Maggio 13th, 2013 Riccardo Fucile
LA CRISI ABBATTE LA DOMANDA DI GAS E FA SCENDERE I PREZZI, MA L’ENI E’ VINCOLATO AI CONTRATTI FIRMATI CON MOSCA DA BERLUSCONI
Da macchina da soldi a ricettacolo di perdite operative e svalutazioni. 
È l’evoluzione del business gas di Eni.
Colpa dei grandi contratti di importazione dai Paesi produttori come Russia e Algeria.
Il crollo della domanda dovuto alla crisi ha lasciato Eni alle prese con penali e obblighi pluriennali di acquisto per cifre da capogiro.
Ed è forte la tentazione di passare il conto al “parco buoi” dei consumatori.
Nel 2012 la divisione Gas&Power di Eni ha registrato una perdita operativa di 3,2 miliardi, in gran parte dovuta a svalutazioni di asset nella vendita per circa 2,5 miliardi. La revisione dei valori degli attivi è dovuta al contesto di mercato: negli ultimi quattro anni i consumi italiani sono crollati, tornando sotto i livelli del 2003.
In Europa le cose non sono andate meglio.
Oltre alla crisi hanno pesato l’aumento di produzione elettrica da rinnovabili e carbone, che ha tolto spazio al gas, e un parallelo incremento dell’offerta di gas via nave, effetto indiretto del boom dello shale gas negli Usa.
Una tempesta perfetta per Eni e gli altri grandi fornitori di gas, che si sono trovati a competere per una domanda asfittica mentre i prezzi sui mercati a breve (spot) crollavano per la molta offerta.
Qui entrano in gioco i contratti: costruiti su impegni di importazione pluriennali, contengono clausole dette take or pay (“prendi o paga”) che obbligano a ritirare ogni anno un quantitativo minimo di gas o a pagarlo comunque, salvo ritirarlo in seguito.
Il tutto a prezzi che seguono l’andamento del petrolio e per questo sono oggi fuori mercato rispetto ai più bassi prezzi spot.
Risultato: secondo l’ultimo report 20-F dell’Eni alla Sec americana, da quando con la crisi i consumi hanno iniziato a calare Eni ha prepagato gas non ritirato per 2,37 miliardi. Per il prossimo quadriennio 2013-16 la società prevede di onorare i suoi obblighi, grazie a rinegoziazioni dei contratti.
Intanto però sul gruppo gravano impegni colossali: per i prossimi anni ritiri minimi per 15-18 miliardi di euro l’anno, per un totale di oltre 247 miliardi da qui alla scadenza dei contratti.
Come limitare i danni?
Secondo il piano industriale Eni il fattore decisivo sarà la rinegoziazione coi fornitori, per avvicinare i prezzi a quelli dei mercati spot e allentare un po’ gli obblighi di ritiro.
Ma c’è una strada più semplice: traslare almeno parte del fardello sull’ultimo anello della catena, il consumatore.
Nell’energia una via per socializzare una perdita è quella amministrativa.
E un possibile strumento lo ha indicato l’ad di Eni Paolo Scaroni lo scorso autunno: poichè i contratti take or pay garantiscono all’Italia forniture sicure ma attualmente fanno perdere soldi, ha detto durante un’audizione al Senato, chi paga le bollette dovrebbe contribuire a mantenerli in vita, pagando di più.
L’accoglienza per la proposta di Scaroni non è stata calorosa.
Perchè pagare di più proprio quando l’attuale abbondanza di offerta renderebbe possibili forti risparmi?
In un primo momento l’Autorità aveva in parte accolto la richiesta, ipotizzando un “premio sicurezza” in bolletta da circa 800 milioni all’anno per i soli titolari di contratti take or pay (Eni, Enel, Edison e pochi altri).
Poi ha corretto il tiro annunciando che da ottobre, quando i consumatori inizieranno a pagare prezzi interamente legati ai mercati a breve con un risparmio atteso del 6-7%, un bonus tariffario per i big ci sarà , ma ridimensionato.
Da qualche tempo iniziano finalmente a vedersi alcune concrete occasioni di risparmio per chi abbandona i prezzi regolati per quelli liberi.
Tuttavia dietro ad alcune proposte possono nascondersi brutte sorprese. Si pensi alle offerte a prezzo fisso, pubblicizzate come assicurazioni contro aumenti futuri.
Ha senso per il consumatore bloccare il prezzo oggi quando, come abbiamo visto, le bollette si avviano a scendere almeno da qui a fine anno?
Sarebbe poi folle congelarlo a un livello superiore all’attuale. Che è invece proprio ciò che fanno molte proposte.
Basta fare un giro sul Trovaofferte sul sito dell’Autorità : alcune formule “fisse”, quelle con sottoscrizione online, danno risparmi apprezzabili.
Altre però, spesso proprio quelle più pubblicizzate, bloccano il prezzo a un livello uguale o anche molto superiore al regolato.
Un cliente tipo che sottoscriva oggi un’offerta Eni3 o Eni Fixa spenderebbe, a seconda della residenza, 40-60 euro in più all’anno rispetto al prezzo regolato, neutralizzando per intero il calo del 4% deciso dall’Autorità ad aprile e autoescludendosi da quelli futuri. Con Enel “Energia Sicura” il maggior esborso sale addirittura a 90 euro e arriva fino a 150 euro con “A Tutto Gas” di Sorgenia.
Molte campagne promozionali sul prezzo fisso sono partite lo scorso autunno, quando alle imprese era già nota l’intenzione dell’Autorità di riformare i prezzi.
Meno certo però è che lo sapessero o lo sappiano tuttora i consumatori.
Interpellata sull’argomento Eni ha sottolineato attraverso un portavoce che “oltre alle offerte bloccate, che consentono comunque di fissare i prezzi per 2 o 3 anni a seconda dell’offerta per scommettere su un risparmio nel tempo, dà anche la possibilità di un risparmio immediato, con prezzi inferiori rispetto a quelli fissati dall’Aeeg, come per esempio le offerte Young, Link e Free”.
Gionata Picchio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile
“ENTRO META’ MESE VOGLIAMO VEDERE I CONTI AGGIORNATI CON INDICATE LE COMPENSAZIONI”
Passano i giorni ma il nodo dell’Imu (abolizione, rinvio, soppressione, restituzione?) non si scioglie, anzi si aggroviglia un po’ di più.
Lunedì è entrata in campo anche l’Unione europea: Bruxelles, ha scritto l’agenzia Ansa citando fonti interne alla Commissione Ue, si aspetta entro metà mese che il governo italiano presieduto da Enrico Letta presenti il programma di stabilità aggiornato, con le compensazioni dell’abolizione dell’Imu e del rinvio dell’aumento dell’Iva.
D’altronde sul fronte finanziario il governo deve subito mettere in campo alcune misure.
Oltre a Imu e Iva, ci sono anche da trovare le risorse per la Cassa integrazione in deroga. In tutto si tratta di un pacchetto da circa 6 miliardi di euro, che dovrebbe prendere la forma del decreto legge.
LAVORO
Ma non c’è solo il fronte conti pubblici, c’è anche quello dell’emergenza lavoro, come hanno ricordato sia il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi («Rischi di proteste distruttive a causa della disoccupazione») sia lo stesso Enrico Letta nell’incontro con il premier spagnolo Mariano Rajoy, in cui si è deciso di creare una task force congiunta italo-iberica per il lavoro: «Quello della disoccupazione giovanile è il tema centrale. La lotta alla disoccupazione deve essere l’ossessione principale dell’Europa». Letta ha voluto anche rassicurare l’Europa sul fatto che l’Italia assolverà ai suoi obblighi.
ENTRATE
Ma la situazione si presenta comunque incerta: segnale di queste incertezze è il dato sulle entrate tributarie nel primo trimestre: ammontano a 87,7 miliardi di euro con una flessione dello 0,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Lo ha comunicato il ministero dell’Economia commentando però che nonostante la crisi «il gettito tiene».
Tra le ipotesi che si cerca di verificare in queste ore, anche la possibilità di chiedere più tempo per il pareggio strutturale.
Ma da Bruxelles arrivano segnali non positivi rispetto a questa ipotesi.
«Per l’Italia raggiungere il pareggio di bilancio strutturale è molto importante alla luce del debito molto elevato del Paese», ha detto il portavoce del commissario Olli Rehn. «L’abrogazione della procedura per deficit eccessivo richiede un deficit sotto il 3% per quest’anno e per il prossimo, quindi guardiamo soprattutto a questo e insistiamo che il programma di consolidamento dei conti sia accompagnato dalle riforme essenziali per rafforzare l’economia italiana», ha aggiunto il portavoce di Rehn.
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Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile
NUOVA SPENDLING E FONDO IMMOBILI, IL GOVERNO ALLA RICERCA DI QUATTRINI… PIU’ TEORIE CHE CERTEZZE
Si aggrava la recessione in Italia, mentre il governo accelera per il varo della manovra in
due tempi: un primo decreto, a giorni, per sospendere l’Imu, finanziare gli ammortizzatori sociali e forse per le prime misure a sostegno dell’occupazione giovanile; un secondo per scongiurare l’aumento dell’Iva nel mese di giugno.
Si cominciano intanto a delineare le coperture per finanziare il pacchetto di 5-6 miliardi necessario a varare i due provvedimenti.
In primo piano c’è il rilancio della spending review sul modello allestito con il «libro verde» di Tommaso Padoa-Schioppa: si interverrà con il bisturi su beni e servizi, abbandonando la logica dei tagli lineari, con l’obiettivo di recuperare 2-3 miliardi per la seconda metà dell’anno (resta il fatto che diminuiranno così i servizi ai cittadini).
Circa un miliardo verrà dal nuovo Superfondo costituito presso il Tesoro: il decreto per la nuova Sgr (società gestione del risparmio) è pronto e la società sarà guidata da Vincenzo Fortunato (già capo di gabinetto di Grilli al Tesoro) e da Elisabetta Spitz (per molti anni ai vertici del Demanio).
Complessivamente alla Sgr saranno conferiti nei prossimi giorni dal Demanio 350 immobili per il valore di 1,2 miliardi.
Un terzo perno è il cosiddetto piano-Giavazzi che prevede il taglio del pacchetto di agevolazioni alle imprese: l’obiettivo sono 800 milioni-1 miliardo a partire dai trasferimenti alle Ferrovie.
Cioè invece che aiutarle, si tagliano le agevolazioni…
Per il resto si giocherà , per occupazione e formazione giovanile, sul cofinanziamento dei fondi strutturali europei ma anche su una parte delle risorse erogate per il decreto salda- debiti della pubblica amministrazione (complessivamente, come è noto, si tratta di 7 miliardi nel 2013 sul deficit) che potrebbe rimanere inoptata o inutilizzata.
Anche qui molta teoria, nessuna certezza.
Il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomani, intervenendo ieri nell’aula di Montecitorio sul Documento di economia e finanza, ha detto che nel «decreto d’urgenza che il governo sta mettendo a punto dovranno trovare spazio il rifinanziamento della cig in deroga e, se possibile, le «prime misure a sostegno dell’occupazione giovanile».
Voci critiche continuano a venire dei Comuni sull’Imu: «La sospensione della rata di giugno è un grande pasticcio», ha detto il sindaco di Milano Pisapia.
A rendere ancora più fosco il quadro anche i dati Istat sulla disoccupazione: raggiungerà l’11,9 per cento quest’anno (1,2 per cento in più rispetto al 2012) e toccherà il 12,3 per cento nel 2014.
Scendono anche le entrate: -0,3 nei primi tre mesi dell’anno.
«Siamo al lavoro per fronteggiare l’emergenza », ha detto ieri il ministro del Lavoro Enrico Giovannini che ieri ha incontrato il leader della Uil Angeletti in vista di un vertice con le parti sociali.
Tanto promettere è l’unica cosa che non costa nulla
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Maggio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
DALL’ORGANISMO EUROPEO PAROLE CHIARE DI FRONTE A PROPOSTE DEMAGOGICHE
Rallenta la crescita italiana, ma con le giuste misure la recessione potrebbe finire alle spalle già
quest’anno.
Eppure non si può allentare la presa fiscale, ma si devono consolidare gli sforzi di riduzione del debito e continuare le riforme strutturali sulla scia di quanto fatto nel 2012.
Così l’Ocse entra nel vivo del dibattito sull’economia italiana e punta il dito contro le ipotesi di modifica o eliminazione dell’Imu.
Stop all’eliminazione dell’Imu.
“Considerando che il forte vincolo di bilancio dell’Italia va rispettato, bisogna stabilire delle priorità . Noi riteniamo che la scelta fiscale coerente con queste condizioni e con le priorità indicate dal governo sia la riduzione delle imposte sul lavoro. Altre scelte si potranno fare più avanti e andranno garantite le coperture”, spiega chiaramente il capo economista Pier Carlo Padoan.
Il segretario generale Angel Gurrìa aggiunge che “è la tendenza generale nel mondo e nei Paesi Ocse quella di tagliare le tasse sulle imprese e sul lavoro compensando con imposte sui consumi, su proprietà immobiliari e su emissioni di gas serra”.
Sulla tassa sulla casa si era espresso anche l’ex premier Mario Monti, che proprio dalla presentazione del rapporto Ocse ha bollato la questione come un “tema non degno dell’attenzione quasi morbosa” di questi giorni.
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Maggio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“IL VOSTRO PIL SCENDERA’ ANCORA: MENO 1,5%”… “SISTEMA BANCARIO ESPOSTO A RISCHI SISTEMICI”
Per l’Italia, la priorità resta «la riduzione ampia e prolungata del debito pubblico», perchè «con un rapporto debito/Pil vicino al 130% e un piano di ammortamento del debito particolarmente pesante», il Paese «rimane esposto ai cambiamenti improvvisi dell’umore dei mercati finanziari». Lo scrive l’Ocse nel suo rapporto sull’economia italiana.
Secondo l’Ocse il rapporto deficit/pil dell’Italia salirà al 3,3% nel 2013 e al 3,8% nel 2014: «L’indebitamento netto – spiega l’Ocse nel rapporto sull’Italia presentato oggi – risulta peggiore rispetto alle stime del governo a causa delle prospettive di crescita più deboli».
Nel quadro macroeconomico contenuto nel Def presentato in aprile, il governo stima un deficit al 2,9% del Pil nel 2013 e all’1,8% del Pil nel 2014
In Italia «è impossibile per il momento ridurre in modo significativo il livello complessivo dell’imposizione», ma l’eliminazione delle agevolazioni fiscali senza giustificazioni economiche permetterebbe di aumentare la base imponibile e quindi ritoccare le aliquote marginali «senza impatto sulle entrate».
Nel suo rapporto sull’economia italiana, l’Ocse rivede di nuovo al ribasso le stime sul Pil per il 2013, prevedendo una contrazione dell’1,5%, contro il -1% previsto nell’outlook del novembre scorso.
Il ritorno alla crescita non è previsto prima del 2014, per cui l’organizzazione stima un +0,5%. Per l’Ocse l’economia italiana «potrebbe frenare» nei prossimi mesi e «non dovrebbe iniziare a crescere prima del 2014».
Secondo l’Ocse «gli effetti positivi della serie di ampie riforme dal lato dell’offerta adottate a partire dalla fine del 2011, richiederanno tempo per materializzarsi, a causa del clima di scarsa fiducia, del ritmo lento della ripresa negli altri paesi e della necessità di proseguire sulla strada del consolidamento fiscale. Il piano annunciato ad aprile 2013 di ridurre significativamente i debiti arretrati della Pubblica Amministrazione è benvenuto. L’impatto sulla crescita però è incerto, per cui in queste previsioni è inclusa una stima conservativa».
In Italia, «sebbene il sistema bancario si sia rivelato complessivamente solido, diversi istituti di credito hanno incontrato gravi difficoltà e il settore finanziario resta esposto a rischi sistemici». L’Ocse consiglia quindi al nostro Paese di «incoraggiare le banche ad aumentare gli accantonamenti per perdite e continuare a incitarle a soddisfare le loro esigenze di capitale tramite le emissioni di nuove azioni o la cessione di attività non strategiche»
Il settore finanziario italiano, spiega l’Ocse, «ha resistito meglio di molti altri Paesi alla prima ondata della crisi», ma «nel periodo 2011-12, il sistema bancario è divenuto vulnerabile al contagio proveniente dalle preoccupazioni internazionali circa il livello del debito pubblico».
Attualmente, «secondo gli indici di bilancio, le banche italiane registrano in media un indebitamento inferiore ai loro omologhi europei. Tuttavia, con il persistere della recessione, il livello già elevato di crediti in sofferenza è in aumento e rimane un’importante fonte di preoccupazione».
L’Italia «ha avviato un ambizioso programma di riforme», che insieme alle misure intraprese dall’eurozona «hanno ridotto i rischi di rallentamento economico, e potrebbero aiutarla a uscire dalla recessione già nel corso del 2013».
Lo scrive l’Ocse, nel suo ultimo rapporto sull’economia italiana. Gli effetti benefici di questi interventi, sottolinea però l’organizzazione, «richiederanno tempo per materializzarsi, a causa del clima di scarsa fiducia, del ritmo lento della ripresa negli altri Paese e della necessità di proseguire sulla strada del consolidamento fiscale».
(da “La Stampa“)
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Maggio 1st, 2013 Riccardo Fucile
DEMAGOGIA E REALTA’: IL PIANO PDL AZZEREREBBE TUTTI GLI INTERVENTI URGENTI
Per finanziare le misure più immediate, inserite nel programma del nuovo governo, servirebbero quasi 18
miliardi: dal credito di imposta per il lavoro al bonus ristrutturazioni, dal fondo per le piccole e medie imprese alla cassa in deroga.
Restano forti i dubbi sulle coperture: un secondo round di spending review, nuove tasse su giochi, tabacchi e alcolici oppure un inasprimento di quelle sulla seconda casa.
E se l’Imu si mangia tutte le risorse?
Tanto più che si tratta di risorse, per ora assolutamente virtuali e tutte da trovare.
L’aut aut di Silvio Berlusconi, che insiste perchè il governo adotti interamente la sua linea, imperniata sull’abolizione dal 2013 e sulla restituzione di quanto versato nel 2012 per la prima casa, costa 8 miliardi tondi.
Una misura in grado di vanificare anche un eventuale, e tutto da negoziare con Bruxelles, allentamento dei criteri che potrebbe liberare lo 0,5% del Pil pari a 7-8 miliardi.
Se passasse l’ipotesi sostenuta con forza ieri da Brunetta e appoggiata dal vicepremier Angelino Alfano non si potrebbe fare niente altro.
Tra le misure annunciate dal presidente del Consiglio Letta rimarrebbero un semplice “spot” la rinuncia all’aumento dell’Iva, il rifinanziamento della Cig in deroga, la proroga dei precari dello Stato, il credito d’imposta per le assunzioni, le missioni militari, i bonus energia, il fondo anti credit cruch.
Veramente allora si tratterebbe del libro dei sogni del neopremier: perchè complessivamente queste misure costano altri 9,7 miliardi.
Che sommati all’Imu berlusconiana fanno salire il conto a circa 18.
Anche se, per pura ipotesi, si arrivasse a mettere insieme 0,8 punti di Pil, circa 12 miliardi, non si arriverebbe a soddisfare tutte le emergenze perchè la proposta mangiatutto di Berlusconi non lascerebbe spazio alle altre misure.
Ad un teorico bonus europeo si potrebbero infatti aggiungere le traballanti proposte del Pdl che contano di recuperare 2 miliardi dall’aumento della tasse su giochi, tabacchi e alcolici oltre ad altri 2 dal concordato con la Svizzera (peraltro messo in dubbio dal recente accordo tra i 5 maggiori Paesi europei, Italia compresa, a favore della trasparenza bancaria sul modello Obama).
Anche in questo caso ci sarebbe solo lo spazio per sterilizzare l’Iva (1,9 miliardi), rifinanziare la cig in deroga (1 miliardo), e rimarrebbe circa un miliardo per missioni militari e ristrutturazioni.
In questo caso i precari potrebbero aspettare, come pure il credito d’imposta per le nuove assunzioni e il fondo per le Pmi anti credit crunch: in tutto all’appello, in questo caso, mancherebbero 5,8 miliardi.
La parola chiave è, come ha detto il responsabile economico del Pd Stefano Fassina, «compromesso», tra le due ipotesi di cancellare l’Imu dalla faccia della terra e alleggerirne saggiamente il peso.
L’intervento ispirato al buon senso è quello proposto in campagna elettorale da Pd e Scelta civica: si tratta di agire sulla detrazione di base, attualmente a 200 euro, per elevarla con la spesa di un paio di miliardi.
Ma sul campo c’è anche l’idea di esentare i redditi bassi, sotto i 15 mila euro di Isee (la denuncia dei redditi sociale) oppure di rilanciare a dicembre la fusione tra Imu e Tares-rifiuti facendo nascere la Ics, l’imposta su casa e servizi, ben modulata e progressiva.
Se lo “sfondamento controllato” in Europa trovasse ostacoli tra gli ultimi alfieri dell’austerità , incapaci di andare oltre, e se si volessero mantenere le promesse di Letta al Parlamento, bisognerebbe raschiare il barile.
Si potrebbe essere costretti a “cifrare” la lotta all’evasione, continuare con la spending review con esiti incerti ed essere pronti a respingere le tentazioni parlamentari — mai sopite — di un condono da parte del Pdl che potrebbe contrabbandare la necessità di una sanatoria con la crisi delle imprese.
Altrimenti la strada è quella minimale: 5 miliardi per l’ingorgo fiscale: tra rata di giugno e Iva.
E poi si vedrà .
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Aprile 30th, 2013 Riccardo Fucile
CAMUSSO: “POLITICHE DEL LAVORO SONO PIU’ IMPORTANTI”… LA SINISTRA TACE COME SEMPRE…ALLA FINE PER NON FAR PAGARE 250 EURO DI MEDIA A FAMIGLIA TASSERANNO I PANINI CHE LA CARITAS DISTRIBUISCE AI POVERI, COSI’ BRUNETTA SI SENTIRA’ REALIZZATO
Promessa ieri nel discorso programmatico dal premier Enrico Letta, l’abolizione dell’Imu potrebbe
trasformarsi in un boomerang.
E già adesso comincia a creare le prime grane al nuovo esecutivo.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini di buon mattino precisa: “Quella annunciata ieri dal premier è solo una proroga della rata di giugno”.
Insorge il Pdl, con il senatore Altero Matteoli che chiede al governo di chiarire in sede di replica al Senato prima del voto di fiducia.
E interviene il ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio: “La rata di giugno verrà sospesa in attesa di un nuovo regime che possa aiutare le famiglie meno abbienti”.
Ma a Silvio Berlusconi non basta. “Se non c’è la cancellazione dell’Imu, non ci stiamo”.
E, arrivando in Senato, dice ai giornalisti di essere “fiducioso,” sia sull’abrogazione per il futuro che sulla restituzione dell’Imu: “Non sosterremmo un governo che non attua queste misure nè lo sosterremmo dall’esterno. Abbiamo preso un impegno con gli elettori e vogliamo mantenerlo”.
A ribadire il concetto il coro dei fedelissimi: da Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl, alla senatrice Anna Maria Bernini, tutti sono concordi nel ritenere l’eliminazione della tassa una condizione “imprescindibile”, su cui “non si può tornare indietro”.
Ma dall’Ue arriva già un monito neanche troppo sottinteso, il cui senso è “attenti a quello che fate”.
Un portavoce della Commissione Ue, a chi gli chiedeva se Bruxelles accetterebbe l’abolizione della tassa sulla casa, ha risposto: “Gli obiettivi di bilancio per l’Italia non cambiano e il nuovo governo dovrà dire come intende rispettarli senza nuovo indebitamento”.
Neanche ai sindacati Cgil, Cisl e Uil va bene l’idea che si abolisca tout court l’Imu sulla prima casa: “Così vengono sottratte risorse a politiche più necessarie – sostiene Susanna Camusso, segretario Cgil – Bisogna scegliere e dire che si difendono le persone con una sola casa, non chi ha 20 ville e 37 appartamenti, e con valore basso”.
Le facili promesse sono come le bugie: hanno le gambe corte.
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLE FINANZE TEDESCO SCHAEUBLE: “IL PROBLEMA IN ITALIA E’ STATA L’IRRITAZIONE DELL’ECONOMIA PER I RITARDI NEL FORMARE IL GOVERNO”
«Il problema in Italia è stata l’irritazione dell’economia per i ritardi nel formare il governo. Scaricare sugli altri i propri problemi è comprensibile umanamente, e per alcuni la Germania è appropriata nel ruolo, ma è una sciocchezza».
Così Schaeuble commenta le parole di Enrico Letta secondo cui occorre rinegoziare il rigore in Ue.
Intervistato dalla radio Deutschlandfunk, dopo che gli erano state fatte ascoltare le dichiarazioni del premier incaricato Enrico Letta sulla necessità di rinegoziare il rigore in Europa, il ministro delle Finanze tedesco ha spiegato che così «si disconoscono le vere cause dei problemi. E chi non riconosce le cause, fa analisi sbagliate e non arriva alla giusta terapia. Per questo occorre tenere fede a quello che abbiamo già concordato insieme» in termini di risparmio e risanamento: «Abbiamo bisogno di stabilità e crescita sostenibile».
Non si può risolvere il problema della diversa solidità dei Paesi dell’Europa «rendendo la Germania debole come gli altri», ha poi aggiunto Schaeuble.
«Sono gli altri che devono arrivare a risolvere i problemi alla radice», ha concluso.
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Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile
METTERE IN CIRCOLO I 40 MILIARDI DI PAGAMENTI DELLA P.A. ALLE IMPRESE NON SARA’ FACILE… LE CRITICHE DI RETE IMPRESE ITALIA
Il decreto governativo per i pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese si avvia a diventare una sorta di tela di Penelope.
Già la sua gestazione è stata tutt’altro che facile e adesso il nuovo test è rappresentato da un cammino parlamentare con un discreto tasso di imprevedibilità .
I primi a chiedere che il decreto fosse emendato dalle Camere sono stati quelli di Rete Imprese Italia che ne hanno sottolineato da subito alcune incongruenze e farraginosità , chiedendo implicitamente di introdurre nel test una clausola di salvaguardia.
Ovvero se l’iter previsto dai ministeri competenti incontrasse degli intoppi scatterebbe la possibilità di compensare debiti/crediti oltre la soglia dei 700 mila euro previsti dal decreto. Nelle prime ore post decreto Rete Imprese Italia era rimasta quasi isolata, via via però i dubbi avanzati dal portavoce Carlo Sangalli sono stati condivisi anche dalla Confindustria e dall’Alleanza delle Cooperative.
Nel complesso gioco dei giudizi ad incastro nessuno però aveva valutato con attenzione la posizione del Pdl.
È vero che sin dalle prime battute il portavoce Daniele Capezzone aveva cominciato a prendere le distanze dal decreto ma gli atti successivi sono stati più espliciti.
I maliziosi possono arguirne che il centrodestra si sente già ingaggiato in campagna elettorale per rimontare nei confronti del suo elettorato tradizionale (i Piccoli) che nell’ultima tornata li ha traditi.
Come che sia, il Pdl ha garantito alle associazioni d’impresa il massimo di appoggio per modificare in Parlamento il decreto Grilli.
«Così com’è il provvedimento ha i contorni di una beffa – ha dichiarato ancora Capezzone dopo l’incontro con la delegazione della Confindustria – promette ma non può mantenere. Siamo impegnati ad un’azione emendativa profondissima». Più chiari di così si muore.
Dal canto suo il Pd ha mostrato comprensione nei confronti dei rilievi avanzati da Rete Imprese Italia, anche se si è complessivamente tenuto su una linea più prudente rispetto al Pdl.
Il Pd pensa di poter formare ancora un governo a sua guida e quindi sta più attento nel formulare promesse.
Ma anche Giuliano Poletti, presidente della Lega Coop, ieri ha ribadito che le imprese si aspettano «procedure di erogazione certe, obbligatorie e veloci» e ha anche sostenuto la necessità di poter compensare debiti e obblighi fiscali.
Un punto comunque il Pd lo ha portato a casa con la designazione a relatore del decreto a Montecitorio di Giovanni Legnini, parlamentare apprezzato dai Piccoli
Cosa accadrà , dunque, è difficile dirlo.
Le imprese stanno limando le proposte con l’intento di non compromettere l’iter del decreto ma puntando a migliorarlo sensibilmente.
Anche perchè, secondo un calcolo della Cna, il testo «nasconde» un appesantimento degli oneri burocratici e amministrativi sulle imprese e i cittadini quantificabile in 10 miliardi di euro.
Qualche timore c’è anche per il gran numero di delibere attuative (Il Sole 24 Ore ha parlato di ben 36), che interessano livelli diversi dell’amministrazione.
Mettere in circolo i 40 miliardi stanziati non sarà dunque una passeggiata e durante il percorso ci saranno stop, accelerazioni e inevitabili conflitti.
Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)
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