Febbraio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE PRESENTA A MILANO IL SUO PIANO SUL LAVORO: “RIMODULARE IL CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO, PER RENDERLO PIU’ FLESSIBILE E MOLTO MENO COSTOSO”
C’è «la necessità di aumentare l’età pensionabile effettiva, e garantire nel tempo l’equilibrio dei sistemi pensionistici pubblici nonostante il progressivo invecchiamento del Paese e le ricadute che ciò comporta sul mercato del lavoro»: è quanto si legge nelle linee di politiche di lavoro che Mario Monti presenta a Milano.
In materia di lavoro, oltre all’intervento sull’età pensionabile «si affianca l’istituzione dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) cioè un trattamento di disoccupazione di livello europeo (70% dell’ultima retribuzione) universalmente applicabile a tutti i lavoratori dipendenti».
Monti sottolinea soprattutto il ruolo delle donne: «L’Italia non è un paese per donne ma è prioritario che lo diventi».
È quanto si legge nelle linee guida per il welfare di Scelta Civica, nel quale si ricorda che «il mercato del lavoro non incoraggia la partecipazione delle donne che rientrano con più difficoltà e vi rimangono con oggettivi vincoli rispetto ad altri ruoli». Contratto di lavoro
Il Professore propone, nel suo programma di governo, una rimodulazione sperimentale del contratto a tempo indeterminato, per renderlo più flessibile e meno “costoso”.
Nelle linee di politica di lavoro e welfare, presentate oggi in un incontro a Milano, si propone una incisiva riduzione del cuneo fiscale e contributivo collegata ad alcune linee guida per la contrattazione collettiva aziendale, tendenti al superamento dell’attuale dualismo del mercato del lavoro.
In questa prospettiva – si spiega – a fronte di un’assunzione a tempo indeterminato diventerà possibile assicurare maggiori tutele sostanziali ai giovani senza rilevanti aumenti di costo o di rigidità per le imprese.
Tasse
Il governo Monti ha introdotto nuove tasse per scongiurare l’Italia dal rischio fallimento.
Archiviata la fase più difficile della crisi economica, è possibile procedere a una modulare riduzione del carico fiscale.
Questo, in sintesi, il concetto espresso dal premier uscente Mario Monti, durante la sua conferenza stampa a Milano.
Il leader di Scelta Civica si è dapprima soffermato sulle critiche che gli sono state lanciate dai suoi principali avversari: ” Mi vorrebbero mummificato nella veste di quello che aumenta le tasse”, ha detto Monti, che ha spiegato: ” Abbiamo messo le tasse che aveva lasciato il predecessore e quelle che serviranno ad evitare il fallimento del Paese. Le tasse sono servite perchè l’Italia si e’ salvata e lo spread si è dimezzato. Ora, intervenendo sulla spesa pubblica, è possibile puntare a una diminuzione. Se la situazione cambia e soprattutto se la si e’ fatta cambiare – ha detto ancora Monti – le cose possono cambiare”.
La riforma del lavoro
La riforma del lavoro approvata dal governo dei tecnici sarebbe potuta essere più incisiva, ma ” non c’è stata la disponibilità della sinistra, e in particolare di un sindacato, per fare altri passi in avanti”.
Lo ha evidenziato il leader di Scelta Civica Mario Monti, presentando a Milano le linee guida del suo programma in materia di lavoro e welfare.
Obiettivo di Scelta Civica, ha detto ancora Monti, è quello di ” scongiurare il rischio, dopo tanti sacrifici chiesti agli italiani, di dissipare quei sacrifici e di non andare avanti su quelle riforme che danno speranza ai giovani”.
Il premier uscente ha citato il recente report del Fmi sulla finanza pubblica italiana, che ” in termini strutturali è una delle più solide” perciò, ha detto ancora Monti, ” vale la pena di provare ad andare avanti”.
Durante la legislatura che si sta per concludere «abbiamo constatato in materia di riforma del mercato del lavoro la disponibilità delle tre forze politiche a fare qualche passo avanti, ma non la disponibilità della sinistra e in parte di uno dei sindacati a fare altri passi in avanti che a me sarebbero sembrati nell’interesse dei lavoratori».
Lo ha detto il premier uscente Mario Monti nel corso di una conferenza stampa a Milano. Monti ha sottolineato quindi che «è nata l’idea di cercare di catturare la cooperazione di quelle forze che hanno dimostrato di essere a favore delle riforme».
(da “La Stampa“)
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Febbraio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELL’ENTE AZIONISTA MONTE PASCHI: CI SONO DIVERSI RISCHI
A giugno potrebbero cominciare gli ultimi giorni.
«Dallo scenario esposto, si evidenzia una liquidità della Fondazione Mps che si esaurisce con la fine del secondo trimestre del 2013».
Nero su bianco. L’informativa dello scorso 6 settembre consegnata alla deputazione generale dell’ente che costituisce lo scrigno della senesità bancaria, è come una sentenza.
Non è più solo una questione dei fondi con i quali irrorare il territorio, come è sempre stato, dal mutuo per la pavimentazione della cattedrale alle mense scolastiche dei piccoli comuni.
A leggere il documento sulla situazione finanziaria della Fondazione, con l’analisi della liquidità in prospettiva, è quasi una questione di sopravvivenza.
La rinegoziazione del debito ha ridotto l’esposizione residua a 350 milioni di euro.
Ci si è arrivati con lacrime e sangue, pagando 679 milioni ottenuti attraverso la dismissione dei gioielli di famiglia, come Mediobanca e Cassa depositi e prestiti. In questo modo è stata anche tappata la falla generata dai contratti derivati, ad alto rischio o meno, e quella del famoso Fresh del 2008, il prestito da un miliardo organizzato da JP Morgan al quale la Fondazione aveva partecipato con 490 milioni, tutto materiale ormai entrato nelle cronache giudiziarie
Non è bastato.
Restano undici banche creditrici, in prima fila Credit Suisse e Mediobanca che dalla Fondazione avanzano rispettivamente 93 e 71 milioni.
Sembra davvero una corsa contro il tempo.
La Fondazione Mps comincerà a restituire il prestito a partire dal 31 dicembre 2015, rata da 60 milioni, con tassi di interesse pesanti, nel migliore dei casi non meno di Euribor 6 mesi più uno spread del 4,25%.
Molto più di un mutuo.
Da qui ad allora sarà una penitenza.
Le banche hanno imposto le loro condizioni per rinegoziare il debito. «Il contratto prevede, per il nostro Ente, precisi limiti quantitativi in relazione alle uscite di cassa annuali dell’attività istituzionale».
A farla breve, dieta assoluta
Il finanziamento delle banche non è certo gratis.
Oggi la Fondazione è spogliata del suo tesoro principale. Agli istituti creditori sono stati infatti consegnati in pegno quasi 4 miliardi di azioni ordinarie di banca Mps, pari al 33,5% del capitale sociale, e anche i titoli del Fresh 2008, 490 milioni di euro di proprietà della Fondazione.
C’è anche la clausola di salvaguardia: se il valore delle azioni scende sotto il 70% del debito (in gergo bancario Loan to value), le banche si prendono tutto, ovvero il Montepaschi.
Il valore della banca per ora è doppio rispetto al debito della Fondazione, ma il mercoledì, giorno fissato dall’accordo per la ricognizione sul valore delle azioni, è sempre un giorno del giudizio.
Poteva anche essere peggio.
La rinegoziazione ha eliminato una clausola draconiana: il default della Fondazione nell’ipotesi che Mps venisse degradata a BB dalle agenzie di rating.
Proprio come è avvenuto ieri. La «ferma richiesta» fatta dalla Fondazione per eliminare questa clausola in controluce lascia intravedere scarsa fiducia nell’andamento della banca.
L’informativa consegnata ai membri della deputazione generale riflette ogni peccato di questa storia.
Non solo la necessità di chiudere il debito, ma anche quella di sistemare due derivati fatti male come Zero cost dollar, stipulato con Credit Agricole, e MPS Capital Services, sottoscritto con lo stesso Montepaschi. Investimenti fallimentari che hanno inflitto alla Fondazione altri 10,3 milioni di perdita.
Erano legati al rialzo dell’Euribor, che invece è crollato a picco. Il passaggio che riguarda la loro ristrutturazione, perfezionata il 10 luglio 2012, è critico nei confronti di chi ha scommesso a senso unico, creando così per la Fondazione «una situazione di sensibile esposizione» al rischio.
La radiografia è impietosa.
Nonostante la cura, il paziente è ancora in gravi condizioni. E nessuno dei medici curanti si azzarda a dichiararlo fuori pericolo. Anzi.
«Il contratto in oggetto sottopone comunque il nostro Ente a diversi e importanti rischi, che si sono molto amplificati in seguito con il nuovo piano industriale di banca Mps».
L’elenco che segue è la descrizione del futuro prossimo della Fondazione: ridotta libertà di manovra con «limitatissime» disponibilità liquide, necessità di effettuare ulteriori vendite di asset per fare fronte alle esigenze finanziarie, «probabile» assenza di dividendi di Banca Mps, definita «ormai unica fonte di reddito corrente» fino al 2014.
E infine, il «rischio», così viene definito, della vendita di «una ulteriore importante quota» della partecipazione in banca, che farebbe scendere il portafoglio azionario sotto la soglia del 33.5% che consente il controllo sull’assemblea straordinaria. Qualcosa andrà fatto comunque.
Le simulazioni dei flussi di liquidità sono impietose. L’esaurimento delle risorse è previsto per la fine del secondo trimestre del 2013, e questo nel migliore dei due scenari che vengono formulati.
A Siena si annunciano tempi duri, durissimi.
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 1st, 2013 Riccardo Fucile
BILANCIO UE PER LA CRESCITA: DOPO IL DISASTRO DI BERLUSCONI CON IL SALDO PASSIVO DI 5 MILIARDI, MONTI VUOLE RINEGOZIARE GLI AIUTI ALLO SVILUPPO PER IL NOSTRO PAESE
Mario Monti vola a Bruxelles e Berlino per incontrare i vertici delle istituzioni europee e Angela Merkel.
In Italia dal Pdl alla Lega lo attaccano, dicono che è andato a prendere gli ordini dalla Cancelliera ma in realtà la trasferta europea del premier uscente, che domenica sarà a Parigi per incontrare Hollande, ha uno scopo preciso: la prossima settimana i Ventisette dovranno riprovare a chiudere il bilancio europeo per il periodo 2014-2020 e l’Italia, dopo il disastroso accordo firmato da Berlusconi nel 2005, deve recuperare terreno nel negoziato se non vuole continuare ad essere svantaggiata nel saldo tra quanto versato e quanto ricevuto da Bruxelles.
Un appuntamento al quale Monti, insieme al ministro Enzo Moavero, lavora da quasi un anno.
Troppo importante non far perdere fondi all’agricoltura e al Mezzogiorno, alle infrastrutture e alle politiche per crescita e occupazione.
Ma il negoziato si chiude solo all’unanimità e si annuncia duro e complesso.
Mercoledì con Barroso Monti ha concordato che nel suo insieme il bilancio dell’Unione dovrà essere indirizzato alle politiche che aiutano la crescita.
Ieri mattina nel corso di un breakfast di lavoro il premier italiano ha ribadito la sua posizione al presidente del Consiglio europeo, Hermann Van Rompuy, l’uomo che gestisce il negoziato e presiede le riunioni dei leader.
Quindi l’aereo per Berlino, dove Monti arriva accolto da un gelido vento del Nord in arrivo dalle coste di Amburgo.
Mario e Angela si concedono una breve dichiarazione pubblica, senza domande, prima di pranzare. Dopo nessun contatto con i media. Ma Monti incassa dalla Merkel un complimento che vale più degli attestati di stima ricevuti pubblicamente negli ultimi mesi dai colleghi europei.
A Berlino, infatti, brucia ancora la notte del 28 giugno quando, poco dopo che l’Italia di Balotelli battè la Germania agli europei, Monti brandendo il veto riuscì a far accettare alla Cancelliera e ai falchi del Nord lo scudo antispread.
Accordo che poi aprì le porte all’intervento risolutivo della Bce di Draghi.
Così parlando del prossimo summit la Merkel ricorda che «negli ultimi mesi Italia e Germania hanno fatto molto per l’Europa, ma è anche vero che Monti a volte ha difeso gli interessi del suo Paese con un certa durezza».
È la risposta che il premier più gradisce rispetto alle accuse che punteggiano la campagna elettorale di essere agli ordini della Merkel.
Ciononostante da Roma gli attacchi al premier proseguono.
Alfano — dimenticando l’irrilevanza in Europa di Berlusconi — ricorda a Monti che «votano gli italiani, non le cancellerie».
Curioso che Tremonti e Ferrero usino la stessa espressione: «Cameriere della Merkel».
Berlusconi si limita a dire che Monti «è andato a fare un po’ di teatro».
Intanto il negoziato di Bruxelles si annuncia ad alto rischio.
I Ventisette avevano già provato a chiudere il bilancio a novembre, ma il no di Gran Bretagna, Olanda e Svezia ha mandato tutti a casa.
La Commissione Ue chiedeva 1.047 miliardi di fondi per il settennato.
Londra e gli altri volevano 200 miliardi di tagli. La Germania 100. Van Rompuy nella sua ultima proposta è sceso di una ottantina.
L’Italia vorrebbe mantenere integra la dotazione finanziaria di Bruxelles, ma la partita per Monti si concentra sulla ripartizione delle spese.
Roma non vuole più essere penalizzata, deve difendere i soldi per agricoltura e coesione, vuole che l’uso dei soldi guardi a crescita e occupazione e deve migliorare il saldo ereditato da Berlusconi in passivo di 5 miliardi all’anno tra quanto versa nelle casse Ue e quando riceve in fondi comunitari.
Il peggiore d’Europa.
Monti lascia intendere la possibilità di porre il veto.
Ma mettere d’accordo 27 leader sul denaro non è mai facile.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
MOLTE TRANSAZIONI SENZA INFORMARE I SOCI: “SITUAZIONE ESPLOSIVA”
Parla per oltre sei ore di fronte a pubblici ministeri e finanzieri. 
Racconta i retroscena di un affare che sta facendo tremare manager e politici.
Ma soprattutto svela che cosa accadde al momento di rispondere alle richieste di chiarimenti che arrivavano da Bankitalia. E tanto basta perchè si rincorrano le voci su nuovi e clamorosi impulsi all’inchiesta.
Perchè Valentino Fanti all’interno di Monte dei Paschi di Siena aveva un ruolo chiave. Era il segretario del consiglio di amministrazione della banca, l’uomo che affiancava il presidente Giuseppe Mussari e il direttore generale Antonio Vigni, entrambi adesso indagati per aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza, turbativa e truffa.
L’uomo che conosce ogni segreto e retroscena di quanto accaduto negli ultimi sei anni, visto che ricopre lo stesso incarico anche per la nuova dirigenza.
L’indagine entra dunque in una nuova e decisiva fase.
Mentre Fanti viene interrogato, il procuratore di Siena Tito Salerno conferma come la situazione sia «esplosiva e incandescente, visto che stiamo parlando del terzo gruppo bancario italiano».
Sa bene il capo dell’ufficio che ogni mossa degli inquirenti rischia di provocare un terremoto finanziario e politico anche perchè «la società è quotata in Borsa».
Sa bene che la situazione «è fluida e complessa» e ci tiene a precisare che la strada per arrivare alla fine degli accertamenti «sarà ancora lunga».
Ma già qualcosa potrebbe accadere nelle prossime ore.
Quanto successo ieri sembra dimostrarlo, visto che otto mesi dopo le prime perquisizioni ordinate nel maggio scorso per sequestrare tutti i documenti relativi all’acquisizione di Antonveneta e le comunicazioni con Palazzo Koch, di questo si torna a parlare con Fanti.
Nelle mani dei pubblici ministeri ci sono numerosi riscontri all’ipotesi d’accusa e cioè che i vertici di Mps si accordarono con i colleghi del Banco Santander per far gravare sul prezzo di Antonveneta una plusvalenza di almeno due miliardi di euro, poi arrivati a tre con il conteggio degli oneri.
E che effettuarono spericolate manovre finanziarie, anche speculative, per cercare poi di ripianare i debiti.
«Molte operazioni sono state effettuate senza informare gli azionisti», avrebbe confermato Fanti entrando nel dettaglio e collaborando nella «lettura» di alcuni documenti.
Ma avrebbe soprattutto ribadito la determinazione dei vertici di Mps a presentare a Bankitalia una situazione molto diversa da quella reale. In particolare sull’accordo del 2008 da un miliardo di euro con Jp Morgan fatto passare per aumento di capitale che invece si è rivelato un vero e proprio prestito.
Sembra che Fanti fosse già stato ascoltato in precedenza e richiamato adesso che la situazione si è fatta più chiara, al termine dell’esame di tutti i documenti contabili.
Del resto anche lui sarebbe stato subito informato del ritrovamento da parte dell’attuale presidente Alessandro Profumo e dell’amministratore delegato Fabrizio Viola del contratto segreto stipulato nel luglio 2009 tra Mps e Nomura sul «derivato» Alexandria.
Fanti ha negato di essere stato messo a conoscenza delle operazioni decise dal vertice, ma non ha potuto smentire il sospetto che all’interno di Mps alcuni manager dell’Area Finanza fossero stati informati di quanto era stato stabilito.
E avrebbe confermato che era proprio la struttura guidata da Gianluca Baldassari il «centro nevralgico» di Mps, il luogo dove venivano gestite le operazioni più spericolate.
E dove si decideva come e con chi dividere i guadagni di quegli affari che alla fine si sono rivelati disastrosi per la tenuta economica del Monte dei Paschi.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
DA UNA TESTIMONIANZA EMERGONO I NOMI DI BALDASSARRI E DI PONTONE
Se a Siena la situazione per la Procura è esplosiva, dai dossier arrivati da Milano
spuntano i soprannomi: li chiamavano la “banda del cinque per cento“.
Questo il nomignolo affibbiato al tandem composto dall’ex capo della finanza di Mps, Gianluca Baldassarri e dal responsabile della filiale di Londra della banca senese, Matteo Pontone, soprannominato così dalla percentuale percepita su ogni operazione. A rivelarlo è stato Antonio Rizzo, ex funzionario della banca tedesca Dresdner, sentito il 13 ottobre 2008 dai pm di Milano nell’inchiesta sulla finanziaria svizzera Lutifin.
La società di brokeraggio con sede a Lugano che ha intermediato con un guadagno di 600mila euro un’operazione del 2007 con Dresdner Bank su un prodotto finanziario venduto da Mps e poi ricomprato.
IL TESTE.
Rizzo nel verbale parla di un incontro avvenuto nel novembre 2007 tra lui e altri due funzionari della banca tedesca durante il quale la persona che si occupava della vendita dei prodotti finanziari strutturati “caldeggiava l’operazione di riacquisto di un pacchetto titoli strutturato da Mps Londra”.
“Nell’occasione — si legge nel verbale — si venne a sapere che Dresdner per l’operazione avrebbe pagato una somma a titolo di intermediazione, a tale Lutifin di Lugano”. Lorenzo Cutolo, uno dei due funzionari della Dresdner, “rimase sorpreso e disse che era assurdo pagare per una intermediazione per un affare che Dresdner poteva tranquillamente fare da sola”.
Il testimone afferma poi che nel marzo del 2008 aveva raccontato quanto accaduto con Mps all’organismo di controllo interno di Dresdner e “gli era stato comunicato che sarebbe stata aperta un’indagine”.
Ma, secondo la ricostruzione di Rizzo, nonostante l’opposizione di Cutolo il pagamento di Lutifin era stato autorizzato dal suo superiore, Stefan Guetter.
“Parlai della cosa con Cutolo il quale mi disse di farsi i fatti propri senza nulla dire all’organismo di controllo interno della banca. Cutolo mi disse che lui aveva provato a fare qualcosa ma che aveva rischiato il licenziamento”.
Qualche giorno dopo in una cena con Michele Cortese, l’uomo che si occupava della vendita di prodotti finanziari per Dresdner Bank-London Branch, quest’ultimo gli disse che “a suo avviso Pontone e Baldassarri avevano percepito una commissione indebita dell’operazione per il tramite di Lutifin”.
E nella stessa occasione gli rivelò anche che i due si erano così guadagnati il soprannome “la banda del cinque per cento” perchè prendevano tale percentuale su ogni operazione.
Come emerso nei giorni scorsi, Lutifin Services era stata utilizzata quale veicolo per effettuare pagamenti riservati nei confronti di alti dirigenti del Monte dei Paschi di Siena.
I pagamenti servivano a far sì che Mps acquistasse un “pacchetto di titoli all’interno dei quali ve ne erano alcuni (cosiddetti Cdo) che presentavano forti perdite per Dresdner Bank”.
Lo scopo dell’operazione era chiaro, secondo la Gdf, “far ristrutturare il pacchetto a Monte dei Paschi di Siena, la quale si è occupata, in definitiva, di sostituire i titoli in sofferenza con altri in salute, in modo tale da consentire a Dresdner Bank di neutralizzare le perdite che stava subendo, scaricandole di fatto in capo a Mps”.
IL PROCURATORE DI SIENA.
“La materia è talmente incandescente che non posso rilasciare dichiarazioni”, ha intanto detto Tito Salerno, procuratore della Repubblica di Siena ai giornalisti che gli chiedevano informazioni sull’inchiesta in corso.
“Non è per cortesia — ha aggiunto — ma non posso parlare di questa inchiesta. Si tratta di un’indagine complessa, incandescente e ancora lunga che riguarda una società quotata in Borsa. Attualmente lo stato delle indagini non ci permette di dire nulla”. Oggi i magistrati senesi hanno sentito il segretario del consiglio di amministrazione della banca e attuale capo dell’area segreteria generale della banca, Valentino Fanti. Ascoltato come persona informata sui fatti, Fanti era il capo della segreteria dell’ex presidente del Monte, Giuseppe Mussari. Il collegio sindacale della banca, invece, è stato ascoltato dalla Consob sulla vicenda dei prodotti strutturati della banca. Nei prossimi giorni toccherà ai revisori dei conti e al precedente consiglio sindacale.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
DA DUE ANNI L’AUTORITA’ DI VIGILANZA AVEVA INFORMAZIONI PER CAPIRE …IL MONTE HA FATTO DI TUTTO PER FAR SPARIRE LE PERDITE. E GLI ISPETTORI LO SAPEVANO
La Banca d’Italia, allora diretta dal presidente della Bce Mario Draghi, nel 2010 aveva gli elementi per capire che i conti di Monte Paschi di Siena erano truccati.
O almeno molto sospetti.
Sarà pur vero che “la vera natura di alcune operazioni riguardanti il Monte dei Paschi di Siena riportate dalla stampa è emersa solo di recente, a seguito del rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di Vigilanza e portati alla luce dalla nuova dirigenza di MPS”, come ha comunicato Bankitalia pochi giorni fa.
E sarà pur vero che il contratto con Nomura sul derivato Alexandria che nascondeva un buco di almeno 220 milioni è stato nascosto nella cassaforte dell’ex direttore generale Antonio Vigni dal 2009 fino al 10 ottobre 2012.
Ma è anche vero che la Banca d’Italia aveva davanti ai suoi occhi una sequenza di fotogrammi nitidi che formavano un film.
Ma nessuno ha voluto capirne la vera trama.
Il miliardo per Antonveneta.
Prima scena: l’acquisizione di Antonveneta.
Per arrivare ai 10 miliardi richiesti dal Banco Santander, Mps chiede ai suoi amici di sottoscrivere anche un miliardo di obbligazioni convertibili in azioni.
È il F.R.E.S.H. (Floating Rate Equity-linked Subordinated Hybrid Preferred Securities) sottoscritto per 490 milioni dalla Fondazione Mps, per 15 milioni di euro dalla Fondazione di Piacenza, per 30 milioni dalla Fondazione Cariparo e il resto da investitori istituzionali.
Il FRESH si converte in azioni ma garantisce una cedola lorda pari al 4,25 per cento più il tasso Euribor: nel 2008 si arriva al 10 per cento.
Per Mussari raccogliere il miliardo mediante le obbligazioni ibride FRESH presenta un vantaggio non da poco: può considerare quei soldi come se fosse capitale della banca perchè se la banca non fa utili, gli obbligazionisti non incassano la cedola.
Ai tempi dell’acquisto di Antonveneta, nel 2008, Mussari dichiara trionfante che vede la possibilità di fare 700 milioni di euro di utile nel 2009 e tutti sono tranquilli.
Poi c’è il crollo dei mercati con il crack Lehman e i nodi vengono al pettine. Al 31 dicembre 2009 Mussari e Vigni si trovano stretti in una tenaglia: da un lato Bankitalia chiede di rafforzare il rischio del bond.
Se Mps vuole considerare quel miliardo come capitale, il FRESH deve distribuire la cedola non quando la banca realizza l’utile ma quando lo realizza e lo distribuisce. Mussari non è in grado di chiedere altri soldi al mercato e così il FRESH viene modificato dal suo emittente, JP Morgan, per andare incontro alle volontà della Vigilanza di Bankitalia.
Però non tutti ci stanno a rinunciare ai diritti acquisiti.
La riunione a Milano
In una riunione nei primi mesi del 2009 a Milano, sottoscrittori che rappresentano circa l’otto per cento del Fresh si oppongono alle modifiche.
Il Jabra Fund del finanziere libanese Philippe Jabra ottiene che sia firmata dal Monte dei Paschi una sorta di malleva, una lettera di “indemnity” alla JP Morgan e alla Bank of New York che ha formalmente emesso il FRESH.
Se ci dovessero essere conseguenze negative a seguito delle decisioni di quella riunione, sarà il Monte a farvi fronte.
Il rischio dell’impresa che Bankitalia voleva fosse attribuito ai possessori del FRESH (come Jabra) viene rimbalzato dal coriaceo libanese proprio su MPS.
Chissà se Bankitalia ha ricevuto notizia da Mps della lettera che liberava dai rischi i sottoscrittori del FRESH.
E cosa ha fatto l’organo di vigilanza per reagire all’aggiramento alle sue prescrizioni?
Questa è una delle questioni al centro dell’inchiesta della Procura di Siena che si lega con il secondo filone, quello sul “trucco del bilancio” 2009 realizzato da Giuseppe Mussari e Antonio Vigni mediante il contratto (scovato nella cassaforte tre anni dopo) siglato con No-mura.
Il centesimo di Mussari.
Proprio nel 2009, subito dopo la modifica alle regole del bond per impedire di distribuire la cedola sul FRESH senza dividendi , accade una cosa più unica che rara: MPS distribuisce solo un centesimo e solo alle azioni di risparmio.
Sembra una pernacchia agli uomini di Mario Draghi e del suo vice Annamaria Tarantola.
Ma nessuno pare accorgersi che la distribuzione di poche centinaia di migliaia di euro agli azionisti di risparmio fa scattare la cedola sul FRESH da un miliardo.
La Fondazione MPS può mettere a bilancio più di venti milioni di euro. E anche Jabra è accontentato: MPS non dovrà pagare la sua cedola come si era impegnata a fare con la lettera di “indemnity”. Tutti sono contenti.
Il bilancio ritoccato.
Peccato che oggi si scopre come è stato possibile chiudere quell’anno il bilancio in utile e quindi distribuire il dividendo da un centesimo e quindi pagare decine di milioni alle Fondazioni, a Jabra e agli altri ignoti e misteriosi detentori del FRESH. Mussari aveva concordato con Nomura un’operazione per nascondere le perdite del derivato Alexandria.
La banca giapponese comprava Alexandria a un prezzo alto e fuori mercato e in cambio Mussari si impegnava (con tanto di telefonata registrata a futura memoria) a comprare da Nomura alcuni derivati su titoli di Stato con scadenza lunghissima a prezzi fuori mercato, stavolta a sfavore di Mps.
Uno scambio tra un vantaggio immediato sul bilancio 2009 e uno svantaggio più pesante per Mps, ma spalmato sui bilanci a venire. Banca d’Italia, che già doveva insospettirsi di fronte a un dividendo ridicolo alle sole azioni di risparmio nel 2009, avrebbe dovuto reagire a maggior ragione nel 2010.
L’ispezione.
Da maggio a novembre i suoi ispettori scoprono che “alcuni investimenti a lungo termine finanziati con repo di pari scadenza presentano profili di rischio non adeguatamente controllati, …. si sono determinati consistenti assorbimenti di liquidità (oltre 1,8 miliardi di euro) riferiti a due operazioni, del complessivo importo nominale di 5 miliardi stipulate con No-mura Plc”, si legge nel verbale pubblicato da Linkiesta.it  .
Bankitalia quindi da un lato sa che MPS ha un disperato bisogno di distribuire un utile nel 2009.
Dall’altro vede nei conti della banca le operazioni realizzate a prezzi “fuori mercato” per nascondere le perdite di Alexandria e truccare il bilancio del 2009.
Ma non fa due più due e non prende provvedimenti.
La Procura dovrà stabilire se si è trattato solo di disattenzione o di altro.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
PER IL COMMISSARIO UE, IL PROSCIUGAMENTO DEI FINANZIAMENTI ALL’ECONOMIA HA PORTATO LO SPREAD ALLE STELLE
«Nell’autunno 2011 il governo di Berlusconi ha deciso di non rispettare più gli impegni»
su riforme e risanamento dei conti presi con l’Ue e il «risultato è stato il prosciugarsi» dei finanziamenti al paese, con lo schizzare dello spread. Portando poi alla «crisi» politica e al governo Monti.
Così il commissario Ue Olli Rehn in un audizione all’Europarlamento.
IL CASO ITALIA
Rehn ha parlato di Berlusconi per spiegare i rischi che si corrono nel non seguire una politica di risanamento dei conti, soprattutto nei Paesi con i conti pubblici meno in ordine.
Il commissario finlandese ha affermato che quanto avvenuto in Italia «tra l’agosto e il novembre 2011» rappresenta «un esempio concreto».
Spiega Rehn: «Nell’estate del 2011 l’Italia aveva fatto promesse di risanamento dei conti. Inizialmente l’Italia ha rispettato gli impegni, la Banca centrale europea è intervenuta e il costo del finanziamento pubblico è sceso, ma poi il governo di Berlusconi ha deciso di non rispettare gli impegni e il risultato è stato il prosciugamento dei finanziamenti, che ha soffocato la crescita economica e ha portato alla fine del governo Berlusconi», ha detto Rehn
L’EUROPA
Per proseguire con il «riequilibrio dell’economia europea» che è ora «in corso», ha sottolineato il commissario Ue agli affari economici illustrando le priorità delle politiche economiche per il 2013,«dobbiamo mantenere il ritmo delle riforme economiche».
Allo stesso tempo «dobbiamo proseguire con il consolidamento fiscale, in quanto ci sono ricerche accademiche e prove empiriche che dimostrano come un debito al 90-100% del pil ha un serio e negativo impatto sulla crescita», ha continuato Rehn, sottolineando che «sfortunatamente negli ultimi 4 anni in Europa il debito è salito dal 77% a circa il 90% per quest’anno e il prossimo».
Questo «peso sulla crescita» implica che «non c’è alternativa a un consolidamento intelligente differenziato anche paese per paese a seconda dello spazio di manovra fiscale».
Per realizzare le riforme, Rehn ha ricordato l’idea proposta dal rapporto sul futuro dell’Unione economica e monetaria di un «meccanismo di solidarietà » per aiutare e incentivare i paesi a sostenerne i costi insieme agli «impegni vincolanti»
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
APPELLO DELLE IMPRESE ALLA POLITICA: “SERVE UNA SVOLTA, SENZA NOI NON C’E’ FUTURO”
Trentamila imprenditori si mobilitano in 80 città italiane per chiedere alla politica, a chi guiderà il Paese nella prossima legislatura, la riduzione della pressione fiscale, nuovo credito, semplificazione burocratica, investimenti per le infrastrutture.
Rete imprese Italia (che riunisce Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna e Casartigiani, in tutto 2,5 milioni di aziende e 14 milioni di occupati) ha presentato la sua agenda per il rilancio.
«Alzano la voce di centinaia di migliaia di imprese per chiedere una svolta nella politica economica del Paese», ha detto Carlo Sangalli, presidente di turno di Rete Imprese.
«Senza di noi non c’è futuro per l’Italia», ha aggiunto.
SCOMPARE UN’IMPRESA AL MINUTO
Le imprese, ha affermato ancora il leader di Confcommercio, lanciano «una richiesta di futuro» perchè durante il 2012 ha chiuso «un’impresa al minuto» e perchè senza impresa «non c’è futuro e non c’è la salvezza dell’Italia».
Bisogna reagire alla politica dell’austerità , ha insistito, perchè «con il solo rigore ‘al passo di caricà non si va lontano».
È ora di portare «alla ribalta delle decisioni politiche – ha spiegato – le ragioni della crescita e dell’equità , tenendo insieme – in Europa e in Italia – dinamicità dell’export e tonicità della domanda interna, politica industriale e politica per i servizi».
VIGILEREMO SULLE PROMESSE
Per Rete Imprese «l’Italia è un Paese più povero, in cui il Pil e consumi pro capite hanno fatto un balzo all’indietro di circa quindici anni».
Per questo, ha affermato ancora Sangalli, «chiediamo alla politica di non mettere in liquidazione le imprese».
Secondo Sangalli la progressiva riduzione della pressione fiscale promessa ora dal premier Monti «fa piacere agli imprenditori perchè da tanto tempo la chiedono», ma i programmi proposti dai vari schieramenti politici non devono essere «stagionali».
«Ci fa piacere – ha rilevato – che molti politici stiano raccogliendo tante delle istanze che portiamo avanti, però ci auguriamo e vigileremo che non siano programmi stagionali e cioè che terminata la campagna elettorale restino in un cassetto.
IVA E CREDITO
Nel dossier di 30 pagine di Rete Imprese al primo punto figura la riduzione della pressione fiscale (in particolare archiviazione dell’Iva, razionalizzazione dell’Irpef, taglio dell’Irap, revisione della riscossione coattiva); rilievo anche al nodo del credito alle imprese, oltre al proseguimento dell’azione di semplificazione, sviluppo del mercato del lavoro (lancio del nuovo apprendistato, sostegno al welfare contrattuale bilaterale, stop a solidarietà impropria tra i settori, con la revisione dei versamenti per l’indennità di malattia a carico di comparti, come commercio e artigianato, il cui tiraggio è basso).
ENERGIA E INFRASTRUTTURE
E ancora, necessità di investimenti in infrastrutture ed energia; nuove politiche industriali dei servizi; sostegno allo sviluppo dell’internazionalizzazione delle imprese, sviluppo della leva turismo.
La mobilitazione dell’organizzazione che conta coinvolge oggi 80 piazze in tutt’Italia. L’intervento di Sangalli è stato seguito da oltre 300 associazioni territoriali e oltre 30mila imprenditori.
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
ANALISI DI UNA COLOSSALE ANOMALIA
È normale per una Fondazione, ente sulla carta senza scopo di lucro, ritrovarsi con
centinaia di milioni di debiti sul groppone?
La risposta è ovvia: no.
Ovunque, ma non a Siena.
Pur di mantenere la maggioranza, anche se non più assoluta, del Monte dei Paschi, non hanno esitato a indebitarsi. Fino al collo.
Per partecipare all’aumento di capitale da 2,1 miliardi che ha tenuto a galla per un po’ la banca, la Fondazione ha dovuto chiedere a 11 banche 600 milioni di euro.
Chi mai avrebbe potuto rifiutarle un finanziamento?
Il pacchetto del 34 per cento di azioni del Monte che l’ente ha ancora in portafoglio copre ampiamente i debiti.
Anche se questa singolare operazione ha soltanto rinviato l’inevitabile resa dei conti. E alla fine la toppa si è rivelata anche peggiore del buco.
Il bilancio 2011 della Fondazione si è chiuso con un disavanzo di 331 milioni, da sommare ai meno 128 milioni del 2010: e tutto a causa della svalutazione di quei titoli del Monte che i vertici dell’ente si sono ostinati a difendere.
Svenandosi.
I generosi contributi destinati tradizionalmente al territorio si sono quasi dimezzati, da 232 a 126 milioni.
Una catastrofe, per una Fondazione che in dieci anni aveva distribuito una media di 4 mila euro per ognuno dei 270 mila abitanti della Provincia.
Quest’anno, poi, le cose certo non miglioreranno: dalla banca non arriverà neanche un euro di dividendi.
Qualcuno argomenterà che nessuno poteva prevedere che il Monte finisse al centro di un imbarazzante caso che sta assumendo proporzioni internazionali. E non è una spiegazione tanto assurda, se si pensa alla prospettiva provinciale da cui in Fondazione si è sempre guardato alle vicende della banca. Anche se i risultati dell’ispezione della Banca d’Italia qualche dubbio, e anche piuttosto serio, dovevano farlo venire.
Certo, la faccenda dei derivati era stata ben nascosta, se i magistrati indagano anche sull’ipotesi di false comunicazioni agli organi di vigilanza.
Ma a chi ritiene se stesso in grado di amministrare il pacchetto di maggioranza della terza banca italiana, che ha appena fatto un’operazione finanziariamente spericolata come l’acquisizione per cassa dell’Antonveneta, le perplessità emerse nel corso dell’ispezione dovevano per forza mettere la pulce nell’orecchio. E invece, niente.
Di certo comunque a Siena molte cose sono destinate a cambiare.
Non soltanto perchè la quota della Fondazione, così accanitamente difesa a forza di debiti, fatalmente si ridurrà e di molto.
Fra qualche mese, la prossima estate, scadono gli amministratori.
E se alle elezioni comunali vincerà ancora Franco Ceccuzzi, disarcionato sei mesi fa in seguito a manovre interne al suo partito, si preannuncia un azzeramento pressochè totale.
Le poltrone della «deputazione generale» sono 16.
Otto le sceglie il Comune, cinque la Provincia e una la Regione.
Le rimanenti due spettano alla Curia e all’Università . Questa governance ha garantito al centrosinistra locale per anni il controllo dell’ente e perciò della banca, con un patto che da cinque anni assegna la presidenza della fondazione, come tante volte abbiamo ricordato in questi giorni, alla componente della ex Margherita nella persona di Gabriello Mancini, fedelissimo del presidente del consiglio regionale toscano Alberto Monaci, ex dipendente del Monte ed ex deputato Dc.
Degli otto attuali componenti di nomina locale, uno solo è stato designato dall’amministrazione targata Ceccuzzi, al posto di un dimissionario. Si tratta di Alessandra De Marco, dirigente di Palazzo Chigi priva di rapporti con gli ambienti senesi. Una specie di prova generale?
Di sicuro Ceccuzzi ha già fatto sapere che non riterrà uno scandalo la sostituzione di Mancini con un «non senese».
Applicando così anche alla Fondazione lo schema a lui caro che ha portato Alessandro Profumo alla presidenza della banca.
Una operazione contrastatissima da Monaci, e che con ogni probabilità è stato il motivo principale della caduta della giunta comunale, dopo il voto contrario al bilancio proprio della componente del Pd che fa riferimento al presidente del consiglio regionale, insieme ad altre concause.
Come per esempio la sostituzione, espressamente richiesta da Ceccuzzi alla Regione, del direttore generale dell’azienda ospedaliera di Siena.
Lì dove è impiegata l’influente moglie di Monaci, Anna Gioia, agguerrita consigliere comunale della suddetta corrente Pd che ha bocciato il bilancio.
Altro capitolo di un’assurda guerra locale intorno alla quale incredibilmente si giocano i destini di una delle più importanti banche italiane.
E che si combatte senza esclusione di colpi. Anche quelli sotto la cintura.
Per avere un’idea del livello dello scontro, valga l’episodio di un ricorso legale sulle primarie del Partito democratico in vista delle elezioni senesi, vinte da Ceccuzzi contro il candidato vendoliano.
A presentarlo, pur senza fortuna, è stato il giovane vicepresidente della Provincia di Siena, Alessandro Pinciani, già coordinatore comunale della Margherita.
Incidentalmente, figlio di Anna Gioia e del suo primo marito Sergio Pinciani.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: economia, PD | Commenta »