Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile
I NUMERI DEL DEF: SE SPARISCE L’IMU INTERVENTI TRIPLICATI
Dal 2015 saranno necessarie nuove manovre perchè l’Imu sulla prima casa è destinata a scadere così come l’aumento dei moltiplicatori con cui si calcola la rendita catastale.
E poi da conteggiare altri due miliardi all’anno in più dopo la bocciatura della Corte costituzionale a nuovi ticket sanitari.
Ma il prossimo governo, anche se il Def (Documento di economia e finanza) non lo dice, rischia di dover varare una manovra anche per quest’anno per coprire una serie di spese, dalla cassa integrazione alle missioni militari all’estero
La versione definitiva del Def approdato ieri in forma definitiva con centinaia di pagine e tabelle è decisamente meno rosea delle anticipazioni.
Nel testo si prospetta chiaramente il ricorso a nuovi interventi che variano di intensità a seconda che l’Imu venga confermata o venga abolita.
Nello specifico, per proseguire un calo tendenziale dell’indebitamento e per mantenere il pareggio di bilancio strutturale, si parla di manovre per 20 miliardi nel triennio 2015-2017 se l’attuale imposizione sulla casa viene confermata, se invece salta come molte forze politiche vanno sostenendo, le manovre schizzano a 60 miliardi.
Tutto questo senza tener conto delle griglie imposte dal fiscal compact che ci impone di ridurre il debito pubblico di un ventesimo all’anno a partire dal 2015.
I rischi paventati a caldo l’altro giorno dal responsabile economico del Pd Stefano Fassina sono dunque confermati.
E ieri sia Fassina che Pierpaolo Baretta (relatore della finanziaria per il Pd) hanno prospettato la necessita di fare una manovra aggiuntiva già da quest’anno da 6 a 8 miliardi di euro per finanziare una serie di voci: l’ulteriore rinvio della Tares e dell’aumento Iva, la cassa integrazione in deroga, gli esodati, le missioni all’estero, i contratti di servizio con Anas, Poste, Ferrovie e il bonus del 55% per le ristrutturazioni green. «Un intervento che si può evitare – precisa Fassina – se il nuovo governo si deciderà ad andare a Bruxelles come hanno fatto altri Paesi per ottenere una revisione del percorso di rientro».
Il quadro sopra riportato si riferisce inoltre a stime di decrescita per il 2013 migliori (-1,3%) di quelle che circolano nelle analisi dei privati che ipotizzano una contrazione di 1,7-1,9 punti.
Così come la crescita del Pil negli anni successivi di 1,3-1,4 o le privatizzazioni per un punto di Pil all’anno sono in realtà previsioni rosee scritte sulla sabbia.
Nessuno sa come andrà l’economia italiana e quella europea in bilico tra interventi sviluppisti e grande rigore alla tedesca.
«Il cuore del problema italiano è come tornare a crescere – sostiene Mario Monti nella prefazione del Def – e il Paese non può aspettare che la tempesta passi deve agire subito per il 2014 deve essere una anno di trasformazione».
La sua visione resta ancorata al rigore del pareggio di bilancio.
L’impulso alla crescita deve essere trovato mediante riforme strutturali «accrescendo la produttività totale dei fattori del sistema» oppure ricorrendo a una «fiscalità più flessibile, innovativa, capace di dare incentivi agli investimenti nei settori che portano la crescita».
Non si nasconde, nelle pagine del Def, che il debito pubblico è cresciuto di dieci punti negli ultimi due anni arrivando al record storico di 130,4% rispetto al Pil.
Ma si immagina che la discesa inizi già dall’anno prossimo e sia più veloce del previsto per arrivare alla soglia del 117% entro la fine del 2017.
Così come si fa notare che i risparmi da un calo dello spread nei confronti del bund tedesco ammonteranno a 7,7 miliardi di euro nel 2015.
Lo scenario in cui versa l’Italia resta molto problematico.
Per il vicedirettore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta «l’economia italiana sta attraversando la crisi più profonda dalla fine della Seconda guerra mondiale e rispetto al 2007 il prodotto interno è sceso di 7 punti percentuali, il numero di occupati di 600.000 unità ».
Panetta ha ricordato come «i cali di produzione più pesanti sono stati registrati dall’industria manifatturiera e dal settore delle costruzioni» mentre la produzione industriale è «oggi inferiore di quasi un quarto al livello precrisi».
Roberto Bagnoli
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
CAMBIA IL DECRETO… GRILLI, PASSERA E IL DUELLO CON CANZIO
Il decreto sui pagamenti, «bollinato» idalla Ragioneria, arriva nelle mani del presidente della Repubblica per la firma e la successiva pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
Se così sarà , martedì saranno possibili i primi pagamenti per i Comuni che hanno in cassa liquidità e sono iscritti alla piattaforma telematica delle certificazioni.
Con un comunicato il ministero dell’Economia ha fatto chiarezza sulla norma relativa alla compensazione dei crediti fiscali con i debiti della pubblica amministrazione: l’innalzamento della soglia dai 500 mila euro ai 700 mila c’è.
A partire dal 2014.
Mentre sembra applicabile dall’entrata in vigore del decreto l’allargamento della fattispecie dei crediti fiscali compensabili anche a quelli che emergono da accertamento per adesione
Cosa ha creato nella notte tra sabato e domenica la necessità di un intervento congiunto dei ministri dell’Economia, Vittorio Grilli, e dello Sviluppo economico, Corrado Passera?
Come sempre, si potrebbe dire, la preoccupazione di uno sforamento dei conti pubblici che comporterebbe il mancato rientro dalla procedura d’infrazione europea, prevista dal premier per maggio.
La Ragioneria guidata da Mario Canzio, nel bollinare il decreto, avrebbe cassato l’innalzamento del tetto delle compensazioni per mancanza di copertura.
Sarebbero state le organizzazioni imprenditoriali a accorgersi dello stralcio nel testo «bollinato» dell’innalzamento della soglia, che invece era stata ampiamente comunicato a Palazzo Chigi e riportato nel comunicato nero su bianco.
Di qui il pressing sui ministri perchè non lasciassero saltare quel che restava di una norma che, nelle intenzioni delle imprese, soprattutto le più piccole rappresentate da un’agguerrita Rete imprese Italia, doveva essere ben più ampia e significativa.
A queste, ormai a notte fonda, Grilli e Passera hanno assicurato il ripristino delle compensazioni.
L’esito del lavoro svolto dalla Ragioneria sulle coperture continua a lasciare perplesse le imprese perchè, ad esempio, quel «beneficio stimabile nel 2013 a almeno due miliardi» riportato nel comunicato di palazzo Chigi, non esiste.
La compensazione scatterebbe solo nel 2014 perchè non ci sarebbe stato tempo per applicarla quest’anno, si fa sapere.
Ma più probabilmente perchè quei due miliardi, caricati su quest’anno, avrebbero splafonato, bucando il tetto del rapporto deficit/Pil nel 2013.
Salvo novità , due miliardi, anzi precisamente 1.880 milioni saranno disponibili invece dall’anno prossimo, mentre l’onere relativo sarà spalmato su tre anni: un miliardo 250 milioni nel 2014, 380 milioni nel 2015 e 250 nel 2016.
Le risorse dovrebbero arrivare da un apposito fondo dell’Agenzia delle Entrate che serve, per l’appunto, ai rimborsi fiscali.
Mentre nel 2014 il miliardo e 250 si andrà a attingere alle maggiori risorse assegnate alle restituzioni e ai rimborsi delle imposte, pari nel 2014 a 4 miliardi, che sembravano prevalentemente destinati ai rimborsi Iva.
Sul decreto pendono forti dubbi circa i tempi: se le Regioni per poter ottenere le anticipazioni di cassa devono realizzare un piano di copertura e dunque un assestamento di bilancio, dovranno farlo con legge regionale.
Come si può pensare che tempi e modi dei pagamenti vengano già comunicati il 30 giugno?
Termine quest’ultimo che nella versione definitiva del decreto vale anche per i Comuni per i quali prima era stato previsto il termine del 31 maggio.
Il governatore campano, Stefano Caldoro, ha invitato i Parlamentari meridionali a modificare il testo che «dà all’ente ricco e non al più virtuoso».
Antonella Baccaro
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile
TRE LE FASI DEL CALENDARIO MESSO A PUNTO DAL GOVERNO
Una boccata d’ossigeno immediata che potrebbe valere sui 7 miliardi; quindi l’autorizzazione e la predisposizione del piano per la restituzione fino a completare il primo stock di 40 miliardi in circa 12 mesi; infine il censimento dell’ammontare dei debiti per programmare con la legge di stabilità le modalità e le ulteriori tranche di restituzione.
Sono le tre fasi del calendario messo a punto dal Cdm per la restituzione dei debiti della P.A.
Prima fase: via ai pagamenti.
Dopo l’ok del Consiglio dei Ministri il decreto che blocca i debiti della Pa arriva al Quirinale per l’emanazione.
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è prevista per lunedì e rende immediatamente eseguibili i pagamenti da parte degli enti locali, utilizzando la metà delle disponibilità di cassa.
A quanto ammontano?
Il Tesoro le stima in 14 miliardi
Seconda fase: richiesta fondi al tesoro.
Entro il 30 aprile Comuni e Province chiedono l’autorizzazione per i pagamenti sulle somme disponibili. Comuni, Province, Regioni e Usl potranno invece chiedere l’accesso al Fondo (di 26 mld) al ministero dell’Economia.
Ovviamente va consegnato un elenco dei debito al Tesoro che risponderà entro il 15 maggio.
Quindi il ministero dell’economia autorizza gli importi da pagare e indica come queste risorse vanno finanziate.
Di fatto, rispetto alle richieste che arriveranno (di certo superiori ai 40 miliardi) ci sarà una ripartizione.
Si attivà così anche le linee di credito (trentennali ai tassi attuali del Btp a 5 anni) con la Cassa Depositi e Prestiti.
Entro il 31 maggio gli enti territoriali, oramai a conoscenza degli importi di cui dispongono, dovranno comunicare alle imprese creditrici il piano dei pagamenti.
Così, con trasparenza, potranno valutare quando e come riceveranno gli importi.
Terza fase: il censimento.
Il 15 settembre è il termine ultimo per completare il censimento dei debiti delle amministrazioni pubbliche.
Le amministrazioni dovranno fare una verifica e verificare tutti i crediti scaduti al 31 dicembre 2012.
Anche le Banche dovranno verificare l’ammontare dei crediti che sono stati loro ceduti con la precedente procedura di rimborso.
Solo così si potranno valutare le ulteriori tranche di rimborso.
Il 15 ottobre, dopo il check up dei debiti il governo stabilirà con la prossima legge di stabilità le modalità di rimborso delle tranche successive, anche attraverso l’emissione di specifici titoli di Stato.
I rimborsi diventano così effettivi.
Ovviamente questi pagamenti scattano dal 2014.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile
GRILLI: “SI PUO’ PAGARE DA LUNEDI”…TITOLI DI STATO AD HOC SOLO PER I CREDITI PASSATI ALLE BANCHE…ABI SODDISFATTA, RETE IMPRESE CRITICA
Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che dà il via libero al pagamento di 40 miliardi
di debiti della pubblica amministrazione nei confronti di imprese e banche.
La riunione, presieduta dal premier Mario Monti, ha avuto come principale punto all’ordine del giorno il tema dei crediti delle imprese.
“Quaranta Miliardi erogati nei prossimi 12 mesi alle imprese con un meccanismo chiaro, semplice e veloce” e “rispettando la soglia del debito del 3%”.
Così Mario Monti ha riassunto il succo del decreto. Il ministro del Tesoro, Vittorio Grilli, ha annunciato che la ripartizione dei fondi avverrà a partire dal 15 maggio.
“E’ arrivato il momento di voltare pagina”, ha detto Monti nella conferenza stampa finale. Quello dei debiti della PA è “un caso molto emblematico di come, mentre si facevano più stretti i vincoli di obbligo disciplina, le amministrazioni avevano invece risposto con forme che hanno scaricato gli oneri sul futuro e le imprese e i cittadini”, ha aggiunto il premier, sottolineando polemicamente che coloro che oggi sono più critici sono gli stessi “che hanno creato il problema”.
“Esprimo una leggera indignazione – ha detto – per le critiche al governo che ha impiegato qualche giorno in più per il decreto. Sono stati severi con noi i partiti che negli ultimi 10 anni hanno causato questi problemi”. Monti ha parlato anche di “comportamenti poco seri che in passato caratterizzavano la gestione della cosa pubblica”.
Secondo Monti, il decreto non ostacolerà il rispetto dei parametri Ue: “C’è la fondata aspettativa che a maggio l’Italia sarà dichiarata uscita dalla procedura” Ue per deficit eccessivo, ha detto.
Il premier ha ricordato che il decreto è il frutto del lavoro fatto negli ultimi due anni, visto che fino al 2011 l’andamento dell’indebitamento era ancora in ascesa: a fine 2011 lo stock di debiti della p.a. non ceduto alle banche ammontava a 80 miliardi di euro, contro i 61 miliardi del 2009 e i 74 miliardi del 2010.
Il presidente del consiglio, infine, ha auspicato un percorso di conversione senza intoppi per il decreto: “Confido nella volontà espressa dal Parlamento per uno scorrevole iter del decreto”. ha detto.
Il testo intanto sarà inviato oggi alla firma del capo dello Stato e salvo sorprese potrebbe essere pubblicato già lunedì sera.
Il ministro Corrado Passera ha poi spiegato che fra le modalità di pagamento dei debiti della P.A. ci sarà anche la compensazione fra debiti e crediti: “Abbiamo allargato la tipologia di crediti che potranno essere compensati: non solo i debiti passati a ruolo”, ha detto.
Riferendosi alle banche che hanno acquistato crediti delle imprese, Passera ha detto che in tal caso il pagamento avverrà attraverso emissioni ad hoc.
Il ministro ha spiegato inoltre che, nell’intento di semplificare le procedure, il decreto stabilisce che “l’impresa non dovrà certificare i crediti, ma sono le pubbliche amministrazioni a fare gli elenchi” dei debiti e dei creditori.
La certificazione e il censimento dei debiti della Pubblica Amministrazione, ha detto poi Corrado Passera, verrà fatto “nell’ambito della prossima Finanziaria”: dei 40 miliardi del dl, 15 o 20 sono già ceduti e 3 o 4 dovranno essere compensati, “poi tutto si chiuderà “, ha detto Passera.
Il ministro Vittorio Grilli ha anticipato quello che sarà il percorso dei pagamenti: “Entro il 30 di aprile – ha detto Grilli – tutte le amministrazioni dovranno farci pervenire l’elenco e la richiesta di spazio finanziario. Entro il 15 di maggio provvederemo alla ripartizione degli spazi e delle risorse finanziarie pervenute”.
Nelle situazioni già definite, ha aggiunto Grilli, ossia quando gli enti hanno disponibilità di cassa, “le amministrazioni potranno cominciare a pagare i debiti subito dopo la pubblicazione del decreto, che immagino sarà lunedì”.
“Per non ritardare nemmeno di un secondo i pagamenti, gli enti territoriali che hanno disponibilità finanziarie, possono cominciare a pagare. Ovviamente partendo dai debiti più anziani – ha ribadito Grilli – : non bisogna aspettare il riparto. Chi ha disponibilità , comincia a pagare”.
Oltre i 40 miliardi stabiliti oggi arriveranno ulteriori tranche “sia in termini di cassa che per le emissioni” con la Legge di Stabilità per il 2014.
Quanto alla copertura dell’intera operazione, Grilli ha detto che “dal 2015 in poi ci saranno tagli orizzontali, ma riteniamo che potranno essere sostituiti con molto anticipo da tagli più intelligenti realizzati dai governi futuri”.
Tares, aumenti rinviati
Per quanto riguarda la Tares, il decreto dà ai Comuni la facoltà di intervenire sul numero delle rate e sulla scadenza delle stesse come previsto dal Salva Italia e prevede che a tutela del contribuente la deliberazione sia adottata dai Comuni almeno trenta giorni prima della data di versamento.
Viene inoltre rinviato all’ultima rata relativa al 2013 il pagamento della maggiorazione di 0,30 euro per metro quadrato già previsto dal Salva Italia.
Fino ad allora, ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà , “resta in piedi il meccanismo della Tarsu per le prime due rate: si pagherà quanto pagato l’anno scorso e non ci saranno sorprese. Il bollettino sarà inviato dalle amministrazioni. Sull’ ultima rata ci potrà essere un conguaglio”.
Le reazioni
Secondo l’Abi, il decreto del governo va nella giusta direzione. Lo ha detto il presidente Antonio Patuelli, secondo il quale il consiglio dei ministri “ha riconosciuto, come avevamo sollecitato, l’estrema importanza, necessità ed urgenza del pagamento dei debiti della Pa verso le imprese come premessa della ripresa economica e occupazionale”.
Diversa la valutazione di Reteimprese: “Il provvedimento del governo – afferma il presidente Carlo Sangalli – dimostra che non si è ancora compreso che il sistema delle imprese del terziario di mercato, dell’artigianato e dell’impresa diffusa è al collasso”. Secondo Sangalli, malgrado le pressioni delle aziende e della risoluzione della commissione speciale, il decreto ignora “i due elementi fondamentali per rispondere alle emergenze delle imprese: immediato sblocco e disponibilità delle risorse e modalità semplificate di accesso”.
Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. ha definito migliorato il dl, rimarcando che serve un intervento “immediato” sui debiti della P.A: “E’ necessario perchè le imprese sono disperate e la situazione è tale che la cronaca ne dà tragiche conferme”.
La Cgia.
Secondo l’associazione degli artigiani, nei debiti della pubblica amministrazione, non sono conteggiati quelli spettanti alle piccole e medie imprese che porterebbero ad un importo complessivo tra i 120-130 miliardi di euro.
Secondo la Cgia, nella relazione della Banca d’Italia i 91 miliardi stimati sono stati calcolati attraverso un’indagine campionaria condotta solo sulle imprese con più di 20 addetti.
“Ciò vuol dire che le aziende con meno di 20 addetti – attacca Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia – che rappresentano il 98% del totale delle imprese presenti nel nostro Paese, non sono state monitorate. Pertanto, i 91 mld di debiti in capo della pubblica amministrazione sono decisamente sottodimensionati: se in tempi ragionevoli sarà possibile effettuare un nuovo monitoraggio, è molto probabile che il debito della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese lieviti tra i 120/130 miliardi di euro”.
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Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile
DEBITI PA, SALTA LA NUOVA TASSA MA IL DECRETO SI ARENA
Quello che segue è, in sintesi, il pensiero del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, sulla vicenda
del decreto che ripaga 40 miliardi di debiti commerciali della Pubblica amministrazione nel 2013 e 2014.
L’ha comunicato ieri sera agli italiani dal divano di Porta a Porta: “Il dl non conterrà aumenti di imposte per finanziare i pagamenti alle imprese”; “è stato rinviato solo di pochissimi giorni e su questo non ci sono misteri”; “non esiste una contrapposizione tra me e il ministro Passera”.
Peccato che nella ricostruzione del ministro del Tesoro gli elementi di verità siano in deficit rispetto a omissioni e inesattezze.
Il decreto, assicura ormai tutto il governo in coro, non conterrà l’aumento dell’addizionale Irpef per quelle regioni che usufruiscono degli anticipi di cassa per i debiti non sanitari: c’è sicuramente da crederci, ma resta il fatto che la bozza presentata martedì pomeriggio nelle riunioni preliminari del Consiglio dei ministri quella previsione la conteneva eccome (spariva invece nelle bozze serali, quando già i siti Internet avevano fatto circolare la notizia).
E’ altrettanto vero, come dice Grilli, che il decreto è stato rinviato “solo di pochissimi giorni” visto che — come assicurato ieri dall’esecutivo all’Anci — il testo sarà approvato al massimo lunedì: è falso, invece, che “non ci siano misteri”.
Non c’è infatti ancora una spiegazione convincente sul perchè, dopo aver convocato un Consiglio dei ministri per approvare il decreto ieri mattina alle 10, dopo averlo poi spostato alle 19, si sia arrivati al rinvio sine die che ha scatenato la “caccia al tecnico” da parte dei partiti di ogni razza e colore.
Riassume il deputato Pdl Alessandro Pagano: “Emerge una verità sconcertante: mancherebbe la copertura. Se questa non verrà trovata o si rivelerà inefficace, il rischio di un nuovo aumento del deficit pubblico, con conseguente sforamento della soglia del 3%, diventerà concreto”.
Forse è un caso, ma lo slittamento del Cdm è avvenuto dopo una telefonata tra Mario Monti e il commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn proprio in merito ai contenuti del decreto sui pagamenti della P.A.
I problemi sono di due tipi.
Sulla questione addizionale Irpef, fanno notare fonti parlamentari, c’è stato evidentemente un problema con le regioni che hanno i conti più disastrati: lo Stato centrale gli anticipa i soldi, ma vuole sapere come i governatori pensano di ridarglieli e l’addizionale era un modo.
Il secondo problema pare, però, più sostanziale: se con questo decreto si porta il rapporto deficit/Pil al 2,9% — al suo limite massimo e non trattabile, vista la rigidità che la Commissione europea riservava all’Italia ancora ieri — si costringe il prossimo governo (o questo se rimane in carica) a fare una manovra di tagli o tasse entro poche settimane.
Il bilancio 2013 è infatti, come abbiamo scritto più volte, disseminato di spese non interamente coperte: è il caso della Cassa integrazione in deroga, delle decine di migliaia di precari della P.A. i cui contratti scadranno in estate, delle missioni militari all’estero (scoperte da settembre) e di altro ancora.
Almeno 7 miliardi sostiene, ad esempio, il responsabile economia del Pd Stefano Fassina, senza contare l’aumento dell’Iva di luglio.
Poi c’è la questione dello scontro tra Grilli e Corrado Passera.
Forse non è il motivo per cui il decreto si è arenato, ma che tra i funzionari dell’Economia e quelli dello Sviluppo ci sia stata, diciamo, qualche incomprensione è un dato di fatto.
Gli uomini di Passera quel testo lo hanno visto solo martedì e non gli è piaciuto affatto.
Senza entrare nei tecnicismi, sostengono che i meccanismi burocratici che regolano i pagamenti sono troppo complessi e quindi destinati a non funzionare aggiungendo al danno del mancato pagamento la beffa: in questo senso non è un buon viatico il sostanziale fallimento delle procedure di certificazione dei crediti avviate nei mesi scorsi.
Il timore della fregatura, peraltro, è assai diffuso anche nelle associazioni delle imprese — ieri entrate a palazzo Chigi tutte con la bozza di decreto sotto il braccio — che infatti hanno chiesto meccanismi più chiari, in particolare per quanto riguarda il trasferimento degli anticipi di cassa dallo Stato agli enti locali.
Queste procedure, ha scolpito Giorgio Sangalli, presidente di turno di Rete Imprese Italia, sono “un percorso a ostacoli” e rischiamo “l’ennesima falsa partenza”. Insomma, i creditori si sono schierati con Passera e il debitore Grilli se n’è dovuto fare una ragione.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
SI LAVORA SUL RINVIO AL 2014 MA OCCORRE RECUPERARE IL GETTITO MANCANTE
Questa settimana si decide sui pagamenti della pubblica amministrazione, col varo del primo decreto che sblocca 40 miliardi di pagamenti arretrati.
Ma all’esame del governo c’è anche il nodo dell’aumento Iva di luglio e, altra urgenza, l’introduzione della Tares.
Prepariamoci al peggio.
Quale che sia la scelta (rinvio o non rinvio) dovremo tirare fuori «altri» due miliardi per l’immondizia.
La sostanza è questa.
Il consiglio dei ministri di mercoledì scorso, dove il provvedimento è arrivato «fuori sacco» non se l’è sentita di rinviare di nuovo la Tares con l’idea che potesse essere il nuovo governo ad occuparsene.
Ora che i tempi si allungano la questione torna di bruciante attualità e ci si aspetta che il prossimo cdm se ne occupi.
La Tares – per chi si fosse perso questa nuova sigla – è la nuova tassa in cui confluiranno tutti i tributi relativi allo smaltimento dei rifiuti, una nuova versione di quella che in alcuni comuni si chiamava Tarsu e in altri Tia (nella duplice edizione Tia 1 e Tia 2): da una parte era tassa, altrove tariffa.
Un pastrocchio.
Il decreto dell’ottobre 2011 sul federalismo fiscale ha pensato bene di omologare questo prelievo, ribattezzandolo Tares ma, dato che c’era, ha anche fornito le modalità di calcolo – metri quadri, quantità di rifiuti, tipo di rifiuto e relative modalità di smaltimento – e, per quel che ci riguarda, questo sapiente maquillage si è risolto in un aumento che si aggira sul 30%.
La Tares dovrebbe entrare in vigore il prossimo primo luglio ma un coro di soggetti sociali ha invocato la clemenza di un rinvio.Il governo dimissionario, però, non se l’è sentita – almeno questo si dice – di prendere una decisone su un eventuale posticipo, essendo, per l’appunto, in carica solo per la normale amministrazione.
Fin tanto che il Quirinale non lo ha reinvestito nei giorni scorsi di una sua pienezza di azione, considerando che lo stallo politico non si sa quanto potrebbe durare, e quindi una parola definitiva sulla Tares non sembra ulteriormente rinviabile.
La tassa non sembra riducibile, ma potrebbe essere dilazionata nella sua applicazione: non più il primo luglio ma il primo gennaio 2014.
La scorsa settimana anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha scritto una lettera a Mario Monti per sottoporgli una simile eventualità .
Sia Boldrini che Confcommercio che altri soggetti sociali (i sindacati, per esempio), fanno presente al governo che la batosta della Tares a inizio estate, si andrebbe a sommare ad altri balzelli tutt’altro che irrilevanti, come la prima tranche dell’Imu, le addizionali dell’Irpef, per non dire della madre di tutte le stangate, e cioè l’ennesimo aggravio dell’Iva di un punto, che porterebbe il prelievo sugli acquisti dal 22 al 23%. Una misura – quest’ultima – che secondo Confcommercio porterebbe la dinamica dei consumi dalla riduzione all’agonia, sortendo un esito paradossale per cui l’aliquota aumenta ma, determinando una contrazione dei consumi, il gettito diminuisce.
Si sta provando a congelare questo aumento, ma ogni auspicio è prematuro fintanto che il Governo non presenterà il Documento di Economia e Finanza nel quale indicherà gli andamenti macro e quindi la possibile sostenibilità di un intervento riduttivo.
Tutto questo è sul tavolo del governo.
E se sull’Iva nessuno si è ancora pronunciato, sulla Tares è possibile che si possa andare ad un o slittamento.
Ma di quanto? I comuni, attraverso l’Anci, si fanno carico della sofferenza dei contribuenti ma, d’altra parte, però, hanno le casse a secco e dire no a questo flusso di denaro sembra impossibile.
Il gettito atteso dalla Tarsu è, infatti, di 8 miliardi, ben due in più delle vecchie tasse sui rifiuti.
Ma se l’aumento atteso per le famiglie oscilla, appunto, intorno al 30%, per gli esercizi commerciali e di ristorazione la batosta potrebbe essere ben maggiore, in quanto la nuova tassa distingue tra rifiuti e rifiuti, in base alle modalità di raccolta e smaltimento, per cui – è sempre Confcommercio a dirlo – i negozi in genere conoscerebbero un aumento del 290%, che diventerebbe del 400% per ristoranti, bar e pizzerie, e di ben il 600% per i negozi di frutta e verdura.
Raffaello Masci
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Marzo 24th, 2013 Riccardo Fucile
UNO STUDIO TEDESCO: STRATEGIA PER AUMENTARE LE VENDITE A DANNO DEI CONSUMATORI
La lavatrice non gira più, la tv non rende più fedelmente i colori nelle immagini, o all’improvviso lo schermo resta buio.
La lavastoviglie sbaglia i programmi o perde acqua, il frigorifero s’inceppa.
E in ogni caso del genere il tecnico, chiamato d’urgenza, scuote la testa: «Che vuole, non è più in garanzia».
Dite la verità , a quanti di voi è già successo?
E quante volte avete avuto il sospetto che elettrodomestici o altri oggetti d’uso quotidiano (magari anche diverse auto di massa) siano prodotti per rompersi apposta allo scadere della garanzia?
Il peggio viene poi dalla successiva osservazione del tecnico o meccanico: «Non le conviene riparare, costa troppo, meglio comprarne uno nuovo».
Ora uno studio commissionato dai Verdi tedeschi a scienziati ed economisti per la prima volta dice che purtroppo abbiamo ragione: il principio si chiama “obsolescenza programmata”.
Serve a produrre e vendere di più.
Pazienza se solo nella Repubblica federale, in qualche anno, lo scherzetto è costato 100 miliardi agli ignari consumatori.
L’idea di indagare è venuta al gruppo parlamentare degli ecologisti.
Un esperto, Stephan Schridde, e il professor Christian Kleiss della facoltà di Economia di Aalen, si sono messi al lavoro studiando una ventina di elettrodomestici e altri prodotti di largo consumo. I risultati sono scoraggianti.
Per noi consumatori almeno, non per chi produce e vende di più.
È un vecchio trucco, l’obsolescenza programmata, dice il rapporto.
L’associazione dei produttori di elettrodomestici di qui replica che «se fosse così i consumatori cambierebbero subito marca, e le aziende si rovinerebbero ».
Ma già nel 1924 i produttori di lampadine conclusero un accordo segreto: produrle perchè durassero non più di mille ore.
Decenni dopo furono scoperti, ma il divieto di limitarne la vita non è stato mai applicato davvero.
E che dire della tv, davanti a cui ci sediamo ogni sera?
Oggi si possono acquistare splendidi televisori ultrapiatti, con telecomandi con mille funzioni e l’allaccio a internet.
Peccato che spesso all’interno abbiano condensatori elettrolitici di scarsa qualità , che non vivono molto più della garanzia.
Un altro caso storico di complotto ai danni del consumatore avvenne con le calze di nylon: quando furono lanciate sul mercato nel 1940 erano così robuste che l’industria subì un crollo nelle vendite, duravano troppo.
I produttori allora si accordarono: modificarono la fibra, e ne misero a punto una più fragile.
Torniamo agli elettrodomestici.
Senza lavatrici o lavastoviglie, la vita quotidiana d’una famiglia sarebbe un inferno, è vero.
Pochi sanno però che la loro durata media è crollata, dai dodici anni del 1998 ai sei anni e mezzo attuali, che scendono addirittura a tre anni appena per i prodotti più economici.
In spazzolini da denti elettrici, mixer, frullatori, le ruote dentate che li muovono sono troppo fragili per durare quanto vorremmo.
Ma anche i nuovi strumenti della comunicazione mobile, dall’iPod a diversi smartphone, a computer portatili si sono attirati proteste e, negli Usa, anche una class action.
Perchè le loro batterie non sono sostituibili, al contrario di quanto avviene nei cellulari tradizionali, quindi quando si scaricano bisogna mettere mano al portafogli.
Ripararli è impossibile, o troppo difficile e costoso.
Una scelta strategica, dunque.
«L’obiettivo è la massimizzazione della rendita di capitale », afferma Stefan Schridde.
E lo studio scritto a quattro mani con Kreiss sottolinea: poichè aumenta le vendite, “la strategia del deterioramento della qualità dei prodotti viene alla fine premiata dall’aumento degli utili”.
Viva chi vende, tanto peggio per chi compra e deve presto ricomprare.
Di economia ecologica e sostenibile poi neanche a parlarne.
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile
LE REGIONI CHE REGISTRERANNO IL SALDO NEGATIVO PIU’ FORTE SONO QUELLE PIU’ POPOLOSE…IN DUE MESI SPARITI 10.000 NEGOZI, CROLLO DEL 50% DELLE NUOVE APERTURE
Nessuna Regione si salva dalla catastrofe del commercio. 
Secondo le proiezioni Confesercenti per il primo trimestre 2013, il saldo tra iscrizioni e cancellazioni di imprese nel commercio è negativo in tutta Italia.
Saldo in rosso su tutto il territorio nazionale anche per il mondo della somministrazione (bar, ristoranti etc).
Le Regioni che registreranno il saldo negativo più consistente sono quelle più popolose. In particolare, si legge in una nota di Confesercenti, crollano gli esercizi commerciali nel Lazio (936 chiusure, per un saldo negativo di -635 aziende), in Sicilia (639 cessazioni, saldo -515), Piemonte (654 chiusure, saldo -507) e Lombardia (665 chiusure, saldo -428).
Per quanto riguarda le imprese di somministrazione, il record negativo toccherà alla Lombardia – continua la nota – dove hanno chiuso 1.474 imprese per un saldo negativo di 854 unità . Seguiranno Piemonte (942 chiusure) e Romagna (893 chiusure), che registreranno entrambe un saldo negativo di 702 imprese.
«Le imprese del Commercio e della Somministrazione versano in una situazione catastrofica – prosegue la nota – è interesse di tutto il Paese evitare l’ecatombe in due dei settori più importanti della nostra economia. Occorre intervenire subito, nonostante lo stallo politico: non possiamo lasciare le imprese nel guado e lasciare che le città si desertifichino, con la scomparsa degli importantissimi punti di riferimento per la popolazione storicamente costituiti dai negozi di vicinato. Chiediamo a Comuni e Regioni di predisporre con urgenza un piano per salvare il commercio delle nostre città , studiando anche misure di supporto per chi si mette in gioco e scommette sul Paese, decidendo di aprire una nuova attività ».
argomento: denuncia, economia | Commenta »
Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
NE PARLANO TUTTI, MA C’E’ MOLTA CONFUSIONE: GRILLO LO CONFONDE CON IL REDDITO MINIMO GARANTITO
Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?
Sul sito la Voce.info Tito Boeri e Roberto Perotti hanno cercato di fare un po’ di chiarezza tra i due termini che vengono usati come sinonimi, ma che decisamente sinonimi non sono.
Il reddito di cittadinanza (basic income guarantee in inglese) è un sussidio universale e non condizionato: in altre parole lo ricevono tutti quanti, per un tempo indefinito e indipendentemente dalla loro ricchezza o da altri redditi che percepiscono.
Se si dovesse stabilire un reddito di cittadinanza di 500 euro mensili, ad esempio, verrebbe percepito tanto dalla famiglia Agnelli quanto da un 50enne appena licenziato.
Il reddito minimo garantito (guaranteed minimum income in inglese) è invece un programma universale — cioè ha regole valide per tutti — e condizionato: nel senso che le sue regole determinano chi può avere accesso al sussidio e chi no.
Ad esempio, il reddito minimo garantito potrebbe essere condizionato al non percepire altri redditi e all’essere iscritti a una lista di collocamento.
Il reddito di cittadinanza non esiste in quasi nessun paese del mondo: uno dei casi più noti di paesi che ce l’hanno è lo stato americano dell’Alaska.
Il reddito minimo garantito invece è molto diffuso in Europa, anche se spesso molto discusso e criticato.
I politici hanno dimostrato una grande confusione su questi due termini.
Ad esempio: nel programma di SEL si parla esplicitamente di un reddito minimo garantito di 600 euro, ma in diverse interviste Nichi Vendola ha parlato della necessità di introdurre un reddito di cittadinanza.
Nei 20 punti di Grillo si nomina espressamente il reddito di cittadinanza, ma quando Grillo sostiene che l’Italia è l’unico paese a non averlo in Europa, sta parlando del reddito minimo garantito, il che è confermato dalla interviste ad alcuni parlamentari del M5S che parlano esplicitamente di un sussidio condizionato.
Quali sono i problemi?
Il reddito di cittadinanza ha un solo problema: è molto, molto costoso.
Boeri e Perotti hanno calcolato che un reddito di cittadinanza pari a 500 euro per tutti i cittadini italiani di età superiore ai 18 anni costerebbe circa 300 miliardi, il 20% del PIL, poco meno della metà di quanto attualmente spende lo Stato ogni anno per tutte le sue attività .
Il reddito minimo garantito, invece, è molto più economico, ma è difficile fare una stima esatta. Essendo una misura “condizionata”, bisognerebbe capire quali sono le regole che lo farebbero scattare prima di poter ipotizzare il suo costo.
Boeri e Perotti stimano un ordine di grandezza tra gli 8 e i 10 miliardi di euro per un reddito minimo garantito di 500 euro.
Il problema, in questo caso — oltre al costo, che comunque non è indifferente — è che il reddito minimo di cittadinanza in certe condizioni rappresenta un disincentivo al lavoro.
Se ipotizziamo, come si è spesso sentito dire, un reddito minimo garantito di mille euro al mese, è chiaro che nessuno lavorerà più per meno di mille euro: dovrebbe rinunciare al sussidio per lavorare ottenendo la stessa cifra.
Probabilmente in pochi però lavorerebbero anche per 1.200 euro: il guadagno netto sarebbero solo 200 euro, ma in cambio bisognerebbe lavorare invece che stare a prendere il sole in spiaggia.
Per questo in genere il reddito minimo garantito è condizionato da clausole come una durata limitata oppure essere iscritti alle liste di collocamento e non rinunciare a più di un certo numero di offerte di lavoro.
Chi lo vuole
Per quanto sia chiaro che i politici non hanno ben capito la differenza tra i due redditi, i loro programmi sono più precisi.
SEL e Rivoluzione Civile hanno nei loro programmi degli accenni al reddito minimo garantito, senza però precisare a quali condizioni e per quanto dovrebbe essere erogato.
I 20 punti del Movimento 5 Stelle sono gli unici a parlare di reddito di cittadinanza, ma come abbiamo visto Grillo probabilmente intende un’altra cosa.
Il Movimento 5 Stelle è anche l’unica forza politica ad aver finora esplicitato i dettagli della sua idea di reddito minimo garantito.
O almeno lo ha fatto un suo esponente, il deputato Alfonso Bonafede.
In un’intervista al Fatto Quotidiano Bonafede ha detto: «Vorremmo fosse intorno ai 900-1000 euro che consente di non rinunciare ai propri diritti, di non diventare schiavo. Durerà tre anni e si riceveranno un massimo di tre offerte in base alle proprie competenze attraverso gli uffici di collocamento, che devono essere potenziati, al terzo rifiuto il reddito viene tolto».
Il PD non ha preso una posizione chiara nel programma sul reddito minimo garantito, anche se alcuni esponenti, come ad esempio Rosy Bindi, hanno aperto a questa possibilità durante la campagna elettorale.
Negli 8 punti presentati dal segretario Pierluigi Bersani alla direzione nazionale del partito mercoledì scorso è presente un vago accenno a qualcosa che assomiglia al reddito minimo garantito.
Viene indicato come «Salario o compenso minimo per chi non abbia una copertura contrattuale».
Una definizione piuttosto vaga che non chiarifica esattamente cosa intenda Bersani.
Come funziona in Europa e in Italia
Italia, Grecia e Ungheria sono gli unici tre stati dell’Europa a 27 a non avere una qualche forma di reddito minimo garantito.
La media del sussidio nei paesi europei prima dell’allargamento (cioè tenendo conto di Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Svezia) è di 400 euro.
Questo non significa che in Italia la spesa per la protezione sociale — che comprende tutto: dalle pensioni a sussidi di disoccupazione — sia inferiore a quei paesi.
La spesa per la protezione sociale in Italia è in linea con la media europea.
In Italia, infatti, ci sono già numerosi programmi di aiuti alla povertà e di sussidi alla disoccupazione, sia a livello locale che nazionale: assegni di assistenza, assegni familiari, indennità di frequenza minori, pensioni di inabilità , indennità di accompagnamento e la nuova ASPI.
A questo elenco andrebbe probabilmente aggiunta la cassa integrazione, che è una cosa molto particolare, ma che probabilmente verrebbe eliminata dall’introduzione di un reddito minimo garantito.
Il problema è che questi aiuti sono spesso “mal mirati”.
Le persone che vengono aiutate da questo insieme di strumenti non coordinati sono, secondo una ricerca della Bocconi, solo per il 27% sotto la soglia di povertà .
La parte più complessa dell’introduzione del reddito minimo garantito, oltre a trovare i fondi necessari, sarebbe riorganizzare e razionalizzare tutti questi aiuti, in modo da renderli più semplici da gestire e meglio diretti a chi ne ha davvero bisogno.
Davide Maria De Luca
(da “il Post”)
argomento: economia, emergenza, Grillo | Commenta »