Marzo 8th, 2013 Riccardo Fucile
L’OPINIONE DEL PREMIO NOBEL JOSEPH STIGLITZ: “SONO MISURE CHE DISTRUGGONO L’ECONOMIA, LO DICONO I NUMERI”
E’ cambiato tutto in America. E’ finita l’era della crescita senza fine, è chiusa la fase in cui
la maggioranza vedeva migliorare il proprio tenore di vita, è storia del passato quel sentimento comune che era a portata di mano l’ingresso nella classe media, quella middle classe che nei libri, nei film era sinonimo di casa, auto e figli all’università . Sta finendo persino l’epopea del Sogno Americano, la bandiera che per gli americani e per coloro che hanno lasciato patria e affetti per venire negli Stati Uniti sventolava dicendo “qui avrai l’opportunità che cerchi, basta che lavori sodo e sei un bravo cittadino”.
Parola di un premio Nobel, Joseph Stiglitz, economista e professore alla Columbia University che ha dedicato a questo tema il suo ultimo libro “Il prezzo della disuguaglianza” (in uscita con Einaudi) e che racconta come negli ultimi trent’anni gli Usa siano finiti tra i Paesi avanzati ai primi posti in tema di disuguaglianza.
Come è potuto accadere?
Colpa dell’egoismo, dell’individualismo sfrenato, di una cultura che, dice Stiglitz a “l’Espresso”, ha visto prevalere «il singolo sulla comunità , il privato sul pubblico».
Lei racconta che la superpotenza America è ai primi posti della classifica della disuguaglianza tra i Paesi sviluppati. Com’è potuto accadere e quando ha cominciato a manifestarsi questo fenomeno?
«Gli anni Ottanta sono il punto di svolta. Fino ad allora, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, le disuguaglianze erano diminuite e non è un caso che quello sia stato il periodo di più rapida crescita economica negli Stati Uniti e in Europa. In America le disuguaglianze diminuivano sotto la spinta dell’aumento della produzione e della ricchezza nazionale, in molti Paesi dell’Europa anche grazie a un’azione di riforme mirate a ridurre le differenze sociali ed economiche. Essendosi invertito il trend, quando è arrivata la recessione del 2007 e 2008 si sono visti subito i risultati. Faccio un solo esempio: il reddito medio aggiornato all’inflazione è oggi inferiore a quello del 1968. Alla fine la fotografia è quella ormai resa chiara dallo slogan che in America esiste l’1 per cento che è sempre più ricco, mentre il 99 per cento degli americani peggiora giorno dopo giorno».
Quali sono state le scelte che hanno accelerato questo processo?
«Sono accadute molte cose, anche se è difficile analizzarle come un insieme. Durante la presidenza Reagan, per esempio, è stato ridotto il ruolo del sindacato, un’entità importante per far migliorare la situazione di coloro che stavano più in basso nella scala sociale ed economica. La deregulation, a partire dal settore finanziario, ha avuto un ruolo decisivo perchè furono cancellate norme utili a uno sviluppo equilibrato. Anche la politica fiscale con la riduzione delle tasse sui redditi più alti e sulle rendite finanziarie ha prodotto effetti negativi e l’esempio più eclatante lo abbiamo visto nei mesi scorsi con la vicenda dell’imprenditore milionario ed ex candidato alla Casa Bianca Mitt Romney che pagava in percentuale meno tasse della sua segretaria. Aggiungo che è una fandonia dire che imposte più basse sono il motore dello sviluppo e della crescita: la Svezia, dove le aliquote sono più alte che negli Usa, cresce meglio di noi e ha un tasso di disuguaglianza molto più basso rispetto al nostro».
Perchè si è rotto quel tacito accordo che ha consentito a pochi di guadagnare moltissimo a condizione che anche tutti gli altri migliorassero in modo visibile e duraturo il loro tenore di vita?
«Determinante è stata la cultura che si è insinuata tra i manager delle grandi aziende: hanno teorizzato il diritto ad avere sempre di più in termini di stipendi e bonus sia quando le loro società non andavano bene e licenziavano lavoratori per diminuire i costi, sia quando i conti miglioravano grazie a cause esterne e che non dipendevano dalla loro capacità manageriale come la diminuzione del prezzo del petrolio. Io ho parlato con molti amministratori delegati che sono stati alla guida di aziende negli anni dello sviluppo per tutti: individuano nell’affievolirsi della ragionevolezza e dell’onestà dei comportamenti il cambio culturale decisivo».
Antonio Carlucci
(da “l’Espresso”)
argomento: economia | Commenta »
Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile
GRILLONOMICS: DOVE NASCE L’ECONOMIA A CINQUE STELLE… IL LEADER SCOMUNICA GLI ESPERTI: NON PARLINO A NOME DI TUTTI
“La vita non è lavorare 40 ore alla settimana in un ufficio per 45 anni. È disumano, stavano
meglio gli irochesi e i boscimani che dovevano lavorare un’ora al giorno per nutrirsi”. Questa è l’essenza della Grillonomics, l’economia di Beppe Grillo, riassunta nel libro appena uscito “Il Grillo canta sempre al tramonto”, con Dario Fo e Gianroberto Casaleggio per Chiarelettere.
Saperne di più, fare domande, chiedere precisazioni è impossibile.
Ieri, dal blog, Grillo ha diffidato “presunti esperti” di parlare a nome del Movimento 5 stelle: sono “liberi di parlare” ma “soltanto a titolo personale”.
Messaggio rivolto soprattutto all’economista Mauro Gallegati, citatissimo su giornali e tv dopo la sua intervista al Fatto Quotidiano in qualità di principale autore della parte economica del programma.
Però si può ricostruire almeno la rete di letture, o forse solo di suggestioni, che alimenta la Grillonomics.
La premessa è la stessa dei movimenti per la decrescita, evoluzione del pessimismo di Thomas Robert Malthus che già a fine Settecento vedeva i limiti dello sviluppo, l’impossibilità della crescita permanente e la povertà diffusa come destino (colpa dei poveri che si riproducono troppo e quindi devono ricevere un reddito minimo garantito, ma abbastanza basso da non permettere loro di sposarsi).
Il fatto che Malthus si sia clamorosamente sbagliato non scoraggia i fan della decrescita, intesa come fine della tensione verso l’aumento del Pil attraverso i consumi (cosa diversa dalla recessione, che è l’assenza di crescita in una società ossessionata dalla crescita).
Sul blog di Grillo e tra i suoi frequentatori sono popolari scrittori come il francese Serge Latouche e l’italiano Maurizio Pallante: come quasi tutti i sostenitori della decrescita non sono economisti, non applicano un approccio scientifico ma etico, vedono nella riduzione dei consumi e nel privilegiare la sussistenza allo sviluppo una forma di espiazione per gli eccessi del consumismo.
Latouche è un autore best-seller di Bollati Boringhieri, per cui ha appena pubblicato il breve ma ambizioso” Dove va il mondo?”, dove azzarda: “La mia idea è che il sistema non abbia cinque anni di vita, e meno che mai venti”.
Latouche, come Pallante nel suo “Menoèmeglio” (Bruno Mondadori) suggeriscono soluzioni autarchiche, riduzione di consumi e stili di vita, gruppi di acquisto solidali e orto dietro casa al posto del supermercato.
Talvolta spingendosi fino a ipotizzare che soltanto se tutti vivessimo come in Africa la Terra potrebbe evitare il collasso.
Nella sua enciclica Caritas in Veritate, nel 2009, Benedetto XVI scriveva: “Assolutizzare ideologicamente il progresso tecnico oppure vagheggiare l’utopia di un’umanità tornata all’originario stato di natura sono due modi opposti per separare il progresso dalla sua valutazione morale e, quindi, dalla nostra responsabilità ”.
Grillo non sembra condividere gli eccessi della decrescita.
Dietro i vaffanculo e gli strilli, tra le righe dei suoi post — e nella scelta dei collaboratori, come Gallegati — si intravede la visione di John Maynard Keynes.
Nel giugno del 1930, nel discorso Prospettive economiche dei nostri nipoti, il grande economista di Cambridge ipotizzava che “scartando l’eventualità di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di soluzione, nel giro di un secolo”.
Cioè l’umanità avrebbe raggiunto la piena occupazione e, grazie alla tecnologia, avrebbe lavorato pochissimo, avendo enormi quantità di tempo libero.
In un libro appena pubblicato da Mondadori, il biografo di Keynes, RobertSkidelsky (col figlio Edward, filosofo) spiega perchè la profezia di Keynes non si è avverata. Quando negli anni Sessanta nel mondo occidentale si è sfiorata la piena occupazione, la politica ha smesso di preoccuparsi di come migliorare la vita dei cittadini e si è spesa invece per aumentare l’efficienza della produzione.
Ma produrre di più implica consumare di più.
E l’economia è diventata soltanto la scienza della massimizzazione dei consumi
Questa sembra anche la linea di Grillo che lui riassume così: “L’unica preoccupazione per tutti è stata quella di produrre più automobili possibili, intasare al massimo città e paesi finchè, complice la crisi, il gioco è saltato e ora siamo tornati ai livelli di produzione degli anni Settanta”.
L’ex comico integra questo approccio con le teorie sui beni comuni — evoluzione delle spinte ecologiste e anti-globalizzazione degli anni Novanta — in Italia approfondite da Ugo Mattei e Stefano Rodotà .
Come si traduce questo approccio in politica economica?
Il programma di Grillo è una lista di principi e, per ammissione del leader del M5s, ancora incompleto: deve nascere una “piattaforma on line” in cui i simpatizzanti potranno riempire di contenuti i principi del programma.
Sono anni che Grillo annuncia questa partecipazione dal basso, ma è ancora “in fase di sviluppo dopo il rallentamento dovuto all’anticipo delle elezioni”, ha scritto ieri. Solo che adesso la discussione non è più solo teorica, dovrà portare a breve i disegni di legge in Parlamento.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia, Grillo | Commenta »
Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LA BANCA D’AFFARI: “NOVITA’ ECCITANTE, SERVE UN CAMBIAMENTO
Il giudizio che non ti aspetti, quello che ti sorprende.
Il bacio del «nemico». Jim O’Neill, il guru di Goldman Sachs che ha coniato l’acronimo «Bric» (Brasile, Russia, India, Cina), sostiene (in un commento nello studio «Riforme non vuol dire austerity») di trovare «entusiasmante» l’esito delle Politiche.
L’Italia, secondo l’economista, ha «bisogno di cambiare qualcosa di importante» e forse «il particolare fascino di massa del Movimento 5 Stelle potrebbe essere il segnale dell’inizio di qualcosa di nuovo».
Insomma una promozione per Beppe Grillo a pieni voti, proprio da quella banca d’affari che il leader politico del movimento ha attaccato più volte.
Anche con post dedicati, come «L’Europa di Goldman Sachs», del gennaio 2012, in cui venivano evidenziati i rapporti tra politici europei e l’istituto americano. Nell’occhio del ciclone (più volte) Mario Monti bollato come un «impiegato» (22 marzo 2012, ndr) della banca.
Ancor più surreale il fatto che il giudizio di Goldman Sachs arrivi nel giorno in cui viene rilanciata sul web un’intervista di Grillo alla tv greca in cui il leader invita i «Pigs» (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) ad allearsi contro le banche.
«Magari faremo una associazione di solidarietà tra noi. Stiamo vicini e facciamo le stesse battaglie – sostiene lo showman –. O creeremo una alleanza tra noi Pigs perchè intanto ci abbandonano: appena si saranno ripresi i soldi, le banche tedesche e francesi ci mollano».
E ancora: «Se trovate uno come me in Grecia, potete iniziare a fare movimento di rete e fare meet-up, riunirvi e iniziare ad impattare nella politica le idee che avete nelle
piazze».
Sul blog, come editoriale de «La settimana», Grillo sceglie uno stralcio del «Manifesto per la soppressione dei partiti politici» di Simone Weil: «Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite. Per via di queste caratteristiche ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni».
E proprio su Internet sorge un nuovo caso, con un parallelo diffuso sui social network in cui si accosta un discorso di Adolf Hitler ai comizi del capo politico del movimento.
Ovviamente, il confronto ha causato la reazione sdegnata dei militanti grillini, impegnati anche ieri nella discussione su un eventuale appoggio a un governo di centrosinistra.
A La Zanzara il neosenatore campano Bartolomeo Pepe dichiara: «Per me Chavez è un modello, non Bersani. Molto meglio Chavez, che non vuole smacchiare il Giaguaro».
E mentre sul web si dibatte, i neodeputati (in vista del vertice romano in cui verranno decisi linea e incarichi) si affacciano a Montecitorio: cinque eletti si sono presentati ieri alla porta principale del palazzo.
Ma da lì non sono stati fatti entrare: per registrarsi, viene spiegato a una di loro, l’entrata da usare è quella sul retro.
«È stato come in primo giorno di scuola», hanno detto ai microfoni de Il fatto quotidiano.
E in serata militanti e alcuni neoeletti si sono dati appuntamento sempre a Roma in un pub in piazza dell’Esquilino per festeggiare. Ieri ha commentato l’esito elettorale anche don Andrea Gallo: «I grillini hanno avuto consenso perchè sono scesi in piazza tra la gente, sono entrati in politica dal basso – ha detto il sacerdote –. È la piazza che conta, l’agorà che conta. Si parte da lì. Per mesi Grillo ha riempito le piazze, e gli altri non capivano. Ecco la sua vittoria».
(da Il Corriere della Sera“)
argomento: economia, Grillo | Commenta »
Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
INVESTIMENTI STRANIERI A PICCO: A ROMA UN CROLLO DEL 53%
Stop all’autolesionismo. Basta piangersi addosso.
E’ vero che il pil dell’Italia è calato nel 2012 del 2,2%. Ma le eccellenze nazionali tirano ancora.
Un esempio? I brillantissimi risultati della Tangenti Spa: il business della bustarella tricolore – calcola il Servizio anti-corruzione e trasparenza del ministero alla Funzione pubblica – muove ormai un giro d’affari da 60 miliardi l’anno, cifra con cui in Borsa si possono comprare Fiat, Enel e Unicredit messe assieme.
E, soprattutto, viaggia con il vento in poppa: nel 2011 Roma era al 69esimo posto (su 179 paesi) nella classifica di Transparency International sulla percezione del malaffare nella pubblica amministrazione.
Alla fine dello scorso anno siamo riusciti a far peggio, scivolando al 72esimo posto. Dietro Ruanda, Lesotho e persino alle spalle di Cuba.
LA ZAVORRA SULLE AZIENDE
Finmeccanica e Saipem, gli ultimi casi agli onori della cronaca, sono solo la punta dell’iceberg.
Mani Pulite è servita a poco. Tangentopoli è ancora qui e l’Italia – ha ricordato pochi giorni fa agli smemorati il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino – deve fare i conti con un giro di bustarelle «gigantesco e sistemico, una piaga che si annida ovunque e che danneggia l’economia ».
Quanto? I pochi numeri a disposizione mettono i brividi.
Il 19% delle imprese della penisola — secondo un’analisi di Kroll International — è stato colpito in qualche modo nel 2011 dalla corruzione.
Come dire una società su cinque, il doppio dell’anno precedente.
E i ricavi di un’azienda costretta a lavorare in queste condizioni, calcola la Banca Mondiale, crescono in media il 25% in meno della stessa realtà impiantata in una situazione dove l’unica stella polare è la competitività .
Forbice che, purtroppo per noi, si allarga al 40% quando di mezzo ci sono le Pmi, la spina dorsale dell’industria di casa nostra.
I COSTI PER LO STATO
Pagano le imprese e paga pure — carissimo — lo Stato.
Le mazzette necessarie per oliare i meccanismi bizantini della burocrazia tricolore, dicono i giudici contabili, generano un sovrapprezzo medio del 40% sulle opere pubbliche.
Pallottoliere alla mano, significa che sui 225 miliardi di spesa previsti dal governo Monti nel piano di infrastrutture strategiche 2013-2015 si devono mettere in preventivo una novantina di miliardi in più, da contabilizzare alla voce “tangenti”.
È un circolo vizioso che tende diabolicamente ad auto-alimentarsi visto che ogni punto perso nella classifica di Trasparency International si traduce, secondo l’agenzia non governativa, in un calo del 16% degli investimenti esteri nel paese interessato.
E, sarà un caso, ma Roma negli ultimi due anni ha visto crollare del 53% i flussi di capitali stranieri nella nostra economia contro il – 7% del resto della Ue.
La sfiducia degli investitori esteri tra l’altro rischia di trasformarsi in un boomerang micidiale per un paese costretto a collocare ogni anno 400 miliardi di titoli di stato sui mercati.
POLITICA SFIDUCIATA
Le cifre, naturalmente, sono opinabili. Qualcuno ne contesta l’abnormità , sottolineando che in base a questi dati l’Italia garantirebbe – e c’è poco da vantarsi – il 50% del giro d’affari della corruzione made in Europe, stimato dalla Ue a 120 miliardi.
Di sicuro però nel campo abbiamo pochi avversari.
Le rilevazioni di Transparency – che ieri apriva il sito con una tirata d’orecchi a Silvio Berlusconi per lo “sdoganamento” delle bustarelle internazionali – parlano chiaro: il 69% degli italiani si considera più esposto alla corruzione degli altri europei.
L’89% pensa che il malaffare permei l’economia nazionale, un dato inferiore nella Ue solo a quello di Cipro e ben oltre la media europea del 67%.
I colpevoli?
La politica nazionale (67%) regionale (57%) e locale (53%), mentre si salvano forze dell’ordine (34%) e i magistrati (38%).
IL BUCO NEL PIL
Il Belpaese, naturalmente, riesce sempre tafazzianamente a metterci del suo.
La nostra politica ha passato qualche lustro a depenalizzare i reati finanziari, varare indulti e sconti di pena senza muovere un dito per riformare una giustizia civile da terzo mondo.
Approvando solo in zona Cesarini cinque mesi fa una legge anti-corruzione annacquata dalle resistenze del Pdl.
Una retromarcia fotografata senza pietà dal Rating of control of corruption – il “Trasparentometro” messo a punto dalla Banca Mondiale – dove il nostro punteggio è sceso dagli 82 punti del 2000 ai 59 del 2009, ultimo dato disponibile.
A farne le spese, alla fine, è il Pil.
Una nazione che combatte davvero il malvezzo delle tangenti ha un vantaggio competitivo di 2,4 punti di crescita economica ogni anno grazie a una concorrenza più sana, secondo la World Bank.
Tradotto in soldoni significa 38 miliardi di ricavi in più ogni dodici mesi per l’Italia Spa. Più o meno la metà della cifra necessaria per pagare gli interessi sul nostro debito.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
argomento: Costume, denuncia, economia | Commenta »
Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
FINMECCANICA, MONTEPASCHI, ENI-SAIPEM, MA NON SOLO: TUTTI I GRANDI GRUPPI SONO STRETTI FRA IL DISASTRO DEI CONTI E LE INDAGINI DEI MAGISTRATI SUL MALAFFARE
Ci vorrebbe troppa fantasia per attribuire il tetro spettacolo di questi mesi (il capitalismo italiano alla
sbarra) all’accanimento giudiziario.
E non solo perchè le due liste — i blasoni industriali e finanziari coinvolti e le Procure che indagano — sono troppo lunghe per far credere a un complotto di toghe.
Soprattutto è ormai evidente che arresti e rinvii a giudizio non sono causa delle difficoltà delle nostre maggiori aziende, ma il loro sintomo più sinistro.
Sono finiti i soldi
La grande crisi finanziaria iniziata nell’agosto 2007 ha semplicemente accelerato lo smottamento del decrepito capitalismo di relazione all’italiana, nel quale la forza dei capitali è stata surrogata dalle perversioni di un reticolo di alleanze, amicizie, favori.
Ma quando i soldi sono finiti veramente, ecco il ricorso quasi obbligato al reato, come unico strumento di mantenimento del potere.
Con i cosiddetti “salotti finanziari” di un tempo che si trasfigurano in decadente oligarchia cleptomane.
Partiamo dalla Fiat (noblesse oblige): la Corte d’appello di Torino sta processando per aggiotaggio informativo i due più fidati collaboratori dell’avvocato Gianni Agnelli, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens.
Una complicata storia processuale, destinata alla prescrizione, ma piena di significato. Nel settembre 2005 la Fiat non era in grado di pagare i suoi debiti con le maggiori banche italiane, e i debiti si sarebbero convertiti in azioni.
L’azienda sarebbe diventata delle banche, e la famiglia Agnelli ne avrebbe perso il controllo.
Con un gioco di prestigio ai confini della realtà , condotto a termine mentre la Consob si girava dall’altra parte, Gabetti e Grande Stevens salvarono la situazione, secondo l’accusa ingannando il mercato.
Anche se fossero riconosciuti innocenti, rimane il fatto che i due hanno salvato il controllo della Fiat in mano a una famiglia ormai priva dei capitali necessari.
Un tema ricorrente, continuare a comandare senza metterci i soldi.
Prendete il caso Fonsai.
L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, è indagato per ostacolo alla vigilanza per il cosiddetto papello, il foglietto con il quale sarebbe stata promessa a Salvatore Ligresti la sontuosa buonuscita di 45 milioni.
Anche Ligresti è indagato, come i suoi figli e l’ex presidente dell’Isvap Giancarlo Giannini.
Mettiamo da parte lo specifico giudiziario e guardiamo alla sostanza della storia. Mediobanca è azionista di controllo della prima compagnia di assicurazioni italiana (le Generali) e dunque da sempre vigila sul destino della seconda, Fondiaria-Sai.
Dopo il crac Montedison c’era da sistemare la Fondiaria, e Mediobanca la affidò all’amico e protetto di sempre, Ligresti, che la fuse con la sua Sai.
Quando le cose sono andate male, Ligresti non aveva capitali per raddrizzare la barca.
Per non vedere la concorrente delle Generali finire in mani ostili, Mediobanca ha organizzato prestiti miliardari provenienti da tutto il sistema bancario.
Di suo ha dato a Ligresti oltre un miliardo. Il costruttore siciliano è accusato di anche di essersi fatto gli affari suoi a danno dell’azienda, ma i reati sono cominciati quando si è trattato di salvare Fonsai affidandola a nuove mani amiche, quella della a sua volta indebitatissima Unipol.
Comandare con il debito
Guardate Telecom Italia.
Il suo peccato originale è la scalata di RobertoColaninno, che nel 1999 ha lanciato l’Opa (offerta pubblica d’acquisto) attraverso l’Olivetti, che si indebitò per decine di miliardi di euro. I nuovi padroni fusero Telecom con Olivetti, così la società telefonica è rimasta con addosso i debiti fatti per comprarla, e da oltre dieci anni vivacchia, facendo dell’Italia uno dei Paesi più arretrati nelle reti di comunicazione.
Quando gli azionisti lavorano più per le proprie tasche che per l’azienda, i manager si adeguano.
Ed ecco che ai primi del 2010 il numero uno della potente controllata Telecom Italia Sparkle, Stefano Mazzitelli, viene arrestato con l’accusa di una gigantesca truffa sull’Iva attraverso false fatturazioni. Indagato con lui l’ex amministratore delegato Telecom, Riccardo Ruggiero.
Lo scherzo costa al gruppo, in prima approssimazione 500 milioni di euro.
Tutto si tiene, l’oligarchia cleptomane sembra fare riferimento a un drappello di abili ufficiali di collegamento.
Per lo scandalo Sparkle viene arrestato Lorenzo Cola, consulente dell’allora capo di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini.
Cola risulta in affari con Gennaro Mokbel, e insieme sono accusati di riciclaggio anche per un affare proprio con Finmeccanica, l’operazione Digint.
L’inchiesta avanza e acchiappa il sistema degli appalti Enav, l’ente del controllo di volo. Sui radar sembra sia stata intessuta una fitta ragnatela di tangenti: appalti pubblici che passano attraverso un gruppo pubblico (Selex, cioè Finmeccanica) e finiscono alle aziende amiche.
Alla politica solo briciole
Ecco che la delinquenza dell’impresa privata incrocia la politica. Ma attenzione: la politica non è più l’epicentro della ruberia.
La politica assiste, lascia fare, agevola, alle volte propizia il malaffare: ma per lei ci sono le briciole, qualche mancia, qualche favore, l’assunzione di un figlio o di un’amante.
Lo scandalo Banca Popolare di Milano, che vede pesantemente coinvolto l’ex presidente Massimo Ponzellini, gira soprattutto attorno ai prestiti di favore fatti alle aziende degli amici e degli amici degli amici.
Un fenomeno clamorosamente denunciato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco e che riguarda tutto il sistema del credito.
I signori delle banche, che sono in gran parte i signori delle Fondazioni, che si nominano tra loro e di nulla rispondono a nessuno, anche se gestiscono miliardi di capitali pubblici, spolpano i loro istituti facendo prestiti apparentemente inspiegabili.
Ma lo scandalo Mps è il vero volto del problema: quando nel novembre del 2007 si compra la Banca Antonveneta a 9,3 miliardi dal Santander che l’ha appena pagata 6,6 miliardi, non si può credere che i più potenti banchieri europei abbiano lavorato in perfetta intesa per apparecchiare un tangentone da 2-3 miliardi di euro per qualche politico italiano.
È evidente che il grosso del bottino resta a imprenditori e/o manager privati.
Esportare corruzione
E così apprendiamo dalla Procura di Busto Arsizio che Lorenzo Cola è più amico del numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi che del suo predecessore Guarguaglini.
E che il malaffare Selex-Enav è la pagliuzza per dare guazza ai politici e ai loro sgarrupati clientes, ma la vera trave è la corruzione internazionale con cui Finmeccanica supporta il proprio business.
Orsi è stato arrestato per una tangente che avrebbe oliato la commessa da 563 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta-Westland venduti al governo indiano.
Contemporaneamente l’azienda italiana più globale, l’Eni, vede il suo amministratore delegato Paolo Scaroni, indagato per corruzione internazionale: avrebbe oliato ministri e boiardi algerini per ottenere commesse per la controllata Saipem.
Vent’anni fa Scaroni patteggiò un anno e 4 mesi per uscire dall’inchiesta Mani Pulite, e l’accusa era di pagare tangenti a manager Enel per avere commesse per l’azienda impiantistica che guidava allora, la Techint.
Adesso è accusato (ma lui nega tutto) di corrompere l’algerina Sonatrach per avere commesse per l’azienda impiantistica Saipem.
Vedete il passaggio? Vent’anni fa scassinavi a colpi di mazzette le casse dello Stato italiano. Adesso i soldi si trovano più ad Algeri che a Roma.
Tentati dal crimine
Sono aziende messe in ginocchio dalla crisi quelle che macchiano il blasone con reati da strada. Il presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, è indagato per frode fiscale: quando guidava Unicredit si sarebbe reso colpevole, secondo i “gravi indizi” rilevati dalla Cassazione, di “una complessa trama fraudolenta”, con operazioni fittizie su titoli finanziari all’estero, per far pagare alla banca meno tasse: 745 milioni di euro sottratti al fisco, secondo l’accusa.
Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera è indagato per un caso simile, riferito a quando guidava Intesa Sanpaolo: il fisco ha lamentato oltre un miliardo di evasione.
Nel recente Banchieri & compari, Gianni Dragoni calcola tra 4 e 5 miliardi le tasse non pagate dalle banche con questi sistemi: rapinano il fisco per aggiustare i bilanci.
O cercano altre scorciatoie per arrotondare: le storie della Seb, controllata lussemburghese di Intesa Sanpaolo, e del Banco Desio, che il Fatto ha raccontato nei giorni scorsi, sono accomunate dalla pratica del riciclaggio, che sembra entrato nel core business delle grandi banche.
Nostalgia per il passato
Al confronto, l’inchiesta sull’azienda di famiglia dell’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che verte su conti svizzeri dove si sarebbe accumulato per anni un bel po’ di nero, stando alle ipotesi dell’accusa, fa quasi tenerezza.
Suscita nostalgia per quel nebuloso passato in cui il gioco sporco era solo vizio laterale del capitalista, e non arma irrinunciabile per essere competitivi.
Giorgio Meletti).
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia | Commenta »
Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
LA TERZA VIA “AMPIAMENTE ACCETTABILE” SAREBBE QUELLA DI BERSANI PREMIER E MONTI SUPERMINISTRO ALL’ECONOMIA
“Chi può salvare l’Italia?”
È quanto scrive The Economist nel numero oggi in edicola dedicato, con tanto di copertina, alle prossime elezioni in Italia.
IL MIGLIOR RISULTATO
«Il miglior risultato sarebbe che Monti restasse come primo ministro», afferma il magazine inglese.
Sta correndo con un programma per le riforme sostenuto da una coalizione di partiti di centro, ricorda il settimanale sottolineando però che «purtroppo il Professore è più abile a governare che a fare campagna elettorale»: i sondaggi lo fotografano difficilmente sopra il 15%, al quarto posto tra le coalizioni in corsa.
IL PEGGIOR RISULTATO
Ma il «peggior risultato» della prossima tornata elettorale italiana sarebbe la «vittoria di Berlusconi», scrive The Economist, tenendo a precisare che «per una serie di ragioni personali e politiche, questo giornale continua a considerare il magnate dei media non adatto» a guidare l’Italia.
«Non è riuscito a riformare il paese in oltre otto anni al potere e il suo partito, a differenza dei suoi colleghi di centro-destra in altri paesi europei in crisi» conduce una campagna con un programma che «ignora le riforme».
da dove?
«È incredibile che gli italiani ancora lo sostengano», aggiunge il settimanale commentando i sondaggi che vedono ridursi il divario con il centro-sinistra in Pier Luigi Bersani.
IL RISULTATO ACCETTABILE
E parlando del leader del Pd, The Economist ricorda che «i suoi sostenitori sono ex comunisti e ha un partner di coalizione dall’estrema sinistra» ma anche un ruolo di «riformatore nei governi passati».
Se vincesse, ma senza la maggioranza al Senato, dovrebbe fare un’alleanza con Monti che – rileva il settimanale – potrebbe usare il suo potere contrattuale per chiedere un ruolo di super-ministro dell’economia.
Ed un governo «guidato da Bersani, con Monti responsabile dell’ economia, sarebbe un risultato accettabile per l’Italia» è la sintesi del ragionamento: «avrebbe la fiducia dei mercati e delle istituzioni internazionali» e «si potrebbe seriamente riformare un’economia che, se si procedesse invece come fatto sotto la premiership Berlusconi, finirà per crollare trascinando con sè l’euro».
argomento: economia, elezioni | Commenta »
Febbraio 6th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO BERLUSCONI NEL 2008 GIURO’: “MAI PIU'”…PER OGNI ITALIANO RASTRELLATI APPENA 57 EURO
Tè pizze, birra e caffè: ecco quanto hanno rastrellato annualmente, per ogni italiano, 40 anni di sanatorie. Circa 57 euro pro capite.
Eppure ieri mattina il Cavaliere è tornato a perorare un altro condono tombale.
Per correggersi al pomeriggio: tutto un equivoco.
E a questo punto resta comunque il dubbio: non aveva giurato che la stagione dei condoni era finita?
Quanto quel dubbio di una ulteriore sanatoria possa pesare sui mercati e sulla nostra reputazione tra gli europei diffidenti verso «la solita Italia», si vedrà .
Quanto possa ringalluzzire evasori grandi e piccini, che scalciavano inquieti per la piega che avevano preso gli eventi nei mesi dei dolorosissimi sacrifici, lo diranno i sondaggi.
Certo è che nella galoppata elettorale del Cavaliere, a questo punto, manca solo un ammiccamento, un dico e non dico, agli abusivi dell’edilizia pirata.
In favore dei quali, in passato, ha già concesso dopo ripetute e fiere smentite («mai pensato niente del genere») non una ma due sanatorie, nel 1994 e nel 2003, più l’appoggio alla «sanatoria delle sanatorie» siciliana di Totò Cuffaro.
Eppure a un certo Enrico, che gli chiedeva se potesse garantire che non avrebbe mai più fatto condoni, in una chat del 31 marzo 2008 condotta da Pierluigi Battista su Corriere tv, il leader della destra rispose di sì, dando per chiusa «una stagione dei condoni che ci è servita per allargare l’imponibile perchè chi ha avuto un condono da quel momento ha dovuto dichiarare qualcosa di più dell’imponibile che aveva denunciato prima.
Questa sarà invece una stagione di contrasto forte all’evasione e all’elusione fiscale».
Spiegava infatti, con tono accorato: «Oggi si calcola che ci sia un 17% del Pil che non viene dichiarato. Quindi nelle casse dello Stato entrano sei punti di Pil in meno, 90 miliardi di euro l’anno. Ora, questo non è giusto. È giusto che ai cittadini vengano chieste imposte giuste perchè aliquote giuste fanno contribuenti onesti. Quindi procederemo su una duplice via: cercare di abbassare le aliquote ma anche di contrastare l’elusione e l’evasione fiscale facendo introitare nelle nostre casse almeno un punto di Pil all’anno».
Tesi ribadita dal «suo» ministro economico Giulio Tremonti, che dopo aver teorizzato che «in Sud America il condono fiscale si fa dopo il golpe.
In Italia lo si fa prima delle elezioni ma mutando i fattori il prodotto non cambia», ne aveva via via sfornati in quantità per poi giurare: «Non li ho certo fatti volentieri, ma perchè costretto dalla dura necessità . I condoni sono una cosa del passato. All’epoca hanno dato un enorme gettito, perchè Prodi aveva consentito un’enorme evasione».
Che Romano Prodi contesti la teoria tremontiana è ovvio.
Che i condoni abbiano dato un «enorme gettito» è messo in dubbio dalla Cgia di Mestre che ieri, dopo la sortita mattutina di Berlusconi sul «condono tombale» contro il «rullo compressore di Equitalia» a La7, ha diffuso uno studio ustionante.
Dove si dice che, sulla base dei numeri forniti dall’Istat e da Fisco Oggi, la rivista dell’Agenzia delle Entrate, dal primo condono del 1973 a quest’anno, vale a dire in quasi quarant’anni, tutti i condoni messi insieme (una sfilza…) hanno permesso di recuperare in tutto, in moneta attuale, 123 miliardi e 68 milioni di euro.
Un incasso che, condono per condono, è quasi sempre stato più basso di quanto i governi si aspettassero.
Lo accertò tempo fa la stessa organizzazione mestrina guidata da Giuseppe Bortolussi. Condono valutario del 1976: 4% degli incassi preventivati.
Concordato fiscale del 1994: 12,4%. Sulle scritture contabili del 1995: 2,7%.
Disfatte neppure paragonabili, però, alle sanatorie del 1989.
Per ogni cento lire preventivate ne incassarono 6 e mezzo dal condono sugli immobili, poco più di 3 da quello sulla tassa dei rifiuti, meno di 2 dalla «fiscale forfettaria».
Una catastrofe che dava ragione all’allora opinionista Tremonti che scrisse di un «suicidio fiscale»: «Per la massa enorme degli evasori le probabilità di essere verificati sono minime (lo dicono le Finanze), le conseguenti liti tributarie si possono tirare in lungo senza costo (lo dicono ancora le Finanze) infine i condoni sono cadenzati ogni decennio: ’73, ’82, ’91. Vuol dire che il rapporto fiscale si basa su questa ragione pratica: farla franca, confusi tra milioni di evasori; farla lunga, coltivando con calma la lite; farla fuori, con poche lire di condono».
C’è chi dirà , citando l’ultima sanatoria «tombale» da oltre 20 miliardi di dieci anni fa, che gli ultimi condoni sono andati meglio. Sarà .
Ma il Sole 24 Ore nel settembre 2011 riferiva che secondo la Corte dei Conti «i condoni del 2002 valevano, sulla carta, 26 miliardi.
Alla fine dello scorso anno ne risultavano incassati solo 20,8» e sarebbero serviti «almeno dodici anni», cioè fino al 2021, «per incassare tutto l’arretrato».
Perchè? Perchè molti furboni che avevano aderito alla sanatoria, «avevano pagato solo la prima rata per usufruire dello scudo giuridico del condono, lasciando un conto in sospeso di 4-5 miliardi».
Fatto sta che l’intera somma recuperata con quarant’anni di condoni che hanno devastato quel po’ che c’era di rispetto per il Fisco e di moralità pubblica corrisponde praticamente, come dicevamo, a 57 euro pro capite l’anno.
Vogliamo fare un paragone?
Se è vero, come dicono l’Istat e l’Agenzia delle Entrate, che l’evasione fiscale in Italia è stimata su oltre 120 miliardi di euro l’anno, quattro decenni di sanatorie spesso fallimentari e sempre deleterie sotto il profilo dell’educazione civica ci hanno fatto recuperare un solo anno di evasione.
Per carità , occorre assolutamente intervenire per rendere il Fisco più giusto, più rispettoso delle difficoltà delle persone, più corretto nel valutare i tempi con cui lo Stato pretende subito il pagamento dell’Iva e rimanda a dopo il pagamento di ciò che deve alle imprese.
Ma per favore, condoni basta. Basta.
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: economia, Giustizia | Commenta »
Febbraio 5th, 2013 Riccardo Fucile
E VANNO RIFINANZIATI GIA’ CASSA INTEGRAZIONE, ESODATI E MISSIONI ALL’ESTERO
Circa 7 miliardi e mezzo per una proposta assai pericolosa che segna la prima domenica di
Carnevale.
A tanto ammontano le risorse che un improbabile governo Berlusconi dovrebbe trovare fin dal primo consiglio dei ministri per abolire l’Imu sulla prima casa per quest’anno (ovvero 3,7 miliardi) e, addirittura, restituire ai cittadini quanto hanno pagato per la prima casa lo scorso anno (altre 3,7 miliardi).
Una cifra rilevante, circa mezzo punto di Pil, in condizioni di finanza pubblica sempre e costantemente difficili, appese agli esiti dello spread e delle spesa per interessi, e soprattutto condizionate dal trattato sul fiscal compact e dal nuovo articolo 81 della Costituzione che da quest’anno impongono il pareggio di bilancio.
Un obiettivo che, tra l’altro, sembra a rischio ed è già proiettato oltre l’1,6 per cento di deficit-Pil previsto dal Documento di economia e finanza.
Del resto lo stesso ex ministro dell’Economia Tremonti, alleato di Berlusconi, ha avvertito che servirà una manovra di 14 miliardi per esodati, finanziamento della cassa integrazione, missioni internazionali e quant’altro.
Dove trovare gli oltre 7 miliardi per inviare ai milioni di italiani che hanno sopportato il sacrificio dell’Imu un dubbio bonifico?
Le proposte di copertura avanzate da Berlusconi sembrano perlomeno incerte e i Comuni, destinatari del gettito dell’Imu prima casa, dovrebbero essere assai preoccupati.
Ulteriori tasse sugli alcolici e sui tabacchi non sembrano in grado di fornire le risorse necessarie senza contare che da quest’anno un aumento sulle sigarette è già previsto dal decreto “Salva Italia”; quanto ai tagli alla spesa pubblica sono facili da annunciare ma piuttosto complessi da realizzare.
L’asso nella manica di Berlusconi sembrerebbe la terza copertura, cioè il concordato fiscale con la Svizzera, ma se ne parla da più di un anno e l’accordo non sembra vicino perchè Berna non molla sul segreto bancario e sull’anonimato.
Come ha detto il ministro Giarda in Parlamento si tratterebbe di un “condono o una sanatoria” fuori dagli schemi Ocse.
Del resto l’intera operazione ha il sapore di un flash back assai pasticciato.
Tutti ricorderanno la spericolata manovra del 2008: come promesso Berlusconi, appena al governo abolì l’Ici (allora si chiamava così) sulla prima casa e dovette fare i salti mortali per trovare circa 2 miliardi per finanziare la misura.
Fu una mossa propagandistica e non aiutò chi aveva veramente bisogno perchè già Prodi, il suo predecessore, aveva cancellato l’Ici per il 40 per cento della famiglie, limitando tuttavia l’intervento alle abitazioni economiche e popolari.
La mossa di Berlusconi mise in difficoltà i Comuni e il centrodestra, per tentare di tenere i conti, dovette ricorrere a misure poco simpatiche come l’introduzione del ticket di 10 euro sulla diagnostica.
Inoltre costrinse Regioni e Comuni a tagli sul trasporto locale (secondo una studio della Uil servizi territoriali gli aumenti delle tariffe sono stati del 25 per cento dal 2008 ad oggi).
Alle corde Tremonti fu costretto a sbloccare l’aumento delle addizionali Irpef di Comuni e Regioni per dare risorse ai sindaci che avevano perso un fonte di finanziamento essenziale come la tassa sulla prima casa.
Alla fine l’Imu, che segnò la nascita dell’ultimo governo Berlusconi, tenne banco anche durante la sua uscita di scena nell’autunno del 2011.
La Commissione europea chiese esplicitamente all’Italia, nelle celebri 39 domande, di reintrodurre una tassa sulla casa, perchè eravamo il paese con l’imposizione più bassa sul patrimonio immobiliare.
E fu lo stesso Tremonti che rispose che si poteva fare: il gettito sarebbe stato di 3 miliardi.
Monti fece il resto, ma l’Italia era già sull’orlo del baratro.
Roberto Petrini
argomento: economia | Commenta »
Febbraio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
IL “SISTEMA BANCARIO OMBRA” DI ENTI FINANZIARI CHE NON SONO BANCHE MA OPERANO COME BANCHE: PRESTANO DENARO, EMETTONO TITOLI, ACCOLGONO DEPOSITI
La vicenda del Monte dei Paschi si può così riassumere: la banca senese ha messo in pratica un modello di affari identico a quello delle maggiori banche europee.
È un modello dissennato, che è all’origine della crisi economica in corso dal 2007 e ha portato al dissesto decine di banche in quasi tutti i paesi.
Mps ha potuto applicarlo fino a ieri perchè una seria riforma della finanza Ue non ha compiuto finora alcun passo avanti.
Ma parlare dei guai di Mps non dovrebbe condurre a ignorare, come sta accadendo, che all’origine di essi vi sono le storture dell’intero sistema finanziario europeo.
Un posto di riguardo in esso occupa il sistema bancario ombra.
È formato da enti finanziari che non sono banche ma operano come banche: prestano denaro, emettono titoli e li negoziano, accolgono depositi.
Si tratta di fondi monetari, fondi speculativi, veicoli di investimento speciale o strutturato (Siv).
Nel 2007 gli attivi del sistema ombra europeo valevano circa 20 trilioni di euro, più o meno quanto gli attivi in bilancio.
Stando a un recente rapporto del Financial Stability Board, nel 2011 essi erano saliti a 25 trilioni.
Come si legge in un rapporto presentato al Congresso Usa fin dal giugno 2008, il carattere che giustifica l’espressione “sistema ombra” è l’assenza di regolazione e di sorveglianza.
Quando Mps acquistò anni fa da un Siv della Dresdner Bank un derivato per 400 milioni non fece altro che avvalersi del sistema bancario ombra per finanziarsi.
Si dirà : ma li ha pur presi da una banca.
Errore: un Siv è creato da una banca come una società di scopo giuridicamente autonoma.
In quasi tutti i casi non ha una sede fisica nè personale; però ha facoltà di trasformare i crediti della banca sponsor in titoli negoziabili, pagandoli con il ricavato di titoli a breve termine che esso emette.
È il processo chiamato da noi cartolarizzazione.
Tra il 2000 e il 2008, tramite i loro veicoli — che possono essere decine per ciascuna banca — le banche europee hanno effettuato un volume di cartolarizzazioni pari a 3,7 trilioni di euro.
Italia e Germania effettuano ciascuna circa il 10 per cento delle transazioni, corrispondenti a 347 miliardi di euro per la prima, 326 per la seconda.
Il tutto all’ombra, cioè al di fuori della portata dei regolatori e dei sorveglianti.
Una riforma finanziaria della Ue dovrebbe quindi mettere in primo piano una drastica riduzione del sistema bancario ombra e un severo controllo di quel che resta, mentre governi ed esperti dovrebbero battersi per avviare la riforma stessa, piuttosto che cercare ogni volta in vicende locali la chiave del dissesto di questa o quella banca.
Se qualcuno, per dire, si mettesse a studiare le origini locali del dissesto di gran parte delle banche regionali tedesche, alcune grandi come Mps, dovrebbe lavorare decenni. Mentre la causa è nuda e cruda, come nel caso Mps: hanno fatto ciò che le leggi permettevano di fare, grazie a trent’anni di deregolazione della finanza.
Il caso Mps offre altre due utili indicazioni per una riforma efficace del sistema finanziario.
In primo luogo va notato che il titolo che ha comprato e utilizzato per operazioni di rifinanziamento è il peggio che l’ingegneria finanziaria abbia inventato.
Si è trattato infatti, a quanto si legge, di una obbligazione avente per collaterale un debito (acronimo Cdo), ma al quadrato.
Una Cdo, anche semplice, è di per sè un oggetto pericoloso.
Infatti può contenere fino a un centinaio di altri titoli obbligazionari sostenuti da un’ipoteca, ciascuno dei quali può contenere, a sua volta, gran numero di titoli di debito.
Ciò spiega sia il costo di una Cdo, in genere superiore al miliardo (per cui viene venduta quasi soltanto a fette), sia l’impossibilità di stabilire il rischio che contiene se non mediante complicatissimi modelli matematici, che quasi nessuno è in grado di capire: inclusi, parrebbe, i dirigenti di Mps.
Ora, si noti bene, una Cdo al quadrato è formata da fette o trance di altre Cdo.
Il che significa, al confronto, che tenere un barile di nitroglicerina in tinello non è più pericoloso di una bottiglia di minerale.
Ci sono poi i guai in cui si è cacciata Mps con l’acquisizione di Antonveneta nel 2007. Sembra siano stati, i suoi dirigenti, piuttosto sprovveduti.
Ma fin dagli anni ’90 la corsa all’ingigantimento delle banche è stata favorita ed esaltata come un segno di modernizzazione dalle organizzazioni internazionali, dagli esperti, dai governi di tutta la Ue.
Come risultato il numero delle banche europee è assai diminuito, mentre è aumentato il peso economico delle più grandi, senza che ciò abbia minimamente giovato all’econo-mia reale.
Se nel 2007 erano troppo grandi per lasciarle fallire, oggi sono troppo grandi per evitare che la Bce presti loro 1.100 miliardi all’1 per cento di interesse — di cui oltre un quarto sono andati a banche italiane — come ha fatto tra il novembre 2011 e il febbraio 2012.
Un monte di denaro che in misura minima è affluito all’economia reale sotto forma di crediti delle piccole e medie imprese: per la massima parte è stato utilizzato dalle banche per rifinanziarsi e ricapitalizzarsi.
Un segno, ve ne fosse mai bisogno, che una riforma del sistema finanziario europeo dovrebbe pure imporre un limite alla grandezza delle banche.
In sostanza, la vicenda Mps, nata dall’applicazione letterale di un modello d’affari comune a tutte le banche europee, che ne ha già condotte decine di altre al dissesto, sembra un’ottima occasione per evitare non solo di prendere posizione, ma perfino di parlare di riforma dell’eurofinanza.
Eppure c’è un testo da cui si potrebbe partire per discutere di quella che anche sul piano politico, non solo su quello economico, è la più importante riforma di cui l’Italia e la Ue avrebbero bisogno.
Magari per criticarlo.
Mi rifersico al Liikanen Report — dal nome del presidente del gruppo che l’ha redatto — relativo alla riforma della struttura del sistema bancario Ue trasmesso alla Commissione a ottobre 2012, è nato male. Infatti undici su dodici membri del gruppo erano dirigenti di istituzioni finanziarie.
Sarebbe come nominare un gruppo di architetti per giudicare i progetti di ciascuno di loro.
Tuttavia qualcosa di solido su cui discutere nel rapporto c’è.
Tra i problemi del sistema bancario europeo esso indica infatti l’eccessiva assunzione di rischio; l’aumento di complessità , volume e portata che rende difficile il controllo da parte dei dirigenti; l’aumento eccessivo dell’effetto di leva finanziaria e la limitata capacità di assorbire le perdite; l’eccessiva fiducia riposta sui modelli interni di gestione del rischio e sulla “disciplina dei mercati”.
È da un confronto risoluto e ravvicinato con simili questioni che dipende l’avvio a soluzione della crisi europea, dinanzi ai costi sociali e umani che essa infligge a milioni di persone.
Ed è questo che l’Italia dovrebbe pretendere da Bruxelles. In alternativa, possiamo continuare a discutere se il portone della Mps debba essere restaurato o no.
Luciano Gallino
(da “La Repubblica”)
argomento: economia | Commenta »