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INTERVISTA ALL’ECONOMISTA PAUL DE GRAUWE: “DRAGHI E BERLINO SBAGLIANO TUTTO”

Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile

“UNA SOLA PRIORITA’: FAR RIPARTIRE I CONSUMI”

“Come uscire dalla crisi l’hanno capito tutti: inglesi, giapponesi e americani. Tutti tranne l’Europa, che continuerà  a essere schiacciata dalle paure di tedeschi e olandesi”.
Paul de Grauwe, belga, docente alla London School of Economics, è un economista di fama mondiale.
La sua ricetta per uscire dalla spirale di recessione e deflazione è una sola: tornare a spendere.
Gli ultimi dati sul Pil di Francia e Germania mostrano che la crisi è davvero europea. Come si è arrivati a questo punto?
L’azione politica comunitaria è completamente sbagliata da anni. È stato imposto a tutti i Paesi di badare solo alla riduzione del deficit e si è detto ai governi che si sarebbe usciti dalla crisi migliorando la competitività  dell’offerta.Il risultato è che individui, consumatori e investitori tendono a non spendere, la domanda continua a calare e l’Europa rimane intrappolata nella recessione.
Come se ne esce?
Facendo ripartire la domanda, l’esatto contrario di quanto avvenuto fino a oggi. Solo un cambio delle politiche di bilancio può far sparire la paura. I governi nazionali devono investire in energia, infrastrutture e ambiente.
C’è però un problema di debito pubblico.
No, questo è il momento giusto: in Germania i tassi d’interesse sono all’1 per cento. Spendere oggi è facile e vantaggioso, la Commissione europea lo deve accettare.
Chi sono i responsabili di questa crisi?
Non ce n’è uno solo: i governi, la Commissione, la Banca centrale europea, nessuno ha capito quali siano le riforme essenziali. Per non parlare degli economisti che continuano a ripetere che il problema di domanda si risolve agendo sull’offerta, una idea semplicemente ridicola.
Mario Draghi cosa dovrebbe fare?
Quantitative easing, cioè immettere liquidità  nel sistema e fare in modo che arrivi alle imprese. Non è un’idea innovativa, l’hanno già  fatto tutti: la banca centrale inglese, quella giapponese, quella americana. Solo la Bce resta ferma.
Ha un’idea del perchè?
Tedeschi e olandesi hanno un problema emotivo: temono l’inflazione, quando oggi siamo in piena deflazione. Non hanno capito che questo non è il primo Dopoguerra.
In molti chiedono all’Italia di cedere sovranità  per attuare le riforme, come in Grecia. È una strada percorribile?
Assolutamente no e non solo perchè il programma di riforme è tutto sbagliato. La Banca centrale europea e la Commissione europea stanno tentando di espropriare governi e Parlamenti delle loro funzioni. Vogliono prendersi il diritto di decidere dai politici eletti per consegnarlo nelle mani di dei burocrati. Non stanno distruggendo solo l’economia, ma anche la democrazia.
Quindi condivide il pressing politico di Renzi sulla flessibilità ?
Certo, ha tutto l’interesse a spingere su queste priorità . Fa bene a chiedere che gli investimenti escano dal conteggio del deficit. C’è però un problema.
Quale?
Lui deve provarci, ma sarà  molto difficile che ce la faccia. Solo il deterioramento complessivo dell’economia europea può aiutarlo: deve andare dagli altri Paesi in difficoltà  e convincerli a seguirlo. Ci provi con Hollande, con la Spagna.
L’Italia però sta peggio degli altri.
Certo: da voi è da più tempo che gli investitori non investono e i consumatori non spendono. Fate ripartire i consumi: questa è l’unica soluzione.

Alessio Schiesari
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TROPPE ESPORTAZIONI E POCHI CONSUMI INTERNI: L’AUTOGOL DI BERLINO CHE GELA EUROLANDIA

Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile

MA LA RIPRESA DI TUTTA LA UE DIPENDE SOLO DAI TEDESCHI

Il grande freddo è arrivato.
Prima, la gelata dei prezzi: i dati dicono che troppi Paesi dell’eurozona sono ormai apertamente in deflazione.
Unita all’inflazione troppo bassa negli altri, la gelata ha finito per avviluppare l’economia, mettendo in frigorifero anche la potente locomotiva tedesca e proiettando sui prossimi mesi il rischio non del ristagno, ma della recessione.
Per ora, quello di cui tutti sono sicuri è che non si arriva alla luce in fondo al tunnel, se la locomotiva tedesca non riparte. In qualche modo, i dati fanno giustizia dell’ottimismo, sparso a piene mani nelle ultime settimane, anche da Mario Draghi che, nei giorni scorsi, aveva parlato di ripresa europea «fragile, ma ancora in traiettoria» e di prezzi destinati a scuotersi dall’immobilismo.
Gli osservatori ne possono trarre due lezioni.
La prima è che è illusorio fidarsi di indicatori, come i sondaggi sugli orientamenti di chi, nelle aziende, fa gli acquisti (i “purchasing managers’index”) che avevano alimentato quell’ottimismo.
La seconda è che anche modelli econometrici più sofisticati e complessi – compreso quello della Bce – hanno urgente bisogno di revisione e manutenzione, perchè da anni, ormai, sbagliano per eccesso, pronosticando una ripresa che non arriva.
Un rallentamento dell’economia tedesca che, in questi anni, ha trainato, con la sua formidabile macchina da export, tutta l’Europa, era atteso.
Ma è arrivato troppo presto ed è questo che fa suonare più forte l’allarme.
Si sapeva che la crisi ucraina e le sanzioni alla Russia avrebbero preteso un pedaggio sull’industria tedesca, ricca di affari con Mosca.
Il problema è che l’impatto era atteso ora, nel terzo trimestre, e avremmo dovuto registrarlo a ottobre. Invece, l’economia tedesca si era fermata già  fra aprile e giugno, prima delle misure anti-Putin.
Segno che gli ostacoli, per l’industria tedesca, sono diversi e più grossi delle sanzioni. Ma segno, soprattutto, che i dati di ottobre, sanzioni incluse, potrebbero essere peggiori di quelli usciti ieri.
C’è poco di misterioso nella frenata di un’economia, come quella tedesca, che gioca quasi tutte le sue carte sulle esportazioni.
La congiuntura mondiale si va rivelando asfittica. Gli Usa hanno un andamento a singhiozzo, ma il Giappone ha appena registrato una brusca frenata e anche in Cina il ritmo si è, di colpo, quietato: il credito alle imprese sta registrando gli incrementi più bassi degli ultimi sei anni.
Contemporaneamente, i due più importanti clienti europei della Germania sono svaniti: la Francia è a sviluppo zero e l’Italia con il segno meno.
Semplicemente, le aziende tedesche non sanno a chi vendere. O, meglio, un candidato c’è, ma, finora, il governo Merkel lo ha accuratamente evitato: il mercato interno.
Da tempo, il Fondo monetario, la Casa Bianca e anche molti governi europei chiedono alla Germania una decisa svolta espansiva.
Un mercato interno più vibrante significa esportazioni più facili per gli altri Paesi europei in difficoltà  e un’accelerata dei prezzi tedeschi favorirebbe anche un recupero di competitività  degli stessi Paesi, senza costringerli a cercarla solo nel taglio di salari, occupazione e nella spirale dell’austerità .
Al contrario, i dati sulle vendite al dettaglio in Germania sono tutt’altro che rosei e, nonostante gli incoraggiamenti verbali che arrivano sia dalla Bundesbank che dal governo sugli aumenti salariali, Berlino non sembra puntare con sufficiente decisione su un rilancio dei consumi.
Soprattutto, sembra non voler cogliere l’occasione offerta dalla corsa, nazionale e internazionale, al Bund come bene rifugio.
I tassi di interesse sui titoli pubblici tedeschi sono a minimi record, in qualche caso – a 2 o tre anni – finanche negativi. E’ la spia delle storture che oggi affliggono i mercati finanziari europei, ma nell’immediato presentano al governo tedesco l’opportunità  di finanziare – a prezzi stracciati – quello che molti economisti, anche tedeschi, raccomandano come urgente e indispensabile: un massiccio programma di investimenti pubblici che ammoderni e rilanci le infrastrutture, nel campo dell’educazione, delle strade, dell’energia.
Naturalmente, per farlo, il governo tedesco dovrebbe liberarsi dall’ossessione del pareggio di bilancio e del prosciugamento del debito che impone, oltre che ai partner europei, anche a se stesso. Insomma, liberarsi della trappola dell’austerità  subito e a ogni costo.
Le prime reazioni, a Berlino, a questa improvviso stop dell’economia sono, comunque, per ora assai poco allarmistiche.
L’ufficio studi della Deutsche Bank prevede un rallentamento del ritmo di crescita dell’industria nel 2014, in alcuni settori anche assai marcato, ma si affretta a definirlo un «inciampo temporaneo».
Se, tuttavia, la frenata di primavera dovesse confermarsi anche in estate e in autunno, la classe dirigente tedesca potrebbe essere costretta a rivedere le scelte cui si è attenuta in questi anni.
Gli effetti sul dibattito europeo a proposito di flessibilità  e austerità  sarebbero massicci e questo è un elemento che può frenare le riflessioni di Berlino. I tedeschi temono, infatti, che un allentamento del loro rigore interno possa fornire il segnale sbagliato ai partner europei, una sorta di “tana libera tutti”.
In realtà , fra la dinamica tedesca e quella italiana, le distanze restano enormi. E il dato tedesco sul Pil è molto diverso dal dato italiano sul Pil, anche se il numero è lo stesso.
La Germania sperimenta, oggi, una battuta d’arresto, in larga parte determinata da fattori internazionali e, probabilmente, temporanea.
L’Italia attraversa una crisi che si prolunga, ormai, da vent’anni, è entrata, in questi mesi, nella terza recessione nel giro di cinque anni e denuncia il definitivo tramonto del modello di sviluppo su cui si è fondata la modernizzazione del paese.
Uno stimolo all’export, proveniente dal mercato tedesco, non inciderebbe sui problemi di fondo, strutturali – la burocrazia, il dualismo del mercato del lavoro, la cultura degli imprenditori – che ingessano lo sviluppo del paese.
Le riforme attese e promesse, tuttavia, sono indispensabili per il futuro del paese, ma non danno risultati immediati. E, comunque, non esauriscono il problema.
Uno studio appena pubblicato da lavoce. info mostra che il tracciato dell’economia italiana e di quella finlandese (spesso portata ad esempio di vivacità  e modernità ) sono, negli ultimi tre anni, paralleli, quasi a dimostrare il peso di una congiuntura e di condizioni internazionali.
Le riforme sono cruciali, ma l’Europa – Germania in testa – può dare una mano.

Maurizio Ricci
(da “La Repubblica”)

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ALTRO CHE LOCOMOTIVA DELL’EUROPA, ECCO I DIECI MOTIVI PER CUI L’ITALIA STA PEGGIO DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI

Agosto 14th, 2014 Riccardo Fucile

PIL, PRODUZIONE INDUSTRIALE, INFLAZIONE, DEFICIT: NON BASTANO LE PALLE DI RENZI A FARCI RECUPERARE CREDIBILITA’

Ci sono meno zero due percento e meno zero due per cento. Anche la Germania rallenta e una settimana dopo i dati negativi sul Pil diffusi dall’Istat relativi al nostro Paese, Berlino registra nel secondo trimestre un tasso di crescita negativo di due decimi di punto percentuali rispetto ai tre mesi precedenti, esattamente come l’Italia. L’economia tedesca soffre tanto quanto la nostra? Non proprio.
Ci sono, almeno, dieci ragioni per cui il divario con i nostri principali partner europei resta ancora molto ampio.
PI
Va da sè che il dato di oggi è espresso in termini percentuali e congiunturali, cioè rispetto al trimestre precedente.
Non solo quindi, in termini di valore assoluto, Italia e Germania restano molto distanti visto che nel 2013 Berlino vantava un Prodotto Interno Lordo da circa 2737 miliardi di euro contro i 1560 italiani, ma il segno meno annunciato oggi relativo al periodo aprile-giugno, segue un dato positivo (+0,7%) nel periodo precedente e arriva al termine di un periodo di prolungata e progressiva crescita.
Nel caso italiano, l’ultimo dato negativo arriva invece dopo una lunghissima recessione, interrotta soltanto a fine dello scorso anno da un misero +0,1%
PRODUZIONE INDUSTRIALE
L’ultimo dato, diffuso a ridosso dei numeri negativi sul Pil, è passato inosservato. A giugno, dopo la pesante caduta del mese precedente, la produzione industriale è leggermente risalita.
Ma il Paese sconta ancora un un trend che negli anni passati e fino alla fine del mese scorso è stato fortemente negativo, con cali superiori al 7%. Secondo il Centro Studi di Confindustria, la caduta rispetto al picco pre-crisi di aprile 2008 è stata del 23,9%.
INFLAZIONE
Il tema del calo del livello dei prezzi preoccupa tutta l’Eurozona, non solo il nostro Paese.
L’Italia però rischia di essere il primo tra i grandi Paesi dell’Unione, esclusa la Spagna, a sprofondare nella deflazione. I dati diffusi dall’Istat martedì hanno cominciato a preparare al peggio: in dieci grandi città  il trend dell’inflazione è già  negativo. La differenza è che, per un Paese ad alto debito pubblico come il nostro, uno scenario di deflazione rischia di essere letale per la sostenibilità  del nostro debito.
DEBITO PUBBLICO
È il vero macigno che grava sulla nostra economia, nonchè il massimo fattore di preoccupazione per i sorveglianti di Bruxelles.
Malgrado le rassicurazioni di una progressiva riduzione contenute nel Def, il nostro debito pubblico continua a crescere e di recente ha sorpassato anche quello tedesco, diventando così il più alto d’Europa. In confronto al PIl, il dato che più interessa all’Europa, la questione è ancora più preoccupante.
Secondo le stime di Moody’s entro la fine dell’anno il dato si attesterà  intorno al 136,4%, quando nel Def le previsioni del governo si fermavano al 134,9%.
Le norme europee fissate dal nuovo Patto di Stabilità  e Crescita e dal Fiscal Compact impongono però un drastico percorso di riduzione fino al 60% nell’arco di un ventennio. Allontanarsi ulteriormente dall’obiettivo significa appesantire ulteriormente le manovre annuali volte centrare questo obiettivo.
CONSUMI
Dopo un sussulto positivo nel mese di aprile, i dati sulle vendite al dettaglio sono tornati nuovamente con il segno meno a maggio.
I dati di Confcommercio relativi al mese di giugno, prima mensilità  in cui gli italiani hanno potuto utilizzare gli 80 euro del bonus fiscale, non hanno mostrato particolari scossoni, e i consumi sono cresciuti soltanto dello 0,1%.
Proprio sulla ripresa della domanda interna, una delle componenti del dato sul prodotto interno lordo, aveva fatto affidamento al premier nell’approvare il beneficio Irpef. Gli effetti però — secondo l’associazione dei commercianti — sono stati “quasi invisibili”.
DEFICIT
È l’altro importante parametro tenuto sotto controllo da Bruxelles. Il drastico calo del Pil certificato dall’Istat ci porterà  alla fine dell’anno a un livello vicino, ma inferiore, all’ormai famoso 3 per cento fissato dal Patto di Stabilità  e crescita.
Anche se l’obiettivo del Def era più basso, l’Italia a meno di altri clamorosi scossoni riuscirà  comunque a restare al sicuro sotto il tetto previsto.
A differenza del debito, l’Italia non è tra i Paesi che più desta preoccupazioni.
La Francia, ad esempio, da diversi anni sfora ormai stabilmente il 3%, pur gravata da un debito pubblico sensibilmente più basso del nostro e da un tasso di crescita leggermente più sostenuto del nostro.
Inoltre, a pesare enormemente sul nostro deficit, sono le spese sostenute per gli interessi sul debito.
Il semplice avanzo primario, la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato — che sommato alle spese per interessi costituisce il deficit — è il più alto d’Europa
DISOCCUPAZIONE
L’aumento dei cittadini senza lavoro è al di là  dei grandi indicatori macroeconomici uno dei segnali più evidenti dello stato di salute di un’economia, tanto che per Paesi in crescita in cui la disoccupazione resta alta si parla, con scarsi entusiasmi, di jobless recovery.
Letteralmente, ripresa senza posti di lavoro.
Una condizione che, se prolungata, rischia di far arrestare presto anche i primi segnali di crescita. Il divario con gli altri Paesi europei è, da questo punto di vista, allarmante. Gli ultimi dati Istat segnano un tasso di disoccupazione del 12,3% e un tasso di disoccupazione giovanile che ha raggiunto il 43,7%.
Un giovane su due — in età  compresa tra i 18 e i 24 anni -, tra quelli che cercano lavoro, non lo trova. Il confronto con la Germania è impietoso: il tasso di disoccupazione giovanile, secondo Eurostat, si attesta al 7,8%. Quello generale al 5,1%.
PRESSIONE FISCALE
Che tasse e imposte varie pesino in modo spropositato sui propri bilanci, cittadini e famiglie lo sanno già  prima ancora di conoscere il dato sulla pressione fiscale. Rispetto agli altri Paesi dell’Unione, l’Italia si trova al settimo posto, con un dato riferito al Pil — sempre secondo dati Eurostat – che si attesta al 42,8%. Sul podio: Danimarca (48,6%), Belgio (46,7%), Francia (45,9%).
BANCHE E CREDITO
A differenza di altri Paesi del Mediterraneo, il nostro sistema bancario ha retto la crisi senza significativi interventi pubblici per salvare gli istituti in crisi.
Un recente rapporto di Mediobanca Securities mostra poi come in vista del doppio esame che si concluderà  in autunno (asset quality review e stress test) lo stato di salute delle nostre banche sia migliore delle principali concorrenti tedesche.
Ciononostante, l’accesso al credito per i cittadini italiani resta ancora molto più difficile che altrove.
Uno studio di Adusbef e Federconsumatori a partire da dati Bce-Bankitalia mostra come i tassi applicati per i mutui siano stabilmente più alti della media applicata dagli altri paesi dell’Eurozona.
EXPORT
Gli ultimi dati sul commercio estero non sono incoraggianti, con le esportazioni che risultano in calo di oltre quattro punti percentuali.
In un’economia segnata da una domanda perennemente fiacca e investimenti fermi al palo sono in molti a sperare che a trainare la ripresa possano essere proprio le esportazioni.
Per questo, dati negativi anche su questo fronte aggravano ulteriormente il quadro economico. A penalizzarci, però, insieme agli altri partner europei, è un euro molto forte che rende le nostre merci troppo care per i mercati extra Ue.
Anche se fuori dal mandato della Banca Centrale, l’obiettivo indiretto dell’Eurotower è tutt’ora anche quello di indebolire la valuta comunitaria. Operazione che finirebbe per aiutare sensibilmente la crescita delle esportazioni.
L’Italia però deve guardarsi bene anche dal rischio opposto: quello cioè di fare eccessivamente affidamento soltanto sull’export.
Il caso tedesco è emblematico. Sforando anche ripetutamente le prescrizioni europee, e senza grossi clamori, la Germania ha tenuto in questi anni bassi salari e compresso al massimo la spesa pubblica, facendo registrare stabilmente ampi surplus commerciali, anche oltre il 6% fissato dall’Europa.
Ora anche a Berlino qualcosa sembra essersi inceppato sul fronte dell’export e il Paese è costretto a mettere a punto misure per rilanciare la domanda interna.

(da “Huffingtonpost”)

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DOPO DUE ANNI SI FERMA LA LOKOMOTIVA GERMANIA: PAESI EUROPEI FERMI E BERLINO NON ESPORTA PIU’

Agosto 14th, 2014 Riccardo Fucile

LA FRANCIA A CRESCITA ZERO… COLPO DI SOLE DI RENZI AL SUD: “TRASCINEREMO NOI L’EUROPA FUORI DALLA CRISI”

La locomotiva Germania rallenta.
Per la prima volta dopo due anni il Pil tedesco registra uno -0,2% nel secondo trimestre 2014.
Il dato è peggiore delle attese che indicavano una possibile flessione del -0,1%.
La crescita del primo trimestre rispetto all’ultimo del 2013 è stata rivista dal +0,8 al +0,7%. Il rendimento del bund, il titolo di Stato decennale, crolla sotto l’1% su attese crescenti per ulteriori misure da parte della Bce per venire in soccorso ai governi con misure non convenzionali pro-crescita: è la prima volta mai registrata dalle serie storiche.
Quelle che arrivano da Berlino non sono le uniche brutte notizie sul fronte della ripresa.
Oggi l’Eurostat ha diffuso le stime sull’economia dell’Eurozona: nei 18 Paesi la crescita è ferma e sale dello 0,76% su base annua.
Le previsioni degli analisti erano di una crescita trimestrale dello 0,1%.
Nell’Unione europea a 28 paesi il Pil cresce dello 0,2% trimesterale e dell’1,2% annuale.
Ma oltre al prodotto interno lordo, che è fermo anche in Francia, a far paura è lo spettro deflazionistico: dopo il Portogallo (-0,7%) anche la Spagna segna un’inflazione negativa (-0,4%).
A livello europeo si registra un nuovo calo dal 0,5% di giugno al 0,4% di luglio.
I dati del Pil nel secondo trimestre, diffusi questa mattina dall’istituto di statistica Insee, segnano che l’economia francese è ferma per il secondo trimestre consecutivo. Il dato invariato rispetto al trimestre precedente segue la crescita zero già  registrata nel primo trimestre dell’anno rispetto all’ultimo trimestre del 2013. L’economia francese ristagna e il governo si prepara a rivedere le stime per il 2014.
Il ministro delle finanze, Michel Sapin, ha scritto sul quotidiano Le Monde che per l’anno in corso la previsione di crescita sarà  ridotta dall’1% allo 0,5%. Come conseguenza Parigi mancherà  l’obiettivo di deficit-Pil al 3,8%.
La nuova stima è un rapporto superiore al 4%. Sapin sollecita risposte dall’Europa, dal rafforzamento dell’azione della Bce ad un adattamento delle regole di budget alla situazione economica, quindi maggiore flessibilità  rispetto ai vincoli che gravano sui conti pubblici.
Arriva a stretto giro la replica di Francoforte.
A parlare è la Banca centrale europea nel suo bollettino mensile dove cita fra i rischi anche una «domanda interna inferiore alle attese» e invita i governi a «riforme strutturali».
Riforme strutturali che «dovrebbero mirare innanzitutto a promuovere gli investimenti e la creazione di posti di lavoro», e i Paesi dell’Eurozona dovrebbero «procedere in linea con il Patto di stabilità  e crescita senza vanificare i progressi conseguiti», risanando i bilanci «in modo da favorire l’espansione economica», scrive la Bce.
Per quanto riguarda l’allarme deflazionistico (le nuove stime danno l’inflazione al 0,7% nel 2014) la Bce dice di essere pronta a fare la propria parte con «misure non convenzionali».
C’è però una possibile luce in fondo al tunnel di buona parte dell’Eurozona, ed è la Grecia ormai prossima a uscire da una recessione durata sei anni.
Anche la Spagna, con un +0,6% già  incassato grazie alle riforme decise adottate dal premier Mariano Rajoy sotto la pressione di Ue e Fondo monetario internazionale.
La Grecia, sempre nel secondo trimestre, ha segnato un -0,2%, un dato migliore del -0,5% previsto e che apre all’uscita dalla recessione peggiore dal dopoguerra.
Ma proprio la Spagna riaccende l’allarme-deflazione: mentre i prezzi restano positivi in Francia e Germania e stagnano in Italia, in Spagna sono scesi a luglio dello 0,3% su anno.
Numeri che rischiano di rivelare che la ripresa ha già  dato il meglio di sè.
Al termine della disamina delle cose serie, da annotare l’affermazione del premier italiano Renzi, frutto ci auguriamo di un colpo di sole, visto il suo tour al sud dove il sole picchia forte: “Oggi l’Italia è nelle condizioni di poter essere la guida dell’Europa, di trascinare l’Eurozona fuori dalla crisi», ha detto parlando a Napoli alla Città  della Scienza.
Meglio non commentare.

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DEFLAZIONE, L’INCUBO DEGLI ECONOMISTI: I PREZZI SCENDONO E INCHIODANO L’ECONOMIA

Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile

PER LE FAMIGLIE CI SONO PIU’ SVANTAGGI   CHE VANTAGGI

Che cosa è la deflazione?  
È l’esatto contrario dell’inflazione. Anzichè salire, i prezzi scendono.
Si direbbe che è un fatto positivo per chi fa la spesa tutti i giorni. È così?  
Sulle prime la deflazione potrebbe sorprendere positivamente chi va al supermercato, in quanto mese dopo mese si trova a pagare di meno la spesa. Ma le conseguenze sono pesanti. Le aziende produttrici si ritrovano con ricavi e redditività  in calo. Il rischio è che reagiscano tagliando produzione e occupazione. Dunque i salari. Così anche se le famiglie pagano meno la spesa alla lunga si possono ritrovare con un reddito inferiore o addirittura senza più un reddito. Dunque ridurranno ulteriormente gli acquisti.
Cosa succede nei beni durevoli, quelli generalmente più costosi?  
Sono quelli che registrano l’impatto immediato negativo più forte. Dal momento che i prezzi continuano a scendere, non viene mai il giorno giusto per acquistare. In questo modo i consumi si bloccano: perchè comprare oggi se domani lo stesso prodotto costerà  di meno? Chiaro che l’effetto sui conti delle società  è ancora più veloce che nei beni di largo consumo, i ricavi scendono, il mercato si ingessa.
Che cosa capita a chi ha un debito?  
In termini reali l’indebitamento aumenta. Mettiamola così: se ho un debito che è pari a 100 e una carota vale 1, il mio debito equivale a 100 carote. Ma se la carota arriva a valere 0,5, allora il mio debito raddoppia: per pagarlo dovrò rinunciare a più carote del previsto.
Lo stesso accade al debito degli Stati?  
«Combattere la deflazione è più complicato per chi, come l’Italia, ha un debito pari al 130% del prodotto interno lordo», dice l’economista dell’Università  di Parma Francesco Daveri. Mentre il calo dei prezzi può portare a una prolungata stagnazione economica – come avvenuto in Giappone – una delle soluzioni è stimolare l’economia attraverso la mano pubblica, con politiche espansive della domanda.
È un rimedio efficace?  
Non del tutto, perchè «l’utilizzo di politiche fiscali espansive spesso non si traduce in maggiori consumi», avverte Daveri. Sovente, anzichè spendere tali soldi, le persone tendono a risparmiare, non sapendo fino a quando il fenomeno si protrarrà , con un ulteriore avvitamento dei consumi e, nel contempo, un considerevole aumento del debito pubblico.
Cosa ci si può aspettare su quest’ultimo versante?  
Secondo un’analisi condotta dal Telegraph, da settembre i prezzi sono scesi mediamente dell’1,5% in Europa e del 5,6% in Italia. Una tendenza che, secondo il quotidiano britannico, entro il 2018 potrebbe far innalzare gli indicatori di debito del 10% in Francia, del 15% in Italia e del 24% in Spagna.
Cosa succede invece per gli investimenti?
In un clima di deflazione le Borse beneficiano dei tassi in calo ma alla lunga subiscono la stagnazione dell’economia e la caduta dei profitti. Discorso diverso per le obbligazioni: gli investitori, in quanto creditori, possono godere di rendimenti reali più elevati oltre ad apprezzamenti in conto capitale con ulteriori cali dei tassi di interesse.
È vero che la Bce ha poche armi da opporre alla deflazione?  
Se può fare relativamente poco con la leva dei tassi, già  vicini allo zero, la Bce può ricorrere a politiche non convenzionali, sulla scia di quanto ha già  fatto l’americana Federal Reserve. Negli ultimi anni mediante l’acquisto di titoli di Stato (il cosiddetto «quantitative easing»), la Fed ha di fatto stampato moneta per aumentare la liquidità  circolante, agevolare le banche e stimolare la ripresa.

Francesco Spini
(da “La Stampa”)

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L’INCUBO DEI PREZZI A CRESCITA ZERO

Agosto 13th, 2014 Riccardo Fucile

TITO BOERI: IL CIRCOLO VIZIOSO DELLA DEFLAZIONE

Il fatto che i prezzi diminuiscono in genere è una buona notizia per le famiglie. Perchè allora il calo dei prezzi dei beni ad alta frequenza d’acquisto certificato ieri dall’Istat dovrebbe preoccuparci?
Il rischio è quello che l’Italia cada in una trappola deflazionistica. È un rischio abbastanza paradossale per un paese che per decenni ha vissuto con un’inflazione a due cifre, ma tutt’altro che remoto. Per capire di cosa si tratta bisogna uscire dalla dimensione della singola famiglia o impresa e ragionare dal punto di vista dell’economia nel suo complesso. Se le famiglie si aspettano un forte calo dei prezzi in futuro, decideranno di rimandare piani d’acquisto in attesa di avere condizioni più favorevoli. Questo fa calare i consumi, dunque la domanda delle imprese, che potranno a loro volta reagire alla caduta dei ricavi contenendo i costi, a partire da quelli del lavoro. Significa salari più bassi e, soprattutto, licenziamenti.
A quel punto la buona notizia del calo dei prezzi, almeno per la famiglia di chi ha perso il lavoro, diventa una pessima notizia: i prezzi saranno pur più bassi, ma c’è un reddito in meno in casa cui attingere.
Per le imprese, soprattutto quelle che nascono o che devono crescere e che devono indebitarsi per investire, prezzi dei beni che calano vogliono dire che i debiti contratti oggi andranno ripagati domani a un prezzo più alto perchè quelle somme di denaro avranno un valore maggiore.
Se l’inflazione è una buona notizia per chi ha debiti, è vero anche il contrario: la deflazione è una pessima notizia per chi dovrà  in futuro restituire somme di denaro che valgono di più rispetto ai redditi che servono per saldare i debiti.
Anche se i tassi di interesse che si devono pagare sui prestiti sono molto bassi, quello che conta sono i tassi di interesse reali, quelli che si devono pagare al netto dell’inflazione.
E l’inflazione negativa li fa aumentare.
Come si capisce dagli esempi appena fatti, ciò che preoccupa del calo dei prezzi è nelle aspettative che ingenera in famiglie ed imprese.
Se il calo dovesse protrarsi a lungo, cambierà  i loro comportamenti. Aspettandosi prezzi in calo, queste finiranno, in modo del tutto razionale, per rimandare piani di investimento e acquisti di beni durevoli, trascinando così l’economia in una depressione.
Ci sono precedenti storici di fenomeni di questo tipo. Il più conosciuto è quello della Grande Depressione del ’29 in cui i prezzi scesero del 22 per cento in quattro anni, in parallelo con la perdita di quasi un quarto del reddito nazionale.
Poi c’è il caso del Giappone che, tra il 1990 e il 2012, ha visto i prezzi al consumo diminuire del 12 per cento, mentre l’economia era in stagnazione
Cosa si può fare per contrastare la deflazione?
Le sue cause sono principalmente legate a un eccesso di risparmio da parte di chi in passato si era indebitato eccessivamente.
Nel nostro caso sono le banche che, tagliando gli impieghi per rafforzarsi patrimonialmente, strangolano le imprese. Anche per questo è principalmente la politica monetaria, per intenderci quella oggi decisa a Francoforte, che può offrire le munizioni migliori per contrastare questo rischio.
Non basta azzerare i tassi controllati dalla Bce, perchè anche tassi di interesse pari a zero quando i prezzi sono in calo, significano tassi di interesse reali elevati.
Per questo la Bce ha addirittura introdotto dei tassi di interesse negativi per le banche che depositano somme presso la banca centrale oltre che tutta una serie di politiche non convenzionali per aumentare la quantità  di moneta in circolazione, mentre da tempo Mario Draghi ripete che la Bce auspica un’inflazione più alta, attorno al tasso obiettivo del 2 per cento. Ma tutto questo rischia di non bastare a far calare i tassi di interesse reali in paesi come l’Italia e a indurre le banche a erogare credito alle imprese a condizioni più vantaggiose.
Servirebbe invece che la Bce spingesse per una svalutazione dell’euro rispetto ai livelli attuali, magari arrivando a comprare titoli di Stato statunitensi o giapponesi.
Un euro deprezzato rispetto al dollaro o allo yen farebbe aumentare la domanda estera di beni prodotti da noi, facendo al contempo salire i prezzi dei beni importati.
Avremmo così al contempo più esportazioni e minor rischio di deflazione.
Servirebbe anche che all’Eurotower si cominciasse ad usare il bazooka comprando direttamente obbligazioni emesse da imprese, soprattutto negli otto paesi dell’area euro in cui il rischio di deflazione è più forte.
Sarebbe un modo per stimolare le imprese di questi paesi a investire, trovando fondi anche al di fuori del sistema bancario. L’esempio degli Stati Uniti, dove il cosiddetto quantitative easing è grandemente servito a ridurre la disoccupazione, è incoraggiante.
Come Draghi col il suo whatever it takes nel 2011 ha evitato il crollo dell’euro, oggi deve essere credibile nel suo impegno a contrastare la deflazione.
Ma non è solo la Bce che può servire per scongiurare il rischio di una trappola della deflazione in Italia. Servono molto le riforme strutturali, quelle fatte davvero e non solo annunciate. Prendersela a parole coi totem, come l’articolo 18, offre solo un segno di impotenza.
Ha fatto bene ieri Renzi a sottolineare che altri sono i problemi.
Farà  ancor meglio quando spiegherà  in che cosa consiste il suo Jobs Act e soprattutto quando lo tradurrà  in un Jobs Fact in tempi molto stretti.
Perchè le riforme, quelle vere, servono moltissimo. Spingono infatti i flussi di capitale, anzichè verso i titoli di Stato, verso gli impieghi produttivi, quelli che finanziano l’accumulazione di capitale fisico, la creazione di nuovi impianti, con investimenti reali fissi e partecipazioni azionarie nelle nostre imprese.
Per questo è una buona notizia, questa sì, il crescente interesse degli investitori stranieri e di quelli istituzionali nel nostro paese.
Ci potranno essere di grande aiuto nello scongiurare il rischio di deflazione.

Tito Boeri
(da “La Repubblica“)

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MOODY’S BASTONA RENZI: “FUTURO GRIGIO PER L’ITALIA, RECESSIONE PESERA’ SU FISCO E CLIMA POLITICO”

Agosto 11th, 2014 Riccardo Fucile

“L’ITALIA NON RAGGIUNGERA’ IL TARGET DEFICIT-PIL”… “A RISCHIO I RAPPORTI CON LA UE”

L’agenzia di rating Moody’s ha tagliato le stime di crescita dell’Italia.
Nel 2014 il Paese vedrà  il proprio Prodotto interno lordo non salire, ma scendere dello 0,1%.
E la recessione peserà  sulla politica fiscale e sul clima politico.
Gli economisti hanno tagliato la previsione sul Pil dell’Italia nel 2014 a -0,1% dal precedente +0,5%.
In un report dedicato al nostro paese dopo il dato sul Pil del secondo trimestre, Moody’s scrive che la lentezza delle riforme e le lacune nella performance di bilancio probabilmente aumenteranno le tensioni con i partner europei, soprattutto con la Germania.
L’agenzia vede il rapporto deficit/Pil 2014 e 2015 al 2,7%, con rischi significativi di ulteriori revisioni al rialzo.
Per quanto riguarda il rapporto debito/Pil, Moody’s lo stima al 136,4% quest’anno e al 135,8% nel 2015.
La scorsa settimana era stato l’Istituto di Statistica (Istat) a rivedere le proprie previsioni per l’anno in corso, annunciando il secondo trimestre negativo del Pil italiano e l’ingresso del Paese di nuovo in recessione. Nei tre mesi finiti a giugno, il Pil è calato dello 0,2% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, quando l’economia aveva registrato una contrazione dello 0,1%.

(da “La Repubblica“)

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PARLANO DI ITALICUM E L’ITALIA AFFONDA: “GALLEGGIAMO CON L’ESTERO, IL PAESE E’ MORTO”

Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile

GLI 80 EURO? ECCO L’ITALIA REALE: LE IMPRESE

“Se fosse per l’Italia saremmo morti”. Il commento finale di Giorgio Sangalli sintetizza il pensiero degli industriali italiani a poche ore dai dati Istat che certificano il ritorno in recessione del Paese.
La Sangalli vetro è il secondo produttore europeo di vetro piano, e il primo italiano (4 stabilimenti e 130 milioni di euro di fatturato), ma in Italia non riesce più a vendere. “Se mi chiedete cosa penso – spiega Sangalli – vi rispondo questo: nel 2007 in Italia si vendevano 1.300.000 tonnellate di vetro. Nel 2013 siamo a 870mila”.
Tradotto in forza lavoro: “Dei quattro stabilimenti esistenti in Italia, due hanno chiuso, con una perdita di oltre il 50 per cento dei posti di lavoro, parliamo di centinaia di addetti”.
È lo specchio della crisi nera del settore che ha trainato il boom economico italiano, e che ora tira giù tutto: l’edilizia (quella residenziale è crollata in di un terzo rispetto al 2012).
“Noi lavoriamo soprattutto per loro, quindi – di fatto – non lavoriamo in Italia, ma solo con l’estero. Al nord, lo stabilimento di San Giorgio resiste grazie alle vendite verso Austria e   Baviera. Se fosse per il mercato interno avremmo già  chiuso”.
Il crollo dell’edilizia ha affossato anche il comparto arredo.
“Da noi i negozi stanno morendo uno dopo l’altro – racconta Paolo Frattali, titolare di un negozio di mobili a Roma – la classe media è completamente sparita, i professionisti e le commesse estere ci danno un po’ di ossigeno, altrimenti avremmo chiuso a dicembre scorso”.
Dal lato produttori va anche peggio: “Se lavorassi per i mobilifici italiani sarei morto da tempo – spiega Fabio Simonella, per anni responsabile della sezione legno e arredo dell’unione industriale di Pordenone e ad di SinCo, impresa che faceva da terzista a un fornitore di Ikea -Lavoro soprattutto per gli americani, gli ordinativi nativi degli arredatori italiani sono ai minimi storici”.
Dal 2007 al 2012 il mercato del legno e dell’arredo ha perso quasi 14 miliardi di fatturato, 4200 imprese hanno chiuso i battenti.
Il risultato è stato un salasso di 28mila posti di lavoro.
Sono gli effetti del crollo della domanda interna (-2,7 per cento sul Pil, rispetto al 2013), che l’Istat certifica con due righe asettiche: “Il contributo della componente nazionale sulla variazione congiunturale del Pil risulta nullo (…)”.
Quel che è peggio, però, è che “quello estero è addirittura negativo”.
Tradotto: le esportazioni, che finora hanno tenuto a galla la produzione industriale, stanno dando segnali di cedimento.
A fronte della crescita di quelle verso i Paesi europei, a giugno 2014 le esportazioni verso il resto del mondo si sono contratte del 4,3 per cento.
Il saldo è negativo, e quindi impatta negativamente sul Pil.
Se a questo si aggiunge il terrificante dato della Germania sugli ordini di fabbrica diffuso ieri, – 2,4 per cento annuale (si aspettavano un +1,1 per cento), cioè del nostro più grande importatore (48, 4 miliardi di euro nel solo 2013) è difficile immaginare un rimbalzo della nostra economia nei prossimi mesi.
Anche chi non esporta, però, arranca.
“A noi ci salvano i Russi – spiega Lucia – responsabile per l’Italia di una grande multinazionale dell’abbigliamento con centinaia di dipendenti – Finora il calo delle vendite è stato del 10 per cento. Gli italiani non entrano più nei negozi, funzionano solo gli outlet. Si lavora grazie ai turisti. E quest’anno non se ne sono visti molti. Perfino la Spagna è andata un po’ meglio”.

Carlo Di Foggia
(da “il Fatto Quotidiano“)

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L’ECONOMISTA BOERI: “GLI ERRORI DI RENZI? TROPPE RIFORME E SENZA COPERTURE CERTE”

Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile

“MEGLIO FARE UNA SOLA COSA MA FARLA BENE, COMINCIANDO DA LAVORO, GIUSTIZIA E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE”… “IL GOVERNO NON HA IDEE CHIARE SU COSA FARE”

Subito avanti con cinque riforme. Dopo la batosta, Matteo Renzi rilancia, com’è nel suo stile.
L’Istat ha certificato l’Italia è piombata di nuovo in recessione, ma con quelle “garantisco la crescita”, ha ribattuto il premier in un’intervista al Messaggero.
Il “gambler in a rush”, il giocatore d’azzardo che va di fretta come lo ha ribattezzato l’Economist, tira dritto per la propria strada in una bulimia riformatrice che finora ha prodotto tanti incipit entusiasti (e magari anche promettenti) e pochi approdi concreti. Ma che, stando agli indicatori economici e ai pareri degli economisti, non sembra quella giusta.
Partiamo dal presupposto che i problemi dell’economia non si risolvono in pochi mesi, però…”.
Però, professor Tito Boeri?
“Però il governo è partito in quarta con un’agenda di riforme ambiziose e non è andata molto oltre gli annunci. Doveva fare un’altra cosa: doveva cominciarne una e portarla avanti fino in fondo. Bastava fare una cosa e farla bene”.
Eppure, secondo Boeri, docente di Economia alla Bocconi ed ex consulente di Commissione Ue, Bce e Banca Mondiale, la scelta era ampia: “Poteva cominciare dal lavoro, per esempio. Oppure dalla giustizia: le aziende straniere non investono in Italia per paura della lunghezza dei processi. Avrebbe potuto portare a termine la riforma della Pubblica Amministrazione, che è un fatt0re di competitività  molto importante per le imprese”.
Invece?
“Invece Renzi è partito da una misura come il bonus di 80 euro, commettendo un errore: non ha trovato subito i finanziamenti per renderlo strutturale. In questo momento le famiglie si domandano: ‘Quanto durerà ?’. E questa incertezza pesa: se le persone non hanno la sicurezza che quei soldi continueranno ad arrivare anche in futuro, di certo non li spendono. Infatti gli effetti sui consumi sono risultati molto relativi”.
Secondo molti sarebbe stato meglio abbassare il peso fiscale sulle aziende, tagliando l’Imposta regionale sulle attività  produttive, ad esempio.
“Il punto centrale sono sempre le coperture: se le imprese non hanno la sicurezza di poter contare su quelle risorse sul lungo periodo non investono e non assumono. Sarebbe stato meglio a questo punto, e lo dico da tempo, agire sui contributi sociali: sarebbe risultato più semplice e ne avrebbero beneficiato sia i lavoratori che le imprese”.
Ora la mazzata arrivata dall’Istat: per Boeri non era poi così difficile prevederla. “Renzi ha voluto negare la difficoltà  del momento — continua il professore, fondatore del sito di informazione economica lavoce.info — quelle indicate nel Def sono stime di crescita non in linea con i dati che emergevano da tempo. C’erano segnali chiari, come l’andamento della produzione industriale: si prevedeva la stagnazione, ora l’Istat ci dice che siamo in recessione. Il problema, però, non sono i decimali, il -0,1 oppure il -0,2%. Il messaggio è che l’Italia è una malata grave, è afflitta da i grossi problemi di fondo che conosciamo e ha dovuto affrontare due pesantissime recessioni in pochi anni”.
I pochi segnali positivi dell’inizio del mandato di Renzi sono stati spazzati via da un comunicato dell’Istituto centrale di statistica: “Anche tra il 2009 e il 2011 ce n’erano stati, ma la crescita era bassissima. Per ripartire davvero ci vuole ben altro”.
Gli appelli ad avere “coraggio e orgoglio“, alla voglia di cambiare, a tirare dritto sul percorso delle riforme non bastano.
“Il premier ha giocato fin dall’inizio la carta dell’ottimismo. Ma come dimostrano i 10 anni di politica economica di Berlusconi il falso ottimismo genera pessimismo. Oggi paghiamo lo scotto di quella decade sprecata: lui e Tremonti hanno avuto 10 anni per cambiare l’economia e la storia di questo Paese e ora siamo in questa situazione per colpa loro”.
Renzi è partito di slancio, il suo dinamismo ha fatto intravedere la possibilità  di una scossa positiva, ma nel bilancio pesano le molte riforme iniziate e non portate a termine come quella del lavoro, che per Boeri fotografa il momento che il governo e l’Italia stanno attraversando: “Perchè il Jobs Act si è arenato in Parlamento? Perchè la maggioranza non ha le idee chiare su cosa vuole fare”.

Marco Pasciuti

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