Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
PATUELLI (PRESIDENTE ABI): “GLI EFFETTI POSITIVI SUL CREDITO DIPENDONO DA QUANDO VERRANNO CONTABILIZZATI GLI EFFETTI PATRIMONIALI”
“La rivalutazione delle quote della Banca d’Italia non è un regalo alle banche, anzi il regalo lo hanno fatto forzatamente le banche agli italiani finanziando, pagando con le assicurazioni la cancellazione della seconda rata dell’Imu del 2013”.
Così il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, oggi a “L’Economia Prima di Tutto” su Radio1 Rai.
Parole destinate a far infuriare i Cinque Stelle e non solo, che proprio sulla questione del decreto Imu-Bankitalia hanno investito moltissime delle loro energie.
“Stiamo lontani dalle polemiche politiche, restiamo ai fatti giuridici”, ha detto stamattina Patuelli. “Sono le banche che hanno pagato e che sono costrette dalla legge a pagare ancora con l’addizionale Ires dell’8,5, che è enorme, sui redditi 2013 che saranno determinanti per essere esaminati negli stress test” europei.
Il presidente dell’Abi ha commentato anche l’invito arrivato dal governatore della Banca d’Italia Visco secondo cui dopo la revisione delle quote ora le banche potranno fare di più sul fronte del credito: “Visco ha ragione, è esatto quello che dice ma rimane il fatto che restano incertezze applicative per le banche che avevano questi diritti dell quote Bankitalia, perchè non è chiaro quando verranno contabilizzati gli effetti patrimoniali: gli effetti positivi” sul credito ci saranno “a seconda di quando saranno contabilizzati gli effetti patrimoniali”.
“Ricordo – ha concluso Patuelli – che la rivalutazione delle quote era un atto dovuto perchè i valori erano rimasti al 1936, il quattordicesimo anno dell’era fascista”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile
IN REALTA’ SI RITORNA AL VECCHIO SISTEMA DI AZIENDE A PARTECIPAZIONE STATALE
L’annuncio di voler quotare Poste Spa in Piazza Affari è caduto in un giorno nero per le Borse, ma non per questo si tratta di una cattiva notizia.
Al contrario, dopo tante chiacchiere, qualcosa torna a muoversi sul fronte della valorizzazione delle aziende pubbliche.
I venti che hanno scosso ieri i listini azionari un po’ dappertutto nel mondo hanno origini lontane da casa nostra: nascono da timori sulla tenuta dell’economia cinese e su una svolta restrittiva della politica monetaria americana.
E il fatto che lo Stato italiano voglia riprendere il cammino di quelle che con qualche eccesso lessicale sono chiamate privatizzazioni potrebbe semmai attenuare i contraccolpi sulla Borsa italiana dei nuovi chiari di luna sui mercati internazionali.
Ci vorrà ancora tempo prima che l’offerta di azioni della Poste Spa si realizzi concretamente sul mercato e può anche darsi che la cessione del 40 per cento del capitale dell’azienda non si concluda con l’incasso sperato oggi nell’ordine dei sette/otto miliardi.
Nessuno al momento è in grado di prevedere quale sarà il mood prevalente sui listini quando dall’annuncio si passerà al fatto.
A Londra da mesi si sta ancora ferocemente polemizzando sull’analoga operazione condotta dal governo Cameron con Royal Mail.
Ma nella ben più difficile condizione in cui si trova la finanza pubblica italiana sarebbe perdita di tempo e di denaro sottilizzare su presunte svendite di patrimonio statale.
Anzi, la maggior critica che sembra giusto avanzare riguarda piuttosto il ritardo con il quale alla fine si è deciso di procedere.
Basti pensare a quanto accaduto le scorse settimane con l’incresciosa decisione di usare proprio la Poste Spa per offrire una stampella comunque insufficiente a un malato cronico se non quasi terminale come Alitalia.
Diciamolo con franchezza: se la quotazione in Borsa delle Poste fosse stata fatta in precedenza, un simile ukase da parte dello Stato sarebbe risultato con ogni probabilità impraticabile. O, quanto meno, si deve sperare che così sarebbe stato.
È il caso di sottolineare questo punto perchè, come si accennava all’inizio, quella annunciata dal governo è una privatizzazione per modo di dire.
Come pure l’altra che si annuncia per l’Enav. «In entrambi i casi si tratta – è stato dichiarato in forma ufficiale – di cessione di quote non di controllo».
Del resto in analogia con quanto deciso a suo tempo per i giganti energetici dell’Enel e dell’Eni. Scelte che poggiano su solidissimi argomenti dati il peso e l’importanza strategici di aziende che operano in mercati vitali per l’economia e la sovranità stessa del paese.
Ma proprio per questo un’esigenza di chiarezza concettuale impone che si chiamino le cose con il loro nome: con la quotazione di Poste Spa, come già appunto con Enel ed Eni, non si dà luogo a privatizzazioni ma si resta o si ritorna a un sistema articolato di aziende a partecipazione statale.
Un simile chiarimento non nasce da un sofisma nozionistico.
Ma mette solide radici nella non poi così lontana esperienza delle partecipazioni statali domestiche che hanno fatto vivere al paese una delle sue peggiori stagioni istituzionali piegando gli interessi dello Stato al servizio di appetiti politici di partito o addirittura di fazione.
Fino all’assurdo di creare uno specifico ministero il cui compito era soltanto quello di fare da sensale fra boiardi e bande di potere.
Ecco, si vorrebbe avere la certezza che un simile passato non rientri in gioco da qualche finestra secondaria.
I primi rumors già in circolazione sui movimenti politici per le nuove nomine ai vertici delle attuali partecipazioni statali non inducono all’ottimismo.
Bene, quindi, che Poste Spa vada in Borsa, ma occorrerà fare attenzione che l’uso improprio del termine “privatizzazione” non diventi un comodo riparo dietro cui nascondere gli sporchi commerci pubblici del passato.
Massimo Riva
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Gennaio 24th, 2014 Riccardo Fucile
LO SCONTO, LE OPZIONI, I CONTRIBUTI, LE CARTELLE
La mini sanatoria sulle cartelle Equitalia, accessibile già dal primo gennaio, entra nel vivo, anche se finora non ha riscosso grande interesse da parte dei contribuenti morosi.
Per il pagamento delle cartelle emesse entro il 31 ottobre dello scorso anno senza gli interessi di mora, ha spiegato ieri Equitalia, ci sarà tempo fino al prossimo 28 febbraio.
Il mini sconto sarà possibile non solo sulle somme dovute all’erario, ma anche per il pagamento del bollo auto e delle multe stradali, ma non sulle somme dovute all’Inps o all’Inail.
L’operazione, che prevede il pagamento delle somme dovute, dell’aggio e delle spese di notifica, con un pagamento in un’unica soluzione, anche di quelle già rateizzate, permetterà un risparmio assai limitato, circoscritto ai soli interessi di mora, che per il 2103 sono pari al 5,22% su base annua e, nel caso dei debiti erariali, agli interessi per la ritardata iscrizione a ruolo.
Conviene, in sostanza, a chi deve pagare somme molto elevate, o a chi ha debiti molto vecchi, circostanze nelle quali il peso degli interessi di mora è rilevante.
Molto di meno a chi ha pendenze recenti o di importo relativamente modesto, e soprattutto a chi ha problemi di liquidità , per i quali la strada della rateizzazione è sicuramente più allettante che non quella del pagamento in un’unica soluzione allo scopo di risparmiare pochi euro di interesse.
Fatto sta che dal primo gennaio a oggi, secondo Equitalia, sono stati appena 200 i contribuenti che hanno chiesto la sanatoria degli interessi.
Che in compenso comporterà , in ogni caso, un forte rallentamento delle attività di riscossione di Equitalia.
Sui ruoli emessi entro il 31 ottobre, in attesa che i contribuenti decidano di avvalersi o meno della sanatoria sugli interessi, ogni ulteriore attività per la riscossione del debito sarà infatti sospesa.
Tutto rimarrà fermo fino al prossimo 15 marzo.
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile
SU “REPUBBLICA” SVELA IL FUTURO DELLE FABBRICHE, DELLA SEDE, DEL NUOVO GRUPPO CON CHRYSLER
Niente più automobili per il popolo.”Usciremo dal ‘mass market'” afferma Sergio Marchionne, ad di Fiat, che in una intervista al direttore di Repubblica, Ezio Mauro, spiega il futuro della casa automobilistica italiana dopo l’acquisto di Chrysler. “L’America ci dà valore – continua -. Rilanciamo l’Alfa e tutti gli operai rientreranno. Il futuro è questo”.
E aggiunge: “Puntiamo sulla fascia medio – alta e le accuse sul debito di Moody’s non mi preoccupano”.
L’America, spiega Marchionne, “ha creduto nelle nostre idee e ci ha aperto le porte. Lì, a differenza che da noi, il cambiamento piace. La cura ha funzionato e il mercato è ripartito prima del previsto”.
“Ho avuto fin dall’inizio la faccia tosta di dire che Fiat non ci avrebbe messo neppure un euro – ha spiegato l’ad della casa automobilistica di Torino – Abbiamo restituito al governo americano tutti i soldi che aveva messo in Chrysler”, e aggiunge: “Non è una conquista, abbiamo creato una cosa nuova. Da oggi il ragazzo che lavora in Chrysler, quando vede una Ferrari per strada può dire: è nostra”.
“Usciremo dal ‘mass market’ – spiega Marchionne – per andare nella fascia Premium con Alfa e Maserati. Squadre di nostri uomini stanno preparando i modelli”.
E parlando degli impianti e quindi dell’occupazione, l’ad di Fiat ha spiegato che “A Mirafiori-Grugliasco si faranno le Maserati. A Melfi le 500 X e piccole Jeep. A Pomigliano le Panda. A Cassino il rilancio dell’Alfa. Mi impegno: quando il piano sarà a regime, la rete industriale italiana sarà piena, naturalmente mercato permettendo”.
E quindi, “si, dico che con il tempo – ha affermato riferendosi agli operai – se non crolla un’altra volta il mercato, rientreranno tutti”.
Secondo l’ad Fiat, “questa operazione ha permesso la sopravvivenza dell’industria italiana in un mercato dimezzato. Ora possiamo ripartire con reti e basi più forti. La società avrà un nome nuovo. Ci quoteremo dove c’è un accesso più facile ai capitali. La sede verrà decisa anche in base alla scelta di Borsa, ma avrà un valore solo simbolico”.
Per Marchionne “La capacità italiana di produrre sostanza e qualità , di lavorare e costruire è enormemente più apprezzata all’estero che da noi. Il carattere dell’automobile italiana esiste eccome. Tutto ciò è una ricchezza da cui ripartire. Noi siamo pronti ma se continuiamo a martellarci i piedi, invece di puntare al meglio, finirà anche questa storia”.
Rispondendo alla domanda sull’interesse tedesco per l’Alfa Marchionne taglia corto: “se la possono sognare e credo che la sognino infatti. L’Alfa è centrale nella nostra strategia. Ma come la jeep è venduta in tutto il mondo ma è americana fino al midollo, così il dna dell’Alfa deve essere autenticamente tutto italiano, sempre, non potrà diventare americano. Basta anche con i motori Fiat nell’Alfa Romeo. Così come sarebbe stato un errore produrre il suv Maserati a Detroit: e infatti resterà a casa”.
In dettaglio, “Fiat andrà nella parte alta del mass market, con le famiglie Panda e Cinqucento, e uscirà dal segmento basso e intermedio. Lancia diventerà un marchio soltanto per il mercato italiano, nella linea Y. La vera scommessa è utilizzare tutta la rete industriale per produrre il nuovo sviluppo di Alfa, rilanciandola come eccellenza italiana”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 4th, 2014 Riccardo Fucile
PARLA L’UOMO AZIENDA PER 22 ANNI ALLA FIAT: “NEL 1990 CI TIRAMMO INDIETRO PER I TROPPI DEBITI DI IACOCCA”
«Fiat-Chrysler? Faccio i miei auguri al Lingotto. Quando trattammo l’avvocato Agnelli e io per comprare Detroit da Lee Iacocca nel 1990 ci tirammo indietro perchè i debiti della società Usa rischiavano di trascinare a fondo noi. Mi auguro che oggi i conti di Chrysler siano diversi… Ma, è ovvio, spero che tutto vada bene».
Cesare Romiti è rimasto al volante della Fiat per 22 anni, dal 1976 fino al 1998.
Il blitz americano di Marchionne — per lui che trent’anni fa fu a un passo dalla stessa acquisizione a stelle e strisce — è un deja-vu senza troppi rimpianti. E soprattutto — assicura — è un’operazione vitale per il gruppo torinese colpevole negli ultimi anni di «mancanza di coraggio sugli investimenti».
Come giudica l’operazione dottor Romiti?
«È indubbio che Marchionne sia stato un ottimo negoziatore. Ma non saprei dire chi ha salvato chi tra le due società . L’avvocato Agnelli e io siamo stati accusati anche negli ultimi giorni di esserci lasciati sfuggire la Chrysler negli anni ’90. Non è vero. Rinunciammo noi ad acquistarla, dopo molte riunioni e con dispiacere. Ma allora i conti non tornavano. Noi eravamo perplessi e Umberto Agnelli era addirittura profondamente contrario: i guai di Detroit rischiavano di affondare la Fiat. Spero ora abbiano fatto bene i conti e che i numeri siano cambiati. Se non fosse così, faccio i miei auguri…»
Non crede che oggi come oggi la Fiat senza Chrysler avrebbe rischiato di andare a fondo lo stesso?
«Non lo so. Di sicuro io imputo al Lingotto la mancanza di coraggio sugli investimenti degli ultimi anni. Da molto tempo non si vedono nuovi modelli e gli investimenti sulla produzione e nei paesi emergenti sono fatti con il contagocce. Facendo così si sono persi molti treni».
Non rischiavano di essere soldi buttati dalla finestra?
«No, è stato un errore. Noi nei periodi di crisi ne approfittavamo per investire di più. Buttavamo sul mercato nuove autovetture all’avanguardia, puntavamo sulla progettazione. Nel 1974 dopo la crisi petrolifera di soldi ce n’erano pochi. Ma abbiamo avuto il coraggio di costruire lo stabilimento di Belo Horizonte in Brasile che — me lo lasci dire con soddisfazione oggi — ha tenuto in piedi per tanti anni i conti della Fiat».
Il sindacato teme che ora Fiat trasferisca la produzione verso gli Usa a danno degli stabilimenti italiani. C’è davvero questo rischio?
«Non voglio entrare in campi che non mi competono. Qualche dubbio ce l’ho, ma preferisco tenerlo per me…».
Come giudica il ruolo della politica nella partita Fiat e più in generale della difesa del sistema manifatturiero tricolore?
«La politica non è intervenuta nè ha chiesto garanzie al Lingotto. Ormai scende in campo solo a cose fatte, quando c’è da sistemare le questioni sindacali. Per carità , anche quello è necessario. Ma i risultati di questalatitanza si vedono. Qualche anno fa l’Italia aveva cinque o sei grandi aziende di respiro mondiale. Oggi non ce ne sono più. Colpa di tutti, maggioranze e opposizioni. E ora rischiamo pure di perdere Telecom Italia».
Colpa solo della politica o c’è anche lo zampino di un’imprenditoria inadeguata alla sfida della globalizzazione?
«Di tutte e due. Di sicuro l’imprenditoria di casa nostra si è seduta sugli allori e non si è rinnovata in tempo. Ha fatto la scelta provinciale di non scommettere sull’estero preferendo la sicurezza del mercato domestico. E oggi paghiamo il conto».
Nostalgia della sua Mediobanca? Molti dicono che proprio il sistema un po’ asfittico dei salotti buoni e dei patti di sindacato sia una della cause principali del declino dell’Italia Spa…
«Mediobanca ha fatto un lavoro eccezionale. Ha rimesso in piedi il sistema nel dopoguerra e creato gruppi di dimensioni globali. Ma i tempi cambiano. Oggi non ci sono più un Raffaele Mattioli, una Banca Commerciale e un Enrico Cuccia, artefici di questo processo. E l’addio ai patti sindacato e al capitalismo di relazioni, in un mondo del tutto differente, è un fatto del tutto fisiologico».
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
EUROPA E DEFICIT, DOPO LE PAROLE DI RENZI “SFORIAMO IL TETTO”… L’ITALIA È TRA I POCHI “VIRTUOSI”, BERLINO FU LA PRIMA A “PECCARE”
Chiariamo un equivoco. Sforare il 3% del deficit si può: uno Stato della Ue può decidere di non rispettare i vincoli economici europei che ha liberamente sottoscritto.
E non c’è verso che la Commissione europea, nè nessuna altra istituzione comunitaria, possa impedirglielo: Bruxelles potrà al massimo aprire procedure d’infrazione, comminare sanzioni, negare l’accesso ad alcuni vantaggi riservati ai paesi virtuosi.
Il limite del deficit di bilancio al 3 per cento del Pil è, del resto, solo uno, anche se il più noto dei vincoli economici europei.
Vediamo di fare un quadro dell’esistente, di ciò che si prepara e delle scadenze che ci attendono.
Maastricht e l’euro.
Il Trattato che preconizzava l’Unione economica entrò in vigore nel 1993. L’euro diventò la moneta unica nel 1999 e cominciò a circolare il 1° gennaio 2002.
Oggi c’è in diciotto Stati Ue e in quattro micro-Stati inglobati nella zona euro (Città del Vaticano, San Marino, Monaco e Andorra), oltre che in Kosovo e nel Montenegro.
Patto di Stabilità e crescita.
In vigore dal primo gennaio 1999: stabilisce i criteri di bilancio che i paesi dell’Eurozona devono rispettare, cioè tra gli altri avere un deficit non oltre il 3 per cento del Pil e un debito non superiore al 60 per cento (criteri presi di peso dai Trattati di Maastricht e in vigore anche per quei Paesi che non hanno adottato la moneta unica come Gran Bretagna o Polonia).
Per chi sfora i parametri, scatta la procedura per deficit o debito eccessivo durante la quale la Commissione europea invia una “raccomandazione” ai governi interessati con le misure per rientrare nei parametri.
Precedenti.
La prima a subire un avvertimento per deficit eccessivo fu l’Irlanda nel 2001. L’Italia ha subìto una prima procedura tra il 2005 e il 2008, dall’ultima è uscita giusto a giugno del 2013, ma rischia di rientrarci, se il governo decidesse di sfondare il 3 per cento o non riuscisse a restarci dentro.
Non sempre, però, l’applicazione dei criteri è stata stretta come ora: tra il 2003 e il 2004, proprio la Germania e la Francia sforarono (per prime) il 3 per cento senza incorrere negli strali dell’Unione. Questione di peso politico.
Cosa si rischia?
Trascorsi alcuni anni senza rientrare nei parametri una multa che, però, non può comunque superare lo 0,5 per cento del Pil all’anno (nel caso dell’Italia si parla di circa otto miliardi). I virtuosi. Per ora solo 12 paesi su 27 dell’Unione rispettano i parametri in materia di deficit , tra questi c’è l’Italia.
Il caso Francia e Spagna.
A differenza dell’Italia, cui è stato imposto un percorso rapido verso il pareggio di bilancio, a Parigi e Madrid (e altri) quest’anno è stato di nuovo concesso più tempo anche solo per rientrare sotto il parametro del 3 per cento.
Altri accordi: il Sixpack.
In vigore dal dicembre 2011: consiste di cinque regolamenti e una direttiva — donde il nome — che riguardano la sorveglianza di bilancio e gli squilibri macro-economici nella zona euro, nonchè i requisiti che i bilanci nazionali devono rispettare. Si tratta di misure attuative del Patto di Stabilità .
Fiscal Compact. Il nome ufficiale è “Trattato su stabilità , coordinamento e governance”: in vigore dal 1° gennaio 2013, è un documento inter-governativo, non Ue, perchè Gran Bretagna e Repubblica Ceca non vollero saperne di firmarlo. È l’accordo più discusso: prevede, fra l’altro, l’obbligo del pareggio di bilancio, un deficit “strutturale” massimo allo 0,5 per cento del Pil, riduzione del debito del 5 per cento annuo della quota eccedente del 60 per cento del Pil; emissione di titoli di debito coordinata con gli altri Paesi.
Twopack.
Sono due regolamenti Ue limitati alla zona euro. In vigore dal 30 maggio 2013, prescrivono che entro il 15 ottobre, prima della approvazione da parte del proprio Parlamento, i governi sottopongano alla Commissione europeo una proposta di bilancio per l’anno seguente. L’esecutivo comunitario formula , entro il 15 novembre, le proprie considerazioni non vincolanti. Solo allora il bilancio, eventualmente modificato in base ai suggerimenti di Bruxelles, va all’esame del Parlamento nazionale, che deve approvarla entro il 31 dicembre. È quella che si chiama “Legge di Stabilità ”.
Contratti per la crescita e la competitività .
Sono intese che l’Ue potrà siglare con singoli Stati membri, barattando deroghe agli obiettivi finanziari con la realizzazione di riforme strutturali.
La Germania li ritiene uno strumento per incidere ancor più sulla politica economica degli altri Paesi e ci tiene molto. Se ne comincerà a parlare nel giugno 2014.
Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
LA CHRYSLER DI FATTO INGLOBERà€ L’AZIENDA DI MARCHIONNE… OPERAZIONE RESA POSSIBILE ANCHE DAI PESANTI PEGGIORAMENTI PER LE TUTE BLU DI DETROIT
Il vecchio Gianni Agnelli è rimasto celebre per questa affermazione: “Quello che va bene per la Fiat va bene per l’Italia”.
Difficile capire se la frase sia ancora valida. Certamente, a giudicare da quanto avvenuto ieri in Borsa, quello che va bene per la Fiat va bene per i suoi azionisti. Dopo l’accordo di capodanno tra l’azienda e il sindacato americano Uaw sull’acquisizione del 100% della Chrysler, il titolo del Lingotto è letteralmente schizzato segnando un più 16%.
Logico, che il patron dell’azienda, John Elkann, abbia voluto celebrare la giornata inviando, insieme a Sergio Marchionne, una lettera personale ai 300 mila dipendenti del gruppo Fiat-Chrysler democraticamente definiti “colleghi”.
“L’emozione con cui vi scriviamo — scrivono Elkann e Marchionne — è quella di chi negli ultimi quattro anni e mezzo ha lavorato per coltivare un grande sogno e oggi lo vede realizzato”.
L’unione delle due società rappresenta “un momento epocale nella storia di Fiat e di Chrysler”, che avvia “un nuovo capitolo di storia comune da scrivere”. La soddisfazione trasuda da ogni riga accompagnata dalla lettura dei giornali di mezzo mondo i quali hanno dato la notizia con il massimo rilievo.
Il successo dell’operazione viene sottolineato anche dai commenti casalinghi dove la politica, tranne qualche eccezione, è tutta schiacciata su Marchionne.
Sul fronte sindacale, il segretario della Cisl Bonanni rivendica parte del merito anche alla sua organizzazione, mentre Susanna Camusso, segretario della Cgil, plaude all’operazione “di grande rilevanza” ma allo stesso tempo ritiene indispensabile che “Fiat dica cosa intende fare nel nostro Paese”.
E qui torniamo all’affermazione iniziale. Quel che è bene per la Fiat è davvero buono anche per l’Italia?
Il Lingotto tiene per il momento le carte coperte sulle prossime mosse e, in particolare, sul progetto di fusione tra Fiat e Chrysler che avrà , come corollario simbolico ma non privo di importanza, anche la collocazione della sede legale: a Torino o a Detroit?
Le mosse compiute finora rendono inevitabile la strada della fusione e il Financial Times sostiene che la quotazione avverrà a New York entro quest’anno .
A far da riferimento è il modello seguito per Fiat Industrial. Nel 2011 la Fiat ha scorporato il settore automobilistico da quello industriale incorporato poi nell’olandese Cnh. Questa, l’unica a essere quotata, ha la sede legale in Gran Bretagna e solo il 7,9% del fatturato prodotto in Italia.
Lo stesso destino si annuncia per l’auto.
Come ha notato il Wall Street Journal, però, i problemi sono tutti aperti: “Il trucco usato con Chrysler” scrive il quotidiano finanziario, “non è una panacea”.
Il sindacato è stato liquidato attingendo alle risorse aziendali e la Fiat resta la casa automobilistica europea con il debito più elevato.
Che è anche piuttosto junk, cioè spazzatura. Come afferma la banca Citigroup, “continuiamo ad avere preoccupazioni sulla sostenibilità del debito”.
Il nuovo gruppo, il settimo su scala mondiale, dovrà inoltre disegnare la sua strategia in un mercato che cresce soprattutto in Asia e in America.
Se la tedesca Volkswagen è riuscita ad affrontare le difficoltà differenziando la produzione soprattutto verso la Cina, la Fiat lo ha fatto grazie agli Usa.
Ma, a differenza dei tedeschi, il successo americano è dipeso da due fattori troppo spesso dimenticati.
Il primo riguarda la politica industriale di Obama che è il vero protagonista del salvataggio dell’automotive. È vero che i 10 miliardi di dollari messi sul piatto dal governo Usa e da quello canadese sono stati via via restituiti dall’azienda di Sergio Marchionne, ma senza quella dotazione iniziale l’impresa non avrebbe potuto essere pensata.
Il secondo fattore chiave è il sindacato Uaw il cui contributo è stato decisivo nel salvataggio di Chrysler.
Il sindacato, infatti, ha accettato condizioni proibitive pur di non perdere la fabbrica: riduzione del 30% del costo del lavoro con una paga oraria passata dai 75 dollari del 2006 ai 52 del 2011.
Oltre a questo, l’accordo con la Fiat, propedeutico al prestito del Tesoro americano, prevedeva l’aumento dell’orario di lavoro, la riduzione delle pause, il dimezzamento del salario per i nuovi assunti, l’assenza di scioperi fino al 2015, l’introduzione del nuovo modello lavorativo World Class Manifacturing e, in particolare, la fuoriuscita dall’azienda di circa 28 mila lavoratori.
Un salasso che è stato ripagato con la restituzione di circa 9 miliardi di dollari rispetto ai 10 di cui l’Uaw era creditore all’inizio della crisi.
Un contributo senza il quale la “magia” di Marchionne non esisterebbe.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
LA FIAT CONQUISTA IL 100% DELLA SOCIETà€ DOPO L’ACCORDO CON IL SINDACATO… PAGATI 4,35 MILIARDI DI DOLLARI MA OLTRE LA METà€ SONO SOLDI DELLA STESSA AZIENDA USA
Gli Agnelli mettono a segno il colpo grosso. Rilevando l’intero capitale della Chrysler, infatti,
completano l’avventura americana con un successo.
L’accordo con il sindacato americano Uaw, che deteneva, tramite il fondo sanitario Veba, il 41,5% dell’azienda automobilistica salvata da Obama e ceduta alla Fiat, è stato raggiunto ieri.
La casa torinese, ora, possiede il 100% dell’azienda di Detroit con un esborso tutto sommato minimo, 4,35 miliardi di dollari la maggior parte dei quali provengono dalle stesse casse della Chrysler.
Come da comunicato ufficiale, l’accordo riguarda il 41,46% della casa americana detenuto da Veba Trust e acquistato dalla controllata Usa della Fiat, la Fiat North America Llc (Fna).
“A fronte della vendita della partecipazione, si legge, il Veba Trust riceverà un corrispettivo complessivo pari a 3,65 miliardi di dollari Usa”.
Ma non saranno tutti soldi che fuoriescono dai forzieri degli Agnelli.
Solo 1,75 miliardi, infatti , verranno versati “al closing”, cioè a chiusura di tutta l’operazione mentre 1,9 miliardi, cioè più della metà , saranno il frutto “di un’erogazione straordinaria che Chrysler Group pagherà a tutti i soci”.
L’azienda, insomma, verserà un dividendo straordinario, possibile grazie ai risultati fin qui raggiunti, e la quota di pertinenza della Fiat verrà girata al Veba costituendo parte del prezzo di acquisto.
Quella che al Lingotto è definita “la magia di Marchionne” è dunque un’abile operazione finanziaria che consente alla società degli Agnelli di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.
Dall’inizio dell’operazione Chrysler, infatti, e grazie alle scelte di Obama e del sindacato Usa, la Fiat ha sborsato complessivamente “solo” 3,7 miliardi di dollari. La Daimler aveva dovuto tirare fuori ben 36 miliardi mentre il fondo Cerberus, quando acquistò l’80% dell’azienda di Detroit, pagò 7,4 miliardi.
Inoltre, non ci sarà aumento di capitale. L’unica concessione fatta al sindacato di Bob King — che per gestire la trattativa si è affidato alla Deutsche Bank mentre la Fiat ha fatto affidamento su Ron Bloom che aveva gestito il piano di salvataggio dell’auto per Obama — è un contributo di 700 milioni di dollari al Veba Trust, versati in quattro rate annuali. In questo modo si arriva ai 4,35 miliardi di dollari. In cambio, però, il sindacato “si impegnerà a sostenere le attività industriali della società e l’ulteriore implementazione dell’alleanza Fiat-Chrysler, in particolare il programma World Class Manufacturing”. Insomma, una garanzia di massima collaborazione.
In questo quadro l’entusiasmo delle dichiarazioni di casa Fiat è del tutto comprensibile. “Aspetto questo giorno sin dal primo momento — ha detto il presidente John Elkann — sin da quando nel 2009 siamo stati scelti per contribuire alla ricostruzione della Chrysler”. Ancora più entusiasta il regista dell’operazione, Sergio Marchionne : “Nella vita di ogni grande organizzazione ci sono momenti importanti che finiscono nei libri di storia. L’accordo raggiunto è senza dubbio uno di questi momenti”.
Apprezzamenti sono giunti anche da Fim e Uilm, protagonisti dell’intesa Fiat in Italia, dal sindaco di Torino, Piero Fassino e dal presidente della Regione Piemonte , Roberto Cota. In conseguenza dell’intesa, infine, sia Fna che Veba ritireranno l’azione legale che entrambi avevano presentato davanti al tribunale del Delaware — sede legale di Chrysler — per spuntare il massimo prezzo dalla trattativa.
Con il successo dell’operazione, Marchionne raggiunge l’obiettivo fondamentale che si era dato all’inizio dell’operazione “americana”. Innanzitutto ottiene il controllo pieno della liquidità della Chrysler, molto importante soprattutto se sommata a quella della Fiat. In questo modo potrà gestire, da un’unica plancia di comando e con un’unica visione, le strategie del gruppo.
Il secondo passaggio che gli è reso possibile è quello della quotazione in borsa. Non è chiaro se ci sarà . Si tratta di capire se Fiat procederà o meno alla fusione delle due società creando davvero il polo mondiale dell’automobile — a oggi il settimo o l’ottavo. In ogni caso, l’accordo di ieri ha comportato una valutazione “ufficiale” della Chrysler in 8,6 miliardi di dollari.
Una parte dei quali potrebbero rientrare nelle casse Fiat in seguito a una quotazione vincente in borsa.
Tutto quanto, però, andrà guardato alla luce delle prospettive complessive che Marchionne e gli Agnelli vorranno disegnare per il gruppo automobilistico. La vittoria negli Usa comporta grandi potenzialità ma significa anche che d’ora in avanti il centro di gravità delle decisioni si sposta definitivamente.
L’Italia è davvero una provincia e come tale verrà gestita. Quattro anni dopo il varo del piano “Fabbrica Italia” successivamente rimangiato, il prossimo aprile Marchionne presenterà il suo nuovo “piano quinquennale”. Solo allora si saprà davvero se e quanto in Italia c’è da gioire per il colpo grosso di Detroit.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 30th, 2013 Riccardo Fucile
IL NUMERO UNO DELLA BREMBO E PRESIDENTE DI SCELTA CIVICA: “IL CAVALIERE HA PROMESSO MOLTO SENZA MANTENERE NULLA”…”OGNI INCONTRO D’AFFARI CI SORBIVAMO UNA STORIELLA DA PARTE DEI PARTNER ESTERI”
Se all’estero avevano ancora dei dubbi sui guasti del berlusconismo, ci ha pensato Alberto Bombassei, presidente di Scelta Civica ma, soprattutto, di uno dei goielli del made in Italy, il gruppo Brembo, a esprimere una posizione netta in una lunga intervista ad un autorevole quotidiano elvetico.
Per intenderci, Brembo è il leader mondiale indiscusso dei freni ad alta tecnologia, adottati dai marchi di auto e moto più prestigiosi.
“Quando Berlusconi era premier – dice il 73enne industriale al Tages Anzeiger di Zurigo – gli imprenditori italiani che si recavano all’estero dovevano sorbirsi, regolarmente, ad ogni incontro d’affari, una storiella su di lui. Per fortuna le cose, adesso, sono radicalmente cambiate”.
“Berlusconi – continua il suo affondo Bombassei – ha promesso molto senza mantenere nulla”.
Impietoso, pure, il giudizio sulla classe politica italiana, che per il magnate dei freni richiama “lo stile dei Borboni”.
Il Parlamento, poi, gli ricorda “l’arena di Verona” e dei Parlamentari lo ha colpito “l’incompetenza e la distanza dai problemi della gente”.
Di Monti, invece, Bombassei dice che “ha salvato l’Italia in un momento difficile ma che la gente non ne è consapevole”.
Quanto a Enrico Letta, la sua coalizione assomiglia a “un bollito misto”. Nulla a che vedere con la “grosse Koalition guidata dalla Merkel”.
Perchè l’Italia si salvi cosa deve fare, allora, viene chiesto a Bombassei? Per il presidente di Scelta Civica “la politica deve cambiare la legge elettorale, di modo che entrino in Parlamento delle persone scelte dai cittadini, mentre gli imprenditori devono essere convinti a non fuggire all’estero”.
Soprattutto, però, Bombassei ritiene che “gli utili delle aziende devono essere reinvestiti nell’innovazione, nella meccatronica e nelle nanotecnologie”.
Ma perchè, a 73 anni, invece di scorrazzare sulla sua barca nel Mediterraneo, o di giocare a golf, Bombassei si è dato alla politica? “Per spirito di servizio. In passato, come imprenditore, ho ottenuto tanto grazie al mio Paese. Adesso è arrivato il momento di restituire”.
Franco Zantonelli
argomento: economia | Commenta »