Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LEGGE DI STABILITA’: IL GOVERNO DOPO GIORNI DI TRATTATIVA NON E’ RIUSCITO A CONVINCERE L’UNIONE EUROPEA
L’Italia ha deciso di intraprendere «una deviazione significativa» dal percorso di avvicinamento per l’obiettivo di bilancio a nel 2015.
Lo scrive la Commissione europea, in una lettera inviata al governo italiano in merito alla legge di stabilità .
La Commissione Ue chiede una risposta entro 24 ore. La Commissione ha inoltre sottolineato la necessità di venire a conoscenza di «come l’Italia potrebbe garantire il pieno rispetto dei suoi obblighi di politica finanziaria» per il 2015.
«Dall’analisi preliminare, sulla base dei conti degli uffici tecnici della Commissione Ue, l’Italia programma una significativa deviazione dagli aggiustamenti richiesti per centrare l’obiettivi di medio termine (il pareggio ndr) nel 2015» scrive la Commissione europea.
«La Commissione intende continuare il dialogo costruttivo con l’Italia per arrivare alla valutazione finale» della manovra e «gradirebbe il vostro punto di vista non appena possibile e preferibilmente entro il 24 ottobre».
Questo «per consentirci di tener conto delle valutazioni italiane nella prossima fase» aggiunge nella missiva Bruxelles.
Sostanzialmente sono due i punti che il commissario Ue, Jyrki Katainen, chiede all’Italia di spiegare: «Perchè l’Italia programma di non rispettare il patto di stabilità nel 2015» e «come assicurerà un pieno rispetto degli obblighi della politica di bilancio nel 2015».
Nella lettera, Katainen rileva che l’Italia viola i vincoli europei del Patto di stabilità rinviando il pareggio di bilancio strutturale al 2017 e rallenta il percorso di riduzione del debito/Pil nei prossimi anni.
Katainen, già premier finlandese, è responsabile Ue per il lavoro, la crescita, gli investimenti e la competitività cioè ha la supervisione di tutti i principali portafogli economici, mentre commissario per gli Affari economici è il francese Pierre Moscovici.
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 14th, 2014 Riccardo Fucile
ALLA DOMANDA SE ORA LE AZIENDE ASSUMERANNO A TEMPO INDETERMINATO: “DIFFICILE DIRLO, SI ASSUME QUANDO C’E’ RICHIESTA DI MERCATO, ORA NON C’E'”
“Non possiamo che dichiarare la nostra piena soddisfazione”. 
Lo ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, commentando le misure annunciate dal premier Matteo Renzi sulla legge di Stabilità e precisando che “vanno esattamente nella direzione da noi auspicata in tanti anni”.
Il leader di Confindustria ha aggiunto: “Con l’abolizione della componente lavoro dell’Irap annunciata dal premier Renzi “si realizza un nostro sogno, una cosa che auspicavamo da tanti anni”.
Anche l’azzeramento dei contributi per i neoassunti è “una misura molto positiva”, ha continuato Squinzi. “Ora aspettiamo l’attuazione delle norme ma non possiamo che dirci pienamente soddisfatti”.
Squinzi giudica positivamente le misure per la legge di stabilità annunciate dal presidente del Consiglio agli industriali di Bergamo, anche se “come sempre attendiamo la conversione dei provvedimenti”.
A chi chiedeva se si può stimare l’impatto sul mercato del lavoro del provvedimento sugli sgravi fiscali per i neoassunti, il presidente di Confindustria ha replicato: “È difficile da dire, le assunzioni si fanno quando ci sono le richieste di mercato e in questo momento il mercato è molto depresso”
Commentando poi l’opinione della Cgil secondo la quale la manovra del governo sarebbe depressiva, Squinzi ha osservato che “l’Italia è un Paese libero dove ognuno ha le proprie opinioni, noi non la pensiamo così”.
(da Huffingtonpost”)
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Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA DENUNCIA LA CRESCENTE DISEGUAGLIANZA TRA RICCHI E POVERI: “SIAMO TORNATI NELL’800”
La barba non ce l’ha e il soprannome di novello Marx affibbiatogli dall’Economist se lo è aggiudicato con il titolo del suo libro “Il capitale del XXI secolo” (Bompiani) e con il merito di aver riportato il dibattito economico sulle disparità tra ricchi e poveri.
Un divario che l’economista francese giudica incolmabile perchè chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi.
Anzi diventerà sempre più ricco perchè il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale (Pil) e del reddito, con buona pace di chi vive di solo stipendio.
Per di più, in uno scenario come quello europeo, in cui l’economia non cresce, sarà facilissimo per chi vive di rendita mantenere la propria posizione di preminenza.
La via d’uscita suggerita da Thomas Piketty è la tassazione progressiva dei grandi patrimoni accompagnata da una politica almeno europea, se non mondiale, capace di smascherare chi vuole celare la propria ricchezza.
Come? Con una lotta senza quartieri ai paradisi fiscali e con norme severissime sull’evasione.
Per lei la crescita della ricchezza di pochi a danni di molti è inarrestabile perchè il capitale cresce sempre più in fretta dell’economia reale. “Non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio”. Come si potrebbe ridistribuire la ricchezza?
“Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita. Il paradosso del matrimonio rappresenta una visione cinica della vita, ma per quanto uno studente possa investire sul suo futuro non potrà mai raggiungere la ricchezza di chi ha ereditato un patrimonio. E così se la sua ambizione è diventare ricco, farà meglio a sposare una ragazza senza qualità , nè bella nè intelligente, ma molto ricca. L’unica soluzione è quella di ripristinare la meritocrazia, altrimenti nei Paesi a crescita demografica vicina allo zero o negativa le eredità avranno un peso sempre maggiore”.
Una forma di ridistribuzione potrebbe essere il salario minimo: è davvero utile o è solo una battaglia d’immagine che rischia di livellare gli stipendi verso il basso?
“Il salario minimo serve davvero. È un ottimo strumento per avviare la ridistribuzione del reddito, ma da solo non basta. Resto convinto che servano soprattutto investimenti nella formazione dei lavoratori, altrimenti il provvedimento resterebbe lettera morta e si avrebbe un livellamento verso il basso. Di certo bisogna trovare nuove formule di negoziazione contrattuale. E anche il ruolo dei sindacati è destinato a cambiare.”
I rappresentanti dei lavoratori sono ancora importanti? In Italia sono spesso all’angolo.
“Io credo siano molto importanti, basterebbe guardare al ruolo che hanno in Germania con la cogestione e la presenza all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende. Servono leggi che aumentino le responsabilità dei rappresentati dei lavoratori, in modo da renderli anche più consapevoli. In Francia è stata approvata una legge in questo senso, ma gli imprenditori si sono ribellati e così ai rappresentati dei lavoratori nei consigli di amministrazione spetta solo un posto ogni venti consiglieri: una legge così non serve a molto”
Dal salario minimo, al tetto di 240mila euro agli stipendi per i manager pubblici. Può servire?
“Certo, ma non solo nel settore pubblico. Un provvedimento del genere, però, ancora una volta, andrebbe coordinato a livello europeo. Oltre certo soglie alcuni stipendi non hanno proprio senso. E poi non si può valutare un manager solo sulla base dei risultati in Borsa e sull’utile. Andrebbe valutato anche per il numero di posti di lavoro che crea per esempio”.
Per Adriano Olivetti “nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario minimo”. Lei ha mai pensato quale dovrebbe essere il giusto rapporto?
“No, ma penso che l’intervento migliore sarebbe sul livello di tassazione. Negli Stati Uniti, tra il 1930 e il 1980, il tasso marginale d’imposta sui redditi più elevati è stato in media all’82% con punte superiori al 90% e di certo non ha ucciso il capitalismo americano, anzi la crescita economica di quegli anni è stata molto più forte che dal 1980 a oggi. Quando è arrivato Ronald Reagan e il tasso marginale è passato dal 1980 al 1988 dal 70% al 27%”.
Il governo Renzi si gioca molto sulla riforma del lavoro: salario minimo, contratti a tempo indeterminato, ma anche revisione dell’articolo 18 e quindi licenziamenti più facili. Come giudica la proposta?
“Non conosco abbastanza bene le leggi italiane sul lavoro, ma è evidente che troppa rigidità non funziona, così come non funziona troppa flessibilità . Serve sempre il giusto equilibrio, ma non possiamo pensare che l’alto livello di disoccupazione in Europa – e in Italia – sia colpa delle regole: il problema è nelle politiche economiche. Senza investimenti non si crea fiducia e non si cresce. Di certo la stabilizzazione dei lavoratori aiuterebbe la ripresa dei consumi e gli investimenti delle imprese sulla formazione”.
Nella Legge di Stabilità italiana ci saranno due miliardi per la riduzione delle tasse sul lavoro e un miliardo per la scuola. Sarà inserita pure una quota aggiuntiva di 1,5 miliardi per estendere gli ammortizzatori sociali. E’ la strada giusta?
“Di certo è meglio dell’austerity. E’ un segnale importante, perchè si torna a spendere e la crescita si fa con gli investimenti, ma purtroppo la soluzione non può arrivare solo dall’Italia perchè questo non è un tema solo italiano. La crescita della Germania sta rallentando e l’Europa è ferma, c’è stata troppa austerity. Serve un cambio di regole a livello europeo: tutto è incentrato sui parametri di Maastricht che sono stati decisi a priori senza un voto del Parlamento. All’Eurozona serve fiducia e senza democrazia non ci può essere fiducia”.
Sta dicendo che i parametri di Maastricht su debito e deficit sono sbagliati?
“Sto dicendo che sono stati fissati in modo sbagliato, senza un intervento del Parlamento europeo. E poi sono convinto che l’Eurozona vada ripensata. Come possiamo avere una moneta unica e poi 18 deficit diversi, 18 debiti pubblici diversi? Come è possibile creare fiducia quando ci sono Paesi che pagano meno dell’1% di interessi sul loro debito pubblico e altri che ne pagano il 4 o 5%? A questi livelli di debito l’uno percento in più o in meno equivale a un punto in più o meno di Pil: stiamo parlando di più dell’intero budget destinato alle scuole e alle università francesi. Gli Stati devono capire che se vogliono creare fiducia non possono più fissare paletti in anticipo senza che ci un voto del Parlamento europeo”
Nel suo libro, lei chiede più trasparenza sui redditi e sulla ricchezza privata, in modo da mettere i governi in grado di contrastare la disuguaglianza tra ricchi e poveri. Come si potrebbe ottenerla in un’Europa i cui principali Stati hanno tutti un piccolo paradiso fiscale a disposizione?
“Ancora una volta la risposta è la stessa: serve un’azione coordinata di tutti i Paesi per ridurre questa patina di opacità . Eppure qualcosa sta cambiando. In Svizzera è caduto il segreto bancario e la Ue sta attuando una stretta sull’elusione fiscale. Mi spiace solo che per arrivare a questo punto si siano dovute aspettare le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti delle banche svizzere, altrimenti, probabilmente non sarebbe successo nulla. Bisognerebbe istituire della sanzioni commerciali sia per i Paesi che per i soggetti che sfruttano queste falle nel sistema”.
Davvero solo una guerra potrebbe allentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri?
“No, una guerra no, ma delle pesanti sanzioni commerciali sì”.
Per molti il suo libro è un manifesto politico. Ha ambizioni di questo tipo?
“No, assolutamente. La mia ambizione è studiare e scrivere. Ho il massimo rispetto per chi fa politica, ma non è il mio mestiere. Voglio cercare di far circolare le idee: credo che sia il miglior modo in cui posso aiutare la democrazia”.
Lei però è diventato il simbolo del movimento 99% e di Occupy…
“Non so se sono un simbolo, mi fa piacere però pensare di aver contribuito a creare coscienza e conoscenza. Il mio intento era quello di scrivere un libro accessibile a tutti, un libro democratico che raccontasse la verità “.
Giuliano Balestreri e Raffaele Ricciardi
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Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile
IN UN SISTEMA A VOCAZIONE MAGGIORITARIA, UNA DESTRA CONSERVATRICE NEI VALORI E LIBERALE IN ECONOMIA DEVA SAPER ESSERE L’ANIMA CRITICA DI UN CENTRODESTRA DA RIFONDARE
Il mese scorso, esattamente il 25 settembre, le varie anime dell’area liberale si sono ritrovate sotto la
bandiera della libertà per chiedere la privatizzazione della RAI, l’abolizione del relativo canone e la fuoriuscita dei Partiti dalla TV di Stato. Un momento significativo di “unione” programmatica e di militanza. Giusto un passo. Uno dei tanti possibili…
Prendere le mosse proprio da quel momento per fare una riflessione più ampia è, non soltanto doveroso, ma addirittura necessario, almeno per quanto mi riguarda.
Nella cultura nel nostro Paese è facile scivolare nelle spinte ai cammini solitari o alle guerre contro i mulini a vento.
E’ facile rivendicare autonomia e indipendenza.
E’ facile immaginare di poter essere da soli il primo motore immobile di un cammino nuovo ed avvincente.
Sfide affascinanti, almeno dal punto di vista teorico, perchè il “dazio” si paga poi alla prammatica, a quella prammatica che resta, sempre e comunque, il “volano autentico” di qualsivoglia azione o strategia.
Il nostro Paese stà vivendo una delle fasi più drammatiche della sua storia. L’attuale classe politica si stà dimostrando sempre più incapace ed “alienata”; del tutto distante dalla gente, dai suoi bisogni e sempre più dichiaratamente non all’altezza del gravoso compito di fronteggiare una crisi sempre più profonda e sempre più pregnante.
Le stesse misure ipotizzate e/o adottate dal Governo, anche al netto di tutte le possibili speculazioni teoriche di specie, confermano la triste realtà .
Renzi “ne dice di tutti i colori”, un giorno si e quell’altro pure. Ogni ogni tanto è vero che “dice” anche cose che sembrerebbero di “destra” ma resta pur sempre un uomo di sinistra, con tutti i difetti che la cosa comporta.
Meritevole di attenzione, ad esempio, la volontà di abrogare il famigerato articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Un pò meno — anzi decisamente “fuori fuoco” – l’idea di conservarlo per i licenziamenti disciplinari.
Anzi, proprio rispetto ai motivi disciplinari l’articolo 18 dovrebbe cedere il passo alla libera valutazione meritocratica del rapporto di lavoro, perchè il lavoro si dovrebbe sempre e solo acquisire e conservare per merito e non per altre ragioni.
Un rapporto di lavoro, insomma, sostanzia una chiara dimensione “fiduciaria” e se la fiducia viene meno nessun ordine di reintegro potrà mai restituirla alla storia della vicenda che ne è alla base.
Decisamente inaccettabile, invece, l’ipotesi del T.F.R. in busta paga dal 1° gennaio prossimo.
Una misura che produrrà solo effetti negletti essendo di palmare evidenza che, in base alla stessa, lo Stato incamererà più soldi, i lavoratori perderanno potere d’acquisto, soprattutto in prospettiva, mentre tante piccole imprese, già alle prese con sistematiche carenze di liquidità , rischieranno addirittura di chiudere.
Bastano queste pur brevi riflessioni per far emergere con chiarezza un dato necessario: quello di riaprire una fase di grande riflessioni e rimeditazione all’interno del centro-destra italiano; un’area dalla quale la stessa “area liberale” non potrà mai seriamente immaginare di poter prescindere per cedere alle lusinghe di un ipotetico e fuorviante quarto polo da contrapporre alla destra, alla sinistra ed ai grillini.
La tentazione di un polo autonomo è già stata consumata in passato ed è stata fallimentare. “Scelta Civica”, prima, e “Scelta Europea”, poi, hanno chiaramente dimostrato che non basta la fusione di tante piccole realtà per dare vita ad un progetto capace di infiammare gli animi e di raggiungere una percentuale degnamente rappresentativa della realtà di riferimento.
La verità è che l’area liberale ha un senso solo se si inserisce all’interno di uno schieramento chiaro nel quale declinare tutte quelle possibili battaglie sostanziali capaci di riportare l’attenzione della politica sulle giuste motivazioni di merito. Propugnare altre ipotesi operative è, non soltanto sterile, ma addirittura causa dell’ennesima, potenziale sconfitta.
Il fine, almeno per quanto mi riguarda, resta quello di una destra liberale, di una destra che sappia proporre contenuti e valori chiari e che cavalchi con rinnovata passione e convinzione il grande sogno della rivoluzione liberale quale viatico indefettibile per una società in continuo divenire.
Una destra “conservatrice” nei valori e “liberale” in economia.
Una destra capace di attingere anche alle esperienze culturali estere, ma pur sempre “lucida” e prammatica nell’analisi e nella praticabilità delle opzioni in ragione della nostra storia di popolo e Nazione.
Una destra capace di essere l’anima critica ed incendiaria di un centro-destra da rifondare, soprattutto nello spirito, nelle idee e nella stessa capacità di saper essere presente nei territori, empirici e “telematici”, perchè il sistema è, e resta, a vocazione maggioritaria: immaginare poli “terzi” e “quarti” è, non soltanto fuorviante, ma addirittura controproducente.
E’ vero che è “bello poter partecipare” ma oggi non basta più.
Per non “morire Renziani” occorre vincere.
Salvatore Castello
Right blu – la Destra liberale
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Ottobre 7th, 2014 Riccardo Fucile
CROLLATE LE POSSIBILITA’ FINANZIARIE, MANCA LA LIQUIDITA’
L’anticipo del Tfr in busta paga rischia di tradursi in una batosta soprattuto per le piccole e medie imprese
già strangolate dalla crisi.
A tratteggiare lo scenario della situazione in versano le aziende sono la Cgia e la Confcommercio.
Il segretario della Cgia Bortolussi si chiede come faranno le imprese schiacciate dalla crisi a trovare le risorse per anticipare le liquidazioni.
«Le banche, lo sappiamo bene, in questo momento prestano il denaro solo a chi ha una certa solidità finanziaria; agli altri, purtroppo, l’accesso al credito bancario è praticamente precluso».
Inoltre se, come si dice, «l’operazione sarà a costo zero per l’imprese private, per quale motivo il Governo non estende la possibilità di richiedere l’anticipazione della liquidazione anche ai lavoratori del pubblico impiego?»
È evidente, conclude Bortolusi, «che le cose stanno diversamente da come il governo vorrebbe presentarle».
Una fotografia della situazione critica delle imprese emerge dall’osservatorio regionale sul credito della Confcommercio.
Nel secondo trimestre del 2014, quasi la metà delle aziende del terziario (48%) ha visto ridursi sensibilmente la capacità finanziaria, ovvero la possibilità di riuscire a fare fronte ai propri impegni finanziari, a pagare i propri fornitori, le tratte in banca, o a fare fronte agli oneri contributivi e fiscali.
Nel Centro-Sud la situazione è più grave.
Nel Lazio per il 50% delle imprese del terziario la capacità finanziaria è peggiorata mentre in Abruzzo si trova in questa situazione il 48%. Solo l’Umbria con il 59,3% e la Sardegna con il 54% fanno peggio.
L.D.P.
(da “il Tempo“)
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Ottobre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
LA MODIFICA RIGUARDEREBBE SOLO LE OPERAZIONI TRA IMPRESE
Il governo punta a recuperare 2-3 miliardi in più dalla montagna di Iva evasa, in media 40 miliardi
l’anno.
L’idea che piace molto a Palazzo Chigi, quantificata in queste ore dai tecnici dell’Economia, è quella di estendere il meccanismo del reverse charge, oggi assai limitato, che obbliga chi acquista a versare direttamente l’Iva allo Stato senza pagarla al fornitore.
E così tappare le falle lungo la filiera dell’imposta più evasa nel Paese, con tutti che scaricano su tutti e nessuno alla fine versa.
Tra l’altro stanare l’Iva, vuol dire mettere le mani anche su altra illegalità . Chi evade l’Iva, spesso non paga neanche i contributi, l’Irpef, l’Ires, l’Irap.
Contribuendo così a quei 91 miliardi di evasione totale annui certificati dal ministero dell’Economia nel primo rapporto sull’evasione inviato qualche giorno fa al Parlamento.
Il reverse charge è già presente nel nostro ordinamento, sebbene circoscritto a specifiche casistiche, come i subappalti nel settore edilizio.
Ma che ora potrebbe essere ampliato a tutto il comparto delle costruzioni e anche a quello dei servizi alle imprese.
Con un beneficio stimato in 2-3 miliardi e ottenuto colpendo le operazioni e gli scambi intermedi tra fornitori, con un occhio ai grandi acquirenti.
Laddove cioè si stima un’Iva evasa pari a 9,3 miliardi l’anno. Il reverse charge (letteralmente inversione contabile) è solo l’ultimo tassello di una mutata strategia di lotta all’evasione del governo.
Che come annunciato anche dal nuovo direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlando, punterà sempre meno su redditometro (disincentiva i consumi) e studi di settore. E guarderà soprattutto ai grandi evasori e al loro “spesometro”, la discrasia tra redditi dichiarati e tenore di vita.
Allo studio, anche il passaggio alla fatturazione telematica che obbligherà tutti gli esercenti all’invio automatico al Fisco delle informazioni contenute nelle fatture con l’obiettivo, anche qui, di impedire l’omessa dichiarazione dell’Iva nei casi di vendite e acquisiti in apparenza regolari, perchè fatturati o per i quali è stato emesso lo scontrino.
E per i quali però l’Iva non viene versata
La novità dell’ultima ora è però il reverse charge.
Una sua applicazione generalizzata a tutte le operazioni commerciali al momento si esclude.
Anche perchè dovrebbe essere autorizzata dall’Europa (l’Iva è un’imposta comunitaria). Una richiesta analoga da parte della Germania giace inattuata a Bruxelles dal 2006, per l’opposizione di alcuni Stati membri, tra cui l’Italia.
Ma il vento sta cambiando e i Paesi hanno tutti bisogno di denari freschi per far ripartire le economie stagnanti.
La stessa Ue di recente avrebbe aperto alla possibilità di avviare una fase di sperimentazione, consentendo ai singoli Stati di applicare il regime contabile in alcuni settori particolari al fine di arginare l’evasione.
Se fosse esteso a tutte le operazioni commerciali (al dettaglio e all’ingrosso), il maggior gettito Iva sarebbe pari a 14 miliardi (addirittura 27 miliardi se generalizzato all’intera economia), calcola il Nens, l’associazione fondata dall’ex ministro delle Finanze Visco e da Bersani, in un corposo studio sull’Iva evasa e sui mezzi per contrastarla.
Così come lo scontrino telematico sarebbe in grado di recuperare a tassazione l’11% delle cessioni finali di beni o servizi non dichiarate.
Dunque una riduzione di evasione pari almeno a un miliardo e mezzo. Il reverse charge renderebbe poi inefficaci, scrive ancora il Nens, le frodi carosello, inutili le false fatturazioni.
Azzererebbe le compensazioni via modello F24 (tra crediti e debiti Iva), ridurrebbe drasticamente il numero di contribuenti Iva tenuti ad effettuare versamenti periodici.
E riempirebbe le casse dello Stato.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
STUDIO DELLA BANCA SVIZZERA JULIUS BAER: LA CRISI HA IMPOVERITO GLI ITALIANI E ARRICCHITO I TEDESCHI
La crisi economica? Ha arricchito i tedeschi e impoverito gli italiani. 
È quanto emerge da uno studio di Julius Bauer, la principale banca privata svizzera, sul livello di ricchezza dei risparmiatori europei nel periodo che intercorre tra il 2007, subito prima della crisi finanziaria, e il 2013.
Dal rapporto emerge che la ricchezza complessiva dei risparmiatori europei è cresciuta, seppure in modo irregolare tra paese e paese, del 2,7%, passando da 54.000 a 56.000 miliardi di euro.
Il dato però è molto diverso da paese a paese.
In Italia la ricchezza dei risparmiatori è scesa del 7%, passando da 8.900 a 8.300 miliardi di euro (-622 miliardi), mentre in Germania è cresciuta del 18%, passando da 11.187 a 13.200 miliardi (+2.013 miliardi).
Il grosso della ricchezza europea, secondo Julius Bauer, è concentrato in 4 paesi e cioè Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, che raccolgono complessivamente 40 mila dei 56 mila miliardi di euro di ricchezza complessiva.
Nel Regno Unito la ricchezza dai livelli pre-crisi è diminuita del 2,1%, passando da 9.807 a 9.600 miliardi, in Francia è salita dello 0,2%, passando da 9.478 a 9.500 miliardi. In Spagna e in Grecia i morsi della crisi si sono fatti sentire molto pesantemente.
Gli spagnoli si sono impoveriti del 28%, perdendo 1.432 miliardi da un livello pre-crisi di 5.100 miliardi, mentre in Grecia l’impoverimento è stato del 23%.
Al contrario la Svizzera si è arricchita del 68%.
Lo studio rivela anche che il 10% dei ricchi europei possiedono oltre la metà della ricchezza del Vecchio Continente e l’1% dei super-ricchi possiedono il 27% della ricchezza europea.
Il grosso della concentrazione di ricchezza è calamitato da Germania e Austria, dove l’1% dei super-ricchi possiede rispettivamente il 35% e il 40% della ricchezza totale, contro il 21% dell’Italia e il 15% di Gran Bretagna, Grecia e Olanda.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
LE BORSE AFFONDANO: MERCATI INSODDISFATTI DI DRAGHI E IMPAZIENTI CON RENZI
L’incantesimo si sta rompendo per entrambi. 
Per il primo, Mario Draghi, la bocciatura dei mercati alle parole prudenti e assai poco dettagliate sul piano di acquisto di Abs e covered bond annunciato oggi è stata lampante e rumorosa, con Piazza Affari caduta quasi di quattro punti percentuali.
Per il secondo, Matteo Renzi, dietro gli applausi raccolti nella platea di investitori e banchieri riuniti alla Guildhall, a Londra, il malessere è più sotterraneo, ma lo rileva con assoluta precisione chi, proprio in quella sala, lo ha ascoltato per quasi due ore: “La luna di miele degli investitori con Renzi è finita. Ora dopo gli annunci tutti si aspettano i fatti”, commenta Alberto Gallo, responsabile della strategia sul credito in Europa per Royal Bank of Scotland.
Piccolo passo indietro, ore 17.30.
Il sismografo finanziario della borsa di Milano registra in chiusura una delle sedute più difficili da molte settimane a questa parte, con il Ftse Mib a quota -3,92%, sceso per la prima volta dal 22 agosto scorso sotto quota 20 mila punti.
È la traduzione numerica di una giornata molto difficile per il numero uno dell’Eurotower.
L’uomo che, poco più di due anni fa, con tre parole (“Whatever it takes”) era riuscito a condurre l’Europa fuori dalla crisi del debito, oggi si è dovuto scontrare con il mal di pancia dei mercati per le misure descritte dall’ex governatore di Bankitalia.
Il giudizio degli analisti è pressochè unanime: la delusione “si sarebbe diffusa per la mancanza di un punto di riferimento chiaro ed esplicito sull’ammontare di asset acquistati dalla Bce”, rileva Vincenzo Longo, market strategist dell’ufficio studi ig interpellato da Radiocor.
Per Marco Valli, capo-economista per l’eurozona di Unicredit, Draghi è “rimasto piuttosto sul vago in merito al volume della prevista espansione di bilancio” attraverso i piani di acquisto di Abs e Covered Bond.
Mettere in vetrina l’arsenale, come Draghi ha fatto negli ultimi mesi elencando tutti gli strumenti messi in campo dall’Eurotower, rischia di non bastare più: occorre cominciare a sparare. “Oggi è mancato un elemento fondamentale — spiega ancora Gallo ad Huffpost -, i dettagli. E non averli forniti oggi rappresenta senz’altro un segnale negativo. Dimostra la difficoltà ad implementare le misure annunciate, dovute alla mancanza di consenso intorno agli interventi della Banca Centrale e al freno che alcuni governi, come quello tedesco, stanno mettendo alle iniziative di Draghi”.
La strada quindi, è strettissima. “La Bce in questo momento sta cercando di prendere tempo, ma anche a questo c’è un limite”.
Lo stesso tempo che gli investitori rischiano di non concedere più al premier, che poco più di sei mesi dopo un incontro analogo organizzato nella City, si è ripresentato a Londra per rilanciare la propria agenda di governo.
Ma il clima, da allora, è cambiato molto.
Non solo il peggioramento del quadro economico, che ha visto in poco più di un semestre ribaltare le stime di crescita del governo in un cupo -0,3% previsto per la fine dell’anno.
Ma anche i grandi capitali, malgrado gli endorsement pubblici dei top manager più di bandiera che di sostanza, rischiano di cominciare a guardare l’orologio.
Tanti annunci non si sono ancora concretizzati in tante riforme.
Oggi, proprio nella sala londinese, il premier ha fissato due altre importanti scadenze. La prima, sul Jobs Act, che “sarà possibile fare entro un mese”.
La seconda, sull’intero pacchetto di riforme, il cui percorso si potrà concludere “entro sei mesi”.
“È una scadenza molto ambiziosa — conclude Gallo — effettivamente non è facile implementare tutti questi cambiamenti in così poco tempo. Forse ci vorranno più di sei mesi di tempo, ma non so se il mercato potrà aspettare più a lungo di così”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile
L’ITALIA FIRMA UNA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA CAPESTRO: 50 MILIARDI DI TASSE IN TRE ANNI SE LA RICETTA DEL GOVERNO NON SORTISSE EFFETTI
“In termini cumulati la caduta del Pil in Italia è superiore rispetto a quella verificatasi durante la
Grande depressione del ’29”. E’ la conclusione a cui è arrivato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con l’aggiornamento del Documento di economia e finanza.
“L’area dell’euro è a un bivio”, aggiunge il ministro sottolineando che i Paesi in assenza di interventi “rischiano di avvitarsi in una spirale di stagnazione e deflazione”.
Quindi “occorre muovere con decisione su più fronti nella consapevolezza che in assenza di una ripresa robusta la tenuta del tessuto produttivo e sociale risulterebbe a rischio, la ricchezza delle famiglie minacciata, le prospettive dei giovani compromesse”.
Dal canto suo l’Italia mette un punto fermo sugli impegni presi garantendo fin da ora che se non ce la farà nel 2015, l’anno successivo i soldi mancanti saranno chiesti ai contribuenti e scatteranno in automatico gli aumenti dell’Iva e delle altre imposte indirette per un controvalore di 12,6 miliardi sul 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e 21,4 miliardi nel 2018.
L’impegno è scritto nero su bianco in coda alla nota di aggiornamento del Def approvata dal Consiglio dei Ministri di martedì sera, dove si certifica che a peggiorare le attese sui conti pubblici c’è innanzitutto un apporto meno ricco del previsto dalle cosiddette privatizzazioni per un peso inferiore alle stime calcolabile in 0,4 punti di Pil nel 2014, al quale si somma un fabbisogno che sarà superiore di 0,7 punti rispetto alle previsioni.
Sono queste, insieme alla minor crescita, due componenti che — secondo quanto riportato nel Documento di economia e finanza (Def) — porteranno il debito pubblico a fare un salto di 3,7 punti rispetto al 2013.
Se l’Italia non rispetterà impegni scatteranno rincari per 51 miliardi in 3 anni
Questo, in sintesi, il documento, che termina con dettagliatissime risposte ai rilievi Ue, fa slittare il pareggio di bilancio al 2017 e punta sui tagli di spesa.In coda a tutto, per rassicurare i “guardiani” di Bruxelles, la clausola di salvaguardia sulle aliquote Iva e sulle altre imposte indirette.
Una stangata che si punta ad evitare ma che vale complessivamente oltre 50 miliardi nel triennio 2016-18 e sarà contenuta nella legge di Stabilità .
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