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DEBITO, INDUSTRIA, DEFLAZIONE, SOLO CATTIVE NOTIZIE: L’ITALIA AGGIORNA TUTTI I RECORD NEGATIVI

Settembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

DEBITO PUBBLICO A QUOTA 2.186 MILIARDI, PRODUZIONE INDUSTRIALE IN CALO -1,8% RISPETTO AL 2013

Istat e Banca d’Italia consegnano al ministro Pier Carlo Padoan, padrone di casa del vertice dell’Eurogruppo in corso a Milano, un’altra coppia di cattive notizie per l’economia italiana.
Dall’istituto nazionale di statistica arriva una nuova doccia fredda sulla produzione industriale, calata a luglio dell’1% rispetto al mese precedente e dell’1,8% rispetto allo stesso periodo del 2013.
Da via Nazionale, invece, un nuovo alert sullo stock, crescente, del nostro debito pubblico, giunto nello stesso mese a quota 2186 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto al massimo di giugno.
Sempre l’Istat intanto conferma le stime negative sull’inflazione diffuse nelle scorse settimane: ad agosto il dato ha visto una crescita debole dello 0,2%, mentre rispetto al 2013 il livello medio dei prezzi vede una flessione dello 0,1%. In confronto al 2013 il nostro Paese si trova quindi in deflazione.
Produzione industriale.
I dati sulla produzione industriale proseguono nel solco del trend altalenante che ha caratterizzato gli ultimi mesi.
La caduta di luglio, infatti, brucia il guadagno del mese precedente (+0,8% congiunturale), andando peggio di quanto previsto dalla maggior parte degli analisti, che avevano stimato un indice piatto o poco sotto lo zero (ad esempio il consensus dell’agenzia Bloomberg indicava una flessione mensile dello 0,2%).
Insomma il terzo trimestre, che a luglio segna l’avvio, parte in salita. Guardando ai macro-settori, a luglio l’indice destagionalizzato presenta tutte variazioni congiunturali negative: diminuiscono i beni di consumo (-2,4%), quelli strumentali (-2,1%) e, anche se in misura piu’ lieve, l’energia (-0,8%) e i beni intermedi (-0,6%).
Debito.
Quanto ai dati pubblicati dalla Banca d’Italia – si legge ancora nel bollettino di Via Nazionale – il debito pubblico è’ aumentato di 99,2 miliardi, riflettendo il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (32,7 miliardi) e l’aumento delle disponibilita’ liquide del Tesoro (72,1 miliardi).
Nel complesso, l’emissione di titoli sopra la pari, l’apprezzamento dell’euro e gli effetti della rivalutazione dei BTPi hanno contenuto l’incremento del debito per 5,6 miliardi. Sul fabbisogno dei primi sette mesi ha inciso per 4,5 miliardi (8,7 miliardi nel corrispondente periodo del 2013) il sostegno finanziario ai paesi dell’area dell’euro. Nel complesso, la quota di competenza italiana del sostegno finanziario ai paesi dell’area era pari alla fine dello scorso luglio a 60,1 miliardi.
Entrate.
Leggero calo nei primi sette mesi dell’anno per entrate. Da gennaio gli incassi sono diminuiti dello 0,5 per cento (1,0 miliardi). Confrontato al dato di luglio del 2013 il dato risulta invece in crescita dello 0,8 per cento (0,3 miliardi) rispetto allo stesso mese dello scorso anno.
Salgono a quindici le grandi citta’ in deflazione.
Registrano, infatti, prezzi in calo su base annua: Potenza, Reggio Emilia e Padova (-0,1%); Roma, Perugia, Bologna e Genova (-0,2%); Bari, Trieste, Firenze e Milano (-0,3%); Livorno (-0,5%); Torino (-0,6%); Verona (-0,7%); e Venezia (-0,8%).

(da “Huffingtonpost“)

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LE ATTIVITA’ CRIMINALI NELLA CONTABILITA’

Settembre 10th, 2014 Riccardo Fucile

LA VERITA’ (INGANNEVOLE) DI UN PIL CHE CAMBIA

Nel marzo 1968, Robert Kennedy, in quel momento candidato alla presidenza degli Stati Uniti, in un famoso discorso notò che il calcolo del Prodotto nazionale lordo comprendeva le testate nucleari, il napalm impiegato in Vietnam, le spese per le prigioni e altre cose più o meno orribili; ma non considerava la bellezza della poesia e la forza dei legami matrimoniali.
C’era parecchia retorica in quelle parole. Quel discorso, però, torna alla mente alla luce della rivalutazione del Pil annunciata ieri dall’Istat
Torna alla mente e ricorda che il Pil è importante ma non è tutto.
Sarebbe dunque una buona idea approfittare dell’introduzione nella contabilità  nazionale di certe attività  criminali, della prostituzione e degli investimenti per ricerca e sviluppo – cioè di quel che ha fatto ieri l’Istat – per rimettere al suo posto quello spettro con le catene, il Pil appunto, che da un po’ di anni ha preso posto nel salotto degli italiani (e non solo nel loro, naturalmente).
Sembra diventato un vitello d’oro, dal quale dipende il nostro benessere.
Ma non c’è niente da adorare: ora è fatto anche di cocaina e di contrabbando.
Non è un fine: è uno strumento statistico, senza meriti e senza colpe, senza idee e senza morale, con il quale misurare le attività  volontarie che si svolgono in un Paese. E neanche troppo preciso, a dire il vero.
Sarebbe meglio considerarlo un numero utile per fare confronti internazionali (se tutti usano gli stessi criteri)
Il Pil non misura infatti il mondo: quello che vi succede, la sua poesia e le emozioni dei matrimoni, non ci finiranno mai dentro.
Non misurerà  mai la felicità , come d’altra parte nessun’altra statistica riuscirà  a fare. Misurerà  le differenze tra noi e la Germania, i cambiamenti tra una società  che prende atto della prostituzione e della marijuana e una che non ne voleva sentire parlare, potrà  persino suggerire quanto vuole essere moderno, o quanto poco nel caso dell’Italia, un Paese che investe o non investe in ricerca e innovazione.
Ma sarà  sempre un numero più piccolo della realtà .
Fino alla Grande Depressione degli anni Trenta, il Pil non esisteva. Oggi rischia di diventare un feticcio, o un’ossessione.
Non facciamone un gran caso, o uno scandalo, dunque, della decisione dell’Istat: si adegua al mondo, ci aiuterà  ad abbassare di qualche decimo di punto il peso del debito nazionale ma, per il resto, non cambierà  l’Italia.
Forse aiuta a dare disciplina.
Le rivoluzioni, però, non le fanno gli statistici – ci ricordava Robert Kennedy.

Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera“)

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PORTE GIREVOLI: MONTEZEMOLO VIA DA FERRARI VERSO ALITALIA CON UNA LIQUIDAZIONE DI 14 MILIONI DI EURO

Settembre 9th, 2014 Riccardo Fucile

MARCHIONNE ASSUMERA’ LA PRESIDENZA DELLA FERRARI

Luca Cordero di Montezemolo è pronto a una svolta nella sua vita professionale. Dopo 23 anni, il divorzio da casa Ferrari è ormai imminente.
Giovedì sarà  la giornata clou, in occasione della riunione del Cda del Cavallino.
Oggi si è tenuto l’incontro a Maranello con Sergio Marchionne e mantenuto l’assoluto riserbo sui contenuti: l’ultima volta che erano state rilasciate dichiarazioni, d’altro canto, erano al veleno sia da parte dell’attuale presidente di Ferrari, sia da parte del numero uno di Fiat Chrysler, che potrebbe subentrare nell’incarico.
Per Montezemolo l’uscita dalla Ferrari rappresenta il terzo e definitivo passo di addio al Lingotto, dopo aver lasciato la presidenza di Fiat e dopo che nell’estate il suo nome non era stato inserito nel board della nuova Fiat Chrysler Automobiles.
“Nessuno è indispensabile”, aveva detto Marchionne, sfiduciandolo di fatto dopo l’ennesimo risultato negativo delle monoposto Ferrari al Gran Premio di Monza.
Montezemolo, 67 anni, di cui 23 alla Ferrari, può vantare 14 titoli mondiali di cui 8 costruttori e 118 vittorie nei gran premi e certamente potrà  in parte consolarsi con una buonuscita a sette zeri (si parla di 14 milioni di euro) – che verrebbe corrisposta in 20 anni — in parte con l’ingresso nell’Alitalia targata Etihad.
L’AdnKronos scrive di contatti diretti oggi fra Montezemolo e l’amministratore delegato di Etihad, James Hogan, che sarà  in Italia nei prossimi giorni per completare l’operazione Alitalia.
Proprio Montezemolo è uno dei tasselli che gli arabi vogliono per la presidenza della nuova Alitalia, dopo la scelta di Silvano Cassano come amministratore delegato.
L’ultima avventura imprenditoriale di Montezemolo non è stata finora delle più fortunate.
Ntv è spesso chiamata con l’espressione “i treni di Montezemolo” e malgrado il fondatore ed ex presidente non abbia ancora visto un euro dagli investimenti, dovrà  mettere ancora mano al portafoglio.
Ntv è in difficoltà  finanziaria e il Cfo Fabio Tomassini ha confermato che “stiamo lavorando all’aumento di capitale”.
Si è parlato di una ricapitalizzazione da 100 milioni di euro e gli azionisti “big” Montezemolo e Della Valle sarebbero pronti a fare la loro parte.
Per Ferrari si prospetta un futuro targato Sergio Marchionne.
Sia che il supermanager decida di assumere la presidenza, sia che la affidi a un suo fedelissimo, sarà  ancora più evidente che la nuova Ferrari dovrà  essere al servizio del gruppo Fiat Chrysler.
Appuntamento clou è il debutto della casa automobilistica a Wall Street, previsto ad ottobre. Ferrari ha chiuso i conti 2013 su livelli record e, anche se da diversi anni non vince in F1, registra dati confortanti sul fronte delle vendite.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A FASSINA: “CONTINUERO’ A LAVORARE NEL PD, PER ADESSO…”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

“LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO VA NELLA LINEA DI MONTI”…”LA RIFORMA DEL SENATO NON DA’ GARANZIE DEMOCRATICHE”

“Con i tagli e la cancellazione dell’articolo 18 torniamo all’agenda Monti: stagnazione, debito pubblico alle stelle e disoccupazione peggio ancora. Sono preoccupato. Intendo agire nel Pd per cambiare questa situazione, farò il possibile e per ora non ho un piano B”.
Stefano Fassina — quel Fassina chi? dimesso, ai tempi in cui era viceministro del governo Letta, dalla battuta di Renzi — sente addosso tutto il peso di un partito sfuggito di mano sulla via di Pontassieve (residenza di Renzi) verso una terza via, ma pure quarta, che di socialdemocratico e keynesiano per lui ha davvero poco: “Ci sono molti punti da correggere”.
Fassina, oggi sta con Barroso?
Barroso è un disco rotto, farebbe meglio a tacere considerati i risultati economici e sociali ottenuti dalla commissione europea nella sua gestione.
Quindi, sta con Renzi?
Sono molto preoccupato per la legge di stabilità , per le politiche economiche annunciate da questo governo. Vanno nella stessa direzione rigorista di Monti. Dobbiamo fare di tutto per cambiare rotta. E non solo sulle politiche economiche…
Che altro c’è?
La riforma del Senato non dà  garanzie democratiche. Lo spazio di azione del Parlamento, il potere legislativo, non può essere limitato, ma la direzione mi pare quella invece.
… e poi la legge elettorale, per Prodi peggiore addirittura della legge truffa del 1953.
Già , il combinato disposto di tutto questo provocherebbe un deficit democratico preoccupante.
Come intende agire, dal Fassina chi? vi siete più parlati con Renzi? Avete rapporti?
Non sono rancoroso, la considero una storia passata ed è capitato di confrontarci. Mi aspetto molta attenzione da parte sua e da parte del governo. Alcune decisioni vanno riviste.
Se così non sarà , come sembra chiaro dalle intenzioni manifeste di Renzi?
Spero che si riconosca che il Partito democratico ha bisogno di tutti. Per ora lavoro a cambiare le cose, per cercare di eliminare quel deficit democratico e migliorare le politiche economiche. Un piano B non ce l’ho, per adesso.

Giampiero Calapa’

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PADOAN: “REGIA DELLE RIFORME A BRUXELLES”. RENZI DICEVA: “NON E’ LA UE A DIRCI COSA FARE”

Settembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

PADOAN SPOSA LA LINEA DRAGHI E SPIEGA IL SUO PATTO PER LA CRESCITA CHE PREVEDE UN RUOLO CENTRALE DELLA UE

La ‘politica’ delle riforme? “Più potere all’Ue”. La ‘realizzazione’ di queste in Italia? “Capacissimi di farle da soli”. Il tempo a disposizione? “Abbastanza”.
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sposa in pieno la linea del presidente Bce Mario Draghi (che esattamente un mese fa aveva sostenuto che per i paesi dell’Eurozona “è momento di cedere sovranità  all’Europa”), risponde indirettamente al governatore di Bankitalia Ignazio Visco (“L’Italia non ha tempo sufficiente per fare le riforme”) e sceglie una strada diversa da quella indicata dal capo del governo di cui fa parte.
Perchè Renzi, ad agosto, dopo tre giorni dalla presa di posizione del numero uno della Bce, non esitò a sottolineare che “non è l’Europa che ci deve dire cosa fare”.
Padoan sostiene un concetto diverso, e lo dice dal workshop Ambrosetti di Cernobbio: non certo un posto dove le sue parole potevano passare inosservate.
“Noi faremo la nostra parte e l’Europa farà  la sua” è il pensiero del ministro dell’Economia, le cui tesi per la crescita (che saranno presentate venerdì prossimo all’ Ecofin che si terrà  a Milano) sono state anticipate oggi da sei quotidiani europei (in Italia da La Stampa di Torino).
Nel suo intervento sui giornali, il titolare di via XX Settembre spiega ‘organicamente’ il suo obiettivo e i modi per raggiungerlo.
Una strategia (il patto per la crescita) in tre mosse: ancorare il “fiscal compact” ad un “growth compact”, un patto per la crescita; affidare il “monitoraggio dei livelli di attuazione” delle riforme “sulla base di benchmark puntuali” all’Eurogruppo e all’Ecofin; ripristinare gli investimenti al livello pre-crisi.
Tutto questo per “per evitare di andare verso quello che verrebbe ricordato come ‘il decennio perduto dell’Unione Europea’”.
“Un numero crescente di indicatori ci ricorda che finora non è stato fatto abbastanza”, e il rischio è un “abbassamento permanente del tasso di crescita” scrive il responsabile del Tesoro, secondo cui “adesso dobbiamo quindi fare per la crescita ciò che è stato fatto, sotto la pressione della crisi dei debiti sovrani, per il risanamento dei bilanci pubblici e per l’unione bancaria”, con un patto per la crescita.
Per far questo, a leggere Padoan, è essenziale la “realizzazione delle riforme strutturali“, la cui attuazione “è stata finora insoddisfacente, e questo suggerisce che i Paesi spesso concedono alle riforme strutturali un tributo verbale senza impegnarsi nella loro attuazione”.
Da qui l’idea del “monitoraggio dei livelli di attuazione sulla base di benchmark puntuali” come “attività  ordinaria dell’Eurogruppo e dell’Ecofin”, anche per “includere gli effetti delle riforme sulla crescita futura nel calcolo delle compatibilità  macroeconomiche nazionali” e “fornire esplicitamente alle autorità  nazionali strumenti per contrastare i gruppi di pressione che si oppongono alle riforme strutturali”.
Padoan, in tal senso, paragona Unione Europea ed Eurozona a squadre di calcio che “hanno dedicato molte più energie al rafforzamento della difesa che all’attacco”, dando “priorità  alla stabilità  anzichè alla crescita”, ma — conclude — “nessuna partita si vince giocando soltanto in difesa”.
Questo sui giornali. Poi, a Cernobbio, la risposta a Visco sui tempi delle riforme, la ‘sterzata’ verso la strada tracciata da Mario Draghi, ma senza perder d’occhio il suo premier. Perchè “l’Italia è capacissima di fare le riforme da sola”.
Un concetto ripetuto più volte: per Renzi, per Draghi, per Visco.
Che in un’intervista a Repubblica ha detto che “gli investimenti dipendono anche dallo stato di certezza o incertezza”, che “la Bce ha cambiato passo e ora l’Italia ha poco tempo per trasmettere un disegno organico e fare chiarezza sulle riforme”.

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IL LIBRO SCOMODO CHE HA DIVISO I COMMENTATORI IN FRANCIA E USA

Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile

LA CRITICA AL CAPITALISMO MODERNO DELL’ECONOMISTA FRANCESE THOMAS PIKETTY FA DISCUTERE

Il successo internazionale del libro dell’economista francese Thomas Piketty non ha precedenti.
Le 952 pagine di storia delle diseguaglianze e di critica al capitalismo contemporaneo sono diventate nel corso di quest’anno le più citate (anche se magari non sempre lette) da media, esperti, politici, soprattutto dopo la trionfale tournèe dell’autore negli Stati Uniti, quando il columnist del «New York Times» David Brooks gli ha dedicato un editoriale dal titolo The Piketty Phenomenon evocando (con ironia) la Beatlemania. Piketty ha raccolto gli elogi incondizionati dei premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, le critiche del «Wall Street Journal» e del «Financial Times» (quest’ultimo protagonista di una contesa sui dati proposti da Piketty), l’approvazione dell’«Economist».
L’accoglienza nel mondo anglosassone ha generato un ritorno di interesse anche in Francia, dove il volume era uscito sei mesi prima suscitando meno clamore.
In patria alcune voci a destra sono state severe (Nicolas Bavarez aveva dato a Piketty del «Karl Marx da sotto-prefettura») ma soprattutto Piketty, ex consigliere economico di Sègolène Royal, da sempre schierato a sinistra, è sembrato infastidire i suoi compagni, la gauche di governo, quella del presidente della Repubblica.
In campagna elettorale Hollande aveva promesso una «rivoluzione fiscale» ampiamente ispirata agli studi di Piketty sulle diseguaglianze, ma una volta eletto ha abbandonato il progetto.
Le ricette – ormai ribattezzate Pikettynomics – prevedevano la trattenuta alla fonte (in Francia si paga dopo) e una tassazione progressiva dei redditi e dei capitali insieme, ma il presidente le ha ben presto accantonate.
Anzi, la crisi di governo degli ultimi giorni e la nascita dell’esecutivo Valls II ha reso ancora più distanti le posizioni di Hollande e Piketty, che già  non stimava il presidente («vale poco», è il suo giudizio).
L’idea di fondo del Capitale nel XXI secolo attira consensi più delle soluzioni che ne discendono: Piketty critica una struttura economica del capitalismo ridiventata ottocentesca, dopo due guerre mondiali che avevano distrutto grandi fortune e creato enormi opportunità .
Oggi, secondo Piketty, siamo tornati a un’era in cui non vale la pena lavorare, perchè il mondo si fonda sui patrimoni accumulati senza fatica e non sui redditi frutto di merito e talento.
Fin qui, l’interesse è grande, in America e in Europa.
Quando però si passa ai rimedi concreti proposti da Piketty, le cose si complicano. Specie in Francia, dove il governo potrebbe tenere conto del suo lavoro e non lo fa.
Il partito è spaccato, l’ala sinistra responsabile della fronda è stata cacciata dall’esecutivo.
Piketty, profeta inascoltato in patria, conferma la sua avversione a Hollande.
«Che penso dei deputati socialisti che si sono ribellati? Avrebbero dovuto farlo prima».

Stefano Montefiori
(da “il Corriere della Sera“)

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L’ECONOMISTA PIKETTY: “LA DEMOCRAZIA DEVE AVERE IL CONTROLLO SUL CAPITALE”

Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile

EVITATA L’APOCALISSE MARXISTA, OCCORRE CHE LE SOCIETA’ RIPRENDANO POTERE SULL’INTERESSE PRIVATO, MA SENZA PROTEZIONISMI

La questione della distribuzione delle ricchezze è oggi una delle più rilevanti e dibattute. Ma che cosa si sa, davvero, del suo sviluppo sul lungo termine?
La dinamica dell’accumulazione del capitale privato comporta inevitabilmente una concentrazione sempre più forte della ricchezza e del potere in poche mani, come pensava Marx nel XIX secolo?
Oppure le dinamiche equilibratrici della crescita, della concorrenza e del progresso tecnico determinano, nelle fasi avanzate del processo economico, una riduzione spontanea delle disuguaglianze e un’armonica stabilizzazione dei beni, come pensava Kuznets nel XX secolo?
Che cosa sappiamo realmente del processo di distribuzione dei redditi e dei patrimoni dal XVIII secolo in poi, e quali lezioni possiamo trarne per il XXI
Sono queste le domande alle quali tento di rispondere.
Diciamolo subito: le risposte da me suggerite sono imperfette e incomplete. Ma sono fondate su dati storici e comparativi più ampi rispetto a quelli offerti da tutti i lavori precedenti, e trovano posto entro un quadro teorico rinnovato che consente di comprendere meglio le tendenze e i meccanismi messi in campo.
La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitale e delle disuguaglianze, o non nella misura in cui si è immaginato potessero farlo nei decenni di ottimismo del secondo dopoguerra.
Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito – come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel XXI – il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società  democratiche.
Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche.
Questo libro tenta di avanzare proposte in tal senso, appellandosi agli insegnamenti che si possono trarre dalle esperienze storiche. Il racconto di tali esperienze costituisce la trama principale dell’opera.
Un dibattito senza fonti?
Per lungo tempo i dibattiti intellettuali e politici sulla distribuzione delle ricchezze sono stati caratterizzati da troppi pregiudizi e pochissimi fatti.
Sarebbe certo sbagliato sottovalutare l’importanza delle conoscenze intuitive che ciascuno, nella propria epoca, in assenza di qualsiasi quadro teorico e di qualsiasi statistica significativa, ha sviluppato in materia di redditi e patrimoni.
Vedremo per esempio come il cinema e la letteratura, in particolare il romanzo del XIX secolo, abbondino di informazioni assai precise sui livelli di vita e di ricchezza dei differenti gruppi sociali, e soprattutto sulla struttura profonda delle disuguaglianze. (…)
I romanzi di Jane Austen e di Balzac, in particolare, ci offrono quadri assai esaurienti della distribuzione delle ricchezze nel Regno Unito e in Francia nel periodo 1790-1830.
I due narratori dispongono di una conoscenza profonda della gerarchia dei patrimoni in vigore alla loro epoca. Ne sanno cogliere i segreti confini, ne conoscono le implacabili conseguenze sulla vita degli uomini e delle donne di allora. Ne ripercorrono le implicazioni con una potenza evocativa che nessuna statistica, nessuna dotta analisi, saprebbero uguagliare. (…)
Rimettere la questione della distribuzione al centro dell’analisi economica
La questione è importante, e non solo per ragioni storiche. A partire dagli anni Settanta del XX secolo le disuguaglianze all’interno dei Paesi ricchi – in particolare negli Stati Uniti, dove nel primo decennio del XXI secolo la concentrazione dei redditi ha raggiunto, o leggermente superato, il livello record del decennio tra il 1910 e il 1920 – si sono di nuovo accentuate: per cui diventa essenziale comprendere bene perchè e come esse siano diminuite la prima volta.
È vero che la crescita fortissima dei Paesi poveri ed emergenti, in particolare della Cina, costituisce un notevole potenziale fattore di riduzione delle disuguaglianze a livello mondiale, così com’è accaduto per la crescita dei Paesi ricchi durante i Trente glorieuse .
Ma è anche vero che tale processo solleva forti inquietudini in seno ai Paesi emergenti, e ancor più tra i Paesi ricchi.
Tra l’altro, gli squilibri impressionanti osservati negli ultimi decenni sui mercati finanziari, petroliferi e immobiliari possono suscitare comprensibili dubbi circa il carattere ineluttabile del «percorso di crescita equilibrata» descritto da Solow e Kuznets, secondo il quale tutto deve presumibilmente crescere allo stesso ritmo.
La domanda che preoccupa è: non sarà  che il mondo del 2050 o del 2100 finirà  nelle mani dei trader, degli alti dirigenti e dei detentori di patrimoni rilevanti, o dei Paesi produttori di petrolio, o della Banca della Cina, o addirittura dei paradisi fiscali che faranno da copertura, in un modo o nell’altro, a tutti costoro?
E secondo noi sarebbe assurdo non porla, continuando a pensare, per principio, che la crescita sia per sua natura a lungo termine «equilibrata».
In un certo modo, oggi, agli inizi del XXI secolo, ci troviamo nella stessa situazione degli osservatori del XIX secolo: assistiamo a trasformazioni impressionanti, ed è ben difficile sapere fin dove potranno portare e come si presenterà  la distribuzione delle ricchezze nell’arco di qualche decennio, tra un Paese e l’altro e all’interno del medesimo Paese.
Gli economisti del XIX secolo hanno avuto un merito immenso: hanno posto il problema della distribuzione al centro dell’analisi, e hanno cercato di studiarne le tendenze sul lungo periodo.
Le loro risposte non sono sempre state soddisfacenti, ma almeno rispondevano a delle buone domande.
Invece, oggi, non abbiamo alcuna ragione di credere nel carattere automaticamente equilibrato della crescita.
Oggi è più urgente che mai rimettere la questione delle disuguaglianze al centro dell’analisi economica e tornare a porre le domande lasciate senza adeguata risposta nel XIX secolo.
Per troppo tempo il problema della distribuzione delle ricchezze è stato trascurato dagli economisti, in parte a seguito delle conclusioni ottimistiche di Kuznets, in parte a causa di un’eccessiva simpatia della professione per i modelli matematici semplicistici, i cosiddetti modelli «a parametri rappresentativi».
E, per rimettere la questione della distribuzione al centro dell’analisi, bisogna cominciare con il raccogliere il massimo numero di dati storici, in modo da capire meglio gli sviluppi del passato e le tendenze del presente.
Perchè è stabilendo con pazienza fatti e costanti, è confrontando le esperienze dei diversi Paesi, che possiamo sperare di individuare meglio i meccanismi in gioco e chiarirci le idee per il futuro.

Stefano Montefiori
(traduzione di Sergio Arecco )
© EDITIONS DU SEUIL, 2013
2014, BOMPIANI/ RCS LIBRI

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STATALI A STIPENDIO BLOCCATO, ALTRA PROMESSA MANCATA DI RENZI, LA MADIA ANNUNCIA: “NON CI SONO SOLDI”

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

SUL BLOCCO DEI CONTRATTI RETROMARCIA DEL GOVERNO… LA CGIL ATTACCA: “SCONCERTANTE, PRONTI ALLA MOBILITAZIONE”

“È un altro dossier mai arrivato a palazzo Chigi. L’abbiamo letto dai giornali”.
Dieci giorni fa, intervistato da Repubblica, l’ex fedelissimo del premier Graziano Delrio sembrava avere le idee molto chiare sulla voci circolate a mezzo stampa di un possibile nuovo blocco dei contratti pubblici: la solita invenzione dei giornali. Qualcosa dev’essere cambiato in queste due settimane, se un altro esponente del suo governo, il ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia, oggi è stata costretta ad alzare bandiera bianca ammettendo l’esatto contrario: non ci sono i soldi, niente rinnovo.
A voler essere precisi, la pessima notizia consegnata oggi ai lavoratori pubblici dal ministro per la Pa era già  stata scritta sei mesi fa all’interno del Def.
Allora però il ministero dell’Economia si era affrettato a puntualizzare che il Documento di Economia e Finanza, compilato a legislazione vigente, non poteva mettere in conto norme approvate nei mesi successivi.
In altre parole: se il governo avesse voluto rinnovare i contratti avrebbe dovuto trovare i soldi. E i soldi, alla fine, non sono stati trovati.
“Siamo sconcertati, non molto tempo fa era stato il ministro Madia a tranquillizzarci, dicendo che il rinnovo del contratto era un diritto dei lavoratori pubblici e che il governo avrebbe fatto tutto il possibile. Oggi ha annunciato il contrario”, si sfoga ad Huffpost il segretario generale della Fp Cgil. “Siamo di fronte a un governo che smentisce se stesso, una ministra che dice una cosa e ne fa un’altra. Così si fa davvero fatica a fidarsi di chi ci governa”.
Per i lavoratori, fa sapere il responsabile dei Settori pubblici della Cgil, Michele Gentile, significherà  una perdita da 600 euro il prossimo anno, 4800 in totale da quando il blocco è partito.
“Se il Governo Renzi pensa di umiliare ulteriormente i dipendenti pubblici” allora “la nostra risposta non potrà  essere che la mobilitazione”, spiega ancora Dettori all’Ansa.
Quella del rinnovo del contratto del pubblico impiego è la prima “mina” disinnescata dal governo in vista della legge di stabilità .
Una maxi manovra che già  ora — come ha spiegato oggi il premier Renzi — vale da sola 20 miliardi.
Lo sblocco dei contratti ne sarebbe costati altri 3-4. Impossibile nelle maglie strettissime che sta tessendo il ministro dell’Economia. C’è un lungo elenco di impegni da saldare.
Dall’allargamento del bonus Irpef, alla neutralizzazione del taglio alle detrazioni già  ipotecato da Letta, all’aggiustamento dei conti reso necessario dai pessimi dati trimestrali del nostro prodotto interno lordo.
Forse, con un altro quadro economico lo spazio si sarebbe anche potuto trovare. In questo, no. E poco importa se anche il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, si era spinto persino a definire “ipotesi sconosciuta” la possibilità  di un nuovo blocco dei contratti pubblici.
La scadenza del 15 ottobre si avvicina, il tempo delle scelte dolorose anche. Disseminate lungo i primi quasi sette mesi di governo ci sono tante promesse.
Non tutte potranno essere mantenute. Il primo no, pesante, è arrivato oggi.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A TITO BOERI: “DAL DECRETO POLETTI EFFETTO ZERO, AUMENTA SOLO OCCUPAZIONE PRECARIA”

Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

I RISULTATI RIVENDICATI DA RENZI E DALLA BOSCHI SMENTITI DAI DATI: “DA MAGGIO A LUGLIO LA CURVA DEGLI OCCUPATI E’ PIATTA”…”LA LIBERALIZZAZIONE DEI CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO RENDERA’ DIFFICILE INTRODURRE QUELLI A TUTELE PROGRESSIVE”

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi lunedì l’hanno rivendicato come un grande successo.
Oggetto, il decreto Poletti, noto come “prima parte del Jobs Act”. Quello che permette di stipulare contratti a termine di durata triennale senza indicare la causa.
Il premier, presentando il programma dei Millegiorni, ha parlato di “un dl che ha portato dei risultati verificabili immediati con un aumento dell’occupazione da febbraio a oggi”, mentre il ministro delle Riforme ha detto che “grazie al decreto negli ultimi due mesi si è visto un aumento del numero degli occupati”.
I numeri? A ricordarli è una finestra ad hoc su passodopopasso.italia.it, il sito web che dovrebbe permettere ai cittadini di seguire l’evoluzione dell’attività  parlamentare e delle riforme: “Da febbraio a luglio 2014, gli occupati in Italia sono passati da 22.316.331 a 22.360.459, facendo registrare un aumento dello 0,2%”.
Vero, spiega Tito Boeri, professore di Economia del lavoro all’università  Bocconi e tra i fondatori di lavoce.info. Peccato che il lievissimo incremento non dipenda affatto dal decreto che porta il nome del ministro del Lavoro.
E che, soprattutto, quegli occupati in più siano tutti precari, mentre i contratti stabili continuano a calare.
Andiamo per ordine: tra febbraio e luglio come si è mosso il mercato del lavoro? E che parte di merito va al decreto Poletti, entrato in vigore a fine maggio?
Effettivamente tra febbraio e luglio gli occupati sono saliti di 44mila unità . Però occorre distinguere: da febbraio a maggio l’occupazione è aumentata, esclusivamente a causa del miglioramento della produzioneindustriale nei primi mesi dell’anno. Da maggio a luglio, invece, si nota solo un incremento modesto: la curva è praticamente piatta. Quel che si vede, invece, è un cambiamento nella composizione.
Ovvero?
Aumentano i contratti a tempo determinato e diminuiscono in modo consistente gli indeterminati. C’è una sostituzione, confermata dai dati sulle comunicazioni obbligatorie che le aziende fanno quando convertono un contratto a temine in uno permanente.
Insomma, il lavoro precario ha in parte preso il posto di quello stabile.
Sì, è probabile che i datori di lavoro abbiano esteso la durata dei contratti a tempo già  in essere invece che concluderli o decidere di stabilizzarli. La crescita, peraltro, secondo l’Istat riguarda “quasi esclusivamente gli uomini”. Le lavoratrici donne, in valori assoluti, tra febbraio e luglio sono diminuite (da 9.316.000 a 9.303.000, ndr). Questo può dipendere dal fatto che gli uomini tendono ad avere contratti a termine di durata maggiore, che in questa situazione sono stati ulteriormente estesi.
In conclusione, Renzi ha cantato vittoria troppo presto?
E’ sicuramente troppo presto e in ogni caso parliamo di occupazione temporanea, precaria, che abbassa la produttività  media e che è destinata a sparire rapidamente, appena i momentanei incrementi di domanda che hanno indotto le aziende a prorogare i contratti verranno meno
Giovedì riparte in commissione Lavoro al Senato la discussione sul “vero” Jobs Act, il ddl delega sulla riforma complessiva del mercato del lavoro che contiene anche il contratto a tutele crescenti. Che conseguenze avrà  il fatto di aver varato prima il decreto Poletti?
E’ stata una forma di schizofrenia che renderà  molto difficile introdurre con successo in Italia il contratto a tutele progressive: liberalizzare il contratto a tempo determinato per una durata di 36 mesi fa sì che il datore di lavoro non abbia, al termine di quel periodo, alcun interesse a utilizzare un altro strumento a tutele crescenti. Equivarrebbe ad avere una “fase iniziale” di contratto lunga 6 anni, contro un’anzianità  aziendale media di 15.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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