Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE BERNABE’: “SAPUTO DI TELEFONICA DALLA STAMPA”… “SCORPORO DELLA RETE IN TEMPI LUNGHI”
E’ avvenuto tutto a sua insaputa. 
Il presidente Franco Bernabè ha scoperto che Telecom era in mano agli spagnoli dai media. “Non sapevo”, ha dichiarato in audizione alla commissione Industria e lavori pubblici del Senato, commentando così il passaggio di proprietà dell’impresa di telecomunicazioni, ”abbiamo avuto conoscenza dalla lettura dei comunicati stampa della recente modifica dell’accordo parasociale tra gli azionisti di Telco”.
Telefonica, entrata in punta di piedi 6 anni fa, è diventata l’azionista di maggior peso nel gruppo, salendo al 66% di Telco, la holding che controlla il 22,4% del gruppo telefonico italiano.
Bernabè nel corso dell’intervento ha poi confermato l’impegno di Telecom Italia ”a procedere nel confronto con l’Autorità e la Cdp” sullo scorporo della rete, “ma l’esito finale dell’operazione non è scontato e, in ogni caso, richiede tempi molto lunghi”. Tempi lunghi probabilmente dettati anche dalle resistenze sul fronte spagnolo. Secondo infatti quanto ricordato dal quotidiano finanziario Mf, non piace al gran capo di Telefonica, Cesar Alierta, il progetto di scorporo della rete fissa da Telecom.
A dare fastidio in primo luogo i tempi lunghi per l’ok dall’Agcom e la societarizzazione, fino a 18 mesi, un periodo incompatibile con il processo di crescita in Telco di Telefonica.
E poi, si chiede il quotidiano finanziario, se la Cassa depositi e prestiti si tira fuori, chi metterà i capitali?
In realtà la stessa Telefonica ha molto da guadagnare dalla separazione tra rete e azienda.
In primo luogo una pesante immissione di capitale in una azienda che oggi viaggia appesantita da 29,9 miliardi di debiti.
Senza contare l’effetto dell’ennesima “operazione italianità ”, con la politica pronta a sbandierare il mantenimento in patria dell’infrastruttura telefonica, ancorchè obsoleta. Anche se non è dato sapere, oggi, a che prezzo questo avverrà .
Intanto Bernabè al Senato ha toccato un altro punto nevralgico del difficile passaggio agli spagnoli: il mercato sudamericano, in cui Telecom e Telefonica sono di fatto concorrenti.
Il presidente di Telecom ha proseguito il suo intervento ricordando che la vendita delle partecipazioni in America latina di Telecom Italia “determinerebbe un forte ridimensionamento del profilo internazionale del gruppo e delle sue prospettive di crescita e comunque potrebbe non essere realizzabile in tempi brevi, compatibili con la necessità di evitare il rischio downgrade”.
Per evitarlo si potrebbe procedere “a un aumento di capitale, aperto a soci attuali o nuovi”.
Questa opzione, secondo il Presidente, darebbe solidità finanziaria, valorizzando le potenzialità dei nuovi investimenti e contribuirebbe al rilancio dell’economia.
Il riassetto azionario ”porterà Telefonica ad avere il controllo di Telco e, quindi, a diventare l’azionista di riferimento di Telecom Italia, che resterà , tuttavia, una società quotata con circa l’85% del capitale sul mercato, incluse le azioni di risparmio. Pertanto — ha aggiunto — le prospettive della società non riguardano solo Telefonica, ma l’intera platea degli azionisti”.
In merito alle singole responsabilità nella lunga e travagliata storia della privatizzazione della società — a tutt’oggi gravata da 30 miliardi di euro di debiti — Bernabè preferisce evitare la ricerca dei responsabili: “La vicenda Telecom Italia è molto complessa: è inutile andare a risalire alle responsabilità di come e perchè si è arrivati a questa condizione. La verità è un’altra: è un’azienda sana, che sta facendo gli investimenti necessari”.
Nè è mancato il momento per togliersi qualche sassolino dalle scarpe.
L’interesse per l’impresa, ha concluso il presidente, è arrivato troppo tardi: “Questo straordinario interesse per Telecom non mi sembra il sentimento che ha ispirato finora il sistema Italia. Se si parla di sistema — ha concluso — sarebbe stato necessario un consenso più unanime e organico sugli obiettivi di Telecom”.
Telefonica è in conflitto di interesse, “è un concorrente diretto in Argentina e Brasile, che rischia di forzare Telecom Italia alla dismissione di asset preziosi per il rilancio della società ”, ha dal canto suo evidenziato in una nota il consigliere di Telecom Luigi Zingales in qualità di rappresentante degli amministratori indipendenti che lamentano che “ancora una volta, la partecipazione di maggioranza relativa di Telecom venga trasferita a sostanziale vantaggio di pochi, senza alcuna considerazione per la maggioranza degli azionisti”.
“E’ con disappunto — sottolinea ancora Zingales esprimendo il pensiero dei consiglieri indipendenti — che osservano come l’ordinamento italiano non contempli strumenti di tutela della maggioranza degli azionisti quando pacchetti in grado di conferire il controllo di fatto finiscono nelle mani di azionisti in conflitto coll’interesse sociale”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
LA SCALATA DI TELCO E’ COSTATA 748 MILIONI. MA NEL 2012 HA CHIUSO CON 51,2 MILIARDI DI DEBITI
L’ultimo shopping, da 748 milioni di euro, è stata la scalata, ultimata stanotte, di Telco, la
holding che controlla il 22, 4% di Telecom Italia, passando dal 46, 2% al 70% delle azioni.
Ma Telefà³nica, il colosso spagnolo nato nel 1924 come filiale della Itt e privatizzata nel ’97 dall’ex premier popolare Aznar che mise sul mercato il 20,9% che controllava lo Stato, è abituata ad essere protagonista sui mercati mondiali.
Solo nello scorso giugno, con un blitz da 8 miliardi di euro, ha conquistato E-Plus, diventando leader in Germania.
Secondo operatore europeo, primo in America Latina, il colosso spagnolo guidato dal presidente Cèsar Alierta ha però un sacco di debiti: il suo obbiettivo strategico 2013 è quello di ridurlo a 47 miliardi di euro.
Un rosso che nel 2012 è stato pari, con un fatturato di 62, 3 miliardi di euro ed utili netti di 3, 9 miliardi du euro, a 51, 2 miliardi di euro.
Telefà³nica ha 316 milioni di clienti in tutto il mondo.
È ovviamente leader in Spagna, sia nel fisso, che nei cellulari che in Internet, ed offre da tempo la fibra ottica.
Non solo: sta per lanciare il 4G, l’Internet velocissimo per i telefonini.
Gian Antonio Orighi
(da “la Stampa”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
MEDIOBANCA, INTESA E GENERALI SI SONO CONTESI L’AZIENDA PER 16 ANNI… ORA LA CONSEGNANO AGLI SPAGNOLI CHE NON CI INVESTIRANNO UN EURO… UN ALTRO CAPOLAVORO DEL CAPITALISMO SENZA CAPITALI
Oggi Telecom, gravata ab origine da miliardi di euro di debiti mai ripianati. Domani Alitalia, che
potrebbe diventare francese con sei anni di ritardo rispetto all’ipotesi originaria contro cui Berlusconi costruì la retorica elettorale dei patrioti.
Il capitalismo senza capitali all’italiana svende i suoi antichi gioielli, ma non prima di averli spogliati di tutto.
E se il caso Parmalat fece esplodere il marcio del sistema — e regalò ai francesi di Lactalis una azienda produttivamente sana ma economicamente fondata sui falsi in bilancio — non c’è bisogno dei processi per avere il quadro di un Paese in saldo.
Il caso della compagnia di bandiera, che doveva restare italiana e oggi rischia di cambiare nazionalità a prezzo da outlet, rimane la cartina di tornasole di un osso — l’industria italiana — spolpato fino al midollo e poi lasciato al suo destino.
E se nel 2007 Air France era pronta ad offrire sei miliardi per accollarsi il nostro vettore, oggi prende tempo, chiede rassicurazioni e punta a spendere il meno possibile senza prendersi i debiti, mentre l’operazione italianità ha accumulato più di un miliardo di rosso e i cittadini si sono accollati i 4,5 miliardi di costi dell’operazione.
Telecom, insomma, non fa eccezione alla logica dei poteri (ex) forti.
Non a caso, immediatamente dopo l’ufficializzazione della vendita, Mediobanca ha diramato una nota per proclamare l’utile del trimestre.
In dettaglio, si legge, a seguito dell’aumento di capitale Telco sottoscritto da Telefonica, operazione che valorizza Telecom Italia con un premio dell’85% rispetto alle attuali quotazioni, la partecipazione Mediobanca al capitale sociale di Telco si riduce dall’11,6% al 7,3% (e quella in trasparenza in Telecom Italia dal 2,6% all’1,6%).
Inoltre a seguito del parziale acquisto da parte di Telefonica del prestito soci, Mediobanca riduce il prestito soci di pertinenza per 35 milioni (da 78 a 43 milioni) attraverso il concambio in azioni Telefonica e realizza un utile di circa 60 milioni, registrato nel 1°trimestre del corrente esercizio.
Tradotto, dopo essersi contesi per 16 anni il controllo di Telecom Italia, trofeo ambito nelle loro guerre di potere, gli ex poteri forti l’hanno consegnata, per pochi spiccioli, a Telefà³nica Espaà±a, rattoppando in questo modo i propri bilanci.
Nel frattempo Telecom è stata una macchina da soldi che ha propiziato arricchimenti e carriere. Adesso non c’è più niente da spolpare ed è un problema di cui liberarsi al più presto.
Le cosiddette “banche di sistema” e i profeti dell’italianità riscoprono gli imperativi categorici del mercato.
Il governo tace. Il viceministro alle Comunicazioni, Antonio Catricalà , ha detto ieri: “Vorremmo che tutte le aziende fossero italiane, ma non viviamo nel mondo dei sogni”.
Altro che Agenda Digitale: l’Italia rischia di restare senza Internet e pure senza telefoni. Un’esagerazione? La complessa partita a scacchi che sta portando all’eutanasia di Telecom rende fondato il timore.
Al centro della scena c’è il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè.
Ha bisogno di capitali da investire sulla rete del futuro ma l’azienda non li ha perchè è ancora gravata da 40 miliardi di debiti accumulati da Roberto Colaninno (che scalò il colosso a spese della stessa Telecom nel 1999) e da Marco Tronchetti Provera che la rilevò nel 2001.
Bernabè punta a a un aumento di capitale, cioè i soci che iniettano denaro nell’azienda.
Ma i padroni di Telecom non vogliono scucire un euro, perchè quando hanno comprata lo hanno fatto per il controllo (in italiano corrente: il potere) e non per investire nelle telecomunicazioni.
E del resto è comprensibile, basta guardare come è composto il salotto buono denominato Telco.
Questa scatola appositamente costituita nell’aprile 2007 ha acquistato dalla Pirelli di Tronchetti le azioni Telecom a 2,8 euro l’una, con un investimento di 4,5 miliardi.
Oggi il 22,45 per cento di Telecom, che basta a Telco per comandare, vale in Borsa circa 750 milioni (ieri il titolo ha chiuso a 0,59 euro: in sei anni hanno perso tre quarti dell’investimento).
I soci di Telco sono Telefà³nica Espaà±a con il 46,18 per cento, Mediobanca e Intesa Sanpaolo con l’11,62 per cento a testa e Assicurazioni Generali con il 30,58 per cento.
Il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, ha detto a chiare lettere che lui vuole sbarazzarsi dell’imbarazzante investimento, e che certo non si sogna di mettere altri soldi.
Il boss di Generali, Mario Greco, è sulla stessa linea: come spiegare agli azionisti che la compagnia ha perso un miliardo e mezzo per giocare con i telefoni?
Nagel e Greco hanno dichiarato all’unisono guerra a salotti, patti di sindacato e capitalismo di relazione, e si comportano di conseguenza.
Tace con vivo imbarazzo Enrico Cucchiani, capo di Intesa Sanpaolo, che si è autoeletta “banca di sistema” (ha all’attivo il capolavoro della difesa dell’italianità di Alitalia).
Il numero uno di Telefà³nica si è rassegnato a offrire agli altri soci Telco fino a 1,09 euro per azione, più del doppio del valore di mercato (perchè loro possono, ai piccoli azionisti invece non tocca niente se il controllo delle società quotate si scambia con meno del 30 per cento delle azioni).
Le trattative sono ferventi, con varie riunioni nella sede milanese di Mediobanca.
In pratica Cesar Alierta pagherà al massimo 850 milioni, probabilmente in due tranche. Per una società che vale in Borsa oltre 11 miliardi è un sacrificio accettabile, soprattutto se serve a paralizzarla.
Alierta non intende mettere un solo euro nella società italiana. Ha già detto a Bernabè che se vuole investire sulle tlc italiane può vendere Telecom Argentina e Tim Brasil, cioè i due unici pezzi del residuo impero che producono utili. Il fatto è che in Argentina e Brasile ci sono anche le controllate di Telefà³nica, alle quali le società italiane fanno una fastidiosa concorrenza.
E la sorte di Telecom Italia senza l’America Latina è segnata.
Gli azionisti italiani in fuga hanno un alibi perfetto: anche se non vendono è uguale.
Infatti nel 2007, all’inizio dell’avventura, hanno consegnato ad Alierta un diritto di veto su ogni decisione importante, per esempio gli aumenti di capitale.
Quindi Bernabè, anche se Mediobanca, Intesa e Generali non vendessero, non potrebbe mai portare al cda la proposta di aumento di capitale, perchè Alierta la bloccherebbe.
E neppure un aumento di capitale riservato a un nuovo socio: siccome si parla di 3/5 miliardi, chi paga diventa padrone e Alierta non vuole. Bernabè ha fatto sapere che se le cose vanno avanti così, il suo addio sarà automatico.
Ma la Telecom è stata consegnata al suo concorrente Telefà³nica nel 2007, e la politica se ne accorge (forse) solo adesso che è tardi.
Infatti fa finta di niente.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
INUTILE LA MINACCIA DI DIMISSIONI DEL MINISTRO: NUOVE PROMESSE DAL GOVERNO
La minaccia è stata inutile. Neanche 24 ore dopo che il ministro dell’Economia, Fabrizio
Saccomanni, ha detto di essere pronto a lasciare come estremo richiamo alla serietà , a non giocare con i conti pubblici, i partiti di governo fanno quello che riesce loro meglio: promettono di spendere soldi che non hanno.
Pd e Pdl trovano l’accordo sull’ennesimo rinvio dell’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento previsto per il primo ottobre.
Un miliardo di euro, che il governo di Enrico Letta non sa ancora dove prendere.
E rinviare l’aumento dell’Iva era proprio una delle cose da evitare, come diceva Saccomanni al Corriere della Sera : “Io non mi metto alla disperata ricerca di un miliardo se poi a febbraio si va a votare”.
Ora dovrà farlo, anche perchè dal Quirinale Giorgio Napolitano ordina la sopravvivenza del governo: la politica proceda “senza incertezze e tantomeno rotture, nel compiere le azioni necessarie”.
Magari nell’illusione che dopo la riconferma di Angela Merkel la Germania cambi approccio e la disciplina nei conti si faccia più morbida.
“Gli italiani meritano di sapere come stanno le cose e non soltanto slogan di carattere propagandistico”, ha detto domenica Saccomanni.
Visto che, si deduce, lui non è libero di dirle, ecco quali sono le verità che è utile conoscere sui nostri conti.
E che, a cercarle, sono scritte nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza pubblicata sul sito del Tesoro.
1) La ripresa è una debole illusione
L’economia è meno disastrosa di qualche mese fa, ma sperare nella ripresa per spendere senza freni è pericoloso. Il Pil nel 2013 scende almeno dell’1,7 per cento. La previsione del governo per il 2014 è +1.
Tutti gli istituti economici internazionali (tranne il Ref) si aspettano meno, il consesus (cioè l’orientamento degli analisti) è 0,5. Pil più basso implica un rapporto con il deficit più elevato e dunque il rischio di nuove manovre. E il governo, a parte il miliardo per l’Iva nel 2013, si è già preso impegni che valgono 12 miliardi di euro. Quasi tutti da trovare.
2) Lo spread conta molto più di Letta e Berlusconi
Giocare con i conti compromette la reputazione, un Paese molto indebitato (debito al 132 per cento del Pil) e poco credibile paga interessi più elevati.
Gli interessi passivi che lo Stato pagherà nei prossimi anni sono questi: 83,9 miliardi nel 2013, 86 nel 2014, 88,8 nel 2015, 91,8 nel 2016. E già così sono tantissimi.
Ma il dato più inquietante è che queste cifre si basano sul-l’ipotesi che lo spread, cioè la differenza di costo tra debito italiano e tedesco, continui a scendere. E vada a 200 nel 2014, a 150 nel 2015 e a 100 nel 2016. Oggi è a 234. Se non comincia ad abbassarsi subito, il conto finale sarà ancora più elevato.
3) L’Europa costa cara, anche per colpa dei tedeschi
La linea della Germania sulla gestione dei Paesi in crisi ha fatto lievitare il nostro debito pubblico al di là delle nostre colpe.
Visto che la Bce non poteva intervenire — Berlino non voleva — i singoli Stati hanno prestato miliardi ai due fondi europei di emergenza, Efsf ed Esm, che poi giravano i capitali ai Paesi in difficoltà . Tra il 2011 e il 2012, l’Italia ha versato 50 miliardi dieuro e nel 2013 altri 5,8. Quasi 60 miliardi per costruire uno strumento da cui l’Italia non ha ricevuto un centesimo.
4) Tagliare la spesa è praticamente impossibile
Questo Saccomanni ha provato a dirlo fin dalla sua prima intervista da ministro. La spesa pubblica al netto degli interessi (cioè senza contare il costo del debito) sarà 714,3 miliardi nel 2013, 723,7 nel 2014, 726 nel 2015 e 739 nel 2016.
Sostenere, come fa Renato Brunetta, che essendo così ingente nessuno si accorgerà se si taglia un miliardo, è ignorare la pratica quotidiana.
Al massimo si riesce a frenare l’aumento, ma senza riforme molto profonde che riducano il perimetro dell’azione dello Stato è illusorio sperare di finanziarie politiche costose con limature alla spesa.
5) Il rigore continua
Anche se pochi parlamentari ne sembrano consapevoli, l’Italia ha dato il via libera alle nuove regole di bilancio europee che prevedono, tra l’altro, il bilancio pubblico in pareggio (deficit strutturale, che non considera gli effetti della crisi, pari a zero, deficit nominale sotto il 3 per cento), e una riduzione ogni anno del 5 per cento della parte di debito che supera il 60 per cento del Pil.
Secondo il Tesoro, noi siamo in regola fino al 2015, ma soltanto perchè le tasse continueranno a essere altissime, con una pressione fiscale attorno al 44 per cento.
Ogni intervento mette a rischio gli obiettivi , e se il deficit supera il 3 per cento l’Italia torna sotto procedura d’infrazione.
6) Bisogna risparmiare soldi. Per darli alle banche.
Le sofferenze bancarie sono arrivate a 138 miliardi. Le grandi banche sono fragili, hanno bisogno di soldi (Mps cerca 2,5 miliardi) e non ci sono azionisti italiani disposti a metterceli.
Finora l’Italia è uno dei Paesi europei che ha dato meno soldi al sistema creditizio, ma adesso i timori stanno aumentando. E lo Stato deve essere pronto a intervenire.
Come dimostra l’annuncio della rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, un trucco del governo per rendere più solidi i bilanci delle banche azioniste dell’istituto di vigilanza.
Stefano Feltri
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
ALLA RETE ITALIANA SERVONO INVESTIMENTI, MA LA SPAGNOLA “TELEFONICA”, NUOVO PARTNER INDUSTRIALE, HA PIU’ DEBITI DELLA TELECOM
Ecco perchè c’è chi scommette che non verranno fatti investimenti adeguati nello sviluppo
della rete italiana delle telecomunicazioni ricavandone una conseguenza: lo scorporo della rete da Telecom è un passaggio decisivo per il Paese ed è un errore grave che l’attenzione sia catalizzata esclusivamente dalle dispute sul controllo della società e sui rapporti di forza tra i principali azionisti (Telefonica, Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca).
Non tutti però hanno la stessa convinzione.
In alcuni casi, come conferma l’audizione in Parlamento dell’amministratore delegato di F2i, Vito Gamberale, tenuta nei giorni scorsi, la contrarietà allo scorporo viene espressa apertamente.
In altri, a partire dagli spagnoli di Telefonica, l’opposizione non è manifestata in pubblico ma l’operazione viene giudicata in contrasto con gli interessi aziendali.
Oppure, come per l’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè, il sospetto è che abbia dato via libera alle procedure per lo scorporo della rete ma senza troppa convinzione e senza fretta, forse con tattica dilatoria o magari in funzione di alleanze internazionali impossibili per una Telecom con la struttura attuale
Il partito che punta con determinazione sulla separazione della rete parte da una priorità : gli investimenti nella banda larga.
L’Italia, a parte alcune realtà particolari come Milano grazie a Metroweb, certamente non brilla. E prospettive di svolta non se ne vedono. Anzi.
L’indebitamento di Telecom e Telefonica rende poco credibile la prospettiva d’investimenti elevati, che sono indispensabili.
In piu’ i margini di profittabilità per gli operatori europei risultano ormai da anni in significativa riduzione.
La conseguenza e’ che nelle telecomunicazioni gli investimenti pro-capite in ricerca e sviluppo sono inferiori di oltre il 30% a quelli americani.
Difficile pensare che, almeno in tempi brevi, la situazione possa sbloccarsi
Al contrario lo sviluppo sul territorio della banda larga potrebbe dare al Paese una spinta importante.
Ma attualmente, e per molto tempo, tale capacità d’investimento manca sia a Telecom sia a Telefonica. Non solo.
La scelta strategica, su cui ha molto insistito l’ex ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera, è avere le grandi reti infrastrutturali divise dalla fornitura dei servizi.
Questo vale nell’energia come nel gas, nelle ferrovie come nelle telecomunicazioni.
Il modello è quello di Terna (energia) e corrisponde a una logica di fondo: le reti vanno gestite con programmi di lungo periodo e con investimenti a cui non corrispondono necessariamente redditività adeguate di breve periodo.
Tanto più che negli ultimi anni i margini garantiti dagli investimenti sulla rete sono in forte calo, diminuendo la propensione ad impegnare capitale.
Ovviamente le società quotate devono fare i conti con necessità a breve essendo sottoposte al giudizio del mercato e degli analisti.
Anche per questo è molto meglio tenere separate le reti infrastrutturali dalla fornitura dei servizi e affidarle a società pubbliche che hanno come missione il contributo allo sviluppo del Paese. Proprio l’offerta di banda larga produce domanda aggiuntiva generando nuove iniziative nei settori piu’ diversi: dal turismo al commercio elettronico, fino a nuove forme di tv e alle start up
Chi è contrario allo scorporo della rete sottolinea come si tratta di una scelta che a livello internazionale, almeno nei paesi sviluppati, è avvenuta soltanto in Australia e Nuova Zelanda, per favorire investimenti in fibra ottica di nuova generazione.
Anche nel Regno Unito la rete, separata diversi anni fa, è saldamente controllata dalla compagnia telefonica.
Resta il fatto che il commissario dell’Agcom, Antonio Preto, ha sottolineato che, «se Telecom non lo propone come iniziativa volontaria, forse dovremmo avviare i dovuti approfondimenti per accertare la sussistenza delle condizioni per imporlo come rimedio a garanzia della parità di accesso». Insomma, via libera allo scorporo, con le buone oppure con le cattive.
Secca la risposta di Bernabè: «Per procedere allo scorporo non volontario della rete, cosa che non è prevista da nessuna norma europea, credo che servano motivi di una gravità eccezionale che non sussitono assolutamente».
Fabio Tamburini
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
I VANTAGGI DEL RISANAMENTO CALCOLATI DAL MINISTERO… MA ENTRO DICEMBRE SERVONO NUOVE RISORSE
Un risparmio di dieci miliardi di euro all’anno, probabilmente anche più alto, se i tassi di interesse nel frattempo dovessero pure scendere.
Tanto varrebbe la diminuzione dello spread , cioè del differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, ai cento punti base indicati come obiettivo dal ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni: tre miliardi di minor spesa il primo anno, sei il secondo, dieci e più a regime.
Le stime del bonus-tassi, o se si vuole del costo dell’instabilità , le hanno fatte proprio i suoi uffici.
Danno un’idea dei vantaggi del risanamento, e al tempo stesso gettano la luce su quella che all’Economia chiamano la «vera tassa», o la «tassa nascosta»: la spesa per gli interessi sul debito pubblico.
Quest’anno arriverà a 84 miliardi di euro, e sono 1.450 euro a carico di ciascun cittadino, neonati compresi
Nella politica del rigore che presuppone il mantenimento del tetto nominale del 3% del deficit pubblico, ed il pareggio strutturale tra un anno, la minor spesa sui tassi di interesse è il primo dividendo da cogliere.
Ed è un obiettivo da perseguire, nella logica del Tesoro, a prescindere dai vincoli europei. Il «tre virgola zero» non è una cattiveria, ma la consapevolezza che mantenere quell’impegno è la premessa per tassi più bassi.
Il che significa, oltre a spendere meno sulle emissioni di titoli di Stato, anche mutui e prestiti meno cari per le famiglie e le imprese.
La tenuta della diga sul deficit aprirebbe poi la possibilità di vedersi scomputata dalla spesa pubblica la quota dei fondi nazionali destinati ad accompagnare quelli europei per i progetti al Sud, un altro «tesoretto» che, dopo l’accordo con Bruxelles, si potrebbe investire sul rilancio
La diga, però, deve tenere.
Mentre ha già qualche crepa che deve essere rattoppata. Per rientrare sotto al 3%, bisogna trovare 1,6 miliardi euro entro dicembre.
Per farlo non ci sarà bisogno di nuove misure o manovre aggiuntive: nei decreti già approvati dal Parlamento ci sono già un paio di clausole di salvaguardia efficaci, che il ministero dell’Eco-nomia può attivare alla bisogna.
C’è la possibilità di un aumento degli acconti sulle tasse che vengono pagati a fine anno sia per le persone fisiche che per le imprese, e quella di un intervento sulle imposte indirette e sulle accise. Al Tesoro non ci si augura di dovervi ricorrere, ma i paracadute ci sono, pronti ad essere usati in caso di necessità .
Oltre a chiudere il «buco», l’altra esigenza inderogabile sono le missioni di pace all’estero da qui alla fine dell’anno, per le quali servono 400 milioni di euro che i tecnici del Tesoro hanno già trovato con la rimodulazione di altre spese.
Forse potrebbero esserci anche altri fondi aggiuntivi per la cassa integrazione in deroga.
Ma per l’Iva, la seconda rata dell’Imu sulla prima casa, i terreni agricoli, gli sgravi sugli immobili delle imprese, o altro, a meno di non immaginare nuovi tagli ai ministeri, non c’è la copertura.
Nè per quest’anno, nè per il prossimo. La riforma della Tares e delle imposte sulla casa, e il riordino delle aliquote Iva dovranno avvenire, in linea di principio, a parità di gettito
Al Tesoro faticano a trovare le risorse per finanziare la riduzione delle tasse sul lavoro del 2014, uno degli obiettivi principali del governo Letta.
Con la legge di Stabilità di metà ottobre ci sarà un nuovo piano di riduzione della spesa pubblica, anche se Saccomanni ha avvertito che senza altre riforme incisive i margini di intervento sono ridotti.
Così, per creare maggior spazio alla diminuzione delle tasse sul lavoro, si sposterà una parte del loro peso da qualche altra parte.
Per coprire gli sgravi a favore delle imprese e dei loro dipendenti, i minori contributi e le minori tasse che incasserà lo Stato, saranno ridotte alcune agevolazioni
Nel 2014 ci sarà un primo intervento sensibile sulle tax expenditures , le centinaia di sconti fiscali oggi in vigore, assicurano al Tesoro.
La ricerca di risorse per il taglio del cuneo fiscale prosegue: Letta e Saccomanni vorrebbero dare una dimensione importante all’operazione che considerano una vera riforma, anzi forse la prima vera riforma del governo.
E poi attaccare la riduzione del debito, per comprimere la vera tassa, quella occulta degli interessi. Già entro la fine di quest’anno ci saranno le prime dismissioni, «per rompere il ghiaccio», dicono a via XX Settembre, e proseguire poi più spediti nel 2014.
Mario Sensini
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
MA CON IMU, IVA E CIG NE SERVIREBBERO 6
Ancora irrisolto il rebus fiscale: ecco perchè bloccare entrambe le tasse è una missione impossibile
Non è facile mettere in piedi in tre mesi una spending review in grado di compensare i costi aggiuntivi
Non c’è molto tempo per risolvere il rebus dei conti pubblici. Dopo mesi di galleggiamento, segnati dalle pressioni del Pdl che ha posto ossessivamente la questione delle tasse e il Pd che non ha potuto far altro che preoccuparsi della cassa integrazione, degli esodati, della scuola e dei precari, ora i nodi vengono al pettine.
Il Documento di economia e finanza che il consiglio dei ministri esaminerà oggi (il primo del governo Letta dopo quello lasciato in eredità il 10 aprile del 2013 da Monti-Grilli) certificherà che siamo al 3 per cento del deficit-Pil e forse un po’ più in là , uno 0,1 per cento pari a 1,6 miliardi: contro il 2,9 per cento stimato fino ad oggi.
Certo è che molte delle coperture dei provvedimenti presi negli ultimi mesi ballano, che servono 4-5 miliardi per le misure promesse a fine agosto per Imu e Iva e che la correzione, sebbene fatta con «aggiustamenti» di bilancio, come assicura il Tesoro, e non con una vera e propria manovra, ci sarà .
Senza contare che la recessione continua a «mordere» in Italia come non mai: secondo le anticipazioni le stime del Pil di quest’anno verranno riviste al ribasso all’1,7 per cento contro una contrazione stimata nell’aprile scorso dell’1,3 per cento.
La situazione è tale che bisogna fare delle scelte. La prima partita è quella dell’Imu: l’intervento fatto a fine agosto, costato 2,3 miliardi, si è limitato ad eliminare la prima rata sulla prima casa, dunque il 50 per cento della tassa.
Per il resto c’è solo un impegno politico: togliere entro il 16 dicembre la parte restante.
Anche perchè nel frattempo i Comuni hanno aumentato le aliquote e il conto potrà essere più salato: secondo un conteggio della Uil servizio politiche territoriali su 2.500 municipi che hanno modificato la tassa, un terzo ha messo in atto rincari.
L’ancoraggio del gettito dell’Imu, sicuro, piaceva all’Europa che da sempre chiede di trasferire il peso dai redditi ai patrimoni e alle cose.
E non c’è da meravigliarsi che Olli Rehn abbia alzato repentinamente i toni.
Del resto alcune aperture di credito da Bruxelles negli ultimi mesi sono già arrivate: è stato possibile pagare uno 0,5 per cento di Pil di crediti alle aziende da parte della pubblica amministrazione caricandolo sul deficit e portandolo all’attuale 2,9 per cento. Una operazione che ha avuto l’ok dell’Europa.
Così come l’incidenza negativa della congiuntura sui conti è stata considerata senza troppi problemi: il nostro «output gap», cioè quanto perde il Pil per colpa della recessione, è molto ampio e consente di avere un consistente sconto sul pareggio di bilancio strutturale, cioè al netto della crisi economica.
Ma se l’Italia mostra leggerezza su coperture, spese e stabilità politica, Bruxelles alza la barriera e pretende un rispetto rigoroso del 3 per cento nominale, ovvero di una soglia che non tiene conto della congiuntura ma si limita alla ragionieristica del bilancio.
E’ molto probabile dunque che la partita debba essere tutta rigiocata.
Non è facile infatti in tre mesi mettere in atto una spending review sostanziosa per trovare i 6 miliardi necessari (tra Imu, Iva, Cig, missioni e correzione del deficit), e le misure per 10,5 miliari proposte da Brunetta del Pdl sembrano a molti osservatori di carattere contabile e una tantum.
Dunque la partita dovrà ripartire dal duello tra Imu e Iva: colpire i proprietari o colpire i consumatori?
Per uscire dal dilemma si potrebbe trovare un compromesso sul quale si starebbe lavorando nelle ultime ore: chiedere ai proprietari delle case di maggior pregio di entrare nella schiera di chi deve pagare (risparmiando almeno un paio di miliardi).
Dall’altra parte lasciar scattare l’aumento dell’Iva ma sterilizzandolo riducendo alcune le aliquote di alcuni prodotti di largo consumo (come il gas da riscaldamento oggi al 21 per cento) portandole al 10 come l’energia.
Al tempo stesso si potrebbero rialzare altre aliquote oggi al 4 per cento, come le concessioni televisive o molti altri sconti attualmente non giustificati.
Un’ultima manovra disperata per attraversare un passaggio assai stretto.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Settembre 18th, 2013 Riccardo Fucile
IL 1 OTTOBRE SCATTERA’ L’AUMENTO… PRIORITA’ AL TAGLIO DELLE TASSE SUL LAVORO
Il dado è tratto. Dopo mesi di tentennamenti e un rinvio, il governo ha deciso di rinunciare ad un nuovo blocco dell’aumento dell’Iva.
È quanto emerso in queste ore da un confronto nel governo, con la Commissione europea e in particolare fra Letta e il ministro dell’Economia Saccomanni.
A dispetto degli annunci pubblici – lo aveva fatto ieri il premier – la situazione dei conti, già compromessa da una crescita del Pil inferiore alle attese, «impone di stabilire delle priorità », spiegano fonti dell’esecutivo.
E le priorità oggi sono due: mantenere il rapporto deficit-Pil entro il 3% e allo stesso tempo trovare le risorse per un taglio delle tasse sul lavoro.
Il solo blocco dell’aumento Iva fino alla fine dell’anno ci costerebbe un miliardo, per renderlo strutturale ne sarebbero necessari quattro.
Numeri ormai insostenibili, se si considera che fonti della Ragioneria riferiscono di un rapporto deficit-Pil già abbondantemente oltre la soglia di sicurezza prevista dalle regole europee.
Il primo ottobre la terza aliquota Iva salirà dunque dal 21 al 22% come previsto dall’ultima manovra del governo Berlusconi per lo scorso primo luglio.
Ieri Saccomanni ha messo al corrente della decisione il commissario agli Affari monetari Rehn in visita a Roma.
Inutile dire che il giudizio (molto negativo) della Commissione sull’abolizione dell’Imu si è fatto sentire.
Non solo perchè a Bruxelles considerano prioritario far scendere la pressione fiscale sul lavoro (e non sulla rendita immobiliare), ma soprattutto perchè le coperture individuate finora sono giudicate molto aleatorie.
Nei contatti riservati di questi giorni Bruxelles aveva avanzato la richiesta di rinunciare al taglio della seconda rata dell’Imu, tuttora scoperto per due miliardi di euro.
Ma per Letta la marcia indietro sarebbe politicamente impraticabile, così si è deciso di procedere con l’abolizione dell’Imu compensando i timori di Bruxelles sulla tenuta del deficit con l’aumento dell’Iva.
Alternative non ne ha nemmeno la Commissione.
Lo fa capire Rehn quando in conferenza stampa spiega del differente trattamento riservato alla Francia, il cui deficit viaggia oltre il 4%: sull’Italia pesa il debito monstre e la richiesta di chiudere la vecchia procedura di infrazione.
«L’Italia deve essere all’altezza degli impegni assunti», come a dire che se la Commissione dovesse certificare l’aumento del deficit oltre il 3% Bruxelles sarebbe costretta a riaprire la procedura, con tutte le conseguenze che questo avrebbe su spread e andamento dei tassi di interesse.
Se tutto andrà bene, e se Bruxelles non ci chiederà di stringere ulteriormente la cinghia sul deficit, la legge di Stabilità prevederà invece una riduzione del cosiddetto cuneo fiscale, le tasse che gravano su lavoratori e imprese.
L’ordine di grandezza potrebbe essere fra i tre e i quattro miliardi di euro, sempre che a Saccomanni riesca di imporre i tagli di spesa necessari.
Almeno un miliardo dovrebbe arrivare da una partita di giro, ovvero dalla cessione alla Cassa depositi e prestiti di un miliardo di immobili pubblici, altri spazi potrebbero essere garantiti dall’abbassamento delle stime sul costo degli interessi per onorare il debito pubblico.
Venerdì il governo approverà i numeri del Def, il documento di economia e finanza.
Quella sarà la prima indicazione utile su quel che Letta e Saccomanni intendono fare nel 2014. Berlusconi permettendo.
Alessandro Barbera
(da “La Stampa”)
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Settembre 18th, 2013 Riccardo Fucile
LO STOP DEL TESORO: IMPOSSIBILI ENTRAMBE LE MISURE
A un passo dall’aumento dell’Iva. Dal primo ottobre l’aliquota al 21 per cento salirà al 22%. 
È uno scenario che al ministero dell’Economia danno ormai pressochè per scontato. «O si finanzia l’abolizione dell’Imu – dicono fonti autorevoli di Via XX settembre – o si finanzia il blocco dell’aumento dell’Iva. Entrambe le cose non sono possibili»
E d’altra parte è stato il premier Enrico Letta a dichiarare solo un paio di giorni fa che la partita del-l’Iva «è complicata».
Più o meno la diplomatica ammissione che si lascerà scattare l’incremento.
Il titolare dell’Economia, Fabrizio Saccomanni la pensa allo stesso modo. Infatti negli ultimi giorni non ha speso una parola sull’Iva mentre si è prodigato nello spiegare la strategia, suggerita anche da Bruxelles e dagli organismi internazionali, dall’Ocse al Fondo monetario, di alleggerire il peso del fisco sul lavoro e le imprese per intercettare un po’ la ripresa ma anche per attrarre gli investimenti esteri.
Tanto che proprio il taglio del cuneo è tra le 35 misure previste nel pacchetto “Destinazione Italia” che il Consiglio dei ministri dovrebbe varare venerdì con la costituzione di una società per azioni proprio per accompagnare gli investitori.
I tecnici del ministero stanno cercando le coperture (per l’Iva serve un miliardo fino alla fine dell’anno), simulano le possibili soluzioni, ma la conclusione è sempre la stessa: i soldi non bastano.
L’abolizione della seconda rata dell’Imu (2,4 miliardi circa) è per ora soltanto un impegno del governo.
Non è scritta da nessuna parte mentre l’aumento dell’Iva, che riguarderà tantissimi prodotti, dal vino agli elettrodomestici, è già legge.
E se tra tredici giorni l’aliquota dell’Iva passerà al 22 per cento, appare del tutto scontato che nella rimodulazione complessiva delle aliquote prevista per il 2014, il governo non tornerà indietro.
Insomma i circa quattro miliardi che sarebbero stati necessari per mantenere strutturalmente l’Iva al 21 per cento verranno dirottati alla riduzione del cuneo fiscale e contributivo.
Poi sarà tutto da vedere come verrà realizzato il taglio.
Di certo, vista l’esperienza precedente del 2007 con il governo Prodi, 4-5 miliardi di taglio sarà difficilmente percepibile delle imprese e soprattutto dei lavoratori nelle loro buste paga.
Più soldi, tuttavia, non ce ne sono. Per questo è possibile che si profili una soluzione molto light: riduzione del cuneo solo per i neo assunti a tempo indeterminato. Probabilmente a favore dei giovani come già gli incentivi, che diventeranno pienamente operativi con una prossima circolare dell’Inps, per le assunzioni dei lavoratori tra i 18 e i 29 anni, disoccupati da almeno sei mesi e con il solo titolo di scuola media inferiore. Vedremo.
Di certo sull’Iva e sul cuneo si fronteggiano i due partiti delle larghe intese, con qualche accenno di trasversalità , e con relative lobby a fianco (industriali per il taglio del cuneo, commercianti per quello dell’Iva).
Il Pdl vuole innanzitutto l’Iva. Anche in campagna elettorale criticò la proposta della Confindustria di spostare il carico fiscale dalle persone e le imprese alle cose.
Il Pd ha sposato la linea Letta-Saccomanni per quanto con qualche dissenso.
Per esempio quello del vice ministro dell’Economia, Stefano Fassina, a favore del blocco dell’aumento dell’Iva per i possibili effetti recessivi che altrimenti si determinerebbero, e freddo sul cuneo data la carenza delle risorse.
Anche il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, si è mostrato più sensibile di altri alle posizioni delle lobby dei commercianti.
Un braccio di ferro tra il partito dei consumi e quello dei produttori.
Anche se – dice Mariano Bella, direttore dell’ufficio studi della Confcommercio – «l’Iva non è altro che il cuneo fiscale sui consumi ».
«E comunque – aggiunge – se scatterà l’aumento dell’aliquota vorrà dire che “scomparirà ” uno 0,1 per cento di consumi potenziali. Più che la ripresina vedremo una stagnazione».
Roberto Mania
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