Luglio 9th, 2013 Riccardo Fucile
MANCANO DUE GRADINI AL PRECIPIZIO, POI L’ITALIA DIVENTERA’ UN PAESE SUL QUALE NON CONVERRA’ PIU’ INVESTIRE… LA FOLLE DEMAGOGIA DI CHI VUOLE ELIMINARE L’IMU CI PORTERA’ ALLO SFASCIO
L’agenzia Usa, Standard & Poor’s, ha tagliato il rating dell’Italia a ‘BBB’ da ‘BBB+’ e le previsioni per il futuro son nere. L’outlook è negativo.
Nella scala dei valori delle agenzie di rating mancano due gradini dopo di che l’Italia diventerà un Paese sul quale non conviene più investire.
L’abbassamento del giudizio potrebbe avere un effetto negativo sullo spread.
Infatti più è basso il merito attribuito dagli analisti, più aumenta il rischio Paese e di conseguenza il rischio nel comprare i titoli di debito di quel Paese.
E in finanza non si scappa: chiedere in prestito soldi, costa di più a chi offre una minor certezza di restituirli.
“La situazione rimane complessa, l’Italia col debito così alto rimane un sorvegliato speciale”, ha commentato a caldo il presidente del Consiglio Enrico Letta durante la puntata di Ballarò.
A far cambiare idea a Standard&Poor’s sono le prospettive dell’Italia, in quanto l’economia quest’anno si contrarrà dell’1,9%.
S&P prevede un debito al 129% del Pil alla fine del 2013.
L’outlook negativo assegnato all’Italia da Standard & Poor’s “indica che c’è almeno una chance su tre che il rating possa essere ridotto ancora nel 2013 o nel 2014”.
Per l’anno in corso “gli obiettivi di bilancio sono potenzialmente a rischio per il differente approccio nella coalizione di governo” per coprire un disavanzo “frutto della sospensione dell’Imu e del possibile ritardo del pianificato aumento dell’Iva”.
I dati sulla ripresa non sono incoraggianti.
“L’azione di rating – spiega S&P – riflette la nostra visione di un ulteriore peggioramento dell’economia in Italia con le prospettive di crescita reale dell’ultimo decennio di meno dello 0,04% di media”.
Dura la reazione del Tesoro, secondo il quale, la scelta dell’agenzia Standard & Poor’s di abbassare il rating dell’Italia è una scelta già superata dai fatti, ha uno sguardo retrospettivo e non tiene conto delle misure più recenti prese dal governo.
Il verdetto tra le due opinioni arriverà domani dal mercato: se lo spread salirà avrà ragione S&P, diversamente l’ago della bilancia penderà dalla parte del Tesoro.
(da “La Repubblica“)
argomento: economia | Commenta »
Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
GLI ARTIGIANI VENETI: “LE GRIFFES PREFERISCONO I NOSTRI CONCORRENTI CINESI”
Dopo avere rispolverato la memoria a Patrizio Bertelli, amministratore delegato di Prada
sulle responsabilità dei marchi del lusso nel declino della Milano della moda, ecco la seconda tappa del Made in Italy: la Riviera del Brenta, tra Venezia e Padova, capitale della scarpe griffate.
Capitale ancora per poco se i nostri marchi continuano a cullarsi sulla convinzione che il mondo non si accorgerà mai del trucco sotto il tacco marchiato Made in Italy.
Oggi l’export del prodotto di lusso regge bene alla crisi soprattutto grazie ai mercati emergenti. Basterebbe un po’ di lungimiranza per prevedere che i russi e i cinesi con i portafogli griffati non acquisteranno più il Made in Italy quando scopriranno che stanno pagando per una scritta esclusiva che mente sull’origine della produzione artigianale.
La norma sull’etichettatura europea infatti consente di realizzare all’estero le parti più importanti di qualunque prodotto manifatturiero e le nostre marche prediligono l’Europa dell’est e l’Asia grazie ai bassi costi della manodopera.
Anche molte delle griffes francesi si spingono in Serbia, Romania, Cina e Indonesia per poi assemblare nella Riviera del Brenta le parti realizzate all’estero.
La legge truffa lo consente.
Alle griffes francesi conviene. I loro marchi del lusso, dopo avere comprato gli italiani Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi e via dicendo, producono soprattutto in quei distretti italiani dell’artigianato che ancora godono di prestigio.
Il discredito che potrebbe colpire quei distretti può penalizzare soltanto il brand più prezioso: il nostro Made in Italy.
I politici di casa nostra non hanno difeso l’esclusività della nostra manifattura artigianale quando hanno approvato regolamenti europei sull’etichettatura che consentono di marchiare Made in Italy prodotti realizzati in gran parte all’estero. Sono i responsabili della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro della piccola e media impresa in favore di quella grande che ha ridotto i costi.
«I dati parlano chiaro», sostiene Matteo Ribon della Cna Federmoda Veneto «il fatturato del settore è lo stesso da dieci anni e la produzione si aggira sempre intorno ai 20 milioni di scarpe l’anno quindi è evidente che a perderci sono gli Italiani, in particolare gli artigiani annientati dalla doppia concorrenza: quella straniera causata dalla delocalizzazione e quella dei Cinesi che lavorano qui nel distretto».
Nel settore pelli calzature dal 2001 al 2012 le imprese individuali cinesi sono aumentate da 30 a 205 mentre hanno chiuso bottega 90 imprese artigiane italiane.
I Cinesi hanno sostituito gli Italiani a colpi di concorrenza sleale. Illegalità , sfruttamento della manodopera (spesso in nero) sono alla base di un’inesorabile avanzata dei laboratori cinesi in tutti i distretti del Made in Italy.
La statistica smentisce impietosamente l’ipocrisia dei committenti italiani che fingono di non sapere perchè i terzisti cinesi ai quali affidano la propria merce sono così rapidi, flessibili e concorrenziali.
Tutte (proprio tutte) le volte che le forze dell’ordine si ricordano di effettuare un controllo nelle aziende “artigianali” cinesi, riscontrano almeno una delle seguenti irregolarità : impiego della manodopera in nero, riduzione in schiavitù di clandestini, violazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori, evasione contributiva e ovviamente fiscale.
Avere sempre una mazzetta di soldi in nero sotto il bancone è particolarmente utile.
Le griffes delle scarpe sono state le prime in Italia ad arruolare direttamente terzisti cinesi. Ma non vedono, non sentono e non parlano.
Però pagano a prezzo scontato le tomaie, che è poi la parte più artigianale della scarpa. Mentre i prezzi delle loro pregiate scarpe Made in Italy non sono affatto diminuiti. Sono invece drasticamente crollati i posti di lavoro per gli artigiani italiani.
L’Associazione tomaifici terzisti veneti presieduta dall’artigiano Federico Barison riunisce una quarantina di terzisti stanchi di aspettare che i politici regionali, la magistratura e le forze dell’ordine si accorgano della nuova “mala” del Brenta.
Un esposto arrivato un anno fa alla Procura della Repubblica di Venezia non ha modificato lo scenario.
Un paio di controlli e tutto è rientrato. Stranamente i controlli sono invece aumentati nei confronti degli associati.
Matteo Ribon della Cna denuncia: «Quest’anno ci sono 250 dipendenti di tomaifici e terzisti in cassa integrazione e venti aziende sono a rischio chiusura. Ovviamente solo italiane. Non mi risulta che quelle cinesi facciano richiesta di cassa integrazione».
Nel video registrato con camera nascosta si vedono numerosi operai cinesi intenti a cucire tomaie in un laboratorio della Riviera.
Da una verifica è poi risultato che il titolare cinese aveva registrato presso l’ufficio preposto soltanto due dipendenti.
Gli altri lavoravano in nero e non è dato sapere se fossero anche clandestini. L’imprenditore cinese cuciva tomaie a metà prezzo per una nota marca italiana che qualche mese prima l’aveva preferito all’artigiano italiano, che in mancanza di lavoro è stato costretto a mettere in cassa integrazione le sue operaie. Un altro costo per la collettività .
Finchè non si applicheranno severe sanzioni anche contro i committenti e finchè non si farà una norma che disponga la distruzione della merce pregiata trovata nei laboratori irregolari non cambierà niente.
Il prestigio del Made in Italy resiste finchè i panni sporchi continuano a essere lavati in famiglia. Denunciare è l’unica arma rimasta in mano agli artigiani.
Alle griffes per ora sta andando di lusso perchè i cinesi (ricchi) non si sono accorti che potrebbero fare già tutto in casa, arruolando quelli (poveri), soprattutto gli emigrati in Italia per lo più illegalmente.
Hanno goduto di dieci anni di impunità per trasformarsi in abili esecutori dell’eccellenza artigianale.
Le stesse griffes hanno delocalizzato parte della produzione in Cina esportando le nostre preziose competenze su materiali, macchinari e tecniche di manifattura. Proprio dei maestri.
Sabrina Giannini
argomento: economia | Commenta »
Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
UNIONCAMERE: CONSUMI GIU’, PRODUTTORI AL PALO
Trentacinque fallimenti al giorno. 
Ogni due ore in Italia muoiono 3 imprese: 5.334, per la precisione, nei primi cinque mesi dell’anno.
Duecentottantaquattro in più (+5,6%) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
La fotografia che scatta Unioncamere nel suo ultimo rapporto sulla crisi italiana, che la Stampa è in grado di anticipare, è impietoso.
E’ la rappresentazione esatta di quel baratro di fronte al quale ci troviamo da mesi, o se vogliamo l’ultimo fotogramma del film della caduta senza fine della nostra economia: sono i numeri che fanno disperare le nostre imprese e vivere nell’inquietudine il governo.
Oltre ai fallimenti crescono anche le domande di concordato, addirittura triplicate rispetto al 2012: passate da 539 a 904 casi (+68%).
In alcuni casi si tratta di un modo per procrastinare situazioni già molto compromesse, in molti altri è invece la via breve per serrare i cordoni della borsa e liberarsi (per un po’) di tanti creditori.
Nessuno paga più
Le imprese muoiono perchè i consumi continuano a scendere, perchè non riescono o non possono agganciarsi al treno dell’export, perchè i costi sono troppo alti.
Ma anche perchè, spiega Unioncamere, i clienti, spesso altre aziende, non pagano. Insomma si fallisce – e pure tanto – non solo per debiti ma anche per crediti non riscossi.
Non solo dallo Stato, che in queste settimane poco alla volta ha iniziato a pagare i suoi primi 20 miliardi di arretrati, ma dai privati.
Manifattura al capolinea
I settori più colpiti sono le attività manifatturiere (1131 fallimenti), le costruzioni (1.138) e il commercio, sia al dettaglio che all’ingrosso (1.203).
Ma anche le attività immobiliari non se la passano bene con un aumento del 117,4% delle istanze (salite da 135 a 250).
Idem le attività di trasporto e magazzinaggio: +49,5% (da 93 a 281 fallimenti). A fallire sono soprattutto i costruttori edili (680, +67,1%), e le aziende che effettuano lavori di costruzione specialistici (413, +70%).
A ruota seguono le attività immobiliari ed i trasportatori (202, +75,7%), ma soffrono anche i ristoratori (202 fallimenti) e ed i fabbricanti di mobili (113 procedure, +91,5%).
Le difficoltà del settore edili ed immobiliare sono fotografate bene anche dall’impennata delle domande di concordato arrivate da questo comparto: +277,3% per le attività immobiliari, +141,7% per le costruzioni. Boom anche nel settore delle industrie alimentari (+222,2% a quota 29) e nel commercio all’ingrosso, +145,5% a quota 108.
Il Ko da Nord a Sud
E’ Milano la città che conquista il primato in questa per nulla entusiasmante graduatoria con circa il 10% di tutti i fallimenti, 525 nei primi 5 mesi del 2013, uno in più del 2012; seguono Roma (466), Napoli (217), Torino (209) e Brescia (143) come Firenze.
A livello regionale il record spetta pertanto alla Lombardia (1211 fallimenti, +95), seguita da Lazio (595, +11,4%) e Veneto (454, +11,5%).
Mentre sono Toscana (+38,2% a quota 441), Calabria (153, +24,4%) ed Emilia Romagna (+15,1% a quota 428) a segnare i rialzi più forti, segno che la crisi sta penetrando in profondità ovunque nel Paese e non risparmia nemmeno le aree (Emilia, Toscana e Veneto) tradizionalmente più dinamiche ed attrezzate per far fronte alle tempeste dei mercati.
È il segno che il male è ormai diffuso in tutto il corpo del Paese, e che la cura deve essere rapida. E soprattutto molto forte.
Paolo Baroni
argomento: economia | Commenta »
Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
“LE RIFORME NON SI STANNO FACENDO ANCHE PER COLPA DEI CINQUESTELLE CHE RIFIUTANO TUTTO E TUTTI”
Il co-leader del Movimento Cinque Stelle Gianroberto Casaleggio torna in Veneto per incontrare gli imprenditori, così come fece insieme a Beppe Grillo durante la campagna elettorale.
Riuscendo a raccogliere numerosi consensi ed adesioni.
Oggi sarà a Castelbrando, a pochi chilometri da Treviso, ospite della Confapri, associazione di piccoli e medi imprenditori con la quale il legame è ormai solido.
Non sarà solo: con lui, tra gli altri, i sindaci Federico Pizzarotti, Flavio Tosi e Giovanni Manildo. Il tema, ovviamente, è l’economia: come farla ripartire?
Ma l’aria intorno al M5S, da queste parti, è un po’ cambiata.
Sensazione confermata dall’esito delle scorse amministrative: a Treviso, per dire, i Cinque Stelle sono passati dal 24 per cento di febbraio al 6,8 del giugno scorso.
Il vicentino Giuseppe Sbalchiero da due anni è a capo della Confartigianato Veneto, che conta 60mila associati.
Come molti dei suoi colleghi aveva votato il M5S alle politiche.
Oggi rifarebbe quella scelta?
«Innanzitutto bisogna dire perchè in tantissimi, tra i nostri associati e non, diedero il loro voto a Beppe Grillo. Cioè per dare un segnale forte a centrodestra e centrosinistra, per dirgli “guardate che la nostra pazienza sta finendo, datevi una mossa”. Dopo anni in cui il 70-80 per cento della nostra categoria aveva premiato Pdl e Lega».
Il risultato qual è stato?
«Che il M5S ha scelto la via del rifiutare tutto e tutti. Le riforme non si stanno facendo anche per colpa di questo atteggiamento. Il voto di protesta si è rivelato fine a se stesso, quindi inutile».
Quindi la fiducia in Grillo è già finita? Il vostro non era un voto di adesione ma solo un segnale?
«In alcuni casi c’è ancora chi crede in lui. Ma tutti i voti presi a febbraio oggi come oggi sono una chimera. Il fenomeno si è ridotto di molto. E sa chi se ne avvantaggerà ? L’astensionismo. La totale sfiducia ».
Padroncini e operai, nelle vostre fabbriche, si erano ritrovati a votare M5S. I lavoratori la pensano come voi su Grillo? Stessa delusione?
«A dire il vero erano anni che accadeva la stessa cosa, questa comunanza tra piccoli imprenditori e collaboratori, magari votando Lega. La quale doveva portare il federalismo, e invece niente. Ora è toccato a Grillo, e ancora niente. C’è una sensazione di rifiuto molto diffusa».
Domani (oggi, ndr) sarà all’incontro con Casaleggio?
«Ho altri impegni. La dialettica resta comunque utile, ci mancherebbe.Il fatto è che si parla troppo, magari».
E il governo di larghe intese come vi sembra?
«Stiamo ancora aspettando che cominci a governare. Che si tagli la spesa pubblica inutile e la burocrazia. E si dia il via alle riforme. Altrimenti succede che si tornerà a votare con questa stessa legge. Metà cittadini non ci andranno nemmeno. E l’altra metà decreterà ancora una volta il totale immobilismo».
Matteo Pucciarelli
argomento: economia, Grillo, Lavoro | Commenta »
Luglio 4th, 2013 Riccardo Fucile
IL FMI BOCCIA L’IPOTESI ABOLIZIONE… “DISOCCUPAZIONE GIOVANILE A LIVELLI INACCETTABILI”
«L’imposta sulla prima casa andrebbe mantenuta». La sentenza inappellabile di Kenneth Kang,
assistant director del dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale.
Secondo Kang l’Italia dovrebbe «rivedere il sistema catastale per andare nella direzione di un sistema più equo e giusto. Per questo incoraggio il governo a tale riforma».
«TERREMO CONTO»
«E’ una questione che stiamo valutando. Certamente terremo conto dell’opinione del Fmi. Ma l’obiettivo è trovare un consenso all’interno della coalizione», ha subito replicato il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni.
Il titolare del Tesoro ha chiarito che la missione del Fondo monetario internazionale «riconosce comunque i punti di forza dell’economia italiana nell’aver realizzato progressi significativi nel consolidamento fiscale, nella gestione della riforma delle pensioni e in altri campi come la solidità del sistema bancario».
LE STIME
«La crisi non è scongiurata del tutto e la disoccupazione resta ad un livello inaccettabile. Il percorso delle riforme deve avere la prioroità¡ per creare crescita e lavoro», ha aggiunto Aasim Husain del Fmi al termine della missione italiana. «I segni di stabilizzazione dell’economia ci sono ma gli investimenti e occupazione restano deboli. Nel 2013 stimiamo che il pil chiuda a -1,8». E ha alzato quelle per il 2014 dal +0,5% al +0,7%.
IL RAPPORTO
Nel testo si legge che la necessità di «un ribilanciamento del risanamento fiscale è assolutamente necessario per sostenere la crescita».
È necessario «modificare la composizione del risanamento attraverso tagli di spesa e minori tasse». Un efficace pagamento dei debiti della pubblica amministrazione «può ridurre le difficoltà del credito delle aziende».
LA DISOCCUPAZIONE
«Il livello di disoccupazione giovanile in Italia è inaccettabile», ha poi rilevato il fondo monetario. Che ha elaborato la sua ricetta, secondo la quale ci si dovrebbe «indirizzare verso un contratto unico, più flessibile per i nuovi lavoratori che gradualmente aumenta la protezione del posto di lavoro all’aumentare dell’età potrebbe ridurre il costo delle nuove assunzioni e sostenere l’apprendistato». Nell’Article IV si sottolinea che «incoraggiare aziende e lavoratori alla contrattazione di secondo livello consentirebbe di unire in modo migliore stipendi e produttività ».
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: economia, Europa | Commenta »
Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
PERSO IL 15% DELLA BASE PRODUTTIVA: 55 MILA AZIENDE , 539 MILA POSTI, UN QUARTO DELLA PRODUZIONE. DAL 2008, PIL GIÙ DELL’8,6%
La ripresa. Oramai è un essere mitologico il cui avvistamento è predetto di sei mesi in sei mesi da governi e economisti. 
Basta poco ad eccitare gli animi: ora c’è una tenuta della produzione industriale a giugno (-0,1%) a far sperare gli ottimisti, che però dimenticano che quel dato è su base mensile, mentre rispetto a un anno fa il calo è del 2%.
“Non sappiamo se siamo alla fine della caduta o all’inizio di una ripresa”, diceva ieri Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma.
Che succede, però, mentre aspettiamo l’unicorno del rilancio?
Il nostro sistema manifatturiero — il secondo in Europa, il settimo nel mondo, con una quota di oltre il 3% sul commercio mondiale — chiude o perde pezzi o finisce in mani straniere (il che vuol dire che gli utili che produrrà emigreranno nel paese di residenza dei nuovi proprietari): quando e se la domanda ripartirà , in altre parole, non saremo in grado di cavalcarla.
La fotografia l’ha fatta qualche settimana fa il Centro studi di Confindustria e non è piacevole: tra il 2009 e il 2012 è andato distrutto oltre il 15% della base produttiva industriale; nello stesso lasso di tempo sono sparite 55mila aziende, una quarantina al giorno; tra il 2008 e il 2012 i posti di lavoro persi nel solo manifatturiero ammontano a 539mila “e si tratta di un bilancio provvisorio perchè questa crisi non è ancora finita”, dice il vicepresidente di Confindustria Fulvio Conti.
Anche perchè, la stretta del credito sta ormai uccidendo persino le aziende sane, quelle che anche ora farebbero utili.
In generale, sempre secondo le stime del Csc, la produzione industriale italiana nei primi tre mesi del 2013 risultava di quasi il 25% più bassa rispetto a quella del 2008 (prima dell’inizio della crisi), il Prodotto interno lordo era invece inferiore del-l’8,6% a paragone di quello di cinque anni fa, mentre la disoccupazione — come rivelato dall’Istat — ha raggiunto ormai il record da quando esistono le rivelazioni trimestrali (1977): tasso al 12,2%, oltre tre milioni di persone a spasso, il 38,5% nella fascia d’età 15-24.
Com’è chiaro tanto dai dati quanto dall’opinione degli interessati, questa è una crisi di domanda.
Nelle ultime interviste semestrali che la Bce ha fatto alle imprese, la principale preoccupazione degli operatori risulta essere la ricerca di clienti: non la burocrazia e nemmeno la detassazione delle assunzioni, ma trovare a chi vendere.
In Italia, per dire, nel 2012 i consumi finali delle famiglie sono calati del 4,3% (e soprattutto nell’acquisto di beni), gli investimenti fissi lordi sono scesi addirittura dell’8% penalizzando particolarmente mezzi di trasporto, macchinari, attrezzature e costruzioni , l’ossatura del nostro sistema produttivo.
Ovviamente questi numeri hanno effetti anche sulle finanze pubbliche.
Per due motivi: da un lato i numeri del bilancio — ad esempio deficit e debito — vengono misurati non tanto in sè, quanto proprio in rapporto al Pil, dall’altro meno ricchezza prodotta significa minori entrate per le casse dello Stato (“il gettito Iva ha avuto un calo indecoroso”, secondo la direttrice del Dipartimento delle Finanze del Tesoro).
E così i vari governi si trovano costretti ad ulteriori manovre correttive di tagli e/o tasse che hanno l’effetto di deprimere ulteriormente l’economia: è tanto vero che secondo il Fondo monetario internazionale il vero punto di equilibrio per il rapporto deficit/Pil italiano arriverà a metà del prossimo decennio.
I bilanci pubblici insomma — come ha spiegato ieri anche il sito del Sole 24 Ore con un articolo di Vito Lops — sono le vittime di una crisi che inizia nel settore privato con un’esplosione del debito estero nei paesi periferici, inondati nel decennio scorso dai capitali degli stati del nord (Germania in testa) liberati dal rischio di cambio dall’unione monetaria.
Quando la bomba esplode, viene richiesto l’immediato rientro di quei debiti ed è a questo punto che la faccenda si scarica — attraverso, ad esempio, salvataggi bancari, spesa sociale che sale e Pil che decresce — anche sulle finanze pubbliche.
A questo punto, in Europa, arrivano a finire il lavoro i rigidi vincoli di bilancio europei, sostanzialmente quelli imposti dai paesi creditori ai paesi debitori : pareggio di bilancio, rapida riduzione del debito pubblico.
Questo significa che l’unico soggetto in grado di rilanciare la domanda durante una recessione, lo Stato, non può farlo: prova ne sia che negli anni di crisi (2008-2012) la spesa pubblica per investimenti — quella che più incide su domanda e Pil — è calata addirittura del 35% divenendo in sostanza irrilevante.
Però, dice il ministro, tra qualche mese arriverà la ripresa.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia, Lavoro | Commenta »
Giugno 29th, 2013 Riccardo Fucile
CONTRIBUENTI E CONTI IN BANCA SCHEDATI FINO ALL’ULTIMO EURO, EPPURE IL FISCO RIPESCA SOLO IL 4% DEI SOLDI EVASI
Attilio Befera, “Artiglio” per chi gli rimprovera un supposto eccesso di severità nella gestione della macchina fiscale italiana, ha fatto un sogno.
Il grande capo dell’Agenzia delle entrate e di Equitalia, il suo braccio armato per la riscossione delle tasse, vorrebbe mettere le mani su Palantir, un software di analisi dei big data messo a punto tre anni fa negli Stati Uniti, sviluppato da un fondo di investimento della Cia e oggi adottato in Italia dai Carabinieri del Ros, il Raggruppamento operativo speciale.
Del misterioso Palantir, capace di incrociare una quantità illimitata di dati, utilizzando algoritmi di ultima generazione per scoprire relazioni invisibili, si parlò quando Osama Bin Laden registrò un video davanti a uno scorcio montagnoso sul quale una manciata di minuti dopo piombò una raffica di missili, che non lo centrò in pieno solo perchè nel frattempo si era spostato in tutta fretta.
Se con Palantir l’allora leader di Al Qaeda ha rischiato la pelle, gli evasori fiscali italiani potrebbero continuare a dormire tra due guanciali.
Non tanto perchè il sistema made in Usa non ha proprio le caratteristiche adatte per la caccia ai furbetti delle dichiarazioni dei redditi, come assicura chi ha avuto modo di prendere parte a una delle riservatissime presentazioni organizzate in Italia.
Quanto perchè l’evasione-monstre del nostro Paese, pur essendo una delle principali cause dei conti pubblici che non tornano mai, e di una pressione fiscale effettiva ormai schizzata per i contribuenti onesti a quota 53 per cento, oggi come ieri non è quasi mai stata affrontata davvero come un’emergenza nazionale.
Befera c’entra poco e niente: è un grand commis e non va dove lo porta il cuore, ma dove gli chiede il governo di turno.
Che non ha mai voglia di regalare alle forze di opposizione una formidabile quota di consenso elettorale.
E, come ebbe a ricordare quel galantuomo dell’allora numero uno della Confcommercio, Sergio Billè, prima di finire agli arresti domiciliari e poi beccarsi una condanna a tre anni per corruzione, il mondo del lavoro autonomo e della piccola impresa vale qualcosa come dieci o dodici milioni di voti.
Chi non ne intercetta almeno una fetta si può scordare di vincere le elezioni.
NEL BUNKER SOTTERRANEO
Palantir potrebbe rivelarsi insomma l’ennesima presa in giro.
Che la (mancata) lotta all’evasione sia un problema di volontà politica e non di strumenti operativi è più di un sospetto per chiunque abbia avuto l’opportunità di visitare, all’estrema periferia di Roma, dalle parti della via Laurentina, il blindatissimo quartier generale della Sogei, la società di informatica del fisco italiano, collegata a 300 diverse banche dati (dall’anagrafe tributaria al registro navale), a loro volta alimentate da qualcosa come diecimila enti pubblici.
Nove ettari, circondati da un muro grigio di cemento armato, dove lavorano 1.900 dipendenti, la metà ingegneri, fisici, matematici e biologi, alcuni dei quali dotati del nulla osta di segretezza, una sorta di certificato rilasciato dalle autorità e necessario a chi per lavoro maneggia informazioni particolarmente sensibili.
Sotto terra c’è un bunker di quattromila metri quadrati, al quale chi è autorizzato può accedere solo dopo la verifica delle impronte digitali.
Dentro non si incontra anima viva. In compenso ci sono, ben allineati, 1.500 server, con una potenza di fuoco di un milione di miliardi di byte, tenuti al fresco da un sistema di tubature sotterranee che convoglia acqua a sei gradi di temperatura.
Il tutto è a prova di attentato o di terremoto: un collegamento dedicato lungo cento chilometri trasferisce in tempo reale la massa di dati in un sito militarizzato che si trova poco fuori dai confini del Lazio, all’interno di una caserma della Guardia di Finanza.
SERPICO
Il riassunto delle informazioni di interesse fiscale di ciascun contribuente è contenuto in un sistema denominato Serpico, come il famoso poliziotto newyorkese interpretato da Al Pacino (in realtà è l’acronimo di Servizi per i contribuenti), in grado di processare 24.200 informazioni al secondo.
Basta digitare un codice fiscale e salta fuori tutto ciò che riguarda la persona e anche il suo nucleo familiare: quanto dichiara di guadagnare, qual è il suo patrimonio immobiliare, le bollette delle utenze domestiche, le macchine e le motociclette che tiene in garage, le polizze assicurative, le eventuali iscrizioni a palestre e centri sportivi e le spese sopra i 3 mila euro (3.600 con l’Iva).
Non solo.
Da lunedì 24 giugno ci saranno tutti i dati sui rapporti bancari e finanziari (entro il 31 ottobre aziende di credito e intermediari dovranno trasmettere quelli del 2011): saldi finali e iniziali e somma dei movimenti su conti correnti, conti di deposito, gestioni patrimoniali, fondi comuni, derivati, fondi pensione, gli estratti conto delle carte di credito e perfino gli accessi alle cassette di sicurezza.
Mettendosi davanti a un computer e analizzando questi flussi di denaro gli 007 del fisco potranno compilare delle liste di contribuenti a rischio, sui quali accendere un faro.
Lotta dura agli evasori, finalmente? Martedì 25 giugno, a “Porta a porta”, Befera c’è andato più che con i piedi di piombo.
Parlando di misura straordinaria. E addirittura auspicando un ritorno alla normalità .
In realtà , Serpico non ha neanche bisogno di essere interrogato: è lui stesso ad avvertire gli ispettori quando si imbatte in un contribuente che dichiara un reddito incompatibile con il suo tenore di vita.
Insomma, un vero Grande Fratello, cui non sfugge davvero nulla.
Eppure abbiamo un’evasione fiscale che nessuno sa davvero quanto sia grande, il che la dice lunga.
Ma che stime come quelle del britannico Richard Murphy, inserito da “International Tax Review” nell’elenco delle cinquanta persone più influenti al mondo in materia di fisco e fondatore di Tax Justice Network, collocano intorno a quota 180 miliardi di euro l’anno.
LA SOGEI COME LA NASA
Una cifra rispetto alla quale, secondo l’Agenzia delle entrate, nel 2011 sarebbero stati recuperati 12,7 miliardi.
Già così sarebbe un po’ poco. Ma non è neanche vero.
Perchè 5,5 miliardi vengono da dichiarazioni presentate, ma le cui imposte non sono state poi versate.
Il recupero di evasione attraverso accertamento si ferma a 7,2 miliardi e cioè al 4 per cento tondo del totale.
Briciole: secondo l’Ocse, su questo fronte facciamo peggio solo di Turchia e Messico. Equitalia, si è scoperto nei giorni scorsi, dovrebbe riscuotere 545 miliardi, che in parte risalgono addirittura al Duemila.
Una cifra virtuale, dato che molti dei contribuenti iscritti ai ruoli risulteranno oggi insolventi o addirittura già falliti.
Una macchina fiscale faraonica, all’avanguardia tecnologica, dunque, per un risultato davvero misero.
Delle due l’una: o la visita guidata che fa apparire la sede della Sogei come il quartier generale della Nasa è una sceneggiata ben costruita, oppure quando suona il campanello d’allarme di Serpico all’Agenzia delle entrate, alla quale vengono girate tutte le segnalazioni, si tappano per bene occhi e orecchie.
La storia che è montata negli ultimi mesi intorno alla revisione del cosiddetto redditometro suggerisce che sia senz’altro buona la seconda ipotesi.
Il nuovo strumento, come già il vecchio, è stato concepito per mettere a confronto entrate e uscite dei contribuenti, allo scopo di individuare quelli sospetti e dunque meritevoli di un approfondimento.
Nella nuova versione nella valutazione del tenore di vita sarebbero dovute entrare, oltre alle spese certe, come per esempio l’acquisto di un’automobile, anche quelle presunte, calcolate sulla base di griglie di dati Istat tarate sulle caratteristiche del contribuente (dalla professione alla composizione del nucleo familiare, fino alla dimensione del comune di residenza). Spese stimate, dunque, attribuite salvo prova contraria.
IL REDDITOMETRO
Befera ha annunciato che il nuovo redditometro era pronto proprio nel pieno della campagna elettorale per le ultime elezioni politiche.
Con ciò dimostrandosi molto ingenuo o molto furbo. Già , perchè non ci voleva un veggente per immaginare che sarebbe scoppiato il finimondo. Come infatti è regolarmente successo.
Monti, all’epoca premier, ha subito parlato di bomba a orologeria piazzata sotto palazzo Chigi dal suo predecessore.
Silvio Berlusconi si è affannato a negare ogni paternità del nuovo strumento di indagine fiscale, dal quale lesto ha preso le distanze.
Prontamente imitato dall’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
Per non parlare di Beppe Grillo, che ha incitato le sue folle a dare direttamente fuoco a Equitalia.
Alla fine, il nuovo redditometro è stato di fatto neutralizzato.
Prima è arrivata una franchigia di 12 mila euro. Se lo scostamento tra dichiarazione e consumi è al di sotto di quella soglia, allora non se ne fa niente: mille euro tondi al mese di sospetta evasione passano in cavalleria.
Poi è stata introdotta una nuova barriera: perchè il redditometro possa entrare in funzione, lo scostamento tra entrate e uscite deve risultare superiore al 20 per cento (ma pare che agli ispettori sia stato chiesto di intervenire solo davanti a una forchetta ben più ampia di quella fissata ufficialmente).
Quindi è stata praticamente cancellata la novità delle griglie dell’Istat per pesare presuntivamente i consumi, che entrerebbero in ballo solo in un secondo tempo dell’eventuale accertamento e alle quali il contribuente potrebbe opporsi dimostrando di avere abitudini o caratteristiche particolari (e vai a sapere se chi porta a spasso, e non per scelta, una zucca pelata potrà contestare la spesa per il barbiere).
Infine, l’Agenzia delle entrate ha annunciato che il suo nuovo strumento di punta per la lotta all’evasione verrà utilizzato in non più di 35 mila casi.
Una scelta più che eloquente, se si pensa che lo scorso novembre Befera aveva parlato di 4,3 milioni di nuclei familiari, in pratica uno su cinque, che vive in un modo incompatibile con quanto dichiarato al fisco.
La caccia grossa punterebbe dunque su un po’ meno di un evasore per ogni cento sospettati (35.000 su 4.300.000 fa lo 0,8 per cento).
Una piroetta che non è sfuggita ai magistrati contabili: «Decisioni ondivaghe e contrastanti», hanno scritto a maggio gli uomini della corte dei Conti.
Anche perchè l’operazione di sabotaggio al redditometro è solo l’ultimo di una serie di favori elargiti a piene mani dalla politica al popolo degli evasori (vedere il box a pagina 32)
PRIMATO EUROPEO NEL LUSS
L’Italia non è un Paese povero, ma un povero Paese, per dirla con Charles De Gaulle. Abbiamo l’1 per cento della popolazione mondiale e il 5,7 per cento del totale della ricchezza netta planetaria.
Un recente studio della Bundesbank dice che il patrimonio medio delle famiglie italiane (163.900 euro) è più del triplo di quelle tedesche (51.400).
Secondo la Banca d’Italia, che ha valutato la ricchezza dei nuclei familiari a fine 2011 in 8.619 miliardi di euro, siamo nei primi 20 posti (su 200) nella graduatoria mondiale in termini di ricchezza netta pro capite.
Per gli analisti del Crèdit Suisse, gli italiani con oltre un milione di dollari (prima casa inclusa) sono un milione e 400 mila.
L’Associazione italiana private banking conta 606 mila nuclei familiari con oltre 500 mila euro (immobili esclusi).
E il mercato nazionale dei beni di lusso valeva, nel 2012, 15 miliardi. Risultando così, secondo l’Eurispes, il primo in Europa.
Però l’80 per cento (il 96 al Sud) di coloro che presentano la dichiarazione Isee per l’accesso a prestazioni o servizi sociali è pronto a giurare di non avere neanche un conto corrente o un libretto di risparmio.
Dev’essere proprio che i soldi li tengono sotto il materasso
Certo: una cosa è il patrimonio; un’altra il reddito. Un poveraccio può anche ereditare dalla nonna un comò stipato di sterline d’oro e diventare ricco d’improvviso.
Ma non capita poi così spesso.
Tra le due grandezze c’è una qualche relazione. I dati Ocse raccolti a palazzo Koch dicono che alla fine del 2011 in Italia la ricchezza nazionale media era pari a otto volte il reddito disponibile lordo delle famiglie. Strano: negli Stati Uniti, per esempio, il rapporto è 5,3. Qualcosa non torna
E quel qualcosa è proprio l’evasione fiscale.
Un fenomeno massiccio, ma dai contorni sfocati: a differenza che in Inghilterra, dove viene calcolata ogni anno fino all’ultimo penny, da noi non esistono dati ufficiali. Così, bisogna affidarsi alle elaborazioni dei centri studi. I numeri di Tax Research UK parlano chiaro.
Dicono che in Italia si registra un’evasione pari al 27 per cento del gettito complessivo (e che da sola vale più di un quinto del totale europeo), mentre la Germania sta a quota 16 per cento e la Francia al 15.
La Confcommercio stima il fenomeno in 154 miliardi; la Confindustria in 124,5. Difficile dire chi abbia ragione.
L’unica cosa certa è che siamo a livelli tali da consentire la realizzazione di un vero e proprio miracolo come quello del 2009 (ultimo dato disponibile), quando gli italiani hanno speso 918,6 miliardi dopo averne dichiarati 783,2 (lordi, per giunta). E chissà da dove è arrivata la differenza.
IL SEGRETO DI PULCINELLA
L’analisi delle dichiarazioni per classi di reddito fotografa un Paese di morti di fame. Il 27 per cento dei 41 milioni di contribuenti dichiara niente.
O talmente poco che al dunque, tra detrazioni e deduzioni, non versa al fisco un euro bucato.
Tra coloro che qualcosa pagano, la pattuglia più nutrita (oltre 6,5 milioni) è quella che si colloca tra i 15 e i 20 mila euro di reddito, seguita da quella di chi ne racimola tra i 20 e i 26 mila.
Nel Paese che rappresenta il sesto mercato al mondo per il consumo di champagne, solo 31.752 fortunati ammettono di riuscire a portare a casa più di 300 mila euro l’anno.
Dove si annidino, si fa per dire, gli evasori è il segreto di Pulcinella.
Se si mettono a confronto le dichiarazioni dei redditi con i dati di un’indagine campionaria a partecipazione anonima (e quindi presumibilmente veritiera) della Banca d’Italia, vengono fuori tassi di evasione pari all’83,7 per cento per i proprietari di immobili, al 56,3 per i lavoratori autonomi e gli imprenditori e al 44,6 per i dipendenti o pensionati che svolgono anche un’attività privata.
Il risultato è che nel 2011 il fisco, secondo un’elaborazione della Lef (l’Associazione per la legalità e l’equità fiscale), ha pesato per l’82 per cento su chi ha un impiego fisso e chi ha raggiunto l’età per starsene ai giardinetti.
Nel 2012 (per il 2011) i titolari dei negozi di abbigliamento e calzature hanno dichiarato in media 6.500 euro. Cioè un terzo dei loro commessi (la dichiarazione media dei dipendenti è di 20 mila euro).
E poco più della metà della soglia di povertà , fissata a 1.011 euro al mese per una famiglia di due persone.
La Guardia di Finanza quando fa i controlli potrebbe anche andare alla cieca.
Nei primi dieci mesi del 2012 a Palermo ha colto in castagna l’85,95 per cento dei commercianti cui ha fatto visita, scoprendo che si guardavano bene dal rilasciare scontrini o ricevute fiscali (a livello nazionale, tra gennaio e maggio 2013, le verifiche sono andate a segno nel 33 per cento dei casi).
Il fatto è che, nonostante un esercito di oltre 90 mila persone tra dipendenti dell’Agenzia e Guardia di Finanza (negli Usa sono centomila, ma il loro Pil è otto volte superiore al nostro) di controlli in Italia se ne fanno pochi.
Quelli veri sono non più di 250 mila, ha scritto la Corte dei Conti: uno ogni 20 potenziali evasori. Non basta.
Anche coloro che vengono stanati, se decidono di opporsi alle richieste del fisco, hanno ottime possibilità di farla franca: nel 2011 le commissioni tributarie regionali hanno dato loro ragione nel 43,4 per cento dei casi.
Risultato: il tasso di riscossione di Equitalia è sceso nel 2012 all’1,94.
E non ci sarebbe da sorprendersi se calasse ulteriormente, dopo che il governo di Enrico Letta ha pensato bene di spuntare ulteriormente le armi della società di riscossione (vedere il box a pagina 31)
L’ESEMPIO DELLA SVEZIA
Il 22 giugno del 2013 il professor Angelo Panebianco ha avuto un’alzata d’ingegno.
E ha scritto sul “Corriere della Sera”: «Per contrastare, come è doveroso fare, l’evasione fiscale, non basta, anche se è ovviamente necessario, usare gli strumenti repressivi: bisogna anche ridurre in modo cospicuo le tasse. Soltanto una riduzione della pressione fiscale, infatti, può spingere l’evasore, o il potenziale evasore, a rifare il calcolo delle proprie convenienze, a cambiare la propria valutazione dei vantaggi e dei rischi dell’evasione»
Non è così. Intanto, come annota il rapporto Eurispes 2013, «in Italia i livelli di tassazione sono sostanzialmente in linea con quelli dei più importanti Paesi industrializzati: per esempio, per un reddito di 45 mila euro l’imposizione media italiana ammonta al 29,8 per cento e quella tedesca al 30,4».
E poi: pensare che la via maestra per sconfiggere l’evasione sia il ribasso delle aliquote è semplicemente sbagliato.
Basta prendersi la briga di leggere quanto scrive uno studioso come Alessandro Santoro, professore di Scienza delle finanze e Politica economica a Milano Bicocca ed ex consulente tributario del ministero delle Finanze, nel saggio “L’evasione fiscale”, pubblicato dal Mulino: «Il confronto internazionale indica che Paesi dove il livello delle aliquote è da sempre più elevato del nostro sono invece caratterizzati da livelli di evasione molto più ridotti. Ad esempio, secondo i dati riportati in uno studio di qualche anno fa da Alberto Alesina e Mauro Marè, alla metà degli anni Novanta l’evasione in Norvegia o in Svezia era pari o di poco superiore al 10 per cento del Pil, un livello inferiore alla metà di quello italiano, a fronte di una pressione tributaria ben superiore».
Scrive ancora Santoro: «L’evasione non sembra un fenomeno recente in Italia: sempre Alesina e Marè ricordano che gli italiani evadevano molto anche quando le aliquote, e la pressione tributaria complessiva, erano ben al di sotto della media europea».
La controprova la fornisce una ricerca elaborata nel 2011 da Contribuenti.it: in Svezia il fisco si porta a casa il 56,4 per cento dei redditi dei contribuenti, ma l’evasione è ferma a quota 7,6 per cento.
Soprattutto in un Paese come l’Italia, dove la quota di lavoratori autonomi è altissima (sono il 24 per cento del totale, contro una media Ue del 13), c’è un solo modo di combattere davvero la piaga dell’evasione: il contribuente deve essere convinto che il fisco sa tutto di lui e che quindi se prova a barare sarà immediatamente scovato e ne pagherà le conseguenze.
«Il problema è la percezione del fattore di rischio», conferma Murphy a “l’Espresso”.
I partiti la pensano in un altro modo. Come lo ha spiegato senza troppi giri di parole Angelino Alfano, che non è un viandante ma il vice presidente del consiglio: «Noi non vogliamo inseguire gli evasori con i cani».
Ecco.
Livadiotti e Paravicini
(da ” l’Espresso)
argomento: economia, emergenza | Commenta »
Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
L’ITALIA RISCHIA DI DOVER RISTRUTTURARE IL DEBITO PUBBLICO NEI PROSSIMI SEI MESI… RISCHIO MANOVRA CORRETTIVA DA 20-30 MILIARDI AD OTTOBRE
Quando a marzo Angelo Guglielmi, il capo degli analisti di Mediobanca Securities, ha detto che
alle banche italiane servivano una bad bank e almeno 20 miliardi di euro, i banchieri dell’Abi si sono parecchio risentiti.
È uscito anche un apposito retroscena anonimo sul sito Dagospia per trasmettere l’irritazione del direttore generale della lobby bancaria, Giovanni Sabatini.
In campagna elettorale Guglielmi aveva firmato un’analisi in cui spiegava che un forte risultato di Beppe Grillo e del Pdl avrebbe creato le condizioni per cui l’Italia chiedesse aiuto europeo, i partiti non l’hanno presa molto bene, e a Mediobanca hanno deciso di tenere un profilo più discreto nella comunicazione delle analisi realizzati da Guglielmi e dal team di analisti londinesi che lavorano a Mediobanca Securities.
Il Report nel quale si sostiene che l’Italia rischia di dover ristrutturare il debito pubblico nei prossimi sei mesi, è stato preso molto sul serio, al ministero del Tesoro lo stanno studiando da giorni.
La dimostrazione che l’analisi di Guglielmi è fondata sta nei numeri.
Mentre il governo litigava su Iva e Imu, venerdì sui mercati succedeva questo: il Btp decennale emesso il 2 maggio 2003 con una cedola del 4,25 per cento e scadenza il primo agosto 2013 pagava un rendimento di 74 punti base.
Cioè prestando alla Repubblica Italiana soldi per un mese circa si incassa lo 0,74 per cento di interesse.
Un Bot a sei mesi emesso il 31 gennaio 2013 con scadenza il 31 luglio, quindi un giorno prima del Btp, pagava invece un rendimento di 48 punti base, cioè 26 punti in meno del Btp.
Rispetto al Bot, il Btp rende il 50 per cento in più.
Come è possibile? Quando c’è uno squilibrio di questo tipo, il mercato di solito tende a chiudere “l’arbitraggio”, cioè vende Bot e compra Btp finchè la differenza non si annulla.
Se il mercato tollera l’inefficienza ci deve essere una ragione.
La spiegazione è che c’è una differenza nascosta tra Btp e Bot.
I Btp sono prestiti a lungo termine, i Bot a breve.
Quando un Paese dichiara un default, anche parziale, e chiede di rinegoziare le condizioni sul suo debito, di solito i prestiti a lungo termine sono coinvolti mentre quelli a breve, usati dalle banche come collaterali (cioè garanzie) per le loro operazioni quotidiane, restano al sicuro. Anche perchè per discutere la ristrutturazione di un debito pubblico ci vogliono tempi lunghi, almeno un anno, e quindi i prestiti a breve nel frattempo vengono tutti rimborsati.
Morale: o c’è una spiegazione di questo fenomeno che è sfuggita ad Antonio Guglielmi e al suo team di analisti, oppure il mercato sta “prezzando” il rischio di una ristrutturazione del debito pubblico italiano nei prossimi mesi.
Questo non significa che il default è certo, ovviamente, ma che gli investitori si stanno cautelando chiedendo rendimenti più elevati per pareggiare il rischio.
Al Tesoro ne sono consapevoli.
“Il fatto che lo spread si sia ridotto non significa che il mercato abbia cambiato radicalmente il suo atteggiamento sulla solvibilità dell’Italia”, scriveva Guglielmi in un report di febbraio.
Per il momento la morfina fornita dalle parole di Mario Draghi, con la sua famosa promessa di un anno fa di difendere l’euro facendo “tutto il necessario” ha sedato i mercati.
Ma molti segnali lasciano intendere che la tregua stia per finire: dalle tensioni dovute alla Federal Reserve americana che sta preparandosi a ridurre gradualmente il sostegno monetario all’economia al miracolo giapponese che non si vede (le riforme promesse dal premier Shinzo Abe non si vedono, e la svalutazione del 6 per cento dello Yen ha un effetto provvisorio), alla recessione europea che peggiora.
Per l’Italia il momento in cui il governo dovrà affrontare le questioni che ora finge di non vedere sarà in autunno.
Il primo problema, implicito nei report di Mediobanca Securities ma di cui sui mercati e nei palazzi si parla da giorni, è una manovra correttiva di almeno 20-30 miliardi di euro.
Il governo ha impostato la politica economica su una recessione da -1,3 per cento, siamo già a -2,4.
Altro che Imu, dopo la fine di agosto sarà questo il tema che, raccontano, preoccupa perfino Mario Draghi alla Bce.
Visto che i tempi coincidono con la probabile sentenza definitiva sul caso Mediaset, Silvio Berlusconi potrebbe accelerare la crisi di governo.
Tutti eventi che faranno salire lo spread e metteranno sotto stress il mercato del debito pubblico, con l’ovvia conseguenza di far soffrire anche le banche la cui salute è legata a quella dei Btp in cui tanto hanno investito.
E le notizie che arrivano dall’Europa sono pessime: la Germania, nei negoziati dell’Ecofin, sta imponendo la sua linea durissima (e non applicata in casa, quando a soffrire erano le sue banche).
Cioè: non sarà l’Europa con l’Esm, il fondo Salva Stati, a ricapitalizzare gli istituti in difficoltà . È l’ora del modello Cipro: tutti i titolari di obbligazioni e strumenti di credito più creativi verranno costretti a convertirli in azioni, e anche lo Stato dovrà farsi carico della sua parte.
Venerdì notte l’Ecofin non è riuscito a trovare un accordo, ma è quella la direzione in cui si va. E per l’Italia sono guai: perchè avrà banche fragili che non possono più permettersi di comprare titolo di Stato per aiutare il governo e uno Stato fragile che non può permettersi di salvarle nel caso il problema delle sofferenze esploda.
E quindi risulta un garante di ultima istanza meno credibile. “Bastano 50 punti di spread in più e crolla tutto”, dice un analista piuttosto preoccupato.
Stefano Feltri
argomento: economia | Commenta »
Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
ALUA DE MOURA: “LE VIOLENZE SONO PROVOCATE DA INFILTRATI”…”PER GLI STUDENTI E I POVERI I BUS COSTANO TROPPO”
Il percorso dei ventimila attivisti si snodava tra l’albergo che ospita i dirigenti della Fifa e il
quartiere commerciale di Iguatemi, lontano dall’Arena Fonte Nova, dove l’Italia stava affrontando la Seleà§ao in uno stadio simbolo dello sperpero di denaro pubblico per il Mondiale 2014: spese moltiplicate fino a 225 milioni di euro, parte della copertura danneggiata un mese fa dalla pioggia, alcuni posti dai quali non si vede il campo.
Alu࣠de Moura, leader del movimento “Passe livre” (biglietto gratuito) che ha acceso la protesta, la situazione vi è sfuggita di mano?
«Niente affatto. In questa protesta i leader non esistono: è sovrapartitica. E gli obiettivi sono molto chiari».
La percezione esterna è diversa.
«“Passe livre” è nato nel 2003: il problema del caro trasporti è vitale, in un paese dove ci si sposta in bus. I poveri e gli studenti non se lo possono permettere. Questo era e rimane il fulcro della protesta».
Basta per mobilitare milioni di persone?
«Sì. Poi si sovrappongono la democratizzazione della politica e dei media: oggi ogni impresario privato può finanziare massicciamente un partito e i media sono monopolizzati da Rede Globo, nata sotto la dittatura e così potente da mistificare la realtà , incluse le proteste di questi giorni»
Sembra una rivolta del paese del calcio contro il Mondiale.
«Il problema è la necessità di indirizzare il denaro pubblico a scopi davvero utili. Nessuno di noi è così miope da non capire l’importanza del Mondiale e delle Olimpiadi per il Brasile. Ma quanta parte del Pil è stata destinata all’istruzione e alla sanità e quanta invece a stadi che non serviranno certo alla pratica dello sport quotidiano e in alcuni casi resteranno cattedrali nel deserto?».
Come spiega le violenze che incrinano l’immagine del governo Rousseff?
«Non vogliamo la caduta di un governo progressista. Le violenze nascono dagli infiltrati, che radicalizzano la protesta: black bloc, estremisti neonazisti, punk. Ma il movimento è fatto da milioni di persone, pacifico e con istanze pacifiche».
Coagulate da Internet…
«Per me Twitter, Facebook e i blog non sono la rivoluzione. I social network offrono uno strumento in più, per comunicare rapidamente tra le persone. Ma funzionano di più il passaparola e la vera comunanza d’intenti: è così si resiste nel tempo. E “Passe Livre”, infatti, dura dal 2003».
Enrico Currò
(da “La Repubblica”)
argomento: denuncia, economia | Commenta »