Novembre 12th, 2012 Riccardo Fucile
“I RICCHI DEVONO FARE LA LORO PARTE O RASSEGNARSI A ESSERE SPAZZATI VIA, CHI HA PATRIMONI IMMENSI DEVE PAGARE SENZA FIATARE”
Scusate se vi costringo ad attendere per qualche riga, fate questo gioco con me. 
Vi dirò solo alla fine, quale candidato alle primarie si sta facendo portatore di proposte rivoluzionarie ed eversive come questa: «I ricchi, ma quelli veri, devono fare la loro parte, o rassegnarsi ad essere spazzati via».
Oppure: «Chi ha soldi, e parlo di patrimoni immensi, che in Italia superano i 10 milioni di euro, deve pagare, o fare la fine dell ‘aristrocrazia francese del 1789». Cioè?
Sorriso: «La ghigliottina».
Oppure: «Chi dispone di queste ricchezze deve pagare senza fiatare, come minino gesto di responsabilità o decenza».
Ma anche: «A questa operazione bisogna sommare l’annessione al bilancio dello Stato di quelli di tutte le fondazioni bancarie».
Non solo: «Per abbattere il debito, a questi soldi vanno aggiunte tutte le riserve auree della Banca d’Italia, che ora non servono più perchè il controvalore è garantito dalla Bce».
Conclusione: «Dai patrimoni immobiliari privati bisogna cavare fuori 350 miliardi di euro. Dalle fondazioni altrettanti. Dalla Banca d’Italia poco meno: totale un milione di miliardi. Bisogna usare questi soldi subito per abbattere le tasse sui redditi medio-alti e riavviare i consumi».
Domanda: chi è l’autore di questa proposta?
Un capo bolscevico?
Bersani? Vendola? Renzi?
Macchè : si chiama Giampiero Samorì, ed è il milionario che sta sfidando Alfano per la guida del Pdl.
Perchè solo i ricchi, in Italia, riescono a vincere la soggezione dei leader di sinistra verso la ricchezza?
Luca Telese
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Novembre 12th, 2012 Riccardo Fucile
“PRIMA DI TAGLIARE IL WELFARE COLPIRE I SETTORI IMPRODUTTIVI”… DOPO IL CRAC DEL 2001 RIFIUTO’ I DIKTAT DEL FMI: “BLOCCAMMO GLI SFRATTI PER NON MANDARE SOTTO I PONTI MIGLIAIA DI PERSONE”
“Attenzione, se continuate a fare quello che vi chiede la Germania rischiate di fare la fine della Grecia”. Roberto Lavagna è l’economista che traghettò l’Argentina fuori dalla drammatica crisi esplosa nel Natale del 2001.
Fu lui a governare l’emergenza.
Nominato ministro dell’economia subito dopo il tracollo di Buenos Aires — con il Pil precipitato del 20%, i conti correnti congelati dalle banche e buona parte della classe media finita a rovistare nei cassonetti della spazzatura — riuscì a risollevare le sorti di un Paese dato ormai per spacciato, applicando ricette economiche finalizzate innanzitutto a restituire potere d’acquisto alla popolazione.
“El ministro milagro” lo chiamano (anche i nemici) a Buenos Aires.
Ora dice di noi: “Tagliare il welfare non vi farà uscire dalla crisi, o andate a disturbare settori improduttivi e prendete i soldi da lì, o vi ritroverete come Atene”.
Quali settori improduttivi?
Voi non potete giocare con la svalutazione della moneta come facemmo noi nel 2002 in Argentina perchè avete l’euro e fate bene a tenervelo caro.
Però potete decidere di avere il coraggio di intervenire con tagli molto precisi e molto decisi nei settori meno legati alla crescita.
Penso per esempio alle spese per la Difesa. Solo quando c’è potere di acquisto c’è aumento della domanda e come si esce dalla recessione se non si pensa ad aumentare la domanda di beni e servizi da parte della popolazione?
Quale senso economico ha distruggere il welfare state per tutelare gli interessi di settori di potere che non producono ricchezza?
Pensare che uscirete dalla crisi attuando le politiche che vi raccomanda la troika è un errore gravissimo. Credere che si recupera competitività riducendo il potere di acquisto della popolazione è folle. Vi va male? Se seguite quelle ricette vi andrà peggio.
Quali delle richieste della Banca centrale europea, dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale non la convincono?
Finora mi pare che l’unica cosa concreta fatta in Europa sia stata il salvataggio delle banche. Guardate la Grecia. Lì c’è stato un drastico intervento europeo. Eppure Atene va verso un 2013 con il Pil precipitato, gli indici di disoccupazione e di povertà vanno peggio di come andavano prima del drastico intervento europeo.
Perchè non viene messa in discussione l’efficacia dell’intervento?
Si chiede al governo greco invece di aumentare la politica delle lacrime e sangue.
Cosa ha salvato lì il piano di salvataggio europeo? Ha salvato l’esposizione di alcune banche. L’esposizione delle banche in Grecia è diminuita del 60%. E’ l’unica cosa che è stata fatta.
Si è privilegiato il salvataggio di quel settore. Si è fatta una scelta specifica, si è salvato l’interesse di un particolare settore di potere.
Era possibile non farlo?
Con la quantità di soldi che si è spesa si poteva salvare parte dell’economia al collasso.
Ma guardate quanto si è speso per salvare le banche dei Là¤nder tedeschi che stavano messe male tanto quanto le Caixas spagnole.
Perchè si parla tanto dei buchi delle Caixas spagnole e non di quelli enormi delle banche dei Là¤nder tedeschi ripianati dalla signora Merkel? Mistero.
Che cosa contesta esattamente alla gestione tedesca della crisi europea?
L’egoismo e la miopia. La sintesi della situazione europea l’ha fatta Helmut Kohl quando ha detto: ‘Finora si trattava di europeizzare la Germania, ora si sta tentando di germanizzare l’Europa’. Che voi seguiate la strada indicata dalla Germania conviene alla Germania, non a voi.
Ma davvero crede che il welfare così come l’abbiamo conosciuto finora possa essere mantenuto?
Ci sono sprechi ed eccessi nel welfare europeo, certo. Ma non si può cominciare a tagliare da lì. Chi va a tagliare i costi del welfare, per farlo con autorevolezza, deve essersi reso prima credibile politicamente prendendo i soldi ai settori di potere improduttivi.
Non ci vuole un genio dell’economia per fare cassa tagliando salari pubblici e pensioni.
Quali degli strumenti usati in Argentina per uscire dal tracollo del 2001, ritiene utili nella crisi europea attuale?
Lasciamo perdere le ovvie differenze e guardiamo alle similitudini tra le due situazioni. Sinceramente, le somiglianze tra la Grecia di oggi e l’Argentina di allora sono preoccupanti. La troika chiede ad Atene, e rischiate che tra poco chiederà a voi, le stesse cose che il Fmi chiese a noi dieci anni fa.
Se l’avessimo seguito alla lettera, non ci saremmo mai più ripresi. In Argentina la prima richiesta del Fmi durante la crisi economica fu di ridurre le spese per i salari pubblici e per le pensioni del 13%.
La prima richiesta fatta alla Grecia è stata di tagliarli del 14%. Noi avemmo il coraggio di dire no a richieste pressanti che ci arrivavano dagli organismi internazionali.
Quali?
Banche e imprese straniere ci chiedevano il pagamento di un’indennità , il “seguro de cambio”, che serviva a rimborsare i profitti persi a causa della svalutazione della moneta.
Pagarlo a una sola impresa avrebbe voluto dire sborsare 500 milioni di dollari dalla cassa statale. Dicemmo di no.
Altro esempio: decidemmo di sospendere gli sfratti nei casi di unica abitazione. Il Fmi ci disse che era una violazione del principio capitalistico della difesa della proprietà .
Trovo che sia un assurdo economico, oltre che un grave attentato alla sicurezza sociale, mandare a vivere sotto ai ponti migliaia di persone.
Comunque una decisione simile, pochi anni più tardi fu applicata negli Stati uniti senza scandali. Perchè in casi di crisi, l’eterodossia diventa regola. Solo che negli Stati uniti sono stati più abili di noi e la decisione non ha fatto scandalo. Anzi, non ha fatto neanche notizia.
Angela Nocioni
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA ESCLUSIVA DEL PREMIER AL “CORRIERE DELLA SERA”
Non è che lei si sente un po’ solo in queste bellissime stanze di Palazzo Chigi?
«Solo? Non mi sento solo, e non unicamente perchè ho ministri molto leali e bravissimi, così come i collaboratori. Che intende dire? Che le sembro preoccupato?».
Solo da un punto di vista istituzionale. I partiti che dovrebbero sostenerla lo fanno con ambiguità . Scalpitano, recalcitrano.
«Un altro modo di vederla è che non è chiaro perchè dovrebbero sostenerci. Ma perchè mai dovrebbero sostenere questo governo? Il nostro lavoro produce per loro costi politici rilevanti di breve periodo. Che alla fine la responsabilità di certe decisioni sia nostra, mi pare ovvio.
Ma in passato chi sedeva in queste stanze a Palazzo Chigi aveva dietro di sè una forza politica, grande o piccola che fosse, alleata o meno con altre. Coloro che sono stati presidenti del Consiglio prima di me non dovevano guadagnarsi tutti i giorni il consenso. Io invece non ho un retroterra politico mio, eppure devo prendere decisioni che hanno una probabilità di trovare consenso più bassa rispetto a tante decisioni che prendevano coloro che pure erano più corazzati di me in termini di retroterra politico. Però perchè le sembro solo?».
Questa assenza di una sua forza politica propria alle spalle non le pare una ragione sufficiente?
«No. Non credo possa considerarsi solo uno che – per quello che possono valere i sondaggi – sembra avere un consenso superiore a quello di cui godono i partiti che lo sostengono in Parlamento. E quando incontro persone per la strada, mi sento dire quasi sempre: “Vada avanti!”. Qualcuno, ma è raro, è più esplicito sui sacrifici: “Vada avanti, ma ci tassate troppo!”. Altri hanno un tocco di comprensione sulla difficoltà del compito. Ricordo un tale che una volta, a Milano, mi ha apostrofato: “Eh! Aveva proprio ragione la sua mamma…”. Qualche mese prima, in televisione avevo detto che mia mamma usava dire spesso, quando ero ragazzo: “Alla larga dalla politica!”. Quel signore, che non avevo mai visto, se n’era ricordato, all’uscita da una messa affollata, nella totale incomprensione degli astanti. Io gli ho risposto: “Sì, sì. Aveva proprio ragione la mia mamma”. E lui: “Sempre dare ascolto alle mamme!”. (Ride) (…)
Un operaio che ha già subìto gli effetti del crollo dei subprime, di Lehman, poi la sfiducia degli investitori sul debito italiano capisce bene gli eccessi del mercato. Come fa a convincerlo che la via d’uscita dalla crisi sia ancora più mercato?
«È una critica comprensibile, anche perchè fatta sotto l’impatto di un grosso disagio personale. Ma la mia lettura è in parte diversa. La crisi non è dovuta agli eccessi del mercato, ma a un mercato dove la presenza della regolazione e della vigilanza è stata insufficiente.
Per questo credo in un’economia di mercato con pubblici poteri forti (…). Ciò permette di avere un’economia sociale di mercato, che riesca a contemperare la competitività e appunto la dimensione sociale.
È un tema su cui ho lavorato a lungo come commissario europeo a Bruxelles. (…) Quella per un’economia sociale di mercato è una lotta difficile per l’Europa nel mondo e ancor più lo è per un singolo Paese. Ma secondo me è la formula giusta alla quale mira l’Europa, spesso senza riuscire a realizzarla. Il Trattato di Lisbona parla di “un’economia sociale di mercato altamente competitiva”: nessuna di queste parole può venir meno.
Però sappiamo anche da Luigi Einaudi che se il sociale e il mercato sono mischiati malamente, si fa quello che lui chiamava il pasticcio di lepre.
In Italia lo si è fatto per decenni, con i prezzi politici e tante altre distorsioni. La mia linea di riformatore, prima come politico tra quattro virgolette a Bruxelles, ora tra due virgolette a Roma, è sempre stata la stessa: agire con gli strumenti istituzionali e legali a disposizione, e con la persuasione.
Non possiamo darci come solo obiettivo quello di realizzare gli otto passi avanti che si vorrebbero, ma che non sarebbero fattibili o preluderebbero a dei crolli. Meglio allora assicurare due o tre passi avanti che consentano dei miglioramenti». (…)
La accusano anche di essere troppo pedagogico, come se lei ritenesse che si tratti di istruire gli italiani e non di governare.
«La pedagogia è naturale in un professore, è l’unica arma che ho. E ho un obbligo di spiegare maggiore di altri.
In questo contano le ragioni soggettive: nessuno mi ha scelto, ma devo dire agli italiani che se sono qui è per far fare loro cose che non volevano fare e che tutti quelli che sono venuti prima hanno sostenuto si potessero evitare. In più sono questioni complicate, quindi cerco di spiegarle.
Fa parte della mia natura, malgrado qualche recente erosione, di parlare in modo calmo di cose brutte e magari anche drammatiche.
Uno degli aspetti che mi sono imposto di cambiare – in parte riuscendoci – è che io ero abituato a parlare davanti a un pubblico più limitato e spesso anglosassone, dove la battuta e l’ironia sono elementi essenziali.
Ma è molto rischioso: perchè è vero che il posto fisso è monotono, però sicuramente dirlo in quel modo è stato per me un bell’infortunio. Quindi adesso cerco di non fare più battute, che pure all’inizio mi avevano aiutato a comunicare». (…)
Nell’articolo «Una guerra di liberazione» del 2 gennaio 1999, scritto all’avvio dell’euro, lei disse che noi italiani correvamo il rischio di diventare il Mezzogiorno d’Europa. Lei definì quella sfida la prossima guerra di liberazione: l’abbiamo persa?
«In parte sì, abbiamo perso quella guerra di liberazione. Quando, con le decisioni europee del maggio 1997, fu conseguito l’obiettivo dell’entrata nell’euro, è venuta meno la tensione unificante e la maggioranza di Prodi si è dissolta.
Là dove c’era un obiettivo visibile, un criterio numerico, una sanzione, ci sono state focalizzazione e unità d’intenti. Ma conseguito quell’obiettivo, ci siamo scordati dell’esigenza di essere competitivi in una moneta unica.
Anche perchè poi l’impulso europeo che è venuto è stato quello della strategia di Lisbona del 2000, molto più debole di Maastricht. (…) Visto che l’Europa non ci dava un vincolo cogente come per la finanza pubblica, dovevamo farci noi un piano delle riforme strutturali. Che poi è quello che dieci anni dopo l’Europa ha impostato con i piani nazionali delle riforme».
Vuole dire che abbiamo perso la guerra con noi stessi?
«Esatto, abbiamo perso la guerra con noi stessi. Abbiamo avuto un’erosione di competitività non tanto e non solo per la dinamica del costo del lavoro, ma per l’andamento insufficiente della produttività totale dei fattori, legata alla qualità delle infrastrutture, alla funzionalità del mercato dei prodotti e dei servizi, a un’adeguata dimensione media d’impresa e molto altro.
Non c’era più la valvola delle svalutazioni competitive ed è mancata la politica economica reale.
C’è stato un vuoto sotto questo aspetto. Io speravo (…) che il governo Berlusconi, uscito dalle elezioni del 2008 con una maggioranza così forte, con un orizzonte di cinque anni e quel successo d’immagine al G8 dell’Aquila, avrebbe veramente potuto fare un piano delle riforme strutturali, invece di negare che l’Italia avesse un problema di crescita». (…)
Lei ha trovato molto gratificante il mestiere di commissario europeo. Per questo attuale mestiere è lo stesso? O teme che a volte la facciano sentire un po’ un corpo estraneo o un ospite appena sopportato in questa macchina amministrativa che, dice il suo ministro Fabrizio Barca, è da registrare?
«A Bruxelles per un periodo iniziale abbastanza lungo mi sentivo frustrato, anche perchè avevo la responsabilità per uno degli aspetti più difficili a causa dell’esiguità e della lentezza dei poteri della Commissione sul mercato interno. Ma soprattutto non ero rodato io per un’esperienza del genere, anche se avevo molta conoscenza teorica sull’Europa.
Dopo no, dopo non ho più trovato frustrante quell’esperienza, anzi. Ora qui sarei un corpo estraneo? È strano, perchè sono un corpo estraneo; però questa situazione sta dando a questo corpo estraneo una qualche centralità ».
Dunque trova questo mestiere piuttosto gratificante che frustrante, grazie alla capacità di influire e di agire?
«Quella non si può negare che ci sia, poi si può agire bene o male, con più o meno risultati. Ma non è che gli strumenti non ci siano. Dunque no, non trovo questo mestiere frustrante.
Ovviamente c’è un’oscillazione, soprattutto nei primi tempi era così; poi uno impara a diventare più insensibile e soprattutto a mostrare meno se è sensibile. Comunque gli alti e bassi sono orari, quotidiani. Ci sono cose che danno grande soddisfazione, altre che danno grande frustrazione e bisogna imparare a incassare e ripartire. Ma frustrante nel senso dell’impotenza, no. Alcuni risultati sono molto più lenti a manifestarsi di quanto pensassi, questo è certo.
Però se ne è fatta tutti insieme un’analisi, si è cercato di farla validare in Europa e di apprestare gli strumenti conseguenti. E vorrei aggiungere una cosa che non significa niente per il mio futuro, ma è oggettivamente vera: se i problemi che l’Italia manifestava in modo acuto nel novembre 2011 sono il risultato non tanto di particolari governi recenti, quanto del non aver affrontato certi nodi strutturali per anni o decenni, questa non può che essere un’operazione lunga anni o decenni.
Ma non ho la frustrazione che deriva dal sapere che non sarò io a vederne il compimento. Sarò già molto contento se saranno stati messi alcuni semi; speriamo diano delle pianticelle presto e che persuadano ad andare avanti con tutte le correzioni caso».
Federico Fubini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
GUIDIAMO LA CLASSIFICA DI AZIENDE PER ABITANTI (6,6) DAVANTI A FRANCIA (4,1) E REGNO UNITO (2,8)
Metà delle imprese italiane, il 49,5 per cento, chiude entro i 5 anni di vita, sconfitte da un
ambiente troppo spesso ostile all’iniziativa economica.
Ma quel 50,5% di aziende che resistono a 5 anni dalla nascita vanno ad irrobustire un tessuto imprenditoriale che, nonostante la crisi, è tra i più vivaci del mondo. Confartigianato ha rilevato che, con 6,6 imprese ogni 100 abitanti, l’Italia è in testa alla classifica dei Paesi ad economia avanzata con il più alto tasso di imprenditorialità . Al secondo posto vi è la Francia con 4,1 imprese ogni 100 abitanti, seguita dal Regno Unito con 2,8 aziende per 100 abitanti.
Se l’Italia è la “capitale” mondiale dell’imprenditoria lo deve all’artigianato che, con 1.448.867 aziende, spicca per la capillare presenza sul territorio italiano.
Secondo la rilevazione di Confartigianato, le “piccole patrie” dell’artigianato sono diffuse ovunque in Italia, ma le imprese trovano un terreno particolarmente fertile a Prato, Fermo, Reggio Emilia, le tre province con il più alto tasso di imprenditorialità artigiana.
A Prato operano 10.770 artigiani, pari a 4,3 imprese ogni 100 abitanti.
A brevissima distanza segue Fermo, con 7.383 aziende artigiane (4,1 ogni cento abitanti), mentre a Reggio Emilia, che conta 20.812 imprenditori artigiani, il rapporto con la popolazione è di 3,9 imprese ogni 100 abitanti.
Ma la “vocazione” artigiana dell’Italia si fa ancora più forte in alcuni Comuni: in testa alla classifica vi è Piode (in provincia di Vercelli) dove il rapporto artigiani-popolazione è pari a 9,2 imprese ogni 100 abitanti.
Tra i comuni più grandi con almeno 5.000 abitanti è Montemurlo (in provincia di Prato) a detenere la palma del comune più artigiano d’Italia, con le sue 1.223 imprese (6,6 ogni 100 abitanti).
Lo segue Cingoli (in provincia di Macerata) con 6 aziende per 100 abitanti e Monte Urano (Fermo) con 5,8 aziende artigiane ogni 100 abitanti.
All’artigianato e alle piccole imprese si deve la tenuta occupazionale anche nella fase più acuta della crisi: tra il 2007 e il 2010 le micro imprese con meno di 9 addetti hanno fatto registrare un aumento dell’1,2% degli occupati a fronte di un calo dell’1,5% degli addetti del totale delle imprese.
«Siamo un popolo di imprenditori – sottolinea il Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini – e lo dimostriamo a dispetto della crisi e dei tanti ostacoli che spengono le iniziative imprenditoriali. Questa propensione va sostenuta sia nella fase di avvio dell’impresa, sia soprattutto durante la vita dell’azienda. Non basta puntare sulle start up innovative se poi in Italia continuano a non esserci le condizioni favorevoli perchè le imprese possano svilupparsi e generare occupazione. Per offrire un futuro alle giovani generazioni occorre sicuramente facilitare la creazione d’impresa, ma è anche indispensabile dare segnali concreti alle imprese già esistenti e assicurare la continuità e la solidità del nostro tessuto produttivo».
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Novembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
E NELLE IMPRESE SCATTANO I TAGLI E I COSTI
Crolla l’export, e il consumo interno non basta proprio per nulla a compensarne la caduta. 
Crolla per il sesto mese l’indice di fiducia Ifo degli investitori.
Uno dopo l’altro, i giganti del Made in Germany lanciano profit warning, allungano le ferie, accorciano l’orario di lavoro, o preannunciano brutali piani di tagli ai costi. Autunno triste, e vigilia di Natale cupa, per la prima potenza europea.
«Farà male anche a noi, la locomotiva d’Europa non ce la fa più a trainare il convoglio», sentenziava ieri l’analista Tobias Kaiser sull’insospettabile Die Welt, quotidiano liberalconservatore di qualità vicino al governo.
Addio ai sogni d’essere fortezza invulnerabile grazie all’export di eccellenza: il gelo della crisi, come confermato anche da Mario Draghi, è arrivato in Germania.
Troppo a lungo Berlino ha ignorato il monito che l’Ocse aveva lanciato fin da agosto: «State scivolando nella recessione ».
La recessione ormai bussa alle porte della Bundesrepublik, con cifre che – pur con produttività , competitività e livello di vita da sogno rispetto a Italia o Francia – fanno paura.
La caduta degli ordinativi dell’industria è spaventosa: meno 3,3% a ottobre rispetto a settembre; a settembre meno 3,6% rispetto all’agosto della pausa estiva. Su base trimestrale (terzo trimestre) il crollo è del 2,3%.
«La debolezza delle economie europee, ma anche il rallentamento mondiale, fa sentire le sue conseguenze sulla produzione industriale tedesca, che nei prossimi mesi in tendenza s’indebolirà ancora», ammette il ministero dell’Economia.
La domanda globale del made in Germany è diminuita del 4,5%, e dalla sola eurozona del 9,6%.
La reazione a catena perversa riduce gli affari tra aziende tedesche: meno 1,8%. «Il rischio recessione sta aumentando per la Germania», avverte Carsten Brzeski, capo economista della grande banca ING.
Secondo l’Unione di industrie e camere di commercio tedesca (Dihk), il Prodotto interno lordo quest’anno crescerà al massimo di un 1%, e l’anno prossimo di non oltre lo 0,7%.
Insomma, dolori e drammi francesi o italiani si avvicinano, entrano sempre più nelle case del tedesco medio.
Proprio mentre si avvicina il Natale, e a undici mesi scarsi dalle elezioni politiche federali, difficile prova per Angela Merkel.
A lungo sottovalutato, l’impatto delle brutali manovre di risanamento chieste all’Europa mediterranea, e alla stessa Francia, e l’ostinato no di Berlino a forti misure di stimolo alla crescita, si vendicano sul primo della classe dell’export. Disabituiamoci a grandi aspettative, prepariamo tagli ai costi per uno o due miliardi, ha detto previdente Dieter Zetsche, AD di Daimler.
Orari accorciati in molti gruppi automobilistici, nonostante sia tuttora tedesca un’auto su due circolanti in Europa.
Orario corto anche a Man, uno dei due big mondiali (con Mercedes) degli autotreni. E Siemens, il colosso multicomparto, secondo JP Morgan deve realizzare risparmi dai 4 ai 5 miliardi per salvarsi.
In alcuni casi, come nelle tlc a Nokia-Siemens, la scure colpisce spietata prima delle feste: via 160 dei 1000 dipendenti.
Persino il porto di Amburgo, prediletto dai cinesi di Cosco o dai coreani di Hanjin Shipping per portare le loro merci all’Europa, soffre della crisi: meno ordini, meno navi ad attraccare.
Il peso del rigore a ogni costo, la priorità ai tagli rispetto a politiche per la ripresa, curva anche le forti spalle della Bundesrepublik, il cui debito pure continua a crescere e già vola all’80% del pil, troppo più di Maastricht.
Allarme anche per le banche: l’autorità di controllo BaFin ha chiesto ai maggiori istituti calcoli trasparenti sulla loro situazione, e se necessario rapidi aumenti di capitale. Deutsche Bank si adegua per prima.
«E’ quasi come obbligare le banche a scrivere il testamento», commentano amari a Francoforte
Andrea Tarquini
(da “La Repubblica“)
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Novembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
NONOSTANTE IL CALO DELLA PRODUZIONE MONDIALE DEL 6%, L’ITALIA E’ DIVENTATO IL PRIMO PAESE PRODUTTORE AL MONDO DI VINO
Meno vino prodotto. Meno vigneti sparsi in giro per il mondo. E consumi in calo ma con la
speranza di mantenerli almeno a livello stabile rispetto al 2011. L’organizzazione internazionale del vino (Oiv) disegna un settore che nel 2012 farà un passo indietro a livello mondiale toccando il livello più basso dal 1975.
Federico Castellucci, il direttore, analizzando gli elementi di congiuntura presentati l’altro ieri a Parigi, mette in evidenza come il trend negativo sia legato alle performance dell’Europa mentre i dati dei nuovi produttori, quelli del Sud del mondo, sono in crescita.
Ma quel che è certo è che i «produttori saranno costretti, anzi lo hanno gia fatto, a mettere mano alle scorte».
Il motivo? Semplice: ci sono almeno trenta milioni di ettolitri che sono destinati alla produzione industriale: brandy, vermouth e aceti.
Una quota che deve essere sottratta dalla produzione complessiva.
L’Oiv prevede che a livello mondiale si dovrebbero raggiungere i 248,2 milioni di ettolitri, la media tra le previsioni più negative (243,5 milioni) e quelle più ottimistiche (252,9 milioni). In ogni caso nettamente inferiore ai 265 milioni di ettolitri del 2011.
E in ogni caso insufficiente per far fronte ad un consumo previsto in 243 milioni.
Ma che cosa sta succedendo? La superficie mondiale del vigneto continua a diminuire, soprattutto in Europa.
E questo nonostante che il periodo di tre anni nel quale l’Ue ha proposto dei premi di abbandono definitivo del vigneto si sia concluso.
Nell’emisfero Sud e negli Stati Uniti continua la crescita delle superfici, ma con una frenata sulla tendenza riscontrata fino al 2000.
E anche la Cina ha rallentato. Riduzione della superficie viticola e condizioni climatiche poi hanno influenzato il livello di produzione 2012, soprattutto in Europa.
E se il calo italiano è limitato al 3% (da 42,3 milioni di ettolitri a 40,5) la Francia fa registrare una diminuzione significativa di oltre 9 milioni di ettolitri, il 19% in meno dell’anno scorso.
Scende anche la Spagna. E in Sud America, l’Argentina potrebbe perdere il 24%.
La crescita di Cile, Sudafrica, Australia e Stati Uniti, anche se fa registrare percentuali in netta progressione, non compensa il calo europeo.
Nel vecchio continente solo Grecia e Portogallo dovrebbero aumentare la propria quota.
Castellucci poi è preoccupato per il ruolo crescente della logistica avanzata che «sta prendendo piede anche nel mondo del vino» e che ha fatto balzare Germania ed Olanda ai primi posti mondiali come esportatori.
Certo, anche il vino italiano continua a giocare un ruolo trainante nell’export agro-alimentare, come spiega Alessandro Regoli, direttore di «Winenews.it», il sito che ha anticipato le previsioni dell’Oiv, ma resta da capire che cosa succederà dal punto di vista dei prezzi.
Da qui il grido d’allarme di Castellucci: «All’interno della filiera ognuno degli attori deve trovare la sua parte di guadagno perchè altrimenti i viticoltori, se devono produrre in perdita, prima o poi abbandonano».
Maurizio Tropeano
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Novembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
DA INIZIO 2012 SONO 279.000 LE ATTIVITA’ CHE SI SONO FERMATE… E QUELLE CHE NASCONO NON OFFRONO OCCUPAZIONE
Nei primi 9 mesi di quest’anno hanno chiuso i battenti 1.000 imprese al giorno. 
Lo rileva la Cgia di Mestre sottolineando che ad andare male è l’artigianato . Complessivamente le imprese nate sono più numerose di quelle cessate (+20 mila), ma quelle chiuse (circa 279 mila, circa 1.033 al giorno) hanno dimensioni occupazionali più alte e essendo strutturate con diversi lavoratori alle loro dipendenze.
«Prova ne sia -sottolineano dalla Cgia- che il tasso di disoccupazione sta crescendo in maniera preoccupante».
«Nonostante il saldo della nati-mortalità delle aziende sia positivo -commenta Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre- dobbiamo ricordare che molte persone hanno aperto un’attività in questi ultimi anni di crisi, non perchè in possesso di una spiccata vocazione imprenditoriale, bensì dalla necessità di costruirsi un futuro occupazionale dopo esser stati allontanati dalle aziende in cui prestavano servizio come lavoratori dipendenti». «Questa dinamicità del sistema -prosegue Bortolussi- è un segnale positivo, ma non sufficiente a tranquillizzarci. Se entro i primi 5 anni di vita il 50% delle aziende muore per mancanza di credito, per un fisco troppo esoso e per una burocrazia che spesso non lascia respiro, c’è il pericolo che la tenuta di buona parte di questi neoimprenditori, figli della difficoltà economica che stiamo vivendo, sia inferiore a quella di coloro che hanno avviato un’attività prima dell’avvento della crisi».
Ma la riflessione del segretario della Cgia non finisce qui.
«In passato -prosegue Bortolussi- la decisione di aprire la partita Iva maturava dopo molti anni di esperienza lavorativa come dipendente: non a caso oltre il 50% dei piccoli imprenditori proviene da una esperienza come lavoratore subordinato. Spesso gli investimenti realizzati per aprire una impresa erano il frutto dei risparmi del neoimprenditore e della sua famiglia». «Ora, -aggiunge il segretario della Cgia di Mestre- difficilmente ciò avviene: si apre per necessità , perchè magari il posto di lavoro non c’è più e quindi bisogna inventarsi una nuova opportunità lavorativa a scapito delle motivazioni, della preparazione professionale e della capacità organizzativa».
I dati riferiti all’artigianato, rileva la Cgia di Mestre, sono ancor più preoccupanti: negli ultimi tre anni il saldo nazionale della nati-mortalità delle aziende di questo settore presenta sempre un segno negativo: -15.914 nel 2009, -5.064 nel 2010 e -6.317 nel 2011.
Nei primi tre mesi del 2012 (ultimo dato disponibile) il saldo ha toccato la punta massima di -15.226: i settori più in difficoltà sono quelli delle costruzioni, le attività manifatturiere e i servizi alla persona.
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Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile
LIMITE AI MANDATI, REFERENDUM SENZA QUORUM, REVOCA DI CHI NON MERITA E USO DEL SORTEGGIO
«Cominciando a regnare Carlo Borbone, undici legislazioni, o da decreti di principe, o da leggi
non rivocate, o da autorità di uso reggevano il regno; ed erano: l’antica Romana, la Longobarda, la Normanna, la Sveva, l’Angioina, l’Aragonese, l’Austriaca spagnuola, l’Austriaca tedesca, la Feudale, la Ecclesiastica, la quale governava le moltissime persone e gli sterminati possessi della Chiesa, la Greca nelle consuetudini di Napoli, Amalfi, Gaeta ed altre città un tempo rette da uffiziali dell’impero di Oriente…».
Fatto sta che «non bastando alla procedura i riti di Giovanna II, suppliva l’uso, e più spesso l’arbitrio del vicerè».
Dà il capogiro, leggere la Storia del reame di Napoli di Pietro Colletta: come puoi governare un Paese prigioniero in un groviglio di leggi?
Eppure, denuncia Michele Ainis nel saggio Privilegium, L’Italia divorata dalle lobby, non viviamo oggi in una situazione troppo diversa.
Riprendiamo le Passeggiate romane di Stendhal: «La maggior parte degli atti di governo papali sono una deroga a una regola, ottenuta grazie al credito d’una giovine donna o di una grossa somma».
Cos’è cambiato, da allora?
La regola, risponde Ainis, «non esiste più: sommersa, annegata, soffocata da 63.194 deroghe. In origine accadde per motivi nobili, o almeno ragionevoli.
Dopo l’Unità d’Italia c’era l’esigenza di differenziare la legislazione perchè erano profondamente differenti i livelli di sviluppo delle varie aree del Paese».
Ma oggi «la musica è ben altra: sono le corporazioni a pretendere e ottenere leggine di favore. Sicchè in ultimo ogni categoria indossa un vestito normativo diverso da quello cucito sulle spalle della categoria gemella. Non c’è più un unico sarto, la legge generale è ormai un ricordo. Il nostro diritto è diventato capriccioso e instabile, alluvionato da regolette minute e di dettaglio».
Fatte apposta per tenere la società bloccata. Impedire il ricambio. Escludere i giovani.
«Se ogni categoria si chiude a riccio, se difende a denti stretti i propri privilegi, non c’e affatto da sorprendersi se il 53 per cento degli italiani rimane intrappolato nel suo ceto d’origine».
Men che meno se «sette figli d’operai su dieci continueranno a fare gli operai» e se «in Italia la probabilità di schiodarsi dalla classe di reddito dei propri genitori è tre volte più bassa rispetto agli Stati Uniti».
Ed ecco che «ai servizi segreti viene riconosciuta un'”indennità di silenzio” in busta paga» e ai dipendenti della Siae «un'”indennità di penna” per compensarli dell’imposizione del computer al posto del vecchio calamaio» e ai funzionari di Bankitalia 8500 euro ogni sei mesi di «buono sarto» per vestirsi all’altezza del ruolo.
Una giungla di privilegi minuscoli o assurdi.
Come il diritto a trasmettere il posto di lavoro al figlio o alla vedova contrattualmente riconosciuto, per quote, non solo in alcuni grandi istituti di credito, ma perfino nella stessa Banca d’Italia.
Per non dire dell’ereditarietà di fatto dovuta a una serie di meccanismi corporativi: «il 44 per cento degli architetti ha il papà architetto, il 42 per cento degli avvocati è figlio d’avvocati, il 39 per cento degli ingegneri genera figli ingegneri, cosi come il 39 per cento dei padri medici…».
Come sbloccarla, una situazione che impedisce l’irruzione nel mondo del lavoro e soprattutto nelle professioni ai giovani e alle donne che non sono «figli di» o «mogli di»?
Dovrebbe pensarci, ovvio, il Parlamento.
Ma in questo Paese che registra la presenza di ventotto ordini più una infinità di albi (c’è perfino quello dei «buttafuori»), siedono alle Camere «133 avvocati, 53 medici, 4 farmacisti e altrettanti notai, 23 commercialisti, 13 architetti, una novantina di giornalisti. Totale: alla data del 2011, dopo qualche dozzina di subentri, il 44 per cento dei membri del Parlamento aveva in tasca la tessera d’un albo, sicchè la lobby dei professionisti era la più potente fra le stanze del Palazzo».
Lo si è visto più volte, come nel luglio 2011, quando l’ultimo governo Berlusconi, boccheggiante, tentò una riforma degli ordini: «Apriti cielo: il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, esprime immediatamente il proprio sdegno; il presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura, Maurizio de Tilla, parla di turbo-deregulation; il presidente del Collegio nazionale dei periti agrari, Andrea Bottaro, denuncia l’attacco alle professioni; il presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, Andrea Mandelli, punta l’indice contro la liberalizzazione selvaggia… E infine tutti questi presidenti armano la mano di ventidue senatori-avvocati, che scrivono una lettera di fuoco al presidente del Senato-avvocato Renato Schifani, con il sostegno esplicito del ministro-avvocato Ignazio La Russa: amen, tutto rinviato alle prossime generazioni».
Insomma, «nessuna liberalizzazione delle attività economiche, nessun disboscamento della selva di privilegi che ci attornia potrà mai attecchire se i privilegiati detengono la potestà legislativa».
E allora? Ainis dice che non bastano dei ritocchi: «Non resta che la rivoluzione. Pacifica, ordinata; ma senza dispense nè indulgenze, senza salvacondotti per i vecchi vassalli e valvassori».
A partire, si capisce, dal Parlamento.
Primo: va segato «il ramo su cui stanno inchiodati i professionisti del potere: due mandati e via col vento».
Secondo: va rafforzato il referendum abrogativo, «attraverso l’abolizione del quorum».
Terzo: va introdotto «l’istituto del recall per revocare anzitempo gli eletti immeritevoli», come accade da un secolo in California ma anche in altri diciotto Stati dell’Unione e in Canada, Giappone, Svizzera e vari paesi latino-americani.
Quarto: «Serve una sede di rappresentanza degli esclusi – i giovani, le donne, i disoccupati, ma in fondo siamo tutti esclusi da questo Parlamento. Tale sede può ben essere il Senato, trasformandolo però in una “Camera dei cittadini” designata per sorteggio, in modo da riflettere il profilo socio-demografico del Paese. Un’idea bislacca? Mica tanto».
Era affidato anche ai sorteggi, come formula per arginare prepotenze e pressioni, la stessa elezione del Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia. E Aristotele «diceva che l’elezione è tipica delle aristocrazie, il sorteggio delle democrazie».
Una forzatura, forse. Ma è più democratica l’elezione di un capobastone padrone delle tessere o l’inserimento nel «listino» di soubrette, mogliettine o condannati?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile
PER RILANCIARE L’ECONOMIA OCCORRRE SCIOGLIERE TRE NODI: CORRUZIONE, EVASIONE E BUROCRAZIA
In tanti vorrebbero farlo ma in pochi ci riescono: a risparmiare ormai è solo il 28% degli italiani,
meno di un terzo delle famiglie, il livello minimo dal 2001.
Da quando, cioè l’Acri, l’Associazione tra le Fondazioni e le Casse di risparmio, ha commissionato all’Ipsos la prima ricerca sull’argomento.
«La situazione è grave, non c’è da minimizzare, ma non vedo un atteggiamento di fatalismo da parte degli italiani» ha commentato il presidente dell’Acri e della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, che oggi presiederà l’annuale – ed è la numero 88 – Giornata mondiale del risparmio.
Per rilanciare l’economia italiana, secondo Guzzetti, vanno tagliati tre nodi: «Una corruzione che ha raggiunto livelli incredibili, l’evasione fiscale e una burocrazia dai costi improduttivi drammatici».
A ritenere che la crisi sia molto pesante, secondo l’indagine svolta da Ipsos, è l’86% degli italiani, convinto pure che sarà difficile uscirne prima di altri tre anni.
«Il 38% degli intervistati afferma che l’Italia uscirà dalla crisi da sola, senza aiuti ed è un dato importante perchè la gente non è rassegnata, tanto che gli sfiduciati si riducono dal 54% del 2011 al 32% del 2012» ha osservato ancora Guzzetti.
In ogni caso, secondo la ricerca, salgono al 26% gli italiani che hanno registrato un repentino peggioramento del proprio tenore di vita a causa della crisi a fronte del 21% del 2011 e al 18% del 2010.
Sono invece quasi scomparsi coloro che dichiarano di aver sperimentato un miglioramento del proprio tenore di vita nel corso degli ultimi 12 mesi: nel 2010 erano il 6%, nel 2011 il 5%, quest’anno sono il 3%.
Si riduce poi il numero delle famiglie che riescono a mantenere senza difficoltà il proprio tenore di vita (il 25% nel 2012 contro il 28% del 2011), mentre è uguale a quella del 2011 la percentuale (il 46%) di coloro che lo mantengono a fatica.
In questo difficile scenario sale il numero delle famiglie che ritengono più importante investire sul futuro che sulla qualità della vita attuale: passano al 57% dal 55% del 2011.
E parlando di investimenti, il mattone perde molto del suo appeal scendendo al 35% delle preferenze contro il 43% dello scorso anno e addirittura il 70% del 2006.
Cresce invece la percentuale di chi decide di tenere i soldi liquidi o destinati a strumenti facilmente liquidabili come i titoli di Stato o i libretti fiscali.
L’indagine mette in evidenza che anche chi non ha subito effetti dalla crisi – ma è solo il 4% del campione intervistato a dichiararsi molto soddisfatto della sua condizione – è molto più attento alle spese «con la conseguenza che la ripresa dei consumi all’uscita dalla crisi sarà molto graduale».
In questo campo il taglio del budget familiare ha interessato tutti i settori partendo dai pasti fuori casa, ai viaggi e alle vacanze e all’abbigliamento, senza risparmiare i prodotti alimentari e per la casa.
Stefania Tamburello
(da “il Corriere della Sera“)
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