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MONTEPASCHI, NO ALL’AUMENTO DI CAPITALE: LA BANCA TORNA UN PROBLEMA DELLO STATO

Dicembre 28th, 2013 Riccardo Fucile

L’ENTE PRENDE TEMPO SUI SUOI DEBITI… RINVIATA LA RESTITUZIONE DI 3,3 MILIARDI AL TESORO

Il Monte dei Paschi di Siena rischia di tornare presto un problema pubblico.
E’ questa la principale conseguenza della delibera degli azionisti della banca senese che hanno bocciato la proposta del cda presieduto da Alessandro Profumo di varare a gennaio l’aumento di capitale da 3 miliardi di euro necessario per la restituzione allo Stato dei cosiddetti Monti bond come convenuto con la Commissione europea a settembre.
Ha votato contro il 69,06% del capitale presente in assemblea, cioè il 49,3% dei soci di Rocca Salimbeni. Quindi, come previsto, la bocciatura della proposta di Profumo e del direttore generale Fabrizio Viola è stata portata avanti con il voto quasi esclusivo della Fondazione Mps cui fa capo il 33,5% della banca toscana.
Forte della sua rappresentatività , l’ente è poi riuscito a far passare la sua proposta di procedere alla ricapitalizzazione soltanto nel mese di giugno: ha votato a favore l’82,04% del capitale presente in assemblea, mentre hanno votato contro o si sono astenuti complessivamente azionisti che detengono poco più del 2% della banca e non ha partecipato alla votazione il 15,67% del capitale.
Una scelta che senz’altro concede più fiato alla fondazione guidata da Antonella Mansi e gravata da 339 milioni di debiti accumulati negli anni scorsi con una dozzina di banche nel tentativo di mantenere il controllo del Montepaschi.
La ricapitalizzazione immediata, infatti, avrebbe tagliato la strada all’ente che sta trattando a 360 gradi una soluzione per la sua sussistenza, riducendo drasticamente il valore del suo unico asset, il Monte appunto.
Altrettanto non si può dire per Mps e per lo Stato italiano.
Per la banca il rinvio dell’aumento di capitale e, quindi, della restituzione dei Monti bond, l’aiuto di Stato ottenuto dopo mille tortuosità  dal governo dell’ex rettore della Bocconi e convalidato dal successore Enrico Letta, significa 120 milioni di euro di dividendi da staccare in più al Tesoro che lo scorso anno ha integralmente sottoscritto le obbligazioni.
Per Saccomanni, però, l’incasso delle cedole è un misero antipasto in confronto alla prospettiva che offriva la tempistica prevista da Profumo e Viola, cioè la restituzione integrale dei 3,3 miliardi di aiuti di Stato entro febbraio.
E ancora peggio potrebbe andare se le fosche previsioni di Profumo, le cui dimissioni sono date per scontate con tanto di lista dei potenziali successori, dovessero rivelarsi esatte.
Secondo l’ex numero uno di Unicredit, a suo tempo messo in un angolo dalle fondazioni azioniste della banca milanese sempre per un problema di controllo, un rinvio della ricapitalizzazione significa renderla impossibile.
La conseguenza? L’ingresso dello Stato, via conversione del debito in titoli, in un Monte dei Paschi che vale sempre meno. E, in contemporanea, lo sfumare definitivo della restituzione degli aiuti di Stato.
“Entriamo in un campo di incertezza, perchè non sappiamo che cosa succede da qui al prossimo maggio”, aveva detto il banchiere in assemblea a proposito del rinvio della ricapitalizzazione.
“Oggi abbiamo la certezza che si possa realizzare l’aumento di capitale, domani si entra nell’incertezza: oggi c’è un consorzio di garanzia che garantisce la riuscita dell’aumento, domani andrebbe ricreato il consorzio ma non sappiamo se sarà  possibile e a che condizioni. Oggi le condizioni sono favorevoli per noi. La volatilità  dei mercati è ancora rilevante e non sappiamo che cosa succederà  da qui a maggio”, aveva aggiunto.
Per poi ricordare come l’aumento di capitale a gennaio avrebbe risolto anche il tema del pagamento degli interessi sui Monti bond e, quindi, invitare a tenere presente anche il quadro politico: “La situazione politica in Italia è sempre piuttosto instabile e certo non ci auguriamo che possa accadere nulla di particolare. Certamente non sappiamo cosa accadrà  da qui a maggio quanto ci saranno anche le elezioni europee”.
“Da dove arrivino i 3 miliardi mi interessa poco: se la banca è ben gestita e arrivano i 3 miliardi resta a Siena, altrimenti sparisce”, aveva poi detto il banchiere rispondendo alle preoccupazioni del sindaco di Siena, Bruno Valentini, sull’arrivo di capitali stranieri.
“La verità  è che in Italia siamo troppo capaci di attrarre investimenti stranieri”, ha ironizzato dicendosi “stupito” che anche la sezione di Siena di Confindustria si sia lamentata circa il possibile arrivo di investitori stranieri.
”Non c’è nessun Palio, se non con i contribuenti italiani”, ha quindi rimarcato senza sbilanciarsi sul tema delle sue dimissioni. ”Queste sono decisioni che si assumono a sangue freddo e nei luoghi deputati. Non ho nessuna anticipazione da fare agli azionisti”, ha detto ricordando che per gennaio è in calendario una riunione del consiglio di amministrazione della banca. Del resto queste cose sono solitamente oggetto di delicate trattative, come Profumo sa bene per averlo vissuto in prima persona nel settembre del 2010 quando ha lasciato Unicredit dopo una giornata di trattative costellata di annunci e smentite e con in tasca una liquidazione da oltre 40 milioni di euro.
“Abbiamo messo la banca in sicurezza sotto profilo della liquidità  e se ci fosse stato l’aumento di capitale a gennaio l’avremmo messa in sicurezza anche sul piano patrimoniale”, ha invece commentato Viola al termine dell’assemblea.
“Oggi dobbiamo prendere atto che una parte del piano di ristrutturazione è stata rinviato. Il nostro percorso va comunque dritto al risanamento della banca”, ha aggiunto. Nel corso dell’assise l’amministratore delegato aveva precisato che il consorzio di banche che aveva garantito l’aumento di capitale a gennaio 2014 “si è mosso secondo la prassi del mercato”.
C’è stata “una due diligence (l’analisi dello stato di salute di un’azienda, ndr) che ha valutato positivamente la situazione dell’istituto e anche le condizioni di mercato”. Il consorzio di garanzia, inoltre, ha ricevuto “le assicurazioni necessarie da investitori istituzionali” per il raggiungimento dell’obiettivo dell’aumento di capitale.
Lo stesso Viola aveva poi detto ai soci di non essere “soddisfatto dei risultati di questi ultimi due anni nelle trimestrali, ma questi risultati vanno indubbiamente inquadrati” in quella che era la situazione di Banca Mps ereditata dalla passata gestione di Giuseppe Mussari ed Antonio Vigni.
“Il punto di partenza che abbiamo trovato all’inizio del 2012 era caratterizzato da alcuni problemi, a partire dalla carenza di capitale”, aveva osservato ricordando che nell’ottobre 2011 Banca Mps è “rimasta in piedi come soggetto funzionante grazie all’intervento straordinario della Banca d’Italia che ha dato liquidità  alla banca”.
Tra i “problemi strutturali” che l’istituto sconta ancora dalla passata gestione c’è “un’eccessiva esposizione su attività  finanziarie che non rendevano, o rendevano pochissimo oppure in alcuni casi costavano”, come le operazioni sui derivati Santorini e Alexandria, oltre a una struttura del portafoglio crediti “con circa il 60% di mutui o finanziamenti a medio lungo termine”.
“Non ho la sfera di cristallo e mi auguro che non ci sia nessuna conseguenza. Sono però convinta che oggi sia stata chiarita definitivamente quella che era l’incertezza sull’aumento di capitale che noi abbiamo sempre appoggiato”, ha invece commentato il presidente della fondazione Mps sostenendo che “da noi non c’è stata nessuna sfiducia nei confronti dei vertici della banca”.
Non solo. “Oggi non ci sono nè vinti nè vincitori”, ha aggiunto precisando che “da tempo avrei voluto che questa situazione fosse spersonalizzata perchè tutti dobbiamo avere grande attenzione per la banca. Se qualcuno pensa che non c’è stato un confronto tra noi sbaglia. Poi non sempre è possibile trovare una mediazione. Ci sono legittime posizioni che talvolta possono non essere conciliabili”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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TELECOM, DA LETTA A RENZI A FORZA ITALIA: LA POLITICA TACE E S’INCHINA AI SALOTTI

Dicembre 21st, 2013 Riccardo Fucile

TUTTI ZITTI NEL GIORNO IN CUI GLI SPAGNOLI VANNO AVANTI NELLA BATTAGLIA PER LA SOCIETà€…. PARLANO SOLO ZANONATO E IL PREMIER: “IL GOVERNO È NEUTRALE” (CIOÈ LASCIA FARE)

Se serviva una plastica rappresentazione di quanto la politica sia ormai gregaria rispetto agli assetti del potere economico, gli eventi hanno provveduto a fornirla giusto ieri. Mentre a Milano, infatti, si decideva il futuro della più rilevante azienda di telecomunicazioni del Paese, il mondo politico elegantemente si sfilava e lasciava fare parlando d’altro.
Fino al voto dell’assemblea dei soci di Telecom Italia — con l’eccezione di Enrico Letta e Flavio Zanonato, sollecitati a parlarne dai giornalisti — non una parola compariva sulle agenzie.
I più pensavano ad altro e non si sono neanche accorti della portata dell’evento, i pochi in grado di capirlo hanno preferito tacere per manifesta incapacità  di incidere sulla materia o semplice convenienza.
Non si sa ad esempio, nonostante qualche sollecitazione, cosa pensi Matteo Renzi dell’affaire Telecom: se cioè lo convinca il passaggio dell’azienda in mani spagnole — avallato ieri in assemblea dalla bocciatura della mozione di revoca del Cda — senza bisogno di un’offerta pubblica di acquisto che remuneri anche i piccoli azionisti.
Pure l’inner circle del neosegretario del Pd, in genere così ciarliero e pieno di posizioni nette al limite della semplificazione, si rifiuta di dire alcunchè e osserva la scena in vana attesa che il leader-oracolo indichi la via.
Silente pure Forza Italia — che a settembre, dopo l’accordo Telco, si sbracciava chiedendo subito una relazione in Parlamento di Letta — schiacciata dall’ennesimo caso di conflitto di interesse del suo Leader viste le trattative Mediaset-Telefà³nica sulla pay tv in Spagna (e prossimamente in Italia).
Non pervenuto nemmeno il Movimento 5 Stelle, nonostante una nota contro il passaggio in mani straniere arrivata un paio di settimane fa.
Questo per non citare che i tre principali partiti in Parlamento.
Restano in campo, dunque, il premier e il suo ministro dello Sviluppo economico, gli unici a intervenire ieri.
La prima menzione va a Flavio Zanonato, titolare delle deleghe specifiche e simpaticamente inconsapevole della situazione visto che è riuscito a sostenere in due successivi interventi entrambe le parti in commedia.
Prima domanda: si può fare la riforma dell’opa proposta da Massimo Mucchetti (presidente per il Pd della commissione Industria in Senato), che farebbe almeno scucire qualche soldo agli spagnoli per assumere il controllo di Telecom?
“Magari — si emoziona il ministro — Sono favorevolissimo”.
Passa circa un’ora e Zanonato torna sul luogo del delitto.
Intervenire? Macchè: “Lo Stato anni fa ha deciso di vendere questa società  e adesso si tratta di garantire le cose strategiche che interessano alla sicurezza dell’informazione italiana, ma lasciare ad una società  privata la facoltà  di svolgere la sua attività ”.
Tra le due ponderate posizioni del ministro per così dire competente arrivano le parole sul tema del presidente del Consiglio: “Il governo è assolutamente in campo per garantire investimenti sulla rete ma non non per garantire un giocatore: esistono regole di mercato che vanno rispettate”.
C’è però il problema della rete, che “è un asset strategico e dunque il governo vuole proteggerlo” anche “imponendo investimenti infrastrutturali” (un commissione tecnica del governo ne deciderà  il livello necessario entro gennaio, ma comunque Telefà³nica non ha i soldi per farli).
Conclude Letta: “Ho solo ribadito quanto già  detto in questi mesi: Telecom Italia è una società  privata ed esistono regole di mercato”.
Il problema è che la neutralità  invocata dal premier — oltre a ricordare quella di Massimo D’Alema rispetto alla scalata dei “capitani coraggiosi” — è un sostanziale avallo della procedura grazie alla quale Telefà³nica si prenderà  Telecom pagando solo i suoi soci in Telco (Generali e banche) e aggirando quel 75 per cento e più di capitale in mano agli altri azionisti.
Per di più la sua petizione di principio secondo cui non si interviene in una partita in atto non tiene conto di due dati di fatto: da un lato lui e il suo governo avevano promesso più volte, chiedendo di bloccare iniziative parlamentari in tal senso, un decreto di riforma della disciplina dell’Opa (lo ha dichiarato, non smentito, Mucchetti); dall’altro non esiste una data di closing per l’accordo Telco di settembre e, di questa via, non si potrebbe mai legiferare in attesa che finisca quella partita in cui Letta è neutrale ma finisce per avvantaggiare un concorrente.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DEBITO, L’ACCUSA DI REHN ALL’ITALIA: “NON STATE RISPETTANDO L’OBIETTIVO: ORA PRIVATIZZAZIONI E SPENDING REVIEW”

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

IL COMMISSARIO UE: “SCETTICO SU ROMA, HO ANCORA L’INCUBO DEL 2011”

“Ho preso nota delle buone intenzioni del governo italiano su privatizzazioni e spending review. Ma lo scetticismo è un valore profondamente europeo. E io ho il preciso dovere di restare scettico, fino a prova del contrario. In particolare per quanto riguarda i proventi delle privatizzazioni e i loro effetti sul bilancio del 2014». Parla così Olli Rehn, vicepresidente della Commissione europea e responsabile per gli affari economici.
Rehn resta convinto che la Finanziaria messa a punto da Letta e Saccomanni non ci consenta margini di manovra e che per di più debba essere corretta sul fronte del debito.
Ma si dice anche pronto a ricredersi se, entro febbraio, il governo fosse in grado di presentare dati concreti sui tagli effettivi di spesa e introiti delle privatizzazioni.
Che cosa non la convince nel piano di stabilità  e nella legge finanziaria italiana?
«Per quanto riguarda il deficit, l’Italia è in linea, anche se di poco, con il criterio del tre per cento e questo ha consentito al Paese di uscire dalla procedura per deficit eccessivo che è importante per la sua credibilità  sui mercati finanziari. Inoltre l’Italia deve rispettare un certo ritmo di riduzione del debito, e non lo sta rispettando. Per farlo, lo sforzo di aggiustamento strutturale avrebbe dovuto essere pari a mezzo punto del Pil, e invece è solo dello 0,1 per cento. Ed è per questo motivo che l’Italia non ha margini di manovra e non potrà  invocare la clausola di flessibilità  per gli investimenti».
Ma il governo assicura che una serie di misure extra-finanziaria, come le privatizzazioni e la spending review, permetteranno di colmare questa differenza. Lei ci crede?
«Come dicevo, io devo essere scettico. Le privatizzazioni daranno un piccolo contributo a migliorare l’efficienza del sistema economico e, forse, a ridurre il debito in parte già  l’anno prossimo. La spending review è molto importante, ma sarà  ancora più importante se riuscirà  a mettere in pratica tagli di spesa che abbiano effetto già  nel 2014. Le nostre previsioni di febbraio saranno un appuntamento molto importante per l’Italia. Se il governo per quella data ci fornirà  risultati concreti e soddisfacenti, ne terremo conto per calcolare i possibili effetti sui margini di manovra a disposizione del Paese».
Non sembra molto ottimista. L’Italia le pare davvero messa così male?
«A vantaggio dell’Italia, si può dire che ha grandi potenzialità  di crescita. Se davvero riuscisse a riformare il proprio sistema economico e giudiziario, potrebbe registrare una crescita superiore a quella di molti altre nazioni. Ma il vostro Paese ha un estremo bisogno di rilanciare la propria economia e la propria competitività ».
La ricetta europea del rigore sembra dare frutti in Irlanda e in Spagna, ma non in Grecia o in Italia. Come potete pretendere di curare tutti i malati con la stessa medicina, quando le malattie sono diverse?
«Ma non è così. I programmi adottati per ogni Paese erano e sono cuciti su misura. In Spagna e Irlanda erano focalizzati sul settore bancario e stanno dando risultati. In Grecia sulle riforme strutturali, ma le resistenze corporative ne hanno frenato il cammino. L’Italia, come la Francia e anche la mia Finlandia, ha un problema di competitività , che però non può essere risolto trascurando il consolidamento dei conti pubblici».
Gira e rigira, siamo sempre al binomio rigore e austerità .
«No. Le cose stanno cambiando. Il peso dell’aggiustamento strutturale delle finanze dell’eurozona l’anno scorso è stato pari all’1,5% del Pil; quest’anno sarà  dello 0,75% e l’anno prossimo dello 0,25%. Ma ricordiamoci che questo sforzo può attenuarsi solo perchè l’Europa ha ritrovato credibilità  sui mercati grazie all’impegno della Bce e al miglioramento della governance economica».
Vuol dire che Bruxelles sta cambiando politica?
«Le risponderò con le parole del presidente americano John Quincy Adams: la nostra politica non è cambiata, sono le circostanze ad essere cambiate. Oggi l’Europa ha ritrovato più stabilità , che ci consente di ridurre la pressione sul rigore. Ma, all’inizio della crisi non avevamo credibilità  e dunque non avevamo alternative. Se io facessi incubi, rivivrei l’angoscia del periodo tra agosto e novembre del 2011, quando l’Italia era al centro della tempesta sui mercati finanziari».
Allora l’Italia si salvò da sola, mandando a casa Berlusconi e chiamando Monti al governo. Ma forse adesso ce lo può dire: sareste stati in grado di salvare dalla bancarotta un Paese grande come il nostro?
Rehn si ferma a riflettere, ma non dà  una risposta diretta. «Quello che le posso dire è che avremmo fatto tutto il possibile. E molto in effetti è stato fatto. Ma certo, in quel momento, la dimensione del fondo di stabilità  era notevolmente limitata».
Insomma, non ha rimproveri da farsi sulla gestione della crisi?
«Sicuramente oggi l’Europa è più forte di tre anni fa. Adesso c’è una governance economica dell’eurozona che allora non esisteva. Rammarichi? Certo, la gestione della crisi con la regola dell’unanimità  è una sfida permanente. E spesso siamo stati costretti a scegliere la soluzione politicamente percorribile invece della soluzione economicamente migliore».
Al vertice di dicembre discuterete degli accordi contrattuali, che prevedono finanziamenti europei in cambio di riforme economiche nazionali?
«Penso che su questo ci sarà  una discussione di massima. Gli sherpa ci stanno lavorando. Ma molto resta da fare».
E’ vero che si candida come prossimo presidente della Commissione per i liberali europei in competizione con l’ex premier belga Verhofstadt?
«Sì, mi piacerebbe continuare la battaglia che ho condotto in tutti questi anni per modernizzare l’Europa».

Andrea Bonanni
(da “La Repubblica”)

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LARGHI BRODINI O CURE DA CAVALLO?

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

NEL 2013 DENUNCIATI 5.000 AMMINISTRATORI PUBBLICI PER UN DANNO ERARIALE DI 3,5 MILIARDI… IN TRE ANNI EVASIONE FISCALE ACCERTATA MA MAI RECUPERATA PER 545 MILIARDI

Chi non ha visto il tele-confronto su Sky dei tre candidati alla segreteria del Pd e ne ha saputo qualcosa soltanto dai resoconti della stampa, del web e dei tg, cioè la stragrandissima maggioranza degli italiani, s’è fatto l’idea che sia andato male per gli ascolti ma bene per i contenuti.
Perchè Renzi, Cuperlo e Civati avrebbero parlato di “programmi”. È vero, ne hanno parlato. Ma con l’aria di chi deve recuperare qualche miliarduccio qua e là , insomma di chi deve guidare il primo partito (almeno stando ai sondaggi) di un paese malaticcio, ma in via di guarigione.
E allora patrimoniale sì o no, taglio delle province, o dei fondi pubblici ai partiti, o dei parlamentari, o del Senato tutto intero (per trasformarlo, fra l’altro, in un poltronificio per consiglieri regionali).
Poi, naturalmente, tutti a ridere di Grillo che chiama Ocsa (o Oxa, come Anna) l’Ocse e vorrebbe addirittura un referendum sull’euro o la rinegoziazione del debito pubblico. Come a dire: quello è matto, mentre noi sappiamo quel che diciamo.
Purtroppo, a giudicare dai sorrisetti, dagli ammiccamenti e dalle battute, non lo sanno neanche loro, quel che dicono.
Perchè dal 2014 gl’impegni assunti dai governi Berlusconi, Monti e Letta con l’Europa (in parte dovuti, in parte no) imporranno di recuperare non qualche miliarduccio, ma decine di miliardi all’anno.
Cifre che nessun taglio fra quelli proposti dai candidati piddini, nè tantomeno le baggianate governative sulle caserme o le spiagge o gli immobili pubblici o le partecipazioni statali da svendere, basterà  neppure lontanamente a raggiungere.
Ci vuole ben altro. Cure da cavallo, non brodini e pannicelli caldi.
E la scelta di chi pagherà  il conto non è tecnica: è politica.
Deve dettarla il Parlamento, non Saccomanni e i suoi tecnici. E nemmeno Lurch, al secolo Carlo Cottarelli, ultimo commissario straordinario alla spending review. L’altro giorno il Corriere anticipava il rapporto 2013 sulle attività  della Guardia di finanza: oltre 5 mila tra funzionari e impiegati pubblici denunciati per corruzione e truffa (dai falsi poveri ai finti consulenti), che nei primi 10 mesi dell’anno han provocato danni erariali da 2 miliardi e 22 milioni di euro, più truffe per 1 miliardo e 358 milioni.
Cioè hanno rubato quasi 3,5 miliardi alla collettività : 350 milioni al mese.
E questi sono soltanto quelli scoperti: immaginiamo a quanto ammonta il totale. Qualche mese fa, il ministero dell’Economia comunicò che i mancati incassi di evasione fiscale accertata dal 2000 al 2012, ma mai recuperata da Equitalia, ammonta a 545,5 miliardi di euro, su un totale di “ruoli” da riscuotere già  emessi per 807,7 miliardi.
Una parte dell’enorme buco (107,2 miliardi) è irrecuperabile perchè riguarda soggetti in fallimento.
Ma questo non basta per giustificare la bassissima capacità  di riscossione di Equitalia, che non arriva al 5 per cento.
In un paese serio (ipotetica del terzo tipo: un paese serio non avrebbe queste cifre di mancati introiti) si parlerebbe di questo, e solo di questo.
E un governo e un Parlamento e dei partiti seri eviterebbero di perdere tempo appresso a corbellerie come la riforma costituzionale o l’ennesima legge contro la custodia cautelare e contro i giudici; ma concentrerebbero tutto il tempo e tutti gli sforzi disponibili a trovare il sistema per mettere le mani in questo immenso serbatoio di nero.
Che non è numerologia astratta: sono somme accertate, con i nomi e i cognomi dei corrotti, dei truffatori e degli evasori.
Basterebbe recuperarne il 5 o il 10 per cento in più, aumentando l’efficienza della macchina dello Stato, per avere a disposizione decine di miliardi per la mitica “ripresa”.
Invece si continua a cincischiare dietro i falsi problemi e le false soluzioni. E a bollare chi chiede una seria lotta alla corruzione, all’evasione e al riciclaggio come giustizialista manettaro.
Poi uno guarda chi sono i ministri e i politici che dovrebbero occuparsene, e capisce tutto.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“SILVIO BERLUSCONI VOLEVA USCIRE DALL’EURO”: LO RIVELA HANS-WERNER SINN, PRESIDENTE DI IFO-INSTITUT

Novembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile

NELL’AUTUNNO 2011 IL PREMIER ITALIANO AVEVA AVVIATO TRATTATIVE SEGRETE PER FAR USCIRE L’ITALIA DALLA MONETA EUROPEA..MA L’11 NOVEMBRE RASSEGNO’ LE DIMISSIONI APRENDO LA STRADA A MONTI

Clamoroso: Silvio Berlusconi aveva avviato le trattative in sede europea per uscire dalla moneta unica. A rivelarlo è Hans-Werner Sinn, presidente dell’istituto di ricerca congiunturale tedesco, Ifo-Institut, durante il convegno economico “Fuehrungstreffen Wirtschaft 2013” organizzato a Berlino dal quotidiano “Sueddeutsche Zeitung”. Quella di Sinn è una voce autorevole, tanto che potremmo paragonare l’istituto da lui presieduto all’italiano Istat .
“Sappiamo – ha detto Sinn – che, nell’autunno 2011, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha avviato trattative per far uscire l’Italia dall’Euro”.
Intervenendo in un dibattito dedicato alla crisi europea e agli effetti sui paesi meridionali dell’eurozona, Sinn ha aggiunto di “non sapere per quanto ancora l’Italia ce la farà  a restare nell’Unione Europea: l’industria nel nord del paese sta morendo, i fallimenti delle imprese sono ormai alle stelle e la produzione industriale è in continuo calo”.
La possibilità  di un’uscita, forzata o voluta, “è sempre concreta per Francia, Grecia e Italia”, ha detto ancora il presidente di Ifo-Institut, sottolineando che, in ogni caso, il salvataggio di due paesi come la Francia e l’Italia, con un ammontare di crediti in percentuale del pil pari a quelli concessi alla Grecia, “ci costerebbe qualcosa come 4.500 miliardi di euro”.
Ma tornando a quell’autunno di due anni fa, se il tentativo di Berlusconi di uscire dall’Euro c’è stato veramente, di certo non gli portò fortuna.
È proprio in quel frangente che per l’ultimo governo guidato del Cavaliere tutto cominciò a precipitare.
Lo spread iniziò a salire, già  dall’estate, arrivando a toccare vette allarmanti e l’economia del Paese andava verso il collasso.
L’esecutivo era sempre più logoro, tanto che l’11 novembre del 2011 il Cavaliere rassegnò le dimissioni. Fu quella l’anticamera della nascita del governo tecnico presieduto dall’ex commissario europeo Mario Monti.
C’è chi poi, in questi passaggi concitati, ha visto un complotto ai danni dell’allora premier.
Non una persona qualunque, dato che stiamo parlando di Lorenzo Bini Smaghi, ex membro della Bce, la Banca centrale europea.
In un suo recente libro intitolato “Morire di austerità ” (editrice Il Mulino), l’economista spiega come “la minaccia di uscita dall’Euro non sembra una strategia negoziale vantaggiosa (…). Non è un caso che le dimissioni (…) di Berlusconi siano avvenute dopo che l’ipotesi di uscita dall’Euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi di altri paesi”.

(da “Huffingtonpost”)

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SOGNO O SON DESTRA? IN ITALIA PER UNA DESTRA LIBERALE E CONSERVATRICE C’E’ SPAZIO?

Ottobre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

L’ANALISI DEGLI STORICI DE LUNA, CAMPI, GENTILE, ORSINA

È la solita illusione o, questa volta, dal tramonto del ventennio berlusconiano nascerà  finalmente quella destra liberal-conservatrice di stampo europeo auspicata da tanti, in Italia e all’estero, capace di trasformare il nostro sistema politico in una normale democrazia occidentale?
Quella normale democrazia in cui il confronto tra gli schieramenti non diventi motivo di una guerriglia permanente tra nemici irriducibili e una sconfitta politica non venga giustificata dall’accusa di «un colpo di Stato».
Le speranze di tutto l’establishment internazionale e della grandissima parte di quello di casa nostra, certamente, non sono molto confortate dalle esperienze fallimentari di recenti e meno recenti tentativi di costruire in Italia un partito del genere.
A partire dalla meteora di Mario Segni, nell’ultimo scorcio del secolo passato, per finire al deludente esito elettorale di quello che avrebbe potuto essere, se l’avesse voluto anche lui, il vero leader della nuova destra liberal-conservatrice, Mario Monti.
Perchè è così difficile, da noi, copiare quel modello di partito che in Germania, in Francia, in Spagna, in Inghilterra si alterna alla sinistra, senza alcun dramma, nella guida dei governi?
Perchè, se ci rivolgiamo al nostro passato di Stato unitario, non troviamo mai, in realtà , una formazione politica con i tratti caratteristici e peculiari delle destre europee?
È la nostra storia che ci condanna a questa anomalia o sono i vizi e le debolezze delle nostre classi dirigenti moderate a impedire un parto così agognato?
«Il nostro Paese ha pagato un prezzo molto alto per la scomparsa del liberalismo, ucciso dal fascismo – osserva Giovanni De Luna – e la vera questione italiana del ‘900 è proprio questa, altro che la questione comunista».
«Forse i funerali di Ruffini, nel ’34, alla presenza di Croce, Bergamini ed Einaudi – prosegue lo storico torinese – furono la plastica rappresentazione di quel tragico seppellimento. Così, è sempre mancata, da noi, una forte e seria dialettica politica tra schieramenti, fino all’ultima deriva, quella attuale, che pretende di rappresentare l’ossimoro liberalismo-populismo».
Pure Alessandro Campi, intellettuale che si è anche impegnato personalmente nel tentativo di aiutare la nascita di un partito conservatore di tipo europeo, condivide la tesi del fascismo come killer del liberalismo italiano, «anche perchè ha cercato di inglobarlo, inducendo persino Gentile all’illusione di un partito capace di portare a compimento l’epopea risorgimentale».
Piuttosto sconsolatamente, Campi non crede che una trasformazione dell’attuale destra italiana possa nascere in una fase d’emergenza, alla vigilia di uno scontro elettorale, come soluzione tattica.
«Ci vuole un progetto costruito nel tempo e un vero radicamento sociale. Non la si può costruire per puntellare Letta o per una disputa personale, come nel caso Fini».
Lo scetticismo prevale pure in Emilio Gentile, l’allievo di Renzo De Felice autore di importanti studi sull’Italia del Novecento.
«È vero – dice lo storico romano – che in Italia un partito liberal-conservatore di massa non c’è mai stato. Anche perchè bisognerebbe, innanzi tutto, distinguere i due termini di liberale e conservatore e, poi, perchè, fino al secondo dopoguerra, non c’è stato il suffragio universale. Forse, sarebbe potuto nascere dal Partito popolare di Sturzo, ma il problema, da noi, è stata la presenza di un forte cattolicesimo, di fronte al quale si era sempre al bivio tra clericalismo e un anticlericalismo alla destra storica.
La Dc, in effetti, ha cercato una via liberale per risolvere questo nodo, ma quel partito è stato un coacervo di tendenze diverse, un sistema di potere tenuto insieme dall’anticomunismo. L’Italia ha subìto processi traumatici che, altrove, si sono potuti assorbire in secoli, fino a quello attuale, il berlusconismo. Una strana destra che ha parlato del trinomio Dio, patria e famiglia, e ha praticato un misto di libertinismo, reazione e anarchismo, con la sola capacità  personale del capo di tenerli uniti».
Al carisma, in effetti – una caratteristica del leader che, nella politica attuale, in tutto il mondo, è diventata condizione indispensabile del successo – viene attribuita molta importanza da parte degli studiosi della realtà  contemporanea. Al suo deficit, nella classe dirigente moderata italiana, molti imputano la difficoltà  di far nascere dal berlusconismo un partito conservatore di stampo europeo.
Anche perchè, come osserva Giovanni Orsina, professore alla Luiss di Roma, nell’elettore moderato italiano «c’è una componente di protesta, antistatalista, che lo rende psicologicamente anarchico e sociologicamente conservatore». Un profilo, che richiama alla memoria personaggi come Prezzolini o Montanelli, al quale non si può offrire l’immagine algida di un Mario Monti.
«Ci vorrebbe – ammonisce Orsina – un leader che dia a quei ceti un po’ di passione, un po’ di immaginazione e un futuro di speranza».
Non si può pensare, insomma, che quell’Italia soggiogata da Berlusconi per vent’anni possa, quasi di colpo, assomigliare all’elettorato della Csu tedesca, nè che dalla nostra classe dirigente moderata spunti improvvisamente il profilo di una Merkel.
Questo non vuol dire una condanna perpetua all’anomalia in Europa, ma serve solo a far capire agli italiani che avranno bisogno di molta pazienza e, magari, di un po’ di fortuna.

Luigi La Spina
(da “La Stampa“)

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EFFETTO CRISI DI GOVERNO: LO SPREAD VOLA, MEDIASET CROLLA

Settembre 30th, 2013 Riccardo Fucile

BALZO IN APERTURA DA 264 A 290, PIAZZA AFFARI A -2,4%, MEDIASET A -4,39%, MONDADORI A -5,24%

L’incertezza politica si fa sentire sui mercati finanziari.
Lo spread Btp-Bund schizza a quota 290 punti base in apertura con il rendimento dei nostri titoli di Stato che sale al 4,71% dopo le dimissioni dei ministri Pdl che aprono la crisi del governo Letta.
Il differenziale è di 26 punti più alto rispetto ai 264 della chiusura di venerdì.
La Borsa di Milano apre in calo con il Ftse Mib che cede in apertura il 2,4% a 17.229 punti.
A trascinare verso il basso l’indice di piazza Affari sono soprattutto i titoli bancari, affossati dal rialzo dello spread e dalle incertezze politiche: la peggiore è Monte dei Paschi, che cede il 6%, Intesa perde il 5% a 1,49 euro, Unicredit il 4%.
Sospese in asta di volatilità  Mediobanca, Mediolanum, Ubi Banca e Ansaldo Sts.
Anche le aziende di casa Berlusconi aprono con il segno meno.
Il titolo di Mediaset, tra i peggiori ribassi del Ftse Mib, cede il 4,39% a 3,004 euro, con quasi 800mila pezzi passati di mano. In rosso anche Mediolanum, -1,74% in asta di volatilità , e Mondadori -5,24% a 0,886 euro.
Anche le altre Borse europee aprono in calo, ma con flessioni decisamente più contenute.
Parigi cede l’1,26% a 4.133 punti, mentre Francoforte perde l’1,15% a 8.561.
In rosso anche le piazze di Amsterdam -0,86% e Londra a 6.440 punti (-1,11%).

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TELECOM, TRE MOSSE DISPERATE PER BLOCCARE GLI SPAGNOLI

Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile

IL GOVERNO PREPARA I POTERI SPECIALI DELLA GOLDEN SHARE MA È TARDI… LE ALTERNATIVE: CAMBIARE LE REGOLE SULLE SCALATE O TROVARE SOLDI FRESCHI

Nella storia di Telecom i passaggi di controllo non sono mai stati pacifici.
E anche questa volta il percorso che dovrebbe portare alla sottomissione (e poi alla fusione) con la spagnola Telefà³nica sarà  pieno di battaglie e di incognite.
La politica si è svegliata e da due giorni ha un solo argomento: se gli spagnoli salgono dal 46 al 70 e poi al 100 per cento di Telco, la holding che controlla Telecom con il 22,4 per cento del capitale, metteranno le mani sulla rete telefonica nazionale, cavi e software da cui passano quasi tutte le comunicazioni.
Secondo i servizi segreti guidati da Giampiero Massolo, sarebbe addirittura a rischio la sovranità  nazionale, stando alle indiscrezioni filtrate sulla relazione inviata ieri al Parlamento.
Bisogna drammatizzare per due ragioni.
Primo: la legge sulla golden share, cioè i poteri che il governo si attribuisce sulle aziende strategiche, permette di intervenire in un caso come questo solo se c’è “un grave pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza”.
Seconda ragione: l’allarme aiuta a mascherare i ritardi, il decreto attuativo che spiega come funziona la golden share nel settore delle telecomunicazioni dovrebbe arrivare   in Consiglio dei ministri. Ma ci vorranno mesi perchè sia operativo.
E quindi è abbastanza inutile per bloccare gli spagnoli.
La Borsa pare considerare più efficace la seconda barricata: il titolo Telecom Italia ieri è voltato del 4 per cento nell’ipotesiche cambino le regole sulle scalate.
L’idea parte dal senatore Pd Massimo Mucchetti: bisogna cambiare le regole sull’obbligo di Opa, offerta pubblica d’acquisto.
Nell’operazione Telco la spagnola Telefà³nica paga di fatto le azioni Telecom al doppio del valore di mercato, ma tanta generosità  va a beneficio solo dei soci della holding Telco, cioè Generali, Mediobanca e Intesa.
Gli altri azionisti, quasi l’80 per cento, vedranno cambiare il controllo del gruppo e quindi le sue prospettive senza ricevere un centesimo.
Non solo: finora ha retto una finzione giuridica, cioè che Telco non controllasse Telecom. Così gli azionisti della holding non dovevano consolidare i debiti: in pratica Telefà³nica ha già  50 miliardi di debiti, se venisse sancito che comanda su Telecom dovrebbe accollarsi anche i 40 miliardi di debiti italiani. Mucchetti, d’accordo con Altero Matteoli (Pdl) propone due cose: stabilire che basta il controllo di fatto e non c’è bisogno di avere il 30 per cento del capitale per far scattare l’obbligo di Opa (chi vuole il controllo si impegna a comprare le azioni dei soci a un prezzo più alto di quello di mercato), e poi sancire che Telco controlla Telecom.
Così gli spagnoli dovrebbero scegliere: o rinunciano alla campagna d’Italia o si rassegnano a spendere qualche miliardo invece che gli 850 milioni teorici previsti dall’accordo attuale.
Un cambiamento di regole complesso, che ieri però ha avuto un primo appoggio da Giuseppe Vegas, il presidente della Consob, che in audizione al Senato ha detto che la normativa sull’Opa “si può cambiare”.
E il sottosegretario al-l’Economia Alberto Giorgetti ha chiesto al Parlamento di formulare una proposta. Anche qui i tempi non sono brevissimi.
I soldi sono più rapidi delle leggi.
Il presidente Telecom ha (forse) un’arma decisiva per fermare Cesar Alierta: proporrà  un aumento di capitale, cioè chiederà  ai soci (a Telco e a i piccoli azionisti) di mettere soldi freschi direttamente in Telecom, non nella holding di controllo. Mediobanca, Intesa e Generali non hanno alcuna intenzione di spendere ancora. Telefà³nica è contrarissima.
I consiglieri di amministrazione dovranno votare: dopo Luigi Zingales, che ha denunciato i conflitti di interessi di Telefà³nica, ieri si è pronunciato anche un altro amministratore indipendente, il rettore della Luiss Massimo Egidi: “Se Bernabè proponesse l’aumento noi lo appoggeremmo”.
Gli equilibri tra i 14 consiglieri sono incerti. Ma l’incognita più grossa è se Bernabè ha davvero trovato il “cavaliere bianco” coi soldi pronti.
L’ultimo indiziato è il gruppo americano AT&T. La suspense durerà  poco, il consiglio di amministrazione è convocato per il 3 ottobre. Se l’aumento di capitale venisse bocciato, Bernabè potrebbe dimettersi subito.
Forse alla fine Telecom e la sua rete finiranno davvero agli spagnoli per pochi spiccioli, ma la battaglia, per quanto tardiva, è appena cominciata.

Stefano Feltri

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DRAMMATICO RAPPORTO UE: “IN PRODUTTIVITA’ LA SPAGNA BATTE L’ITALIA, SI CREINO POSTI DI LAVORO”

Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile

LA COMMISSIONE EUROPEA METTE IN LUCE UNA FORTE DEINDUSTRIALIZZAZIONE NEL NOSTRO PAESE… BASSA COMPETITIVITA’ DOVUTA ALLA MANCATA RIDUZIONE DEL CARICO FISCALE SUL LAVORO E COSTO DELL’ENERGIA PIU’ ALTO D’EUROPA”

“L’italia sta attraversando una vera deindustrializzazione, corroborata dal fatto che dal 2007 in poi l’indice della produzione industriale ha perso 20 punti percentuali. Quest’evoluzione sembra essere attribuibile sia alla riduzione dell’attività  dovuta al rallentamento economico, sia alla chiusura di numerosi impianti in alcuni settori industriali di base (petrolchimica, siderurgia e biocombustibili)”.
Lo afferma la Commissione europea in un rapporto sulla competitività  industriale nei paesi membri dell’Ue presentato su iniziativa del commissario all’industria, Antonio Tajani.
“Sebbene la quota del settore manufatturiero, in termini di valore aggiunto totale nell’economia, resti leggermente al di sopra della media Ue, l’Italia sta vivendo una vera deindustrializzazione, con una perdita di 20 punti percentuali nell’indice di produzione industriale rispetto al 2007”, afferma la commissione, secondo cui “in termini di costo unitario medio del lavoro, la competitività  dell’italia si è notevolmente deteriorata negli ultimi dieci anni a causa di un aumento del salario lordo nominale combinato con una debole crescita della produttività “.
Tuttavia, osserva ancora l’esecutivo Ue, “i salari reali sono rimasti pressochè stabili, evidenziando l’importanza di colmare il divario di produttività  e nel contempo di migliorare l’allineamento dei salari alla produttività . Un ulteriore contributo – sottolinea la Commissione – potrebbe derivare da un alleggerimento del cuneo fiscale sul lavoro”.
Nella produttività  del lavoro nel settore industriale, l’Italia nel 2012 ha perso posizioni rispetto al 2007, ed è stata superata persino dalla Grecia, che nel 2007 era molto più indietro.
Dalla tabella che la commissione pubblicherà  domani, risulta nel 2012 anche una forte accelerazione della produttività  del lavoro da parte della Spagna, che comunque era già  più avanti dell’Italia nel 2007.

(da “Huffington Post”)

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