Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile
UN DECRETO CHE NON SBLOCCA UN BEL NULLA, ANZI SI BLOCCANO GLI INTERVENTI SUL DISSESTO IDROGEOLOGICO E SI TOGLIE IL BONUS EDILIZIA
Il tempismo, sul piano della comunicazione, è perfetto.
Nel giorno in cui l’Istat certifica il ritorno dopo 50 anni alla deflazione e con un mercato del lavoro sempre più in sofferenza il governo vara un decreto dal titolo molto promettente: sblocca-Italia.
Interviene in ritardo rispetto allo scadenziario che lo prevedeva per metà luglio, ma proprio per questo permette al governo di reagire ai dati sui consumi degli italiani dopo l’introduzione del bonus di 80 euro, dati che confermano l’impressione che lo sgravio non abbia avuto gli effetti sperati di stimolo della domanda.
Se si va al di là dei titoli e dei relativi cinguettii telematici, affiorano però non pochi dubbi sull’efficacia delle misure varate ieri e, a dispetto delle rivoluzioni annunciate, in molte di loro si respira l’odore stantio del dèjà vu.
Di sblocco sulla carta ci sono quasi solo i cantieri delle opere su rotaia.
Il bonus edilizia viene semmai bloccato, non rinnovato nel 2015 almeno fino all’approvazione della legge di Stabilità .
Le 1617 mail ricevute dai Comuni con segnalazioni di ritardi in piccole opere dovranno aspettare.
Non ci sono fondi per le misure contro il dissesto idrogeologico.
Non è la prima volta che un governo italiano si affida ai trasporti e soprattutto alle Ferrovie dello Stato (che continuano a non assicurare la pulizia dei treni su gran parte delle tratte) per rilanciare un’economia che non riesce a ripartire.
I fallimenti del passato, quando peraltro c’erano ben più risorse da destinare a queste opere, non sembrano essere stati metabolizzati.
Sono lastricate le strade di Palazzo Chigi di comunicati in cui si annunciano miliardate di opere pubbliche di immediata attuazione, a partire dalla faraonica legge obiettivo del 2001 per arrivare al “decreto del fare” (e disfare) lasciato in testamento da Letta.
Il fatto stesso che si peschi una volta di più dall’elenco annunciato da Berlusconi a Porta a Porta, attuato solo in minima parte (attorno al 10 per cento) in 15 anni, certifica che non basta decretare per avviare i lavori.
E anche questa volta, quando si studiano i singoli dossier, ci si accorge che gran parte delle opere non sono immediatamente cantierabili.
Tre quarti di queste potranno, nella migliore delle ipotesi, partire nel 2018.
Del resto è lo stesso profilo temporale dei finanziamenti a certificare che non si tratta di misure di impatto immediato: 40 milioni nel 2014, 415 nel 2015, 888 nel 2016. Non è questo tipicamente l’orizzonte delle misure congiunturali che vogliono evitare una nuova prolungata recessione agli italiani.
Una volta di più si annunciano queste misure a costo zero, come se destinassero nuove risorse alle infrastrutture senza sottrarle ad altri interventi.
Ma come può un governo che chiede un consenso attorno ad un’operazione politicamente costosa come la spending review, come può un esecutivo che dovrà racimolare nella legge di Stabilità qualcosa come 16 miliardi di tagli alla spesa nel 2015, dire agli italiani che ci sono tutti questi miliardi piovuti dal cielo?
È fin troppo evidente a tutti che le risorse che verranno destinate a queste opere, anche quelle che vengono da fondi europei, verranno sottratte a destinazioni alternative.
È dovere di un governo spiegare perchè queste opere sono più importanti di altre cose che si potevano fare con questi soldi.
A partire dalle stesse opere infrastrutturali alternative che potevano essere avviate (perchè, ad esempio, il terzo valico Milano-Genova e non il raccordo Fiumicino-alta velocità verso Firenze?).
Le analisi costi-benefici delle singole opere servono proprio a questo, ma non ce n’è traccia. Offrono le stesse valutazioni che ogni imprenditore compie quando deve decidere se fare o meno un investimento.
Perchè i contribuenti italiani, al pari degli azionisti privati, non devono avere il diritto di sapere come vengono utilizzati i loro soldi rispetto a diversi scenari e opzioni alternative?
La dimensione del dispositivo entrato in Consiglio dei ministri (125 pagine e, come ormai è prassi, non c’è un testo in uscita) e i commi e sottocommi dei diversi articoli danno l’impressione di burocrazie ministeriali tutt’altro che rottamate.
Se il decreto avesse mantenuto l’obiettivo della semplificazione normativa, avremmo un precedente cui appellarci sul piano del metodo.
Speriamo che dietro al formalismo non si celino troppi giochi di potere: homo homini lupus . E l’impressione è che almeno al ministero dei Trasporti siano ancora le alte burocrazie a governare.
Forse sarebbe stato più saggio ieri limitarsi alle misure sulla giustizia civile, che hanno potenzialmente un rilievo economico molto importante se sapranno davvero intervenire sugli arretrati, e rinviare le altre misure alla prima legge di Stabilità del Governo Renzi, nella quale confluiranno anche le norme sulle società partecipate.
Ci dirà qual è la strategia di politica economica di questo governo.
Tito Boeri
(da “La Repubblica”)
argomento: economia | Commenta »
Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile
E’ IL VALORE ANNUO DI TRANSAZIONI ILLECITE, TRAFFICO DI ARMI, RICICLAGGIO E CONTRABBANDO… BOOM DI SEGNALAZIONI ALLA BANCA D’ITALIA, IN TESTA LOMBARDIA E LAZIO
Operazioni finanziarie illecite, riciclaggio, traffico di armi, contrabbando, sfruttamento della
prostituzione: l’economia criminale è l’unica a non aver risentito della crisi.
Secondo una stima della Cgia, è un giro d’affari che in Italia vale 170 miliardi di euro l’anno e negli ultimi cinque anni è aumentato del 212%.
«La stima del valore economico prodotto dalle attività criminali – dichiara il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – è il frutto di una nostra elaborazione realizzata su dati della Banca d’Italia. Va ricordato, in base alle definizioni stabilite dall’Ocse, che i dati prodotti dall’Istituto di via Nazionale non includono i reati violenti come furti, rapine, usura ed estorsioni».
Si parla di «transazioni illecite concordate tra il venditore e l’acquirente»: contrabbando, traffico di armi, smaltimento illegale di rifiuti, gioco d’azzardo, ricettazione, prostituzione e traffico di stupefacenti.
Attività criminali che fruttano 170 miliardi di euro l’anno, «l’equivalente del Pil di una regione come il Lazio» precisa Bortolussi.
La conferma dell’escalation del giro d’affari in capo alle organizzazioni criminali emerge anche dal numero di segnalazioni pervenute in questi ultimi anni all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia: si tratta delle operazioni giudicate sospette e segnalate alla Uif, da parte di intermediari finanziari, nella maggior parte dei casi banche (80%), ma anche uffici postali, assicurazioni, società finanziarie.
Tra il 2009 ed il 2013 queste segnalazioni sono aumentate di quasi il 212 per cento: se nel 2009 erano 20.660, nel 2013 hanno raggiunto quota 64.415, anche se va detto che il livello record è stato toccato nel 2012, con 66.855 segnalazioni.
Ricevute le segnalazioni, la Uif avvia approfondimenti sulle operazioni sospette e le trasmette, arricchite dell’analisi finanziaria, al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza (Nspv) e alla Direzione investigativa antimafia (Dia).
Solo nel caso le segnalazioni siano ritenute infondate, la Uif le archivia.
«Ovviamente – prosegue Bortolussi – le organizzazioni criminali hanno la necessità di reinvestire i proventi delle loro attività illecite nell’economia legale. E il boom di denunce avvenute tra il 2009 e il 2013 è un segnale molto preoccupante. Pur non conoscendo il numero delle segnalazioni archiviate dalla Uif e nemmeno la dimensione economica di quelle che sono state successivamente prese in esame dalla DIA e dalla Polizia Valutaria, abbiamo il forte sospetto che l’aumento delle segnalazioni registrato in questi ultimi anni ci dimostri che questa parte dell’economia nazionale è l’unica che non ha risentito della crisi».
L’analisi condotta dall’ufficio studi della Cgia è riuscita a «mappare» il numero delle segnalazioni di riciclaggio avvenute nel 2013 anche a livello regionale.
Le Regioni più colpite sono state la Lombardia (11.575), il Lazio (9.188), la Campania (7.174), il Veneto (4.959) e l’Emilia Romagna (4.947).
Quasi il 60 per cento delle segnalazioni registrate a livello nazionale è concentrato in queste cinque Regioni. In riferimento ai dati regionali, fa sapere l’Ufficio studi della Cgia, oltre alle segnalazioni di riciclaggio sono incluse anche quelle relative al finanziamento del terrorismo e dei programmi di proliferazione di armi di distruzione di massa.
Tuttavia, il numero riferito a queste ultime due aree è statisticamente molto contenuto: nel 2013 è stato pari a 186.
argomento: economia, mafia | Commenta »
Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
LA DEUTSCHE BANK: “PRIVATIZZARE IL WELFARE E I SERVIZI PUBBLICI PER FARE CASSA”
Non è solo la grande banca d’affari statunitense Jp Morgan a redigere rapporti che valgono come memorandum politici per governi e parlamenti di mezzo mondo.
Il “vizietto” ce l’hanno un po’ tutte le banche.
C’è chi dà consigli alla Bce, chi anticipa il governo Renzi. Chi si spinge ad auspicare la chiusura di una fabbrica come l’Ilva.
Le più grandi banche del mondo hanno tutte un’analisi più o meno segreta redatta da cervelli di valore, con cui orientare i mercati e con cui influenzare le scelte della politica.
Deutsche Bank: privatizzare è bello
Dopo il rapporto del 2013 della Jp Morgan che Il Fatto ha pubblicato integralmente ieri e che imputava alle Costituzioni “dei paesi periferici dell’Eurozona” Costituzioni a eccessiva “influenza socialista”, il documento di maggior respiro programmatico è forse quello della Deutsche Bank sulle privatizzazioni europee.
Il testo è del 20 ottobre 2011 e si intitola Guadagni, concorrenza, crescita.
La richiesta, rivolta direttamente alla Troika, è quella di procedere a una privatizzazione massiccia del sistema di welfare e di servizi pubblici.
L’obiettivo è rastrellare centinaia di miliardi di euro in paesi come Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda ispirandosi al vecchio piano tedesco Treuhandanstalt, l’Istituto che, tra il 1990 e il 1994 garantì la dismissione di 8000 aziende dell’ex Ddr.
Il capitolo che riguarda l’Italia è molto dettagliato.
Si ammette che “lo Stato nel suo complesso nel corso dell’ultimo decennio si è ritirato in modo significativo” da diversi settori.
Però esistono ancora “potenziali entrate derivanti dalla vendita di partecipazioni in grandi aziende”. Almeno 70-80 miliardi.
“Particolare attenzione meritano gli edifici pubblici, i terreni e i fabbricati”. Un valore stimato in 421 miliardi, la stessa cifra che in questi giorni viene stimata da diversi progetti pubblicati su vari giornali (Il Messaggero, IlSole24Ore) e che hanno avuto anche il sostegno del sottosegretario alla Funzione Pubblica, Angelo Rughetti.
La svizzera Ubs: chiudete l’acciaieria
Molto concreto è il rapporto della banca svizzera Ubs dal titolo: Il futuro dell’Ilva, il destino dell’industria siderurgica europea, nel quale lo specialista Carsten Riek ipotizza la chiusura parziale o totale del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. “Sarà una cattiva notizia per i dipendenti, ma a beneficiarne saranno tutti gli altri”. L’obiettivo è quello di eliminare una sovracapacità produttiva di 20 milioni di tonnellate a vantaggio della siderurgia tedesca, scandinava e austriaca.
L’Ubs si è resa protagonista anche di un’altra curiosità .
A pagina 4 di un documento datato 7 gennaio 2014, si legge: “In Italia, a meno che Matteo Renzi riesca a modificare sostanzialmente il percorso delle riforme, il più importante dei paesi periferici, ci sarà probabilmente meno spazio di manovra per negoziare il suo bilancio 2015 con la Commissione europea”.
Renzi, però, avrebbe giurato solo il 25 febbraio successivo.
Nel rapporto, poi, si scrive anche di possibili elezioni anticipate nel 2015.
I Consigli alla Bce della Goldman Sachs
Il Wall Street Journal rende noto un documento, redatto il 16 agosto 2011 da uno dei più importanti strateghi della banca, Alan Brazil, destinato ai clienti hedge funds.
Un documento non pubblico in cui Goldman Sachs non rinuncia a dare indicazioni come quella che riguarda la Bce alle prese con i riflessi della crisi greca.
Brazil scrive che per ricapitalizzare e salvare le banche europee dal rischio-collasso servano mille miliardi di dollari.
Esattamente la cifra che la Bce metterà a disposizione del sistema, di lì a poco, con il sistema Ltro.
Credit Suisse: riformare la politica
In un altro rapporto più recente la stessa banca consigliava direttamente all’Italia una politica di “austerità ” per ridurre le spese pubbliche, augurandosi “riforme strutturali” per far crescere di nuovo l’economia.
Un’attenzione specifica all’Italia la si trova anche nel Credit Suisse che in un rapporto del maggio scorso scrive: “I sistemi politico e normativo italiani non perfettamente funzionanti rallentano ancora il paese.
Un sistema giuridico inefficiente, imposte elevate, uno scenario elettorale volatile e una concorrenza carente in settori come mezzi di comunicazione, servizi retail e professionali stanno costando cari al paese.
Ampie riforme, alcune delle quali già approvate dai governi precedenti, potrebbero incrementare del 10 per cento la crescita del Pil sul lungo periodo”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Agosto 20th, 2014 Riccardo Fucile
FINITO L’ENTUSIASMO CHE PORTO’ 160 MILIARDI SU BTP E PIAZZA AFFARI
Se qualcosa lo distingue da molti dei suoi colleghi, è la cura ossessiva che Dalio mette nel perseguire
la sua dottrina della «trasparenza radicale»: dire in faccia, senza stile, ciò che si ritiene vero.
Di recente Bridgewater l’ha applicata al Paese d’origine del capo, l’Italia
Lo hedge fund naturalmente ha degli interessi e prende posizioni sul mercato, senza comunicarle. Ma il suo rapporto datato 12 agosto, riservato allo staff e a un gruppo ristretto di clienti, non fa sconti.
È il ritratto in cifre di un’Italia colta nel pieno di una contraddizione: dal 2008 non ha fatto che peggiorare per le condizioni del debito pubblico, della produzione industriale, del mercato del lavoro e della competitività , eppure negli ultimi due anni il mercato ha risposto in senso opposto.
Gli spread e gli altri indicatori di rischio — dal prezzo che pagano le banche per finanziarsi al costo per assicurarsi contro il default del Paese — dal 2012 sono migliorati fin quasi a raggiungere un’apparente normalità .
Ma tra questi fragili equilibri finanziari e lo smottamento continuo dell’economia e del debito pubblico si è aperta una forbice che prima o poi, in un senso o nell’altro, dovrà chiudersi.
«Non riteniamo che gli spread dell’Italia riflettano la situazione in deterioramento del Paese, magari per buone ragioni vista l’esistenza di un sostegno da parte della Banca centrale europea — scrive Bridgewater -. Tuttavia mentre l’Italia continua a peggiorare e la sensibilità al debito aumenta, diventerà sempre più importante capire fino a che punto la Bce sarà disposta a sostenere i costi di finanziamento del Paese»
In altri termini, il più grande hedge fund del mondo richiama l’attenzione su un punto vitale per un’economia che solo due anni fa ha rischiato l’asfissia finanziaria: gli investitori esteri che dal 2012 hanno riportato in Italia oltre 160 miliardi di dollari potrebbero ripensarci in qualunque momento, perchè il Paese resta fragile.
Avverte Bridgewater: «Le condizioni in Italia sono depresse come non lo erano mai state dalla fine della seconda guerra mondiale. E poichè la Bce non fornisce sostegno a un livello appropriato e dato che l’economia italiana non è competitiva, queste condizioni probabilmente persisteranno»
Nell’analisi di Bridgewater, è evidente come Spagna e Italia abbiano preso due strade diverse nell’ultima parte della crisi: l’economia iberica ha puntato a riconquistare competitività , anche riducendo il costo del lavoro, e ora riesce a crescere e creare nuovi posti grazie all’export; l’Italia invece resta bloccata in un equilibrio scomodo fra alti costi del lavoro, ristagno dell’export, disoccupazione persistente e crollo dei consumi interni.
«In Spagna i salari si sono corretti adattandosi alle condizioni depresse nel mercato del lavoro — scrive Bridgewater -. Ciò a ridotto la domanda interna, facendo fare un passo indietro alle condizioni dell’economia, ma ha anche aumentato notevolmente la competitività spagnola all’estero e questo ha sostenuto in modo sostanziale la crescita negli ultimi trimestri».
L’Italia invece ha scelto la via opposta, secondo gli analisti di Ray Dalio: «Con il suo mercato del lavoro rigido e salari a livelli vincolati, il Paese non si è aggiustato molto. Nel breve periodo, ciò ha limitato un po’ il livello di sofferenza che ci sarebbe stato con ulteriori cali dei redditi, ma ha anche reso l’Italia sempre meno competitiva rispetto al resto dell’area euro».
Di qui il dilemma senza soluzioni facili, di fronte al quale si trovano il governo e l’intero Paese: «Una correzione al ribasso dei salari in Italia deprimerebbe ulteriormente i redditi e la spesa, partendo da livelli già depressi scrive Bridgewater -. Ma non affrontare questo passaggio metterebbe la manodopera italiana in una condizione ancora peggiore nel lungo periodo».
I dati riportati dallo hedge fund non lasciano scampo: l’export spagnolo è del 10% sopra i livelli del 2008, quello italiano è del 3% sotto e continua a perdere quote di mercato.
Affrontare le scelte scomode è difficile, è il messaggio della «trasparenza radicale» di Dalio.
Ma eluderle le rende ancora più difficili in seguito.
Federico Fubini
(da “La Repubblica”)
argomento: economia | Commenta »
Agosto 19th, 2014 Riccardo Fucile
SMONTARE LA COSTITUZIONE, ASSERVIRE IL PARLAMENTO AL GOVERNO, GIUSTIZIA E BUROCRAZIA ASSERVITE ALL’ECONOMIA: ECCO COSA SCRIVEVANO GLI ANALISTI NEL RAPPORTO DEL 2013
Alla fine del maggio dello scorso anno un report di Jp Morgan, banca d’affari statunitense, fotografava la
crisi economica europea e segnalava la necessità di riforme strutturali.
Anche riguardo alle Costituzioni nate in seguito alla caduta dei fascismi.
Il documento, in 16 pagine, si sofferma anche sulla situazione italiana ed è divenuto parte del dibattito politico nazionale.
Eccone un’ampia sintesi.
La gestione della crisi nell’Eurozona ha due aspetti: la creazione di nuove istituzioni e la soluzione dei problemi nazionali che hanno afflitto il cammino dell’euro fin dall’inizio.
A questo proposito bisogna tener presente che secondo la Germania — il Paese che più di ogni altro determina in che modo viene gestita la crisi — i problemi nazionali vanno risolti dalle singole nazioni prima di procedere a ulteriori passi sulla strada dell’integrazione”.
Si è pertanto creato un quadro disomogeneo. In alcune zone sono stati compiuti progressi notevoli, mentre in altre il processo di aggiustamento è a malapena iniziato. Nell’insieme possiamo affermare che il processo di aggiustamento si trova grosso modo a metà del suo cammino.
O ci pensa la Bce o tocca alle periferie
“Questo approccio alla gestione della crisi ha avuto un impatto enorme sulla macroeconomia deprimendone il rendimento e incrementando il livello di dispersione”.
Certo è che l’Eurozona non è in grado di sopportare altri tre anni come gli ultimi tre.
“Secondo il nostro giudizio si tornerà a crescere senza abbandonare il necessario processo di aggiustamento”.
“Ma senza un molto più energico intervento della Bce, la crescita rimarrà modesta e l’Eurozona resterà esposta agli choc dei mercati. A un certo punto però le cose cambieranno. Ciò potrebbe accadere in due modi: o a seguito del riuscito processo di aggiustamento a livello nazionale, oppure a causa di forti pressioni politiche e sociali a livello periferico”.
Il dato di fondo della gestione della crisi negli ultimi tre anni va individuato nella convinzione che i problemi strutturali nazionali andassero affrontati a livello nazionale prima che la regione tentasse di accelerare il processo di integrazione.
“Prima ancora del salvataggio di Cipro, i Paesi dell’Eurozona hanno dovuto sopportare il peso della ricapitalizzazione delle banche e delle riforme strutturali. La crisi cipriota non ha fatto che rafforzare la convinzione secondo cui i problemi nazionali andassero affrontati a livello nazionale. La Germania ha sempre pensato che un intervento “ex ante” non avrebbe avuto altro effetto se non quello di rendere meno probabili gli aggiustamenti “ex post”.
Per adottare questo approccio era necessaria una liquidità sufficiente a fronteggiare i terremoti dei mercati. Per questo la Bce si impegnò a sostenere le banche.
Spagna, Italia, Germania e le riforme da fare
Ma questo approccio divenne problematico quando le tensioni dei mercati colpirono la Spagna e l’Italia nel 2011, Paesi troppo grandi per poter essere aiutati con semplici iniezioni di liquidità .
“Le Operazioni monetarie definitive (OMT) furono lo strumento attraverso il quale la Bce permise alla Germania di continuare a imporre una gestione della crisi di suo gradimento”.
“All’inizio della crisi si pensò che i problemi strutturali nazionali fossero in larga misura di natura economica: eccessivi costi bancari, non adeguato allineamento del tasso di cambio interno reale e rigidità strutturali. Ma col tempo apparve chiaro che pesavano molto anche i problemi di natura politica. Le Costituzioni e gli ordinamenti creati nella periferia meridionale dell’Europa dopo la caduta del fascismo, hanno caratteristiche che vanno cambiate se si vuole proseguire sul cammino dell’integrazione. Quando la Germania parla di un decennio per il processo di aggiustamento, ovviamente pensa sia alla riforma economica sia a quella politica”.
La natura della gestione della crisi ha avuto un impatto enorme sul paesaggio macroeconomico.
L’impatto maggiore è stato a carico della crescita regionale con l’effetto, tra l’altro, di accrescere le tensioni politiche.
L’interrogativo è se la macroeconomia può far registrare miglioramenti anche senza modificare la gestione della crisi. A nostro giudizio la risposta è: sì, ma solo in misura limitata.
Banca centrale e Stati Arriva la pagella
Cruciale sarà il comportamento della Bce. Negli ultimi mesi la Bce è apparsa incline a tollerare maggiormente le debolezze economiche. Quanto più la risposta della Bce sarà limitata, tanto più si allontanerà l’obiettivo dell’aggiustamento.
“La necessità di affrontare i problemi nazionali a livello nazionale crea l’immagine del viaggio. I viaggi e le destinazioni variano da Paese a Paese.
Ma a che punto siamo del viaggio? 1) Aggiustamento del tasso di cambio reale: problema risolto per alcuni Paesi. 2) Riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie: a metà del cammino. 3) Riduzione del livello di indebitamento delle famiglie in Spagna: ad un quarto del cammino. 4) Riduzione del livello di indebitamento delle banche: diffiuna risposta a causa delle profonde differenze tra Paesi e banche, ma le grandi banche hanno fatto progressi. 5) Riforma strutturale: difficile a dirsi, ma si segnalano progressi. 6) Riforma politica: praticamente nemmeno avviata”.
Quanto alla riduzione del debito sovrano, il Fiscal Compact impone due obiettivi di medio periodo: i Paesi con un debito eccedente il 60% del PIL debbono rientrare al di sotto di questa soglia entro venti anni; per gli altri Paesi l’obiettivo è non superare un deficit annuo dello 0,5%.
Famiglie indebitate e banche troppo fragili
Per ciò che riguarda l’indebitamento delle famiglie la situazione varia molto da Paese a Paese. Questo problema colpisce in modo particolare Spagna e Irlanda. Meno chiaro è l’eventuale impatto sul Pil della riduzione del livello di indebitamento delle famiglie.
“Gli obiettivi per il sistema bancario nel suo complesso sono stati fissati dalla Bce e concernono il ritorno a più sostenibili rapporti tra capitale ed esposizioni e tra prestiti e depositi”.
Il rapporto prestiti-depositi rimane tuttora ben al di sopra del 120% in Italia,Spagna,PortogalloeIrlanda, Paesi nei quali il sistema bancario permane fragile ed esposto alle scosse del mercato e all’andamento della crisi economica nel suo complesso.
Lavoro e burocrazia mali italici
“Indicare con chiarezza un percorso per la riforma strutturale è molto difficile. Va misurata la situazione strutturale dell’economia ed è necessario individuare ciò che va cambiato e in quale misura va cambiato”. (…)
“In linea generale ci sono tre modi per valutare lo stato di salute dell’economia da una prospettiva strutturale. Il primo consiste nel prendere in esame gli indicatori quali la disoccupazione di lungo periodo e le rigidità del sistema. Il secondo consiste nel valutare gli indicatori quantitativi quali quelli forniti dal Fraser Institute, dalla Banca Mondiale e dall’Ocse. Il terzo consiste nel tentare di misurare la percezione dei cittadini rispetto all’andamento dell’economia, cosa che ha fatto il World Economic Forum.
Il problema è che da questi indicatori non emerge necessariamente un quadro omogeneo.
Uno dei modi per sintetizzare i dati consiste nel creare una media ponderata dei vari indicatori. (…)
Osservando i dati vediamo che l’Olanda è il Paese nelle migliori condizioni di salute da un punto di vista strutturale, seguita a breve distanza da Finlandia e Irlanda. In fondo alla classifica troviamo Portogallo, Italia e Grecia.
Esaminando in particolare il caso dell’Italia emerge che le riforme del 2012 rappresentano un progresso, ma che c’è ancora molto da fare.
“Tuttavia va considerato che per migliorare la situazione strutturale dell’economia,l’Italia non può limitarsi ad approvare nuove leggi, ma deve profondamente modificare la burocrazia e la giustizia. Questa realtà si evince dal rapporto tra misure quantitative (leggi a tutela del lavoro e normativa a disciplina del mercato) e percezione sullo stato di salute dell’economia. L’Italia non sarebbe in termini quantitativi molto lontana dalla media dei Paesi dell’Eurozona, ma la percezione per quanto concerne il commercio e il mercato del lavoro è molto lontana da un livello accettabile. Da questo si deduce che il problema riguarda più l’interpretazione delle leggi da parte della complessa burocrazia pubblica e del sistema giudiziario che le leggi in quanto tali”. (…)
La riforma e le Costituzioni troppo “socialiste”
C’è infine la questione della riforma del sistema politico.
“Come già detto, con l’evolversi della crisi si è sempre più compreso che il problema non era solo economico, ma anche politico, in modo particolare in alcune aree dell’Eurozona”.
“Gli ordinamenti costituzionali dei Paesi periferici dell’Eurozona sono stati approvati all’indomani della caduta di regimi dittatoriali e condizionati da questa esperienza. Le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista a testimonianza della forza politica della sinistra in quel periodo della storia. Questi sistemi politici evidenziano in genere le seguenti caratteristiche:esecutivideboli,debolezza del governo centrale rispetto alle autonomie regionali, tutela costituzionale dei diritti del lavoro, sistemi di costruzione del consenso tali da alimentare il clientelismo.
Questi Paesi non sono riusciti — se non in parte — a realizzare riforme economiche incisive a causa dei limiti costituzionali (Portogallo), del prevalere delle autonomie locali (Spagna) e dell’emergere di partiti populisti (Italia e Grecia)”.
Il problema preoccupa tanto i Paesi periferici quanto l’Unione europea nel suo complesso. Si cominciano a intravedere alcuni cambiamenti.
La Spagna ad esempio si è mossa approvando misure idonee a introdurre un maggiore controllo finanziario sui centri di spesa periferici.
Ma, al di fuori della Spagna, si è fatto poco o nulla.
Il banco di prova sarà il comportamento nell’anno prossimo dell’Italia e del suo nuovo governo che si è detto deciso a riformare il sistema politico.
Traduzione curata da Carlo Antonio Biscotto
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA A NORBERT BARTHLE, RESPONSABILE ECONOMICO DELLA MERKEL: “MOLTE RISERVE SULLA PROPOSTA DI RENZI PER UN PATTO DI FLESSIBILITA'”
«Vedo con molte riserve la proposta di Renzi per un patto di flessibilità . Non è ammissibile annacquare
adesso il Patto di stabilità , è a rischio la fiducia nell’euro. Andiamo verso un autunno di duro confronto politico, spero che la cancelliera abbia la forza di imporre la sua linea».
Ecco il commento a caldo rilasciato a Repubblica da Norbert Barthle, responsabile della politica di bilancio dell’eurozona per la Cdu di Angela Merkel e a lei vicinissimo come pochi altri.
Renzi negozia un Patto di flessibilità . Che ne dite qui a Berlino ?
«La vediamo con molte riserve. La crisi di fiducia nell’euro è superata, ma la crisi dei debiti sovrani che l’ha scatenata è ben lontana dalla fine. Al contrario. Ecco il motivo delle nostre forti riserve. Un’ulteriore flessibilità porterebbe ad ammorbidire e ad annacquare i criteri di stabilità concordati tra tutti i membri dell’eurozona. E in Francia come in Italia occorre che si arrivi alla consapevolezza di questa realtà ”.
E allora cosa rispondete a Renzi?
“Che un ulteriore ammorbidimento dei criteri di stabilità sarebbe controproducente. Non possiamo permetterci di abbassare il livello degli sforzi per più stabilità e più crescita, e soprattutto urge ridurre nel modo più veloce possibile il livello di debito degli Stati più indebitati dell’eurozona”.
Renzi insiste: i negoziati sono già in corso, e con la sua proposta l’Italia risparmierebbe 4 o 5 miliardi, quindi meno debito, perchè non vi piace?
«Renzi fa calcoli errati: vuole usare debiti nuovi per lottare contro i debiti vecchi. Mira a più margine di manovra per l’indebitamento: va nella direzione sbagliata. Due anni fa la Francia ha ottenuto un rinvio in cambio della promessa di varare le necessarie riforme. Non le ha varate. Renzi guarda alla via francese, la via sbagliata. Francia e Italia devono ridurre il debito. Maastricht è ancora valido, sebbene quasi tutti lo sforino, anche la Germania. Ma compiamo ogni sforzo per ridurre, ci aspettiamo lo stesso impegno dai partner».
Renzi vuole riforme: gli credete o no?
«Sembra orientato a riforme interne serie, come sulle Camere. Ma sul debito è sulla via sbagliata, dovrebbe guardare non alla Francia ma ai paesi europei che sono riusciti a ridurlo».
Ma con la drammatica recessione italiana, senza flessibilità , come ridurre?
«È l’argomentazione che nei decenni scorsi ha spinto i politici in tutta Europa a spendere, e ci ha portati alla crisi del debito. Ne usciamo solo col coraggio di riforme strutturali, non con nuovi debiti».
Allora andiamo a uno scontro duro, Renzi e Hollande contro Merkel?
«Penso di sì. Vedo questo scontro alle porte. Verranno negoziati difficili, non sono ancora pessimista per l’euro ma se passa la linea dei nuovi debiti la crisi di fiducia nell’euro tornerà presto. Spero nella forza negoziale di Merkel e Schaeuble”.
È fermo anche il pil tedesco: quanto è pericoloso?
«È una reazione alle crisi in Ucraina e Medio Oriente. Spero che la supereremo ben presto avanzando su nuovi mercati. E’ una piccola frenata, strutturalmente siamo in crescita stabile, non in crisi strutturale come Parigi o Roma».
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica”)
argomento: economia | Commenta »
Agosto 17th, 2014 Riccardo Fucile
“MEGLIO FAR SCENDERE GLI STIPENDI SOTTO I MINIMI CONTRATTUALI CHE UN’ALTA DISOCCUPAZIONE”
“La soluzione è semplice: espansione. Stimolare l’economia tagliando le imposte e finanziandosi col supporto della Banca centrale europea”.
Senza, “fra vent’anni i libri di storia parleranno di decenni perduti”.
Guido Tabellini, economista, ex rettore della Bocconi, è l’esponente più autorevole della cabina di regia economica che Matteo Renzi vorrebbe a Palazzo Chigi.
La sua ricetta, in generale, ricalca il “modello tedesco”: riforme del lavoro che tengano sotto controllo i salari e favoriscano le esportazioni.
Eppure la Germania, che finora ha attuato queste politiche in maniera aggressiva, sta rallentando.
Colpa delle tensioni ucraine, ma soprattutto delle politiche sbagliate dell’area euro.
Quelle che, di fatto, decide proprio la Germania.
Non solo lei. Ma sono ottuse: in queste condizioni i vincoli di bilancio (come il famoso 3% del deficit/Pil) strozzano i paesi del Sud Europa.
L’Italia si deve quindi impegnare per cambiarli?
Non lo accetteranno mai. Chiariamo una cosa: quei vincoli, come la camicia di forza imposta alla Bce — che deve limitarsi a tenere sotto controllo l’inflazione — erano negli accordi. La Germania è entrata nell’euro a queste condizioni di favore. Se fossero state diverse, non lo avrebbe fatto.
Adesso, però, sembra accusare il colpo
Le politiche macroeconomiche sbagliate danneggiano anche loro.
Come se ne esce?
Facendo come Usa e Giappone. Fare deficit per finanziare tagli di tasse. La Bce dovrebbe sostenere questa politica acquistando titoli di stato.
Finora non l’ha fatto.
I tedeschi non lo vogliono.
La Bce ha ribadito di essere pronta a “usare mezzi non convenzionali”.
Per ora sono parole, per giunta in grave ritardo. Guardate il bilancio della Bce: è diversi trimestri che si sta restringendo, insieme all’offerta di credito. Prima o poi sarà costretta a passare dalle parole ai fatti.
Quindi, che si fa?
Riacquistare competitività e rilanciare l’export.
La Germania lo ha fatto comprimendo i salari: così i beni tedeschi hanno conservato prezzi competitivi, ma la domanda interna è calata parecchio.
Non ci sono alternative. Il grande avanzo commerciale tedesco crea squilibri che normalmente dovrebbero essere compensati dalla rivalutazione della loro moneta. Con l’euro non si può fare. Noi non possiamo svalutare il cambio per rendere i nostri beni a prezzi convenienti, ma possiamo riprodurre gli effetti economici della svalutazione. Tagliando i contributi sociali pagati dalle imprese. Dove troviamo i soldi? Tagliando i trasferimenti alle Ferrovie e alle Poste e ad altri servizi.
È il piano Giavazzi. Questo, però, farà salire il prezzo di quei servizi.
Non abbiamo scelta e comunque questo allontanerebbe la deflazione. Ma dobbiamo intervenire anche sul lavoro. Qui abbiamo un esempio.
Quale?
La Spagna, che è tornata a crescere. Bisogna ridurre il peso della contrattazione collettiva a vantaggio di quella aziendale.
Per fare cosa?
Per consentire alle imprese meno produttive di far scendere i salari anche sotto il minimi contrattuali, anzichè licenziare o ricorrere alla Cig.
Un’occupazione senza tutele e con salari bassi.
Sempre meglio che avere una disoccupazione alta o un lavoro a tempo determinato. Il dualismo tra chi ha tutte le tutele e chi non ne ha, c’è già .
Ma così la nostra domanda interna rimane ferma.
Però sarebbe compensata da una maggiore domanda estera. L’effetto regressivo sui redditi bassi potrebbe essere attenuato dalle detrazioni Irpef.
Il premier Matteo Renzi ha detto che “la crescita non si fa tagliando i salari”.
È chiaro che se i salari sono più alti c’è più ricchezza e più domanda. Ma il loro livello deve riflettere la condizione del Paese. Se sono troppo alti rispetto alla produttività questo ha un effetto negativo sull’occupazione. Non c’è antitesi.
Questi sacrifici basterebbero a farci uscire dalla recessione ?
Senza l’intervento della Bce sarà difficile. Ma potremmo negoziare da una posizione migliore.
Lei ha detto che è “meglio uscire dall’euro che ristrutturare il debito pubblico”.
Confermo. Ma sarebbe l’ultima spiaggia e siamo ben lontani da quella situazione. Un’eventuale uscita la pagheremmo comunque a caro prezzo.
Carlo Di Foggia
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
UNDICI LE SCADENZE FISCALI E CONTRIBUTIVE DEL MESE: 13 MILIARDI DI IVA E QUASI 8 DI IRPEF
Altro che ferie tranquille. Di qui a fine agosto imprese e lavoratori autonomi dovranno versare al fisco oltre 29 miliardi di euro di imposte.
Al netto dei contributi previdenziali.
La stima è dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, secondo il quale le scadenze di questo mese sono ben 11.
A pesare maggiormente sulle tasche dei contribuenti sarà l’Iva, il cui gettito dovrebbe superare i 13 miliardi di euro.
Segue il versamento da parte dei datori di lavoro delle ritenute Irpef dei dipendenti e dei collaboratori, per un importo che raggiungerà i 7,6 miliardi di euro, e il pagamento del saldo e dell’acconto Irpef, il cui gettito sarà di 2,45 miliardi.
Altri 1,7 miliardi arriveranno nelle casse dello Stato dal pagamento dell’addizionale Irpef, mentre dall’Irap e dall’Ires sono previsti altri 3 miliardi di euro.
Infine, gli autonomi dovranno versare le proprie ritenute Irpef per un importo che dovrebbe toccare gli 1,3 miliardi di euro.
Gli “appuntamenti” d’agosto con il fisco, ricorda l’associazione degli artigiani e delle piccole e medie imprese, sono sette nei primi 20 giorni del mese, uno tra il 20 e il 25 agosto e altri tre dal 25 al 31.
Visto che quest’ultima data cade di domenica, il termine slitta però di un giorno, all’1 settembre. Secondo Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, ”anche in vista delle scadenze fiscali di agosto molti italiani sono stati costretti ad accorciare le vacanze o, nella peggiore delle ipotesi, a starsene a casa. A settembre, poi, non è detto che tutte le attività riaprano i cancelli.
In attesa di tempi migliori, imprese e famiglie hanno deciso di risparmiare. In definitiva, la paura del futuro sta condizionando gli italiani che in questo momento di difficoltà hanno solo una certezza: onorare un fisco sempre più esoso.”
La Cgia sottolinea che “in prospettiva il carico fiscale che grava sui contribuenti italiani potrebbe addirittura aumentare.
Nel 2015 il governo ha deciso di tagliare la spesa pubblica di 17 miliardi di euro, con un impegno minimo da raggiungere che non potrà essere inferiore ai 4,4 miliardi di euro.
Nel caso il governo non sia in grado di centrare questo obbiettivo minimo, scatterà la cosiddetta ‘clausola di salvaguardia’. In altre parole, come ha confermato nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, a fronte del mancato taglio della spesa i contribuenti saranno chiamati a sopportare un aggravio fiscale di 3 miliardi di euro, a seguito della riduzione delle agevolazioni/detrazioni fiscali e all’aumento delle aliquote, mentre i ministeri dovranno tagliare la spesa per un importo di almeno 1,44 miliardi di euro”.
“In buona sostanza o si riesce a razionalizzare la spesa pubblica e a ridurre gli sprechi, gli sperperi e le inefficienze, altrimenti a pagare il conto saranno ancora una volta gli italiani che già ora sono tra i contribuenti più tartassati d’Europa”. , è la conclusione di Bortolussi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2013 SONO AUMENTATE DEL 6,1%… POCO PIU’ DI UN MILIARDO DI RICAVI VOLA A PECHINO, MA IL RESTO ALIMENTA I NOSTRI CONTI
Dalla piccola imprenditoria alla grande finanza passando per il calcio, la Cina è sempre più vicina.
E non perchè per la prima volta nella storia un cittadino cinese è diventato presidente di una squadra di pallone italiana, nella fattispecie il Pavia Calcio, ma in quanto le aziende italiane guidate da immigrati del grande Stato orientale hanno fatto registrare una crescita record del 6,1% fra il 2012 e il 2013, nello stesso periodo in cui l’imprenditoria italiana arrancava perdendo l’1,6%.
Ancora di più, fa impressione osservare la vera e propria scalata che la banca centrale cinese sta portando avanti fra i colossi tricolore, ultima la Generali, che solo due giorni fa ha ceduto ai rossostellati il 2,014% delle proprie azioni.
I dati relativi all’imprenditoria sono stati forniti dalla Cgia di Mestre.
Le aziende guidate da stranieri, secondo quanto emerge dall’ultimo studio, sono aumentate del 3,1%, toccando, in valore assoluto, quota 708.317.
Quelle però rette da cinesi hanno addirittura siglato un vero e proprio boom (+6,1%), superando di poco le 66.000 unità .
Degli oltre 708.000 imprenditori stranieri presenti in Italia, la Cina ne conta ben 66.050.
I settori maggiormente interessati sono il commercio con quasi 24.050 attività (soprattutto concentrate tra i venditori ambulanti), il manifatturiero, con poco più di 18.200 imprese (quasi tutte nel tessile-abbigliamento e calzature) e la ristorazione-alberghi e bar (oltre 13.700).
Ancora contenuta, ma con un trend in salita molto importante, è la presenza di imprenditori cinesi nel settore dei servizi alla persona, ovvero tra i parrucchieri, le estetiste e i centri massaggi: il numero totale è di poco superiore alle 3.400 unità , ma tra il 2012 e il 2013 l’aumento è stato esponenziale: +34%.
«Sebbene in alcune aree del Paese esistano delle sacche di illegalità che alimentano il lavoro nero e il mercato della contraffazione – rileva il segretario Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi – non dobbiamo dimenticare che i migranti cinesi si sono sempre contraddistinti per una forte vocazione al business».
La nota positiva è che l’ammontare complessivo delle somme di denaro inviate verso la Cina dagli immigrati cinesi presenti in Italia è stato di 1,10 miliardi di euro.
Meno della metà dell’importo registrato nel 2012 (2,67 mld di euro).
Ma come spesso accade, è Piazza Affari il vero termometro di tutti i fenomeni economici. E proprio all’ombra del dito medio di Cattelan, il «Dragone» sta facendo shopping selvaggio del capitalismo italico.
Abbiamo detto della quota acquistata da Generali, che si aggiunge a quelle che Pboc ha rastrellato recentemente in Fiat, Telecom e Prysmian dopo che alla fine di marzo la banca centrale cinese aveva fatto capolino nell’Enel e nell’Eni.
Tutte partecipazioni di poco superiori al 2% del capitale che, in quanto tali, devono essere comunicate al mercato.
Potrebbe essere segno della volontà della Cina di dare visibilità ai suoi movimenti, dopo la missione a Pechino, un paio di mesi fa, di Matteo Renzi, e di quella, lo scorso 23 luglio, del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.
Il totale degli investimenti della Peoplès Bank of China a Piazza Affari sale così a quota 3,3 miliardi, concentrati soprattutto su Eni (1,4 miliardi) ed Enel (734 milioni).
In realtà i capitali del Celeste Impero affluiti sul nostro mercato negli ultimi mesi ammontano a quasi 6 miliardi di euro, se si considera la vendita a Shanghai Electric del 40% di Ansaldo Energia per 400 milioni da parte della Cdp e l’investimento da 2,1 miliardi fatto da State Grid of China sulle reti di Terna e Snam.
D’altronde, in questo momento la Cina sembra essere davvero un gigante inarrivabile per la «povera» Italia: se il Dragone in patria a luglio ha fatto registrare una crescita del Pil del 7,5%, il nostro Paese, come noto, è sceso del 0,2%, per un disastro economico che forse i capitali orientali provenienti da fuori non aiuteranno ad attenuare, se non attraverso una progressiva crescita dell’imprenditoria degli immigrati cinesi arrivati in Italia.
Per il momento, gli unici a rallegrarsi davvero di questi dati sono i tifosi del Pavia Calcio.
Vincenzo Bisbiglia
argomento: economia | Commenta »