo in discussione “rappresenta un compromesso tra diverse posizioni” e non esclude “ulteriori misure”.
La vera missione del governo però è quella di “creare le condizioni per tornare a crescere” perchè è “fondamentale e urgente”.
Di più, ricorda Visco: “Le aziende che operano nelle aree caratterizzate da alti livelli di criminalità  pagavano, secondo uno studio, tassi d’interesse di circa 30 punti base più elevati rispetto a quelli pagati dalle imprese attive in zone con bassa criminalità  ed erano costrette a fornire maggiori garanzie per ottenere credito”.
Anche nel mercato assicurativo i premi più elevati sono stati pagati in Campania, Puglia e Calabria.
Il premio medio pagato a Napoli è oltre il triplo della media Ue.”La criminalità  frena investimenti esteri”

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L’ECONOMISTA BOERI: “LE TRE REGOLE PER STARE IN EUROPA”

Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile

“LO STILE AGGRESSIVO DI RENZI CI CONDANNA ALLA STESSA MARGINALITA’ DEI GOVERNI PRECEDENTI”

Matteo Renzi si vanta spesso di avere cambiato l’atteggiamento dell’Italia in Europa. L’Italia è forse il paese fondatore maggiormente assente dall’arena comunitaria negli ultimi 15 anni, avendo giocato un ruolo marginale nella costruzione delle istituzioni europee. Quindi di un cambio di passo ci sarebbe bisogno.
E quale migliore occasione del semestre italiano per metterlo in atto?
Non passa giorno senza che ci sia, in effetti, qualche scontro istituzionale fra il governo italiano e la Commissione Europea.
Ma l’impressione è che lo stile aggressivo, “confrontational”, adottato da Renzi, ci condanni alla stessa marginalità  dell’atteggiamento passivo adottato dai governi precedenti.
Potrà  forse la rissosità  servire a raccogliere consensi in Italia, trovando un comodo capro espiatorio, ma non ci permette di meglio tutelare i nostri interessi e soprattutto quelli che sono convergenti con gli interessi dell’Unione Europea nel suo insieme.
Le organizzazioni complesse, e ancora più quelle intergovernative, procedono per aggiustamenti marginali e si chiudono a riccio quando aggredite.
Chi, come noi, è in una posizione contrattuale debole può costruire coalizioni vincenti solo rendendosi credibile come rappresentante di interessi più vasti di quelli del proprio paese.
Purtroppo i resoconti degli incontri comunitari sono di tutt’altro tenore. E soprattutto tre esempi recenti sono sotto gli occhi di tutti.
Il primo è quello del cammino della legge di stabilità .
La Commissione Europea ci ha imposto di dimezzare il contenuto espansivo della nostra legge di bilancio, facendoci ridurre l’aumento del disavanzo nel 2015 da 11,3 a meno di 6 miliardi.
Ora, a una sola settimana dal via libera concesso dal vice-presidente Katainen alla legge di stabilità  così “dimezzata”, sono arrivate le previsioni della Commissione che prefigurano la richiesta a breve di un’altra correzione di circa 3 miliardi in quanto l’indebitamento strutturale migliorerebbe solo dello 0,1 per cento rispetto al 2014, in luogo dello 0,3 previsto.
Legittima la frustrazione di chi deve affrontare il confronto parlamentare su di una manovra che deve costantemente ripartire da capo, come nel gioco dell’oca, con tempistiche che per di più non hanno alcun rispetto per il dibattito parlamentare.
Ancora più grave il fatto che la Commissione ci chieda di fatto di annullare il contenuto espansivo della manovra di fronte a un peggioramento della congiuntura.
Ma presumibilmente nella situazione dell’Italia si potevano trovare molti altri paesi. Se avessimo fatto presente questi problemi di calendario a tempo debito, avremmo potuto evitare queste incongruenze.
Potevamo anche incidere sul contenuto delle raccomandazioni, che oggi comportano un avvitamento in negativo, con manovre sempre più restrittive e revisioni al ribasso delle stime di crescita.
Bastava mettere in discussione il modo con cui vengono stimati parametri cruciali nelle raccomandazioni della Commissione e come vengono interpretate queste stime.
Il problema, in soldoni, è che la Commissione attribuisce una parte eccessiva della caduta del reddito in Italia a fattori strutturali, anzichè legati alla congiuntura negativa.
Questo significa che non abbiamo grandi giustificazioni per politiche espansive anticicliche. Come spiegano Cottarelli e altri su lavoce.info, bastano variazioni di pochi decimali di queste stime, ad esempio allineando quelle della Commissione alle stime dell’Ocse e del Fondo monetario, per legittimare il via libera a manovre molto più espansive di quella che saremo costretti a mettere in atto seguendo i dettami della Commissione.
I dati utilizzati a Bruxelles a supporto di queste stime sono poi discutibili: ad esempio, attribuiscono alle ore di cassa integrazione una riduzione permanente, anzichè temporanea, delle ore lavorate, contribuendo a ridurre di un terzo il prodotto potenziale, il livello del Pil in condizioni normali. Perchè allora il nostro paese non ha contestato fin dall’inizio questi metodi, perchè non ha chiesto che le ipotesi e i dati su cui si reggono gli scenari della Commissione venissero resi maggiormente trasparenti, creando un organismo tecnico in grado di valutare i margini di errore cui sono soggette le stime dei modelli e di segnalarne i limiti alle autorità  comunitarie?
Nessun paese ha interesse a entrare in una specie di lotteria, in cui per via di un decimale di troppo o di meno si rischia di dover riscrivere una legge di bilancio.
Non è questione di cambiare i trattati. Nè c’è bisogno di rimettere in discussione le regole. Basta ridiscutere il modo con cui vengono messe in atto, per il bene di tutti.
Il secondo esempio è quello degli stress test sul sistema bancario, che si sono conclusi a fine ottobre.
Messaggio devastante per la credibilità  del nostro sistema bancario e per la stessa Banca d’Italia in quanto siamo il paese in cui il patrimonio iscritto a bilancio dagli istituti di credito sarebbe il più lontano dalla realtà .
Anche in questo caso c’è stata una levata di scudi perchè gli stress test sarebbero stati troppo penalizzanti nei confronti delle banche italiane e troppo generosi nei confronti di quelle tedesche per via del fatto che hanno valutato in modo eccessivamente benigno i derivati in pancia a Commerzbank e Deutsche Bank.
Giuseppe Guzzetti, che ha coalizzato le fondazioni bancarie contro gli aumenti di capitale a Siena e Genova, impedendo che Monte dei Paschi e Carige si rafforzassero patrimonialmente in vista degli stress test, ha avuto parole di fuoco contro la revisione degli attivi bancari da parte della Bce.
Ora, ammesso e non concesso che i test fossero artatamente sbilanciati a favore della Germania, dove erano le nostre autorità  di vigilanza, i tecnici del nostro ministero dell’economia, quando queste regole sono state discusse e adottate
L’impressione è che il nostro governo, che si lamenta spesso per la burocrazia di Bruxelles, dovrebbe innanzitutto preoccuparsi di dotare il nostro paese di una burocrazia adeguata.
Altri episodi recenti, non comunitari, certificano questa assoluta necessità .
Pensiamo al caso dei test di medicina, di cui alle cronache di questi giorni, destinato a lasciarci uno strascico di ricorsi per moltianni a venire (viaggiando su Internet si trovano siti di avvocati che si offrono di preparare ricorsi con tariffe leggermente superiori alle quote di iscrizione ai corsi di laurea).
Sorprende che nessuno abbia posto il seguente interrogativo: perchè il ministero dell’Università  e della Ricerca deve concedere un potere di monopolio assoluto a un ente privato, come Cineca, che non sembra contemplare procedure di controllo ex ante dei test somministrati agli aspiranti medici?
E perchè non è in grado di gestire al suo interno anche le banche dati che raccolgono le informazioni sulle carriere dei docenti universitari?
Il cambio di passo dell’Italia a livello comunitario dovrebbe infine comportare una maggiore presenza del nostro paese sui temi più importanti di cui si dibatte anche al di fuori del Club Med, il circolo dei paesi del Sud.
Di qui il terzo esempio. Si sta consumando in questi giorni uno scontro molto acceso fra Angela Merkel e David Cameron che vorrebbe imporre tetti alla mobilità  dei lavoratori comunitari all’interno dell’Unione.
Quello della libera circolazione è un principio basilare, fondamentale da presidiare soprattutto all’interno di una unione monetaria.
Il nostro paese potrebbe essere alleato di Juncker e della Germania in questa battaglia a difesa della mobilità  del lavoro, difendendo un bene molto importante per i paesi che hanno la disoccupazione più alta.
Non mi sembra, tuttavia, di avere udito pronunciamenti del governo italiano a riguardo. Mi auguro di essermi sbagliato.

Tito Boeri
(da “La Repubblica“)

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TASSE, PREVIDENZA E BUROCRAZIA: PER LE IMPRESE UN CONTO DA 249 MILIARDI L’ANNO

Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile

CGIA DI MESTRE: IL CALCOLO COMPRENDE OLTRE 30 MILIARDI TRA TIMBRI, CERTIFICATI, FORMULARI, BOLLI E MODULI VARI

Tra tasse, contributi previdenziali e burocrazia le imprese italiane sopportano un costo annuo di 248,8 miliardi di euro.
Un peso eccessivo che, in linea di massima, non ha eguali nel resto d’Europa.
A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia, che ha stimato il contributo fiscale e i costi burocratici che le nostre imprese si fanno carico ogni anno.
“In nessun altro Paese d’Europa – segnala Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – viene richiesto un simile sforzo fiscale. Nonostante la giustizia civile sia lentissima, il credito sia concesso con il contagocce, la burocrazia abbia raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimanga la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registri dei ritardi spaventosi, la fedeltà  fiscale delle nostre imprese è massima”.
Le aziende italiane contribuiscono al gettito fiscale nazionale per oltre 110 miliardi di euro.
Seppur calcolata per difetto, ci troviamo di fronte ad una cifra “spaventosa”.
La stima è stata determinata secondo le metodologie utilizzate da Eurostat; in questo importo, però, mancano alcune tasse “minori”, come il prelievo comunale sugli immobili strumentali e altri “piccoli” tributi locali.
Complessivamente questa voce ammonta ad almeno 12,5 miliardi di euro.
Inoltre, vanno aggiunti anche i contributi a carico delle imprese versati per la copertura previdenziale dei propri dipendenti, una cifra che stimiamo in circa 95 miliardi di euro.
Integrando queste ultime informazioni con le statistiche Eurostat, si può affermare che complessivamente le imprese italiane subiscono un peso tributario e contributivo pari a 217,8 miliardi di euro (anno 2012).
Se allo sforzo fiscale aggiungiamo altri 31 miliardi di euro che, secondo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sono i costi amministrativi che le Pmi italiane patiscono ogni anno per districarsi tra timbri, certificati, formulari, bolli, moduli e pratiche varie, l’ammontare complessivo del carico fiscale e burocratico sale a 248,8 miliardi di euro: una cifra che solo a pensarci fa tremare i polsi.
Secondo i calcoli della Cgia, se disaggreghiamo la voce tasse, scopriamo che l’imposta che produce il maggior gettito per le casse dello Stato è l’Ires: l’imposta sui redditi delle società  garantisce all’Erario quasi 33 miliardi di euro all’anno.
L’Irpef versata dai lavoratori autonomi, invece, pesa ben 26,9 miliardi, mentre l’Irap in capo alle imprese private “garantisce” un gettito di 24,4 miliardi di euro.
Infine, gli autonomi versano per i contributi previdenziali altri 23,6 miliardi di euro.

(da agenzie)

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BCE, “BOCCIATE” 25 BANCHE EUROPEE, ANCHE LE ITALIANE MONTE DEI PASCHI E CARIGE

Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile

PUBBLICATI GLI ESAMI DELL’EUROTOWER SUI 130 MAGGIORI ISTITUTI… BANCA POPOLARE DI MILANO E POPOLARE VICENZA HANNO ADOTTATO MISURE SUFFICIENTI PER AZZERARE LE CARENZE

Venticinque istituti “bocciati”. Tra cui gli italiani Monte dei Paschi di Siena, Carige, Banca Popolare di Milano, Popolare di Vicenza, Bper, Banco Popolare, Banca Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese e Veneto Banca.
A parte le prime due, però, nel corso del 2014 tutte le altre hanno messo in campo misure sufficienti per azzerare le carenze.
I risultati degli “esami” (comprensive assessment) della Banca centrale europea sulle 130 maggiori banche dell’area euro sono arrivati, insieme agli esiti degli stress test della European banking authority.
Tutte le valutazioni sono basate sui bilanci del 2013.
Nessuna italiana registra carenze di capitale in base alla revisione della qualità  degli attivi (asset quality review), ma in base agli stress test a fine 2013 i nove istituti citati avevano potenziali “buchi” per 9,7 miliardi.
La Banca d’Italia, che aveva il compito di valutare l’impatto sul capitale degli interventi adottati dopo la chiusura dei bilanci, ha però comunicato che gli aumenti realizzati durante l’anno hanno ridotto la platea a quattro: Mps, Carige, Bpm e Popolare di Vicenza.
Le ultime due grazie a cessioni di attivi e altre contromisure hanno poi colmato le carenze, che si limitano ora a 2,9 miliardi a carico di Montepaschi (2,1) e Carige (814 milioni).
Per loro scatta dunque la necessità  di varare entro due settimane piani per la ricapitalizzazione. Non necessariamente aumenti di capitale: potrà  trattarsi anche di cessioni o emissioni di bond.
I risultati, secondo via Nazionale, “confermano la solidità  complessiva del sistema bancario italiano, nonostante i ripetuti shock subiti dall’economia italiana negli ultimi sei anni: la crisi finanziaria mondiale, la crisi dei debiti sovrani, la doppia recessione”.
Per Banca Carige, si legge nella relazione di Bankitalia, “la carenza di capitale finale necessaria” per far fronte agli eventi sfavorevoli ipotizzati nello scenario dello stress test “riflette in parte i bassi livelli patrimoniali di partenza, non sufficientemente rafforzati dall’aumento di capitale effettuato nel 2014″.
La banca, si ricorda poi, è guidata “da una nuova compagine dirigenziale, che si è insediata nell’autunno del 2013 in seguito a ripetuti interventi della Vigilanza, anche su base ispettiva, da cui emersero disfunzioni negli assetti di governo e controllo e irregolarità  gestionali. Carige, che ha in fase di avanzate trattative la cessione delle compagnie assicurative del gruppo, presenterà  un piano di riallineamento patrimoniale da sottoporre alle autorità  di vigilanza”.
Quanto al Monte dei Paschi di Siena, via Nazionale ricorda che “dal novembre 2013 l’istituto è sottoposto a un piano di ristrutturazione della Commissione europea” e “sotto la guida dei nuovi vertici sono stati conseguiti importanti risultati , in particolare sul piano della razionalizzazione organizzativa e dell’abbattimento dei costi. Il risultato del Comprehensive assessment riflette il forte impatto dello scenario avverso dello stress test , che non ha considerato le ipotesi previste nel piano di ristrutturazione approvato dalla Commissione europea”.
Inoltre il fabbisogno di capitale rilevato è in parte determinato dall’ipotesi di restituzione della parte residua degli aiuti di Stato (Monti bond) di cui la banca ancora beneficia.
Non tenendo conto di tale impegno, la carenza di capitale scende a 1,35 miliardi.
Bpm e Popolare di Vicenza fanno invece parte del gruppo di 12 banche che, pur non avendo passato gli stress test, hanno già  varato opportune misure di rafforzamento del capitale.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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L’ECONOMISTA BRUNI: “NESSUNA CURA PER RIMETTERE IN MOTO L’ITALIA”

Ottobre 24th, 2014 Riccardo Fucile

“GERMANIA E FRANCIA PUNTANO ALL’INVESTIMENTO E AL POTENZIAMENTO DELLE IMPRESE, NOI LE SVENDIAMO”…”OCCORRE DARE INCENTIVI NON PERCHE’ ASSUMINO, MA PER EVITARE CHE CHIUDANO”

Al di là  della questione coperture, delle tensioni con Bruxelles, delle polemiche sull’effettiva riduzione dei carichi fiscali, di quelle sull’opportunità  di tagliare le gambe alla previdenza complementare e di quelle sugli anticipi del Tfr.
Al di là  di tutto, vale la pena chiedersi quanto la manovra varata dal governo possa risultare incisiva per il rilancio degli investimenti, che sono poi il caposaldo fondamentale per spezzare la spirale recessiva e far ripartire l’economia.
Da almeno vent’anni in Italia grande assente è la politica industriale e una priorità  per il governo dovrebbe essere proprio quella di recuperare la capacità  di indirizzo dell’economia, individuando le aree strategiche per lo sviluppo del Paese, i settori da sostenere ed eventualmente quelli da disincentivare.
Ma nella legge di Stabilità  varata dal governo Renzi non c’è nulla di tutto questo: “Questo governo, come gli altri che lo hanno preceduto nell’ultimo decennio, non ha capito le cause della crisi e, senza una diagnosi, non è in grado di offrire una terapia in grado di funzionare”, dice senza mezzi termini Luigino Bruni, docente di Economia alla Lumsa di Roma e tra i maggiori esponenti della Economia di Comunità .
“A differenza di Germania e Francia che hanno capito l’importanza dell’investimento e del potenziamento delle imprese e delle industrie strategiche — dice Bruni — noi le svendiamo pur di fare cassa. Il problema non è quello di dare oggi incentivi per assumere, ma quello di sostenere l’economia e le imprese affinchè non chiudano”.
“Pesa sicuramente il potere delle lobby — conclude Bruni — lo vediamo anche per le concessioni, la questione delle frequenze, i giochi…”
Sotto questo profilo la legge di Stabilità  prevede una riduzione generalizzata dell’Irap attraverso la deduzione integrale del costo del lavoro dipendente per un ammontare complessivo stimato in 5 miliardi per il 2015 e in 4,3 miliardi per il 2016 e il 2017. Quanto di questo risparmio fiscale verrà  poi effettivamente impiegato per nuovi investimenti è tutto da capire, mentre la logica del taglio generalizzato ha il sapore della classica mossa per accaparrarsi un facile consenso tra imprenditori e commercianti, che infatti hanno incassato con grande soddisfazione la riduzione del carico fiscale.
Interessante, invece, la decisione di sostenere gli investimenti delle aziende in ricerca e sviluppo, decisione che per la verità  è stata mutuata dal decreto Destinazione Italia varato nel 2013 dal governo Letta.
Attraverso un credito d’imposta del 25% fino a un massimo di 5 milioni di euro per azienda, credito che sale al 50% se si utilizza personale altamente specializzato o se l’attività  di ricerca viene affidata a università  o enti, il governo stima di attivare nuovi investimenti per circa 5 miliardi nel triennio 2015-2017 e gran parte del beneficio fiscale dovrebbe andare alle piccole e medie imprese.
“Ma ciò non basta senz’altro — prosegue Bruni — come non basta ciò che si sta facendo sulla scuola, che è molto distante da ciò che servirebbe”.
Nella legge di Stabilità , così come si era già  osservato per lo Sblocca Italia, a latitare è proprio un’idea e una pratica delle “politiche nuove” di cui Renzi e il suo governo si proclamavano alfieri.
Non per caso, nei confronti della cosiddetta “green economy” e del suo potenziale sono state spese tante parole, ma alla prova dei fatti non è stato destinato un euro, mentre per l’autotrasporto la manovra stanzia 250 milioni di euro e una pioggia di denari per le infrastrutture “strategiche” come l’alta velocità  Milano-Brescia-Padova e il Terzo Valico Genova-Milano.
Insomma, tutte cose lontanissime da un’idea di “nuova politica” e che — come in passato — più che a rilanciare l’economia del Paese sono servite ad alimentare giganteschi sprechi e ruberie.. .
“Pesa sicuramente il potere delle lobby — conclude Bruni — lo vediamo anche per le concessioni, la questione delle frequenze, i giochi…”.
Di questo passo non andremo molto lontano.

Paolo Fior

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