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LA PATRIMONIALE “OCCULTA” L’HANNO GIA’ MESSA

Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile

NEL 2014 SU IMMOBILI, AUTO E ALTRI BENI GLI ITALIANI PAGHERANNO 44 MILIARDI… CGIA DI MESTRE: NEL 2013 DALLA CASA SONO ARRIVATI 20 MILIARDI, 6 DAL BOLLO

Sarà  un autunno caldo per le famiglie italiane che già  si aspettano, al ritorno dalle ferie, una nuova manovra.
Anche se puntualmente smentita infatti le condizioni dell’economia sono talmente cambiate, rispetto alle previsioni, che l’intervento correttivo per compensare il calo del Pil atteso per l’anno è inevitabile.
Meno ricchezza prodotta, infatti, indebolisce il gettito stimato e dunque richiede misure che taglino le spese o che aumentino le entrate.
Nell’attesa di conoscere di quale destino devono morire i contribuenti italiani e sperando che la troika Bce-Ue-Fmi non imponga nuove misure draconiane al bilancio dello Stato si possono fare i conti con la patrimoniale «occulta» che tutti gli italiani possessori di immobili già  pagano.
Sebbene avversata ideologicamente dal pensiero più liberale e detestata anche in una certa sinistra che di immobili ne possiede in gran quantità , spesso anche in amene località  e centri storici, la patrimoniale in realtà  gli italiani già  la pagano. E anche cara.
Solo lo scorso anno, la tasse che colpiscono i beni e non il frutto del lavoro hanno garantito alle casse statali ben 41,5 miliardi di euro.
A fare i conti è stato l’Ufficio studi della Cgia che dopo averle individuate ne ha calcolato l’impatto sulle tasche dei contribuenti italiani. aggiungendo che «purtroppo, la situazione per l’anno in corso è destinata a peggiorare ulteriormente».
Non solo. La patrimoniale di quest’anno sarà  ancora più pesante.
«Con l’introduzione della Tasi – ha commentato il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – nel 2014 ritorneremo a pagare quanto abbiamo versato nel 2012: attorno ai 44 miliardi di euro. Si pensi che dal 1990 il gettito è addirittura quintuplicato. Le più onerose sono l’Imu, l’imposta di bollo, il bollo auto e l’imposta di registro: i versamenti di queste quattro imposte incidono sul gettito totale per oltre l’89 per cento».
In termini di gettito l’imposta più pesante per le tasche degli italiani è l’Imu: nel 2013 ha garantito alle casse dello Stato e dei Comuni ben 20,2 miliardi di euro.
Seguono l’imposta di bollo (6,6 miliardi di euro), il bollo auto (5,9 miliardi di euro) e l’imposta di registro (4,3 miliardi di euro).
«Le imposte patrimoniali – spiega la Cgia – sono quelle che di fatto gravano sulla ricchezza posseduta dalle persone in un determinato momento. La ricchezza è intesa in senso ampio e comprende i beni immobili (case, terreni), i beni mobili (auto, moto, aeromobili, imbarcazioni), gli investimenti finanziari, etc.
Di solito, nei manuali di diritto tributario le imposte patrimoniali sono classificate come imposte dirette.
Le imposte dirette sono quelle che colpiscono direttamente la capacità  contributiva del contribuente senza attendere che si verifichino fatti o atti particolari.
L’analisi della Cgia è stata dedicata ad individuare le imposte il cui gettito complessivo sia espressione di imposizione patrimoniale in modo da studiarne l’evoluzione nel tempo.
Il criterio seguito è stato quello di considerare quelle forme di imposizione che colpiscono la ricchezza nelle diverse forme in cui questa si manifesta (ad esempio immobili, auto, barche, aeromobili, disponibilità  finanziarie) sia che la tassazione riguardi la semplice detenzione che il suo trasferimento.
Le imposte patrimoniali considerate dall’Ufficio studi della Cgia sono: imposta di registro e sostitutiva; imposte di bollo; imposta ipotecaria; diritti catastali; Ici/Imu; bollo auto; canoni su telecomunicazioni e Rai Tv; imposta sulle transazioni finanziarie; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su secretazione dei capitali scudati; imposte sulle successioni e donazioni; imposta straordinaria sugli immobili; imposta straordinaria sui depositi; imposta sui beni di lusso. Lezione di scienza delle Finanze a parte resta il fatto che un ridisegno della tassazione in Italia può anche essere affrontato, visto che il mondo economico negli ultimi 10 anni è cambiato.
Ed è anche inevitabile che la sproporzione tra il peso fiscale che grava sul lavoro e quello che colpisce la rendita sia ridotta.
Come al solito, però, la rivisitazione è fatta sempre in un senso.
Alla crescita dei balzelli sui patrimoni, non è ancora corrisposta una discesa reale di quelli sui dipendenti.
Una stortura sulla quale gli italian attendono correzioni.

Filippo Caleri
(da “il Tempo“)

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GLI EFFETTI DELLA CURA RENZI: CRESCITA ZERO NELLE STIME ISTAT

Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile

TORNA LO SPETTRO RECESSIONE, SEMPRE PIU’ LONTANO IL PAREGGIO STRUTTURALE CHIESTO DA BRUXELLES…   A RISCHIO IL RISPETTO DEL FISCAL COMPACT

L’Italia di nuovo in recessione? Possibile. Lo sapremo domani alle 11.
Quando l’Istat comunicherà  la variazione del Pil nel secondo trimestre dell’anno.
Se dopo il -0,1% dei primi tre mesi arriverà  un altro -0,1%, sarà  recessione tecnica. Due segni negativi in due periodi consecutivi. Non si scappa. Il governo lo teme.
Al punto da aver ristretto la forchetta anticipata dall’Istituto di statistica a fine giugno. L’Istat prevedeva allora un Prodotto interno lordo oscillante tra -0,1% e +0,3%: quasi inferno e promessa di paradiso.
Intervallo ora compresso, nelle valutazioni dello staff economico di Palazzo Chigi, tra -0,1 e +0,1%.
Parlare di decimali, di zero virgola, certo non fa una grande differenza per il Paese reale fermo. Per chi cerca e non trova lavoro. Per le famiglie che stentano a quadrare i conti, bonus o non bonus.
Ma per il governo Renzi sì.
E non solo per una questione di comunicazione: i titoli sulla recessione da spiegare, gli italiani da tranquillizzare.
Ma per una strategia di politica economica tutta da reimpostare, con variazioni importanti da apportare entro settembre al Def, il Documento di economia e finanza, laddove il Pil per quest’anno è dato a +0,8%.
E forse con una manovra correttiva da mettere in pista, non più esclusa nemmeno dallo stesso Renzi che, nell’intervista di ieri a Repubblica, assicurava che “in ogni caso non toccheremo le tasse”.
D’altro canto un secondo segno meno per il Pil non è certo un bel lasciapassare con l’Europa.
Il premier è certo che “resteremo sotto il 3%” nel rapporto tra deficit e Pil (quest’anno il Def lo fotografa al 2,6%). Ma per Bruxelles potrebbe non bastare.
In prospettiva, camminare sul filo significa far saltare nei prossimi due anni il rispetto del pareggio di bilancio strutturale corretto per il ciclo economico (0,6% è il livello inserito nel programma di convergenza spedito alla Ue).
E soprattutto del fiscal compact, le rigide regole di riduzione del debito pubblico, inserite in Costituzione.
Con un semestre di Pil sotto zero e con pochissime possibilità  di ribaltare la situazione nella seconda metà  dell’anno, le richieste di deroghe e flessibilità  extra che il governo si preparava a fare all’Europa della Merkel, durante il semestre di presidenza italiano, in virtù dei compiti fatti a casa, rischia di trasformarsi in una domanda di sconti perchè il Paese non ce la fa.
E torna ad essere la Cenerentola dell’Europa, visto che la Spagna ha innescato il turbo della crescita (sopra l’1%) e persino dalla Grecia trapelano segnali positivi.
È vero, non siamo al tracollo del Pil come negli anni bui della crisi post 2007.
E neanche al livello del 2012 (-2,4%) e 2013 (-1,9%). Ma i decimali ora contano più che mai.
Per trattare in Europa, ma anche sul fronte interno. Se la crescita viene ridotta dallo 0,8% allo 0,3%, modificando il Def, il deficit sale da 2,6 a 2,8%.
Un filo sotto il tetto e addio sconti sul cofinanziamento dei fondi europei. Addio risorse in più per bonus e investimenti facendo lievitare il deficit.
Tanto questo si alzerà  da solo, perchè il Pil scende.
Ma anche il quadro politico ne risentirà . Inevitabile. Conti non più in sicurezza, l’Italia di nuovo vulnerabile.
E qualcuno, anche nella maggioranza, potrebbe cogliere l’occasione per trarne vantaggi.
Attaccando la politica degli annunci del governo.
I pasticci dei decreti scritti e riscritti. E il fronte europeo che torna caldo. Che sia recessione o stagnazione il tema è già  priorità , se non urgenza, sul tavolo del governo. A prescindere da cosa dirà  domani l’Istat.

Valentina Conte
(da “La Repubblica“)

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L’ITALIA ARRANCA: L’INCUBO E’ IL DECLINO

Agosto 4th, 2014 Riccardo Fucile

LA SPAGNA STAVA PEGGIO MA ORA E’ IN RIPRESA, DA NOI NON AVVIENE PERCHE’ NON ABBIAMO MAI RISTRUTTURATO IL SISTEMA… SCENDE IL COMMERCIO AL DETTAGLIO: – 0,7%

Mercoledì sapremo se l’Italia è nuovamente piombata nella recessione senza fine che ci attanaglia dal 2008.
L’Istat pubblicherà  il dato sul Pil del secondo trimestre: dopo lo choc dell’andamento negativo registrato nel primo, sono in molti a temere che anche nel periodo che va da aprile a giugno il prodotto possa essersi fermato o, peggio, che possa essere calato.
Ma anche se il dato sulla crescita si rivelasse piatto o positivo di qualche decimale, la Banca d’Italia ha spazzato via di recente ogni illusione sui prossimi mesi: a fine anno non cresceremo più dello 0,2 per cento.
L’interrogativo di fondo, al settimo anno di Grande crisi, dopo un quarto di produzione industriale bruciata e il 9 per cento del Pil perso dal 2007, è: perchè l’Italia arranca dietro agli altri partner europei e non riesce a tirarsi fuori dalle secche della crisi?
Soprattutto, riuscirà  a recuperare la ricchezza persa?
Perchè altri Paesi come la Spagna sembrano aver invece agguantato la via del recupero?
Un Paese impreparato
Un termine che abbiamo dimenticato o messo tra parentesi per sette lunghi anni, ma che per molto tempo aveva acceso gli animi, è quello del “declino”.
Per qualcuno un’esagerazione, per molti la diagnosi lucida di un Paese piombato in affanno dopo l’accelerazione della globalizzazione degli anni Novanta, l’ingresso nell’euro e il boom dei Paesi emergenti.
Uno spettro che avremmo dovuto scongiurare, sostiene Giorgio Barba Navaretti, «con una seria ristrutturazione del sistema industriale, che la Germania e gli Stati Uniti hanno affrontato all’inizio degli anni Duemila.
Noi no, noi siamo entrati nella crisi con un sistema industriale già  stanco».
Con lo tsunami da subprime e la profonda recessione che ne è seguita, spiega l’economista dell’Università  cattolica di Milano, «molte imprese hanno poi chiuso, sono scomparse, e non è un problema congiunturale: è tessuto industriale che va ricostruito da zero».
Lunga lista di difetti
I difetti, «i mali del Paese», per dirla con Tito Boeri, «sono noti: un sistema educativo che non funziona, un mercato del lavoro che esclude i giovani, un sistema salariale che non incentiva il lavoro, le barriere burocratiche, la spesa pubblica che agevola i più anziani o chi è già  protetto, il peso insopportabile delle tasse.
Tutto questo contribuisce al declino del Paese. Prima della crisi era diventata una parolaccia, non si poteva più parlarne, ora che tutti stanno uscendo dalla recessione e noi fatichiamo di più, sarebbe utile forse riprendere quel dibattito».
Leggendo gli ultimi rapporti economici di istituzioni di peso come la Banca d’Italia o il Fondo monetario internazionale, l’accento sulla necessità  di andare avanti con le riforme è sempre forte e convinto. Ma emergono anche, tra le righe, degli interrogativi pesanti cui sembra difficile dare una risposta.
Scorrendo il bollettino economico di luglio di via Nazionale, vi si legge per esempio che «in Italia stenta a riavviarsi la crescita».
Parole analoghe a quelle contenute nell’ultimo “Article IV” del Fondo: «L’economia fatica ad emergere dalla sua profonda recessione».
E gli economisti di Ignazio Visco rivelano anche che l’andamento stagnante della produzione «contrasta» con gli indicatori di fiducia di imprese e famiglie, che hanno segnalato di recente un miglioramento.
Un traino solo dall’export
Tutti concordano nel dire che la spinta dei prossimi mesi, se arriverà , sarà  esogena: il traino sarà  export, naturalmente soggetto ai rischi delle gravi tensioni geopolitiche in Ucraina e in Medio Oriente. Dunque la Banca d’Italia avverte anche che il rafforzamento della ripresa dipende «necessariamente» anche da un riavvio della domanda interna.
Paolo Guerrieri è scettico su questa possibilità : «C’è un problema di stretta del credito che continua a soffocare le imprese», sostiene l’economista del College of Europe aggiungendo che «siamo ancora in pieno aggiustamento dei conti pubblici», con famiglie e imprese schiacciate da un peso fiscale «intollerabile» e «un governo con margini di manovra molto stretti per gli investimenti».
Per il senatore del Pd, a questi problemi si aggiunge «un motore dell’industria ingolfato da tempo».
È chiaro, insomma, «che ci troviamo un momento di crisi profonda sia dal lato della domanda, sia da quello dell’offerta».
Ed è altrettanto chiaro che di questo passo sarà  anche «molto difficile» che il Pil riesca a riprendersi nel 2015, addirittura balzando all’1,3% stimato dalla Banca d’Italia.

Tonia Mastrobuoni

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È UFFICIALE, SIAMO IN STAGNAZIONE: ORA CHI AVEVA PROMESSO LA CRESCITA TOLGA IL DISTURBO

Luglio 31st, 2014 Riccardo Fucile

L’ISTAT CERTIFICA CHE NON CI SARA’ CRESCITA: “PRODUZIONE FERMA ANCHE NEL TERZO TRIMESTRE”

L’economia italiana è in affanno, la crescita non arriva e, anzi, si va verso la stagnazione economica.
Dopo l’allarme lanciato dal ministro di via XX Settembre Pier Carlo Padoan, arriva la certificazione dell’Istat: “Il recupero della crescita economica si annuncia più difficile di quanto prospettato – si legge nella nota mensile – I segnali provenienti dalle famiglie e dalle imprese sembrano delineare una fase di sostanziale stagnazione dell’attività  economica anche se emergono alcuni segnali positivi sull’occupazione”. Confermato quindi l’allarme del ministro del Tesoro che ha dichiarato oggi: “La situazione economica è meno favorevole di quanto sperassimo, serve più sforzo per la crescita”.
L’Istat ha aggiunto un particolare non di poco conto: si va verso la stagnazione.
Tra le imprese, a luglio è aumentata la fiducia nelle costruzioni e nei servizi mentre si è mantenuta stabile nella manifattura.
La fiducia delle famiglie è risultata invece in diminuzione, influenzata dai giudizi sull’andamento attuale e futuro dell’economia italiana.
La minor vivacità  della domanda estera potrebbe costituire un ulteriore elemento di freno per la ripresa”.
Anche i dati diffusi oggi sempre dall’Istituto nazionale di Statistica sull’occupazione non sono positivi: anche se è stato registrato una diminuzione di 0,1 punti del tasso della disoccupazione rispetto all’anno scorso, la disoccupazione giovanile ha toccato nuovi livelli record, in crescita di 0,6 punti rispetto al mese precedente arrivando al 43,7%.
In riferimento alle prospettive a breve per l’economia italiana, l’Istat spiega che “negli ultimi mesi si sono intensificati i segnali di difficoltà  nell’avvio della ripresa. Le famiglie, colpite dalla crisi e dalle implicazioni di necessari aggiustamenti del bilancio familiare, si mantengono ancora caute nelle decisioni tra consumo e risparmio. Il sistema delle imprese continua a risentire negativamente dalla debolezza delle condizioni interne di domanda e del non brillante andamento della domanda estera”. Tenendo conto delle informazioni più recenti, nel secondo trimestre l’attività  produttiva dell’industria (al netto delle costruzioni) risulterebbe, in base al modello di previsione mensile, moderatamente negativa.
Ora chi 4 mesi fa aveva garantito la crescita e continua ogni giorno a inondarci delle sue palle stratosferiche raccolga i suoi stracci e ritorni a Firenze: si dedichi alla bocciofila sotto casa.
Con una raccomandazione: non fategli tenere i conti o vi ritrovate pignorato anche il boccino.

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INTERVISTA A BRANCACCIO: “CARO RENZI, AVEVANO RAGIONE I GUFI”

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

L’ECONOMISTA: “RENZI, COME MONTI, HA SBAGLIATO I CALCOLI”… “LE PRIVATIZZAZIONI? UN FLOP”

Il Fondo Monetario Internazionale e Bankitalia dimezzano la crescita che era stata prevista dal governo.
«Non cadiamo mica tutti dal pero», rivendica l’economista Emiliano Brancaccio: «Avevamo più volte avvisato che le stime di Renzi, così come quelle di Letta, Monti e della stessa Commissione europea, erano irresponsabilmente ottimistiche».
«Quando si attuano politiche di restrizione dei bilanci pubblici», nota Brancaccio, «il risultato prevedibile è che la domanda di beni e servizi cali e il Pil venga ulteriormente depresso».
«Previsto» era pure il flop delle privatizzazioni, con Fincantieri che ha fruttato la metà  di quanto annunciato dal governo.
Servirà  dunque una manovra correttiva ?
«Sarebbe una follia», dice ancora Brancaccio, perchè «una manovra che taglia ancora la spesa pubblica e insiste con la pressione fiscale finirebbe per aggravare gli effetti depressivi della precedente».
Professore, Matteo Renzi ha detto ad Alain Fridman: «Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone». È così?
«Il livello di approssimazione di certe dichiarazioni è sorprendente. Questi temi non andrebbero affrontati in modo così superficiale. Quelle cifre fanno la differenza tra un’economia che vede crescere l’occupazione e un’economia che continua a distruggere posti di lavoro, e in prospettiva possono fare la differenza tra uno Stato solvibile e uno Stato in bancarotta».
Renzi, presentando il Def, aveva detto di aver abbassato «prudenzialmente» la previsione rispetto a quella fatta dal governo Letta. Il premier si era poi detto certo, però, che sarebbe stata più alta. In un’ intervista all’Espresso di qualche mese fa   lei manifestò un parere opposto. E così è stato. Cosa non ha funzionato?
«A quanto pare, quelli che il nostro premier chiama “gufi” hanno avuto ragione, ancora una volta. Sono ormai più di tre anni che il governo, e la stessa Commissione europea, nel prevedere l’andamento del Pil peccano sistematicamente di ottimismo. Lo fece Monti, l’ha fatto Letta e ora lo fa Renzi. La realtà  è che, se ci va bene, quest’anno ci troveremo con crescita zero».
Perchè le stime si rivelano puntalmente troppo ottimistiche?
«Perchè in Europa si evita di affrontare un’evidenza scientificamente inconfutabile: quando si attuano politiche di austerity la domanda di beni e servizi è destinata a cadere, e con essa cade anche il livello del Pil. Persino il Fondo monetario internazionale ha dovuto riconoscere che questo effetto era stato trascurato. La Commissione europea e i governi nazionali dell’eurozona si ostinano a eludere il problema».
E gli effetti degli 80 euro?
«Quelli non si vedono perchè i lavoratori dipendenti sono stati costretti, in questi anni, a erodere i loro risparmi per far fronte alla crisi. In questo scenario è illusorio pensare che gli 80 euro in più in busta paga si possano interamente trasformare in consumi. Ma soprattutto, occorre ricordare che la famigerata manovra degli 80 euro si inscrive in una politica di bilancio che nel complesso rimane depressiva. Il governo continua a sottrarre all’economia più di quanto eroghi: l’obiettivo generale della politica economica resta infatti quello di attuare un prelievo fiscale che eccede la spesa pubblica al netto degli interessi. Questo significa che i cittadini e le imprese si trovano da un lato con 80 euro in più, ma dall’altro lato registrano tagli ulteriori ai servizi e aumenti delle tariffe. E temono incrementi di altre voci di imposta. L’effetto finale sulle capacità  complessive di spesa resta dunque negativo».
Potrebbe essere più utile il jobs act, di cui pure si sono perse le tracce?
«No. Ancora una volta si ignorano i risultati accumulati dalla ricerca scientifica per oltre un ventennio: le politiche di precarizazzione non accrescono gli occupati ma fanno sì, semmai, che l’occupazione diventi più instabile. I contratti precari possono al limite indurre le imprese a creare posti di lavoro nelle fasi di espansione ma poi, quando c’è crisi, quegli stessi posti di lavoro, essendo precari, vengono immediatamente cancellati».
Sarà  necessaria una correzione del Def in autunno? Il governo ancora nega la manovra correttiva…
«Una restrizione ulteriore del bilancio sarebbe una follia. Tagliare ancora la spesa e insistere con la pressione fiscale non può che aggravare gli effetti depressivi delle manovre precedenti».
Il Financial Times mette l’accento sulle privatizzazioni ferme al palo. La vendita di Fincantieri ha prodotto la metà  del previsto. La dismissione del 40 per cento di Poste slitterà  di un anno. Sempre il Financial Times scrive che per rispettare quanto previsto nel Def, cioè per ricavare 11 miliardi con cui ridurre il debito pubblico, il governo dovrà  mettere sul mercato altre quote di Eni e Enel. È una strada?
«Anche sulle privatizzazioni i cosiddetti “gufi” avevano lanciato un chiaro allarme: in una fase di crisi i prezzi di mercato degli asset sono bassi e le privatizzazoni diventano vere e proprie svendite. L’obiettivo del governo di ricavare 11 miliardi non può che essere disatteso, come già  dimostra la vicenda Fincantieri».
C’è un momento migliore per farle?
«Di certo non ora. Ma io credo che bisognerebbe mettere in discussione la logica delle privatizzazioni nel suo complesso. Questo è un paese con scarsa memoria, ma basterebbe forse ricordare gli effetti del record di privatizzazioni che l’Italia ha segnato negli anni ’90. Non mi pare che quell’onda di vendite di asset pubblici abbia dato benefici al paese. Di fatto, gli unici a trarne vantaggio furono quei gruppi di interesse nazionali ed esteri che beneficiarono dello shopping di spezzoni di apparato pubblico a prezzi di saldo».
Disoccupazione, povertà  relativa, crescita, debito pubblico. Tutti i valori sono peggiori di quelli registrati nel 2011, anno della lettera della Bce e della chiamata dei “tecnici”. Perchè eravamo più preoccupati tre anni fa?
«Per adesso siamo meno preoccupati perchè Draghi ha compiuto una mossa che cambia il quadro. Nel 2011 l’Italia e gli altri paesi periferici europei erano esposti alla speculazione internazionale. Gli operatori sui mercati finanziari vendevano, i prezzi dei titoli crollavano e i tassi d’interesse – i famigerati spread – aumentavano».
Oggi questo rischio è scongiurato?
«Per il momento sì. La differenza tra allora e oggi sta nel fatto che la Bce ha preso un impegno: proteggere i paesi in difficoltà  da eventuali ondate di vendite sui mercati finanziari. In caso di vendite, la Bce compra i titoli e quindi i prezzi e gli spread rimangono stabili. Il problema è che la strategia della Bce si basa sull’idea che il suo ombrello protettivo sia temporaneo. L’auspicio dichiarato della banca centrale è che le politiche di austerity e le famigerate riforme strutturali siano in grado, a un certo punto, di rilanciare i paesi in difficoltà  e di rendere quindi superflua la sua protezione. Noi stiamo invece registrando che così non sarà ».
E come sarà ?
«Vale tuttora la previsione contenuta nel “monito degli economisti” che abbiamo pubblicato nel settembre scorso sul Financial Times: con le attuali politiche di austerity, la divergenza tra paesi deboli e paesi forti dell’eurozona continuerà  ad ampliarsi. La politica monetaria non può affrontare da sola questa divaricazione. Bisognerebbe almeno affiancare le azioni della banca centrale con un piano di investimenti pubblici mirati. Le più autorevoli ricerche economiche dimostrano che l’intervento statale può esser decisivo non solo per fini di assistenza ma anche per creare condizioni di sviluppo tecnologico e produttivo, soprattutto nei paesi più deboli, che ne hanno più bisogno. Il guaio è che in Europa i dogmi del liberismo, sebbene più volte sconfessati, tuttora resistono, e l’idea di un rilancio in chiave moderna dell’intervento pubblico resta tabù».
Quali saranno dunque le implicazioni per l’eurozona?
«Le divergenze tra paesi forti e paesi deboli dell’Unione aumenteranno. Se si continua a pensare che la politica monetaria possa risolvere da sola questo enorme problema, l’Unione monetaria europea non potrà  che confermarsi insostenibile. Anche se ora sembrano tutti più sereni, i nodi verranno di nuovo al pettine e presto o tardi si tornerà  a vivere il clima del 2011. Sarà  una previsione da “gufo”, ma fino a ora i cosiddetti “gufi” hanno avuto molta più lungimiranza dei professionisti dell’ottimismo».

Luca Sappino
(da “L’Espresso“)

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“IN ITALIA IL RECORD MONDIALE DI PRESSIONE FISCALE, SIAMO AL 53,2%”: LA DENUNCIA DI CONFCOMMERCIO

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

SANGALLI: “SENZA CRESCITA MANOVRA A OTTOBRE”

“Se non cresciamo, non solo i problemi non si risolvono, ma si acuiscono. E non si può escludere che a ottobre, per questi motivi, sarà  necessaria una manovra correttiva”.
Così il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, nel corso del suo intervento a un convegno di Confcommercio ha lanciato il suo monito al governo Renzi.
“Non c’è bisogno di una manovra correttiva per il 2014” ha subito replicato il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, intervenuto a un convegno della Confcommercio.
“Continuare a parlare di manovra correttiva è negativo e non serve a nulla. Non perchè dobbiamo edulcorare la pillola ma perchè sono convinto che le cose siano così”. Morando ha sottolineato che “se entriamo nel 2015 con il tasso di crescita quasi assente come quello attuale, ci sarà  un effetto trascinamento negativo che dobbiamo affrontare”.
Le regole del Fiscal Compact danno all’Italia come a tutti i paesi europei la possibilità  di “reinterpretare la legge di bilancio”; “quelle norme hanno la caratteristica di essere meno stupide delle precedenti perchè basate su obiettivi strutturali, che tengono conto dell’andamento del ciclo. Se il ciclo peggiora rispetto alle previsioni di bilancio allora la legge di bilancio deve essere reinterpretata. Non c’è bisogno di una manovra correttiva per il 2014, il che non vuol dire che non siamo preoccupati per il ciclo. Dopo di che le decisioni di finanza pubblica per il 2014-2015 saranno prese in una fase enormemente impegnativa che avrà  il suo centro nel successo o insuccesso della revisione della spesa”.
“È meglio — ha proseguito Sangalli – una scomoda verità  subito che un lento stillicidio di confuse illazioni che deprimono le aspettative di famiglie e imprese. E per favore, abbandoniamo l’idea di nuove tasse e di ulteriori eventuali prelievi: le tasse sono la mortificazione della crescita”.
Tutti i Paesi europei, ha aggiunto il presidente di Confcommercio, “crescono poco, ma l’Italia è ferma”.
L’allarme di Confcommercio. Le tasse uccidono la crescita.
Dallo studio condotto emerge che a fronte di un aumento della pressione fiscale in Italia del 5% dal 2000 al 2013, il pil procapite è sceso del 7%.
In Germania nello stesso periodo la pressione fiscale è diminuita del 6% mentre il pil reale procapite è aumentato del 15%.
In Svezia, paese fuori dall’Ue ad esempio, la pressione fiscale nello stesso periodo è scesa del 14% e il pil reale procapite è aumentato del 21%.
“Per favore – ha detto il presidente Sangalli – abbandoniamo l’idea di nuove tasse e di ulteriori eventuali prelievi: le tasse sono oggi la mortificazione della crescita. Le performance del 2014 sono compromesse, non distruggiamo le basi per la ripresa del 2015”.
“L’italia – ha evidenziato Sangalli – è ferma”. Dal 2008 al 2013 l’Italia ha perso in termini di pil reale procapite l’11,6%.
Peggio ha fatto solo la Grecia con un -23,2%. La Germania ad esempio nello stesso periodo ha visto crescere il pil reale procapite di 4,4 punti percentuali. La Francia ha perso 2,3 punti.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A ELSA FORNERO: “DOVEVO STARE ZITTA MENTRE MONTI FACEVA CAMPAGNA ELETTORALE”

Luglio 28th, 2014 Riccardo Fucile

“HO RISCHIATO DI FINIRE DALLO PSICOLOGO, NESSUNO MI PROTEGGEVA”… “HO RINUNCIATO ALLA PENSIONE DA MINISTRO, LA POLITICA MI HA USATA E STRITOLATA”

Il calendario appeso è fermo, indica novembre 2011, il giorno 15 è cerchiato di nero. Ha la scrivania invasa da fascicoli, le pareti ricoperte di fotografie.
Dietro, c’è un detergente per vetri.
Il terzo piano affianca lo Stadio Olimpico di Torino, la torcia è spenta: “Intravedo le montagne, i rumori del parcheggio mi fanno compagnia”.
Il davanzale di questa morigerata stanzetta universitaria in corso Unione Sovietica ha un po’ di piante grasse e una coppia di melograni essiccati.
Cose da socialismo reale.
Butta giù un pezzo di salatino e stringe la confezione con la mano destra. Con la sinistra strappa un foglietto bianco, e lo mostra: “Questa era la mia vita appena finito il governo: il vuoto, il niente. E pensare che la giornata di un ministro era scandita dai minuti. Sono scesa da una giostra e ho continuato a girare senza motivo”.
Elsa Fornero non lacrima, ma le pupille sono arrossate (per la congiuntivite): “Devo molto a una telefonata di Enrico Letta, era il 3 maggio 2013, era un venerdì, circa le 21 e 30. Io mi ricordo i particolari. Tornava dal primo viaggio da presidente del Consiglio. Mi disse: Elsa, se siamo ancora in Europa lo dobbiamo alle tue riforme. Non mi doveva quella gentile chiamata. Mi ha aiutato”.
Per cosa?
A fare la differenza: quella che non ti fa prendere il sonnifero per dormire.
Quando è sveglia, che fa?
Io mi alzo presto, mai dopo le 6:45. Insegno, faccio ricerca, scrivo commenti su riviste straniere. E viaggio molto per le conferenze, mi fa staccare, mi dà  equilibrio. Ho gestito il mio tempo per non andare da uno psicologo o da uno psichiatra.
La capitale trasmette la nostalgia dei salotti.
Io non li frequentavo, e forse ne ho pagato le conseguenze. Soltanto una volta sono stata da Anna Fendi. C’era anche Emma Bonino.
Roma è romantica di notte.
Ma io stavo in ufficio a montare o smontare i testi di legge. La mia casa era una caserma. Una foresteria. Rientravo ogni sera entro le otto e mezza: c’era la cena, mi piaceva essere puntuale.
Anche questo è rigore.
La mensa chiudeva presto. Il carabiniere Pasquale, però, mi lasciava sempre un piattino di prosciutto o di bresaola, una pagnottella di pane, la cicoria romana: adoro quella verdura.
Molto sobri, poco amati.
Io l’ho fatto per spirito di servizio, la nazione era in discredito. Ho conosciuto bene la Grecia, il pugno duro della Troika. Noi ogni giorno dobbiamo rinnovare prestiti per un miliardo di euro: il rischio l’abbiamo toccato da vicino.
Questo l’ha fatta piangere?
Anche in Patagonia mi hanno deriso. Ho diverse lettere.
Era il debutto in conferenza stampa, una mazzata per gli italiani.
Ho sofferto tanto, ma era necessario. Un giorno ero abbattuta, poi entusiasta, poi di nuovo abbattuta. L’economista tedesco Daniel Gros mi mandava messaggi: devi salvare la moneta unica. Ho interpretato anche dei segnali.
Scaramantica?
Le coincidenze sono importanti. Atterro a Caselle, a Torino, e incontro padre Enzo Bianchi. Mi avvicino, in silenzio.
E Bianchi?
Ministro, deve sapere che preghiamo per lei.
Le preghiere non bastano.
Eh no, ho passato settimane tesissime . Ricordo una riunione, una cabina di regia, con dei professori bocconiani e un direttore di Bankitalia: terribile. Io illustravo il piano e loro mi dicevano: non è ancora sufficiente, così non basta.
Aveva ingoiato tante lacrime.
Davanti ai giornalisti non mi sono trattenuta più. Dovevo pronunciare il termine “sacrifici”, mi sono venuti in mente i miei genitori. Questa è la solitudine di un tecnico.
E perchè ha accettato di entrare nel governo?
Era il 15 novembre, intorno alle 18, ero in partenza da Bruxelles. Non conosco complotti.
Prosegua.
Squilla il cellulare, è Monti. Comincia così: Elsa, puoi fare qualcosa per me. Io gli faccio gli auguri.
Educazione.
Mario replica: vuoi essere il ministro per il Lavoro? Hai due ore per decidere.
Fa le consultazioni?
Sì, rapide. Mio marito Mario (Deaglio) mi lascia libera: vorrei dirti di no, ma non posso. Mia figlia: non puoi rispondere no. Una mia cara amica di Torino, che aveva fatto politica, mi mette in guardia: finirai stritolata, stai attenta.
Chi ha avuto ragione?
Forse la mia amica.
Non era meglio votare nel 2011?
La situazione era drammatica. Il Parlamento aveva paura. Anche Pier Luigi Bersani era consapevole di non poter fare le riforme da Palazzo Chigi, il Pd l’avrebbe mollato. I partiti li abbiamo protetti noi.
E chi proteggeva Elsa Fornero?
Nessuno. Io sanguinavo come San Sebastiano, mi colpivano ovunque, e dovevo stare zitta, mentre Mario Monti faceva campagna elettorale.
Voleva correre in Scelta Civica?
No, un ministro impopolare non si può candidare. Ho votato quel movimento, però ritengo che Mario abbia sbagliato.
Perchè l’ha fatto?
Io l’ho letto sui giornali. Avrà  ricevuto pressioni internazionali e sperava di poter recuperare l’azione iniziale di un esecutivo che poi s’è perso.
Ascolti: e-so-da-ti. Cosa prova?
La ferita per un uso strumentale di un problema che va seguito negli anni. Questo vocabolo racchiude quelli che sono usciti con incentivi e quelli che sono in mobilità . Il mio auspicio era creare un mercato del lavoro per giovani, donne e cinquantenni.
I disoccupati aspettano.
Io ho modificato l’articolo 18 per livellare il rapporto tra le generazioni, per ridurre le cause di lavoro. Non l’ho ucciso. Adesso vogliono maggiore flessibilità , adesso le critiche non esistono.
Quando c’erano i tecnici, il Cavaliere non era ancora ex, non era pregiudicato.
Non mi stupisco che Renzi sia alleato con Berlusconi per riscrivere la Costituzione.
Perchè?
I partiti fissano un obiettivo e lo raggiungono con chiunque: i politici sono cinici.
Com’è riformare con Berlusconi?
Ora è stato assolto per il processo Ruby, ma quella telefonata in Questura per liberare una prostituta minorenne lo rende inadeguato per sempre.
Parla spesso con Monti?
Due volte in due anni, stesso ritmo per Corrado Passera e Paola Severino. A volte mi confronto con Fabrizio Barca, Piero Giarda e con il presidente Giorgio Napolitano.
E cosa vi dite ?
Lo stimo molto. È un po’ seccato dai politici che vanno al Quirinale, gli promettono tante cose e poi vanno fuori e si smentiscono. Accadeva anche a me.
Con chi?
L’elenco è lungo.
Il primo?
Luigi Angeletti della Uil. Era affettuoso: “Sei bravissima, perfetta”. Poi mi salutava e mi demoliva con i giornalisti.
Buone vacanze
A settembre ho il foglio pieno, non più bianco. Ho rinunciato alla pensione da ministro, mi mancano quattro anni all’Università .
E fra quattro anni?
Vorrei avere meno affanno. Ho cinque nipoti, una casa in campagna che divido con mia sorella. Voglio leggere e coltivare l’orto.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LE RIFORME CHE PIACCIONO A RENZI: CON LE LIBERALIZZAZIONI IN 10 ANNI AUMENTI DELL’85%

Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile

LO STUDIO DELLA CGIA: TARIFFE DELL’ACQUA + 85,2%, RIFIUTI +81,8%, AUTOSTRADE +50,1%, TRASPORTI URBANI +49,6%, ASSICURAZIONI +200%… E’ LA FOTOGRAFIA DEL FALLIMENTO DELLE LIBERALIZZAZIONI

Altro che effetti benefici delle liberalizzazioni, viene da dire guardando i dati raccolti dalla Cgia di Mestre.
Negli ultimi 10 anni, le tariffe dei principali servizi pubblici hanno registrato un aumento record.
E’ il caso dell’acqua, ad esempio, terreno di scontro di referendum che hanno rappresentato un punto importante della storia politica recente italiana e intanto aumentata dell’85,2%; o dei rifiuti, che hanno subito continui cambi di denominazioni (dalla Tarsu alla Tari), ma nella sostanza sono rincarati dell’81,8%.
Ancora, non c’è pace per i viaggiatori: i costi dei pedaggi autostradali sono saliti del 50,1%; nel caso dei trasporti urbani, la dinamica è stata simile: +49,6%.
A denunciarlo è appunto la Cgia, l’associazione degli artigiani di Mestre.
Tra le dieci voci prese in esame in questa analisi, solo i servizi telefonici hanno subito una diminuzione: -15,9%.
Sempre nel periodo considerato, l’inflazione, invece, è aumentata del 23,1%. “Nonostante i processi di liberalizzazione avvenuti in questi ultimi decenni abbiano interessato gran parte di questi settori, i risultati ottenuti sono stati poco soddisfacenti. In linea di massima oggi siamo chiamati a pagare di più, ma la qualità  dei servizi non ha subito miglioramenti sensibili”, osserva il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi.
“Nonostante i forti aumenti registrati dalle bollette dell’acqua – segnala ancora Bortolussi – la nostra tariffa rimane la più bassa   d’Europa. La stessa considerazione può essere fatta per i biglietti ferroviari: anch’essi sono tra i meno cari in Ue. Preoccupa, invece, il boom registrato dall’asporto rifiuti. Nonostante in questi ultimi sei anni di crisi economica sia diminuita la produzione di rifiuti e sia aumentata la raccolta differenziata, le famiglie e le imprese hanno subito dei rincari ingiustificati”. Gli aumenti del gas hanno sicuramente risentito del costo della materia prima e del tasso di cambio, mentre l’energia elettrica dell’andamento delle quotazioni petrolifere e dell’aumento   degli oneri generali di sistema, in particolare per la copertura degli schemi di incentivazione delle fonti rinnovabili.
I trasporti urbani, invece, hanno segnato gli aumenti del costo del carburante e quello del lavoro.
Non va dimenticato che molti rincari sono stati condizionati anche, e qualche volta soprattutto, dall’aggravio fiscale.
L’associazione dice invece che i taxi hanno registrato umenti percentualmente meno rilevanti.
L’ultima parte dell’analisi elaborata dall’Ufficio studi della Cgia ha preso in esame l’aumento delle tariffe registrato da alcune voci nel periodo intercorso dall’anno di liberalizzazione fino al 2013.
Ebbene, le assicurazioni sui mezzi di trasporto sono aumentate del 197,1% (4 volte in più dell’inflazione), i pedaggi autostradali del 62,7% (1,7 volte in più dell’inflazione), i trasporti ferroviari del 57,4% (1,7 volte in più dell’inflazione), il gas del 53,5% (2,3 volte in più dell’inflazione), mentre i servizi postali hanno subito un incremento del 37,8% pressochè uguale a quello registrato dall’inflazione.
Solo i servizi telefonici hanno subito una riduzione dei prezzi: -18,8%, contro un aumento dell’inflazione del 38,5%.
“Sia chiaro – conclude Bortolussi – noi non siamo a favore di un’economia controllata dal pubblico. Ci permettiamo di segnalare che le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani. Pertanto, invitiamo il Governo Renzi a monitorare con molta attenzione quei settori che prossimamente saranno interessati da processi di deregolamentazione. Non vorremmo che tra qualche anno molti prezzi e tariffe, che prima dei processi di liberalizzazione/privatizzazione erano controllati o comunque tenuti artificiosamente sotto controllo, registrassero aumenti esponenziali con forti ricadute negative per le famiglie e le imprese”.

(da “La Repubblica“)

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MA QUELLA FLESSIBILITA’ E’ MOLTO RIGIDA

Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI TITO BOERI

È una flessibilità … molto rigida quella che ci è stata concessa dal vertice europeo. Quantificabile in circa 2-3 miliardi in più a disposizione nel 2015 e in un processo di riduzione del debito più lento negli anni successivi, a condizione però di attuare riforme importanti del lavoro, della pubblica amministrazione o dell’istruzione.
Per fortuna le prime due riforme sono nell’agenda del governo Renzi, sebbene ancora molto lontane dal traguardo.
Speriamo che negli accordi presi a Bruxelles ci sia di più di quanto scritto nei comunicati ufficiali.
Perchè l’Europa, non solo l’Italia, ha bisogno di politiche espansive della Germania, di programmi infrastrutturali da finanziare in comune, a livello europeo, e di un accordo per lasciare svalutare la moneta comune.
In ogni caso, invece di cantar vittoria, il governo italiano farebbe bene ad usare la condizionalità  di Bruxelles per completare entro l’anno almeno una delle riforme in programma, rendendola pienamente operativa, con il varo dei rilevanti decreti attuativi
Il testo sottoscritto dai capi di governo della Ue si limita a ribadire che c’è già  abbastanza flessibilità  nel Patto di Stabilità  e Crescita e conferma che non possiamo spostare al 2016 l’obiettivo del bilancio strutturale in pareggio.
Il messaggio è molto chiaro: i vincoli che ci impone l’Europa sono già  flessibili, perchè fissano obiettivi di finanza pubblica che tengono conto della congiuntura, dunque meno restrittivi quando l’economia va male e più stringenti quando l’economia tira.
Quel che conta è il bilancio strutturale al netto delle misure una tantum.
Il problema è che non è facile stabilire quanto del deficit pubblico è dovuto a fattori ciclici e quanto è strutturale.
È una stima che ha margini di errore, in qualche modo arbitraria.
Quella del governo italiano, che ha previsioni più ottimistiche di quelle della Commissione sulla crescita nel 2014 e 2015, ci consente uno 0,1 di pil in più di deficit di quella della Commissione.
Possiamo sperare che la Commissione allinei le sue stime a quelle del governo italiano, che potrà  far valere l’assurdità  dell’imposizione di correzioni alla politica fiscale di un paese sulla base di parametri soggetti a un forte grado di discrezionalità  (gli stessi documenti ufficiali della Commissione riconoscono «l’incertezza che circonda queste stime»).
Non sarà  facile se il Commissario per gli Affari Economici sarà  Jyrki Katainen anche nella nuova Commissione, dato che l’ex-premier finlandese ritiene che «non c’è nessuna ragione per andare più a fondo nel processo di integrazione della politica fiscale a livello europeo».
Un altro miliardo e mezzo potrebbe venire dal non considerare il cofinanziamento italiano dei fondi strutturali nel computo del bilancio strutturale, ammesso e non concesso di riuscire da qui alla fine del 2014 a raddoppiare la nostra velocità  nell’impegnare queste risorse, la cui destinazione (spesso discutibile) è comunque negoziata con Bruxelles.
In ogni caso non sarà  comunque questo 0,2% di pil in più a disposizione, tra revisioni delle stime e cofinanziamenti non contabilizzati, a cambiare la nostra vita. Possiamo, infine, ambire ad allungare il percorso di rientro del debito, su cui siamo peraltro già  in forte ritardo rispetto agli impegni presi.
Ma questo solo se sapremo fare delle riforme strutturali. Prima le facciamo, meglio è, ma per il momento non possiamo certo invocare questa clausola.
Speriamo, dunque, che la vera flessibilità  sia quella che non è scritta nei comunicati ufficiali, che la Germania, colpita dall’ondata populista nei paesi del Sud, abbia deciso di caricare su di sè almeno un po’ del peso dell’aggiustamento sin qui richiesto unicamente ai paesi periferici, spendendo di più anzichè chiedere agli altri di tagliare nel mezzo di una recessione o stagnazione.
Speriamo anche che a Bruxelles si sia deciso di varare grandi programmi su beni pubblici europei, a partire dall’energia e dalla banda larga, finanziandoli con l’emissione di titoli garantiti in solido da diversi paesi
In ogni caso la politica economica del governo Renzi dovrà  passare dalla cruna dell’ago e non può permettersi alcun ridimensionamento del piano di tagli alla spesa pubblica che originariamente prevedeva 15 miliardi di risparmi nel 2015.
Non basteranno certo i 5 oggi preventivati, soprattutto perchè la metà  di questi risparmi era già  stata impegnata dal governo Letta.
Occorrerà  anche sfruttare al meglio ogni euro disponibile migliorando la composizione di entrate fiscali e spese e giocando su operazioni di rientro del debito più graduali, ad esempio allineando i contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti a quelli degli autonomi, un’operazione che fa aumentare il disavanzo, ma non il debito implicito, perchè i minori contributi di oggi equivalgono a meno spesa pensionistica in futuro.
Fondamentale trovare al più presto coperture definitive per il bonus di 80 euro, sin qui finanziato solo con interventi temporanei. Solo in questo modo lo si renderà  sostenibile, dunque credibile agli occhi di chi deve decidere se spendere questi soldi o metterli da parte in previsione di nuove tasse.
I primi dati sui consumi di cui ha dato notizia questo giornale sembrano indicare che il bonus sin qui non ha avuto gli effetti desiderati sui consumi perchè i beneficiari hanno preferito mettere questi soldi da parte, temendo per il loro futuro. Le indagini campionarie ci dicono che gli italiani oggi sono eccessivamente pessimisti su quali saranno le loro pensioni.
Per informarli adeguatamente basterebbe mandare a tutti i contribuenti italiani un estratto conto previdenziale con previsioni sulle loro pensioni future.
In presenza di molti testimoni, il Ministro Poletti si è impegnato a mandare a casa di tutti i contribuenti questi rendiconti, il cui formato è già  stato da tempo definito dall’Inps e dal Ministero del Lavoro, entro l’inizio del mese di luglio.
Vorremmo ricordargli che mancano ormai solo 3 giorni alla fine del mese. Speriamo che le buste siano già  partite.

Tito Boeri
(da “La Repubblica”)

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