Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
A CROTONE TASSI MEDI ALL’ 8,21% CONTRO IL 3,91% DI BOLZANO… IN CALO ANCHE LA QUANTITA’ COMPLESSIVA DEI FINANZIAMENTI
Il costo del denaro non è lo stesso in tutta Italia. Una realtà facilmente
sperimentabile e che ora è stata «certificata» da una ricerca della Confartigianato.
Al Sud infatti un prestito può costare fino al doppio che al Nord.
SPREAD
Confartigianato ha calcolato infatti lo spread dei tassi d’interesse legato alla geografia: più penalizzate le aziende del Sud (a Crotone i tassi medi proposti ai piccoli imprenditori svettano all’8,21%, con un aumento di 161 punti base tra giugno 2011 e giugno 2012), rispetto al Nord. A Bolzano i tassi si fermano al 3,91% (+76 punti base annui).
Non va bene neppure agli imprenditori di Vibo Valentia (a pari merito dei crotonesi con tassi d’interesse dell’8,21% ma cresciuti addirittura di 257 punti base in un anno) o di Cosenza, con tassi al 6,97% aumentati di 199 punti base.
All’opposto invece Trento, con un costo del denaro al 4,52% cresciuto di 105 punti base tra il 2011 e il 2012, e anche a Cuneo (4,60%, + 107 punti base in un anno).
A Crotone, quindi il credito per un’impresa è due volte più costoso rispetto a Bolzano, con un divario di 430 punti base.
A conferma di uno spread sempre più elevato tra le diverse aree del nostro Paese.
FINANZIAMENTI
Il rapporto di Confartigianato mette anche in evidenza il calo della quantità di finanziamenti alle imprese, diminuita del 4,5% tra agosto 2011 e agosto 2012.
Le più penalizzate sono le piccole imprese con meno di 20 addetti, i cui finanziamenti si sono ridotti del 4,9%.
A «soffrire» ancora di più il razionamento del credito sono le imprese artigiane: da giugno 2011 a giugno 2012 lo stock dei finanziamenti è diminuito del 7,2% e si attesta a 53,3 miliardi.
A livello regionale, la maggiore flessione di finanziamenti alle imprese tra agosto 2011 e agosto 2012 si è verificata in Sardegna (-10,8%), Molise (-7,7%) e Calabria (-71,%).
MAGLIA NERA
Se il credito cala, i tassi di interesse sono sempre più alti.
A settembre 2012 il tasso medio alle imprese applicato in Italia si è attestato al 3,46%, ma sale al 4,42% per i prestiti fino a 1 milione di euro e arriva al 4,86% per i prestiti fino a 250.000 euro.
Con questi valori, l’Italia è al primo posto per i più alti tassi d’interesse sui finanziamenti registrati nell’area Euro a 17, dove la media dei tassi si ferma al 2,56%, con uno spread di 80 punti base tra il nostro Paese e la media Ue.
Siamo maglia nera in Europa anche per il maggiore rialzo dei tassi: 28 punti base in più tra aprile 2011 e settembre 2012.
Nello stesso periodo, invece, nel resto d’Europa il denaro è diventato meno costoso: i tassi d’interesse sono infatti diminuiti in media di 56 punti base, e addirittura in Germania il calo è stato di 95 punti base.
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PRESTITI CON IL CONTAGOCCE… IL RIMBORSO DEI CREDITI DALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NON FUNZIONA
Nel mondo della piccola impresa c’è molta preoccupazione per i mesi a venire, quelli che ci porteranno alle elezioni politiche.
I pessimisti sostengono addirittura che tante aziende abbasseranno le saracinesche per le feste di Natale e non le solleveranno più passato il Capodanno
I motivi sono lampanti e il presidente della Cna, Ivan Malavasi, li ha elencati impietosamente nei giorni scorsi all’assemblea della sua organizzazione.
Il mercato interno è stagnante, il credito arriva con il contagocce (7 punti in meno in un anno) e costa il 2% in più dei Paesi Ue, la procedura messa a punto per i pagamenti pregressi è quanto meno farraginosa, la tassazione è a livelli record (secondo Malavasi al 68,5%).
C’è da aggiungere che nel frattempo la forza di pressione delle associazioni di rappresentanza si è stemperata.
La Confindustria, che comunque resta la casa della grande impresa, stenta a ritrovare il passo, Rete imprese Italia è stata colpita da una preoccupante amnesia e le assemblee che si tengono di questi tempi appaiono dei puri riti organizzativi
Va detto che non tutti i settori stanno subendo la recessione con la stessa intensità , l’edilizia e l’arredamento sembrano i più colpiti, l’indotto di auto/siderurgia/elettrodomestici risente della crisi in cui si dibattono le grandi aziende, l’alimentare invece dà tutto sommato segni di maggiore vivacità . Il tutto è in linea con l’evoluzione dei consumi, l’acquisto di beni durevoli viene rinviato sine die e invece i tagli alla tavola sono tutto sommato contenuti.
Per evitare la decimazione delle piccole aziende ci vorrebbe un cambio di passo.
Partiamo dal credito.
«Il rubinetto bancario tutt’al più sgocciola – racconta “Mister Pmi” Giuseppe Tripoli, il garante della piccola e media impresa –. La domanda di finanziamento resta elevata ma per le esigenze a breve, per avere il circolante in azienda. Non si è ripristinato un flusso continuo di denaro dalle banche alle Pmi».
È vero che qua e là ci sono campagne pubblicitarie degli istituti di credito in cui viene sbandierata la vicinanza ai Piccoli, nei fatti e nei territori però queste buone intenzioni non arrivano.
«La stessa evoluzione della cultura bancaria sul merito di credito procede troppo lentamente, le suggestioni sulla premialità di rating sono rimaste sulla carta e le potenzialità di una nuova relazione banca-impresa che sappia creare valore aggiunto sono anch’esse rimandate a tempi migliori» aggiunge Tripoli.
Eppure non c’è alternativa.
Il guaio è che non si capisce chi dovrebbe prendere l’iniziativa.
Il governo non sembra avere il monitoraggio del credito alle imprese come missione, le banche hanno altre priorità , le associazioni di rappresentanza non paiono attrezzate.
E così anche la novità di poter emettere mini-bond da collocare presso i risparmiatori rischia di passare in cavalleria e non incontrare l’attenzione necessaria.
Intanto il sistema dei Confidi, i consorzi di garanzia auto-organizzati, è precipitato in una situazione di estrema difficoltà .
Si avverte il bisogno di avviare un percorso di aggregazione e di rivedere le norme che ne regolano la patrimonializzazione magari coinvolgendo le Fondazioni bancarie, ma tutto ciò può avvenire solo con un salto di qualità nei controlli e sottoponendo i Confidi alla vigilanza della Banca d’Italia.
Veniamo ai pagamenti.
Ed è sempre Tripoli che fa il punto: «Il meccanismo messo in piedi per rimborsare i debiti pregressi delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle Pmi va a rilento. Manca sempre qualcosa».
È stato predisposto il formulario per la certificazione dei crediti ma una volta non c’è la piattaforma online e un’altra l’autorizzazione all’intervento del Fondo di garanzia e così le banche hanno buon gioco a mostrare il braccino corto quando si tratta di scontare quei crediti e anticipare contante agli imprenditori.
È vero che da gennaio scatterà la direttiva che obbliga a pagare dentro i tempi europei (60 giorni) ma la battaglia per recuperare il pregresso è quasi un corpo a corpo.
E anche in questo caso si sconta una lentezza delle associazioni che dovrebbero assistere sul territorio il processo di rimborso e invece non riescono a farlo.
Sul tema delle aggregazioni il ritardo è altrettanto grave.
Sono all’incirca 2.500 le aziende che sono entrate a far parte delle reti di impresa ma il numero è esiguo ed è dovuto per lo più all’iniziativa della task force della Confindustria.
Gli artigiani dovrebbero partire anche loro ora che è stata riconosciuta alle reti la soggettività giuridica.
Nel frattempo qua e là nei territori si cominciano a registrare acquisizioni e di recente un big dell’alimentare, Alberto Bauli, è intervenuto per chiedere al governo di rivedere il regime fiscale che regola le fusioni. La verità è che un’impostazione che lascia le aggregazioni solo all’iniziativa dal basso si è rivelata riduttiva e sfasata in termini temporali.
Le novità che lasciano più il segno sono le riorganizzazioni delle filiere da parte delle grandi aziende.
Nell’abbigliamento e in genere nel lusso questi processi sono andati avanti e in molti casi, tra cui Prada, hanno sicuramente rafforzato le Pmi.
Dall’indotto vecchia maniera si è passati a una partnership duratura e regolata dalle leggi di mercato.
In qualche caso i rapporti commerciali sono stati innervati con nuovi investimenti, progetti di e-commerce e politiche di formazione.
Senza diminuire la pressione sul fronte delle reti forse bisogna ripartire da qui e settore per settore rafforzare le filiere.
Un ruolo può svolgerlo anche una grande distribuzione che non fosse interessata solo a comprimere i prezzi.
Come si è visto, l’azione soggettiva delle forze di rappresentanza potrebbe far molto per invertire l’inerzia ma il «cambio di passo» stenta a farsi largo prima di tutto nelle teste dei gruppi dirigenti. Il rischio di stare con le mani in mano ad aspettare le elezioni è concreto, condito magari dall’illusione di strappare un sottosegretariato.
Racconta Tripoli: «Le associazioni sono attratte in questo momento più dalla riorganizzazione del potere verticale che dalla cura orizzontale delle imprese, dovrebbero aiutarle a mettersi in rete, a trovare i manager giusti, ad affrontare i problemi finanziari e bancari. In qualche caso o in qualche provincia, dove ci sono le persone giuste, avviene».
Ma più spesso si finisce per dar vita a una convegnistica minore in cui la gerarchia delle priorità sfugge.
Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
L’AGENZIA DELLE ENTRATE: “INCONGRUENZE DEI REDDITI DICHIARATI NEL 20% DEI CASI”…IRREGOLARITA’ MAGGIORI PER IMPRESE E LAVORO AUTONOMO… PRESENTATO IL NUOVO REDDITOMETRO
Dichiarazioni dei redditi incoerenti in oltre il 20 per cento dei casi. 
Lo comunica il direttore delle Entrate Attilio Befera: “da una simulazione sull’intera platea delle famiglie, oltre 4,3 milioni (circa il 20%)” delle dichiarazioni dei redditi “risultano non coerenti”, dice.
In particolare “tra le diverse categorie di reddito il tasso di irregolarità è maggiore nel reddito di impresa e nel reddito di lavoro autonomo”.
I dati sono stati comunicati durante la conferenza stampa di presentazione dei criteri del nuovo accertamento sintetico – il nuovo redditometro – che è già pronto e in attesa di approvazione del decreto ministeriale.
“A gennaio sarà utilizzabile”, ha aggiunto Befera, dicendo che verrà utilizzato “con la massima cautela e soltanto per differenze eclatanti” tra le spese e i redditi dichiarati.
“Il metodo – spiega l’Agenzia delle Entrate – ha evidenziato altresì fenomeni riconducibili a locazioni omesse, o parzialmente dichiarate, nonchè a redditi in nero di lavoratori dipendenti.
Il nuovo strumento dà però la possibilità al contribuente di dare spiegazioni.
La non coerenza non è automaticamente rappresentativa di un evasione. Il contraddittorio infatti potrebbe portare la non coerenza a coerenza oppure ridimensionare l’incoerenza”.
Inoltre, “il nuovo accertamento sintetico rende obbligatorio il dialogo con il contribuente mediante il contraddittorio”.
Da oggi è disponibile online il “redditest” il software messo a punto dall’Agenzia delle Entrate per verificare la coerenza tra reddito familiare e spese sostenute.
E’ possibile scaricarlo dal sito dell’agenzia sul proprio pc senza lasciare alcuna traccia sul web: “Un prodotto informatico di ausilio all’autodiagnosi per i contribuenti” dice l’Agenzia delle Entrate secondo cui “serve ad orientare circa la coerenza del proprio reddito familiare rispetto alle spese sostenute nell’anno”.
Una volta compilato, il redditest mostrerà una sorta di semaforo: la luce verde darà un messaggio di coerenza, mentre il semaforo rosso segnalerà l’incoerenza tra reddito familiare dichiarato e spese sostenute.
Per dare inizio al test occorre indicare la composizione della famiglia, il Comune di residenza e vanno poi inserite le spese più significative sostenute dal nucleo familiare durante l’anno.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
E’ IN DIFFICOLTA’ UN QUINTO DELLA POPOLAZIONE
Gli individui che vivono in famiglie caratterizzate da deprivazione materiale sono aumentati di oltre 6 punti percentuali tra il 2010 e il 2011, coinvolgendo più di un quinto della popolazione (22,2%).
Al loro interno, quelli che si trovano in condizione di deprivazione grave quasi raddoppiano, arrivando all’11,1%.
Si tratta di persone che vivono in famiglia in cui si sperimentano rispettivamente almeno tre e più di tre limitazioni che intaccano seriamente il tenore di vita: non essere in grado di affrontare una spesa imprevista di 800 euro (una condizione che riguarda ormai il 38,4% della popolazione); non avere i mezzi per consumare un pasto adeguato almeno ogni due giorni; non potersi permettere di riscaldare adeguatamente l’abitazione; fare fatica a pagare il mutuo, le bollette o altri debiti.
Di più, una quota consistente di chi nel 2011 presentava tre, ed anche più, forme di deprivazione nell’anno precedente non ne aveva sperimentata nessuna, o solo una-due.
È un fenomeno che non riguarda solo chi si trova nel quintile più povero, ma anche chi si trova nel secondo o terzo quintile, quello che chiameremmo del ceto medio. Questa fotografia di forte peggioramento delle condizioni di vita materiale degli italiani emerge dalla indagine Istat che è parte dell’indagine europea Eu-Silc sulle condizioni socio-economiche della popolazione
Ci si era illusi che la capacità di risparmio delle famiglie, unita al fatto che la disoccupazione riguarda prevalentemente i giovani che spesso vivono ancora con i genitori, avrebbe continuato a funzionare come ammortizzatore sociale. In effetti, i dati per il periodo 2008-2010, dopo il peggioramento avvenuto all’inizio della crisi, tra il 2007 e il 2008, sembravano dare fondamento empirico a questa illusione. Il tenore di vita sembrava essersi stabilizzato e così l’incidenza della deprivazione materiale tra individui e famiglie.
Ma era solo un fenomeno temporaneo.
A fronte di una riduzione di reddito, per il venire meno dei redditi dei figli o per l’entrata in cassa integrazione del percettore principale di reddito, le famiglie hanno solo parzialmente ridotto il tenore di vita, riducendo invece i risparmi, quando non intaccandoli.
Con il perdurare e l’aggravarsi della crisi, cui si è aggiunto anche l’aumento della imposizione fiscale, in particolare sull’abitazione, mentre venivano ridotti anche i servizi, le famiglie e gli individui con redditi più modesti si sono trovate senza cuscinetto di riserva.
I dati recenti sulla riduzione della propensione al risparmio ne sono una conferma. Queste famiglie hanno dovuto incominciare ad intaccare sostanzialmente i consumi.
A fronte di questo forte peggioramento delle condizioni materiali per una parte rilevante della popolazione, sembra che l’unica cosa che tenga, che dia soddisfazione, e su cui ci si può azzardare ad avere fiducia, siano le relazioni famigliari e amicali più strette.
Al di fuori di queste sembra ci sia il vuoto. La “fiducia negli altri”, già poco diffusa in Italia, è ulteriormente diminuita nel 2012.
Possiamo stupirci, allora, se gli italiani sembrano ondeggiare tra le tentazioni populistiche, il ribellismo rabbioso e la ritirata nella vita privata di cui l’astensionismo è il segnale più vistoso?
Perchè il paese possa riprendersi non basta l’austerità , che anzi, se è cieca, rischia di rafforzare disaffezione e ribellismo.
Tanto meno aiuta una politica implosa su se stessa, dove nessuno sembra capace di indicare una strada che consenta di sopravvivere senza cadere nè nel baratro del debito, nè in quello della distruzione di capitale umano e sociale.
Pensare solo al primo senza considerare i secondi, non produce solo disperazione e aggrava le ingiustizie. Mette anche a rischio la coesione sociale.
Chiara Saraceno
(da “la Repubblica“)
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Novembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
NIENTE IRAP PER LE MICRO IMPRESE… IL GOVERNO STANZIA 6,5 MILIARDI DI SCONTI IN TRE ANNI
Cambia ancora l’impianto della legge di Stabilità , con l’emendamento in materia fiscale depositato
martedì in commissione Bilancio: tra maggiori detrazioni sui carichi familiari, riduzione dell’Irap e aumento delle risorse per la produttività , governo e maggioranza vogliono destinare a famiglie e imprese quasi 1 miliardo nel 2013, circa 3 miliardi nel 2014 e 2,5 miliardi dal 2015.
CANCELLATO INCREMENTO IVA
In attesa della votazione in Commissione Bilancio, prevista per la giornata di mercoledì, la proposta di modifica cancella l’incremento dell’Iva dal 10% all’11% a partire dal primo luglio 2013.
Viene eliminata la riduzione delle due aliquote più basse dell’Irpef, e le risorse vengono destinate alle famiglie, attraverso l’abolizione dei tetti e delle franchigie per le detrazioni familiari, inizialmente prevista dal decreto del governo.
In particolare, delle risorse liberate con la modifica della norma che riguarda l’imposta sui redditi, un miliardo sarà destinato nel 2013 per la riduzione dei carichi di famiglia.
PER I FIGLI SOTTO I TRE ANNI
L’emendamento rivede le detrazioni per i figli a carico, che passano da 800 a 980 euro. In caso di figli con meno di tre anni l’agevolazione passa da 900 a 1.080 euro.
Anche per le deduzioni a valere sulla base imponibile Irap l’emendamento non modifica le norme vigenti, limitandosi ad aumentare le soglie previste dalla legge istitutiva dell’Irap: a seconda dei casi le detrazioni salgono da 4.600 e 7.500 euro e da 9.200 a 15mila euro.
ESENZIONE IRAP E AGEVOLAZIONI
Per quanto riguarda le imprese le buone notizie arrivano nel 2014.
L’emendamento prevede un fondo da 540 milioni (248 nel 2014, 292 nel 2015) per garantire l’esenzione dell’Irap alle micro imprese.
Per le altre imprese salgono le deduzioni forfettarie per le assunzioni a tempo indeterminato (che salgono a 7.500 euro) e per le assunzioni di donne e giovani sotto i 35 anni con sgravi che arrivano a 13.500 euro.
Nel Mezzogiorno le agevolazioni fiscali arrivano invece a 15mila euro, e per gli under 35 fino a 21mila euro.
Poi via libera alla tutela di altri 10.130 esodati: con l’emendamento dei relatori al ddl stabilità , approvato in commissione Bilancio alla Camera, si allarga la platea dei salvaguardati tra coloro che sono rimasti senza lavoro e senza pensione.
PROSSIME TAPPE
Il voto finale è previsto per il 22 novembre intanto è prevista l’ audizione in commissione Finanze del Senato per Grilli che martedì, al termine dell’Ecofin, ha definito permanentemente in ordine da qui fino al 2014 i conti pubblici italiani, negando la necessità di nuove manovre per mantenere il bilancio strutturalmente in pareggio dopo l’anno prossimo, come invece suggerivano le ultime stime della Commissione europea.
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
BERLINO PUNTA A INCASSARE DUE MILIONI DI EURO
Francia e Svizzera ce l’hanno da sempre. La Spagna l’ha resuscitata per far fronte alla crisi.
La Germania l’ha dismessa nel 1997, ma alcune forze politiche vorrebbero rimetterla in pista, come accade anche in Austria.
La Gran Bretagna non l’ha mai avuta: e ora ci pensa.
La patrimoniale è tornata di gran moda e fa capolino nei dibattiti politici di molti Paesi europei. L’accenno («nessun annuncio», ha precisato il premier) fatto ieri da Mario Monti a una tassa sul valore complessivo della ricchezza posseduta dagli italiani si inserisce quindi in un filone internazionale assai prolifico.
In realtà l’Italia – che non figura tra gli Stati titolari di una vera e propria patrimoniale sistematica – ha adottato per il momento uno «spezzatino» di genere.
Nell’ultimo anno, infatti, oltre all’Imu (la patrimoniale sugli immobili che ha sostituito l’Ici), è arrivata anche la «patrimonialina» sui rendiconti degli investimenti finanziari, pari allo 0,1% nel 2012 e allo 0,15% a partire dal 2013, con un minimo di 34,2 euro.
Ma come sono quelle degli altri?
Nell’euro brilla il caso francese. Con un nome che sembra uscito da un romanzo di Honorè de Balzac, impà’t de solidarietè sur la fortune, si chiede di più ai contribuenti benestanti con beni mobili e immobili da 1,3 milioni di euro in su.
Nell’imponibile case, investimenti, polizze sulla vita, barche, aerei da turismo, cavalli da corsa e gioielli, non le opere d’arte e i beni produttivi.
L’imposta, introdotta nel 1981 da Franà§ois Mitterrand e addolcita da Nicolas Sarkozy, è stata appena rinvigorita da Franà§ois Hollande, con un’aliquota dello 0,55% per i possedimenti compresi tra 1,3 e 3 milioni di euro e dell’1,8% per chi va oltre i 3 milioni.
Nel 2011 ha messo nelle casse del Fisco 4,4 miliardi di euro.
Ora, se il piano di Hollande funziona, dovrebbe rendere di più.
L’applicazione è complessa e prevede delle franchigie per chi supera di poco le soglie minime che fanno scattare le diverse aliquote.
Di un meccanismo simile si è discusso negli ultimi mesi anche sul tavolo politico della Germania. Alcuni deputati della Spd (il partito social democratico tedesco) vorrebbero reintrodurre dal 2014 la tassazione sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, con un’aliquota dell’1%.
Anche in questo caso ci sarebbero delle franchigie per rendere meno duro l’impatto della tassa. «Per i tedeschi si tratterebbe di un revival – spiega Giuseppe Corasaniti, professore associato di diritto tributario nell’Università di Brescia – .
La patrimoniale, Vermà¶gensteuer, che colpiva immobili e attività finanziarie fu infatti bocciata dalla Corte costituzionale tedesca nel giugno del 1995».
In seguito allo stop, dovuto alla disparità di trattamento nella valutazione di beni immobili, più favorevole rispetto alle attività finanziarie ai fini della determinazione dell’imponibile, l’imposta non fu più prelevata a decorrere dal 1997.
Nel piano della Spd si tasserebbero si persone fisiche che società , con una previsione di gettito pari a 11,5 miliardi, l’1,8% del Pil tedesco.
Anche gli svizzeri e i norvegesi pagano una patrimoniale sulla ricchezza: nella Confederazione ogni cantone decide aliquote e franchigie.
In Norvegia si paga a partire da 700 mila corone (circa 100 mila euro): una tassazione ad ampio raggio rispetto al modello francese, giustificata dal fatto che il prelievo sui redditi è piuttosto basso (28%).
«Tra gli Stati che hanno provvisoriamente stabilito una patrimoniale per fra fronte alla crisi del debito c’è la Spagna», spiega uno studio a cura dello studio associato Bernoni di Milano.
Si versa oltre i 700 mila euro con aliquote comprese tra lo 0,2% e il 2,5%.
A mitigare il tutto, un’esenzione sul valore della prima casa.
Giuditta Marvelli
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
SI PREVEDE UNA CRESCITA ANNUA TRA IL 13% E IL 18%… PASSERA’ DA UN VALORE DI 31 MILIARDI NEL 2010 A 59 MILIARDI NEL 2015
Il contributo che il web fornirà all’economia dell’Italia nel 2015 oscillerà tra il 3,3% e il 4,3% del Pil, e la cosiddetta ‘internet economy’ registrerà una crescita annua tra il 13% e il 18%, raggiungendo un valore di 59 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 31 miliardi del 2010.
Lo ha detto da Giorgia Albetino, responsabile relazioni istituzionali di Google, in occasione di un’intesa siglata con Regione Toscana e Cna, dedicata alla formazione dei giovani e digitalizzazione delle Pmi.
Albetino ha illustrato alcuni dati di una ricerca intitolata ‘Fattore Internet’, realizzata dal Boston Counsulting group in collaborazione con il gigante di Mountain View. L’analisi dimostra, ha ricordato Albetino, che le imprese attive sul web fatturano, assumono ed esportano di più e sono più produttive di quelle che su internet non sono presenti.
Negli ultimi tre anni “le Pmi attive su internet hanno infatti registrato una crescita medi dell’1,2% dei ricavi, rispetto a un calo del 4,5% di quelle ‘offline’, e un’incidenza di vendite all’estero del 15% rispetto al 4% di quelle non presenti in rete”.
Secondo lo studio inoltre, in un ipotetico paese medio, l’aumento della difffusione di internet del 10%, comporta un aumento dell’occupazione dello 0,44% e dell’1,47% per quella giovanile.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
RESTA DIFFICILE TRASFERIRE GLI STATALI IN ALTRI UFFICI O FARGLI CAMBIARE SETTORE
Per chi governa è da sempre la sfida più difficile: far cambiare di scrivania un dipendente
pubblico.
Gli ultimissimi dati parlano chiaro.
Secondo l’Aran, Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, nel 2010 la «mobilità » tra settori del pubblico impiego ha coinvolto appena lo 0,1% del personale; quella «intracomparto», cioè tra uffici dello stesso settore, l’1%.
Per farla breve: nel 2010 solo in un caso su mille c’è stato lo spostamento di un dipendente da un ente all’altro, solo in un caso su cento l’amministrazione ha ordinato il cambio di ufficio.
«C’è una sostanziale impermeabilità dei dipendenti fra i vari comparti», commenta l’Aran. E figurarsi ora che il governo Monti vorrebbe spostare di sede migliaia di dipendenti delle prefetture, dei piccoli tribunali, degli uffici periferici dello Stato. Viste le premesse, si annuncia una sfida titanica.
Gli esperti dell’Aran sono sconfortati. «E’ difficile non vedere il completamento professionale che si potrebbe ottenere se a una esperienza lavorativa in una amministrazione locale seguisse, ad esempio, quella in una amministrazione centrale e viceversa».
Belle parole.
La realtà è diametralmente opposta.
Il dipendente pubblico ci tiene moltissimo alla sua routine.
In tutto il 2010, la mobilità intracomparto ha riguardato 33.944 lavoratori (l’1%) mentre quella extra comparto ha registrato solo 1.840 persone in entrata e 2.273 in uscita (circa lo 0,1%).
A dare vivacità – si fa per dire – a questa mobilità ha peraltro contribuito in grandissima parte la corsa alla Presidenza del Consiglio con 192 entrate e 5 uscite. Grazie anche – nota maliziosamente l’Aran – alle retribuzioni più alte della media: oltre 53.000 euro annui contro i 34.000 della media.
Un po’ più usata è la mobilità temporanea (comandi e distacchi), sempre con la presidenza del Consiglio dei ministri al top delle richieste, (1.645 comandati o distaccati a fronte di appena 75 usciti).
Ma questa è una mobilità che fa avvicinare ai gangli del potere e quindi bene accetta.
Questi i numeri della sostanziale immobilità dei dipendenti pubblici, dunque.
Pure a fronte di una legge esistente da 11 anni che dà la possibilità di ricollocare il personale in esubero (e in caso di esito negativo di questi tentativi, può sfociare nella messa in mobilità fino all’eventuale cessazione del rapporto di lavoro).
Ora, però, il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi ha annunciato che questo tipo di mobilità potrà essere utilizzata nell’applicazione della spending review anche se come «ultimo strumento».
Ed è semplice fare qualche numero: l’accorpamento di una trentina di province dovrebbe comportare la mobilità di circa tremila dipendenti.
Verranno coinvolti sia i dipendenti delle Province accorpate, sia quelli del ministero dell’Interno, sia chi lavora in altri uffici ministeriali.
Bisognerà attendere la metà di gennaio 2013 per saperne di più, quando sarà pronto il documento della Presidenza del Consiglio finalizzato a rideterminare quali e come saranno «gli enti territoriali del governo sul territorio».
La riorganizzazione coinvolgerà Province, ma anche Prefetture, Questure, Motorizzazioni civili, Capitanerie di porto, sovrintendenze dei Beni culturali, i provveditorati alle opere pubbliche, gli uffici scolastici e i presidi provinciali del controllo sul territorio.
Una trentina di enti in tutto.
Il provvedimento di ridisegno della geografia giudiziaria, a sua volta, comporta la chiusura di circa mille sedi giudiziarie, piccole o piccolissime, con accentramento del personale nelle sedi maggiori.
Il ministero della Giustizia stimava di trasferire 2454 tra magistrati ordinari e onorari e 7603 unità del personale amministrativo.
Il solo annuncio di questi spostamenti sta scatenando proteste furibonde e innumerevoli ricorsi.
Non è dunque un caso se un ministro, protetto dall’anonimato, ammetta che per sbloccare le trattative con i sindacati «occorreranno un po’ di risorse», riconoscendo che una «mobilità a costo zero», con le attuali garanzie sindacali, «è pressochè impossibile».
Francesco Grignetti
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Novembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
ALLA FINE DELL’ANNO LA PARTE VARIABILE DELLO STIPENDIO DI CHI LAVORA NELLE BIG BANK USA CRESCERA’ DEL 10%
Mentre il mondo reale sta ancora facendo i conti con gli effetti di una crisi nata nelle sale operative della finanza, i banchieri di Wall Street tornano a incassare bonus in crescita.
Secondo i calcoli della Johnson Associates, una società di consulenza specializzata in piani retributivi, infatti, a fine 2012 la parte variabile dello stipendio di chi lavora nelle big bank americane crescerà del 10 per cento.
La ricerca è stata effettuata prendendo in considerazione i dati forniti da dieci società di asset management, otto grandi banche e oltre una dozzina di istituzioni finanziarie. L’aumento delle retribuzioni segue un modesto miglioramento dell’attività bancaria. “Anche nel campo delle retribuzioni stiamo assistendo a una ripresa lenta, proprio come sta accadendo nell’economia — spiega Alan Johnson, managing director della Johnson Associates — Nel 2011 i bonus avevano subito un taglio del 30%”.
E anche negli anni precedenti si era assistito a una riduzione, anche se non così ampia come l’anno scorso.
Nonostante l’aumento dei bonus di quest’anno le banche non sembrano aver abbandonato le loro politiche di austerity.
Molte di loro continuano a varare piani di ristrutturazione; l’ultima in ordine di tempo è stata la svizzera Ubs che ha annunciato 10mila licenziamenti, pari al 15% del suo organico.
I tagli colpiranno soprattutto la divisione dell’investment banking. E non è un caso che lo studio della Johnson Associates riveli che i banchieri d’investimento, un tempo i più pagati, non avranno alcun aumento dei bonus.
Anzi probabilmente subiranno un ulteriore taglio del 10%.
Andrà decisamente meglio ai trader del reddito fisso (+10-20%), che erano stati però i più penalizzati nel 2011.
Nell’asset management e nelle banche commerciali i bonus dovrebbero invece rimanere stabili.
Mentre nel campo degli hedge fund e del private equity la crescita dei bonus sarà nell’ordine del 5%. I top manager, infine, dovranno “accontentarsi” di percepire la stessa cifra dell’anno scorso.
Per il numero uno di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, questo significa uno stipendio da 12 milioni di dollari.
“Se paragonate agli stipendi della gente comune, queste cifre sono enormi — conclude Alan Johnson — ma se confrontate con quanto percepivano i banchieri nel 2006 e nel 2007 sono molto basse; Blankfein, per esempio, nel 2007 ha percepito 68,5 miliardi”.
Nonostante la crisi del settore finanziario non sia ancora del tutto superata, le cifre in ballo restano comunque molto alte.
Dall’inizio dell’anno Goldman Sachs, Morgan Stanley, JPMorgan Chase, Bank of America e Citigroup hanno accantonato 92,49 miliardi di dollari per retribuire a fine anno i propri dipendenti, una cifra in leggero calo rispetto ai 92,81 miliardi dello stesso periodo del 2011.
Giorgio Faunieri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia | Commenta »