Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
RISPETTO A TRE ANNI FA L’IMPOSTA SUI REDDITI PIU’ CARA DI 89 EURO PER UN OPERAIO, DI 117 EURO PER UN IMPIEGATO E DI 280 EURO PER UN QUADRO
Un operaio, rispetto a tre anni fa, deve pagare in media 89 euro in più di Irpef, un impiegato 117 e un quadro 284.
E a causa dei continui tagli dei trasferimenti agli enti locali, le trattenute fiscali rischiano di diventare sempre più onerose.
Questo è il quadro restituito dall’ultimo studio della Cgia di Mestre, che ha analizzato, dal 2010 ad oggi, gli effetti degli aumenti dell’imposta sul reddito sulle retribuzioni di queste categorie di lavoratori.
L’indagine si è focalizzata sui residenti nei 40 comuni capoluogo di Provincia che hanno già fissato l’aliquota dell’addizionale Irpef comunale per l’anno in corso.
Ne esce che per un operaio con uno stipendio netto di 1.240 euro, e quindi un reddito annuo di 20mila euro, l’aggravio fiscale maturato tra il 2010 ed il 2013 è di 89 euro. Rispetto a quanto deciso dal governo quest’anno, nel 2014 dovrà versare ben 401 euro.
La situazione non migliora per chi lavora in ufficio.
Un impiegato con un reddito annuo di 32mila euro (che corrisponde a 1.840 euro mensili) la maggiore trattenuta fiscale avvenuta sempre tra il 2010 ed il 2013 è stata di 117 euro.
Alla luce delle decisioni prese nel 2013, l’anno prossimo il peso delle addizionali Irpef sarà di 664 euro.
Anche i colletti bianchi hanno visto aumentare in maniera considerevole l’addizionale sull’imposta sul reddito. Un quadro che può contare su una retibuzione annua di 60mila euro (pari ad uno stipendio mensile netto di quasi 3.100 euro), la maggiore trattenuta fiscale verificatasi sempre nello stesso periodo di tempo è stata pari a 284 euro.
Mentre l’anno venturo saranno 1.328 gli euro che dovrà versare alla Regione e al suo Comune di residenza.
E il rischio è che l’impennata delle addizionali Irpef non sia finita, complici i nodi che gli enti locali dovranno sciogliere nei prossimi mesi, tra cui quello dell’abolizione dell’Imu e della nuova Service Tax introdotte dal governo Letta.
“Sono molteplici”, ricorda Giuseppe Bortolussi, segretario dell’associazione degli artigiani di Mestre, “le incertezze e le problematiche che i sindaci devono affrontare, si pensi all’Imu e alle risorse compensative che dovrebbero ricevere dall’erario, al delicato passaggio alla nuova Tares e al fatto che non si è certi su come si ripartiranno i 2,2 miliardi di euro di tagli del fondo di solidarietà comunale decisi dalla Spending review e dalla Legge di Stabilità del 2013″.
Bortolussi sottolinea perciò il concreto rischio di ulteriori aumenti dell’imposta sul reddito: “Di fronte a queste problematiche, la tentazione di ritoccare all’insù le aliquote delle addizionali comunali Irpef è molto forte. Per l’anno in corso sono 40 i Comuni capoluogo di provincia che hanno già deliberato l’aliquota. Undici l’hanno aumentata e gli altri 29 hanno confermato l’aliquota del 2012 che in 13 casi era già stata innalzata al livello massimo dello 0,8%”.
Il sistematico aumento delle addizionali Irpef è, però, una logica conseguenza delle politche fiscali di Roma.
“Lo Stato risparmia tagliando i trasferimenti, le Regioni e i Comuni si difendono alzando il livello delle imposte per mantenere in equilibrio i propri bilanci“, fa notare il segretario della Cgia veneta.
“Speriamo che il governo Letta riprenda in mano il tema del federalismo fiscale, altrimenti tra Irap, la nuova tassa sui rifiuti, l’Imu sui capannoni e le addizionali Irpef i cittadini e le imprese si troveranno a pagare sempre di più senza avere un corrispondente aumento della qualità e della quantità dei servizi offerti”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
GOVERNO ALLA RICERCA DEI FONDI PER ABOLIRE L’IMU ED EVITARE AUMENTI SU IVA E TICKET
Confindustria e sindacati fanno pressing per il taglio del cuneo fiscale, il ministro per lo Sviluppo economico Zanonato ricorda che è una questione complicata, sottolinea la necessità di una «compatibilità » con i conti pubblici e mette sul piatto anche la necessità di scongiurare l’aumento dell’Iva.
A circa un mese dalla data ultima per il varo delle legge di Stabilità (entro il 15 ottobre deve essere presentata al Parlamento e a Bruxelles), mentre il paese è appeso all’affaire Berlusconi, la questione dei conti pubblici torna in primo piano.
Molte le spese: dagli interventi per rilanciare l’economia a quelli per evitare l’aumento delle tasse. Gli uni più cari al Pd, gli altri più in sintonia con il Pdl.
I primi conteggi dei tecnici (tornati ormai tutti al lavoro dopo le brevi vacanze estive) parlano di una cifra boom: al governo servono circa 25 miliardi (di cui 3,8 per il solo 2013).
Risorse sono infatti necessarie per accantonare definitivamente l’ingorgo fiscale del 2013 ed evitare di riproporlo nel 2014; per scongiurare l’aumento dei ticket sugli esami specialistici dal 1° gennaio del 2014; per intervenire sul cuneo fiscale (per imprese e lavoratori), la cassa in deroga e dare corso alle spese obbligatorie.
Un menù molto pesante, anche in vista della possibile ripresa, da giocare entro in vincoli europei.
Una conferma delle intenzione dell’esecutivo è giunta ieri dal premier Enrico Letta: ieri ha detto in Senato che il taglio del costo del lavoro è «il cuore delle politiche di crescita».
Sul lato del «dare» i conti sono presto fatti: ci vogliono 4,6 miliardi per l’Imu prima casa (2,3 per chiudere la partita 2013 e altrettanti per il prossimo anno in attesa dell’introduzione della nuova tassa sui servizi).
Senza considerare che occorrono anche 600 milioni per alleggerire l’Imu sui capannoni industriali come chiedono con forza le associazioni imprenditoriali.
La partita tasse, eredità del 2013, si completa con l’Iva: 950 milioni per quest’anno e 3,8 per il prossimo.
Senza dimenticare i 2 miliardi per evitare l’aumento dei ticket nell’ambito della ridefinizione del «patto per la salute» per il triennio 2014-2016.
Inoltre ci sono le solite spese obbligatorie: dalle missioni militari internazionali, alla cassa integrazione in deroga (300 milioni per quest’anno e 2 miliardi per il 2014)
A queste somme, già ingenti, vanno aggiunti i 4-5 miliardi per l’operazione cuneo fiscale agendo semplicemente sull’Irap delle imprese e, naturalmente, altri 4-5 miliardi per rimpinguare le buste-paga di lavoratori e pensionati attraverso un aumento delle detrazioni Irpef
Si arriva così i 20,7 miliardi per il 2014 e si raggiungono i 3,8 per l’anno in corso.
Non significa che la manovra 2014 peserà tanto, perchè molto si potrà giocare sul piano delle risorse: nuova spending review, cessione patrimonio immobiliare e soprattutto risparmio della spesa per interessi dovuta allo spread notevolmente raffreddato quest’anno.
Sperando anche nell’aiuto della possibile ripresa che porterebbe un maggior gettito nelle casse dello Stato.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile
DOCUMENTO CONGIUNTO TRA CONFINDUSTRIA E CGIL, CISL UIL: RIDUZIONE DELLE TASSE PER LAVORATORI, PENSIONATI E IMPRESE
Alla fine, il “Patto delle fabbrica” è arrivato. Ed è arrivato in un luogo non casuale. 
La festa nazionale del Partito Democratico di Genova, dove Confindustria e Cgil-Cisl-Uil hanno firmato un documento congiunto che elenca le priorità per la Legge di stabilità e per la crescita del Paese.
Ad annunciarlo il presidente degli industriali Giorgio Squinzi ed i segretari generali dei sindacati, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.
Un’intesa che registra una critica molto decisa agli ultimi provvedimenti dle governo, prima fra tutti quello sull’Imu.
“Le iniziative promosse in questi giorni” dall’esecutivo Letta, per “assicurare” la governabilità si legge nelle prime righe del documento “hanno però sottratto per la loro realizzazione risorse che sarebbero state meglio impiegate per misure più efficaci per il rilancio delle imprese e il sostegno dei lavoratori”.
Squinzi: “Impossibile non remare nella stessa direzione”.
“Siamo in una situazione tale che non possiamo che remare tutti nella stessa direzione”, ha spiegato Giorgio Squinzi “Le cose da fare sono tante per cui facciamo un appello forte al Governo, l’unico possibile, affinchè senta tutta la pressione. Credo che il governo, nell’elaborazione del Documento di programmazione economico-finanziaria per il 2014 debba tenere in considerazione quanto abbiamo concordato, è solo da qui che può partire la ripresa, la crescita, per il nostro Paese. Abbiamo concordato su una visione comune – ha aggiunto – le cose da fare sono tante, partiamo da quelle che si possono fare subito. Da qui lanciamo un appello a questo governo, l’unico governo possibile. Dobbiamo far sentire la nostra pressione perchè si vada nella direzione di realizzare i punti concordati” nel documento.
Camusso: “Necessario cambio di passo”.
“È necessario cambiare passo. Non dobbiamo più essere prigionieri del dibattito ma avere una strategia per il Paese”, ha commentato il leader della Cgil, Susanna Camusso.
Bonanni: “Basta chiacchiere su Imu e Iva”.
“Perdersi in chiacchiere sull’Imu e sull’Iva significa solo perdere tempo, invece bisogna guardare in faccia l’intera realtà “, ha commentato il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni.
“Si deve rivedere l’intero sistema fiscale – ha aggiunto – fare politiche industriali e informatizzare la pubblica amministrazione. È vero che c’è l’esigenza di avere un governo, ma deve governare ciò che è più essenziale alla salute economica, e quindi sociale, del Paese”.
(da “L’Huffington Post”)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI CONFARTIGIANATO: A RISCHIO PIZZE AL TAGLIO, PASTICCERIE E PANIFICI
Una `stangata’ da 9,2 miliardi quella che gli imprenditori hanno pagato nel 2012 sotto forma di Imu sugli immobili. Stangata che oltretutto è anche già diventata più pesante `grazie’ ad un meccanismo di rincaro automatico.
I conti, alla vigilia del Cdm che dovrà rivedere l’intera materia, li fa Confartigianato che lancia anche un ulteriore allarme: con l’arrivo della Tares alcune piccole imprese artigiane si troverebbero a pagare il 300% in più.
Come le pizzerie al taglio, i panifici (93%) o le pasticcerie (181%). Con effetti prevedibili sulle stesse aziende.
Nel 2012 – spiega Confartigianato – gli imprenditori italiani per l’Imu sugli immobili produttivi hanno pagato 9,3 miliardi, il 39,1% dei 23,7 miliardi di gettito.
Ma da gennaio 2013 l’imposta sui capannoni è anche più costosa: l’aumento automatico del moltiplicatore da applicare alle rendite catastali per gli immobili produttivi, ha fatto lievitare il prelievo dell’8,3%, cioè +491,2 milioni per le aziende.
Non solo: con la Tares le tasse su imprese e famiglie cresceranno del 17,6%.
E si scopre che, rispetto all’Ici, l’Imposta municipale sugli immobili ha generato un maggiore prelievo fiscale di 14,5 miliardi sui contribuenti italiani.
A pagare di più, nel passaggio da Ici a Imu, sono stati gli imprenditori. Infatti il 50,6% dei Comuni italiani ha aumentato l’aliquota base da applicare agli immobili produttivi, il 47,9% ha mantenuto l’aliquota base del 7,6 per mille e soltanto l’1,6% dei Comuni l’ha ridotta: con il risultato che l’aliquota media applicata agli immobili produttivi è pari al 9,4 per mille, a fronte del valore base del 7,6 per mille.
Se l’Imu ha aumentato il prelievo fiscale sulle imprese, le cose non sembrano migliorare con la Tares.
Secondo Confartigianato, l’applicazione del nuovo tributo su rifiuti e servizi provocherà un aumento medio di 26 euro per abitante, pari al 17,6% in più rispetto a quanto avviene con l’applicazione degli attuali tributi sui rifiuti: Tarsu e Tia.
I rincari derivanti dalla Tares andrebbero a sommarsi ai continui aumenti registrati in questi anni dalle tariffe dei rifiuti: tra marzo 2012 e marzo 2013 sono cresciute del 4,9%, tra marzo 2008 e marzo 2013 gli aumenti sono stati del 22,1% e, addirittura, negli ultimi 10 anni hanno raggiunto il + 56,6%.
Per alcune tipologie di imprese, l’applicazione della Tares sarebbe un vero e proprio salasso: è il caso delle attività artigiane di pizza al taglio operanti in piccoli Comuni che attualmente applicano la Tarsu e che, con l’introduzione della Tares, subirebbero rincari del 301,1%.
Non andrebbe meglio per i laboratori artigiani di pasticceria che pagherebbero il 181,7% in più. Aumenti significativi anche per i piccoli produttori di pane e pasta che nel passaggio da Tarsu a Tares sarebbero costretti a sborsare il 93,6% in più.
«Gli imprenditori – commenta il Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti – non possono sopportare ulteriori aumenti di pressione fiscale, nè l’incertezza su tempi e modalità di applicazione dei tributi. Per quanto riguarda l’Imu non è giusto che gli immobili produttivi siano trattati alla stregua delle seconde case: i nostri laboratori vanno esentati dall’imposta perchè sono la nostra prima casa. In definitiva, su Imu e Tares vanno trovate soluzioni che, oltre ad evitare l’inasprimento della tassazione, siano capaci di garantire la semplificazione impositiva e amministrativa».
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Agosto 21st, 2013 Riccardo Fucile
“COL BONUS MOBILI 1,2 MILIARDI DI VENDITE IN PIU'”
“Il bonus fiscale contenuto nel decreto del Fare è stata una delle cose assolutamente positive fatte da
Enrico Letta. L’esecutivo si sta muovendo bene, per le imprese è fondamentale che prosegua nella sua azione”.
Roberto Snaidero, un passato nella storica casa fondata dal padre e oggi presidente di Federlegno, ha un’idea precisa: “Abbiamo 2800 aziende associate: per tutte loro è importante che il governo prosegua nel suo lavoro, e che intervenga sull’Imu e sull’aumento dell’Iva per scongiurare un’ulteriore recessione nel nostro paese”.
Snaidero è al Meeting di Rimini, indica i marchi delle imprese che hanno contribuito alla realizzazione dello stand: “Vede, quelle aziende non sono nate ieri, hanno anni di storia alle spalle, di cultura del lavoro, dobbiamo tutelarle”.
Occhi puntati al 28 agosto, quando l’abolizione dell’Imu e il possibile aumento dell’Iva entreranno in Consiglio dei ministri.
Oggi siamo gravati da una mole immensa di tasse. Quella sugli edifici industriali è tra quelle ingiuste, non è possibile andare avanti così, non ce la facciamo più. Per cui si tenga in considerazione la dimensione degli edifici industriali, ma una riduzione, sia pure parziale, è necessaria.
Sull’Iva?
Più aumentiamo l’Iva, più diminuiscono i consumi. L’incremento si può e si deve evitare, perchè avrebbe un effetto decisamente recessivo.
Dove si trovano le coperture?
Sui tagli alla pubblica amministrazione. Basta studiare seriamente il problema, perchè le spese sono tante e tali che una soluzione è del tutto possibile.
Il decreto del Fare è stato forse un primo passo nella direzione da voi auspicata?
Il bonus fiscale per i mobili contenuto nel decreto del Fare è stata una delle cose assolutamente positive fatte da Enrico Letta. Abbiamo calcolato che gli effetti sulle vendite saranno di circa 1,2 miliardi di fatturato annuo.
Una misura da replicare nel 2014? Il premier lo ha indicato come l’anno della ripresa.
Assolutamente sì, speriamo che l’iniziativa abbia un bis. L’esecutivo si sta muovendo bene, per le imprese è fondamentale che prosegua nella sua azione. Abbiamo 2800 aziende associate: per tutte loro è importante che il governo prosegua nel suo lavoro. Abbiamo bisogno di tranquillità , di stabilità , non di lotte intestine.
Se Letta andasse avanti a settembre potrebbe essere presentato “Destinazione Italia”, un grande piano di attrazione di investimenti e di rilancio di quelli italiani.
Basterebbe una politica più seria per risultare maggiormente attrattivi per i capitali stranieri. Per quelli italiani la condizione fondamentale è che crescano i consumi, che ci siano più soldi a disposizione
Molti decidono di investire all’estero.
Dipende dal prodotto che fai. Nel nostro settore, per esempio, non puoi andare dappertutto. In molti paesi non c’è il know-how, la cultura e il tessuto imprenditoriali per un lavoro di qualità come lo facciamo da noi. Anzi, sento di tanti che hanno provato ad andare all’estero e stanno facendo ritorno.
Ma qui la situazione non è rosea.
Perchè dobbiamo sopperire ogni giorno all’assenza dello stato, che non tutela i nostri marchi, non spinge l’acceleratore sull’innovazione e non investe sui giovani. In questo la legge Fornero non ci ha di certo aiutati.
Pietro Salvatori
(da “L’Huffingtonpost”)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
IN CINQUE ANNI PERSI 2,6 PUNTI DI PIL IN LOMBARDIA E 11 IN SICILIA… IL RECORD DELL’EXPORT SARDO
La classifica non è per niente incoraggiante, perchè ci sono solo «segni meno». 
Eppure, anche questa volta, è la Lombardia la regione italiana in testa alla lista.
Il metro di misura è la doppia, grande, recessione italiana: quella iniziata nel 2008, sospesa con una breve pausa nel 2010, ritornata con la crisi del debito e ora, pare, agli sgoccioli.
Ebbene, nei sei anni «neri» dal 2008 al 2013 – includendo quindi le stime sull’anno in corso – il Pil italiano ha perso più dell’8 per cento, quello lombardo invece «solo» il 4 per cento circa. Insomma, più o meno la metà .
Questa volta, poi, non si tratta di una questione nordista. Ma di un’«eccezione» essenzialmente lombarda.
Perchè, sconfinando a ovest in Piemonte o a est in Veneto, il Pil sprofonda con tassi intorno alla doppia cifra, ben lontani dal calo più contenuto della Lombardia.
Secondo lo Svimez, infatti, il Prodotto interno lordo del Veneto è sceso dell’8,1% tra 2008 e 2012 e dovrebbe perdere un ulteriore 1,7% quest’anno.
Numeri simili in Piemonte: -8,4% nel lustro e -2,6% nel 2013.
Il calo del Pil piemontese previsto nel 2013 – appunto -2,6% – vale da solo tutta la diminuzione del reddito lombardo dal 2008 al 2012. Poi, quest’anno, lo Svimez stima per la regione «locomotiva d’Italia» un ulteriore calo dell’1,5%
Ma l’eccezione lombarda – intesa come una recessione sicuramente pesante ma meno forte che altrove – non si ferma ai dati sul Pil. E riguarda anche l’occupazione.
Come? La classifica questa volta è provinciale.
E in testa ci sono Lecco, Piacenza, Monza-Brianza e Milano: tre province lombarde su quattro, più una – Piacenza – a un tiro di schioppo da Pavia e Milano.
Secondo il sistema informativo Excelsior (Unioncamere e ministero del Lavoro) il saldo occupazionale nel 2013 – vale a dire la differenza tra entrate e uscite nel mondo del lavoro – dovrebbe essere negativo dello 0,9% a Lecco e Piacenza, dell’1% in Monza-Brianza e dell’1,1% a Milano. Sono dati negativi, ma del tipo «zero virgola» o giù di lì, in una classifica che non solo è tutta negativa, ma arriva fino al -5,2% di Ragusa e Nuoro e al -6,6% di Enna.
In mezzo, tra il quadrilatero quasi tutto lombardo e il «podio rovesciato insulare», ci sono tutte le altre province d’Italia, con una media del -2,2%
Eppure, le cose più o meno si capovolgono in un capitolo fondamentale dell’economia italiana: quello dell’export.
Considerando la crescita delle esportazioni nel 2012, in vetta alla classifica ci sono il Sud e le Isole (+7,8%), seguiti dal Centro (+6,3%), dal Nord Ovest (+3,5%) e, ultimo, dal Nord Est (+1,1%).
I dati, raccolti dalla Banca d’Italia, scendono poi nel dettaglio delle singole regioni. Certo, si tratta di variazioni e non del totale dell’export, ma colpisce comunque l’aumento del 21,5% delle vendite all’estero registrato dalla Sardegna, così come il +21,2% della Sicilia. Bene anche Umbria (+7,6%), Marche (+6%) e Lazio (+5,1%). «Benino» Liguria (+4,1%), Lombardia (+3,7%) e Piemonte (+2,9%) .
Ben più modesta, invece, la crescita dell’export veneto (+1,6%) e addirittura decisamente negativo il dato del Friuli-Venezia Giulia (-8,9%).
E adesso? Che cosa succederà nel 2014?
Qualcuno, come lo Svimez, ha cercato di fare un pronostico sul quadro dell’economia italiana nell’anno che, stando alle stime, dovrebbe essere quello della ripresa.
Il risultato? L’exploit delle esportazioni «sotto la linea gotica» dell’anno scorso non basterà al Centro-Sud per recuperare terreno nel divario con il Nord. Anzi.
Secondo le previsioni, nel 2014 il Pil crescerà dell’1% al Nord, dello 0,4% al Centro e di appena lo 0,1% al Sud.
Di nuovo, a guidare la classifica regionale è la Lombardia, ora in compagnia di Emilia Romagna e Friuli-Venezia Giulia: l’economia delle tre regioni dovrebbe crescere dell’1,2%.
Seguono Veneto (+1%) e Piemonte (+0,7%).
Ultime nella lista, e uniche con un tasso ancora negativo, sono Sardegna e Calabria (entrambe in calo dello 0,1%).
La Calabria, tra l’altro, è la regione che nel 2012 ha registrato il Prodotto interno lordo pro capite più basso d’Italia: 16.460 euro, meno della metà dei 33.443 euro della Lombardia.
Il divario, quindi, è destinato a crescere ancora. In tempi di recessione così come in tempi di crescita.
Giovanni Stringa
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile
DAL SOMMERSO COME AMMORTIZZATORE SOCIALE TEORIZZATO DA BERLUSCONI SIAMO PASSATI AL SOMMERSO COME REGOLA DI SOPRAVVIVENZA DI FASSINA
Per fortuna che questa volta, al posto di Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi, ci sono Fabrizio
Saccomanni ed Enrico Giovannini a gestire la politica economica e quella del lavoro.
Altrimenti non ci stupiremmo di leggere nei prossimi giorni circolari come quelle del 2009, che chiedevano esplicitamente agli ispettori del lavoro di ridurre i controlli nelle aziende perchè «la criticità del momento contingente rafforza la scelta di investire su di un’azione di vigilanza selettiva e qualitativa, diretta a limitare ostacoli al sistema produttivo ».
In altre parole, lo Stato che decide consapevolmente di abdicare dalla lotta all’evasione per garantire una sopravvivenza nell’ombra a molte piccole imprese che altrimenti sarebbero costrette a chiudere i battenti, gonfiando le file della disoccupazione.
È fin troppo ovvio che l’evasione fiscale garantisca in molti casi la sopravvivenza a imprese che non riescono a competere nella legalità e a lavoratori autonomi che, pagando le tasse, avrebbero redditi netti al di sotto di soglie di povertà , anche assoluta. Ma quel che Fassina non ha detto, ed è un’omissione grave da parte di un rappresentante del ministero delle Finanze, è che questa sopravvivenza è una forma di “mors tua vita mea”, è una scelta di politica economica che opera una selezione avversa nel nostro mondo delle imprese.
La sopravvivenza mediante evasione rende, infatti, ancora più insostenibile la pressione fiscale per le imprese che potrebbero, se meno tartassate, creare posti di lavoro e reddito, portandoci fuori dalla recessione.
L’economia sommersa, l’insieme di attività svolte senza pagare tasse e contributi sociali, conta tra un sesto e un quarto del nostro prodotto interno lordo, a seconda della stime.
Vi sono delle regioni, come la Calabria, dove secondo l’Agenzia delle Entrate fino al 94 per cento dell’imponibile Irap viene sottratto al fisco.
È una piaga nazionale, un fardello che pesa sulla parte più avanzata del nostro tessuto produttivo, localizzata soprattutto nel Nord del paese, costringendola a pagare anche le tasse degli altri (potrebbero essere di un quinto più basse se tutti le pagassero). Allontana la soluzione dei problemi del Mezzogiorno.
Perchè l’illegalità alimenta altra illegalità ben più grave: è proprio sullo smercio delle produzioni del sommerso economico che spesso vive e vegeta la criminalità organizzata, come ci ha spiegato con rara efficacia Roberto Saviano.
Il sommerso viene storicamente tollerato in Italia. Altrimenti non si spiegherebbe perchè sia sopravvissuto alle banche dati sempre più ricche su cui può contare l’attività ispettiva.
Non si spiegherebbe neanche il sovradimensionamento del lavoro autonomo in Italia, una condizione da cui è più facile evadere le tasse.
Si fanno relativamente pochi controlli sui posti di lavoro nonostante questi siano molto efficaci nell’identificare le aziende che non pagano tasse e contributi. Mediamente un controllo su due porta al riscontro di frodi fiscali o contributive e la base imponibile mediamente recuperata per ogni azienda ispezionata dagli Ispettorati del Lavoro, dall’Inps, dall’Inail e dall’Enpals è attorno ai 55.000 euro, ben di più di quanto costino unitariamente queste ispezioni.
Se ne fanno relativamente poche perchè sono molto impopolari fra i piccoli imprenditori e perchè si teme che la regolarizzazione imponga ad alcune aziende, soprattutto al Sud, di chiudere i battenti, mettendo sulla strada non pochi lavoratori.
È comprensibile che non si voglia forzare alla chiusura imprese in un momento come questo.
Ma perchè dobbiamo farne pagare lo scotto altra.le aziende, anche queste piccole per lo più, che sono in regola?
Non sarebbe meglio ridurre la pressione fiscale sul lavoro per tutte le imprese e, al tempo stesso, rafforzare i controlli?
La verità non detta da Fassina e da chi ieri lo ha applaudito è che chi oggi vuole abolire le tasse sulla casa, anzichè quelle sul lavoro, e vuole tollerare maggiormente l’evasione, ha scelto di far pagare di più le tasse a chi le ha sempre pagate.
È una scelta di politica economica conseguente, che ha accomunato i governi di centro-destra, che hanno in gran parte gestito la politica economica in Italia negli ultimi 15 anni.
Ieri abbiamo avuto da parte di un sottosegretario aspirante segretario del Pd, un sorprendente segnale di continuità con quelle politiche.
Se questo non è l’orientamento del governo nella sua collegialità , bene che dia un segnale ben diverso, con misure che rafforzino i controlli e, al tempo stesso, incoraggino l’emersione.
Ad esempio, un incentivo condizionato all’impiego, sotto forma di sussidio all’occupazione (anzichè alla disoccupazione) ocredito di imposta per chi non è incapiente, avrebbe proprio questa funzione.
Ridurrebbe il costo del lavoro e incentiverebbe l’emersione, condizione indispensabile per ricevere il contributo pubblico.
I costi di questo intervento sarebbero relativamente limitati e potrebbero essere coperti attingendo al bacino, mal speso, di fondi per le politiche attive del lavoro, tra cui rientrano anche le tante fallite (e ipocrite) misure per l’emersione varate in anni in cui si è concesso deliberatamente maggiore respiro all’evasione.
Tito Boeri
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Luglio 17th, 2013 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI 20 ANNI SI E’ PASSATI DA 18 A 108 MILIARDI DI EURO…MENO MALE CHE CON LA PALLA DEL FEDERALISMO SI SAREBBE MANTENUTA INALTERATA LA PRESSIONE FISCALE
Tasse locali alle stelle per far fronte alla spesa pubbilca raddoppiata. 
“Negli ultimi venti anni le imposte riconducibili a regioni e comuni sono aumentate da 18 a 108 miliardi di euro, con un eccezionale incremento di oltre il 500%“, afferma uno studio della Confcommercio in collaborazione con il Cer che analizza le dinamiche legate al federalismo fiscale a partire dal 1992, sottolineando che “la spesa corrente delle amministrazioni centrali (Stato e altri enti) è cresciuta intanto del 53%”.
La spesa di regioni, province e comuni — in particolare — è salita del 126% e quella degli enti previdenziali del 127%.
“Per fronteggiare questa dinamica — sottolinea il dossier — si è assistito ad una esplosione del gettito derivante dalle imposte (dirette e indirette) a livello locale con un aumento del 500% a cui si è associato il sostanziale raddoppio a livello centrale. Inoltre, nell’ultimo decennio, risulta quasi triplicata l’incidenza delle addizionali regionali e comunali sull’Irpef; rilevante, infine, la differenziazione delle singole regioni in base all’incidenza dalla tassazione locale: l’aliquota Irap per un’impresa della Campania è quasi il doppio di quella che deve pagare un’impresa di Bolzano”.
Per l’organizzazione dei commercianti dunque “uno degli obiettivi principali del federalismo fiscale, quello, cioè, di mantenere inalterata la pressione fiscale a carico dei contribuenti, è fallito rendendo, pertanto, sempre più necessario un maggiore coordinamento fra le politiche tributarie attuate ai diversi livelli di governo”.
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Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile
SARà€ ACCORPATA ALLA TARES E TOTALMENTE RIVISTA COSI’ NESSUNO CAPIRà€ SE PAGA PIÙ O MENO… L’IMPORTANTE E’ CHE BRUNETTA POSSA DIRE CHE L’IMU NON C’E’ PIU’
Aria fritta”. Così al Tesoro giudicano i vari scenari di riforma dell’Imu che giornalmente
vengono pubblicati dai giornali: sgravi di qua, stangata sui villini di là , abolizione completa alla Brunetta o rimodulazione alla Fassina.
Il ministero guidato da Fabrizio Saccomanni è invece assai più ambizioso e pensa di riuscire a svicolare tra i fronti contrapposti della sua maggioranza attraverso una riforma complessiva della tassazione locale che passa dunque per la cancellazione dell’Imu come pure della Tares, la nuova tariffa sui rifiuti e i servizi comunali che dovrebbe altrimenti funestare il dicembre degli italiani.
“È evidente che l’Imu non ci sarà più, è una tassa sbagliata, che deve essere superata con una nuova imposta sui servizi”, dice ad esempio Francesco Boccia (Pd), presidente della commissione Bilancio della Camera molto vicino al premier Enrico Letta.
Imu e Tares, spiegano fonti governative, si pagano entrambe in proporzione sulla casa (o il capannone) e quindi possono essere accorpate e rimodulate con l’effetto — non sgradevole — di ridurre gli adempimenti per il contribuente: “A quel punto — è la conclusione — ci saranno una decina di italiani in tutto capaci di fare i conti su quali categorie pagano di più o di meno rispetto a prima e tra quelli, per dire, non c’è Brunetta”.
La scappatoia di Letta e Saccomanni per evitare la crisi, insomma, per quanto razionale e con benefici effetti di sburocratizzazione, è una specie di gioco delle tre carte, un tentativo di buttare la palla in tribuna.
Non tutto, però, potrà rimanere nascosto dalle complicazioni tecniche.
Se infatti sarà parecchio difficile calcolare quanta parte della nuova imposta possa effettivamente essere attribuita alla componente Imu per ogni singola posizione, i grandi aggregati dovranno essere scritti nero su bianco nella relazione illustrativa e relative tabelle di bilancio: da lì si capirà subito se la nuova mega-tassa locale sarà o meno una fregatura.
Per capirci, da Imu e Tares quest’anno dovrebbero entrare senza modifiche circa 30 miliardi di euro: 22 più o meno dalla tassa sugli immobili, 8 dalla tariffa su rifiuti e servizi (quasi due miliardi in più, peraltro, rispetto agli esborsi del 2012 garantiti dalle vecchie tasse sui rifiuti).
Presentando la nuova tassa il governo dovrà indicare quanto dovranno tirar fuori complessivamente gli italiani e quanto, dunque, sarà l’eventuale taglio delle tasse locali: la prima casa, da sola, ne vale quattro, i capannoni almeno sei, gli aumenti della Tares — come detto — circa due, quantità che non possono certo essere nascoste sotto al tappeto.
Non solo, essendo tributi locali ogni diminuzione di gettito comporta una compensazione che lo Stato deve (o dovrebbe) ai Comuni: “L’esecutivo — mette le mani avanti il neopresidente dell’Anci, Piero Fassino — deve indicare di quali risorse disporranno i Comuni quest’anno e i prossimi, risorse che non potranno essere meno di quelle attuali e dovranno essere disponibili contestualmente al superamento dell’Imu”.
Per organizzare il gioco di prestigio, però, serve tempo e infatti ieri il governo ha cominciato improvvisamente a rinviare la scadenza della riforma: non più agosto, come prevede ad esempio il decreto che sospende la prima rata dell’Imu, ma l’autunno.
“Non è nè un capriccio nè un modo per rinviare — s’è difeso il ministro del Lavoro Enrico Giovannini — Le decisioni pluriennali vengono prese dal Parlamento con la legge di Stabilità . Questi sono i tempi in tutta la Ue, come definiti dal semestre europeo, e questi sono i tempi in cui il governo deciderà su Imu, aumento dell’Iva ed eventuale taglio del cuneo fiscale”.
La legge di stabilità , come la vecchia Finanziaria, arriva alle Camere in ottobre. Autunno appunto.
Entro agosto, invece, verranno definiti i criteri: roba generica, senza coperture, che può servire a tener buono il Pdl ancora qualche mese (e a settembre, per dire, ci saranno le elezioni tedesche).
Compito forse meno difficile di quanto sembri visto che il partito di Silvio Berlusconi continua a gingillarsi con gli attacchi al ministro Saccomanni — o all’innocuo vice Stefano Fassina (Pd) — e non pare aver compreso che il Tesoro organizza il gioco delle tre carte sull’Imu in accordo perfetto con Enrico Letta e nell’acquiescenza degli stessi ministri del Pdl.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia | Commenta »