Dicembre 17th, 2012 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA FINLANDESE SIXTEN KORKMAN: “MONTI PIACE A TUTTI, INUTILE NEGARLO, NON E’ INGERENZA MA INTERESSE PER L’ITALIA”
Sixten Korkman è professore di Economia alla autorevole Università Aalto di Helsinki,
dopo una lunga permanenza come tecnico nel dipartimento di politica economica del consiglio Ecofin a Bruxelles.
Interviene spesso sui quotidiani del paese nordico, ed è ben noto per un approccio “diretto” ed esplicito.
Alla luce del chiarissimo endorsement che i leader europei e del PPE hanno voluto concedere a Mario Monti, gli abbiamo chiesto un commento sulla presa di posizione di tanta parte dell’Europa che conta a favore di una permanenza di Monti alla guida del governo italiano.
Una scelta appropriata, corretta, opportuna, o un’invasione di campo nella politica italiana?
“Veramente le personalità politiche di altri paesi — è la risposta – non dovrebbero esprimere pubblicamente opinioni su chi debba fare il primo ministro in Italia; non è corretto, e a mio avviso non è nemmeno troppo saggio. Tuttavia, è abbastanza comprensibile che tutti gli europei abbiano di questi tempi un forte interesse per le evoluzioni della politica italiana: le decisioni prese in Italia possono potenzialmente avere conseguenze importanti per l’Europa nel suo complesso”.
E l’opzione tanto netta a favore di Mario Monti?
Korkman non ha dubbi: “in Europa c’è un diffuso rispetto e genuina ammirazione per Mario Monti. Molti di noi hanno imparato a conoscerlo a Bruxelles, dove è stato un Commissario europeo molto influente e di successo. Molti di noi pensano che sia una persona intelligente, persuasiva, con una buona capacità di comprensione della necessità di raggiungere un equilibrio. E poi Monti ha un ottimo senso dell’umorismo ed è dotato di fascino personale. Mettiamola così, se volete: nel confronto con Monti, siamo molto meno positivamente colpiti se pensiamo alla maggior parte dei politici italiani”.
Motivazioni ragionevoli, quelle descritte. Eppure, chiediamo al professor Korkman, è difficile pensare che questa entrata a gamba tesa nelle faccende politiche di un paese sia facilmente accettabile dall’opinione pubblica di uno stato sovrano.
Che succederebbe, ipoteticamente, in Finlandia, se mezzo mondo vi dicesse “eleggete questo e non quello”?
“Sicuramente — risponde l’economista — saremmo seccati e infastiditi; e forse qualcuno dei nostri politici correrebbe a dichiarare che nessuno può intervenire negli affari interni della Finlandia. D’altra parte, ho l’impressione che noi finlandesi (forse solo privatamente) saremmo quasi contenti che degli stranieri si interessino a noi, che ci considerino tanto importanti da sentire il bisogno di esprimere un parere su quello che facciamo”.
Tuttavia, conclude Korkman, in linea generale non ci si dovrebbe offendere più di tanto per queste “ingerenze”.
“Alla fine — spiega — è persino un bene che si sia interessati a come funziona la politica, in casa nostra o in casa d’altri. Credo che bisognerebbe evitare una sensibilità eccessiva, e pensare subito che degli “stranieri” vogliano limitare la nostra sovranità nazionale. Magari sarebbe bene che chi esprime questi pareri sulle altrui faccende lo faccia in modo corretto ed evitando di sembrare offensivo”.
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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Dicembre 17th, 2012 Riccardo Fucile
ALLA LUCCHINI SI E’ FERMATO L’ALTOFORNO
Piombino e Taranto hanno mare e acciaio, e un po’ si assomigliano, fatte le proporzioni.
Piombino ha 36 mila abitanti. Di Taranto si sa. Anche Piombino se la vede bruttissima.
Alla Lucchini, 2.100 dipendenti (di cui quattro donne operaie, e sessanta stranieri) più 1.500 dell’indotto, età media 32 anni, giovedì mattina si è fermato l’altoforno, in teoria fino all’11 gennaio.
Spiega Mirko Lami, operaio e sindacalista: «La produzione era già bassa, dunque anche la temperatura della parte inferiore, il crogiolo, sicchè c’è il rischio che la ghisa si rapprenda. Successe già nel 1989, bisognò forare e piazzare la dinamite, poi entrare con le motopale, ma viene giù anche il refrattario e bisogna ricostruire tutto, e costa carissimo. L’altoforno è una bestia larga 14 metri e alta 30, può sfornare 2,3 milioni di tonnellate di ghisa, nell’ultimo anno ne ha tirate fuori solo 1,2 milioni, il minimo. Siamo preoccupati».
Gli impianti siderurgici a ciclo integrale in Italia sono due, Taranto (che di altoforni ne ha cinque, e ne ha appena spento uno) e Piombino.
L’Ilva è, finchè dura, dei Riva.
L’acciaieria di Piombino non è di nessuno, più o meno.
Ha una storia più che secolare, e non tanti anni fa ci lavoravano in ottomila. Privatizzata coi Lucchini, passò ai russi della Severstal (stal, acciaio, come Stalin…), che progettarono un nuovo altoforno, tre milioni di tonnellate: «Ci lavorammo sei mesi, e nel 2008, all’arrivo della crisi, in tre giorni liquidarono tutto».
Il magnate Mordashov, troppo ricco per essere visibile a occhio nudo, l’ha passata per un euro a un pool di nove banche creditrici, le quali, oltre che ristrutturare il debito, non sanno che farne.
Ci si può vedere una conferma della fine del ciclo integrale per l’acciaio: affare di Cina e India, mentre nei Paesi rottamatori è il tempo dei forni elettrici.
«Ma solo noi fabbrichiamo le rotaie dell’Alta velocità , 108 metri senza saldatura — avverte Mirko, che un certo orgoglio da produttore ce l’ha – Il rottame è intriso di impurità , e i forni elettrici arrivano solo a 1200 gradi; l’altoforno tocca i 1700 gradi, così da bruciare le impurità ». (Tutti i binari italiani sono venuti da qui. Oscar Sinigaglia aveva profetizzato nel 1946: «Verrà un giorno in cui le rotaie saranno fabbricate in un determinato acciaio speciale…».
L’ha raccontato su Repubblica Alessandra Carini il 3 dicembre: L’Ilva e il made in Italy). Piombino e Taranto sono anche differenti.
A Piombino non c’è la diossina, che viene soprattutto dall’agglomerazione (riservata alla Ferriera, stessa proprietà , nel centro di Trieste): dall’Ilva di Taranto proviene più del 90 per cento delle diossine industriali emesse in Italia!
Michele Riondino, tarantino figlio dell’Ilva e primattore del film tratto dal romanzo di Silvia Avallone, Acciaio, dopo aver girato dentro la Lucchini commenta: «Vedere come qui rispettano le direttive europee sulle emissioni inquinanti è stato uno shock».
A ridosso di qualche malumore piombinista contro il romanzo, in cui i giovani operai si drogano, si fece notare che ci sono controlli stretti del Sert e l’alcol test dell’Asl a ogni turno, tasso zero.
Ci sono anche alla Lucchini dei parchi minerali scoperti, e nei giorni di scirocco lo spolverio arriva alle case operaie di Cotone e Poggetto.
Ma complessivamente a Piombino — che ha altri due stabilimenti siderurgici storici, la Magona, laminazione ora della Mittal, 650 addetti e a mezzo regime, e la Dalmine, tubificio dei Rocca, 140 addetti – non c’è contrapposizione fra città e fabbrica.
Il 19 novembre diecimila persone sfilarono per il lavoro con tutti i negozi chiusi per solidarietà .
A ottobre fu il sindaco, Gianni Anselmi, con tre operai, ad arrampicarsi su un tetto della Lucchini perchè il governo si decidesse a incontrarlo.
Era buffo, per chi lo conosce serio serio, vederlo appollaiato lì sopra.
Anselmi ha 45 anni, è al secondo mandato: «Il mio primo giorno da sindaco, nel giugno del 2004, morì alla Lucchini un operaio, folgorato da una scarica elettrica, Giancarlo Frangioni. Fu come un monito per me».
Il governo, dunque.
«Nessuno di noi è statalista — dice Alessio Gramolati, segretario della Cgil toscana – ma non si può pensare di far vivacchiare la siderurgia
senza un piano industriale nazionale ».
In realtà , ne occorrerebbe uno europeo. «Veniamo dalla chiusura di nove altoforni in Europa, ne sono rimasti tredici, in Italia sei, cioè cinque, cioè quattro e mezzo. È l’ora di ridistribuire la produzione. A Taranto, benissimo che vada, ci sarà un forte ridimensionamento, non imposto dal mercato. Terni è già andata coi finlandesi, un terzo in Germania, uno dismesso, uno svenduto. Sotto una soglia la siderurgia non è più conveniente: il governo non sa fissare questa soglia.A Piombino solo un progetto nazionale potrebbe affrontare il revampingdell’altoforno, il restauro e l’ammodernamento, per una domanda più alta».
Si abusa dell’aggettivo “strategico”, ma si lascia andare tutto alla deriva.
«Le aziende commissariate, in Italia, erano casi straordinari: oggi sono cinquecento, e grosse».
Piombino chiede l’amministrazione straordinaria e la nomina di un commissario governativo.
Le banche non ci credono.
Il governo — che ormai c’era una volta – concorda, ma non decide. Il “Garante”, ancora fantomatico, del decreto per l’Ilva dovrebbe piuttosto diventare un organismo capace di coordinare l’intera siderurgia italiana. Trieste è — troppo tardi – sull’orlo della chiusura.
La ex Severstal ha ancora quattro fabbriche in Italia: quella “buona”, di Bari, è riuscita a venderla agli slovacchi per fare cassa: produce sofisticati aghi da scambi ferroviari, che durano il doppio dei concorrenti.
La Toscana del presidente Enrico Rossi ha candidato Piombino come «area di crisi complessa» secondo il decreto sviluppo che da ieri è legge, e riguarda le aree industriali specializzate in cui c’è stata una forte presenza pubblica. Dice il sindaco: «Abbiamo anche la più grande centrale termoelettrica Enel, va solo d’estate, hanno tentato di convertirla a carbone, ci siamo sempre opposti: ha accanto le spiagge a bandiera blu fino a Follonica. Noi dobbiamo tenere assieme l’industria con l’archeologia e la bellezza di Baratti e la città vecchia e le 850 mila presenze turistiche. Lucchini occupa il 60 per cento del sito di bonifica, ostacolando ogni iniziativa di conversione del territorio. Questa invadenza può rovesciarsi in un’occasione per il riuso, gli spazi portuali. Le banche non sono un interlocutore: o un vero imprenditore siderurgico con un piano efficace, o un commissario — non certo i furbacchioni che volteggiano sopra le agonie industriali, e anche nel nostro cielo».
Chiedo dei rapporti in fabbrica, a confronto con l’autoritarismo dell’Ilva, i suoi operai scomodi confinati, i sindacati irretiti a suon di milioni nella ragnatela padronale.
«I Lucchini avevano la mano pesante, venivano dal tondino, da Brescia, come i Riva, nemici giurati. È stata dura».
Dice Mirko: «Un paio d’anni a contare i gabbiani li ho passati anch’io: ancora un po’, e mi sarei laureato ».
Quanto alle elargizioni per addomesticare sindacati e amministratori, il sindaco ride: «Per strappare 20 mila euro ai russi per il Piombino di calcio ho sudato sette camicie».
Adriano Sofri
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
CENSIS: IN DUE ANNI HANNO VENDUTO ORO 2,5 MILIONI DI FAMIGLIE
Durante la crisi il reddito medio pro-capite delle famiglie è tornato ai livelli del 1993 e
negli ultimi dieci anni la ricchezza finanziaria si è quasi dimezzata.
Lo rivela il Censis nel suo Rapporto annuale, mettendo in luce quello che definisce «lo smottamento del ceto medio».
«Il reddito medio degli italiani si riduce a causa del difficile passaggio dell’economia, ma anche per effetto dei profondi mutamenti della nostra struttura sociale, che hanno affievolito la proverbiale capacità delle famiglie di produrre reddito e accumulare ricchezza», spiega l’analisi.
Gli italiani reagiscono alla crisi anche con «difese strenue», dice ancora il rapporto: in due anni 2,5 milioni di famiglie hanno venduto oro o preziosi.
LA RICCHEZZA
Più in dettaglio, i dati rivelano che negli ultimi dieci anni la ricchezza finanziaria netta è passata da 26.000 a 15.600 euro a famiglia, con una riduzione del 40,5%.
La quota di famiglie con una ricchezza netta superiore a 500.000 euro, si legge ancora nel rapporto, è praticamente raddoppiata, passando dal 6% al 12,5%, mentre la ricchezza del ceto medio (cioè le famiglie con un patrimonio, tra immobili e beni mobili, compreso tra 50.000 e 500.000 euro) è diminuita dal 66,4% al 48,3%.
E c’è stato uno slittamento della ricchezza verso le componenti più anziane della popolazione.
Se nel 1991 i nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni detenevano il 17,1% della ricchezza totale delle famiglie, nel 2010 la loro quota è scesa al 5,2%.
LE CASE
In termini di scambi sul mercato immobiliare «il 2012 potrebbe attestarsi su numeri persino inferiori a quelli del 1996 (nell’ordine delle 485mila transazioni)» avverte il rapporto.
Negli ultimi 5 anni la caduta degli investimenti nelle costruzioni è del 25%, dato che tra 2008 e 2012 sale al 45% nel comparto residenziale.
I mutui per l’acquisto di abitazioni sono diminuiti del 20% nel periodo 2008-2011 rispetto al quadriennio precedente, con «una ulteriore contrazione del 44%» nei primi sei mesi del 2012 rispetto al primo semestre 2011.
Anche le compravendite risultano, a fine 2012, dimezzate rispetto a sei anni fa.
GIOVANI E LAVORO
«Nei primi sei mesi dell’anno il numero degli occupati ha registrato una flessione dello 0,3% e sono stati bruciati più di 240 mila posti di lavoro destinati ai giovani» si legge ancora nel Rapporto.
La crisi «ha dato una netta accelerazione ad un processo di invecchiamento già in corso da tempo»: la quota di under 35 al lavoro scende al 26,4% nel 2011 dal 37,8% di dieci anni fa.
MISURE DI EMERGENZA
Oltre a vendere oro, gli italiani cercano di affrontare la crisi anche con altre strategie. Negli ultimi due anni l’85% ha eliminato sprechi ed eccessi, il 73% va a caccia di offerte; il 62,8% ha ridotto gli spostamenti per risparmiare benzina, si vendono meno auto e c’è un boom delle biciclette: ne sono state vendute 3,5 milioni; 2,7 milioni di italiani coltivano ortaggi da consumare ogni giorno.
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Dicembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
SI RITORNA ALGLI ANNI ’90, DIETROFRONT DEL PAESE….DAL 2007 AD OGGI LA RICCHEZZA E’ DIMINUITA DEL 5,8%
La distribuzione della ricchezza «è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione»:
alla fine del 2010 la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco deteneva il 45,9% della ricchezza complessiva.
E’ messo nero su bianco nell’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia.
L’EROSIONE
La crisi continua perciò a erodere la ricchezza netta delle famiglie italiane che nel 2011 ha subito un calo dello 0,7% a prezzi correnti e del 3,4% in termini reali.
Nel dettaglio, alla fine dell’anno scorso il dato aggregato era pari a circa 8.619 miliardi di euro, corrispondenti a poco più di 140 mila euro pro capite e 350 mila euro in media per famiglia, tornando più o meno sui livelli di fine anni Novanta.
L’analisi è contenuta nel Supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia, secondo cui dal 2007, quando la ricchezza raggiunse il suo valore massimo in termini reali, la riduzione è pari al 5,8%. E, secondo stime preliminari, un’ulteriore diminuzione dello 0,5% in termini nominali si è avuta nel primo semestre di quest’anno.
LA RICCHEZZA
Tra la fine del 2010 e la fine del 2011 la ricchezza pro capite è diminuita dell’1% a prezzi correnti e del 3,7% a prezzi costanti.
Sempre a prezzi costanti, la ricchezza netta pro capite nel 2011 è comparabile con i livelli che si registravano nella prima metà del decennio scorso.
La ricchezza media per famiglia ha presentato una dinamica meno favorevole, essendo diminuita nel corso del 2011 dell’1,6% a prezzi correnti e del 4,3% a prezzi costanti.
Il livello di ricchezza per famiglia del 2011 a prezzi costanti è simile a quello della fine degli anni novanta.
Deve essere tuttavia tenuto presente che fra il 1995 e il 2011 il numero di famiglie italiane è cresciuto di quasi 5 milioni di unità , soprattutto a causa della riduzione della dimensione media delle famiglie, passata da 2,9 a 2,5 individui.
Alla fine del 2011 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane ammontava a oltre 5.000 miliardi di euro, corrispondenti in media a oltre 200.000 euro per famiglia.
La ricchezza in abitazioni, a prezzi correnti, è cresciuta tra la fine del 2010 e la fine del 2011 dell’1,3% (65 miliardi di euro).
La crescita è stata molto inferiore al tasso medio annuo del periodo 1995-2010 (5,6%), a causa del rallentamento delle quotazioni sul mercato immobiliare.
In termini reali, la diminuzione della ricchezza in abitazioni rispetto al 2010 è risultata pari all’1,4%.
Secondo i dati dell’Istat, durante la prima metà del 2012 i prezzi degli immobili sono diminuiti dell’1% rispetto alla fine del 2011.
LA DIMINUZIONE
Sulla base di queste e di altre informazioni, Bankitalia ipotizza una contrazione del valore della ricchezza in abitazioni per il primo semestre del 2012 dello 0,7%.
Sempre a fine 2011 le passività finanziarie delle famiglie italiane, pari a 900 miliardi di euro, erano costituite per circa il 42% da mutui per l’acquisto dell’abitazione.
La quota di indebitamento per esigenze di consumo ammontava a circa il 13,6%, le rimanenti forme di prestiti al 20% così come i debiti commerciali e gli altri conti passivi.
Negli ultimi due anni, segnala ancora via Nazionale, è fortemente rallentato il valore dei mutui per l’acquisto dell’abitazione: il loro incremento si è stabilizzato sul 2% annuo contro un valore di circa il 15% annuo del periodo 1995-2009.
Anche il credito al consumo ha fatto registrare una forte decelerazione, dal 20,5% in media annua nel periodo 1995-2009 al 2,1 fra il 2009 e il 2011.
La restante categoria degli altri prestiti ha ristagnato dopo aver registrato una variazione media annua del periodo 1995-2009 del 3%.
La crescita dei debiti commerciali fra il 2009 e il 2011 è inferiore a quella del periodo 1995-2009 (rispettivamente 1,1 e 3,4% annui).
IL CONFRONTO
Eppure le famiglie italiane hanno ancora «un’elevata ricchezza netta», pari, nel 2010, a otto volte il reddito disponibile, contro l’8,2 del Regno Unito, l’8,1 della Francia, il 7,8 del Giappone, il 5,5 del Canada e il 5,3 degli Stati Uniti.
Lo comunica Bankitalia aggiungendo che le famiglie italiane risultano anche «relativamente poco indebitate», con un ammontare dei debiti pari al 71% del reddito disponibile (in Francia e in Germania è di circa il 100%, negli Stati Uniti e in Giappone del 125%, in Canada del 150% e nel Regno Unito del 165%).
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
INOLTRE VI SONO 760.000 TERRENI PER UNA STIMA DI ALTRI 300 MILIARDI
”Una preliminare stima del valore di mercato delle unità immobiliari pubbliche risulta
nell’ordine di 340 miliardi di euro”.
A fare chiarezza sul patrimonio immobiliare che lo Stato italiano ha in pancia e che dovrebbe essere almeno in parte venduto per ridurre il debito, anche se la rivendibilità è tutta da verificare, è il direttore della Direzione finanza e privatizzazioni del dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia, Francesco Parlato, nel corso di un’audizione alla Camera.
I 340 miliardi di euro di stima si ottengono “valutando gli immobili dello Stato sulla base del valore di bilancio, ovvero 55 miliardi circa, e quelli delle altre amministrazioni ai prezzi medi di mercato elaborati dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia del Territorio, circa 285 miliardi”, ha riferito il direttore del Tesoro.
Quanto alla destinazione d’uso, il 70% della superficie è utilizzato per lo svolgimento di attività istituzionali mentre il 47% delle unità immobiliari (percentuale sensibilmente inferiore in termine di superficie) è destinato a uso residenziale, per gran parte detenuto da Comuni, enti previdenziali e Istituti case popolari.
Parlato ha chiarito che “il censimento del patrimonio pubblico è finalizzato alla sua valorizzazione e dismissione per la riduzione del debito pubblico”, sottolineando che “l’Agenzia del Demanio ha individuato circa 350 immobili, del valore di circa 1,2 miliardi, potenzialmente conferibili ad uno o più fondi immobiliari”.
Inoltre il direttore delle direzione finanza e privatizzazioni del Tesoro ha spiegato che “agli immobili si aggiungono 760 mila terreni, per una superficie di 1,3 milioni di ettari e un valore stimato “nell’ordine di 300 miliardi di euro”.
C’è poi il capitolo delle società pubbliche che compongono il quadro della presenza dello Stato nell’economia italiana.
Secondo il direttore della Direzione finanza e privatizzazioni del Tesoro “le amministrazioni pubbliche detengono partecipazioni in circa 7 mila e 300 società , di cui 6 mila dirette. L’80% delle partecipazioni è detenuto dagli enti territoriali”.
Ma lo Stato centrale quante società possiede? Secondo Parlato “il 3% del totale”.
Infine Parlato, ha anche annunciato che “a breve sarà emanato un decreto del ministero dell’Economia per la costituzione della società di gestione del risparmio”, che risale alla manovra estiva del 2011 che era stata varata dal precedente governo. “L’operatività della Sgr — ha aggiunto nel corso dell’audizione alla Camera — sarà avviata prevedibilmente entro il primo semestre del 2013”.
“La dismissione del patrimonio pubblico è un’operazione complessa ma rappresenta uno sforzo imprescindibile per la riduzione del debito pubblico. Operazioni ‘massive’ e indifferenziate di privatizzazione e di vendita di asset pubblici non coincidono con una strategia di massimizzazione e tutela del valore.
Si punta quindi su un meccanismo sostenibile e credibile, basato sulla maggiore conoscenza degli asset — ha concluso — e sul progressivo accesso al mercato grazie all’attivazione di idonei strumenti finanziari”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
E ANNUNCIA: “SOLO IL 10% DEI PARLAMENTARI USCENTI SARA’ RIPRESENTATO”… SE GLI EX AN SE NE ANDASSERO, SI RITORNA A FORZA ITALIA
«Ma a noi che ci importa dello spread? È un imbroglio, un’invenzione» Silvio Berlusconi-choc all’indomani del crollo dei mercati italiani che hanno reagito con un pesante ribasso alle dimissioni di Mario Monti e all’annuncio del ritorno in campo del Cavaliere.
LA UE E MONTI
Durante la Telefonata su Canale Cinque l’ex premier ha risposto con un «neanche per sogno» a chi gli ha chiesto se il suo ritorno in scena preoccupi l’Ue. «Fin quando a rappresentare Italia ero io, ero uno tra i due o tre capi di governo più autorevoli, l’unico che veniva dalla trincea del lavoro. Certo – osserva – mi opponevo alle richieste tedesche come quelle che hanno quasi portato la Grecia alla guerra civile». Per Berlusconi, l’economia italiana «è molto peggiorata» con il governo «germanocentrico» di Mario Monti. «Il Pil è sceso del 2% con questo governo, tutti gli indicatori sono peggiorati».
LA TESI
«Siamo andati avanti da quando c’è l’euro a pagare il 4,3% – ha osservato Berlusconi – la Germania il 3,3%. Poi però la Germania ha deciso di fare una cosa nel suo interesse, ordinando di vendere tutti i titoli del tesoro italiani. A quel punto, i fondi americani e internazionali hanno pensato che se la Germania vende, ci sarà sotto qualcosa e hanno iniziato a vendere anche loro».
«Gli investitori, dunque, per investire nel nostro debito pubblico e in quello dei paesi “cicala” hanno ritenuto di chiedere un premio per il rischio, anche solo teorico, che correvano, chiedendo il 14% alla Grecia, il 7% al Portogallo ed il 6% a noi. La Germania ha approfittato di questo e forte del suo debito sovrano solido ha abbassato i tassi dell’1%. Ma a noi – ha ribadito – cosa importa?»
IL NOME E I SIMBOLI
«Pdl è un bel nome ma non viene mai usato per esteso scegliendo sempre l’acronimo che non suscita emozioni» ha detto poi Berlusconi che ha ventilato il ritorno a FI e ai simboli del ’94.
«Se dovesse accadere che gli ex An dessero vita ad una loro formazione allora cadrebbe il veto a che il Pdl non cambiasse nome, potremmo sottoporre alla nostra Direzione un altro nome, oppure mantenere questo con un simbolo diverso e cioè quello glorioso di Forza Italia usato nel 1994».
LISTE E ALLEANZE
«Abbiamo deciso di presentare un movimento con una forte immissione di forze nuove con un 50% di candidati del mondo delle imprese, del lavoro e delle professioni, un 20% di amministratori locali rieletti e che hanno saputo ben lavorare e un 10% di nuove persone del mondo della cultura, dell’università e dell’arte. Ci sarà infine un 10% dai nostri parlamentari attuali».
Berlusconi ha quindi annunciato un incontro con Roberto Maroni in serata per discutere dell’alleanze con la Lega.
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Dicembre 10th, 2012 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DEI MERCATI ALLE DIMISSIONI DI MONTI E ALLA PUGNALATA ANTI-ITALIANA DI BERLUSCONI NON SI E’ FATTA ATTENDERE
Piazza Affari n profondo rosso. Il Ftse Mib cede il 3% dopo l’annuncio delle dimissioni di Mario Monti.e l’annuncio della nuova
candidatura di Silvio Berlusconi .
Molto più moderato il calo delle altre piazze europee con Parigi e Francoforte che lasciano sul terreno lo 0,4%.
A Milano il Ftse Mib arriva a cedere il 3,1% a 15.210 punti.
Gira in calo anche Mediaset (-1,17%) e viene sospesa dalle contrattazioni Fiat.
Sprofondano le banche con Unicredit in ribasso del 5,59%, Intesa Sanpaolo del 6,4 per cento: Vengono fermate dalle ontrattazioni Finmeccanica (teorico -1,6%) , Mps (teorico -3,56%), Ubi Banca (-2,47%), Bpm (-2,59%).
Vanno male tutte le principali banc
Come da attese la risposta dei mercati alle dimissioni annunciate dal premier Mario Monti non si è dunque fatta attendere.
Lo spread tra Btp decennali e Bund tedeschi equivalenti balza di a quota 360 punti, sulla scia delle incertezze per il dopo Monti in Italia.
Venerdì scorso aveva chiuso a 323 punti.
Il rendimento è al 4,77%.
Lo spread sui Bonos spagnoli avanza da 416 a 436 punti, per un tasso del 5,61%.
L’apertura della Borsa di Milano è prevista in rosso.
Una settimana fa lo spread era sceso sotto la soglia dei 300 punti, toccando i minimi degli ultimi 9 mesi.
Poi la risalita giovedì e venerdì scorso in scia allo strappo del Pdl che ha di fatto staccato in anticipo la spina dell’esecutivo.
I mercati temono che il prossimo Governo non rispetti l’agenda Monti e le sue riforme e, nonostante le elezioni saranno anticipate solo di un mese, a pesare è lo scenario di incertezza politica dell’Italia che si avrà da qui a febbraio.
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Dicembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA AMERICANO SOTTOLINEA I PROGRESSI EUROPEI E AVVERTE: RESTATE FEDELI AL MONTISMO
«È fuor di dubbio che la situazione in Europa sia notevolmente migliorata. Solo sei
mesi fa, alla vigilia del discorso di Draghi con la proclamazione del piano d’interventi della Bce e la rassicurazione che la banca era «pronta a tutto» per salvare l’euro, il tracollo sembrava imminente. I tassi sui bond italiani erano al 6,75%, quello spagnoli al 7,75, tutto sembrava sul punto di crollare ed effettivamente poteva crollare da un momento all’altro. Ora il quadro è completamente diverso». Nouriel Roubini non viene più chiamato «Dr. Doom», dottor sciagura, bensì «Dr. Realism».
E in quest’intervista ci spiega perchè.
Allora, professore, scampato pericolo?
«Beh, intendiamoci. La recessione deve ancora toccare il fondo, il credit crunch è tutto lì, il sentimento sia dei consumatori che delle imprese è ancora basso. Eppure, soprattutto alla luce dei programmi di austerity impostati da molti Paesi a partire da Grecia, Spagna e Italia, si intravede la luce in fondo al tunnel. L’accordo dell’altro giorno per il debito di Atene è stato un passaggio fondamentale, innanzitutto perchè è stata la prova certa, ed è la prima volta che accade, della determinazione tedesca di mantenere unito l’euro. Troppi sarebbero stati per Berlino i rischi di frantumazione della moneta, con danni gravissimi non solo per la perdita di partner commerciali ma anche di sostanziali crediti che sarebbero diventati inesigibili».
Ora quali potrebbero essere i tempi per il completo recupero?
«Sarei molto cauto. È opinione diffusa che la ripresa cominci nella seconda metà del 2013. Secondo me bisognerà attendere i primi mesi del 2014».
Sono tempi ancora lunghi. Cosa si deve fare per accelerarli?
«Qui tocchiamo l’essenza stessa del problema. Tutto dipende dall’Europa, dalla Bce e dalla Germania. Almeno voi in Italia, e probabilmente anche negli altri Paesi in difficoltà , avete fatto buona parte di quanto era nelle vostre possibilità . E’ la Germania, l’unica che può permetterselo, che deve ora impostare programmi di stimolo interni e anche progetti di respiro internazionale che tornino a trainare la domanda. Quanto all’Europa, si deve affrettare il processo di unificazione fiscale e monetaria, compresa la vigilanza bancaria, e quanto alla Bce deve procedere con maggior coraggio sulla strada degli interventi sia ortodossi che atipici. Fra i primi, serve più coraggio sui tassi: ridurli ulteriormente per facilitare la circolazione del denaro e realisticamente abbassare il valore dell’euro rispetto al dollaro a tutto vantaggio delle esportazioni. E fra gli interventi straordinari, spingerei sul quantitave easing nei vari modi. È bastato l’annuncio di una varietà di esso, appunto il riacquisto illimitato dei buoni governativi, perchè si riducessero gli spread e i tassi. E senza che venisse ancora speso un centesimo».
L’Italia è stata la prima beneficiaria dell’annuncio di Draghi. In che misura però contribuisce al rasserenamento il governo Monti?
«In grandissima misura. Anzi, se un motivo di preoccupazione internazionale rimane, è legato al dopo-Monti. Se, chiunque sia il vincitore delle elezioni della prossima primavera, darà l’impressione di restare fedele al «montismo», meglio se con qualche esponente del governo tecnico dentro il futuro esecutivo, a partire dall’attuale premier, tutto diventerà più semplice. Voglio essere più preciso: così come ha esagerato la Germania ad imporre una linea di eccessivo rigore, e ora se ne sta rendendo conto, ha altrettanto calcato troppo la mano il governo italiano. Con il rischio di provocare eccessive sofferenze nella popolazione. Ma ci sono fondate speranze che anch’esso se ne renda conto. Ecco, per il futuro dell’Italia vi auguro un montismo con un tocco di umanità in più».
Se in Europa si vive un momento di tregua, la tempesta potrebbe arrivare dall’America: quali sono secondo lei le possibilità che si scampi il fiscal cliff?
«Diciamo che allo stato delle trattative siamo al 50%. Però, attenzione: circolano voci allarmistiche, tipo 600 miliardi di dollari sottratti all’economia, il 4% del Pil. Sono grossolane esagerazioni. Secondo i nostri calcoli, verrà sottratto al Pil non più dell’1%. Sarebbe poca cose in presenza di una crescita, per dire, del 3,5% quale sarebbe il potenziale. Ma visto che la previsione di crescita non supera il 2-2,5%, come potete vedere il danno esiste, eccome».
Vuol dire che l’economia americana crescerà di appena più dell’1%?
«Bisogna considerare nel calcolo i benefici del quantitativeeasinge di altre agevolazioni che in parte compensano, per cui si potrà arrivare intorno all’1,5%. Non è recessione ma è comunque poco. Soprattutto, coinciderà con l’esperimento di austerity in America, che avrà effetti deprimenti identici a quelli europei. Come si è detto per tutti questi anni per l’Europa, anche in America si è vissuto al di sopra delle possibi-lità , si è rubato Pil al futuro. E ora si paga il conto».
Eugenio Occorsio
(da “la Repubblica“)
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Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
LA RICERCA DELLA CGIA DI MESTRE EVIDENZIA CHE SONO AUMENTATE DEL 303% IN 4 ANNI LE SEGNALAZIONI ANTIRICICLAGGIO
L’economia criminale in Italia vale 170,5 miliardi di euro all’anno.
Una montagna di soldi che oltre essere creata attraverso una serie di attività illegali spesso viene riversata sul mercato, finendo così per inquinarlo e per stravolgerlo.
DENUNCIA
La denuncia viene dalla Cgia di Mestre che da qualche anno esegue un monitoraggio sulla dimensione economica del giro di affari prodotto dalle organizzazioni criminali presenti nel nostro Paese.
«La stima del valore economico prodotto dalle attività criminali – spiega Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia – è il frutto di una nostra elaborazione realizzata su dati della Banca d’Italia. Va ricordato, in base alle definizioni stabilite a livello Ocse, che i dati prodotti dall’Istituto di via Nazionale non includono i reati violenti come l’usura e le estorsioni».
ESCALATION
La conferma dell’escalation del giro d’affari in capo alle organizzazioni criminali, emerge anche dal numero di denunce pervenute in questi ultimi anni all’Unità d’Informazione Finanziaria della Banca d’Italia (UIF).
Si tratta delle segnalazioni di operazioni di riciclaggio sospette eseguite da intermediari finanziari (in primis le banche che ne hanno compiute quasi l’80% del totale), verso la UIF. Ebbene, tra il 2007 ed il 2011 sono aumentate del 303%.
Nel 2011, ultimo dato disponibile, hanno raggiunto la quota record di 48.344.
La Cgia ricorda che una volta ricevuti questi «avvisi», la UIF effettua approfondimenti sulle segnalazioni di operazioni sospette e le trasmette, arricchite dell’analisi finanziaria, al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza (NSPV) e alla Direzione investigativa antimafia (DIA). Solo nel caso le segnalazioni siano ritenute infondate, la UIF le archivia.
(da “il Corriere della Sera“)
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