Gennaio 16th, 2013 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO CIVICUM-POLITECNICO DI MILANO: IL CONFRONTO CON GLI ALTRI BIG
Avete presente il bilancio dello Stato italiano? No? 
Più che giustificato: è complicato e tenuto oscuro dallo Stato stesso, che nulla fa per renderlo trasparente ai cittadini.
Il guaio che si aggiunge al guaio è che anche gran parte dei candidati che si proporranno alle elezioni del 24 e 25 febbraio non ne sanno molto.
E piuttosto confusi – comunque decisi a mantenerlo nel regno del misterioso – appaiono i partiti quando ne parlano.
Quando cioè avanzano programmi e proposte che riguardano la voce entrate (le tasse) e la voce uscite (la spesa pubblica): il cuore del governare, l’essenza della sovranità , quello per cui chiedono voti.
Rendere leggibile il bilancio pubblico e magari metterlo a confronto con quello di altri Paesi è dunque un primo passo per stabilire di cosa si parla e per togliere i veli dietro ai quali, il giorno dopo essere eletti, governanti e legislatori smettono di rispondere ai cittadini.
Per esempio, ci è chiaro cosa significa il nostro debito pubblico?
Significa che nel 2010 ogni italiano ha pagato 1.143 euro di interessi su di esso: tanto quanto per l’Istruzione.
Vuole cioè dire che debito è uguale a tasse: immediate (gli interessi) e differite (qualcuno lo dovrà ripagare, cioè i cittadini di domani).
Ed è sottrazione di risorse a investimenti e servizi. In aggregato, nel 2010 l’Italia ha speso per interessi sul debito il 4,4% della ricchezza prodotta (Pil): la Germania solo il 2,6%, la Gran Bretagna il 2,9%.
Vista l’opacità dei numeri dello Stato, Civicum – un’associazione non politica che si batte per migliorare la trasparenza dell’Amministrazione pubblica – e il Politecnico di Milano hanno lavorato per disboscare e rendere leggibili i conti dello Stato.
E per confrontarli con quelli di Germania, Spagna, Francia e Gran Bretagna.
E per questa ragione il Corriere della Sera propone una parte del loro studio: all’interno di una serie di iniziative (La prova dei fatti) che sta prendendo – e prenderà sempre più intensamente con l’avvicinarsi delle elezioni – per stabilire non solo la credibilità dei programmi dei partiti ma anche per misurarne il loro effetto su economia reale e conti dello Stato.
I numeri su cui hanno lavorato Civicum e Politecnico, in parte riportati nella tabella in pagina, sono riferiti all’anno 2010: da allora alcune voci hanno subito variazioni; ciò nonostante, la distribuzione della spesa tra i servizi prodotti dallo Stato e tra le funzioni da esso svolte non ha subito cambiamenti significativi.
«Immaginiamo una famiglia di quattro persone che guadagna centomila euro lordi l’anno, cioè 8.300 euro al mese – calcola il presidente di Civicum, Federico Sassoli de Bianchi – All’Amministrazione pubblica ne versa circa 44 mila, ai quali ne vanno aggiunti quattromila di nuovo debito pubblico (la differenza tra uscite ed entrate) che prima o poi dovrà pagare. Alla famiglia restano 52 mila euro all’anno, 4.300 al mese. Gli italiani percepiscono correttamente che a fronte di 4.300 euro netti al mese ne hanno dati quattromila allo Stato? L’Imu è stata percepita perchè la si è dovuta calcolare e pagare. Ma le imposte indirette, i contributi, le imposte dirette dei dipendenti e spesso quelle versate come sostituti d’imposta non si vedono».
È opportuno metterle in chiaro.
Perchè, sostiene Sassoli, «siamo tutti azionisti dello Stato, ma lo Stato è l’unica società che non dà rendiconti interpretabili: il nostro obiettivo è promuovere la trasparenza in un Paese che tende all’opacità ».
Dalla tabella si vede che nel 2010 lo Stato ha prelevato da ogni cittadino 11.860 euro, tra tasse e contributi sociali.
E per ogni cittadino ne ha spesi 12.965, oltre che per servire il debito per servizi pubblici, Difesa, Ordine pubblico, Sanità , Istruzione e via dicendo, soprattutto Welfare. (La differenza, 1.105 euro, è stata in sostanza nuovo debito).
I confronti con i bilanci degli altri Stati possono stimolare molte riflessioni.
Il rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, ne sottolinea due. «Innanzitutto, l’importanza della crescita economica. Come si vede dalla tabella, la Germania ha una spesa pubblica pro capite di quasi 14.500 euro, contro i meno di 13 mila dell’Italia. Ma avendo un Pil pro capite di cinquemila euro più alto del nostro, la percentuale di spesa pubblica rispetto al Pil è più bassa, 47,5% contro il nostro 50,4%».
Anche per questo è decisivo fare ripartire la crescita.
La seconda riflessione di Azzone riguarda la composizione della spesa dello Stato. «Sotto la voce Protezione sociale – dice – l’Italia è il Paese che spende di più per malattia, disabilità , anzianità , in sostanza per pensioni, il 18,3% del Pil: addirittura più della Francia (17,7%) e molto più di Gran Bretagna (11,5), Germania (14,8), Spagna (12,3).
Dall’altra parte, spende molto meno in aiuti ai disoccupati e in sostegno alle famiglia, in contrasto con le dichiarazioni che i politici fanno in campagna elettorale.
C’è qualche riequilibrio da fare, qui: anzi, direi che serve un ripensamento del Welfare. E qualcosa da fare ci sarebbe anche per l’Istruzione universitaria, dove l’Italia spende (lo 0,4% del Pil) meno della metà degli altri Paesi»
Mettere in termini chiari il bilancio pubblico – cioè mostrare in modo trasparente come vengono utilizzati i nostri denari – dovrebbe essere compito dello Stato. In effetti, sia Sassoli sia Azzone si augurano che in un futuro non lontano lo faccia attraverso un istituto, un’agenzia, un centro studi, come avviene in altri Paesi.
Intanto hanno elaborato queste tabelle sulle quali ognuno può vedere i flussi in entrata e uscita.
E Civicum vi ha aggiunto alcune domande (nel box in pagina) ai candidati del 24 e 25 febbraio.
Tanto per sapere di cosa parliamo.
Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 16th, 2013 Riccardo Fucile
SOTTO LA LENTE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE I REDDITI DEL 2009
È la novità fiscale del 2013: il redditometro, nuovo strumento dell’Agenzia delle Entrate per contrastare il fenomeno dell’evasione.
Che da subito si è attirato le critiche dei tecnici e i timori dei contribuenti.
A essere messi sotto la lente dei funzionari del Fisco saranno i redditi relativi agli anni di imposta a partire dal 2009 (quindi per le dichiarazioni dal 2010).
Le verifiche fatte utilizzando il redditometro partiranno invece da marzo.
Come funziona
Grazie a un più efficace incrocio tra le informazioni delle diverse banche dati della pubblica amministrazione e a oltre cento diverse voci di spesa, sarà più facile stimare il reddito e confrontarlo con quanto effettivamente speso.
E non si tratta solo di beni di lusso come aerei, yacht o gioielli: a finire nel redditometro sono anche spese «innocue» come il pagamento di asili nido o master universitari, abbonamenti alla pay tv o donazioni in beneficenza.
Insomma, tutto quanto possa mettere in luce una discrepanza tra quanto si dichiara e il proprio tenore di vita.
La funzione matematica alla base del redditometro prende come riferimento cinque aree geografiche (Nord-Est, Nord-Ovest, Centro, Sud, Isole), undici tipi di nuclei familiari (famiglie con figli o senza, monoparentali, nuclei giovani o meno giovani) e oltre cento voci di spesa divise in sette categorie.
I redditi dichiarati verranno confrontati con le spese sostenute nell’anno di riferimento. In caso di incompatibilità scatteranno le verifiche, ma solo in presenza di scostamenti tra spese e reddito significativi, superiori al 20%.
Ma il redditometro non è l’unica novità di cui i contribuenti dovranno tenere conto.
Beni in uso a familiari e soci
Entro il 31 marzo, ad esempio, si dovrà comunicare l’elenco dei beni in uso ai soci.
La misura riguarda gli imprenditori che devono rendere noti i dati anagrafici dei soci o dei familiari che hanno ricevuto in godimento i beni dell’impresa.
Una norma che ben si integra con l’impianto del redditometro che prevede una giustificazione per le spese sostenute e della provenienza dei redditi relativi.
L’obbligo della comunicazione si estende anche ai finanziamenti e alle capitalizzazioni effettuati dai soci nei confronti della società concedente.
Non vanno denunciati beni e finanziamenti il cui valore sia inferiore ai 3 mila euro, a meno che non rientrino nelle categorie “autovettura, unità da diporto, aeromobile, immobile”.
I dati sui conti correnti
In primavera, anche se non è ancora possibile stabilire una data, scatterà un altro provvedimento molto temuto: la comunicazione da parte delle banche dei conti correnti dei clienti.
Finora si aspettava il via libera del Garante per la privacy (che ha espresso parere positivo). Adesso spetta al direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, firmare il provvedimento che stabilirà le date entro cui le banche dovranno provvedere all’adempimento e attraverso quale canale di invio.
Elenco clienti e fornitori
L’ultima novità riguarda la reintroduzione dell’obbligo per le società di tenere un elenco di clienti e fornitori.
Doveva entrare in vigore ad aprile, poi si è deciso per un rinvio in attesa di risolvere alcuni problemi tecnici e discutere le modalità con le quali reintrodurlo.
La ratio del provvedimento è quella di tracciare tutti i rapporti economici di un’impresa.
Il 2013 si annuncia quindi ricco di “comunicazioni” con l’Agenzia delle entrate.
Il contraddittorio riguarderà però in particolare il redditometro.
Poichè la legge prevede che spetterà al contribuente l’onere della prova per dimostrare che le spese sono state finanziate con redditi diversi da quelli posseduti nel periodo d’imposta oppure che sono esenti o frutto di eredità .
Inoltre sarà contestabile il totale delle spese attribuite dal fisco.
Un’ardua battaglia: il destino del contribuente (evasore oppure onesto pagatore di tasse) dipenderà da studi statistici, magari difficilmente contestabili o considerabili non pertinenti al proprio caso specifico.
Rosaria Talarico
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Gennaio 12th, 2013 Riccardo Fucile
“A SETTEMBRE 2011 L’ITALIA AVEVA POLITICHE NON COERENTI CON GLI IMPEGNI DI BILANCIO”… “DA NOVEMBRE 2011 HA AVVIATO OPERAZIONI DI CONSOLIDAMENTO”
Il problema dell’Italia “è precisamente che a settembre 2011 aveva politiche non coerenti con gli impegni di bilancio”.
Il commissario agli Affari economici e monetari dell’Unione Europea, Olli Rehn, individua negli errori del passato la causa delle difficoltà del nostro Paese e ribadisce il proprio sostegno al governo di Mario Monti.
Solo “da novembre 2011″, infatti, l’Italia “ha avviato misure di consolidamento più solide e prudenti”, che hanno provocato la discesa dei rendimenti e che “facilitano il ritorno della fiducia”.
Ora, ribadisce, ”L’Italia è diventato un Paese molto più stabile e sicuro dai rischi”.
“La tensione sui mercati — ricorda il commissario nell’intervista pubblicata dal quotidiano tedesco Handelsblatt – si è allentata, basta guardare all’Italia dove gli spread sui bond a dieci anni si sono dimezzati dall’autunno 2011, un risparmio di circa tre miliardi solo per il primo anno”.
Sul tema oggetto delle polemiche più accese negli ultimi tempi, l’Imu, Rehn ha detto che “non è pericoloso rivederla”, ma auspica “che l’Italia resti sul binario del consolidamento prudente di bilancio per ottenere il pareggio”, stando “lontana da acque agitate”.
Secondo il commissario, “l’economia dell’eurozona è ancora debole” e “i mesi a venire saranno ancora difficili”, perchè “i cittadini continuano a sentire l’impatto della crisi”.
La ripresa, secondo Rehn, avverrà “solo nel 2014″.
Il commissario ha poi voluto escludere un taglio del debito di Cipro, che sta negoziando con l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale un piano di salvataggio.
“Non è un’opzione”, ha assicurato Rehn, chiedendo a Nicosia di combattere il riciclaggio di denaro, applicando le leggi approvate recentemente dal governo dell’isola.
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Gennaio 10th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE ALLARMATO PER LA FUGA DA CONFINDUSTRIA VERSO IL PD
Fiat a parte, i cosiddetti poteri forti, o almeno le parti più forti delle singole categorie, si
stanno schierando con il Pd e Pier Luigi Bersani.
Le ragioni sono due: che il Pd e il centrosinistra continuano a guidare i sondaggi e che il progetto di Mario Monti si snatura di giorno in giorno, ormai mutato in una semplice riedizione del fallimentare
Terzo Polo sull’asse Udc-Fli.
Le liste montiane saranno ufficializzate forse già domani, ma da quanto si conosce è già chiara la tendenza.
Prendiamo Confindustria: con il Pd si è schierato Giampaolo Galli che è stato silurato da direttore generale con l’arrivo di Giorgio Squinzi alla guida degli imprenditori, ma gode di molta stima nell’apparato e ha ottimi rapporti con una lobby pesante come quella dell’Ania, le assicurazioni, che ha diretto in passato.
Monti ha arruolato Alberto Bombassei ed Ernesto Auci, il primo candidato sconfitto alla presidenza (di poco, ma poi non è riuscito a diventare un polo alternativo dentro l’associazione), Auci ex direttore e ad del Sole 24 Ore e poi responsabile relazioni istituzionali di Fiat.
Entrambi, il primo per cultura e rapporti di fornitura (i freni Brembo), l’altro per carriera, sono considerati uomini Fiat.
E il Lingotto non è più in Confindustria.
Il Pd — tramite Matteo Renzi — si è assicurato (gratis) il sapere organizzativo e manageriale della costosa McKinsey, arruolando uno dei vertici italiani, Yoram Gutgeld.
Anche Monti può contare su una figura in grado di tenere i rapporti con il potere milanese, l’ex direttore delle relazioni esterne di Rcs Lelio Alfonso.
Ma la McKinsey è la McKinsey.
Nella carta stampata Bersani si è preso uno dei giornalisti economici più influenti d’Italia, Massimo Mucchetti, che sul Corriere della Sera ha spesso difeso le ragioni di Unipol (coop rosse, prima potenza finanziaria della galassia bersaniana) quando si voleva prendere la Fonsai dei Ligresti.
E poi è arrivato a disegnare scenari — per ora mai realizzati — di fusioni tra Unicredit e Intesa e poi tra Fs e Alitalia.
Da parte sua Monti ha preso il direttore del Tempo Mario Sechi, con un profilo molto più politico e meno legato agli ambienti della finanza e della grande impresa.
Pure i sindacati che contano sono con Bersani: Guglielmo Epifani sarà pure un uomo di un’altra stagione, ma da ex segretario della Cgil ha conservato parecchia influenza sul primo sindacato italiano.
E se Raffaele Bonanni si è presto defilato dal progetto montiano per rimanere nella Cisl, il suo numero due Giorgio Santini dovendo scegliere alla fine è andato con Bersani.
E al premier per conquistare il “mondo del lavoro” non resta che spendere il nome di Luigi Marino, leader della Confcooperative.
Che però, prima che montiano, è amico da sempre di Pier Ferdinando Casini.
Persino tra gli intellettuali si replica lo stesso schema: a Monti alcuni professori di prestigio, da Michele Ainis allo storico Andrea Romano che dirige Italia Futura.
A Bersani invece uno come Carlo Galli, politologo meno noto al grande pubblico ma che vanta un solido radicamento a Bologna, dove è una delle colonne dell’associazione (prodiana) del Mulino.
La lista che doveva essere di professori e società civile, con un po’ di politici, si sta snaturando.
Basta vedere il listone montiano del Senato: in Lombardia Gabriele Albertini soffia la prima posizione a Pietro Ichino (perchè l’ex sindaco di Milano è l’unica speranza di far perdere il Pdl).
Nelle Marche capolista sarà Linda Lanziollotta, ex Api.
In Emilia il primo sarà Marino (voluto da Casini), il secondo un altro Udc, Mauro Libè. Il montiano Giuliano Cazzola, tra i primi ad aderire, è stato retrocesso al terzo posto, ammesso che accetti.
Il Lazio è andato ai finiani, capolista sarà Giulia Bongiorno, mentre Puglia e Veneto sono state destinate a Sant’Egidio, che ha sempre più potere contrattuale.
Del Pdl non resta più nulla tranne Mario Mauro, che ieri si è dimesso dal partito (“un tragico errore l’alleanza con la Lega”) per andare col premier.
Non si candida Alfredo Mantovano — in Puglia non gli si trovava un buon posto — via anche Beppe Pisanu, per i troppi mandati e perchè voleva contendere a Casini la presidenza del Senato.
Fuori Franco Frattini. Sparito anche Corrado Passera, in polemica, e il ministro Andrea Riccardi non si candida.
Tutti cominciano a sentire odore di flop
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 4th, 2013 Riccardo Fucile
RECORD DELLE IMPOSTE: AUMENTANO RIFIUTI, IRPEF REGIONALE, INPS, MA IL GROSSO SARà€ SULLA CASA
Mario Monti, intervenendo alla trasmissione Radio Anch’io sottolinea la necessità di
ridurre di almeno un punto la pressione fiscale in Italia.
Ma è stato il suo governo a portarla ai massimi livelli, il 45,3 per cento rispetto al 44,7 dell’anno precedente.
Il 2013 potrebbe andare ancora peggio per effetto delle disposizioni che rinviano all’anno appena cominciato gran parte degli aumenti e generando così un anno di tasse davvero da incubo.
Tasse che, tra l’altro, scaricano i loro effetti su coloro che già pagano il dovuto sottoponendosi ai vari sacrifici richiesti.
Soprattutto per questi potrebbe quindi avverarsi l’annuncio fatto il 31 dicembre da Angela Merkel secondo cui “il 2013 sarà un anno peggiore di quello che l’ha preceduto”.
Vediamo alcune delle principali nuove tasse o aumenti di tasse previsti.
LA TARES.
Una tassa nuova di zecca è la Tares, tassa sui rifiuti e servizi urbani, che scatta dal 1 gennaio e assorbe la Tarsu (Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani) e la Tia (tariffa di igiene ambientale).
Si configura come un’ennesima tassa sugli immobili parametrata alle loro dimensioni anche se a pagarla non sarà il proprietario ma il residente (ma per l’80% delle case italiane si tratta della stessa persona).
Riguarderà tutti coloro che “posseggono, occupano o detengano locali atti a produrre rifiuti”.
Ma servirà anche per la manutenzione delle strade e la loro illuminazione.
Secondo la Uil la tassa aggiungerà un aumento di 80 euro l’anno ai 225 euro medi già pagati quest’anno. Si arriverà quindi a una media di 305 euro.
AUTOSTRADE.
Gli incrementi medi nazionali per la rete autostradale saranno di circa il 3%.
Se in alcune tratte gli aumenti sono congelati (Milano- Torino, Brescia-Padova e la Tirrenica) in altre i rincari sono pesanti.
Sale del 14,4% il Raccordo autostradale della Valle d’Aosta, del 13,55% il Passante di Mestre, del 12,63 le Autovie Venete, del 7,39% l’Autostrada della Cisa e del 7,56 la Strada dei Parchi. Più contenuti gli aumenti sull’autostrada dei Fiori (+3,7%) , sulla Torino- Savona (+2,24%), sull’autostrada ligure-toscana (3,93%) e su quella del Brennero (1,21%).
Autostrade per l’Italia avrà un aumento medio dei pedaggi pari al 3,47%.
Beffa ulteriore per chi ha il Telepass nella regione Campania dove pagherà dieci centesimi in più su tutte le tratte, anche per chi percorre pochi chilometri. L’aumento colpirà soprattutto i pendolari.
BANCA, POSTA, TOBIN TAX.
L’imposta di bollo sui conti deposito, i buoni postali cartacei e quelli dematerializzati aumenta dallo 0,10 allo 0,15% l’anno.
Viene inoltre abolito il tetto di 1200 euro che fino all’anno scorso poneva un limite all’aumento.
Resta invece fisso il valore minimo da pagare, 34,20 euro. Esenti i titoli di risparmio più ‘popolari’ come i Buoni postali fruttiferi con rimborso inferiore a 5 mila euro, i fondi pensione e quelli sanitari.
Da segnalare anche il rincaro delle lettere (0,7 euro) e delle raccomandate 3,60 euro) Dal 1 marzo, invece, si pagherà la Tobin tax, imposta sul trasferimento di azioni e altri prodotti finanziari. L’importo dovuto sarà dello 0,12% fino alla fine dell’anno per poi ridursi allo 0,1% nel 2014. Sui mercato non regolamentati l’imposta sale allo 0,22% nel 2013 e allo 0,2 nel 2014.
SALE L’IVA.
Dal 1 luglio è previsto l’aumento dell’Iva ordinaria dal 21 al 22%.
La misura, già definita dal governo Berlusconi nell’ultima finanziaria messa a punto dal ministro Tremonti, è stata ribadita dal governo Monti.
Tra le voci che saranno coinvolte dagli aumenti, i beni di elettronica e i capi di abbigliamento.
ARRIVA L’IVIE.
Scatta l’imposta sul valore degli immobili situati all’estero
L’imposta si determina applicando un’aliquota dello 0,76% alla base imponibile, rappresentata dal valore dell’immobile, da desumere dall’atto d’acquisto o dai contratti.
È prevista un’aliquota ridotta dello 0,4%, analogamente a quanto accade per l’Imu, per gli immobili adibiti ad abitazione principale, da parte di coloro che lavorano all’estero per lo Stato italiano o per un suo ente, e solo limitatamente al periodo in cui questa prestazione lavorativa viene svolta. Inoltre anche a questo caso si applicano le analoghe detrazioni di 200 euro e di 50 euro per ogni figlio minore di 26 anni che vive abitualmente nell’abitazione.
IRPEF REGIONALE PIÙ CARA.
Sale l’addizionale Irpef regionale per le Regioni impegnate nei piani di rientro dal deficit sanitario e che possono portare l’aliquota fino al 2,33% (che sale al 2,63 per Campania, Calabria e Molise).
Sono esclusi dagli aumenti coloro che hanno redditi fino a 15mila euro ma l’esclusione scatta solo dal 2014.
Per quanto riguarda i Comuni, invece, anche quelli tra i mille e i cinquemila abitanti saranno compresi nel Patto di stabilità che vincola spese e blocca le assunzioni.
LUCE E GAS.
Da aprile 2013 viene riformato il metodo di aggiornamento della componente ‘materia prima’ del gas per le famiglie e le piccole e medie imprese nel regime di maggior tutela.
Secondo le stime la riduzione delle tariffe potrebbe essere del 6-7% per un cliente medio. Il saldo però rischia di essere pari a zero (se non negativo) visto che nel primo trimestre le tariffe del gas aumenteranno dell’1,7%.
Dovrebbero scendere, dell’ 1,4% quelle della luce.
MULTE E RC AUTO.
Con il nuovo anno scatta l’adeguamento biennale delle multe stradali all’inflazione. L’aumento stimato è del 5,7%.
L’aumento medio sulle polizze sarà del 5%, circa 61 euro in più per automobilista. Aumenta il divieto di sosta (da 39 a 41 euro) l’eccesso di velocità (da 159 a 168 euro) il telefonino alla guida per cui si dovrà pagare 161 euro invece di 152.
CANONE RAI.
Sarà di 113,50 euro ”importo per il 2013, con un aumento di 1,50 euro rispetto al 2012.
ALIQUOTE INPS.
Le aliquote contributive per artigiani e commercianti aumentano dalle attuali 21,75 e 21,84%, dello 0,45 per ogni anno fino a raggiungere il 24%. Anche le aliquote del settore agricoltura saranno rideterminate per raggiungere la medesima cifra nel 2018.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 4th, 2013 Riccardo Fucile
MA PER FAMIGLIE E IMPRESE I TASSI D’INTERESSE SONO CRESCIUTI
Il prezzo è stato altissimo: tre manovre per 82 miliardi in un anno e una pressione fiscale cresciuta dal 42,5 al 44,7% in dodici mesi.
La missione però – almeno per ora – è compiuta: lo spettro del caro spread è stato esorcizzato.
E il crollo del differenziale tra Btp e Bund («un imbroglio» per Berlusconi) dai 575 punti dell’era del Cavaliere ai 283 di chiusura ieri regala all’Italia risparmi potenziali di 50 miliardi in tre anni e una bella boccata d’ossigeno alla vigilia delle elezioni. In attesa messianica che i benefici del calo dei tassi, già evidenti nei conti del Tesoro, si facciano sentire nelle tasche di famiglie e imprese.
I RISPARMI DELLO STATO
Quanto vale lo spread per le casse dello Stato è evidente nei numeri.
A fine 2011, con l’Italia nella bufera e la forbice tra i decennali tricolori e quelli tedeschi a quota 501, via XX settembre era stata costretta a pagare interessi del 3,25% per riuscire a collocare sul mercato i Bot semestrali.
Oggi l’aria è cambiata, “l’imbroglio” viaggia 200 punti più in basso.
E una settimana fa 8,5 miliardi degli stessi titoli sono stati venduti senza difficoltà con un tasso crollato allo 0,94%.
Solo su quest’operazione, facendo i conti della serva, il Tesoro ha risparmiato 200 milioni.
E visto che la voce degli interessi sul debito è una delle principale uscite del-l’Italia Spa (nel 2012 sono stati pari a 86 miliardi, il 5,5% del Pil, otto in più dell’anno prima) ogni centesimo di calo dello spread si traduce istantaneamente in un ritorno netto per i conti tricolori: 100 basis point di differenziale in meno tra Bund e Btp – calcola Banca d’Italia – regalano all’Italia 3,1 miliardi di risparmi sul servizio del debito il primo anno, 6,2 il secondo e 8 il terzo.
Come dire che il dimezzamento dello spread ci ha evitato un salasso di una cinquantina di miliardi in più in tre anni.
L’emergenza, naturalmente, non è alle spalle.
A far calare la febbre dei Btp, oltre al lavoro del governo Monti, è stato il bazooka di Mario Draghi: l’iniezione di mille miliardi di liquidità nel sistema e il varo dello scudo salva spread che hanno fatto respirare tutti i titoli dei Paesi in difficoltà .
La crisi dei debiti sovrani però non è risolta e non a caso il Tesoro ha deciso di approfittare di questa tregua e del ritorno degli investitori stranieri (nelle ultime aste avrebbero acquistato circa il 40% di Bot e Btp) per riorganizzare il nostro debito pubblico.
Obiettivo: riallungarne la “vita”.
A fine 2011 la scadenza media della nostra esposizione era di 7,2 anni.
Adesso, complice l’emissione di molti titoli a breve per non pagare interessi stellari, è scesa a 6,5.
Approfittando di un 2013 di aste “leggere” – quest’anno sono previsti 400 miliardi di emissioni contro i 440 dello scorso anno – si proverà a rialzare l’asticella verso i sette anni.
IL REBUS DI FAMIGLIE E IMPRESE
L’Italia, insomma, festeggia il mini-spread.
Gli italiani, per ora, un po’ meno.
L’onda lunga dei cali dei tassi non è arrivata ancora a lambire le tasche di famiglie e imprese.
I rendimenti dei nostri titoli di Stato sono crollati, quelli dei mutui no. Il costo medio di un prestito per comprare casa, certifica Banca d’Italia, è salito dal 3,4% del 2010 al 4,2% di oggi.
Perchè? Perchè le banche – malgrado l’aiutino di Draghi – faticano a finanziarsi a prezzi accettabili e hanno aumentato dall’1,5% di tre anni fa al 4,1% lo spread che applicano all’Euribor a tre mesi, il parametro su cui si calcolano gli interessi dei prestiti per la casa.
Risultato: l’Euribor è crollato, ma i consumatori pagano oggi tassi superiori di 80 centesimi rispetto a quelli di fine 2010, quando lo spread viaggiava ai livelli attuali. Stesso discorso per le imprese che, causa caro- tassi, nel 2012 hanno pagato un pedaggio di 15 miliardi di interessi in più al rialzo dei tassi.
Cento punti di spread in meno, dice via Nazionale, dovrebbero tradursi in tre mesi in una riduzione di 70 centesimi del costo del loro debito.
E invece “nisba”: a novembre 2011 – quando lo spread era a quota 575 – gli imprenditori tricolori pagavano interessi medi (dati Bce) del 5,85%.
Oggi, con il differenziale a 283, siamo poco sotto a questo livello da incubo
Ettore Livini
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 4th, 2013 Riccardo Fucile
NEL 2012 SI FERMA A QUOTA 48,5 MILIARDI
Conti pubblici in miglioramento. 
Il fabbisogno del 2012, secondo i dati provvisori diffusi ieri dal ministero dell’Economia, ammonta a circa 48,5 miliardi, 15,2 miliardi in meno rispetto all’anno precedente che aveva chiuso con un fabbisogno annuo di circa 63,8 miliardi.
È un risultato significativo, oltre mezzo punto di Pil che pone le condizioni per il raggiungimento del pareggio di bilancio.
Tuttavia, come precisato nel comunicato del Mef, è stato ottenuto soprattutto per l’andamento più favorevole degli incassi fiscali.
Al netto del versamento al capitale Esm (European Stability Mechanism), rileva il Tesoro, il fabbisogno dell’anno si sarebbe attestato a circa 42,8 miliardi.
Inoltre, rispetto al valore riportato nella nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (Def), pari a 45,4 miliardi, il fabbisogno del 2012 risulta superiore di circa 3 miliardi per effetto dell’anticipazione, al mese di dicembre, del pagamento delle quote dei mutui da parte delle amministrazioni centrali e degli Enti territoriali alla Cassa depositi e prestiti.
Per quanto riguarda il dato mensile, relativo a dicembre 2012, si segnala un avanzo del settore statale provvisoriamente determinato in circa 14,1 miliardi, maggiore di circa 8,4 miliardi rispetto a quello realizzato nel dicembre 2011 che fu di circa 5,6 miliardi.
In particolare, si legge nella nota del ministero dell’Economia, dal lato degli incassi nel mese di dicembre è da segnalare il buon andamento delle entrate fiscali, il versamento per circa 400 milioni di tributi, contributi previdenziali e assistenziali e premi per l’assicurazione obbligatoria, sospesi per favorire il superamento delle conseguenze del sisma del maggio 2012 e l’incasso di 13,5 miliardi di imposta municipale unica.
Si è realizzato, inoltre, l’introito di circa 1,7 miliardi di euro per la vendita di quote Sace e Simest alla Cassa depositi e prestiti.
Dal lato dei pagamenti, rispetto all’analogo mese di dicembre 2011, si segnalano l’aumento della spesa per interessi e il pagamento delle quote dei mutui da parte delle amministrazioni centrali e degli Enti territoriali alla Cassa depositi e prestiti che nell’anno 2011 slittarono al mese di gennaio 2012 per una diversa calendarizzazione. Se il ministero avesse rispettato quelle scadenze, il fabbisogno del 2012 sarebbe stato ancora migliore.
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
SI PARTE DALLA “RIDUZIONE FISCALE INIZIANDO DALLE ALIQUOTE PIU’ BASSE PER DARE RESPIRO ALLE FASCE PIU’ DEBOLI”… “NON CEDERE ALLE LOBBY E LIBERALIZZAZIONI”
A due giorni dalla nota di palazzo Chigi che tracciava un auto-elogio sull’efficacia dei
provvedimenti adottati dall’esecutivo Monti, il governo diffonde il documento “Analisi di un anno“, in ci si dice che “l’azione è appena iniziata”.
Primo capitolo: le tasse.
“L’obiettivo è di ridurre di un punto e progressivamente la pressione fiscale, iniziando dalle aliquote più basse per dare respiro alle fasce più deboli”.
Bisogna però completare la delega fiscale: la non approvazione “lascia una lacuna da colmare al più presto”.
Poi si parla di spending review: “Non bisogna fare passi indietro e soprattutto non bisogna cedere alle sirene delle lobby e di chi non vuole rinunciare ai propri privilegi”. Collegamento diretto con le liberalizzazioni: ”Un settore in cui sui avverte la necessità di aprire alla concorrenza sono i servizi pubblici locali” gestiti in gran parte in modo diretto con un risultato di “un servizio spesso scadente che pagano i cittadini e le stesse amministrazioni.
Prendendo atto dell’esito del referendum corre investire ancora, e molto, nel comparto delle risorse idriche e nei settori in cui ci sono maggiori spazi di apertura alla concorrenza: i trasporti pubblici e i rifiuti”.
Dopo aver ricordato le misure adottate, il governo non nasconde il disappunto sul fatto che “per il settore della distribuzione dei carburanti la proposta del governo, che prevedeva la possibilità di aggregazioni dei gestori degli impianti di distribuzione, è stata cancellata durante la conversione in Parlamento”.
“Per rimuovere ogni vincolo all’apertura di nuovi impianti di distribuzione — viene spiegato — dovranno essere vietati tutti gli obblighi asimmetrici (ad esempio la dotazione di impianti fotovoltaici e di videosorveglianza) e le limitazioni alla localizzazione degli impianti completamente automatizzati”.
Viene affrontato anche il capitolo banche e assicurazioni: “Anche qui sono i cittadini i primi a pagare le conseguenze della mancata attuazione delle riforme. Nel settore bancario bisogna pensare alla separazione tra BancoPosta e Poste Italiane per sottrarci alle preoccupazioni concorrenziali che riguardano l’abbinamento effettuato dagli intermediari finanziari delle polizze assicurative ai contratti di finanziamento”.
“Nel settore assicurativo — prosegue poi l’analisi — il governo è a buon punto. Ma la disciplina delle clausole anticoncorrenziali nella responsabilità civile auto deve essere integrata e completata. Dobbiamo impedire che si instaurino rapporti di esclusiva tra compagnie e agenti e rimuovere gli ostacoli alla collaborazione tra gli intermediari che appartengono a differenti reti distributive.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile
DESTRA, SINISTRA E CEMENTO
Su una cosa destra e sinistra sono d’accordo: il cemento. 
La parola “ambiente” ha uno strapuntino nei programmi, ma poi, alla prova dei fatti, amministrazioni e governi di qualsiasi colore — eccetto Verdi, Cinque Stelle e magari quel che resta dei comunisti — votano “sì”.
Costruire.
Che siano colossali operazioni immobiliari, porticcioli, autostrade, piste di aeroporti o perfino rifugi di montagna che ricordano basi spaziali.
Addio alle bandiere rosse o azzurre, sui megaprogetti sventolano quelle grigie del partito del cemento.
Chiarificatrice la definizione del sindaco di Sarzana (Pd), Massimo Caleo, in pista per il Parlamento: “Noi siamo per la conservazione attiva”. Che nel suo caso significa un porticciolo da quasi mille posti piu’ case, negozi, eccetera, proprio alle foci del fiume Magra che ogni anno provoca alluvioni.
Resta la domanda: che cosa spinge chi governa a puntare sull’industria del mattone?
Miopia, talvolta.
In Veneto ci sono interi paesi di case vuote.
In Italia c’è un record di proprietari di abitazioni mentre la popolazione continua a calare (in alcune cittadine delle nostre Alpi il 95% delle case sono vuote) e acquista sempre meno immobili (a causa della crisi e delle tasse).
Difficile pensare che si vogliano dare abitazioni ai bisognosi, perchè in Italia solo il 4% degli appartamenti nuovi sono destinati all’edilizia convenzionata (nel nord Europa si arriva al 25%). Per costruire quattro case popolari bisogna realizzarne sei volte piu’ che altrove.
Il cemento come motore dell’economia e del lavoro? Falso.
Questo settore offre occupazione a breve termine — legata alla realizzazione del progetto — e di solito poco qualificata.
Ma il mattone rischia anche di divorare la principale industria del nostro Paese: il turismo che produce il 15% del Pil.
Insomma, preservare il paesaggio conviene anche economicamente.
Ma allora perche’ l’Italia punta sul cemento? Miopia, appunto.
O peggio: i grandi costruttori hanno santi in paradiso, anzi in Parlamento.
Tra i grandi imprenditori autostradali ecco esponenti del centrodestra.
Al Nord tra i costruttori invece dominano le cooperative dette “rosse”.
Insomma, sostenere il cemento conviene.
Anche politicamente: molti re del mattone hanno le mani nell’editoria, dai giornali locali ai colossi nazionali.
Sostenerli potrebbe voler dire garantirsi l’appoggio dell’informazione.
Cioè voti. Siamo sempre lì.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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