Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile
PROPENSIONE AL RISPARMIO… DE RITA: “LE ELARGIZIONI DI RENZI AVREBBERO BISOGNO DI UN SENSO”
“Il problema degli 80 euro di Renzi è che non hanno un senso”. Giuseppe De Rita, presidente del
Censis, al termine di una conversazione su cosa sta accadendo al risparmio degli italiani, commenta così quello che è avvenuto con gli stimoli all’economia ideati dal presidente del Consiglio.
“Visto il contesto in cui ci troviamo quella somma è stata troppo poco ma soprattutto non ha avuto una chiara finalità , qualcosa che motivasse davvero la spesa. Nessuno impegna i pochi soldi a disposizione se non ha un buon motivo per farlo”.
Il giudizio non vuole essere impietoso. Anzi, assomiglia più a un consiglio.
I numeri di cui parla il Censis sono tratti dal Diario della transizione da cui emerge una fotografia sul risparmio degli italiani che ben descrive l’attuale situazione di stallo.
“Negli anni della crisi — si legge — gli italiani hanno preferito tenere i soldi cash o fermi sui conti correnti, a disposizione per ogni evenienza”.
Il punto che Renzi ha sottovalutato è esattamente questo.
Il valore di contanti e depositi bancari è aumentato di 234 miliardi di euro negli ultimi sette anni.
“Le consistenze sono passate dai 975 miliardi di euro del 2007 a una massa finanziaria di 1.209 miliardi nel marzo 2014, con un incremento del 9,2% in termini reali”.
Si tratta del 30% delle attività finanziarie delle famiglie mentre erano solo il 25% nell’anno prima della crisi.
A descrivere il quadro di una incertezza crescente c’è anche il dato sugli investimenti in assicurazioni e fondi pensione aumentati nel periodo preso in esame di 125 miliardi di euro (+7,2%).
Allo stesso tempo si sono azzerati i consumi (-7,6% dal 2007 a oggi), dimezzati gli investimenti immobiliari (dalle 807 mila compravendite di abitazioni del 2007 alle 403mila del 2013), con una frenata complessiva dettata dalla crisi.
L’impatto della crisi è, secondo De Rita, fondamentale.
“Gli italiani non vedono nel risparmio un valore tradizionale, il loro comportamento è legato al periodo storico”.
E l’attuale periodo storico è legato a quella che il sociologo chiama “sobrietà ” . “Torna in auge il ‘genio contadino’, lo stesso che si è messo all’opera subito dopo la guerra. Non si tratta di paura, come crede Renzi, ma di prudenza, cautela, attesa di una prospettiva”.
I dati pubblicati dalla Banca d’Italia confermano questo giudizio.
Su oltre 9 mila miliardi di ricchezza delle famiglie, la parte del leone, oltre 5 mila miliardi, è fatta dalla ricchezza “reale”, per lo più le abitazioni (4.800 miliardi) i cui prezzi però sono scesi.
In aumento, invece, la ricchezza finanziaria che nel 2013 è cresciuta del 2,1% arrivando alla cifra di 3.896 mila miliardi di euro.
Questa “ricchezza” è concentrata nelle attività più liquide: il 27% (dato di fine del 2013 ma la percentuale, come visto, è in salita) in depositi bancari e il 7% in altre voci ancora più liquide come biglietti e monete, conti correnti postali, crediti commerciali. In totale fanno 1.320 miliardi di euro a disposizione degli italiani, tenuti a portata di mano o di bancomat.
Meno liquidi, ma percepiti come molto sicuri, le assicurazioni e i fondi pensione, compresa la la liquidità del Tfr, quella stessa che Renzi vorrebbe mettere direttamente in busta paga: si tratta di oltre 700 miliardi, il 18,2% del totale.
Le obbligazioni, cioè i titoli pubblici, ma non solo, ammontano a 624 miliardi e rappresentano il 18,6% mentre è più alta, anche grazie all’aumento del valore dei titoli in Borsa, la quota di azioni che ammonta a 916 miliardi, il 22,1% del totale.
Più ridotta, anche se in forte crescita, la quota dei fondi comuni: 308 miliardi, il 7%. A questa ricchezza complessiva occorre però detrarre la passività composta dai debiti. Soprattutto quelli bancari che ammontano a 602 miliardi, il 65% del totale di 921 miliardi.
All’interno di questo quadro c’è un alto grado di diseguaglianza.
Come sottolinea il rapporto della Banca d’Italia, nel 2012 — ultimo anno in cui i dati sono disponibili — la ricchezza detenuta dal 10% delle famiglie più ricche ha raggiunto il 46,6% del totale. Era “solo” il 45,7% nel 2010.
I dati non devono trarre in inganno perchè la complessiva propensione al risparmio in Italia è in discesa libera da circa venti anni.
Nel periodo 1992-’96 (dati Istat) la percentuale del risparmio sul reddito disponibile ammontava al 20,7% mentre nel 2012 si è ridotto all’8,2.
Questo in un contesto di contrazione drastica del potere di acquisto delle famiglie che nei cinque anni di crisi, dal 2008 al 2012, è scesa del 9,8%.
“Con gli anni 90 — dice ancora De Rita — è iniziata una fase di ‘galleggiamento’ e di attesa anche per effetto del differente sistema di conteggio monetario dovuto all’euro. Gli italiani si sono pian piano abituati a prezzi che di fatto erano il doppio di prima. A metà degli anni 2000, poi, è cominciata la crisi”.
Tutto diverso da quanto avveniva tra la fine degli anni 60 e la metà degli anni 80 quando la propensione al risparmio, pur alta, si è tradotta in una grande disponibilità a investire.
“Il numero delle imprese industriali, ricorda De Rita, è passato da 480 mila del 1971 a 980 mila nel 1981”. Segno di una “voglia di crescere e di investire”.
Oggi nessuno ha voglia di investire e lo dimostrano gli oltre mille miliardi lasciati su depositi bancari con tassi di interesse quasi nulli.
“Per investirli occorre dare incentivi, costruire finalità efficaci come la spinta alle ristrutturazioni domestiche”.
In fondo, conclude De Rita, il senso complessivo di un Paese è dato dalla somma di tante finalità individuali”. Renzi ha offerto 80 euro e altrettanti si appresta a offrirne con il Tfr in busta paga.
Ma non ha ancora trovato un senso a questa storia.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO RADIOCOR MEZZA MANOVRA FINANZIATA CON AUMENTO DEFICIT PIL (10 MILIARDI)…5 MILIARDI DALLO SPREAD E 3 DALL’EVASIONE, POCO DAI TAGLI
Dopo il braccio di ferro di ieri tra Palazzo Chigi e ministero dell’Economia sulla data del Consiglio dei
ministri, i tecnici del Tesoro – secondo quanto si apprende – hanno ottenuto più tempo per ultimare la scrittura del Def.
La riunione dell’esecutivo, inizialmente prevista per le 11 di questa mattina, e’ stata posticipata alle 18.30.
Il giallo del Documento di economia e finanza.
Per tutto il pomeriggio, tra Palazzo Chigi e Via XX settembre, c’è stato un rimpallo di semi-notizie sulla data di approvazione del Def da parte del Cdm.
Da una parte il ministero del Tesoro chiedeva che il Def arrivasse sul tavolo del governo il primo ottobre, data annunciata nell’agosto scorso, dall’altra il premier spingeva per domani.
Gli uffici del Tesoro volevano prendersi tutto il tempo a disposizione ma poi Renzi ha premuto sull’acceleratore annunciando l’approvazione del Documento nel Cdm di domani mattina.
Fatto sta che i tecnici sono ancora a lavoro per limare il documento, che sarà la struttura sulla quale si baserà la Legge di stabilità .
Di fatto non e’ pronta la parte programmatica e l’eventuale capitolo sull’impatto che le riforme avranno sull’economia italiana.
A nulla sono servite le sollecitazioni da parte del Tesoro affinchè il Cdm venisse convocato per il primo ottobre.
Alla fine ha deciso Renzi, ma buona parte della scrittura ancora e’ da ultimare.
Oggi invece l’Ufficio parlamentare di Bilancio ha dato il via libera al quadro macroeconomico tendenziale.
“Ci costa, ma rispetteremo il limite del 3%” nel rapporto deficit-Pil, così come chiede l’Unione europea, ha detto Matteo Renzi.
Attorno a questa premessa, attorno a questo “ci costa” si basa il Def. “Il danno reputazionale che deriverebbe dal mancato rispetto del vincolo — spiega il premier nel corso della Direzione del partito – sarebbe più grave rispetto ai vantaggi che avremmo nel superarlo”.
Dunque il tetto non si tocca ma, in cambio del rispetto dei limiti, l’Italia chiede all’Ue lo slittamento di un anno, al 2017, del pareggio di bilancio pieno. Forse anche al 2018.
Alcune anticipazioni, sull’aspetto programmatico, le ha fornite Renzi durante la Direzione del partito.
Il Def metterà nero su bianco che nella legge di stabilità sarà previsto il mantenimento del bonus di 80 euro per 11mila persone.
E poi ancora ci saranno 1,5 miliardi per i nuovi ammortizzatori sociali, un miliardo per gli investimenti nella scuola, 1,5 miliardi di spazio di impatto per i Comuni e 2 miliardi destinati alla riduzione del costo del lavoro.
Oltre a queste spese, bisogna poi aggiungere quelle indifferibili e già programmate.
In tutto fanno all’incirca 22miliardi.
Da dove prenderli? Quali saranno le coperture?
L’idea, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Radiocor, sarebbe quella di collocare nel il deficit attorno al 2,9%.
In questo modo, con lo scarto di sei decimi di punto tra deficit tendenziale (2,3%) e deficit programmatico (2,9%) si ricaverebbero 10 miliardi da destinare alla crescita. Ciò favorirebbe una scrittura più facile della legge di stabilità .
La spending review dei ministeri non ha ottenuto i risultati sperati, ma 3 miliardi sono stati recuperati dalla lotta all’evasione, e a questi si sommano i 5 mld di minor spesa per interessi sul debito per il calo dello spread.
Va da sè che a questo punto servirebbero solo pochi miliardi di tagli alla spesa pubblica per far quadrare i conti.
Comunque sia il tasso di crescita — secondo quanto riportato nel Def – sarà ancora negativo, con il Pil in calo dello 0,2/0,3%, forse anche dello 0,4%, contro il +0,8% previsto in precedenza.
Dovrebbe calare però il debito, attestandosi sotto il 130%, per effetto del nuovo metodo di calcolo previsto dalle regole europee.
Questi dati, secondo il ministero del Tesoro, scongiurano, per quest’anno, una manovra correttiva.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
PERCHE’ RENZI NON RIDIMENSIONA QUESTI A COSTO ZERO?
Matteo Renzi ha dichiarato guerra ai “poteri forti”.
Alla domanda di un giornalista che gli chiedeva in cosa consistessero i poteri forti, e cosa intendesse fare, il nostro premier ha preferito glissare.
Non sappiamo perciò cosa abbia in mente, oltre forse il sindacato e la battaglia sull’articolo 18.
Vorremmo allora suggerirgli due poteri davvero forti che può fortemente ridimensionare senza bisogno di alcun passaggio parlamentare.
Gli basterà utilizzare la forza datagli dal voto delle primarie e dal voto europeo.
Il primo è rappresentato dalla lobby delle concessioni autostradali. Oggi costituiscono una barriera importante alla mobilità del lavoro: milioni di italiani pagano i pedaggi autostradali ogni giorno per recarsi dove lavorano.
E i pedaggi continuano ad aumentare (4 per cento quest’anno e l’anno scorso a fronte di un’inflazione vicina allo zero), nonostante il traffico sia in forte riduzione, un caso tipico di abuso del potere di monopolio che viene loro concesso dallo Stato.
Aumentano i profitti delle concessionarie, che registrano redditi lordi (prima di imposte e interessi) del 60%, mentre calano gli investimenti nella rete, che intervengono comunque sempre in ritardo rispetto ai piani concordati.
Come spiega molto bene Giorgio Ragazzi su lavoce. info, nonostante tutto questo le concessionarie continuano ad ottenere proroghe e l’art. 5 dello sblocca-Italia estenderà le concessioni del gruppo Gavio addirittura fino al 2038.
Insomma, mentre si decide giustamente di abolire i senatori a vita, si istituiscono le concessionarie autostradali a vita
Una seconda potente lobby che blocca il nostro Paese è rappresentata dalle fondazioni bancarie, vero e proprio cavallo di Troia della politica nel nostro sistema bancario e finanziario.
Continuano a tenere sotto controllo le banche con quote importanti e nominando i consiglieri d’amministrazione: il 50% delle fondazioni ha quote superiori al 5% nelle banche conferitarie, il 31% detiene più di un quinto delle quote, il 15% addirittura più del 50%.
Le due banche più grandi – San Paolo e Unicredit – sono dominate dalle fondazioni. Ridurre l’ingerenza della politica nelle banche, impedire che si passi dalla politica alle banche per tornare alla politica come se si stesse salendo su un tram (il caso di Sergio Chiamparino) o che un legislatore di fondazioni entri con disinvoltura in un consiglio (è il caso di Roberto Pinza) è fondamentale per almeno tre motivi.
Primo, perchè una buona struttura proprietaria rende più efficiente il sistema finanziario facendo sì che i soldi vadano a chi li merita maggiormente perchè ha idee migliori anzichè a chi è più connesso con i politici.
Di riflesso, il sistema bancario è più stabile rendendo il Paese meno vulnerabile alle crisi. È la ragione che ha portato l’Fmi e la Banca d’Italia nell’ultima relazione a riproporre questo tema.
Secondo, perchè staccandole dalle banche si salvano le fondazioni da morte certa e si proteggono quelle funzioni di utilità sociale che questi enti dovrebbero perseguire (hanno in media calato le loro erogazioni del 30% negli ultimi 3 anni).
Terzo, perchè si riconducono i partiti alle loro funzioni primarie. Se vogliono occuparsi di credito, lo facciano in Parlamento.
Sia nel primo caso, che nel secondo non c’è bisogno di alcuna legge. Per le autostrade basta semplicemente mettere a gara le concessioni, rimettendo mano allo sblocca-Italia. Anche per le fondazioni nessuna legge è richiesta: la legge c’è già e prevede la separazione tra fondazioni e banche.
Viene sistematicamente disattesa come documentano, tra gli altri, i casi macroscopici di Siena, Genova, Ferrara, Teramo, Pesaro, Macerata, Saluzzo e Bra.
Manca un atto di volontà di chi oggi gestisce le fondazioni di fare quello che, oltre alla legge, suggerisce anche il buon senso: vendere le partecipazioni nelle banche e investire nel settore del credito tanto quanto investono nell’alimentare.
Basterebbe che Renzi, come segretario del Pd, impegnasse il suo partito a far uscire le fondazioni dalle banche liquidando le partecipazioni nelle banche conferitarie, chiedendo ai membri del suo partito che occupano posizioni di rilievo nelle fondazioni di procedere in tal senso.
Gli esempi non mancano: il presidente della Fondazione Banco di Sardegna è un ex senatore del Pd e la fondazione controlla il 49% del Banco di Sardegna; le fondazioni, secondo la ricostruzione del Fondo monetario internazionale, esprimono oltre i due terzi dei boards di Unicredit e Intesa San Paolo; il caso della Fondazione Monte Paschi è sotto gli occhi di tutti
Il premier Renzi ha giustificato il capitale politico da lui investito nella riforma del senato, paragonando questa riforma al pin che serve per poter fare le telefonate da un cellulare: fatta quella riforma, ha sostenuto il nostro presidente del Consiglio, si potrà iniziare a riformare pezzo per pezzo il Paese dove è necessario.
Varare le leggi però è laborioso, soprattutto quando, usando la sua stessa metafora, non si possiede ancora il pin.
I due interventi che suggeriamo su autostrade e fondazioni sono molto importanti, molto utili e “scrostanti” e possono essere attuati fin da subito senza approvare leggi, senza decreti e senza bisogno di formare altre maggioranze, ma usando il potere che gli è proprio e quel consenso enorme che ha ottenuto alle primarie del suo partito e poi alle elezioni Europee.
Servirà per favorire la mobilità e la miglior allocazione delle persone e dei capitali, due cose di cui il Paese ha immenso bisogno per uscire dalla stagnazione.
Tito Boeri e Luigi Guiso
(da “La Repubblica”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
E UNO DEGLI UOMINI PIU’ RICCHI D’ITALIA DIFENDE ANCHE MARINO
Francesco Gaetano Caltagirone si schiera con Matteo Renzi. “Sta mostrando pochissima disponibilità ad essere manipolato, e gli va riconosciuto. È dotato poi di una grande energia e di un forte desiderio di risolvere i problemi. Ed è giusto che non si arrenda a quella continua mediazione tipicamente italiana. A tavola c’è un bicchiere per l’acqua e uno per il vino. Se si mescolano i due liquidi, si ottiene una bevanda assai mediocre. Insomma, l’assidua mediazione è nemica dell’eccellenza. Soprattutto se si tratta non di idee, ma di interessi”.
In un’intervista al Corriere della Sera l’imprenditore, uno degli uomini più ricchi del Paese, patron dell’omonimo gruppo, attivo su diversi fronti dall’edilizia all’editoria (ad esempio Il Messaggero), nonchè vice presidente di Generali Assicurazioni, parla dell’Italia, ma soprattutto della sua città , Roma.
“I mali di Roma fanno parte dei mali d’Italia, e in più Roma ha i mali di Roma”. Caltagirone afferma di “soffrire assistendo alla sua attuale decadenza”, che è questione di lunga durata.
Se La Grande Bellezza è “un gran film” su Roma, la bellezza “non basta per una città contemporanea”.
Per Caltagirone “io posso avere la più bella Ferrari del mondo, ma senza carburante non mi serve a niente. Roma è sicuramente la più bella città del pianeta, ma oggi le manca il carburante. Un tempo era per esempio la sede dell’Iri, dell’Ina, della Stet, della terza banca italiana, cioè il Banco di Roma. Oggi Roma ha meno banche di una capitale di un piccolo Paese, come Lisbona o Atene”.
L’imprenditore osserva a Roma da un lato “la fine di una cultura industriale” e dall’altra “la riduzione del peso dello Stato centrale, della devoluzione di molte mansioni alle Regioni e l’emigrazione di grandi realtà fuori Roma forse non difesa abbastanza dai precedenti sindaci. Meglio Milano — aggiunge Caltagirone — al declino dell’industria ha risposto attirando terziario e servizi. Applausi”.
Caltagirone non affonda la sua critica nei confronti del sindaco Ignazio Marino.
“Quando seppi di Marino, mi sembrò l’ennesima scelta verticistica di un partito che mandava lì un proprio uomo per poterlo manovrare. Non è stato così”.
Questo perchè sebbene lo abbiano chiamato “il Marziano a Roma”, conoscendolo “non è certo un marziano. Penso — prosegue — che possa rappresentare un valore per Roma se continuerà con la sua indisponibilità a essere manovrato, se si circonderà di persone di livello che ha cominciato a fare. Sono insomma convinto che possa contribuire a moralizzare questa città , per togliere di mezzo le famose incrostazioni, dalle piccole ai grandi sistemi”.
Non apprezza tuttavia la scelta di pedonalizzare i Fori Imperiali: anzi, si dice “dispiaciuto”, perchè “poter passare ogni giorno di fronte alle radici stesse della città e di una così grande civiltà sprona a grandi cose e ne mantiene un legame vivo, attuale”.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
DALLA MANCANZA DI POTERI DEL PREMIER AL SUPERAMENTO DELL’ART.18 PASSANDO PER LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: SONO DIVENTATI I TEMI DEL GOVERNO
Pochi giorni fa Silvio Berlusconi, con non scontata lucidità , ha definito sè una bandiera a
mezz’asta.
E però, per paradosso, proprio oggi sventolano in sommità del pennone le battaglie di un ventennio, combattute e mai vinte per colpe varie, del centrodestra e non soltanto. In queste settimane si racconta del milione abbondante di manifestanti radunati al Circo Massimo dalla Cgil di Sergio Cofferati nel marzo del 2002 in difesa dell’articolo 18, ma non sarà inutile ricordare una direzione nazionale dei Democratici di sinistra (4 dicembre 2001, segretario Piero Fassino) che produsse un ordine del giorno per emettere condanna contro «l’attacco condotto dal governo Berlusconi all’articolo 18», e cioè «uno degli architravi del nostro diritto del lavoro e delle moderne relazioni industriali»; evviva, dunque, alla «ritrovata unità dei sindacati confederali». Massimo D’Alema – ora dipinto come un anticipatore della riforma proposta da Matteo Renzi – scrisse una lettera al Corriere della Sera e puntualizzò il suo pensiero: «Proposte confuse, inique, controproducenti». Lui comunque l’articolo 18 non aveva mai inteso sfiorarlo.
Se Berlusconi non la spuntò dipese dai tremori della sua maggioranza, dall’opposizione sdegnata della sinistra, soprattutto dalla forza ora annacquata della Cgil
Eppure Berlusconi non ebbe mai gli atteggiamenti sprezzanti riservati da Renzi ai sindacati: lui li incontrava, talvolta sosteneva la necessità di «un dialogo serrato», magari li accusava di essere «campioni del conservatorismo», esprimeva aperto fastidio per il rito superato e al ribasso della concertazione.
Non è che ora si parli d’altro.
E però Renzi combatte contro un avversario indebolito dalla storia e spiazzato da ceffoni che arrivano da sinistra: il premier si fa riprendere dallo smartphone e replica a Susanna Camusso che lui non ha un bel niente da concertare con chi invece di difendere i lavoratori ha difeso ideologie del secolo passato.
Insomma, siamo ancora lì. Siamo al tema centralissimo e ripetuto a noia da un sempre più prolisso Berlusconi sull’impossibilità di governare: si metteva davanti a pubblico e telespettatori e si prendeva delle mezzore per descrivere l’iter infinito di una legge, fra commissioni, doppia lettura (Camera e Senato), dominio del parlamentarismo, controlli costituzionali: tutte cose eccellenti in tempi in cui la rapidità non era richiesta.
Berlusconi disse nei suoi modi sempre un po’ dozzinali che per guadagnare tempo sarebbe stato utile far votare soltanto i capigruppo (ma aggiunse: «Chi non è d’accordo può votare contro o astenersi»); in confronto quello del Movimento cinque stelle è un capolavoro: si chiama «traditore» chi vota in dissenso e lo si caccia, e il vicesegretario del Pd, Debora Serracchiani, teorizza il dibattito ma poi non sono ammesse defezioni (intanto che Renzi studia il modo di rafforzare i poteri dell’esecutivo, e nel frattempo pure lui comanda tramite i decreti d’urgenza, per i quali l’urgenza non è evidentemente più un requisito).
Quelli di destra, si diceva, avevano la solita tentazione totalitaria, e qualcosa del genere lo si attribuisce a Renzi, ma fra i partiti è poca roba, il più viene da fuori il Parlamento, da giornali, da intellettuali.
Chissà allora se è proprio un paradosso, o se invece è la logica conseguenza che, declinante Berlusconi, dilaghi la sua dottrina, specie a sinistra.
Il nuovo Pd non soltanto abbandona la complicata teoria di Padoa Schioppa sulla bellezza delle tasse, ma le abbassa (gli 80 euro) e promette di abbassarle ulteriormente.
Contrasta tremontianamente il rigore europeista, punta verdinianamente a una legge elettorale che premi il partito e non la coalizione, sfida brunettianamente il tempio della pubblica amministrazione, e si intravede semmai il pericolo che tutte queste riforme berlusconianamente non vengano approvate.
Sarà interessante soprattutto vedere che sarà di quella della giustizia: il concetto di inchieste a orologeria, spuntato di colpo fuori da Forza Italia, e le geremiadi di Luigi De Magistris (prima erano corrotti i politici, ora i giudici), hanno reso evidente – se ce n’era bisogno – che i rapporti fra politica e magistratura sono da ridefinire, dopo un ventennio di parziale e colpevole cessione di sovranità alle procure.
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
COI CRITERI STATISTICI VOLUTI DALLA UE IL PRODOTTO DAL 2011 RISULTA PIÙ RICCO DI 60 MILIARDI L’ANNO, IL DOPPIO DELLE STIME… RISULTATO: NON SFOREREMO IL 3%
Dio benedica l’Istat e il nuovo metodo europeo di calcolo del Pil (il cosiddetto Sec 2010), quello che conteggia le attività illegali come droga e prostituzione e, tra l’altro, inserisce i costi di ricerca e sviluppo tra gli investimenti.
Se Matteo Renzi non l’ha pensato è un ingrato: aveva detto che sarebbe stata “robetta” — e gli esperti parlavano di una revisione al rialzo tra l’1 e il 2% — e invece dai dati diffusi ieri il Prodotto italiano nel 2013 coi nuovi metodi di calcolo è risultato più grande di 58,8 miliardi, cioè del 3,8% rispetto a prima (stesse grandezze, all’ingrosso, per il 2011 e 2012).
L’effetto è benefico pure per i conti pubblici, ovviamente: il debito dello Stato al 31 dicembre scorso, ad esempio, cala in rapporto al Pil di oltre quattro punti e mezzo (al 127,9% invece che 132,6); il deficit migliora di 0,2 punti e passa dal 3% al 2,8.
Ovviamente non cambia niente, non siamo davvero più ricchi e come vedremo la recessione è tutt’altro che finita, ma per il governo è un’ottima notizia.
Il Tesoro, infatti, sta riscrivendo il Documento di economia e finanza (Def) proprio coi nuovi criteri statistici e l’effetto sui numeri — anche se per il 2014 non ufficiali — dovrebbero essere gli stessi: lo dice la serie storica Istat col nuovo calcolo (l’aumento nominale è sempre attorno ai 60 miliardi) e alcune indiscrezioni parlamentari.
La cosa non è senza effetti per la vita travagliata di Pier Carlo Padoan e del suo premier: significa che per il 2014 — nonostante il peggioramento del quadro generale — probabilmente non sarà necessaria una manovra per restare sotto il 3% nel rapporto deficit/Pil (non che Renzi avesse intenzione di farla comunque il Sec 2010 gli regalerà almeno uno 0,2%, tre miliardi e un po’) e una bella mano potrebbe arrivare anche sul 2015.
Tradotto: se vuole confermare gli 80 euro, il taglio dell’Irap e tutte le altre cosette annunciate (a partire dai nuovi ammortizzatori sociali post-Cassa integrazione) deve tagliare sempre 20 miliardi nel 2015 come promesso, ma almeno non farà fatica a tenersi lontano dal rispetto dei parametri di Maastricht (dando per scontato che le previsioni del Fiscal compact, tipo il pareggio di bilancio, rimarranno solo sulla carta intestata di Bruxelles).
I motivi per gioire, però, finiscono qui.
Per quanto attesi, al ministero dell’Economia hanno guardato con terrore ai dati pubblicati ieri (l’Istat dà e l’Istat toglie) sull’industria italiana: il fatturato del settore, a luglio, ha fatto registrare un calo dell’1%, che contribuisce a produrre un calo cumulato per i primi sette mesi dell’anno dell’1,3; sempre a luglio anche gli ordinativi sono risultati in discesa (per il terzo mese di fila) di un rilevante -1,5% con un risultato negativo su base annua 0,7.
Numeri che certificano, anche solo intuitivamente, che il Pil italiano cresce solo grazie ai nuovi metodi statistici, mentre nella realtà la situazione è persino peggiore di quella che l’opinione pubblica e la politica sembrano percepire.
Questi due numeri sono infatti assai più preoccupanti nel momento in cui si scende nei dettagli.
La prima notazione, e forse la più importante, è che tanto il fatturato che le commesse calano sia in Italia che all’estero: il buon andamento delle esportazioni, finora, era l’unica notizia positiva sull’economia italiana di questi ultimi anni. Ora anche la domanda estera crolla.
Il secondo dato notevole è che la dinamica degli ordini all’industria è considerato un dato spia, nel senso che è capace di anticipare l’andamento del ciclo di sei-otto mesi: ebbene quell’indice è in calo da tre mesi.
Spiega Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, il centro studi fondato da Romano Prodi: “Il dato Istat sul fatturato di luglio è in linea con quello, già noto, relativo alla produzione industriale. Inoltre non è solo il mercato interno a flettere: anche quello estero si è indebolito durante l’estate. Più preoccupante è l’informazione sugli ordinativi che prefigurano la tendenza futura”, prosegue De Nardis: “Il calo rilevato in luglio segnala la prosecuzione della fase negativa sul mercato interno e — ancor più — su quello estero.
Questi indicatori sembrano puntare a un terzo trimestre peggiore del secondo.
Essi ci dicono inoltre che la recessione, iniziata a metà 2011, non si è mai interrotta”. E ancora — c’è da aggiungere — non si sono manifestati appieno gli effetti delle sanzioni economiche alla Russia, paese in cui esportiamo abbastanza.
A questo punto bisogna solo capire se arriveranno prima le elezioni o il brusco risveglio degli italiani.
Marco Palombi
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
“BLOCK BCE” E’ L’APPUNTAMENTO CHE IL 2 OTTOBRE VEDRA’ MOBILITATE LE SIGLE CHE CONTESTANO LA POLITICA DELLA BANCA CENTRALE
“Jatevenne”. Gli attivisti dei centri sociali di Napoli si preparano ad assediare la Bce. Il 2 ottobre nella città partenopea sono attesi i membri del consiglio direttivo della Banca centrale europea.
Una riunione a cui diversi movimenti sociali non intendono mancare: “Assedieremo il vertice” è il messaggio che sta circolando da diversi giorni sui social network.
Gli attivisti hanno creato una pagina Facebook che intende raccogliere tutti coloro che vorranno unirsi alla manifestazione in programma per quella che sarà la “Quinta Giornata” di Napoli.
Si chiama “Block Bce”: nell’immagine è raffigurato un pulcinella incatenato dalla Bce, da un lato, ed una donna, forconi in mano, con la scritta ‘stop austerity’ sulla maglietta che insegue la Bce formato maiale.
L’obiettivo è la “liberazione dalla dittatura finanziaria, Napoli si deve mobilitare”. Prima del corteo che si muoverà il giorno del vertice della Bce, ci saranno altri incontri preparatori, per coinvolgere il maggior numero di sigle e gruppi sociali, dai disoccupati ai movimenti per la casa.
“Ma anche chi solitamente non si interessa a queste tematiche, chi resta fuori dalle mobilitazioni”, dice uno dei gli attivisti. In via Mezzocannone, dove c’è una delle sedi dell’Università di Napoli Federico II, già si sono svolte varie assemblee.
E diverse sigle hanno risposto all’appello, come i Collettivi autonomi studenteschi, il Laboratorio occupato Ska e il Quarto mondo.
La prossima settimana, anticipano i movimenti, si svolgeranno incontri nelle università , concerti in piazza.
Poi, oltre alle Quattro giornate di Napoli, i movimenti ‘festeggeranno’ la Quinta giornata, il 2 ottobre, quando si svolgerà la manifestazione di “assedio e di protesta”.
Secondo gli organizzatori della manifestazione, “è evidente che la scelta di Napoli non cade casualmente. Una città simbolo della disoccupazione, del lavoro nero, della precarietà per significare “’attenzione dei signori dell’euro ai tanti sud dell’Unione Europea. Sud che invece, come rivelano tutti gli indicatori economici, hanno subito più di altri l’effetto del loro governo della crisi, approfondendo il divario dei redditi e dell’occupazione fino a precipitare in una situazione sociale drammatica”.
Quindi l’appello a precari, studenti, disoccupati, senza casa, lavoratori sempre più sfruttati, i tanti comitati territoriali a mobilitarsi per “una contestazione che contrapponga all’Europa autoritaria e antipopolare della Trojka e della moneta una prospettiva di emancipazione, diritti e cambiamento radicale costruita a partire dalle lotte sociali”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
OCSE: “ITALIA – 0,4% NEL 2014″… MENTRE LA GERMANIA CRESCERA’ DELL’1,5% E LA FRANCIA DELLO 0,4%
Doccia gelida per l’Italia dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. L’Ocse ha tagliato drasticamente le stime di crescita per il Paese, arrivando a prevedere che quest’anno il prodotto interno lordo crollerà dello 0,4%, contro il +0,5% stimato solo a maggio. E’ l’unico dato negativo tra i Paesi del G7 e, se si verificasse, sarebbe uno scenario molto peggiore di qualsiasi altra previsione recente.
Nessun istituto di ricerca, infatti, “vede” un calo del genere, nonostante il -0,2% registrato dall’Istat nel secondo trimestre: finora il quadro più pessimistico era quello delineato dall’agenzia di rating Moody’s, che in agosto ha prefigurato per l’anno scorso una contrazione limitata però allo 0,1%.
Mentre Standard&Poor’s si limita a prevedere una crescita zero.
Solo nel 2015, secondo l’organizzazione parigina, ci sarà una timida ripresa dello 0,1%. Contro il “corposo” +1,1% della precedente stima.
Per l’area euro l’Ocse prevede una crescita quest’anno dello 0,8%, in accelerazione all’1,1% nel 2015.
Il Pil dovrebbe aumentare in Germania dell’1,5% sia quest’anno che il prossimo, mentre in Francia il prodotto interno lordo dovrebbe assestarsi allo 0,4% nel 2014 e all’1% nel 2015. Una ripresa con il freno a mano tirato, insomma.
Il recupero in Eurolandia “rimane deludente, specialmente nei Paesi più grandi: Germania, Francia, Italia”, scrive l’Ocse nell’Interim economic essessment.
Ma “mentre la ripresa in alcune economie periferiche è incoraggiante, altri Paesi fronteggiano ancora sfide strutturali e di bilancio, insieme al peso di un alto debito”.
L’identikit è esattamente quello di Roma.
Al contrario la ripresa “è solida” negli Stati Uniti, si sta rafforzando in India ed è in linea in Giappone e Cina.
“L’inferiore sincronizzazione economica dei diversi Paesi si riflette in requisiti di strategia politica divergenti. Ciò nonostante, resta vero che le condizioni monetarie dovrebbero rimanere di sostegno in tutte le principali economie avanzate, mentre la maggior parte dei Paesi dovrebbero fare ulteriori progressi nel consolidamento di bilancio per assicurare che il debito resti sostenibile”.
Non ad un allentamento del controllo sui conti pubblici, dunque. Ma, è la ricetta dell’Ocse, occorre anche usare tutti gli spazi di flessibilità esistenti.
“Vista la debolezza della domanda, la flessibilità all’interno delle regole europee dovrebbe essere utilizzata per sostenere la crescita”.
Poi il richiamo sulla necessità delle riforme: “Il continuo fallimento dell’economia globale nel generare una crescita forte, equilibrata ed inclusiva sottolinea l’urgenza di sforzi di riforma ambiziosi”. Per rafforzare sostanzialmente la crescita”, insiste l’organizzazione parigina, “alcuni Paesi stanno cogliendo l’opportunità di riformestrutturali e devono ora assicurarne l’effettiva implementazione, mentre altri devono essere più ambiziosi per aumentare la competizione e l’occupazione“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
I GRANDI MALATI D’EUROPA NON PIU’ IN SALA DI RIANIMAZIONE, MA PRIMA DI FIRMARE LE DIMISSIONI DALL’OSPEDALE E’ MEGLIO ATTENDERE CHE IL QUADRO CLINICO SIA PIU’ CHIARO
Il “Troika fan club” — dopo aver passato cinque anni in trincea subissato dalle critiche dei nemici
dell’austerity — inizia, un dato economico alla volta, a rialzare la testa.
La cartella clinica dei grandi malati d’Europa finiti sotto alla tendina ad ossigeno di Ue, Bce e Fmi evidenzia qualche timido segnale di miglioramento: il Pil di Spagna e Portogallo ha ripreso a crescere, l’Irlanda rimborserà in anticipo i prestiti al Fondo Monetario.
La Grecia, che molti davano per spacciata, è stata promossa da Standard & Poor’s e ha chiuso il bilancio 2013 con 1,3 miliardi di attivo.
Nessuno, ovvio, canta ancora vittoria.
Tra i falchi del Vecchio continente, però, il tam tam dell’ottimismo inizia a suonare con insistenza: «Avevamo ragione noi — è il mantra dei profeti del rigore —. La cura da cavallo imposta a questi Paesi ha funzionato».
Sottointeso: Italia e Francia farebbero meglio ad alzare bandiera bianca e affidarsi alle cure delle istituzioni internazionali se vogliono davvero risolvere i loro problemi.
Jyrki Katainen — numero due della commissione Ue ed enfant prodige della linea dura alla tedesca — è stato chiaro all’Ecofin di Milano: «Chi ha fatto le riforme come Madrid ha raccolto i frutti e corre più veloce degli altri».
Klaus Regling, altro rigorista di vecchia data imposto da Berlino al vertice del fondo salva-Stati, è ancora più esplicito: «L’aggiustamento è stato duro e doloroso — ha ammesso —. Ma senza vivremmo in un mondo molto diverso».
E i Paesi risanati dalla cura lacrime e sangue della Troika «avranno performance migliori di altre nazioni dell’area euro».
Vero? Dipende se si guarda al bicchiere mezzo pieno o a quello mezzo vuoto.
Se cioè si mettono sul piatto i primi segnali positivi che, in effetti, arrivano dagli ex-Piigs o se si mette sotto la lente il costo sociale — ancora ben visibile — dell’effetto Troika.
La medicina, su questo nessuno discute, è stata amarissima: Bce, Ue e Fmi hanno stanziato per Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro qualcosa come 530 miliardi di prestiti.
Chiedendo in cambio riforme strutturali e manovre finanziarie pari a circa 300 miliardi. Un elettrochoc.
Che come tutte le terapie d’urto che non uccidono il paziente, ha accelerato la guarigione, rischiando però di lasciare sul corpo dei degenti cicatrici difficili da rimarginare.
Oggi come oggi, in effetti, il quadro pare questo: a due facce.
Qualche dato macro e contabile — quelli sventolati da Katainen & C. — spinge il barometro degli ex Paesi a rischio verso il bel tempo: il Pil di Dublino salirà quest’anno dell’1,7%, le entrate fiscali dell’isola sono state di un miliardo superiori alle previsioni e l’attività delle imprese è ai massimi degli ultimi 14 anni.
«Merito di una spesa pubblica ridotta dal 47 al 42% del Pil», dicono i falchi.
E l’Irlanda ha già deciso di uscire in anticipo alla tutela di Fmi, Ue e Bce.
L’economia in Portogallo e Spagna è cresciuta dello 0,6% nel primo semestre, cifra che a Roma e Parigi guardano con invidia.
Lisbona chiuderà il bilancio 2013 con il primo surplus in venti anni mentre Madrid, il fiore all’occhiello del fronte del rigore «è l’esempio di come le riforme funzionino », ha ricordato l’ex premier finlandese.
«L’austerity ad Atene è finita», applaudono gli ottimisti. Il premier Antonis Samaras ha annunciato (nel timore di elezioni anticipate) il taglio delle tasse e il prodotto interno lordo balzerà dell’1,9% nel 2015.
Quanto è costato arrivare a questi risultati? Molto, troppo.
Specie sul fronte sociale, dicono i detrattori della visione “contabile” della Ue.
«La crisi della Grecia non è risolta, anzi la situazione sta peggiorando», sostiene ad esempio il leader di Syriza, Alexis Tsipras.
E cinque anni di austerity hanno lasciato sul terreno molte macerie.
Anche il fronte anti-Troika ha i suoi numeri da mettere sul piatto: nel 2008 Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia davano lavoro a 33 milioni di persone.
Oggi gli occupati nei (presunti) ex-Piigs sono poco più di 27 milioni.
Come dire che sono andati in fumo quasi 6 milioni di posti.
Negli ultimi sei mesi, è vero, la ripresa ha creato quasi 600mila nuovi occupati in Spagna, 100mila in Grecia e 200mila in Irlanda.
Il tasso di disoccupazione resta però al 27% ad Atene e al 24% a Madrid con picchi da brividi (oltre il 53% per entrambi i paesi) tra i giovani.
Atene ha bruciato il 25% del suo Pil dal 2008.
I quattro pazienti della Troika, malgrado gli ultimi progressi, hanno visto andare in fumo in cinque anni 200 miliardi — circa il 10% — del loro prodotto interno lordo.
E sul fronte dell’equilibrio dei conti, i loro bilanci scricchiolano ancora: il rapporto debito/Pil della Spagna è balzato dal 36 al 96%.
Quello ellenico è ancora nella stratosfera e pure a Dublino il dato è in crescita.
I grandi malati d’Europa, è vero, non sono più in sala di rianimazione.
Ma prima di firmare le dimissioni dall’ospedale — con buona pace dell’euforia forse un po’ prematura del “Troika fan club” — è meglio aspettare che il quadro clinico sia un po’ più chiaro.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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