Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
IN EMILIA CORRE PER FLI LA NIPOTE DEL DUCE: “FU UN GRANDE STATISTA”
È lontana dalla eleggibilità ma ha scelto di correre lo stesso anche Edda Negri Mussolini.
Sua madre, Anna Maria, è stata l’ultima figlia del Duce.
“Un cognome pesante” spiega, che ha scelto di utilizzare solo di recente, a fianco a quello del padre, “per sottolineare l’onestà di mio nonno. Noi non abbiamo mai mangiato grazie alla politica, solo con i suoi lavori da giornalista”.
Già sindaco in una lista civica a Gemmano, in provincia di Rimini, Edda Negri Mussolini ha aderito sin da subito a Fli, nonostante l’abiura del fascismo da parte di Fini.
“Su alcune cose sono d’accordo, su altre meno – distingue lei – mio nonno ha fatto degli sbagli, come le leggi razziali, ma è stato un grande capo di Stato. Grazie a lui abbiamo avuto l’architettura fascista, le leggi sociali a difesa dei lavoratori e delle donne e le bonifiche”.
Anche la nipote di Mussolini boccia Berlusconi: “Pure mio nonno è stato processato, ma non per aver rubato”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile
“E’ STATO A SUO TEMPO IL PARLAMENTO AD APPROVARE IL PRESTITO ALLA BANCA SENESE A FRONTE DI OBBLIGAZIONI”… MONTI: “PRESTITO A TASSO ELEVATO”
Il direttorio della Banca d’Italia, riunitosi oggi, ha espresso parere favorevole all’emissione dei Nuovi Strumenti finanziari (Monti Bond da 3,9 miliardi di euro ) da parte di Mps secondo l’iter previsto dalla legge.
E’ quanto si legge in una nota dell’istituto centrale. I Monti Bond saranno poi sottoscritti dal Tesoro.
In precedenza, lo stesso Monti aveva sottolineato il carattere temporaneo del prestito e le sue caratteristiche. “Se il prestito ci sarà sarà a tasso molto elevato”.
Monti ha ripercorso i passaggi che hanno portato il governo a decidere del finanziamento a Mps: “Ricordo che il governo ha proposto e il Parlamento ha approvato il finanziamento fino a 3,9 miliardi di euro per il Monte dei Paschi. Questo avverrà , se avverrà – Monti ha utilizzato più volte la formula ipotetica – a fronte di emissione di obbligazioni che il ministero dell’Economia acquisterà .
“E’ stato previsto dai nostri tecnici questo finanziamento con obbligazioni – ha spiegato Monti – con un tasso di interesse molto elevato, su richiesta delle autorità europee, perchè altrimenti sarebbe stato considerato un aiuto di Stato che distorce la concorrenza”.
Questo tasso, ha aggiunto il premier, “è molto più alto dei cosiddetti Tremonti Bond. In più rispetto a quei Bond, nel caso la banca trovandosi in situazione di difficoltà non riuscisse a pagare interessi al Tesoro, dovrebbe dare azioni al Tesoro stesso. In quel caso sarebbe una sorta di nazionalizzazione di risulta. Questo è l’unico aspetto – ha detto – che spetta a me spiegare sul Monte Paschi”.
Il premier ha poi parlato dell’equazione “gettito Imu=prestito Mps”.
“Siccome l’Imu ha garantito un gettito di 4 miliardi, si dice che il governo ha messo l’Imu per pagare Mps. Se ci sarà questa operazione, sarà comunque un prestito, mentre l’Imu è una tassa e non torna indietro”.
Ed anche sulle elezioni e le eventuali influenze della vicenda Monte Paschi di Siena, Monti è stato categorico: “Non ho idea, nè tocca a me dire” che peso avrà , se influenzerà le elezioni politiche frenando alcuni partiti.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile
PIU’ DELLA META’ DEI FONDI DESTINATI RESTANNO INTATTI PER MANCANZA DI PROGETTI PADANI
La buona notizia è che la Lombardia, rispetto alle altre regioni italiane, è una di quelle che ne ha spesi di più.
Ma la cattiva è che, arrivati all’ultimo anno di programmazione dei fondi europei (2007-2013), degli oltre 1,3 miliardi di euro a disposizione ne sono stati spesi, finora, poco meno della metà .
Sarà una corsa contro il tempo riuscire a portare a termine le migliaia di progetti messi in cantiere, anche se per farlo l’Unione Europea mette a disposizione tutto il 2014 e il 2015; ma c’è un’altra sfida che la macchina regionale e la futura nuova amministrazione hanno davanti, e qui i tempi sono davvero strettissimi: entro giugno si dovrà convincere l’Europa a rifinanziare con gli stessi soldi (o magari di più) la programmazione 2014-2020.
Dice a microfoni spenti uno degli alti funzionari della Regione che proprio dei fondi europei si occupa: «I soldi veri, ormai, arrivano solo da Bruxelles»: già , perchè mentre lo Stato tende a tagliare ovunque possa, di spending review in spending review, i finanziamenti europei sono lì, già stanziati, che aspettano solo di essere spesi.
E magari bene.
Sono di due tipi: l’Fse, per prevenire e combattere la disoccupazione e sviluppare risorse umane e integrazione sociale nel mercato del lavoro, e il Fesr, per promuovere la coesione economica e sociale correggendo i principali squilibri regionali nell’Ue.
In Lombardia 798 milioni sono stati stanziati per il primo fondo e 532 per il secondo.
Per il Fse – seguito a livello governativo dai tecnici del ministero del Lavoro – si sono spesi ad oggi 411,6 milioni.
Ha dato una mano l’accordo nazionale nel 2009, quando la crisi cominciò a farsi sentire: parte dei soldi andò a finanziare la cassa integrazione.
Utilizzata, cioè, in stato di emergenza. Per questo motivo, se si scorre la lista dei beneficiari dal 2010 in poi, quasi tutti hanno tra le varie voci, ben nutrita, la «dote ammortizzatori sociali»: i percorsi formativi, di specializzazione e sperimentali hanno così lasciato il posto alle misure di sostegno.
Ma, nonostante questo, un quarto dei quasi 800 milioni deve essere ancora impegnato entro la fine dell’anno.
Del poco più di mezzo miliardo di euro del Fesr, invece, sono state certificate spese per 230 milioni (il 43 per cento) ma ad essere vincolati in progetti approvati dagli uffici regionali ce ne sono 496.
Quasi tutti, insomma.
Le voci del fondo sono cinque: innovazione, energia, mobilità sostenibile, tutela del patrimonio ambientale e assistenza tecnica (questa voce si riferisce agli strumenti affidati alla Regione per rendere operativo il fondo: soldi, cioè, spesi per riuscire a spendere i soldi).
I ritardi maggiori sono proprio sulla mobilità sostenibile, a favore della quale erano stati stanziati 139 milioni: solo il 3,7 per cento della somma (5,15 milioni) è stata pagata. «Tutte le attività previste risultano attivate – spiega un documento del ministero dello Sviluppo economico, che segue i fondi Fesr – anche se è basso il livello di attuazione principalmente a causa di criticità tipiche delle misure infrastrutturali».
Ma perchè è così difficile spendere i soldi che vengono dall’Europa?
I motivi sono principalmente due: primo, «la complessità delle procedure burocratiche necessarie per mettere in piedi i progetti» spiega Luigi Reggi, uno degli economisti più esperti del settore; e poi, anche se sembra un controsenso, l’arrivo della crisi: «Quando si pensarono le linee guida operative le imprese potevano permettersi di investire in innovazione – dice Giorgio Martini, dirigente del ministero dello Sviluppo e responsabile dei programmi comunitari per le Regioni del centronord – ora invece le aziende non ricevono più dalle banche il credito necessario per accedere ai fondi, che finanziano solo una parte delle spese».
Altra nota dolente: chi controllerà l’efficacia della spesa, terminato il ciclo 2007-2013?
«La regione non ha gli strumenti per valutare se gli interventi finanziati serviranno oppure no – evidenzia Fulvia Colombini, esperta della Cgil – insomma non basta spendere, serve saper spendere».
Matteo Pucciarelli
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Gennaio 25th, 2013 Riccardo Fucile
“L’IMU NON E’ REGALO A MPS, I SOLDI VANNO AL SETTORE PUBBLICO E LI’ RESTANO”… “SONO SPECULAZIONI DI PDL E LEGA, QUELLI CHE FINGONO DI DIMENTICARE CHE FU TREMONTI A PRESTARE 1,9 MILIARDI A MPS”… “IL PRESTITO DI ALTRI 2 MILIARDI A MPS AL TASSO DEL 9% CI E’ RICHIESTO IN QUESTI CASI DALL’EUROPA”
“Non voglio attaccare Bersani, ma il Pd c’entra nella questione Mps. Critico piuttosto la
commistione fra banche e politica”. Lo dice il premier uscente, Mario Monti, ospite a Radio Anch’io su Radio Uno, in merito alla vicenda del Monte dei Paschi di Siena.
“Il Partito democratico è coinvolto in questa vicenda – continua il Professore – perchè ha sempre avuto grande influenza sulla banca attraverso la sua fondazione e il rapporto storico con il territorio culturale e finanziario senese”.
Per Monti “il fenomeno antico della commistione tra banche e politica è una brutta bestia che va sradicata”, che siano poi i partiti a puntarsi l’indice l’uno contro l’altro: “Lascio ad altri le corride elettorali”, sentenzia.
Il governo non ha colpe.
“Il governo non ha responsabilità – aggiunge il leader di Scelta Civica- ma deve evitare che ci siano problemi nel sistema bancario italiano e assicurare il buon funzionamento delle autorità indipendenti”.
I risparmiatori italiani, messi a dura prova nei loro nervi, “devono sapere che le banche italiane sono state tra le più solide durante la crisi finanziarie”, sottolinea Monti.
L’Imu non è un regalo a Mps.
Quanto alle polemiche elettorali sollevate da chi ha accusato il governo di aver introdotto l’Imu per salvare il Monte dei Paschi, Monti replica: “I soldi dell’Imu vanno al settore pubblico, ci vanno e ci restano. C’è una nuvola terroristica circa gli importi relativi alla questione su Mps diventati oggetti di corride politiche”.
Il governo, precisa il premier, “non ha fatto alcun regalo al Monte dei Paschi di Siena: si tratta di un prestito di 2 miliardi, con un interesse molto oneroso pari al 9 per cento, mentre i restanti 1,9 miliardi sono rimborsi dei precedenti Tremonti bond”.
E chiarisce che il prestito “è stato previsto non di iniziativa italiana ma dall’autorità bancaria europea che ha modificato i criteri per l’adeguatezza di tutte le banche in Europa e ha richiesto una maggiore capitalizzazione di Mps”.
L’Ue, infatti, ha delle regole che disciplinano gli aiuti di stato e i prestiti fatti dalle banche a tassi inferiori sarebbero aiuti di stato e incorrerebbero nella disciplina Ue: questo rende più oneroso il prestito e tranquillizza il contribuente, “perchè non si tratta di regali – specifica il Professore – o assegnazioni a fondo perduto ma di prestiti a tassi onerosi in fondo convenienti per lo stato”.
In ogni caso Monti ha “piena e totale fiducia nella Banca d’Italia e nei confronti del governatore Ignazio Visco, così come nel ministro dell’Economia Vittorio Grilli”.
Rivedere la vigilanza bancaria.
Per il leader di Scelta Civica il sistema di vigilanza bancaria in Europa va comunque rivisto: “Serve un sistema coerente di supervisione”, spiega e in ogni caso nel programma dell’Agenda Monti ci sono dei punti sulle autorità indipendenti.
Alleanza con il Pd o il Pdl.
Messa alle spalle la questione Mps, Monti sollecitato dalle domande dei radioascoltatori, ha dato spazio alle questioni elettorali. E non ha escluso una possibile alleanza con il Pd o anche con il Pdl, ma solo se i partiti vengono “mondati da chi impedisce le riforme”.
Il leader di Scelta Civica parla dapprima di un ipotetico accordo con il Pd.
“Dipenderà da quali politiche l’onorevole Bersani riterrà di mettere in campo”, risponde Monti. “Se sono quelle che vengono espresse con piena legittimità dalle componenti più massimaliste – aggiunge – non ci sarà proprio la possibilità di un lavoro comune”.
Poi l’apertura al Pdl: “Poniamo che il Pdl, magari non sempre guidato dall’onorevole Berlusconi… si potrebbe benissimo immaginare una collaborazione con quella parte, una volta mondata ed emendata dal tappo che impedisce le riforme”.
Del resto, per il Professore, “chi è contento di quello che è successo negli ultimi vent’anni, ha la scelta facile: basta che voti o il Pd collegato con l’estrema sinistra o il Pdl collegato con la Lega, che hanno tenuto in piedi o in ginocchio per vent’anni l’Italia”.
Costi della politica, Monti bloccato dal Parlamento.
“Abbiamo proposto di fare molto di più” sui costi della politica, ma per quanto riguarda le regioni e altro “gran parte del nostro lavoro è stato bloccato in Parlamento”, sostiene il premier uscente, che aggiunge: “Occorre ridurre anche di molto i costi della politica” ma sarebbe necessaria “una maggioranza formata” da persone meno legate agli apparati.
Andrò nelle piazze.
Monti infine annuncia l’avvio del suo tour elettorale. “Girerò per l’Italia con i limiti che derivano dal fatto che sto gestendo un governo ancora in carica. Domani sarò a Milano, anche nelle strade e nelle piazze”.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 24th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO BARZANTI: “LA TRASFORMAZIONE IN SPA FU FATTA PERCHE’ NON CAMBIASSE NULLA”
“Siena è rossa, ma di vergogna», commenta un acuto osservatore delle faccende senesi, davanti
a un caffè, le ultime rivelazioni sui buchi della banca.
Anche perchè le immagini migliori dello stato d’animo della città i senesi le hanno praticamente davanti agli occhi da 700 anni.
Il ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, «Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo», mostra la città in rovina e le campagne abbandonate, se lasciate in mano al «cattivo governo».
Roberto Barzanti, grande vecchio della sinistra locale, sindaco del Pci quando «il Monte» festeggiava i cinquecento anni di vita, fa risalire i mali odierni a una «superstiziosa senesità » che ha fatto sì che l’abbraccio tra politica e banca non venisse mai sciolto.
«La trasformazione in Spa del vecchio istituto di diritto pubblico, nel 1995, è stata qui più travagliata che altrove – racconta l’uomo politico, a lungo parlamentare europeo -. I senesi facevano fatica ad accettare l’idea della separazione tra l’attività filantropica e quella bancaria che avrebbe dovuto essere realizzata con la nascita di una Fondazione e di una banca quotata in Borsa. Cosicchè alla fine quel passaggio è stato realizzato, si è sì cambiato, ma cercando di fare in modo che niente cambiasse davvero».
Nasce da lì il «groviglio armonioso» che ha tenuto insieme la vecchia Dc e il vecchio Pci, la chiesa e la massoneria, i sindacalisti e i banchieri.
Le nomine della banca decise nelle segreterie dei partiti, quelle del Comune decise in banca – da Mps vengono tutti i sindaci della città dalla fine degli ultimi 25 anni, con l’eccezione dell’ultimo, Franco Ceccuzzi, rimasto in carica poco più di un anno e poi travolto anche lui dalla crisi del Monte.
Il babbo Monte, come lo chiamavano tutti.
O «la mucchina», nel senso che chi passa munge, come invece lo definisce qualche smaliziato.
Perchè da mungere ce n’è stato tanto – il passato è d’obbligo – per tutti.
La sola Fondazione ha distribuito dal 1995 al 2010 circa 2 miliardi «sul territorio», per strade e restauri, polisportive e associazioni di volontariato, secondo una rigida spartizione che ha fatto sì che nessuno, indipendentemente dal colore politico, avesse troppo a lamentarsi.
Il gioco si è rotto un anno fa, quando la Fondazione si scoperta sull’orlo del baratro. Da lì, tutto è precipitato.
Il Pd locale si è sgretolato, con la componente ex Margherita che ha sfiduciato l’ex sindaco Franco Ceccuzzi sul bilancio, contestando le poste relative ai contributi della Fondazione.
Secondo Ceccuzzi, che viene invece dagli ex Ds, la ragione sarebbe piuttosto il ricambio imposto al cda del Monte, rinnovato la primavera scorsa con l’arrivo di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, che avrebbe tenuto fuori proprio gli ex Margherita.
«Da sindaco, non appena ho compreso la gravità della situazione sono stato il primo a chiedere un cambiamento al vertice», ricordava ieri Ceccuzzi, che si prepara a correre alle prossime comunali, tramite sua pagina Facebook.
«Chi dice che la politica è fuori dal Monte si sbaglia, perchè Profumo è espressione della politica, non più locale ma nazionale», replicava Alfredo Monaci, ex consigliere di Mps dal 2009 al 2012 («Ma quello che emerge in questi giorni è riferito a fatti precedenti alla mia presenza in cda»), ex Margherita e candidato alle prossime politiche con la Lista Monti.
Mentre la politica si lacera con i cocci del «sistema Siena», finito in pezzi, la società civile s’interroga sul futuro.
L’austerità imposta dai conti in rosso ha portato nei giorni scorsi ai tagli decisi a finanziamenti e sponsorizzazioni.
A farne le spesa sono stati il Siena Calcio, passato secondo le indiscrezioni da quattro a due milioni di contributo, e il Mens Sana di basket, vera passione sportiva dei senesi, che avrebbe visto il suo contributo tagliato da 12 a quattro milioni.
Ma ad essere tagliato è stato anche il contributo di 250 mila euro al Palio, 15 mila per contrada.
Poca cosa, ma dal grande valore simbolico.
«Paradossalmente, la fine dell’elargizione potrebbe avere almeno un aspetto positivo – scrive il blog «l’eretico di Siena», prezioso e seguitissimo commentatore delle vicende cittadine – a questo punto tutti potranno comprendere come un’epoca sia finita, per sempre»
Gianluca Paolucci
(da “La Stampa“)
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Gennaio 24th, 2013 Riccardo Fucile
RISPARMIATORI PREOCCUPATI PER I CROLLI DI BORSA…ECCO LE RISPOSTE AI DUBBI PIU’ DIFFUSI
Mps rischia di fallire?
No. Secondo alcuni analisti, la vicenda derivati sta pesando soprattutto sull’immagine della banca. Dal punto di vista contabile la situazione sarà tamponata dalla sottoscrizione dei 3,9 miliardi di Monti bond.
Ma la banca sta affrontando il momento più difficile della sia storia recente: dopo un 2011 con 4,7 miliardi di rosso, il bilancio 2012 potrebbe chiudersi con altri due miliardi di perdite alimentate dalle operazioni in derivati.
L’operazione Santorini, messa in piedi assieme a Deutsche Bank, nel 2009 ha generato perdite per 224,4 milioni.
Alexandria, invece, ha provocato una perdita di 220 milioni.
Ancora ignoto l’impatto di altre operazioni in derivati (come Nota Italia. Anche 130/150 milioni di costi del personale che non sarebbero stati contabilizzati nel bilancio 2011, l’ultimo firmato da Giuseppe Mussari. Costi già spesati e inseriti nella relazione intermedia di gestione, assicurano dalla banca, su cui però si è acceso il faro della Consob.
I clienti della banca rischiano?
No perchè la banca non rischia di fallire. E anche in caso di dissesto, interverrebbe il fondo interbancario di tutela dei depositi, un consorzio, che garantisce i depositi bancari fino a 100.000 euro per depositante.
E gli azionisti?
Sicuramente chi possiede titoli Mps deve fare i conti con il tracollo delle azioni a Piazza Affari.
Dopo aver chiuso la seduta del 22 gennaio in calo del 5,7%, il titolo del Monte ieri ha perso l’8,4%. Per adesso però il bilancio degli ultimi sei mesi di quotazioni resta comunque positiva: +61,5 per cento.
Impietoso, invece, è il confronto se si vuole tornare più indietro nel tempo. A maggio 2007 il titolo superava quota 3,5 euro: oggi vale 14 volte meno.
Per i piccoli investitori che hanno acquistato titoli Mps il consiglio degli esperti è stare fermi, non farsi prendere dal panico nè vendere i titoli.
Cosa sono i Monti-bond?
I Monti bond sono i nuovi titolo obbligazionari che il consiglio di amministrazione di Mps ha autorizzato all’emissione.
In sostanza, la banca emette i titoli che però verranno sottoscritti dallo Stato.
Il controvalore complessivo è di 3,9 miliardi di euro, di cui 1,9 miliardi verranno utilizzati per il riscatto e l’integrale sostituzione dei Tremonti bond già chiesti dal gruppo senese al governo precedente.
L’importo deliberato dal cda è superiore di 500 milioni rispetto ai 3,4 miliardi inizialmente previsti. Un incremento, spiega Mps, motivato “dai possibili impatti patrimoniali derivanti dagli esiti dell’analisi in corso di talune operazioni strutturate poste in essere in esercizi precedenti”. Ovvero, Nota Italia e Alexandria.
Perchè Bankitalia non è intervenuta sul caso Alexandria?
La Banca d’Italia “in data 15 ottobre 2012”, ha chiesto spiegazioni di “un contratto rinvenuto il 10 ottobre 2012 e sottoscritto già il 31 luglio 2009 tra Mps e Nomura, relativo alla ristrutturazione del titolo Alexandria. Ulteriori richieste di chiarimento sono state avanzate da Palazzo Koch con una lettera del 20 novembre.
Il presidente dell’associazione dei consumatori Adusbef, Elio Lannutti, chiede però perchè nè Bankitalia nè la Consob abbiano “mosso rilievi” rispetto a tali “rischiose operazioni” che “hanno minato la stabilità ” di Mps invitando anche le due autorità di vigilanza a chiarire l’esatta genesi dei derivati.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 24th, 2013 Riccardo Fucile
LE DIMISSIONI DI MUSSARI DALL’ABI E IL RAPPORTO SIMBIOTICO TRA CITTA’, BANCA E PARTITO
Inutile negarlo: per il Pd la vicenda dei derivati che sarebbero stati sottoscritti «segretamente» nel 2009 dal Monte dei Paschi di Siena, con le conseguenti dimissioni di Giuseppe Mussari dalla presidenza dell’Abi, adesso proprio non ci volevano.
Non in piena campagna elettorale.
Non quando c’è in ballo pure il voto al Comune di Siena, roccaforte diessina prima e democratica poi, dal mese di giugno 2012 senza giunta dopo che il Pd locale si è dilaniato proprio a causa della banca.
Ma l’imbarazzo in questo caso era inevitabile.
Sappiamo che le privatizzazioni non hanno fatto uscire del tutto la politica dalle banche.
Attraverso le Fondazioni, che ne controllano quote cospicue, i partiti continuano in qualche caso ancora a condizionarne le scelte.
C’è perfino chi teorizza il diritto della politica a farlo.
Un paio d’anni fa il leader leghista Umberto Bossi emanò il seguente editto: «Le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello».
E certo a Piero Fassino resterà per sempre appiccicata quella sciagurata domanda («Abbiamo una banca?») sfuggitagli al telefono con Giovanni Consorte durante la scalata dell’Unipol alla Bnl…
Nel Montepaschi, però, la presenza della politica non è relegata a una partecipazione di minoranza, per quanto di peso, come accade a Unicredit o Intesa San Paolo.
E neppure a una battuta tanto infelice quanto innocua.
La banca senese è controllata da una Fondazione, a sua volta controllata dal Comune, a sua volta feudo Pd: prima appunto che gli ex margheritini e gli ex diessini litigassero ferocemente a proposito del destino del Monte e di certe poltrone.
I sindaci che negli ultimi vent’anni hanno preceduto il dimissionario Franco Ceccuzzi, erano anche dipendenti del Monte.
A dimostrazione di un rapporto simbiotico fra città , banca e partito.
Oltre a rappresentare una seria ipoteca sullo sviluppo, viste le tante discutibili operazioni del passato dettate dalla politica, una presenza così forte dei partiti ha riflessi sulla gestione.
Quando qualche mese fa è arrivato, l’attuale presidente Alessandro Profumo ha trovato nelle controllate una trentina di caselle occupate con nomine politiche.
Il Monte è una società quotata in borsa: ma finora non c’è stato verso di convincere la politica a fare un passo indietro.
E adesso i nodi vengono al pettine, nel momento peggiore.
Servirà almeno di lezione?
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
IN UNA CASSAFORTE L’ACCORDO TRA MUSSARI E NOMURA… LA PERDITA CI COSTERà€ MEZZO MILIARDO DI MONTI-BOND IN PIÙ
Il Monte dei Paschi di Siena nel 2009 durante la gestione di Giuseppe Mussari ha truccato i conti con un’operazione di ristrutturazione del debito per centinaia di milioni di euro, di cui oggi i contribuenti italiani pagano il conto.
L’operazione è denominata Alexandria, dal nome di un contratto derivato simile a quel Santorini, del quale si è parlato tanto nei giorni scorsi e che scolora di fronte all’ultimo cadavere trovato nelle casseforti di Rocca Salimbeni.
L’amministratore delegato, Fabrizio Viola, e il presidente, Alessandro Profumo, hanno scoperto solo il 10 ottobre 2012 un contratto segreto risalente al luglio 2009 con la banca Nomura relativo al derivato Alexandria.
Quel contratto impone subito una correzione nel bilancio 2012 da 220 milioni, ma i consulenti di Pricewaterhouse ed Eidos stanno studiando per quantificare il buco reale che è certamente più alto: un autorevole ‘uomo del Monte’, sotto garanzia di anonimato, parla al Fatto di 740 milioni di euro.
Il contratto (Mandate agreement) di 49 pagine in inglese è rimasto nascosto per tre anni e mezzo in una cassaforte del direttore generale Antonio Vigni, che lo firmò assieme all’ex capo della finanza Gianluca Baldessarri.
Nomura, quando si è vista contestare l’accordo, ha sventolato sotto il naso di Viola e Profumo la trascrizione di una telefonata del luglio 2009 nella quale il presidente di Nomura in Europa, Sadeq Sayed, chiedeva espressamente all’allora numero uno Giuseppe Mussari se i contratti legati all’operazione erano stati correttamente comunicati ai revisori dei conti della Kpmg.
Il punto è che due operazioni apparentemente slegate tra loro in realtà erano connesse proprio dal contratto segreto e l’una era il rimborso dell’altra.
La prima operazione permetteva a Mps di scaricare su Nomura la perdita di Alexandria e così di abbellire il bilancio 2009.
La seconda “rimborsava” i giapponesi in quanto, come si dice nella telefonata, il Monte Paschi “entrerà in un asset swap e due operazioni pronti contro termine a 30 anni legate a tale swap”. Mussari, registrato a sua insaputa, conferma al capo di Nomura che le due operazioni sono legate.
Poi risponde che “Kpmg è stata messa al corrente” ma poi aggiunge che non aveva ritenuto di inviare ai revisori di Kpmg il contratto segreto “in quanto non si tratta di un documento relativo alla transazione”.
Il consiglio presieduto da Alessandro Profumo ha già ricevuto una relazione dettagliata di otto pagine dal titolo “Alexandria” (che il Fatto ha visionato) e una pagina è dedicata anche alle operazioni Santorini e Nota Italia.
Alla relazione sono allegate la trascrizione e la traduzione della conversazione Mussari-Sayed su carta intestata Nomura.
I consiglieri ne discuteranno il prossimo 24 gennaio, un giorno prima dell’assemblea dei soci che si annuncia infuocata. La storia sembra presa da un libro di John Grisham, ma il giallo finanziario ha una ricaduta immediata sui bilanci dello Stato italiano che ha messo a disposizione i 3,9 miliardi per sottoscrivere i Monti-bond con i quali Mps farà fronte alle sue perdite.
Nella sua relazione al Cda, Viola scrive: “A fronte dei possibili impatti patrimoniali derivanti dagli esiti delle analisi relative a tali operazioni strutturate, codesto Consiglio ha deliberato di incrementare di euro 500 milioni (da 3,4 a 3,9 miliardi, ndr) la richiesta al ministero dell’Economia di sottoscrizione dei Monti bonds”.
La relazione prosegue aggiornando il consiglio riguardo “alle attività intraprese (…) in considerazione delle richieste di chiarimento avanzate dalla Banca d’Italia con lettera del 20 novembre”.
Richieste preoccupate perchè, spiega Viola, “hanno fatto seguito all’inoltro alla Banca d’Italia in data 15 ottobre 2012 di un contratto rinvenuto il 10 ottobre 2012 e sottoscritto già il 31 luglio 2009 tra Mps e Nomura, relativo alla ristrutturazione del titolo Alexandria… (mandate agreement) in proposito si segnala che il Mandate agreement non era presente tra la documentazione consegnata alla Banca d’Italia (…) nè ai revisori contabili”.
L’amministratore Viola in pratica segnala l’omessa comunicazione all’Autorità di vigilanza commessa dai suoi predecessori e poi spara: nanza, Gianluca Baldassarri e contabilità Daniele Bigi, l’unico tuttora rimasto nella sua posizione al Monte dei Paschi.
A Londra c’è il presidente di No-mura Europa con quattro dirigenti, due dei quali italiani.
I Pm senesi Antonino Nastasi e Giuseppe Grosso, che indagano già sull’acquisizione di Antonveneta nel 2008, stanno cercando di capire se e quali reati siano stati commessi.
“Tale verbale — scrive Viola — è stato già acquisito dalla Procura della Repubblica” e anche da Bankitalia e Consob. Viola prosegue spiegando perchè il contratto e la telefonata impongono di contabilizzare subito una perdita maggiore di 220 milioni di euro. La ragione del restatement, cioè della correzione contabile è che l’errore era “determinabile sulla base di informazioni esistenti al tempo”.
Poi Viola ripercorre la storia del contratto segreto: “Mps decide di migliorare la tipologia del rischio finanziario cui era esposta con il note Alexandria”, un derivato basato sui rischiosi mutui ipotecari. Incredibilmente Nomura, prosegue Viola, “si è resa disponibile a scambiare” questo pessimo investimento “con una credit linked note con sottostante titoli subordinati bancari e garantita da obbligazioni emesse da GE Capital European Fund (più sicure dei mutui ipotecari, ndr) ed è questo scambio a realizzare il miglioramento del profilo di rischio”.
Nomura insomma accettava un baratto tra spazzatura e oro (che permetteva a Mussari di chiudere in utile) perchè in cambio il Monte comprava i rischiosi derivati di Nomura.
Proprio quelli descritti nel contratto segreto.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 18th, 2013 Riccardo Fucile
PER I CONTRATTI NON RISPETTATI SPESI 500 MILIONI, PIU’ I SOLDI PER I TERRENI INTERESSATI, I MONITORAGGI, LE CONSULENZE E GLI STIPENDI
Quasi 500 milioni per i contratti non rispettati. Più i soldi per i terreni su cui doveva essere costruito, per i monitoraggi, per gli stipendi e le consulenze.
Ecco l’incredibile conto della grande opera (mancata) sullo Stretto di Messina che aspetta chi le paghi la passeggiata a mare nuova di zecca.
Il neo governatore siciliano Rosario Crocetta che promette l’alta velocità ferroviaria fino a Palermo.
I NoPonte che si scaldano per una manifestazione a metà febbraio.
Gli ambientalisti in ansia per l’ombra proiettata nello stretto sui delfini e per il transito degli uccelli.
Quelli che vedono nell’opera un grande sacco per mafie e cosche.
I 50 e più esperti internazionali – ingegneri, architetti, tecnici di gallerie del vento e di fondazioni , di aerodinamica e di geologia – che hanno lavorato dieci anni al progetto della campata unica da record mondiale, più di tre chilometri di lunghezza.
Si rendono conto, tutti coloro che a vario titolo hanno prosperato o buttato sangue sul progetto Ponte, che tra un po’ saranno disoccupati, che dovranno cambiare obiettivi e agenda delle priorità ?
E gli italiani tutti, mentre inizia una campagna elettorale che vuol essere nuova di zecca ma che tiene la bocca chiusa sulla sorte dell’unica grande opera del Sud, lo sanno che c’è una tassa da un miliardo che il governo che uscirà dalle urne a fine febbraio finirà per farci pagare?
Non la chiamerà forse la tassa del Ponte, ma a tanto ammonta il conto finale per fermare una volta per tutte la macchina che ha portato avanti il progetto, e mandarla a rottamare.
Il primo marzo scade l’out out del governo Monti per trovare una nuova intesa tra il general contractor Eurolink e la Stretto di Messina, società concessionaria dell’opera, alle condizioni imposte dalle legge.
Unica via d’uscita che scongiurerebbe la fermata definitiva.
Ma l’aria che tira non promette niente di buono: anche perchè Eurolink, dove al 42 per cento conta la società Impregilo da poco conquistata dalla famiglia Salini, interessata dunque a un pronto rientro di capitali, ha già portato il governo italiano di fronte alla Corte di giustizia europea e di fronte al Tar per violazione dei vigenti impegni contrattuali.
E si appresta a batter cassa con una salatissima richiesta di penali per 450 milioni.
Che non sono solo una bella cifra, ma soprattutto superano il guadagno che l’impresa avrebbe realizzato facendo il Ponte.
A portata di mano senza piantare neanche un chiodo.
L’impresa di costruzioni non è l’unica a sperare nel colpo grosso chiamando la società Stretto di Messina – e lo Stato di cui è emanazione – di fronte ai tribunali per non avere rispettato i tempi di approvazione del progetto.
Perchè le pretese che scatterebbero all’indomani del requiem del Ponte sono parecchie. Quando hanno visto i conti, e tirato le somme per chiudere la partita, al ministero dell’Economia hanno capito che si trovavano di fronte a un trappolone.
Ci sono da pagare i proprietari dei terreni che sono stati vincolati per dieci anni alla costruzione del Ponte, più o meno mille soggetti che chiederanno i danni per essere stati bloccati inutilmente; ci sono i 300 milioni investiti nel capitale della società Stretto da Anas, Rfi, Regione Siciliana e Calabria, che di fatto diventano carta straccia, senza contare la trentina di milioni spesi per il monitoraggio ambientale dell’area che non serve più. Insomma, un miliardo o giù di lì a carico della collettività .
Metterci il timbro del governo dei tecnici? Bella medaglia al valore.
Usare la spada e prendersi la responsabilità di recidere una volta per tutte il sogno del Ponte? Sai che gazzarra.
Meglio spazzarlo sotto il tappeto, come ha fatto il governo Prodi in passato, tre anni di blocco costati sui 700 milioni quando sono stati riavviati i motori con il successivo governo Berlusconi.
Così, tra Salomone e Don Abbondio, Monti ha scelto i panni del secondo: uno il coraggio non se lo può dare.
E ha congelato tutta la partita d’imperio, contratti, rivalutazioni e indennizzi compresi – con un decreto che alimenterà le parcelle di parecchi studi legali, imponendo un’intesa tra le parti entro il primo marzo.
In caso contrario, riconoscerà al costruttore solo una mancetta di una decina di milioni (salvo avere accantonato per la bisogna una somma di 300 milioni nella legge di stabilità ).
Viceversa, per allettare l’impresa ad accordarsi, le prospetta altri due anni di purgatorio – a prezzi del lavoro invariati – in attesa che qualche privato sia disposto a puntare i suoi soldi sul Ponte.
Prospettiva che per un costruttore sano di mente è un bell’azzardo, visto che finora di privati disposti a integrare il 40 per cento messo dal governo non se ne sono visti, e che adesso persino quel 40 si è dissolto, dopo che proprio Monti a inizio 2012 ha definitivamente cancellato i 2,1 miliardi destinati al Ponte e il suo ministro Corrado Passera ha dichiarato all’Europa (disponibile a finanziare opere importanti) che il collegamento stabile tra Calabria e Sicilia non è una priorità .
Pensare che la ultra decennale storia del Ponte sullo Stretto — così piena di false partenze e pavidità politiche – possa finire con una soluzione win-win, pari e patta, tutti contenti e nessun perdente, è d’altra parte un’illusione.
In tutta la faccenda il governo, ciascun governo a suo turno, si è comportato come un socio di controllo inadempiente, emanando leggi che poi non ha rispettato, promettendo risorse e poi togliendole, e facendo salire a mille sia lo spread sulla credibilità del progetto sia lo spreco di denaro.
Che dire, per esempio, della burocrazia del ministero dell’Ambiente, che in 15 mesi non è riuscita a dare un parere che doveva dare in tre (ogni mese di ritardo costa 15 milioni di euro)?
E anche pensare, come ha fatto il governo Monti, che basti decidere per legge di non fare il ponte perchè questo si traduca in uno scioglimento dei contratti, è altrettanto irrealistico.
Più facile che sia una strada irta di ricorsi nei tribunali, come temono gli uomini dell’Authority di vigilanza sui contratti pubblici, che hanno iniziato un’istruttoria sugli impegni contrattuali presi dalla Stretto di Messina.
Contratti che negli anni hanno portato via via l’investimento sull’opera dai 6,3 miliardi del 2003 agli 8,5 di oggi, anche a seguito delle varianti richieste dagli enti locali e approvate dal governo e del tempo trascorso.
Un esempio: quando Berlusconi ha riavviato nel 2008 il progetto, la Stretto di Messina, guidata da Pietro Ciucci, ha rinnovato il contratto con Eurolink concedendogli condizioni nettamente più vantaggiose, a partire dal metodo di indicizzazione, non più quello del costo della vita, ma quello più accelerato delle costruzioni.
Oggi c’è solo un uomo che spera ancora, Ciucci appunto.
Amministratore delegato della Stretto di Messina e amministratore unico del suo azionista di maggioranza, cioè l’Anas, unisce a questo ruolo di controllore controllato una tenuta da maratoneta nelle articolazioni dello Stato imprenditore, essendo nato e cresciuto nell’Iri.
Si dice sia stato lui a suggerire al governo il dispositivo del decreto (ma lui si schermisce), che ha nell’immediato il pregio di lasciargli il boccino in mano.
Per fare cosa?
«Il decreto ci dà ancora il tempo per cercare i finanziamenti», scandisce Ciucci: «Di fronte a una situazione straordinaria, ferma l’orologio del contratto, ma dice che l’opera il governo la vuole fare. E ora possiamo andare a cercare i denari sul mercato».
E delle penali richieste dal costruttore, non è preoccupato?
«E’ vero che il contratto prevede una penale massima per il general contractor sui 400-500 milioni», precisa, «solo nel caso in cui la stazione appaltante cancelli il contratto senza motivo. La penale può arrivare a zero se si dimostra invece che non ci sono le condizioni finanziarie per la sua realizzazione».
Strano paradosso: per continuare a vivere, la società dello Stretto deve cercare un finanziatore privato; per minimizzare i danni legali, deve dimostrare che quel finanziatore non c’è neanche sulla luna.
Delle due strade, Ciucci dice di voler imboccare la prima. «Il governo ci dà un nuovo strumento per cercare i finanziatori: il project bond», afferma: in pratica, la possibilità per la Stretto di Messina di emettere obbligazioni che sono di fatto parificate ai Bot.
Hanno un prelievo fiscale ridotto, perchè su di loro grava l’aliquota leggera del 12,50 per cento, e godono di garanzia pubblica, che potrebbe essere data dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Questi due requisiti potrebbero rendere i bond appetibili per i grandi fondi infrastrutturali, e quindi ridurrebbero la quota a carico delle casse dello Stato, promette Ciucci.
E magari potrebbero rifarsi vivi quei cinesi che già una volta si sono fatti avanti per il Ponte.
Singolare ottimismo.
Mentre per tutti si avvicina la tassa miliardaria
Paola Pilati
(da “L’Espresso”)
argomento: economia | Commenta »