Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL CAPO DELLA BCE RICORDA A RENZI LE PRIORITA’: “RIFORMARE LA BUROCRAZIA E IL MERCATO DEL LAVORO”… BCE PRONTA A USARE IL BAZOOKA
Mario Draghi, da Francoforte, ribadisce l’avvertimento che ieri il Wall Street Journal aveva fatto nei confronti del Governo Renzi e cioè che sulle misure economiche non ci siamo.
Il calo del Pil in Italia è stato determinato anche dalla debolezza degli investimenti, che a loro volta può riflettere “la generale incertezza che circonda le riforme economiche”, ha affermato il presidente della Bce Mario Draghi, citando giustizia e competitività .
Sull’Italia poi circolano molte “storie” che scoraggiano gli investitori, ha aggiunto.
“Ci sono storie di investitori che vorrebbero creare fabbriche e creare posti di lavoro”, che però richiedono innumerevoli autorizzazioni e mesi.
“Ci sono storie di giovani che vorrebbero mettere su una attività – ha insistito – ma servono nove mesi”.
Sul fronte ‘inflazione, Mario Draghi è pronto a usare il bazooka.
Ovvero il Quantitative Easing, l’acquisto in larga scala di titoli. La Bce è pronta ad intervenire con altre misure non convenzionali e potrebbe uscire dalla cosiddetta politica del “wait and see”: “Abbiamo intensificato i lavori preparatori per acquisti titoli Abs”, spiega il presidente Mario Draghi, aggiungendo che nel caso in cui la previsione di medio termine dell’inflazione dovesse cambiare, l’Eurotower è “pronta a acquisti Abs e Quantitative Easing”.
In tal senso, un eventuale quantitative easing della Bce “includerebbe sia titoli di Stato sia asset privati”.
Le aspettative di inflazione sono calate solo a breve termine, ha detto Draghi. “Non abbiamo visto – spiega – nessun declino a medio termine delle aspettative di inflazione”.
Al termine della riunione, la Banca Centrale Europea ha lasciato invariati tassi al minimo storico dello 0,15%.
Il presidente Draghi ha dichiarato: “Il consiglio della Bce è unanimemente determinato a usare anche misure non convenzionali se fosse necessario, come il Quantitative Easing, cioè l’acquisto di bond su larga scala. Gli interventi riporteranno l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Gli ultimi dati sull’area euro confermano il quadro di prosecuzione di “una ripresa moderata e diseguale”, assieme a “bassa inflazione e dinamiche sommesse del credito”, ha aggiunto.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL PIL CALA PER IL 2° TRIMESTRE CONSECUTIVO E PER L’UNDICESIMA VOLTA NEGLI ULTIMI DODICI… LA UE: “EFFETTI NEGATIVI SUI CONTI”
L’Italia è di nuovo in recessione. È un dato tecnico. Il Prodotto interno lordo, cioè la ricchezza prodotta nel Paese, cala per il secondo trimestre di fila: -0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, una variazione già acquisita per l’intero 2014 di -0,3%.
In realtà , dalla metà del 2011 c’è stato un solo trimestre positivo: l’ultimo dello scorso anno e per un misero +0,1%.
In soldi significa che il Prodotto nazionale tra aprile e giugno valeva 340,1 miliardi, nello stesso periodo di tre anni fa 357,4 miliardi.
Il dato di ieri comporta due deduzioni logiche: la prima, se interessa, è che non rispetteremo i vincoli di bilancio europei; l’altra che il corpo vivo del Paese — essendo la definizione “economia italiana” troppo riduttiva — si sta lentamente dissanguando.
Il Pil italiano è, oggi, ben oltre il 9% inferiore rispetto al picco pre-crisi del 2007: sette anni fa.
La disoccupazione, superiore al 12% (e oltre il 43% tra i giovani fino a 24 anni), trova paragoni solo nel dopoguerra essendo di un punto e più superiore persino ai nerissimi anni Novanta dell’austerità firmata Amato, Ciampi, Dini, Prodi.
La produzione industriale — che pure a giugno ha registrato un dato positivo — continua ad essere il 24% inferiore rispetto a quella del 2007: conoscenze, impianti, fette di mercato che in larga parte andranno riconquistate da capo, ripartendo da zero. I consumi interni sono morti e la dinamica dell’inflazione (un misero +0,1% su base annua a luglio) racconta di un paese fermo.
L’Istat certifica il tonfo
Il Pil italiano continua a scendere: da aprile a giugno -0,2 per cento rispetto al trimestre precedente e -0,3 rispetto allo stesso periodo del 2013.
Il calo — si legge nel comunicato — “è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto in tutti e tre i grandi comparti di attività economica: agricoltura, industria e servizi”. La parte più brutta, però, è in coda alla frase: dal lato della domanda, spiega l’Istituto di statistica, l’apporto al Pil di quella interna “risulta nullo, mentre quello della componente estera netta è negativo”.
Tradotto: anche le esportazioni, che avevano tenuto a galla il sistema Italia nell’ultimo anno, stanno subendo uno choc.
La domanda estera è evidentemente in calo. Ne sia testimonianza il dato degli ordini dell’industria tedesca — che è uno dei principali clienti della manifattura italiana — diffuso ieri dal ministero dell’Economia di Berlino: -3,2% a giugno (gli analisti si aspettavano un -1%) rispetto al mese precedente, che pure aveva fatto registrare un calo degli ordini dell’1,6%.
Tornando all’Italia — ci dice l’Istat — “la variazione del Pil acquisita per il 2014 è pari a -0,3%”. La produzione industriale di giugno, invece, risulta in crescita dello 0,9% rispetto al mese precedente e dello 0,4 sul giugno 2013.
Una notizia che sembra un po’ meno buona se si allarga lo sguardo: sul trimestre la produzione risulta ancora in calo dello 0,4% rispetto al periodo gennaio-marzo.
Gli effetti sui conti pubblici e il nervosismo di Bruxelles
Questo dato certifica che la previsione di crescita annuale inserita dal governo nel Def (+0,8%) è impossibile da raggiungere.
La cosa, ovviamente, ha effetti su tutti i parametri di bilancio: se il Pil è inferiore al previsto, in rapporto salgono tanto il deficit che il debito.
Alla fine dell’anno, scommettono ormai gli analisti, la crescita italiana sarà all’ingrosso pari a zero.
Tradotto significa che al Pil italiano mancherà uno 0,8%, cioè circa 12 miliardi di euro: in genere, l’effetto di questi cali sul deficit è pari a circa la metà del totale, quindi lo 0,4% nel nostro caso.
Significa che siamo già al famoso limite del 3% nel rapporto deficit/Pil.
Spiega Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma: “Ipotizzando un trend congiunturale stabilmente positivo nella seconda metà dell’anno, il Pil del 2014 è destinato a rimanere pressochè stagnante. In questa (favorevole) assunzione, il rapporto deficit/Pil si porta dal 2,6% previsto dal governo al 3”.
La cosa, ovviamente, non è passata inosservata a Bruxelles, che su questi decimali basa la sua stessa esistenza: “Il Pil italiano, peggiore delle attese, ritarda di nuovo la ripresa e avrà un impatto negativo sulle finanze pubbliche, ma è troppo presto per fare valutazioni sul deficit: vedremo con le stime di ottobre”, dice il portavoce del commissario all’Economia, Jyrki Kaitanen.
L’accordo informale, d’altronde, è che si lasci correre per il 2014, a patto che la correzione dei conti — abbondante — avvenga sul 2015.
Marco Palombi
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Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
NESSUNA MANOVRA SUBITO, MA SUL 2015 TAGLI PER ALMENO 20 MILIARDI: DRAGHI E MERKEL LI ESIGONO
Pier Carlo Padoan sarà già oggi nell’aula della Camera per fare da parafulmine sul dato negativo del Pil diffuso ieri.
Ieri s’era presentato all’ora di pranzo davanti alle telecamere del Tg2: “Dietro l’angolo non c’è una manovra. Il governo osserva attentamente l’andamento della finanza pubblica e con un controllo attento delle spese la manovra non c’è”.
Che poi non è una smentita vera, ma tant’è.
Il ruolo di Padoan, in questo momento, è assai complicato: ministro del governo Renzi, certo, ma non certo il ministro che Renzi avrebbe voluto per quella poltrona. L’ex segretario generale dell’Ocse è a via XX settembre perchè lo ha scelto Giorgio Napolitano e lo ha scelto per il sistema di relazioni che Padoan incarna: i rapporti internazionali, intanto, una certa presentabilità brussellese che al premier manca, la benedizione di Mario Draghi.
Il governatore della Bce, in questa fase, ha un ruolo centrale nelle vicende italiane. Non tanto perchè si appresti, voce che continua a circolare in Italia, a inviare una nuova lettera al governo sul modello di quella che mandò a casa Silvio Berlusconi, ma per il racconto che ha imposto a questa fase della crisi italiana.
Lo spettro della Troika aleggia da settimane su Roma, lo stesso Matteo Renzi ha voluto esorcizzarlo in una intervista al Corriere della Sera di metà luglio (“Italia commissariata? Non esiste”).
Cosa si agiti nella mente dei nuovi ottimati di Bruxelles e Francoforte lo ha spiegato però Eugenio Scalfari.
Due settimane fa il fondatore di Repubblica ha raccontato di aver fatto una chiacchierata con Draghi: non rivelerò quel che mi ha detto sul suo lavoro, “ma qualche scherzo ridanciano, quello sì, si può dire e Draghi cui piace Renzi è uno scherzo da sganasciarsi dalle risate. Ecco, Draghi potrebbe essere Odisseo e Renzi il suo Telemaco che l’aspetta. Ma a quel punto il figlio sarebbe inviso al padre”.
La settimana successiva l’anziano giornalista ha buttato lì: “Forse l’Italia dovrebbe sottoporsi al controllo della Troika”.
Questa è l’aria che tira, le battute che si fanno sull’asse telefonico tra l’Europa e Largo Fochetti: così, per vedere l’effetto che fa. In questa commedia, sempre più pericolosa, Padoan è costretto a recitare due parti: il ministro di Renzi e quello di Napolitano, per tagliare la faccenda con l’accetta.
In tv, per dire, ostenta l’ottimismo concordato col suo premier in una riunione martedì pomeriggio: “Renderemo permanente il bonus Irpef, quindi alle famiglie dico: dovete avere allo stesso tempo fiducia e spendere al meglio le risorse aggiuntive che vi vengono trasmesse” .
Insomma, consumate consumate e vedrete che qualcosa di buono succederà .
Accanto al Padoan renziano del Tg2, c’è però quello che da via XX settembre tiene i contatti con Bruxelles.
La Commissione europea, anche ieri, ha preferito non affondare il coltello, ma i patti sono chiari: non vi chiediamo una manovra correttiva sul 2014, sempre che l’anno prossimo vi rimettiate sul binario degli impegni presi.
Il binario dice una cosa semplice: a fine 2015 il deficit-Pil deve stare all’1,8%, l’avanzo primario al 3,3%.
Si tratta di una correzione che — stante i numeri attuali — supera il punto percentuale di Pil, vale a dire circa 20 miliardi solo per stare dentro ai patti (a cui andrebbero aggiunti i dieci che servono per confermare il bonus fiscale).
La situazione, al Tesoro, è chiarissima e per questo ieri si è lasciato trapelare che la legge di stabilità sarà “pesante”.
Escluse le nuove tasse, significa tagli durissimi e nuova recessione. Quel che ci si chiede, a Bruxelles e Francoforte, è: Renzi chinerà il capo e farà quel che chiediamo o bisogna mandare la Troika?
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 7th, 2014 Riccardo Fucile
PEGGIO DELLE PEGGIORI STIME: CONTINUA IL SEGNO MENO… SIAMO TORNATI INDIETRO
Siamo tornati in recessione dopo la breve parentesi di fine 2013. 
Dopo il -0,1 del primo trimestre, il secondo chiude a -0,2% (-0,3 rispetto al 2013). Peggior dato degli ultimi 14 anni.
A questo punto non solo l’obiettivo dello 0,3% previsto (al ribasso, rispetto allo 0,8 stimato nel Def dal governo) per il 2014 è a rischio, ma soprattutto è a rischio la crescita dell’anno prossimo, stimata tra l’1,1 e l’1,3%.
Mentre quest’anno, a crescita invariata, il risultato finale rischia di essere -0,3%.
Un Pil piatto spinge il deficit 2014 verso la pericolosissima soglia del 3% dal 2,6 previsto dal governo. E quindi non è escluso che a fine anno si renda necessario un ritocco.
L’ILLUSIONE MENSILE MENO DISOCCUPATI A GIUGNO E SEI MILIONI DI POVERI
Rispetto al mese precedente è in calo dello 0,3 per cento. Un elemento subito sbandierato con orgoglio dal premier. Ma su base annua, però, non è diminuito bensì cresciuto dello 0,8% (+26 mila disoccupati); l’Ue è all’11,5%.
Il tasso di inattività (chi non ha un lavoro e non lo cerca) è al 36,3%. Numeri pesantissimi, spesso commentati con “è il dato peggiore dal 1997”, anno di inizio delle serie storiche Istat.
In realtà nel 1977 il tasso era inferiore al 7%: prima di questa crisi, è stato superiore al 10% solo tra il 1994 e il 2000.
Il vero dramma, però, è che la commissione Ue considera “accettabile” per l’Italia una disoccupazione all’11% (2,8 milioni di senza lavoro).
ALTRO CHE BONUS IRPEF, I CONSUMI RESTANO AL PALO: LE FAMIGLIE SPENDONO MENO
Dopo l’Istat, la botta più forte al governo l’ha assestata la Confcommercio: “L’effetto bonus Irpef da 80 euro c’è stato, ma minimo, quasi invisibile”.
Secondo l’associazione, la crescita dei consumi delle famiglie a giugno 2014 è stata di appena lo 0,1% sul mese precedente, e dello 0,4% rispetto allo stesso mese del 2013: “Si conferma il permanere di un quadro economico privo di una precisa direzione di marcia, situazione che, dopo un lungo ed eccezionale periodo recessivo, non può non preoccupare molto”.
Secondo l’Istat, nel 2013, la spesa media mensile per famiglia è scesa, in valori correnti, a 2.359 euro (-2,5% rispetto al 2012).
MALE ANCHE GLI ORDINATIVI. PICCOLA RIPRESA A GIUGNO (+0,9) MA PERSO UN QUINTO DEI VOLUMI
A giugno 2014 l’indice della produzione industriale è aumentato dello 0,9% rispetto a maggio. Ma, anche qui, allargando lo sguardo si nota che rispetto al trimestre aprile-giugno la produzione è diminuita dello 0,4%.
Nei mesi precedenti è andata anche peggio: -1,2% a maggio (-1,8 sul 2013). I dati peggiori però riguardano anche altri aspetti del settore.
A maggio, il fatturato complessivo dell’industria è calato dell’1%. Gli ordinativi (premessa della produzione futura) sono scesi del 2,1%; ma il calo più grosso riguarda quelli per l’estero: -4,5%. Dall’inizio della crisi abbiamo perso un quinto della produzione. L’edilizia è crollata del 30%.
NESSUNA LOCOMOTIVA, È IL SECONDO CALO DI FILA: PESSIME NOTIZIE PER L’ITALIA
Molto, molto peggio delle attese. Gli ordinativi industriali in Germania sono crollati del 3,2 per cento rispetto al mese precedente, mentre gli analisti avevano previsto un calo assai inferiore: pari all’1 per cento.
La notizia – pessima per le imprese italiane, visto che molte vendono i loro prodotti in Germania — è stata diffusa ieri dal Dipartimento dell’Economia e della Tecnologia tedesco.
Gli ordinativi, peraltro, calano per il secondo mese di fila dopo il -1,6 per cento fatto registrare a maggio. È il segnale che la presunta locomotiva d’Europa è in realtà ferma, attaccata dietro l’ultimo vagone.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL DOCENTE ALL’UNIVERSITA’ DI PAVIA: “RENZI VUOLE CREARE OTTIMISMO SENZA DIRE DOVE PRENDERE I SOLDI”… “OCCORRONO RIFORME DEL LAVORO, DELLA GIUSTIZIA E DELLA P.A., MA ANCHE IL PAGAMENTO DEI DEBITI DEGLI ENTI PUBBLICI E UN TAGLIO DELL’IRAP”
Matteo Renzi? “Ha la fortuna dalla sua, e questa è una grande qualità per un politico”, sentenziava
Silvio Berlusconi a fine luglio in un’intervista al settimanale Oggi.
I dati, deludenti, sull’andamento del Pil (forchetta tra -0,1% e +0,3%) e sulla produzione industriale (a maggio -1,2% rispetto all’aprile 2014 e -1,8% rispetto al maggio 2013) erano già arrivati, ma l’ottimismo profuso a piene mani dal premier era riuscito a tener lontano gli spettri che già si intravedevano all’orizzonte.
Il verdetto emesso oggi dall’Istat (nel secondo trimestre il Pil è calato dello 0,2%), ha certificato che l’Italia è rimpiombata in recessione e ha risvegliato tutti dal sogno: per guidare un Paese la fortuna non basta.
”Il governo ha posto una forte enfasi sulle riforme istituzionali, tralasciando le quelle di carattere economico — spiega Riccardo Puglisi, ricercatore di Economia Politica e docente di Analisi delle scelte pubbliche all’università di Pavia, ma anche editorialista del Corriere della Sera — che invece avrebbero potuto aiutare l’Italia ad evitare una nuova fase recessiva”.
La lista è lunga e corrisponde in gran parte all’elenco dei compiti a casa che l’Europa chiede da anni e che l’Italia non fa o svolge a rilento.
“Il problema principale di questo paese è la disoccupazione, su quella il governo doveva intervenire per tempo e invece non l’ha fatto — continua Puglisi — le faccio l’esempio del Jobs Act: il testo presentato in origine era molto diverso da quello uscito dalla conversione del decreto legge Poletti, in cui la parte che riguardava i contratti a tempo determinato è stata annacquata. In questo modo la flessibilità è diminuita e, al contempo, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti studiato da Pietro Ichino è svanito nel nulla perchè avversato dalla Cgil, bloccato dall’ambiguità di fondo di questo Pd dall’anima ‘camussiana-renziana’. Una flessibilità buona, garantita cioè da un sistema efficiente di tutele e ammortizzatori sociali, avrebbe potuto aiutare a far ripartire le assunzioni”.
Una strada che poteva essere intrapresa anche partendo dal bivio del taglio al cuneo fiscale.
“Prenda il bonus di 80 euro: va benissimo dare alle persone un reddito aggiuntivo, per quanto piccolo: il problema è che non esiste la certezza che questi soldi saranno reinvestiti e reimmessi nell’economia. Ed è ancor meno certo che la gente comprerà principalmente prodotti italiani. Gli annunci non contano, non sta nè in cielo nè in terra quello che un paio di mesi fa Pina Picierno, del Pd, annunciò agli italiani a Otto e Mezzo: secondo lei, con gli 80 euro di Renzi i consumi sarebbero aumentati del 15%: nulla di più falso“.
La strada migliore per Puglisi, sarebbe stata quella di tagliare il costo del lavoro: “Certo, perchè se tagli l’Irap inneschi un circolo virtuoso: il lavoro costa meno, di conseguenza costa meno produrre, i prezzi dei prodotti scendono e si esporta più facilmente, le aziende si rafforzano e possono ricominciare ad investire e ad assumere. Recenti studi hanno dimostrato che l’Irap pesa maggiormente sulle imprese che hanno un fatturato inferiore ai 20 milioni di euro, quindi le aziende piccole che costituiscono il tessuto produttivo del paese. Ma qui c’è un altro problema”.
Quale? “Quel piccolo taglio dell’Irap del 5% che il governo ha fatto è stato finanziato aumentando le aliquote su dividendi e interessi. Questo purtroppo è il metodo Padoan: tagliare le tasse da una parte e alzarle dall’altra”.
La doccia fredda dell’Istat è arrivata dopo mesi di battaglia sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale, intervallati da una pletora di provvedimenti economici il cui iter solo in alcuni casi è andato oltre lo stadio dell’annuncio iniziale: “E’ il caso della riforma della Pubblica amministrazione, la cui efficienza è un fattore importante nella competitività delle imprese ma che è stata affrontata con una timidezza estrema — spiega ancora Puglisi — il modus operandi del governo Renzi è molto simile a quello adottato ai suoi tempi da Giulio Tremonti e si basa essenzialmente sul cosiddetto expectation management: gestire quella che è la percezione dei provvedimenti da parte dell’opinione pubblica nel tentativo di creare ottimismo. In linea di principio non è sbagliato: il problema è che le coperture non sono mai state chiare”.
Le risorse, secondo Puglisi, che fa parte del team di esperti del commissario alla spending review Carlo Cottarelli, potevano essere trovate intervenendo sulla spesa pubblica: “Anche se in una prima fase i tagli avrebbero avuto un effetto recessivo, i fondi recuperati potevano essere usate per finanziare il taglio delle imposte e dare fiato all’economia privata”.
Anche il pagamento dei debiti della P.A. (per il quale Bruxelles il 19 giugno ha aperto contro l’Italia una procedura d’infrazione dopo una lunga serie di avvertimenti) avrebbe aiutato: tra il 24 febbraio al Senato e il giorno successivo a Ballarò il premier annunciava “lo sblocco totale, non parziale” di 60 miliardi; il 13 marzo prometteva a Bruno Vespa a Porta a Porta che non si andrà oltre il 21 settembre.
“Aveva iniziato Monti nel 2012, Renzi qualcosa ha fatto ma non abbastanza — continua Puglisi — se lo Stato è esigente nel richiedere ai contribuenti, dovrebbe essere in egual misure efficiente nel pagare i suoi debiti: quei miliardi che mancano nei conti delle aziende le avrebbero aiutate ad avere risorse da investire“.
Poi ci sono riforme che non hanno a che fare con tassazioni, bonus e tagli ma che avrebbero un effetto sull’andamento dell’economia.
“La corruzione ha un costo altissimo sulla competitività perchè induce le imprese, specie quelle straniere, a non investire”.
Di nuovo, l’Unione Europea ci tiene il fiato sul collo. L’ultimo richiamo è del 5 marzo: “L’alto livello di corruzione riduce l’efficienza nell’uso delle risorse nell’economia”, sentenziava Bruxelles. E il 3 febbraio la Commissione Ue aveva sottolineato l’inadeguatezza della legge approvata nel 2012. Il ddl anti-corruzione, però, giace inerte in Senato.
Analogo il discorso sulla giustizia: i contenuti della riforma del ministro Orlando stanno venendo pian piano fuori nelle ultime settimane, ma il problema è vecchio di decenni e neanche Matteo Renzi l’ha ancora affrontato compiutamente: “La lunghezza delle cause civili è uno dei fattori che inducono le aziende straniere a non investire in Italia”, conclude Puglisi.
Ma anche questa riforma è stata superata nell’agenda del governo dalla riforma del Titolo V della Costituzione e dall’Italicum.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
INVECE CHE CHIEDERE SCUSA, ORA UN’ALTRO ANNUNCIO: “GLI INDICI MIGLIORERANNO NEL 2015”
Al momento i gufi restano in partita. O piuttosto come dicono dalle parti di Forza Italia è Matteo
Renzi è il vero gufo di se stesso.
A forza di ripetere che il meglio doveva venire, è successo che dopo quasi 6 mesi il meglio deve ancora venire e ora il presidente del Consiglio è costretto alla battuta sul tempo atmosferico: la ripresa, dice “è come questa estate: un po’ in ritardo, ma arriva”.
Ora che l’Italia torna in recessione, tutte le sue fiches finiscono sull’approvazione delle riforme costituzionali, che snelliscono, sburocratizzano, “efficientano” eccetera. Dopo 6 mesi la velocità di parola non è proporzionata a quella dell’azione, i ritmi delle cose del governo si sono scoperti più lenti del previsto.
L’andamento beffardo dell’economia, “pazzerello” come ha l’ha definito Renzi alla direzione del Pd, ha messo i numeri giusti mentre Enrico Letta stava per entrare nel suo consiglio dei ministri di commiato, poche ore prima di essere accompagnato alla porta.
Non ora che c’è quello che Letta l’ha messo alla porta indicando l’uscita.
La “svolta buona” è diventata una giravolta: dal segno più al segno meno. I gufi sono diventati mese dopo mese una bestia nera da sconfiggere.
Gambler in a rush, l’aveva definito l’Economist, un giocatore d’azzardo che va di fretta.
La priorità per l’Italia sono “lavoro e crescita, crescita e lavoro”, si raccomandava Renzi il 6 marzo, su questi temi “abbiate la pazienza di aspettare mercoledì”.
Cioè il giorno della presentazione della “Svolta buona”.
Quello delle scadenze serrate: aprile pubblica amministrazione, maggio fisco, giugno giustizia.
Pochi giorni e il presidente del Consiglio intraprese il suo tour europeo. Andò a Berlino e Angela Merkel rimase “veramente impressionata”.
La Confcommercio, quella che l’altro giorno lo ha fatto imbufalire dicendo che gli 80 euro in più in busta paga hanno un “effetto minimo”, in quei giorni metteva in vetrina cifre da capogiro: “Se a maggio, così come previsto dal governo, saranno erogate risorse per 12 miliardi netti alle famiglie (anche tramite le imprese) il Pil potrebbe crescere di un ulteriore 0,3% portando la stima di Confcommercio per l’anno a un +0,8%”.
Clima di festa, ci credevano tutti. I toni, come sempre, evocativi: “Dobbiamo mettere le cose a posto e lo faremo, torneremo a sorridere” insisteva il capo del governo dall’Aja. Anzi, ribadiva — un po’ à la Berlusconi – bisogna fare “il tifo” per il Paese.
E’ di quel periodo — alle porte della primavera — l’inaugurazione dell’immagine che — dopo falchi e colombe — ha alimentato il linguaggio ornitologico in politica: il gufo.
I gufi, disse, gli amanti dello status quo, i burocrati che pensano che “il mondo si cambia con 42-43 decreti”: fu l’elenco dei suoi “nemici”, cioè i frenatori che remano contro o non credono alla sua svolta buona, politica, culturale.
Sono loro, i frenatori, ad avergli impedito di far partire gli 80 euro in busta paga già prima delle Europee. Ma proprio in quell’occasione volle parare il colpo e rilanciare più in alto: o riesco a fare in 100 giorni “un’operazione di portata storica”, riforma del Senato inclusa, o chiudo con la politica. Nessuno gli diceva di stare sereno, ma lui lo era. All’entusiasmo mescolava la moderazione: la previsione dell’ex ministro dell’Economia Saccomanni dell’1% di crescita per il 2014 è “ahimè un po’ ottimistica — spiegava il 28 marzo — Le nostre cifre non sono queste: nel Def avremo un dato tra lo 0,8% e lo 0,9% di crescita. Con gli 80 euro in busta paga spero che alla fine si arrivi all’1% e lo si superi”.
Proprio nel Def, a proposito, le stime erano dettate da “estrema prudenza e aderenza alla realtà : spero che saranno smentite in positivo” spiega Renzi alla fine di un consiglio dei ministri di inizio aprile.
“L’urgenza e l’ambizione delle azioni di riforma che il Governo intende attuare sono senza precedenti — scrivono nel Def insieme al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan — Il percorso che si delinea prevede il passaggio fondamentale dello stato di gestione della crisi ad una politica di cambiamento riassumibile in due concetti: il consolidamento fiscale sostenibile e l’accelerazione sulle riforme strutturali per favorire la crescita”.
E Padoan, quasi quasi, ci crede anche di più: “Il 2014 potrà essere l’anno della svolta per l’economia italiana — spiegava a metà aprile — La ripresa è ancora fragile, ma è finalmente arrivata e le riforme messe in campo dal governo contribuiranno a sostenerla in modo determinante. Non sarebbe quindi così sorprendente se poi la crescita fosse anche un po’ superiore allo 0,8% indicato prudenzialmente nel Def”. Renzi ingaggia (e poi stravince) il derby paura vs speranza.
“O salviamo noi l’Italia o coi gufi e coi pagliacci non andiamo da nessuna parte” motteggia il capo del governo in piena campagna elettorale. “Non mi faccio facili illusioni quando il Pil è +0,1%, non mi deprimo quando, come oggi, è 0,1% — ammette — Valuteremo con grande attenzione i dati Istat che sicuramente non ci fanno piacere”.
Ma “resto molto fiducioso, molto ottimista” sull’economia italiana, “i numeri sono molto incoraggianti”.
Il dato del Pil (quello del primo trimestre) “avremmo preferito non leggerlo, ma è poco significativo in termini di futuro del Paese. Ho visto alcuni commentatori che erano quasi contenti, come se il racconto dell’Italia dovesse essere sempre in negativo”.
Dopo il bagno elettorale, Padoan va di slancio: ”Sono convinto che l’Italia ha tutte le possibilità per iniziare un circolo virtuoso molto positivo e duraturo”.
Anzi, “sul fatto che il governo Renzi non ce la farà invito a vedere cosa sarà successo nei prossimi sei mesi”. Quindi dicembre. Il trionfo nelle urne galvanizza.
“Nei mille giorni prevediamo un aumento di un punto di pil solo lavorando sull’export. Il viceministro Calenda dice addirittura due punti” dichiara Renzi dall’Angola, durante il suo viaggio in Africa.
Quale occasione migliore per tirare al gufo: “I polemici che ora dicono che ci vuole più export e poi si lamentano per la perdita dell’italianità . Ma io guardo alla realtà delle cose e sono convinto che il pil in mille giorni aumenterà solo lavorando sull’export”.
Il meglio deve ancora venire, arriverà con le riforme, ma nè il meglio nè le riforme arrivano con la velocità che si sperava.
“La nostra priorità è il lavoro — dice Renzi a fine luglio, moderando i toni — Ma le statistiche, credo, inizieranno a migliorare solo dal 2015″.
E’ l’epifania: “Non siamo in condizioni di avere un percorso virtuoso che avevamo immaginato”. Raggiungere lo 0,8 messo nero su bianco 3 mesi prima è “molto difficile”, ma tanto “che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente per la vita quotidiana delle persone”.
Per dirla meglio: “Non nego i dati negativi — risponde in un’intervista all’Avvenire — Sul Pil, il dato allo 0,8% che ora viene rivisto al ribasso da tutte le istituzioni che fanno previsioni non è una peculiarità italiana, ma di tutta l’eurozona. Se dico che non è lo ‘zero virgola’ a cambiarci il destino, non sto sottostimando nulla. In sintesi, non c’è un temporale, ma non c’è neanche il sole: è un po’ come questa estate”.
D’altra parte la linea non è distante da quella pensata da Padoan prima che fosse nominato ministro: “Ho sempre lavorato con i numeri — disse a febbraio l’allora presidente in pectore dell’Istat — Occorre andare oltre una valutazione quantitativa della ricchezza. Il Pil non basta più, conta il benessere dei cittadini, che ha più dimensioni”.
Sperando che, invece, non avesse ragione Mario Monti quando a maggio si lasciò scappare quello che nelle stanze di Palazzo Chigi dev’essere risuonato come un anatema: “La linea che Renzi sta con capacità politica affermando è, mi permetto di dire, la linea del mio governo”
Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
A RISCHIO LA CRESCITA DELL’ANNO PROSSIMO… IL DATO SPINGE IL DEFICIT VERSO IL 3%
Dunque siamo tornati ufficialmente in recessione.
Dopo il -0.1 del primo trimestre il secondo chiude a -0,2%. Un dato peggiore delle peggiori stime.
E se è vero – come sostiene Renzi – che tra un +0,1 e un -0,1% non c’è grossa differenza, e per la gente comune cambia ben poco perchè tanto in crisi stiamo ed in crisi restiamo, è anche vero che a questo punto non solo l’obiettivo dello 0,3% previsto (al ribasso) per l’intero 2014 è a rischio, ma soprattutto è a rischio la crescita dell’anno prossimo, stimata tra l’1,1 e l’1,3 per cento.
Questo perchè la velocità di entrata nel 2015 sarà oggettivamente più bassa e quindi anche quegli obiettivi saranno più difficili da raggiungere.
Ma in concreto questo brutto numeraccio che conseguenze comporta?
Il governo ha escluso da tempo, e lo ha fatto ancora oggi col ministro dell’Economia, l’esigenza di varare una manovra correttiva per il 2014.
Ma un pil piatto spinge il deficit di quest’anno verso la pericolosissima soglia del 3% dal 2,6 previsto dal governo del Def.
E quindi non è escluso che a fine anno si renda necessario un ritocchino. Di certo, già ora si può dire, che dai conti del prossimo anno in questo modo mancheranno 7-10 miliardi che si vanno a sommare alle spese già di fatto impegnate, ad iniziare dalla conferma del bonus da 80 euro (costo 10 miliardi), che renderanno particolarmente problematica la costruzione delle prossima legge di stabilità .
Tanto più che le privatizzazioni non stanno funzionando e quindi mancano pure i 10-12 miliardi destinati a ridurre il debito.
Il meno 0,2% di Pil però ci dice anche un’altra cosa: che dalla terribile crisi dei mesi passati, che ha visto soffrire l’Italia più degli altri Paesi, non siamo ancora usciti. Anzi, stiamo arretrando di nuovo.
Ci dice che nemmeno l’obiettivo minimo di stabilizzare l’economia – immaginiamoci un moribondo in terapia d’urgenza – è riuscito.
E’ vero che ci sono altri segnali che fanno sperare in qualcosa di meglio (come i dati della produzione industriale, più 0,9 a giugno) ma evidentemente gli sforzi messi in campo fino a oggi e l’ottimismo sparso a piene mani non bastano.
Come probabilmente non basta accelerare sul terreno delle riforme, tutte le riforme, non solo quelle istituzionali.
E’ vero che l’Italia sconta forti ritardi in molti settori ma purtroppo non c’è nessuno oggi in grado di sfoderare la bacchetta magica.
Occorrono nervi saldi, è vero. Ma servono nuove misure. Più incisive, più efficaci. Per far correre le imprese che già vanno bene e per rimettere in carreggiata quelle che ancora soffrono.
Occorre un drastico taglio delle tasse. Serve creare più lavoro, come servono pure meno incertezze e pasticci nel varo delle nuove leggi.
Perchè ogni tira e molla, manovra sì manovra no, bonus sì bonus no, alla fine influisce in maniera fortemente negativa sulla fiducia, che in questa fase deve essere uno dei pilastri su cui costruire una svolta.
Una avvertenza finale: il dato Istat di oggi è solamente una stima preliminare, quello definitivo arriverà solo fra qualche settimana.
Potrebbe essere corretto al rialzo, ma è quasi impossibile che torni in terreno positivo, e se anche fosse cambierebbe poco della sostanza delle cose.
L’Italia è ferma, anzi peggio, rischia di affondare di nuovo.
Facciamocene una ragione.
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
RECESSIONE PIL: “COLPO PER MATTEO RENZI”
“L’Italia torna a sorpresa in recessione, colpo per Matteo Renzi”. Questo il parere all’estero sul calo del Pil dello 0,2% nel secondo trimestre 2014, dato diffuso dall’Istat, a quanto si legge sui siti dei giornali stranieri.
“L’economia italiana è di nuovo in recessione”, titola il Financial Times, sottolineando come le nuove cifre “accrescono le pressioni sul giovane premier riformista Matteo Renzi perchè approvi un aggressivo piano di riforme, mentre crescono le critiche interne per non averlo ancora fatto”.
Il quotidiano britannico aggiunge che le accuse dei critici al Governo sono di essersi concentrato su riforme “di facciata” come quella del Senato, mentre quelle veramente necessarie – ad esempio lavoro e burocrazia – sono in stallo.
“L’Italia ripiomba in recessione”, scrive invece il sito della Bbc, osservando come “i dati sorprendentemente deboli” del secondo trimestre vengano dopo il – 0,1% dei primi tre mesi dell’anno.
“L’inattesa contrazione del Pil è un colpo per il premier Renzi, arrivato al potere promettendo le riforme e di rilanciare l’economia”.
Anche il quotidiano francese Le Figaro commenta il calo del Pil italiano nel secondo trimestre: “È più marcato delle previsioni pessimistiche” di alcuni economisti.
Il quotidiano economico francese Les Echos titola similarmente alla Bbc: “L’Italia ricade in recessione”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile
E’ RECESSIONE, SALTANO LE STIME DEL GOVERNO, BORSA IN ROSSO E AUMENTA LO SPREAD
Il verdetto temuto è arrivato: nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano è calato dello 0,2%.
L’Italia, uscita dalla recessione solo a fine 2013, in termini tecnici ci è già ripiombata. Non solo: il dato ha addirittura superato in negativo la parte più bassa della “forchetta” indicata dall’Istituto nazionale di statistica a giugno, che era del -0,1%.
La “variazione acquisita” per il 2014, cioè quella che si otterrebbe se di qui a fine anno non ci fossero variazioni, è pari al -0,3%.
Non si è salvato nessun settore: è peggiorato l’andamento dell’industria, ma anche quello dei servizi e dell’agricoltura.
E nemmeno la domanda estera ha dato un contributo positivo. Come dire che sono calate anche le vendite di prodotti made in Italy fuori dai confini nazionali.
Il livello del Pil è il più basso registrato negli ultimi 14 anni.
A questo punto il tasso di crescita del Paese nel 2014 sarà nella migliore delle ipotesi piatto. Stagnazione, insomma.
Il bonus di 80 euro, di cui solo martedì Matteo Renzi ha rivendicato la bontà rispondendo alle critiche di Confcommercio, non ha in effetti avuto alcun impatto positivo sui consumi e sulla crescita.
Lo spread tra i titoli di Stato italiani a dieci anni e quelli tedeschi è subito schizzato a 167 punti base, contro i 160 dell’apertura, e la Borsa ha virato verso il rosso.
Il Ftse Mib, l’indice principale di Piazza Affari, pochi minuti dopo la notizia lasciava sul terreno il 2,3%. Alle 11:30 la perdita aveva raggiunto il 2,6%.
Dato peggiore delle attese del governo.
Si complica la preparazione della legge di Stabilità – Palazzo Chigi e via XX Settembre si aspettavano un dato negativo, come fa intendere il ministro Pier Carlo Padoan nell’intervista al Sole 24 Ore pubblicata proprio nel giorno della diffusione dei dati Istat, ma non più basso del -0,1%.
“C’è una fase di uscita dalla recessione che è molto faticosa perchè la recessione è davvero profonda”, ammette il ministro nel colloquio con il direttore del quotidiano. Che si apre con l’irrituale richiesta di “scrivere a caratteri cubitali” che in Italia “assolutamente” non arriva la troika, spauracchio di queste settimane di pessimi dati macroeconomici. Padoan martedì era atteso in aula alla Camera per l’informativa sulla spending review messa a punto dal commissario Carlo Cottarelli, che dopo la querelle con Renzi potrebbe lasciare l’incarico per tornare al Fondo monetario internazionale. Ma l’appuntamento è slittato a causa dell’ingorgo dei lavori parlamentari e deve ora essere ricalendarizzato.
Potrebbe anche slittare a settembre, in modo da concedere a Padoan e al nuovo gruppo di consiglieri economici di Matteo Renzi (dall’ex rettore della Bocconi Guido Tabellini a Tommaso Nannicini, anche lui bocconiano e tra gli ispiratori di lavoce.info) più tempo per mettere a punto i tagli che andranno dettagliati nella legge di Stabilità per il 2015. Documento che entro novembre dovrà poi essere inviato a Bruxelles per il via libera della Commissione.
Più stretta la strada della legge di Stabilità
Il passaggio, a questo punto, si preannuncia molto complesso. La Ue non ha accettato la richiesta di Roma di rimandare di un anno, dal 2015 al 2016, il pareggio strutturale di bilancio.
E, con la crescita che non riparte, quest’anno il rapporto deficit/Pil si attesterà per forza su un livello più alto rispetto a quel 2,6% che il governo ha inserito, ormai cinque mesi fa, nel Documento di economia e finanza (Def).
Padoan e Renzi continuano a ribadire che resteremo comunque sotto la soglia del 3% e “non ci sarà bisogno di una manovra aggiuntiva”.
Ma, se può essere vero che non sarà necessario correggere in corsa i conti pubblici per quest’anno, nel 2015 una combinazione di tagli e tasse per un ammontare complessivo vicino ai 20 miliardi di euro non potrà essere evitata.
Per di più con questi risultati per il premier diventa più difficile rivendicare dalle istituzioni europee maggiore flessibilità nel rispetto del Patto di stabilità .
Quella che, fino a qualche settimana fa, poteva essere presentata come una proposta super partes per rilanciare la crescita dell’Unione, diventa ora pericolosamente simile alla richiesta di uno “sconto” sugli impegni presi.
Lo spettro del fiscal compact
E il quadro è aggravato dalla portata del debito italiano, lievitato oltre i 2.120 miliardi di euro. L’anno prossimo entra in vigore il fiscal compact, cioè la regola che impone di tagliare di un ventesimo all’anno la parte di “zavorra” che eccede il 60% del prodotto. Roma è al 135,6%, ben oltre il 132,8 del Def.
E, con il Pil nominale che cala, il valore è destinato a salire. In teoria, se i nuovi paletti verranno rispettati in modo puntuale l’Italia dovrà garantire l’anno prossimo un abbattimento del debito di oltre 10 miliardi.
Giù anche la produzione industriale.
Anche la produzione industriale, ha comunicato l’Istat, nel secondo trimestre è calata dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti. Ancora peggio è andata a maggio, quando la caduta è stata dell’1,2%. Giugno ha portato un’inversione di rotta facendo segnare un incremento dello 0,9%, il maggiore da gennaio, ma non è bastato per far tornare in positivo l’indice.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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