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IN ITALIA RC AUTO PIU’ CARA D’EUROPA: LA DENUNCIA DELL’ANTITRUST

Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile

“RISCHIO DI CONCENTRAZIONI E DI RINCARI SUL MERCATO ELETTRICO”

«In molti settori dell’economia italiana si registra un livello di concorrenza non ancora soddisfacente e i prezzi pagati dai consumatori tendono irrimediabilmente a salire. In questa ipotesi sembra rientrare il mercato delle assicurazioni».
Non è certo la prima volta che l’Antitrust si occupa di Rc auto.
Solo quattro mesi fa l’Autorità  garante per la concorrenza ha chiuso quell’indagine conoscitiva che ricordava come il «premio medio sia in Italia più del doppio di quello di quello pagato in Francia e in Portogallo, superi quello tedesco dell’80% e quello olandese di quasi il 70%».
Ma ieri il presidente Giovanni Pitruzzella ha ripetuto il suo appello per una «indispensabile» riforma del settore direttamente in Parlamento, dove ha presentato la relazione annuale.
Nello stesso giorno l’Ivass, l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, mette in fila altri numeri poco virtuosi.
Tra aprile 2012 e aprile 2013 la tariffa Rc auto è salita in particolare per le donne, con un picco del +12% per le neopatentate.
Mentre per i coetanei maschi si registra una flessione del 6,4%.
Un’apparente discriminazione al contrario che arriva dopo la sentenza della Corte di giustizia europea che ha bocciato le polizze agevolate per le donne, che pagavano meno perchè considerate più prudenti.
A fare i conti più in generale sono Adusbef e Federconsumatori: tra il 1994 e il 2012 il premio medio è passato da 391 a 1.350 euro.
Mentre il Codacons ricorda come, tra crisi e polizze care, le stime Aci parlano di 4 milioni di auto che circolano senza tagliando.
Non solo assicurazioni, naturalmente.
Nella sua relazione Pitruzzella ha toccato anche altri punti importanti. L’energia, dove tra consumi in calo e diffusione delle rinnovabili c’è il rischio che il «mercato torni a concentrarsi» con aumenti dei prezzi «assai probabili ».
La telefonia, con il «grande interesse» per la decisione di Telecom di scorporare la rete della società , un passaggio molto apprezzato dai competitor Vodafone e Wind.
Il settore bancario, che «costituisce una priorità  di intervento » per la tutela dei consumatori.
E ancora Internet, che rappresenta una «grande opportunità  di sviluppo » ma ha bisogno di regole per la «tutela dei diritti di chi produce contenuti», sul modello dell’accordo tra Google e gli editori francesi.
Nel settore dei trasporti Pitruzzella ha detto come «l’avvio dell’operatività  dell’Autorità  di settore non sia più rinviabile», incassando la promessa del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi: «Spero che entro l’estate presenteremo la terna dei nomi per la sua costituzione ».
Di numeri e richiami ce ne sarebbero ancora, come le sanzioni per 182 milioni di euro distribuite negli ultimi 17 mesi.
Ma anche la cornice conta. E in linea con i tempi, il presidente dell’Antitrust ha scelto stavolta un taglio sociale: «Con la crisi – dice–la concorrenza diventa centrale non solo per la crescita ma anche perchè è una leva per ridurre le diseguaglianze».
Non a caso sulla prima pagina della relazione viene citato Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia che ha appoggiato Occupy Wall Street: «Ci sono due modi per arricchirsi: creare ricchezza o toglierla agli altri. Il primo aggiunge qualcosa alla società , il secondo di solito sottrae».

Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)

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UN MOVIMENTO TRASVERSALE IN NOME DI UNA POLITICA “VERDE”: NASCE GREEN ITALIA

Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile

IL NUOVO PROGETTO VEDE COINVOLTI ECOLOGISTI DI AREA PD, ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE, POLITICI DI DESTRA COME FABIO GRANATA, LA VERDE EUROPEA FRASSONI E IMPRENDITORI DELLA GREEN ECONOMY

Un movimento politico green, per offrire una risposta diversa, radicalmente diversa dalle risposte che danno tutte le forze politiche, alla crisi sociale, economica, democratica che assedia l’Italia.
E’ questa l’ambizione, per noi un azzardo necessario, di “Green Italia” che nascerà  il 28 giugno prossimo, in un incontro pubblico presso l’auditorium del museo Maxxi a Roma.
A   promuovere “Green Italia” sono, siamo persone con storie diverse e anche lontane: ecologisti che provengono dal Pd, figure di punta delle principali associazioni ambientaliste, la presidente dei Verdi europei Monica Frassoni; esponenti politici con un “pedigree” squisitamente di destra come Fabio Granata, imprenditori della green economy.
In Italia l’ecologia, l’ambiente, l’economia verde sono trattati da quasi tutta la politica come temi minori.
Nessuno ne parla male, ma nel dibattito pubblico recitano la stessa parte dei pianisti nei film western: tra pallottole e cazzotti restavano sempre lì sullo sfondo imperterriti a suonare, mai colpiti e però mai protagonisti della scena.
Le ragioni di ciò sono più d’una, la principale è l’assenza dal nostro paesaggio politico e dal conseguente mercato elettorale di un’offerta credibile e solida — i Verdi italiani non lo sono stati mai — che si proponga di rappresentare i valori, i bisogni, gli interessi legati all’ambiente, e che come in ogni competizione costringa anche tutti gli altri a cimentarsi sul suo terreno.
Per capire che nasce da qui l’analfabetismo ambientale di buona parte delle classi dirigenti italiane e dei nostri politici in particolare, basta dare uno sguardo agli altri grandi paesi europei: è grazie alla forza competitiva dei Grà¼nen (10,7% alle politiche del 2009, il 15% nei sondaggi sul prossimo voto di settembre) se in Germania anche gli altri partiti considerano i temi ambientali come priorità ; e in Francia le politiche ambientali hanno cominciato a correre solo da quando destra e sinistra hanno dovuto fare i conti con “Europe Ecologie”, la federazione ecologista fondata da Daniel Cohn-Bendit che alle elezioni europee del 2009 ottenne oltre il 16% dei voti.
Chi scrive ha pensato che il Pd potesse essere, accanto a molto altro, anche la via italiana alla rappresentanza dei temi ambientali in politica: quella speranza ci sembra finita, sommersa da una deriva che ha progressivamente trasformato il Partito democratico nella somma litigiosissima e poco assortita di vecchie, decisamente datate appartenenze e di piccoli e grandi apparati.
Eppure una domanda di politica green ci sarebbe anche in Italia.
Oggi più forte che mai, nutrita com’è non soltanto di valori e modelli di consumo, ma anche di concreti interessi economici.
Molti segnali lo confermano: dal successo vistoso dei referendum su acqua pubblica e nucleare di un anno e mezzo fa, al peso non marginale che l’anima ecologica ha giocato nell’ascesa elettorale dei “grillini, fino alla crescita formidabile, malgrado la crisi, della green economy, migliaia di imprese (energia, chimica verde, riciclaggio dei rifiuti…) ignorate dalla politica (e dalla stessa Confindustria) che hanno fatto dell’innovazione ecologica il loro business principale.
Questa nuova economia già  largamente in campo ma priva tuttora di rappresentanza politica, nel caso dell’Italia ha un’anima antica.
Se è “verde” l’economia che produce benessere e prosperità  senza intaccare il capitale naturale, allora noi l’economia verde l’abbiamo inventata prima di tutti gli altri e la pratichiamo con successo da secoli.
Vi è insomma una green economy in salsa italiana che si fonda sulla bellezza, il paesaggio, i beni culturali, la creatività , la convivialità , il legame sociale e culturale tra economia e territorio: tutte materie prime immateriali e dunque ecologiche, tutti talenti dei quali abbondiamo (da cos’altro nasce la fortuna del made in Italy…?) e che oggi sono la nostra arma migliore, forse l’unica vera arma su cui possiamo contare, contro i rischi incombenti di declino.
In Europa, l’Italia è considerata per tanti aspetti un’anomalia: l’assoluta marginalità  dell’ambiente nel dibattito pubblico e in particolare nel confronto politico è uno dei nostri   gap più evidenti.
La scommessa, semplice e temeraria, di   “Green Italia” è riuscire ad accorciarlo almeno un poco.

Roberto Della Seta   e Francesco Ferrante
(da “Europa”)

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L’EURO, LA CICALA E LA FORMICA

Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile

A CHI HA GIOVATO LA MONETA UNICA? …LA CONVIVENZA TRA CICALE E FORMICHE ALLA LUNGA NON REGGE

Uscire dall’euro? Di tanto in tanto qualche sprovveduto, come Grillo, o qualche semisprovveduto, come Berlusconi, lancia l’idea.
Pare che si sia posto il problema anche qualcuno che sprovveduto non è, come Tremonti. Proviamo dunque a fare, sul tema, qualche ragionamento.
È stato un errore adottare una moneta unica, cioè l’euro, per i paesi europei?
Forse sì: certo è che l’operazione è stata prematura. Dettata da nobili speranze.
Si sperava, con l’euro, di accelerare i tempi per la fondazione di una federazione europea.
Stati Uniti d’Europa: bellissimo obiettivo.
Ma l’operazione non ha funzionato: gli Stati Uniti d’Europa non si sono avvicinati, tutt’altro. Riusciremo mai a dargli vita? Per quel che mi riguarda, sono pessimista: non credo che siano possibili, per tante ragioni.
Ma non è questo, per ora, il nostro tema.
Torniamo all’euro, che invece è la realtà  con la quale dobbiamo misurarci.
A chi ha giovato, la moneta unica? E chi ha danneggiato?
In un primo tempo è sembrato che danneggiasse i paesi ricchi, che giovasse invece ai paesi che arrancano, come il nostro.
Ci siamo detti, in Italia (e in Spagna, e in Grecia, e così via): che fortuna per noi, che i paesi ricchi (Germania in prima fila) siano disposti ad accollarsi, in parte, il nostro debito pubblico, enorme, spaventoso.
Che grande fortuna: la lira non può più fallire, non può più andare a rotoli, come andò a rotoli la moneta tedesca nella famosa Repubblica di Weimar, anni Venti, prima di Hitler.
Ma i colpi di fortuna vengono e vanno.
A un certo momento i paesi ricchi (Germania in prima fila) si sono stancati, e le parti si sono invertite.
Adesso, i paesi ricchi ci chiedono: volete stare nell’euro? E allora mettete la testa a partito, quadrate i conti. Altrimenti, fuori!
Così si spiega l’imposizione diuna politica finanziaria che fa, su questo non c’è dubbio, tante vittime, tanti danni.
Ma si capisce che le cicale (debito pubblico in libertà ) e le formiche (finanza pubblica sotto controllo) non possono convivere per sempre.
Come finirà ? Regna per il momento una strana quiete, instaurata soprattutto dalla Banca centrale europea: quel geniale Mario Draghi, il suo presidente, ha frenato gli speculatori, dicendo che la Banca, costi quel che costi, difenderà  l’euro.
Ma le difese disperate, come quella promessa da Draghi, non possono continuare all’infinito.
I tedeschi, che essendo i più forti hanno in mano il pallino, discutono fra loro (riunioni di Karlsruhe fra banchieri e costituzionalisti) in attesa delle elezioni di settembre.
Poi dovranno prendere decisioni. Certo è che così come siamo non potremo andare avanti a lungo.
Gli Stati europei, a cominciare dai più importanti (Germania e Francia in primo luogo) dovranno prendere decisioni. Per adesso, la mancanza di una politica europea per risolvere i problemi di fondo, per rendere possibile in primo luogo la convivenza fra cicale e formiche, è irreale. L’Economist l’ha descritta in una copertina nella quale “i sonnambuli”, cioè i governanti europei, marciano sorridendo verso il precipizio.
In realtà , il precipizio si dovrà  evitare. Si sono commessi errori, senza dubbio.
Ma le terapie, i cambiamenti di rotta, dovranno essere presi di comune accordo, dovranno coinvolgere tutta l’Europa.
Una sola cosa è certa, per l’Italia: uscire dall’euro nella situazione attuale, unilateralmente, come suggerisce uno sprovveduto (Beppe Grillo), o come lascia presagire un semisprovveduto (Silvio Berlusconi), è inconcepibile, è impossibile: e se fosse possibile sarebbe per noi un disastro immane, senza precedenti.

Piero Ottone

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INTERVISTA A ZANONATO: “E’ DIFFICILE EVITARE GLI AUMENTI DECISI QUANDO GOVERNAVA BERLUSCONI”

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

“ORA LA PALLA E’ A SACCOMANNI, SPERIAMO NEL MIRACOLO”

«Io sono abituato a dire la verità  e penso anche che gli italiani vogliano sentirsi dire la verità . Dunque non è che non voglio bloccare l’aumento dell’Iva. Dico che è molto difficile trovare le coperture, visto il poco tempo a disposizione. Comunque Saccomanni è impegnato a farlo, e mi auguro davvero che ci riesca». Eccolo Flavio Zanonato, ministro dello Sviluppo, ex sindaco di Padova, bersaniano di ferro.
Il ministro meno amato dal versante Pdl della maggioranza.
Proprio per via dell’Iva.
Sa che lei dalle parti del Pdl viene considerato un ministro che lavora contro il governo di cui fa parte, sotto la regia occulta di Pier Luigi Bersani?
«Ho letto anch’io qualche ricostruzione di questo tipo. Glielo dico subito: è una cosa che non esiste. Io lavoro per il governo, per questo governo. Tutto nascerebbe dal fatto che nel mio staff ci sono le stesse persone che aveva Bersani. Veramente sarebbe più corretto dire che sono le stesse che aveva Passera».
Perchè si è scontrato con Maurizio Lupi del Pdl durante il Consiglio dei ministri di sabato?
«Non c’è stato alcuno scontro. C’è stata una discussione anche con altri ministri, pure della mia parte politica. E ho apprezzato il fatto che ci sia stata».
Su che cosa?
«Essenzialmente sul capitolo degli ecocombustibili. Inoltre, entro il 2013 scompariranno i sostegni ad alcuni produttori di energia assimilabile alla rinnovabili. Il Consiglio ha stabilito che il tutto accadrà  con gradualità . È una modifica che ritengo abbia migliorato il provvedimento».
Considera possibile un ribaltone per un governo Pd con gli “scissionisti” del Movimento 5 Stelle?
«Questo governo deve riuscire ad andare avanti. Ci sono due mondi: da una parte il dibattito politico di fronte all’opinio-ne pubblica, dall’altra il clima – mi creda – positivo nel quale lavora il governo. Siamo una squadra ».
Eppure proprio lei è stato accusato di aver rotto l’unità  con la sua uscita sull’Iva

«Ma cosa ho detto? È come quello che gioca al totocalcio: sarebbe felice di vincere e nello stesso tempo è preoccupato di non vincere. È una contraddizione? Io auspico che si possa bloccare l’aumento dell’Iva, introdotto dal governo Berlusconi in un momento di estrema gravità , ma sono, allo stesso tempo, preoccupato per le risorse».
L’abolirebbe l’Imu sulla prima casa?
«Fa parte dell’accordo con il Pdl. È un impegno che ha preso il governo. Io avrei anche un’idea per i capannoni industriali: sono un bene strumentale di lavoro sul quale non andrebbe applicata la tassa».
L’Imu è una bandiera del Pdl. La destra si è intestata anche la norma su Equitalia. Mi dice una “cosa di sinistra” nel “decreto del fare”?
«Mi scusi: fare in modo che i giovani trovino lavoro è di destra o di sinistra? Io penso di sinistra, ma chi è di destra potrebbe dire che appartiene anche a loro. Io penso che quella norma su Equitalia sia stata opportuna e positiva. Noi cerchiamo di prendere decisioni utili per il Paese, senza catalogare i provvedimenti tra destra e sinistra ».
Imprese e sindacati ritengono che per ridare fiato all’economia serva un taglio delle tasse sul lavoro. Lo farete?
«Sappiamo tutti che per ridare competitività  alle nostre aziende andrebbe ridotto il cuneo fiscale. Ma non si può fare a “bocce ferme”, prima dobbiamo rimettere in moto gradualmente il meccanismo della crescita. Questo è l’obiettivo del decreto».
Qual è la misura più efficace da questo punto di vista?
«Sono diverse. Tra quelle di mia competenza penso al pacchetto energia con lo sconto di 550 milioni a favore di famiglie e imprese. E poi abbiamo deciso di dimezzare gli interessi sui mutui accesi dagli imprenditori che vogliono rinnovare i macchinari. È una norma contro la stretta del credito, al pari del potenziamento del fondo di garanzia, che consentirà  a una platea molto più ampia di imprese di beneficiare della garanzia pubblica sui crediti bancari».
Intanto chiudono a raffica i piccoli negozi. Resteranno solo i centri commerciali? Cosa farete?
«Premesso che questa è una materia di competenza regionale, penso che debbano convivere i negozi di vicinato con i centri commerciali per rispondere a esigenze, anche sociali, di consumatori diversi. Apriremo un confronto con le Regioni con questo spirito».

Roberto Mania
(da “la Repubblica“)

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NEL NUOVO RICCOMETRO ANCHE GLI ASSEGNI FAMILIARI

Giugno 14th, 2013 Riccardo Fucile

LE MISURE: DAL CONTO IN BANCA AI FIGLI, STRETTA SUI TRUCCHI PER AGGIRARE LE REGOLE

Ci sono novità  che faranno discutere: per misurare la ricchezza di una famiglia non si terrà  conto solo del reddito dichiarato nel 730 ma di tutte le entrate, compresi gli assegni per i figli, le pensioni di invalidità  o le borse di studio.
E altre che chiudono un buco imperdonabile, nel quale finora si sono infilati in parecchi: per tirare via dal calcolo i risparmi non basterà  dire di non avere un conto in banca, come fa oggi l’80% degli italiani con punte del 96% al Sud (no, non è un refuso).
Le autocertificazioni andranno incrociate con la banca dati del Fisco e chi dichiara il falso ne pagherà  le conseguenze.
Il governo riscrive l’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, più semplicemente il riccometro.
Serve a misurare la ricchezza, mettere le famiglie in fila in quelle graduatorie che i funzionari del Comune scorrono dal basso verso l’alto, dai poveri ai ricchi.
E quindi a decidere chi ha diritto ad alcuni servizi sociali, dagli asili nido alle borse di studio, oppure quanto li deve pagare, come per le mense scolastiche.
Dopo 15 anni di servizio non troppo onorato il vecchio Isee aveva mostrato ormai tutti i suoi difetti. E la nuova versione era stata varata già  dal governo Monti.
Mancava però il via libera delle Regioni, arrivato ieri in cambio della licenza di aggiungere qualche piccola variazione sul tema.
Per farlo entrare in vigore adesso serve il parere delle commissioni parlamentari, che il ministro degli Affari regionali Graziano Delrio si augura «arrivi il prima possibile».
Una fretta che si spiega non solo con la volontà  di complicare la vita ai «ladri di welfare». Ma anche con l’idea di usare il riccometro per calibrare la nuova Imu.
Se la tassa sulla prima casa peserà  davvero più sui ricchi, come vorrebbe il Pd, allora non sarà  legata al reddito puro e semplice, con tutti i rischi che comporta l’evasione fiscale.
Ma proprio all’Isee, che scatta una fotografia più fedele della solidità  economica di una famiglia
Il nuovo riccometro, ad esempio, terrà  conto di tutte le azioni e i titoli che si hanno in portafoglio, di tutti gli immobili, anche all’estero.
Sui risparmi in banca, in realtà , un buco ancora c’è.
Resta utilizzabile il vecchio trucco di togliere tutti i soldi dal conto, firmare l’Isee dichiarando di non avere risparmi, e poi versare di nuovo tutti i soldi sullo stesso conto.
Un gioco delle tre carte contro il quale il nuovo Isee dice, in teoria, che saranno possibili controlli successivi, a campione e per sorteggio, sulla reale consistenza dei depositi di chi aveva dichiarato zero.
Ma al momento la soluzione non è tecnicamente possibile e quindi il punto interrogativo resta. «Abbiamo eliminato il maggior numero di storture del passato» spiega il viceministro del Lavoro Maria Cecilia Guerra, che ha seguito il provvedimento passo passo.
E gli esempi possibili sono tanti.
Quello classico riguarda gli asili nido, dove oggi funziona così: i genitori non sono sposati e hanno due residenze diverse. Lui lavora e guadagna bene, lei sta a casa. Se il bambino è a carico della madre risulta figlio di nullatenente, ed entra al nido scavalcando pure chi è in cassa integrazione.
Con il nuovo Isee almeno questo trucco sarà  impossibile visto che si terrà  comunque conto del reddito del padre.
Altra cosa che ha fatto discutere sono le detrazioni per i figli: rispetto al passato fino al secondo non cambia nulla, mentre gli sgravi diventano più generosi dal terzo in poi. Una specie di quoziente familiare che però aiuterà  solo le famiglie davvero grandi.
Cambiano le regole anche per i disabili, sulle quali in questi mesi le associazioni hanno protestato. Lo sgravio ci sarà  in ogni caso ma se oggi è uguale per tutti diventerà  crescente su tre livelli: disabilità  grave, media e non autosufficienza.
Deducibile anche l’affitto, fino a 7 mila euro l’anno, stessa somma tagliata in automatico per chi vive nella casa di proprietà . Cifra fissa in tutta Italia, anche se forse bassa nelle grandi città  e alta nei piccoli centri, ma fare diversamente sarebbe stato troppo complicato
Novità  importante, e purtroppo significativa, la possibilità  di aggiornare l’indicatore in corso d’opera.
Chi perde il lavoro oggi rimane ancorato per un anno al vecchio Isee e magari non ha diritto ai servizi perchè sulla carta risulta ancora ricco.
Adesso sarà  possibile chiedere il cosiddetto Isee corrente, cioè calcolato in tempo reale, per non aggiungere al danno del licenziamento anche la beffa di essere considerati ricchi. «Purtroppo in questi mesi – dice il viceministro Guerra – abbiamo visto diversi casi del genere. E questo è sicuramente un ottimo motivo per andare avanti con urgenza».

Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera”)

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COSA SIGNIFICA LA CHIUSURA DELLA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER L’ITALIA?

Maggio 27th, 2013 Riccardo Fucile

POTREBBE IN TEORIA SBLOCCARE UNA DECINA DI MILIARDI PER INVESTIMENTI PRODUTTIVI ALLE INFRASTRUTTURE CO-FINANZIATI DALLA UE… MA SENZA SFORARE IL LIMITE DEL 3%: IL DEBITO PUBBLICO DELL’ITALIA E’ SEMPRE OSSERVATO SPECIALE

Con tre giorni di anticipo sulla scadenza annunciata del 29 maggio, la Commissione europea fa trapelare da Bruxelles l’intenzione di proporre ai 27 dell’Ue di chiudere mercoledì la procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia.
L’indicazione sta nelle raccomandazioni all’Italia che l’Esecutivo comunitario discuterà  e, in linea di massima, approverà  mercoledì.
L’ok alla chiusura della procedura non è, però, un via libera senza condizioni alla spesa pubblica: esso, infatti, si accompagna, alla richiesta di mantenere la rotta del risanamento dei conti pubblici.
Le intenzioni della Commissione, intercettate dall’Ansa, non colgono di sorpresa Palazzo Chigi, perchè erano nell’aria, dopo che Bruxelles aveva lodato le prime mosse praticamente a costo zero del governo Letta, che avevano mantenuto il deficit di bilancio italiano sotto la soglia del 3%.
Ma vengono ovviamente accolte con soddisfazione: “Finalmente — si nota — una buona notizia”, pur se la prudenza suggerisce di attendere la formalizzazione della decisione. Prima di andare al vaglio della Commissione, le raccomandazioni dei collaboratori del responsabile degli affari economici e monetari Olli Rehn saranno oggetto di un approfondimento tecnico, oggi, da parte degli sherpa dei 27 commissari. In concreto, che cosa significa la chiusura della procedura d’infrazione?
L’Italia potrà  sfruttare i margini di manovra sugli investimenti produttivi aperti di recenti dall’Ue, ma riservati a chi ha i conti in ordine.
Però, chiudendo la procedura Bruxelles non scoperchia il vaso di Pandora, perchè gli sforamenti andranno prima comunque discussi con gli interlocutori comunitari.
Diverse le stime sull’impatto del provvedimento: secondo alcuni, potrebbe sbloccare circa 12 miliardi di investimenti produttivi da destinare, in primo luogo, alle infrastrutture. Altri, invece, stimano il tesoretto a 8 miliardi.
E i finanziamenti pubblici italiani potranno essere co-finanziati dagli strumenti comunitari.
Con l’ok alla chiusura della procedura per deficit eccessivo, Bruxelles certificherà  che il programma d’azione presentato dal governo Letta consente all’Italia di restare al di sotto della soglia del 3% nel rapporto deficit-Pil sia quest’anno sia nel 2014: un programma d’azione che, al momento, prevede l’Imu e l’aumento dell’Iva.
Sullo spazio di manovra, seppure limitato, che si aprirà  gravano, quindi, parecchie ambiguità . Sono sei le raccomandazioni che la Commissione potrebbe rivolgere formalmente all’Italia mercoledì: la prima riguarda il proseguimento dell’azione di consolidamento del bilancio, si tratta, cioè, di rispettare gli impegni presi; le altre insistono tutte sull’esigenza di andare avanti con il processo di riforme giudicato essenziale per ridare slancio alla crescita del Paese e quindi all’occupazione, anche se, purtroppo, non nell’immediato.
A leggerle, molti penseranno “la solita solfa”: aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione e la produttività  del sistema bancario nazionale; accrescere ancora la flessibilità  del mercato del lavoro, agendo pure sulle scelte per la formazione dei lavoratori; ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese; aprire di più alla concorrenza i servizi.

Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’ITALIA AVRA’ IL TESORETTO DOPO IL VOTO IN GERMANIA

Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile

LA PARTITA DA 12 MILIARDI CON LA COMMISSIONE È SOLO ALL’INIZIO

Scordatevi l’Imu e l’Iva, il dossier decisivo per Enrico Letta è quello della procedura di infrazione per deficit eccessivo che la Commissione europea chiuderà  il 29 maggio.
Quella data, però, è l’inizio e non la fine di un negoziato che vale tra i 10 e i 12 miliardi.
Soldi che possono cambiare il destino del governo.
NEL Pd il sindaco di Firenze Matteo Renzi attacca (il suo partito ed Enrico Letta): “Intervenire sull’Imu è una cambiale che si paga all’accordo con Berlusconi”.
Gli risponde il segretario Guglielmo Epifani che “non è un regalo a nessuno ma al buon senso” (ben pochi economisti concordano). Scaramucce che servono anche a nascondere il primo grosso fallimento in arrivo per il governo, l’aumento di un punto dell’Iva a luglio, come previsto dalle ultime manovre del governo Berlusconi.
Non ci sono i 2 miliardi (4 nel 2014) per evitarlo.
Ma tutto questo quadro potrebbe cambiare se le cose andassero come Letta e il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero sperano.
Molto dipende dal Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, anche di questo ha parlato ieri il premier in un colloquio telefonico con il presidente americano Barack Obama, concorde con l’Italia sulla “attenzione prioritaria alle politiche volte a fronteggiare la disoccupazione giovanile”. Messaggio in codice per dire che gli Stati Uniti sostengono l’Italia nelle sue richieste al Consiglio di giugno dedicato alla disoccupazione giovanile.
In Italia ci sono 10-12 miliardi di euro (per uno di quei misteri tipici della contabilità  pubblica la somma dipende dal metodo di calcolo) già  in bilancio ma che non possono essere spesi.
Sono quote di cofinanziamento, che affiancano risorse europee (in percentuali variabili).
Finchè l’Italia è vittima della procedura di infrazione aperta nel 2009, usare quei soldi significa far aumentare il deficit.
La rigidità  dei vincoli europei prevede infatti che per i Paesi sulla lista nera anche gli investimenti vengano trattati come fossero spesa corrente.
Dal 29 maggio l’Italia uscirà  da questa cappa.
“Ma non c’è alcun automatismo”, spiegano fonti ministeriali.
Il tesoro da 10-12 miliardi è già  impegnato, frammentato in mille rivoli concentrati nelle quattro Regioni “obiettivo convergenza”, cioè Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
La sfida per il governo Letta è poter accedere a quelle risorse e “riprogrammarle” in modo da assicurare che siano spese subito e per contrastare la crisi.
Ogni spostamento di un euro dovrebbe essere concordato con Bruxelles , visto che le risorse nazionali si muovono agganciate alla quota di cofinanziamento europeo.
Un processo lunghissimo, che farebbe partire gli interventi forse nel 2015, troppo tardi.
Bisogna quindi fissare regole chiare ex ante e poi cominciare subito a spendere.
Al Consiglio europeo di un anno fa, quello in cui Mario Monti convinse Angela Merkel ad approvare lo scudo anti spread, la Commissione europea ottenne mandato a preparare una lista di voci da classificare come investimenti, cioè finanziabili senza far aumentare il deficit.
La proposta di “golden rule” (la regola d’oro) sarà  presentata dalla Commissione al Consiglio di giugno.
E quello sarà  il primo passo.
Poi il Consiglio — cioè i governi nazionali, cioè la Germania — dovrà  decidere se recepire i suggerimenti della Commissione.
I tecnici dei ministeri competenti già  prevedono come finirà : prima delle elezioni d’autunno in Germania non si muoverà  nulla.
Solo dopo la riconferma della Merkel i tedeschi potranno fare qualche concessione.
Tra fine 2013 e inizio 2014 il governo Letta potrà  avere il via libera a spendere qualcosa.
Il Consiglio europeo di fine giugno potrebbe però almeno fissare come priorità  gli investimenti contro la disoccupazione giovanile, accelerando un po’ i tempi.
Ma il negoziato per l’Italia resta lungo.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’IVA AUMENTA A LUGLIO, LETTA RASSEGNATO

Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile

IL GOVERNO NON RIUSCIRà€ A BLOCCARE LO SCATTO DELL’ALIQUOTA UNICA IPOTESI DI LAVORO: CONGELARLA FINO A DICEMBRE

L’aumento di un punto percentuale dell’Iva, l’imposta sui consumi, a luglio ci sarà : la gestione della riforma dell’Imu impedisce al governo di lavorare su qualche riforma struttura-le che permetta di trovare la copertura richiesta per evitarlo, 2 miliardi per il 2013 e 4 miliardi per il 2014.
Lo lascia intendere il premier Enrico Letta in un colloquio con Repubblica. .
E da palazzo Chigi confermano: “Il presidente si atterrà  al discorso di insediamento, in cui non si parlava dell’Imu sui capannoni industriali e l’impegno sull’Iva era soltanto al condizionale”.
Al Tesoro stanno provando a ragionare sul dossier, “ma 2 miliardi sono un sacco di soldi”, spiega il sottosegretario Pd Pier Paolo Baretta.
In questi giorni il governo sta provando a tacitare tutte le richieste dicendo che “bisogna aspettare la chiusura della procedura d’infrazione europea”, cioè il fatidico 29 maggio in cui la Commissione europea chiederà  di spostare l’Italia nella lista dei Paesi virtuosi con il deficit sotto il 3 per cento del Pil.
Ma al ministero dell’Economia sanno benissimo che quella evoluzione, pur positiva, non sarà  la panacea: “Per l’Iva è un problema di coperture, non di procedura d’infrazione”.
E se per il momento non si sono trovate per abolire l’Imu, figurarsi per Imu più Iva.
I prossimi due mesi saranno tutti dedicati alla riforma della tassazione sulla casa, la sospensione della rata dura fino al 31 agosto.
In assenza di una nuova legge, la prima rata Imu dovrà  essere pagata il 16 settembre.
Ed è ormai chiaro che intervenire sull’imposta relativa alle prime case può costringere il governo a cambiare a catena sia il carico fiscale sugli altri immobili che a rivedere la Tares, un’altra imposta legata ai rifiuti che però si fonda sulla casa .
Vasto programma, che assorbirà  tutte le energie del governo Letta.
Se a luglio l’aliquota più alta del-l’Iva passerà  dal 21 al 22 per cento, le conseguenze saranno rilevanti: circa 135 euro in più a famiglia se ne andranno in tasse invece che in consumi e 26 mila imprese potrebbero chiudere entro fine 2013, stima la Confcommercio.
Letta sta studiando un piano di emergenza, secondo l’approccio del suo governo: se non puoi risolvere un problema, rimandalo.
“Tenteremo di scongiurare l’aumento, di allontanarlo per poi lavorarci”, ha detto il premier un paio di settimane fa durante l’intervista a Che tempo che fa .
L’unica via è questa: sospendere l’aumento Iva come si è sospesa la rata dell’Imu, rinviarlo a dicembre e legarlo, anche in questo caso, a una riforma strutturale e ambiziosa, quella delle agevolazioni fiscali (le ha già  censite da tempo Vieri Ceriani, da sottosegretario).
Una lista di piccoli privilegi e giusti aiuti la cui revisione può valere 20 miliardi, ma richiede tempo e pazienti negoziati.
Ogni agevolazione è cara a un gruppo preciso di elettori, pronti a lottare per non esserne privati. A dicembre 2012 Pier Paolo Baretta e Rena-to Brunetta, da relatori Pd e Pdl alla legge di Stabilità , provarono a eliminare la detrazione del 19 per cento per le spese veterinarie.
Dopo le proteste hanno dovuto arrendersi. La furia di chi si vedrebbe di fatto aumentate le tasse non è l’unico ostacolo.
L’Iva si incassa su base mensile, congelare l’aumento fino a dicembre significa bloccare sei mesi di gettito e creare poi una congestione per fine anno tra Imu (tutta o la seconda rata), Tares e, appunto, l’Iva dovuta.
Sempre ammesso che il governo sopravviva alla gestione della questione Imu.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL NUOVO PROLETARIO: L’UOMO INDEBITATO

Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile

SCHIACCIATO DALLA POTENZA INVISIBILE DEL “GRANDE CREDITORE” E’ IL NUOVO PROLETARIO DEL TEMPO CONTEMPORANEO

Lo riconosciamo in Giovanni Guarascio. È il muratore di Vittoria che si è dato fuoco ieri quando la sua casa è stata messa all’asta perchè non era in grado di restituire diecimila euro alla banca. Prima di lui riconosciamo l’uomo indebitato in tanti altri protagonisti dei gesti disperati di cui sono piene le cronache recenti.
Ma non basta.
Interi popoli, ormai, fra i quali gli italiani, vivono soggiogati dal debito.
Una condizione esistenziale che li colpevolizza — siete voi stessi i responsabili della vostra disgrazia! — e li sollecita a modificare le proprie abitudini di vita attraverso una disciplina imposta.
Prima ancora del sopraggiungere dell’indigenza, è la dottrina economica del debito, divenuta senso comune, ad ammonirci quotidianamente: non lavoriamo abbastanza, consumiamo troppo, godiamo di tutele sociali che non dovremmo permetterci.
Ma davvero l’uomo indebitato deve rassegnarsi a chinare il capo e a prendersela solo con se stesso?
È come se la crisi di un’economia globale fondata sul debito infinito, che si riverbera come debito sovrano degli Stati, debito privato delle imprese e debito individuale delle famiglie rimaste senza risparmi, ci costringesse a modificare il nostro sguardo sulle classi sociali.
Anche i marxisti devono rivedere i loro schemi: la classica relazione capitale/ lavoro soppiantata dalla relazione creditore/debitore?
Se pure il creditore non assume le fattezze prossime della banca o di Equitalia, esso incombe come entità  sovranazionale che si fa beffe delle frontiere e ci travolge insieme al flusso dei capitali finanziari.
Velleitaria, e pericolosamente reazionaria, sarebbe la pretesa di frenarlo col ricorso a barriere protezionistiche.
Di conseguenza anche l’uomo indebitato si trasforma in figura trasversale, oltrepassa le tradizionali barriere sociali: può essere disoccupato o artigiano, operaio o imprenditore, precario o impiegato pubblico.
Ma sempre uomo indebitato.
Maurizio Lazzarato, autore del saggio La fabbrica dell’uomo indebitato (Derive/Approdi), sostiene che la fabbrica dei debiti, ovvero la costruzione e lo sviluppo di un rapporto di potere tra creditori e debitori, è il cuore strategico delle politiche neoliberiste.
In altre parole, sarebbe l’esito naturale del predominio della finanza sui nostri sistemi economici. Ciò spiega perchè, nella tempesta della recessione, il salvataggio delle banche è stato considerato prioritario rispetto al soccorso delle popolazioni in difficoltà : secondo questo schema, i governi vengono chiamati dal “Creditore universale” a imporre nel suo interesse sempre più deroghe ai diritti sociali: i cittadini devono rassegnarsi alla loro condizione di debitori.
Da qui a sognare la rivolta dell’uomo indebitato come prossima forma che assumerà  la lotta di classe, il passo è breve, nelle intenzioni dei pensatori rivoluzionari.
Ma la realtà  mal si presta a simili slogan.
Se è vero infatti che il debito incide profondamente nella soggettività  di chi ne è afflitto, presentandosi a lui come limitazione insuperabile e condizione eterna, l’effetto immediato è la disperazione sociale.
Depressione, vergogna, solitudine, rabbia. Istinto autodistruttivo — come nel caso di Giovanni Guarascio che ha trascinato con sè nel fuoco anche la moglie, la figlia e due agenti di polizia — oppure volontà  di rivalsa quando subentra il bisogno di individuare gli artefici della propria disgrazia: di volta in volta i politici, gli esattori del fisco, i banchieri, i funzionari pubblici, gli immigrati.
Il pericolo poi è che entri in azione qualche imprenditore politico della disperazione, abile nel riversare su un nemico interno o esterno la responsabilità  del debito insolvibile.
Per secoli l’antisemitismo si è nutrito di simili pulsioni, ma domani potrebbe toccare ad altri divenire vittime dell’odio di altre vittime.
L’uomo indebitato si sente ripetere dai leader di paesi più “virtuosi”, e dai tecnocrati nostrani prestati alla politica, che potrà  salvarsi solo “facendo i compiti a casa”.
Ma intanto perde la casa, come dimostrano anche le cifre del crollo del mercato immobiliare.
La società  si divide fra chi è ancora in grado di usare una carta di credito, restando così associato al mondo della finanza, e chi invece quel credito nominale l’ha perduto.
Insieme al disagio sociale, ne deriva una nuova psicologia del debito privato come condanna esistenziale
La filosofa Elettra Stimilli (Il debito del vivente, Quodlibet) individua le radici culturali di tale condizione nella natura stessa del capitalismo.
Cita Walter Benjamin che nel pieno della crisi della Repubblica di Weimar, travolta dai debiti di guerra, additava il capitalismo come la più estrema delle religioni: «Il capitalismo è il primo caso di un culto che non redime il peccato, ma genera colpa… Un’enorme coscienza della colpa, che non sa rimettere i propri debiti».
È ben noto che in tedesco la parola schuld si adopera ugualmente per dire debito e per dire colpa.
Poco importa processare a ritroso il ricorso capitalistico all’economia del debito nel corso della sua storia.
Resta il fatto che al giorno d’oggi l’uomo indebitato è una figura sociale talmente generalizzata da farci dubitare che accetti di sentirsi colpevole ancora a lungo.
Nel frattempo il debito pubblico italiano ha raggiunto a marzo la cifra record di 2.034,725 miliardi di euro.

Gad Lerner
(da “la Repubblica“)

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