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INTERVISTA ALL’ECONOMISTA DANIEL GROS: “ALTRO CHE FLESSIBILITÀ, IL POTERE CE L’HA LA COMMISSIONE”

Giugno 28th, 2014 Riccardo Fucile

“LE RIFORME NON DANNO AUTOMATICAMENTE DIRITTO ALLA FLESSIBLITA'”

«Mi sembra fuori luogo, o perlomeno prematuro, quest’ottimismo sulla “conseguita flessibilità ” in Europa. Perchè tutti parlano di accordo fra Stati? C’è solo una sorta di intesa fra il premier italiano e il cancelliere tedesco sul relativo ammorbidimento di alcuni parametri ma nulla è deciso, tutto andrà  verificato con la nuova Commissione». Daniel Gros, il tedesco che si laureato in economia alla Sapienza di Roma prima di andare a prendere il PhdD a Chicago, direttore del Ceps di Bruxelles (Centre for European Policy Studies), getta acqua sul fuoco.
«Attenzione — insiste — perchè non basterà  neanche l’appoggio del presidente Juncker, che pure è stato nominato con il decisivo appoggio italiano e tedesco, perchè servirà  una maggioranza forte all’interno della Commissione e soprattutto la convinzione ferma del nuovo commissario agli Affari Economici che, come insegna Olli Rehn, è molto più potente del successore di Barroso».
Però, professore, converrà  che un appoggio politico di base è propedeutico a qualsiasi accordo. Oppure è inutile?
«Senta, le ricordo che ci sono delle regole comuni fissate con il Six Pack, molto rigide, precise e cogenti. L’Italia è stata fra i più convinti sostenitori di esse, ora vuole disattenderle? E gli altri, alla prima occasione le bypassano? Non si possono fare e disfare le norme a seconda degli accordi politici».
Insomma Renzi ha sbagliato indirizzo andando a tirare per la giacchetta la Merkel sino a farle ammettere che bisogna essere più flessibili?
«Intendiamoci, Renzi è stato molto bravo nel suo approccio all’Europa. Ha condotto una campagna elettorale basata non sulla lamentazione perchè l’Ue è un “cattivo tiranno” ma tutta in positivo sull’idea dell’integrazione, e ha conseguito una vittoria nettissima. A lui va buona parte del merito se nel Parlamento di Strasburgo c’è una solida maggioranza pro-Europa. Ora però deve fare un uso attento del suo prestigio e non favorire lo scavalcamento di regole comuni che sono invece molto preziose. Mi sembra un po’ arbitrario pretendere che le riforme diano automaticamente diritto alla flessibilità ».
Ma, guardando nel merito, non ritiene che se viene accordata questa benedetta flessibilità  all’Italia, ne potrebbe uscire un quadro di sviluppo dal quale alla fine beneficerebbe tutta l’Europa?
«Guardiamola al contrario: l’Italia non dovrebbe chiedere più margini per se stessa. Cosa potrà  ottenere? Lo 0,1-0,2% in più? Sarebbe produttivo invece provare a convincere la Germania a spendere di più. È l’unica che se lo può permettere: dovrebbe investire sulle sue infrastrutture, sul mercato interno, la produzione industriale. Allora sì che i benefici per tutta l’Unione sarebbero evidenti e tangibili. Sarebbe una bella prova di unità : quasi miracolosamente da un sondaggio post-elettorale è uscito che il 40% degli europei ancora crede nel Parlamento di Strasburgo, più degli americani che credono nel Congresso. Non dissipiamo questo patrimonio».

Eugenio Occorsio
(da “La Repubblica“)

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LA PATRIMONIALE DEL DUO RENZI E PADOAN: DAL 1 LUGLIO LA STANGATA SUI RISPARMI DEGLI ITALIANI

Giugno 17th, 2014 Riccardo Fucile

IN TRE ANNI SI SONO MOLTIPLICATE LE TASSE SUI RISPARMI: TUTTE INSIEME FANNO PENSARE A UNA PATRIMONIALE

Non è ancora una patrimoniale: quella parola è tabù, da non pronunciare mai per un politico italiano.
Eppure, dopo la moltiplicazione dei bolli di metà  2011 sui depositi titoli (governo Berlusconi), gli aumenti di aliquote dal 12,5 al 20% di gennaio 2012 su titoli, fondi e conti di deposito (governo Monti), gli aumenti dei bolli dallo 0,15 allo 0,20% a gennaio (governo Letta), la nuova norma del governo Renzi dal 1° luglio innalza dal 20 al 26% la tassazione sul risparmio amministrato e i conti di deposito.
Sommando tutto, a una patrimoniale ci siamo quasi.
Non è detto che sia un male: anni di crisi hanno ampliato le disparità  sociali, specie in Italia dove il mondo del lavoro ha ceduto prestigio e potere di acquisto, rispetto a quello sempre verde delle rendite.
Il problema è che il fisco domestico, che marcia a un ritmo di una nuova norma alla settimana, ancora una volta fa molto per complicare la vita al contribuente, quanto meno alla parte di italiani che le tasse le vuole o le deve pagare.
Milioni di risparmiatori dovranno presto mettersi a studiare, con i loro consulenti, per affrontare la situazione plusvalenze e minusvalenze dei loro portafogli, e scegliere fra tre diverse opzioni.
La prima, che purtroppo dovrebbe essere la più diffusa tra chi non verrà  a capo della sfida burocratica, sarà  di non fare nulla, e intestarsi così un aumento di tassazione retroattivo, al 26%, sulle plusvalenze latenti.
La seconda si chiama opzione di affrancamento, ed è una vendita figurativa a carico degli intermediari contemplata nei cambi di regime fiscale, con il difetto di applicarsi all’intero portafoglio titoli (anche a quelli che producono minusvalenze latenti, e che invece converrebbe rinviare nel tempo, per compensare meglio, domani, l’aumento di carico fiscale sui guadagni).
La terza via è invece vendere determinati titoli, fare i conti con il fisco al 20% e ricomprarli dopo il 1° luglio: ma in tal caso la convenienza c’è solo con costi di transazione inferiori al 6% delle minusvalenze teoriche.
Se il lettore si è perso, non tema: la normativa sta mettendo alla prova anche gestori e tributaristi italiani, che pure hanno visto molto.
Ma è importante districarsi, per evitare due spiacevoli situazioni: lo scatto automatico e retroattivo dell’aliquota nuova sui guadagni passati, o la necessità  di pagare pronta cassa una plusvalenza che non si pensava di realizzare ora ma che in un futuro andrà  spartita maggiormente con lo Stato.

(da “La Repubblica”)

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CAPITALI ESTERI IN FUGA DALL’ITALIA: PERSO IL 58% DI INVESTIMENTI DAL 2007 AD OGGI

Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile

DAI DATI CENSIS EMERGE UN PAESE PENALIZZATO DALLA CATTIVA REPUTAZIONE: PESANO CORRUZIONE, COSTI E TEMPI DELLA BUROCRAZIA… PEGGIO DI NOI SOLO GRECIA E ROMANIA

Cattiva reputazione accumulata negli anni, corruzione, scandali politici, lungaggini burocratiche: sono queste le cause alla base del crollo degli investimenti esteri in Italia.
Un paese sempre meno capace di attrarre capitali esteri, più che dimezzati dall’inizio della crisi: sono questi i risultati del 6° numero del «Diario della transizione» diffuso dal Censis.
Il rapporto mette in luce le debolezze di un Paese che, pur restando la seconda potenza manifatturiera d’Europa e la quinta nel mondo, detiene solo l’1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8% della Spagna, il 3,1% della Germania, il 4,8% della Francia, il 5,8% del Regno Unito.
Negli ultimi sei anni gli investimenti diretti esteri in Italia sono crollati: nel 2013 sono stati pari a 12,4 miliardi di euro, il 58% in meno rispetto al 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi.
I momenti peggiori sono stati il 2008, l’anno della fuga dei capitali, in cui i disinvestimenti hanno superato i nuovi investimenti stranieri, e il 2012, l’anno della crisi del debito pubblico.
In Italia in media 233 giorni per aprire un’impresa, 97 in Germania
La crisi ha colpito tutti i Paesi a economia avanzata, ma l’Italia si distingue per la perdita di attrattività  verso i capitali stranieri: «Ha un deficit reputazionale accumulato negli anni a causa di corruzione diffusa, scandali politici, pervasività  della criminalità  organizzata, lentezza della giustizia civile, farraginosità  di leggi e regolamenti, inefficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture carenti».
Con il risultato che l’Italia si piazza al 65° posto nella graduatoria mondiale dei fattori determinanti la capacità  attrattiva di capitali per un Paese (procedure, tempi e costi per avviare un’impresa, ottenere permessi di costruzione, risolvere controversie giudiziarie): per ottenere tutti i permessi, le licenze e le concessioni di costruzione, in Italia occorrono mediamente 233 giorni, 97 in Germania.
In tutta l’Europa solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca presentano condizioni per fare impresa più sfavorevoli delle nostre.
Per allacciarsi alla rete elettrica servono 124 giorni in Italia, 17 in Germania.
Per risolvere una disputa relativa a un contratto commerciale il sistema giudiziario italiano impiega in media 1.185 giorni, quello tedesco 394.
«L’Italia si posiziona in alto per quanto concerne indicatori come lo stile di vita, ma non primeggia per i fattori di sostegno allo sviluppo. Ne discende il forte interesse per il nostro Paese nel turismo e per l’acquisto di beni a elevata valenza simbolica, molto meno come area di destinazione di investimenti», rileva il Censis.
In Italia la crisi ha colpito anche il lavoro nero, messo in difficoltà  dal «fai da te»: lo sostiene la Cgia di Mestre, secondo cui i posti di lavoro irregolari persi tra il 2007 e il 2012 ammontano a oltre 106.000 unità .
«La crisi ha tagliato drasticamente la disponibilità  di spesa delle famiglie italiane – segnala il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – Pertanto, anche per le piccole manutenzioni, per i lavori di giardinaggio o per le riparazioni domestiche non si ricorre nemmeno più al dopolavorista o all’abusivo».
Oltre al Censis, anche l’Aibe (associazione banche estere in Italia) aveva lanciato l’allarme a marzo sulla frenata degli investimenti, pubblicando l’Aibe index, un indice che posiziona l’Italia, in termini di attrattività  dei capitali esteri, a un valore di 30 punti su una scala 100, molto indietro rispetto a Paesi come Germania e Stati Uniti.
I punti di forza: qualità  manifatturiera e cultura
«Abbiamo molti punti di forza. Siamo un Paese che esporta grazie alla qualità  della nostra manifattura. L’Italia è tutt’oggi l’11° esportatore al mondo, con una quota del 2,7% dell’export mondiale. E siamo un Paese che attrae persone. L’Italia è ancora la 5 destinazione turistica al mondo (dopo Francia, Usa, Cina e Spagna), con più di 77 milioni di stranieri che varcano ogni anno le nostre frontiere (+4,1% tra il 2010 e il 2013).
«E siamo un Paese che scambia cultura”: 2.673 i ricercatori italiani attualmente operanti all’estero, 23.400 gli studenti italiani inseriti nel programma Erasmus, 62.580 i giovani italiani che studiano in università  straniere.
L’Italia è anche prima in Europa per numero di giovani «own account workers» lavoratori in proprio e senza dipendenti: 1,3 milioni sotto i 40 anni nel 2013, circa il 15% degli occupati di questa fascia di età , il doppio della media dell’area dell’euro (7,5%).

(da “La Stampa”)

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AUTOCRITICA GRILLINA: “I NOSTRI TONI HANNO SPAVENTATO”

Maggio 26th, 2014 Riccardo Fucile

NOVE ORE DI RIUNIONE TRA GRILLO, CASALEGGIO E LO STAFF….E FARAGE SPINGE PER UN GRUPPO COMUNE

“Abbiamo perso. Non è una sconfitta, siamo oltre la sconfitta”.
Nel Movimento 5 stelle va così. Tutto alla fine rientra nelle categorie dell’essere, non dell’esistere.
Quella che Grillo descrive è una vicenda che va oltre i meri dati numerici, una Caporetto ontologica. Il leader si infila negli uffici della Casaleggio Associati alle 10.00 del mattino, non ne esce che a tarda sera.
Si chiude con l’amico di sempre e con lo staff ad analizzare dati, numeri, dettagli.
Ma le parole che pronuncia nel video diffuso all’ora di pranzo, unica apparizione (online) di una giornata passata chiusa fra quattro mura, danno il polso della fusione del pensiero dei diarchi stellati.
Sì, si è persa una battaglia. Ma non quella combattuta a suon di voti. Piuttosto l’ex comico ha dovuto rimandare la vittoria sulla coscienza civica degli italiani, quella di un paese “formato da generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così”.
Di questo hanno parlato Grillo e Casaleggio.
I sondaggi commissionati dal guru durante tutte le ultime due settimane davano costantemente il Movimento sotto il Pd. Distante, troppo distante, non quanto le urne hanno sentenziato, ma in netto ritardo.
Così “l’operazione dolcezza”, quell’ultima settimana di campagna elettorale giocata sull’ammorbidimento dei toni, sulle parole d’ordine della “rivoluzione gentile” a sostituzione del vaffa, non erano un tentativo di drenare quella manciata di voti necessaria per un sorpasso, ma un disperato tentativo di recuperare consensi in quelle fasce che non hanno fatto propria la rabbia antisistema della retorica del capo.
“Vado da Vespa per parlare a chi pensa che io sia Hitler”, aveva detto a otto giorni dalle urne.
“Mi hanno detto di venire qui perchè c’è da recuperare…” aveva detto al conduttore di Porta a Porta, fermandosi a un centimetro dall’ammissione.
Il riferimento al “paese di pensionati” non è casuale. “È lì che abbiamo perso la battaglia – si ragiona a Milano – non ci hanno capito, il nostro messaggio ha spaventato quella parte di elettori”.
“In alcuni momenti i toni forti possono essere utili, in altri momenti storici invece la gente può sentirsi spaventata, non capire il messaggio”, ha spiegato Claudio Messora – capo della comunicazione al Senato e uno dei pivot dell’operazione-Europa – al termine di un brainstorming durato più di nove ore.
“Grillo ha fatto un’analisi, ha detto che c’è una parte di ceto sociale che non vuole cambiare e vuole mantenere i suoi privilegi – ha proseguito – il suo messaggio è stato forse compreso solo parzialmente, noi abbiamo fatto quello che potevamo. Questa è una prima analisi, sicuramente alcune cose possono non avere funzionato”.
Dopo una notte di sofferenza, durante la quale l’ex comico è passato senza soluzione di continuità  dalla rabbia alla depressione, arrivando – in ore di puro sconforto – a ponderare seriamente l’ipotesi di mollare tutto, la sconfitta è stata metabolizzata.
“Dobbiamo dare un segnale – hanno ragionato i due leader – dobbiamo spiegare con pacatezza che abbiamo perso, ma che ci siamo, che non molliamo”.
Così, il giorno dopo il diluvio, il volto di Grillo è lavato dal cipiglio.
Quando esce di casa di primo mattino sorride alle telecamere che lo aspettano, e da oltre il finestrino mima una pugnalata al cuore.
A conclusione del video ingoia un maalox, un altro lo offre a Casaleggio, in riferimento a quanto detto davanti al seggio: “O noi o loro ne avremo bisogno”.
La riflessione su quel che è stato e quel che sarà  è ancora in fase embrionale. I parlamentari si tengono lontani da Roma, i cellulari dello staff suonano a vuoto.
Il mantra è quello di “una rivoluzione che ha bisogno di più tempo di quello che ci aspettavamo”.
Lo stato d’animo è sintetizzato in una citazione da Laura Castelli: “Voi non avete fermato il vento, gli avete fatto perdere tempo.”
Al contrario, hanno fatto in fretta i fuoriusciti. Al Senato oggi si sono riuniti gli espulsi dal gruppo parlamentare. Un’accelerazione in vista del nuovo gruppo (che dovrebbe contare su undici o dodici effettivi), ormai questione di giorni, se non di ore.
A Milano liquidano la questione con un’alzata di spalle. Sono ore frenetiche, concentrate sul programmare l’immediato futuro.
Gli sherpa di Nigel Farage sono già  partiti. Il leader dell’antieuropeista Ukip (vincitore delle elezioni in Gran Bretagna) è alacremente al lavoro, convinto di poter formare a Strasburgo un gruppo alternativo ai populisti di Marine Le Pen.
Per farlo, ha bisogno di convincere gli uomini di Grillo a unirsi in un progetto comune.
Lo staff nicchia: nessuna decisione per il momento, i tempi non sono maturi. Ma l’interesse è grande. E se son rose…

(da “Huffingtonpost”)

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USCIRE DALL’EURO COSTA CARO, AI CITTADINI E ALLE IMPRESE: FALLIMENTI BANCARI E SOCIETARI A CATENA

Maggio 19th, 2014 Riccardo Fucile

IL VALORE DEI TITOLI DI STATO DIMINUIREBBE SENZA CHE LE IMPRESE GUADAGNINO IN COMPETITIVITA’… CI GUADAGNEREBBERO SOLO COLORO CHE HANNO GRANDI RENDITE DA CAPITALI ALL’ESTERO

Piaccia o non piaccia, oggi come oggi separarsi dall’euro è un’operazione (quasi) impossibile.
Di certo molto dolorosa ed estremamente rischiosa.
A maggior ragione qualora la scelta avvenisse in modo unilaterale, peggio se in contrapposizione con gli altri paesi che aderiscono alla moneta unica.
I trattati europei prevedono una procedura di uscita dalla Ue ma non dalla sola Unione monetaria.
E’ utile ricordare che dove il diritto è assente le questioni si risolvono, ancora di più, in base alla forza contrattuale delle parti.
Un aspetto che non gioca certo a favore di un paese come l’Italia, se decidesse di andarsene per la sua strada.
Il problema non è però tanto di carattere giuridico, quanto economico e soprattutto finanziario.
Se è difficile stimare in maniera attendibile le possibili ricadute in termini di svalutazione e inflazione derivanti dall’introduzione di una nuova moneta, è invece possibile individuare alcuni punti fermi con cui, volenti o nolenti, saremmo obbligati a fare i conti.
Il pericolo maggiore è che si inneschi un effetto domino di fallimenti bancari e societari di cui si potrebbe molto rapidamente perdere il controllo.
E si può dire con ragionevole sicurezza che il valore dei titoli di Stato – oltre che di gran parte delle azioni e obbligazioni italiane — diminuirebbe. Vediamo perchè.
Italia fuori dai mercati
Se l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’euro divenisse anche minimamente plausibile, si assisterebbe a una massiccia e repentina fuga di capitali dal paese e a una svendita di titoli di Stato.
Questo avrebbe come primo e immediato effetto quello di ridurre il valore di Bot e Btp.
Se un risparmiatore decidesse di vendere i titoli in suo possesso, andrebbe quindi incontro a perdite sicure. Se invece scegliesse di portarli a scadenza, rischierebbe di vederseli, alla fine, ripagati in una nuova valuta più debole rispetto all’euro con cui li aveva pagati.
Una ridenominazione del debito italiano e dei titoli di Stato che lo rappresentano in una nuova valuta costituirebbe inoltre quello che in gergo si chiama “credit event”. Cioè una situazione che a giudizio degli organismi internazionali farebbe scattare il default sul debito del paese . Il risultato sarebbe la temporanea esclusione dell’Italia dai mercati finanziari internazionali, nonchè un infinito strascico di contenziosi giudiziari.
Banche nella bufera
Il default del debito e la caduta del valore dei titoli avrebbero un impatto immediato sulle nostre banche, che hanno in portafoglio circa 400 miliardi di Bot e Btp.
I fallimenti aziendali, almeno in una prima fase, sarebbero destinati a crescere caricando bilanci bancari già  in grave difficoltà  di altri crediti inesigibili.
Per tenere in piedi gli istituti di credito si renderebbero necessari massicci interventi di ricapitalizzazione con denaro pubblico, quando non vere e proprie nazionalizzazioni. Ci sono poi aspetti un poco più tecnici ma non meno importanti che spiegano perchè il mercato del credito rimarrebbe paralizzato per un certo periodo.
Le banche utilizzano spesso i titoli di stato come garanzie di prestiti a brevissima durata chiesti ad altre banche.
E’ una pratica comune che serve alle banche per far fronte alle immediate esigenze di liquidità , incrociando le esigenze degli istituti che hanno bisogno di soldi e di quelli che ne hanno in eccesso.
In ogni istante fiumi di denaro scorrono attraverso questi canali. Compromettere queste operazioni, rendendo inutilizzabili come garanzia i titoli di Stato, sarebbe un ulteriore colpo per le banche italiane.
E alla fine l’effetto sarebbe quello di un’ulteriore, significativa riduzione dei finanziamenti per imprese e famiglie.
Imprese penalizzate nell’import
Si parla molto di un presunto recupero di competitività  che una moneta più debole garantirebbe alle aziende italiane, facilitate così ad esportare.
Nella teoria il ragionamento funziona bene, nella pratica un po’ meno.
Si dimentica infatti che ormai, e a differenza di 20 anni fa, quasi tutte le produzioni sono strutturate su filiere globali. Componenti prodotti in Cina, Vietnam, Messico che poi arrivano nel paese dell’azienda “madre” per essere assemblate nel prodotto finale. Spesso un’azienda che esporta molto è al contempo un’azienda che importa quasi altrettanto.
Una moneta debole sarebbe un vantaggio da un lato ma uno svantaggio dall’altro. Oggi come oggi puntare sulle svalutazioni per competere sui mercati internazionale è un gioco che può fruttare qualcosa nell’immediato ma alla lunga finisce per essere controproducente.
Anche perchè i concorrenti stranieri non stanno certo a guardare e possono mettere in atto contromisure (come delocalizzazioni della produzione) senza eccessivi problemi. Nell’ipotesi di un’uscita dall’euro, per un tempo più o meno lungo le aziende italiane si troverebbero inoltre a operare con condizioni creditizie più difficili, tra banche in grossa difficoltà  nel fornire finanziamenti e mercati che pretenderebbero interessi più alti per concedere prestiti sottoscrivendo nuove obbligazioni.
C’è un poi un altro elemento particolarmente insidioso per molti grandi gruppi italiani.
Si tratta delle obbligazioni che sono state emesse sotto il diritto di un altro Stato (per esempio Inghilterra o Olanda).
E’ una pratica diffusa e normale tra le grandi aziende che si rivolgono ai mercati internazionali.
Se lo Stato italiano optasse per il ritorno alla lira questi titoli, regolati da un’altra giurisdizione, non potrebbero essere coinvolti nell’automatica conversione alla nuova valuta.
Rimborsi e interessi andrebbero quindi in ogni caso pagati nella valuta d’origine dell’obbligazione (euro o dollari, per restare nell’esempio) a fronte di ricavi realizzati in gran parte con la nuova, e più debole, moneta.
Come segnalato da Il Sole 24 Ore sulla base di dati della Banca dei regolamenti internazionali, circa il 25% delle obbligazioni italiane sono emesse sotto diritto estero, una quota seconda soltanto a Irlanda, Olanda e Finlandia.
Di conseguenza anche per alcuni big industriali potrebbe rendersi necessario un sostegno pubblico per evitare il fallimento.
Precedenti? Non esistono
La verità  è purtroppo non esistono precedenti a cui rifarsi con una certa attendibilità . Il livello di interconnessione dei mercati finanziari e creditizi dell’area euro è talmente stretto da non essere paragonabile a nessuna situazione verificatasi in passato.
Per di più in un’epoca in cui i movimenti di capitale non hanno limiti e confini e avvengono in un istante.
Su un piano più strettamente economico si tira spesso in causa la vicenda dell’Argentina, che dopo aver abbandonato il cambio fisso con il dollaro ha rapidamente recuperato capacità  produttiva e Pil pro capite.
Indipendentemente dal fatto che oggi il Paese cammina di nuovo sull’orlo del baratro, anche a causa della troppa moneta messa in circolazione, nel ricostruire le vicende dello Stato sudamericano spesso si dimenticano, o si omettono, troppe cose.
La ripresa degli anni 2000 fu favorita, oltre che dal cambio più favorevole, dalla forte crescita dell’economia globale e del fabbisogno globale di materie prime agricole di cui l’Argentina è notoriamente grande produttore.
Disponendo di un apparato produttivo intatto e sottoutilizzato dopo il default del 2001, agganciare la ripresa è stato relativamente facile e veloce.
L’uscita? Conviene ai soliti noti
La “exit” conviene di sicuro a chi risiede in Italia e percepisce grandi rendite da investimenti all’estero.
Chi ha la fortuna di disporre di patrimoni ingenti investiti in prodotti finanziari non italiani (dal titolo di Stato tedesco all’azione statunitense o inglese) continuerebbe a percepire rendite e interessi in euro, dollari, yen o quant’altro.
In più potrebbe contare su un gioco dei cambi più favorevole. Vivendo in un paese con moneta svalutata avrebbe un maggior potere d’acquisto.
Altrettanto non si può dire per chi trae le sue risorse da uno stipendio che, pagato con la nuova moneta, subirebbe a sua volta una svalutazione.
In conclusione, è indubbio che l’architettura su cui si regge l’euro presenti criticità  e incompiutezze che stanno danneggiando soprattutto i paesi più deboli.
Così come è possibile che la situazione economica europea si deteriori a tal punto da causare effettivamente una rottura dell’Unione monetaria. Tuttavia il processo di integrazione si è ormai spinto troppo avanti per consentire una retromarcia in condizioni di sicurezza.
Tra le diverse strade percorribili, quest’ultima sarebbe la più pericolosa.
Basta saperlo.

Mauro Del Corno
(da “il Fatto Quotidiano”)

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CHIUDE LO STABILIMENTO BUILDTECH-MARCEGAGLIA. GLI OPERAI: “MANDEREMO IL CURRICULUM A ENI”

Aprile 15th, 2014 Riccardo Fucile

“COMMESSE   IN ARRIVO DA ENI: E IL CONFLITTO DI INTERESSI?”

I 166 lavoratori del gruppo Marcegaglia di Milano hanno manifestato contro l’ipotesi di chiusura del loro stabilimento e contro il paventato trasferimento delle linee produttive dal capoluogo lombardo alla provincia di Alessandria.
L’iniziativa era in programma il giorno stesso in cui è stata diffusa la notizia che Emma Marcegaglia, sarebbe divenuta Presidente dell’Eni.
Nell’azienda di famiglia l’ex presidente di Confindustria ha ricoperto invece la carica di consigliere e amministratore delegato e i suoi operai ritengono “inopportuna” la sua nomina ai vertici della società  a partecipazione statale che si occupa di energia.
“Qui in Marcegaglia — ricorda Massimilano Murgia, Rsu del polo milanese — ci siamo occupati di pannelli fotovoltaici e altre commesse in arrivo dal mondo Eni. Che conflitti di interesse comporterà  tutto questo?”

Fabio Abati

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RENZI TACE, PARLA VISCO: “LA LOTTA ALL’EVASIONE NON SI FA PERCHE’ COSTA 10 MILIONI DI VOTI”

Marzo 27th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO: “PD E PDL SMONTARONO LE MIE LEGGI, TROPPI FANNO AFFIDAMENTO SU QUEGLI ELETTORI”

“Dobbiamo ficcarci in testa che l’evasione fiscale è un fenomeno di massa, un partito che vale dieci milioni di voti”.
Nel giorno in cui il fisco svela i numeri dei contribuenti italiani, Vincenzo Visco spiega: non c’è solo il divario fortissimo tra ricchi e poveri in quei dati — il 5 per cento ha il 22,7 per cento del reddito complessivo —, ma anche quello tra chi paga le tasse e chi no.
Un tema che oggi non è più sull’agenda politica.
“C’è grande prudenza. Alcuni fanno affidamento su quei voti, altri hanno solo paura di perdere l’appoggio di certe fasce sociali, e la democrazia vive di consenso”, spiega l’ex ministro delle Finanze nei governi D’Alema e Prodi, che Giulio Tremonti definì “un Dracula succhia sangue”
Ieri l’Agenzia delle entrate ha diffuso i dati dell’Irpef 2012.
La media di quanto dichiarato dagli italiani è 19.750 euro, ma la metà  dei contribuenti denuncia meno di 15 mila e solo lo 0,07 più di 300 mila.
Vicino alla soglia dei 311 mila euro che il governo vuole imporre come tetto alla retribuzione dei dirigenti pubblici, si collocano poco più di 30 mila persone in tutta Italia. “à‰ un paese povero, con grandi disuguaglianze”, ammette Visco.
I lavoratori dipendenti denunciano più degli imprenditori, in media 20 mila euro contro 17 mila, anche se tra questi ultimi – spiegano dal ministero dell’Economia – si contano solo i titolari di ditte individuali, compresi quelli che non hanno personale alle loro dipendenze
Per Visco, in questa fase è prevalsa l’attenzione per altri temi, “le imprese e i lavoratori colpiti dalla crisi”, ma “per ridurre le tasse ed evitare che a pagarle siano sempre i lavoratori dipendenti, c’è solo una via: redistribuire il carico.
Ma per farlo bisogna partire dalla lotta all’evasione”.
Un fenomeno che non ha eguali nel resto d’Europa e in Italia vale un buco nei conti dello Stato da 180 miliardi, che nessuno riesce ad intaccare. “I governi di centrosinistra ci hanno provato. Nel 1996 mettemmo in piedi una serie di provvedimenti che portarono nelle casse quattro punti e mezzo di Pil.
E Berlusconi scese in piazza con un milione di persone, indicandomi come un dittatore fiscale”. La lotta all’evasione negli ultimi 15 anni, diventa così una tela di Penelope, con Visco a costruire e Tremonti a distruggere .
“Ma non c’era solo l’aggressività  di Berlusconi, mi scontrai anche con l’incomprensione dei miei. Dicevano: ‘Ma questo che fa? Esagera, così perdiamo i voti’.
L’evasione è una questione politica. E se ci riesci ti dicono che sei un vampiro e che hai aumentato le tasse. Poi i condoni fiscali hanno fatto danni enormi”
Ora, che il governo annuncia di essere a un passo dalla chiusura dell’accordo con la Svizzera, il tema è il rientro volontario dei capitali detenuti all’estero.
“Lo stanno trasformando in un condono, discutono se mettere un’aliquota fissa unica. Fanno audizioni in parlamento, con esperti che spiegano quanto sia complicato da fare, e così i parlamentari, ingenuamente, scelgono di semplificare tutto mettendoci un’aliquota fissa. Ma, come i suoi predecessori, non credo avrà  successo”.
Renzi, continua l’ex ministro, “ al contrario di alcuni suoi predecessori, non liscia il pelo agli evasori, ma il tema non lo ha ancora trattato. Come non l’hanno fatto Letta e Monti prima di lui. Ci siamo accontentati di spot e operazioni ad effetto, come i blitz a Cortina, o la caccia agli scontrini non stampati”.
Una finta lotta? “Era lo spartito che bisognava suonare. Servivano messaggi politici in quel senso, ma nulla più. Bisognerebbe tornare a Cortina a vedere cosa è cambiato”
Il governo non ha intenzione di intervenire ancora.
“Gli strumenti ci sono già  tutti – spiega il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti (Sc)- bisogna solo renderli completamente operativi. Più di anagrafe dei conti correnti e redditometro, che altro si vuole fare?”.
Misure che per Visco, non risolvono il problema: “Sono tutte sciocchezze, si tratta di vie lunghe e dispendiose che non portano risultati. Perchè non si parla di Equitalia e di come è stata depotenziata? Se uno non paga il mutuo l’Agenzia si può rivalere su tutto il patrimonio, ma se uno evade le tasse, gli strumenti sono molto meno efficaci. E si arriva a situazioni paradossali, come quello che è successo a Milano”.
Il riferimento è alla richiesta di assoluzione per gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana. “Per me è incomprensibile, è stata presa una cantonata. La cosa mi sembrava chiarissima. Poi ci sono i tantissimi casi di elusione fiscale”.

Carlo Di Foggia

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SOROS E LE COOP ROSSE, ABBRACCIO TRA POTERI FORTI

Marzo 6th, 2014 Riccardo Fucile

IL FINANZIERE AMERICANO ENTRA NEL FONDO DI GESTIONE IMMOBILIARE DELLA LEGA DELLE COOPERATIVE

Forse non sarà  necessario riscrivere l’articolo 45 della Costituzione (“La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità  e senza fini di speculazione privata”); però questo ingresso del finanziere statunitense George Soros nella Igd, fondo di gestione immobiliare controllato dalla Lega delle Cooperative, in altri tempi lo avremmo definito un matrimonio contro natura.
Ma come? Il re della speculazione internazionale diventa terzo azionista di un fondo delle Coop “rosse”?
Va bene che Soros nel tempo libero si trasforma in filantropo liberal, ma qui ci sono di mezzo gli affari; nonchè l’assetto futuro del nostro depresso sistema economico.
Che frutti potrà  mai generare un simile innesto?
Desiderosi come siamo di attrarre investimenti stranieri nel belpaese, non ci permetteremo certo di fare gli schizzinosi.
Nè indugeremo nella dietrologia sulla firma del contratto con Soros, giunta proprio sei giorni dopo che il presidente della Lega Coop, Giuliano Poletti, è entrato a far parte del governo Renzi in qualità  di ministro del Lavoro.
La nomina di Poletti appariva come segno culturale adeguato alla durezza dei tempi: far ricorso all’esperienza solidaristica su cui è fondato il movimento cooperativo per favorire la nascita di nuove imprese e di nuovi strumenti di assistenza sociale.
Avevamo equivocato? Le Coop sono divenute semplicemente un nuovo “potere forte” che si cimenta in campo finanziario al pari degli altri?
La domanda non è oziosa, e l’arrivo di Soros ce lo conferma.
Vivendo in un’epoca di scarsità  permanente, dovendoci attrezzare per un futuro di penuria, la buona pratica del mettersi insieme, aiutarsi a vicenda, superare l’individualismo proprietario, è ritornata più che mai attuale.
Là  dove la politica si rivela inadeguata, sopperisce – dal basso – la virtù autogestita della condivisione.
Basta guardarsi intorno per constatare che la sofferenza sociale non produce sempre solo lacerazione e solitudine. Parole antiche come mutuo soccorso, fratellanza, cooperazione, riacquistano qui e là  un significato concreto.
Affondano le loro radici nell’umanesimo cattolico e mazziniano da cui germogliarono le società  operaie e artigiane del primo movimento socialista.
Ma oggi di nuovo si avverte la necessità  di un’economia capace di anteporre il benessere collettivo alla rendita speculativa. Sarebbe davvero un peccato dover constatare che nel frattempo gli eredi di quella storia, i colossi della cooperazione – non importa se “rossa” o “bianca” – sono diventati inservibili a tale scopo.
Al tempo in cui l’Unipol guidata da Giovanni Consorte si alleò con furbetti di ogni sorta nel tentativo di acquisire il controllo di una banca, molti dirigenti della sinistra reagivano con stizza alle critiche: perchè mai la finanza “rossa” dovrebbe restare esclusa dalle partite che contano?
Poi Consorte fu assolto. Tanto che ora dà  vita a un’associazione finalizzata a modernizzare la cultura riformista, e nessuno gli chiede più conto delle decine di milioni incassati per consulenze estranee alla sua attività  di manager della cooperazione. Difficile eludere la constatazione di Luigino Bruni, tra i massimi studiosi dell’economia sociale italiana: «Viene da domandarsi dove sia finito lo spirito cooperativo quando alcuni direttori e dirigenti di cooperative di notevoli dimensioni percepiscono stipendi di centinaia di migliaia di euro».
Qualche anno dopo Consorte, l’Unipol ha rilevato l’impresa assicurativa della famiglia Ligresti con tutte le partecipazioni societarie annesse nei “salotti buoni”.
Niente da ridire, ma sarebbe questa la sinistra cooperativa e mutualistica che avanza?
Ora viene il turno di George Soros associato a un fondo immobiliare delle Coop specializzato in centri commerciali e ipermercati (1,9 miliardi di euro il patrimonio stimato).
Va rilevato che il settore immobiliare italiano suscita un rinnovato interesse nei gruppi stranieri. Soros non è il solo a puntarci.
Naturalmente ciò non ha nulla a che fare con la nostra emergenza abitativa: a fare gola sono i nuovi grattacieli per uffici direzionali, l’edilizia di lusso e, per l’appunto, i centri commerciali. È verosimile che tali investimenti speculativi funzionino da volano per uno sviluppo equilibrato?
Piacerebbe sentire in merito l’opinione dei manager della cooperazione e dello stesso ministro Poletti. Anche perchè la loro diversificazione finanziaria non ha evitato che la crisi sospinga varie cooperative in difficoltà  a chiudere un occhio su materie delicate, come i subappalti precari e sottopagati.
Accolto con un doveroso benvenuto il compagno americano, ci chiediamo che strana razza di capitalismo verrà  fuori dal suo incrocio con la finanza “rossa”.
Le buone pratiche diffuse della cooperazione, che sia di produzione, distributiva o di cura alle persone, non attenderanno i dividendi di Borsa.
La loro carica profetica e soccorrevole si esprime altrove.

Gad Lerner

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CHI TRATTERÀ CON EUROPA E MERKEL? IL FUTURO DI RENZI È APPESO AL TESORO

Febbraio 18th, 2014 Riccardo Fucile

A BRUXELLES E NELLE CAPITALI NESSUNO CONOSCE IL SINDACO… DETERMINANTE CHI GUIDERà€ L’ECONOMIA

La scelta del ministro dell’Economia sarà  il vero programma economico di Matteo Renzi, tutto il resto è contorno.
Su quella poltrona si condensano tutte pressioni cui dovrà  resistere il governo del premier incaricato.
Meglio Lucrezia Reichlin o Fabrizio Barca, che si è chiamato fuori? Oppure magari Franco Bassanini?
Renzi e i suoi collaboratori sono consapevoli che serve una persona che sappia gestire la macchina amministrativa di via XX Settembre, ma soprattutto che tratti con l’Europa.
Il più feroce editorialista del Financial Times, il tedesco Wolfgang Mà¼nchau, ieri scriveva questo: “Le riforme sono necessarie ma non bastano. Per tenere l’Italia nell’eurozona, mister Renzi avrà  bisogno dell’aiuto della Banca centrale europea. E questo significa che ha bisogno di un cambio nel dibattito macroeconomico dentro l’Unione europea”.
Tradotto: Renzi sarà  il quarto premier le cui sorti dipenderanno da Mario Draghi, il presidente della Bce. Che succederebbe, per esempio, se dopo l’esame europeo Draghi decidesse che il Monte Paschi deve essere smembrato o nazionalizzato?
E se dovesse tornare il panico sui mercati, il leader del Pd si troverebbe a dover negoziare con Draghi il possibile ricorso allo scudo anti-spread (le operazioni OMT).
A Bruxelles Renzi non è conosciuto.
Le burocrazie europee non si aspettavano un cambio così brusco a Palazzo Chigi, stavano già  discutendo con Enrico Letta il semestre a presidenza italiana, da luglio. Non c’è molto tempo per inserire il nuovo gruppo dirigente, per questo è cruciale la scelta del nuovo ministro.
Il primo caso sta già  esplodendo: a novembre la Commissione europea ha chiesto al governo Letta un aggiustamento di bilancio di 3-4 miliardi di euro per rispettare la “regola del debito” (cioè la progressiva riduzione dell’indebitamento accumulato), da Roma hanno promesso di mandare informazioni sulla spending review ma non l’hanno mai fatto.
Risultato: il termine è scaduto e tra poche settimane la Commissione europea presenterà  le stime economiche invernali in cui l’Italia sarà  bacchettata per non aver rispettato gli impegni.
Di fronte alle crescenti attese di miracoli fiscali dal nuovo governo, ieri il commissario agli Affari economici Olli Rehn si è detto fiducioso che “il governo continuerà  a perseguire le riforme economiche e che manterrà  un consolidamento coerente”.
Peccato che invece Renzi abbia annunciato di essere disposto a sfondare il tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil, se questo serve a finanziare le riforme.
Come farà  Renzi a spiegare le sue posizioni a Bruxelles?
Perfino Mario Monti, all’inizio, faticava a vincere il naturale scetticismo dei partner europei sulla credibilità  delle promesse italiane.
E Letta ha lasciato un buon ricordo per il suo stile negoziale asciutto nel Consiglio europeo.
Il sindaco di Firenze non ha grandi esperienze dirette: ha incontrato a Firenze Rehn un paio di anni fa, ma i due non si conoscono e il carisma renziano difficilmente scalfirà  l’imperturbabile finlandese.
Con Angela Merkel Renzi si è visto a luglio, a Berlino (senza dirlo a Letta), ma è stato solo un incontro esplorativo. Renzi probabilmente non conosce neppure il dossier di cui dovrebbe discutere con la Cancelliera, cioè i cosiddetti “accordi contrattuali”, premi in cambio di riforme, e la scelta verso cui si sta orientando di sostituire agli Affari europei il veterano Enzo Moavero con Federica Mogherini, il ministro dell’Economia sarà  ancora più importante.
Lucrezia Reichlin ha lavorato a lungo alla Bce (oggi è molto critica sul progetto di Unione bancaria), così come il fiorentino Lorenzo Bini Smaghi che era nel Consiglio direttivo (inviso al Quirinale perchè nel 2011 non si dimise abbastanza in fretta per lasciare spazio a Draghi al vertice). Fabrizio Barca è quello col profilo più adatto, prima di diventare ministro per la Coesione nel governo Monti è stato il superconsulente del commissario per le Politiche regionali Johannes Hahn.
Ma è anche quello, tra i candidati, che più esplicitamente ha detto di non essere interessato (complice uno scherzo telefonico della trasmissione La Zanzara di Radio24).
Renzi dovrà  faticare molto per convincerlo o per trovare un nome alternativo all’altezza.
Intanto ha avviato un rapporto con il favorito per la prossima presidenza della Commissione Ue, il tedesco Martin Schulz (il Pd entrerà  nel Pse) che con Renzi ha parlato spesso in questi giorni e ha molto apprezzato la scelta netta di schierare il Pd con i socialisti europei.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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