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C’ERA UNA VOLTA L’AMERICA, MARCHIONNE NEI GUAI

Maggio 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA USA PRONTO A FAR CAUSA A FCA PER VIOLAZIONE SULLE EMISSIONI… IL TITOLO CROLLA IN BORSA

Accuse e ricaduta in borsa per Fca. ll Dipartimento di giustizia americano è pronto a fare causa a Fiat Chrysler se i negoziati in corso – quelli sulle accuse di violazione delle normative sulle emissioni – falliranno.
Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando due persone vicine al dossier. La causa potrebbe essere intentata già  questa settimana, mentre i colloqui con il gruppo guidato da Sergio Marchionne per tentare di raggiungere un accordo sono ancora in corso.
Intanto però oggi avvio difficile per Fca in Borsa: il titolo cede il 6,27% a 9,04 euro.
La causa – sottolinea Bloomberg – potrebbe portare a un’escalation che rischia di esporre il gruppo Fca a sanzioni severe.
Nelle carte legali in via di preparazione – si spiega – l’accusa a Fca e’ quella di aver usato dispositivi software illegali per aggirare i controlli sulle emissioni inquinanti di alcuni modelli diesel della casa automobilistica.
La Volkswagen – si ricorda – nel 2015 ha ammesso di aver utilizzato sistemi illegali per superare i test previsti dalla normativa Usa, disattivandoli in seguito.
Fca invece finora ha sempre negato di aver voluto aggirare i test, ma per gli investigatori federali il gruppo non e’ stato ancora in grado di fornire spiegazioni complete.
“Se ci sara’ un processo Fca si difendera’ con forza, particolarmente contro ogni accusa che l’azienda ha deliberatamente installato congegni ingannevoli per aggirare i test”, ha affermato il gruppo in una dichiarazione.

(da “Huffingtonpost“)

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“INNOVAZIONE E WELFARE SARANNO LA SFIDA ECONOMICA DI MACRON”: INTERVISTA A PHILIPPE AGHION, IL SUO CONSIGLIERE

Maggio 14th, 2017 Riccardo Fucile

IL DOCENTE DI ECONOMIA AD HARVARD: “PER LA CRESCITA SERVE IL MODELLO DANESE”…”MACRON ABBINERA’ MAGGIORE FLESSIBILITA ALLE IMPRESE A MAGGIORI TUTELE DEI LAVORATORI”

Philippe Aghion parla sveltissimo, gesticola come un italiano e non ama essere interrotto.
Ad Harvard – dove ora passa solo metà  della sua vita da accademico – l’hanno ribattezzato «Speedy».
Con Jean Pisani Ferry è l’economista più vicino al neopresidente Emmanuel Macron. Si sono conosciuti ai tempi della Commissione Attali, il gruppo voluto da Nicolas Sarkozy per elaborare alcune proposte di rilancio dell’economia francese.
Aghion era già  un famoso professore, il giovane Macron faceva l’umile mestiere dello sherpa: doveva anzitutto preparare materiale di lavoro. Aghion è a Bari per il simposio sulla crescita organizzato durante il G7 dalla Banca d’Italia.
Aghion, come sarà  la Francia di Macron?
«Potrebbe somigliare molto alla Danimarca: un Paese che accetta la sfida della globalizzazione, scommette sull’innovazione ma coinvolge le persone in quel processo».
E come si raggiunge l’obiettivo?
«Bisogna conciliare ricette diverse: più competizione e meno tasse, sostegno alla ricerca di base, attenzione alla qualità  della scuola. Per tutti».
È necessario sottolineare «per tutti»?  
«In Francia il divario fra classi sociali è aumentato, ed è un problema molto serio. Lo status sociale determina sempre di più il successo scolastico. In molte periferie è normale avere classi con un numero altissimo di studenti. La ricetta Macron è fatta di cose molto tradizionali, come moltiplicare il numero degli insegnanti. Ma occorre avere anche il coraggio di migliorare la protezione sociale cambiandola».
In Danimarca la chiamano «flexicurity». È questo il modello?  
«Occorre garantire più flessibilità  alle imprese che vogliono assumere e licenziare e però aumentare le tutele ai singoli. Il rilancio del modello scandinavo è fatto di tre pilastri: politiche di sostegno all’innovazione, più scuola, più protezione sociale. Ne aggiungerei un quarto: più contrattazione aziendale, perchè il livello nazionale – in Francia come in Italia – è troppo forte».
Facile a dirsi, difficile a farsi. Il modello scandinavo è costoso, e il debito francese è ormai vicino a livelli italiani, vale quasi il cento per cento del prodotto interno lordo. Macron farà  importanti tagli alla spesa pubblica?  
«Ciò che conta è invertire la traiettoria della spesa. Macron cercherà  di ridurre quella necessaria a finanziare i lunghi periodi di disoccupazione, le uscite dei Comuni e delle amministrazioni centrali. Il nostro modello di riforma della dirigenza pubblica è quello che applicò anni fa in Italia il vostro ministro Bassanini».
In una lezione alla Luiss questa settimana ha parlato di innovazione. Le imprese italiane e francesi condividono un problema: ne producono ancora troppo poca. Che fare?
«Il nuovo presidente vuole abbassare le tasse sui profitti delle imprese dal 33 al 25 per cento e quella sui redditi da capitale al 30 per cento: oggi in alcuni casi l’aliquota è doppia. Inoltre è intenzionato ad abolire la patrimoniale, a patto che non si tratti di rendite immobiliari: un modo per spingere il sistema ad aumentare il capitale di rischio».
L’innovazione è solo un problema di tasse?
«Non solo: in Francia c’è un serio problema di burocrazia. Le imprese – soprattutto quelle sopra i cinquanta addetti – sono costrette a troppi adempimenti. Bisogna semplificargli la vita: più semplificazione uguale più innovazione».
Tutto molto ambizioso e – insisto – costoso. Lei parla di tagli che valgono miliardi di euro.  
«Prendo a esempio la Svezia: quando ebbero il coraggio di abbassare le tasse, imprese e occupazione aumentarono, e così anche le entrate fiscali. Troppe tasse uccidono le tasse, lo dice la nota curva di Laffer».
Dunque Macron chiederà  all’Europa di fare più deficit?
«Macron vuole rispettare le regole. Non vuole fare più deficit, quel che conta è fare le riforme e accompagnarle con un uso intelligente della flessibilità . Quando Renzi chiedeva all’Europa di tenere conto degli sforzi del suo governo, aveva ragione».
Scusi se insisto: un modo elegante per dire più deficit.  
«Nessuno ha intenzione di scappare dai vincoli di Maastricht. Occorre essere credibili, soprattutto agli occhi dei tedeschi. In Francia amiamo dire che la nostra spesa è come un millefoglie. Abbiamo trentotto sistemi previdenziali e più di cento sistemi assicurativi: un totale spreco di denaro. Lei non crede che a fronte di impegni precisi per riformare quel sistema l’Europa non conceda più flessibilità ?».

Alessandro Barbera
(da “La Stampa”)

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AUMENTERA’ L’IVA

Aprile 16th, 2017 Riccardo Fucile

PADOAN ROMPE IL TABU’ E DEVIA DALLA LINEA DI RENZI… IL TAGLIO DEL CUNEO FISCALE RESTA IN CAMPO

L’aumento dell’Iva non è più un tabù. Anzi.
Uno scambio tra l’aumento dell’imposta e una riduzione del cuneo fiscale è “un’opzione sostenuta da buone ragioni”.
Parola del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che in un’intervista al Messaggero, apre a uno “scambio” tra più Iva e meno tasse.
Una possibilità  che si delinea come antitetica alla linea portata avanti dall’ex premier, Matteo Renzi, e dai renziani del Pd, che in più di un’occasione hanno sottolineato la contrarietà  a un aumento delle tasse.
Spiega il ministro
“Lo scambio tra Iva e cuneo fiscale è una forma di svalutazione interna che beneficia le imprese esportatrici, che sono anche le più competitive, le quali non possono più avvantaggiarsi del tasso di cambio. Si tratta di una ricetta classica e siccome io sono un tecnico ricordo che nelle scelte politiche non si possono ignorare gli aspetti tecnici, e viceversa. Diciamo che è un’opzione sostenuta da buone ragioni”.
L’Iva non è la sola imposta che anima l’agenda economica del governo. Si affaccia, infatti, anche un possibile intervento del taglio dell’Irpef, che l’ex premier Matteo Renzi aveva promesso nel 2018 ma di cui non c’è traccia nel Documento di economia e finanza approvato martedì scorso dal Consiglio dei ministri. Padoan spiega che l’ipotesi “non è stata esclusa”, rinviando alla legge di bilancio per il prossimo anno che “è ancora tutta da discutere”.
In un quadro economico caratterizzato da “vincoli stretti”, come sottolinea Padoan, l’azione del Tesoro punta anche a un impegno forte sul fronte delle privatizzazioni, tema che ha diviso le valutazioni del ministro da quelle dei renziani, che temono una svendita dei gioielli di famiglia da parte dello Stato. “Non è che siccome c’è stata una levata di scudi allora ci accontentiamo di un po’ meno”, afferma il ministro.
I progetti del Tesoro si muovono, quindi, in un percorso complicato non solo sul fronte degli impegni da rispettare con Bruxelles e con i conti da fare con l’avvio della Brexit, ma anche su quello interno. Sulle accuse, arrivate dalla maggioranza, di voler alzare le tasse, Padoan replica in modo deciso:
“Intanto ci sono alcuni elementi di metodo. Il primo è riconoscere che il sentiero tra questi due vincoli è effettivamente stretto. Poi su singole misure ci possono essere idee diverse, io ho le mie ma sono pronto a discutere su temi specifici. Infine c’è il metodo del fuoco amico. Ma su questo non faccio commenti”.
Altro tema spinoso per l’economia italiana è quello delle banche. Padoan rassicura sul fatto che i 10 miliardi dei 20 a disposizione, che saranno utilizzati quest’anno, basteranno e rivendica il fatto che nel nuovo regime bancario europeo, il governo italiano “ha fatto moltissimo”. “Siamo il primo Paese – sottolinea il ministro – che ha messo in campo lo strumento delle ricapitalizzazioni precauzionali”.
Rassicurazioni arrivano anche sul fronte delle risorse da destinare al rinnovo dei contratti degli statali. I sindacati, Cgil in testa, hanno espresso forte preoccupazione per il fatto che nel Def non siano stati stanziati ulteriori fondi. Il ministro, tuttavia, promette che l’accordo siglato a novembre “resta valido”.

(da agenzie)

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IL NOBEL KRUGMAN SCARICA MARINE LE PEN: “L’USCITA DALL’EURO PER LA FRANCIA SAREBBE UN DISASTRO”

Aprile 13th, 2017 Riccardo Fucile

LEI CITA SPESSO L’ECONOMISTA ANTI-EURO COME RIFERIMENTO, MA LUI LA GELA; “IL FATTO DI ESSERE CRITICO VERSO L’UNIONE EUROPEA NON VUOL DIRE CHE IO ABBIA COSE IN COMUNE CON LEI”… “LA FRANCIA NON E’ ABBASTANZA GRANDE PER PROSPERARE CON ECONOMIE SOVRANISTE, SAREBBE TRAVOLTA DA UNA FUGA DI CAPITALI”

Le politiche economiche anti-europeiste del Front National, che prevedono non solo l’uscita unilaterale dall’euro ma anche una vera e propria ‘Frexit’ con il divorzio dell’Unione europea “danneggerebbero l’economia francese”.
A poco più di una settimana dal primo turno delle elezioni presidenziali francesi, il premio Nobel per l’economia 2008, l’americano Paul Krugman prende posizione sul programma del partito nazionalista di Marine Le Pen, sostenendo che “il prezzo dell’uscita dall’euro e la reintroduzione di una moneta nazionale sarebbe altissimo”. Noto per la sua posizione critica sull’euro e sulle politiche di austerità  introdotte nell’eurozona dal 2010, Krugman tiene tuttavia a prendere le distanze dal FN.
E in un intervento sul sito del New York Times, spiega quali sarebbero, per la Francia, i danni provocati dall’uscita dalla moneta unica: a partire da “una massiccia fuga di capitali che causerebbe una crisi bancaria, un controllo del flusso di capitali e la chiusura temporanee delle banche”.
Mentre “i problemi legati alla conversione valutaria dei contratti -sottolinea — creerebbero un pantano legale e le aziende sarebbero colpite da un lungo periodo di confusione e incertezza”.
Se l’economista americano considera l’euro un “progetto imperfetto”, sostiene tuttavia che c’è una enorme differenza tra il fatto di non aderire alla moneta unica — come è stato per la Svezia, il Regno Unito o l’Islanda — e il fatto di uscirne dopo avervi aderito.
Secondo Krugman, infatti un’uscita dall’euro avrebbe potuto essere profittevole per la Grecia ma non per la Francia che non è assolutamente nella stessa situazione economica.
“Mi dispiace, ma la Francia non è abbastanza grande per prosperare con politiche economiche nazionaliste, centrate su se stessa”, afferma.
“Il fatto che Le Pen ed economisti come me siano critici verso la politica europea non significa che abbiamo delle cose in comune“, si smarca Krugman, anche alla luce del fatto che il Front National cita regolarmente il suo nome per giustificare l’uscita dall’euro.

(da agenzie)

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FINCANTIERI CONQUISTA STX, MA CON UNA QUOTA DI MINORANZA

Aprile 6th, 2017 Riccardo Fucile

I CANTIERI DI SAINT NAZAIRE PASSANO PER IL 48% ALL’AZIENDA ITALIANA

Stx France è di Fincantieri. Lo ha annunciato oggi il ministro francese all’Industria, Chrystophe Sirugue, chiudendo le trattative incominciate dopo il 3 gennaio, quando il gruppo italiano fu considerato «miglior offerente» per l’acquisizione di Stx France dal tribunale di Seul nella vendita del 66,66% di cui era proprietario il gruppo coreano Stx Offshore&Shipbuilding (il 33,34% era in mano allo Stato francese).
Trattative difficili, contrassegnate dalle imminenti elezioni presidenziali francesi e dalla “chiusura” delle autorità  transalpine, che sin dall’inizio avevano usato toni definitivi, minacciando di «utilizzare tutte le leve» pur di giungere a un accordo soddisfacente.
Che per i francesi significava evitare il possesso a Fincantieri di più del 50%.
Difficili, ma non lunghissime, cui Bono si è presentato forte di un bilancio 2016 tornato in utile per 14 milioni (perdita 2015 di 289), ricavi a 4,4 miliardi (+5,9%) e un carico di lavoro a 24 miliardi di euro, pari a 5,4 anni di impegni.
Dati che gli hanno permesso di soddisfare uno dei 5 requisiti posti dai francesi: «Nessuna soppressione di posti di lavoro nei prossimi 5 anni», anzi l’impegno a 200 posti supplementari sino al 2018.
E un piano industriale per Saint-Nazaire che lo stesso Sirugue ha definito «ambizioso», con rafforzamento dei cantieri «nel core business e diversificazione delle energie marittime».
In cambio, Fincantieri si limiterà  a essere «azionista di riferimento», con una quota sotto il 50% (circa il 48) per almeno 8 anni, e farà  spazio per il 5-6% a un altro protagonista italiano, la Fondazione Cr Trieste; lo Stato francese, invece, conserverà  il 33,3%.
Si aggiunge, inoltre, l’ipotesi di un ingresso del gruppo francese Dcns con il 12% e l’ingresso nel Cda (composto da 9 persone) di «un rappresentante dei dipendenti e il direttore generale del sito».
Fincantieri al termine della campagna di Francia diventa ciò che era nelle mire di Bono: una grande realtà  europea che è player mondiale e può sfidare i 3 colossi della cantieristica coreani.
D’altronde, aveva lanciato un monito domenica scorsa dopo la pubblicazione di articoli della stampa francese che tradivano un “irrigidimento” dell’Eliseo: «È molto importante che l’Europa capisca finalmente che la competizione non è più all’interno dell’Europa, ma è nei confronti del resto del mondo, e quindi continuare ad avere una miriade di aziende che non hanno le dimensioni per supportare una concorrenza agguerrita in futuro è miope».
Anche per Stx, che occupa circa 2300 persone e sono gli unici cantieri francesi in grado di costruire grandi navi militari, comprese le portaerei, si prospetta un grande avvenire.
In Italia, Bono incassa la soddisfazione del ministro Padoan, che parla di «dimostrazione che le grandi imprese italiane che hanno investito sulla competitività  e la credibilità  internazionale possono conseguire posizioni di leadership in settori strategici per l’economia globale. Se da un lato gli investimenti stranieri in Italia possono dare un contributo alla crescita, dall’altro ritengo molto importante che ci sia più Italia all’estero».
A fargli eco, la presidente del Friuli, Debora Serracchiani, con un doppio orgoglio triestino: Fincantieri e Fondazione Cr Trieste.
Dalla sede del gruppo, proprio a Trieste, soltanto poche righe di «soddisfazione» e l’indicazione di un «accordo che conferma la lunga e fruttuosa collaborazione nel settore militare con la società  francese Dcns».

(da “il Secolo XIX”)

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EQUITALIA: 21 MILIONI DI ITALIANI IN DEBITO CON LO STATO

Aprile 6th, 2017 Riccardo Fucile

SU 817 MILIARDI, QUASI LA META’ E’ IRRECUPERABILE… “IL 53% DEVE SOMME INFERIORI AI MILLE EURO, SONO 8.000 GLI ENTI CREDITORI”

Quasi un italiano su due, in un modo o nell’altro, deve dei soldi al fisco italiano o ad altri enti.
Lo ha spiegato questa mattina l’amministratore unuico di Equitalia Ernesto Ruffini, in audizione alla Camera. Ad oggi – ha detto – “ci sono circa 21 milioni di contribuenti che risultano avere debiti a vario titolo” con gli “oltre 8mila enti creditori” per cui esercita la riscossione la società .
Di questi, “il 53% ha accumulato pendenze che non superano i 1000 euro”. Mentre tre italiani su quattro sui 21 milioni, il 74%, ha debiti inferiori ai 5mila euro.
Come ordine di grandezza, secondo le cifre fornite dal dipartimento delle finanze, sono circa 40,8 milioni gli italiani che hanno presentato quest’anno la dichiarazione Irpef, e vengono quindi normalmente considerati contribuenti.
Il ‘magazzino’, cioè i carichi residui da riscuotere affidati a Equitalia dal 2000 al 2016 “ammonta a 817 miliardi di euro” ma “la quota su cui azioni di recupero potranno ragionevolmente avere più efficacia” si ferma a “51,9 miliardi”, ha detto Ruffini spiegando che “oltre il 43% è difficilmente recuperabile”.
Ci sono infatti “147,4 miliardi dovuti da soggetti falliti, 85 da persone decedute e imprese cessate, 95 da nullatenenti”.
Per altri “30,4 miliardi la riscossione è sospesa per i provvedimenti di autotutela emessi da enti creditori o sentenze dell’autorità  giudiziaria”, ha proseguito poi Ruffini. Restano così 459,2 miliardi di cui oltre il 75%, 384,4 miliardi, si riferisce a contribuenti” rispetto ai quali Equitalia “ha già  tentato invano in questi anni azioni di riscossione”.
Altri 26,2 miliardi sono pagati a rate e “l’effettivo magazzino residuo” su cui agire “si riduce a 84,6 miliardi di cui circa 32,7 riferiti a posizioni non lavorabili per effetto delle norme a favore dei contribuenti”.
Ruffini ha quindi diffuso anche i dati sulla attività  di riscossione nel biennio 2015-2016, pari a quasi 17 miliardi di euro, contro i 14,5 miliardi del biennio precedente.

(da agenzie)

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INTERVISTA A BRIGITTE ZYPRIES: “L’AMERICA PROTEZIONISTA DANNEGGERA’ SOPRATTUTTO LE SUE STESSE AZIENDE”

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

LA MINISTRA DELL’ECONOMIA TEDESCA: “PRONTI A RICORRERE AL WTO, NON CI SPAVENTANO LE MINACCE DI WASHINGTON”

Brigitte Zypries minaccia di denunciare gli Stati Uniti al Wto, se lederà  le regole sul commercio.
Ma la ministra dell’Economia tedesca non è neanche convinta della Cina “paladina del libero commercio”.
Contro lo shopping forsennato di Pechino nell’alta tecnologia, la Germania sta preparando delle contromisure. E, insieme a Italia e Francia, sta cercando anche di convincere l’Unione europea ad agire.
In quanto alla Brexit, Berlino conferma la linea dura: prima l’uscita, poi il negoziato.
Trump ha firmato due ordini esecutivi contro “gli abusi nel commercio estero”. Lei ha minacciato di denunciarlo al Wto. E’ il modo giusto di reagire alle sue politiche?
“Dovremmo essere sicuri di noi stessi e rilassati, con gli americani. Non c’è motivo per sentirci vulnerabili. Dovremmo informarli ad esempio che le imprese tedesche hanno creato 700 mila posti lì e formano forza lavoro. Produciamo più auto negli Usa di quante non ne esportiamo”.
Angela Merkel ha già  provato a spiegare tutte queste cose a Trump. Non ha capito?
“Ha capito. Ci ascoltano e sembra anche che vogliano imparare. Mi dicono che Ivanka Trump voglia partecipare al Women’s Summit del G20 a fine aprile per vedere da vicino come funziona il sistema duale. Anche il nostro sistema di formazione interessa dunque molto gli americani”.
Trump non sembra però voler rinunciare ai dazi.
“In un mondo globalizzato non dovremmo costruire muri. C’è un proverbio cinese che dice che quando soffia il vento bisogna costruire mulini a vento e non muri. Gli americani comprano da noi soprattutto macchinari e impianti per le loro produzioni industriali. Sarebbero i primi a ricavare danni da misure protezioniste. Danneggerebbero soprattutto l’economia americana”.
E se Trump va avanti?
“Allora si potrebbe reagire, ad esempio con i meccanismi di risoluzione delle controversie previsti dal Wto. Se alzasse i dazi sulle auto al di sopra del 2,5%, l’Ue potrebbe appellarsi al Wto”.
Ne state discutendo con l’amministrazione Trump?
“Ne stiamo discutendo con quel che c’è dell’amministrazione Trump. Non esiste ancora un responsabile del Commercio. Centinaia di posti sono vacanti. Mancano molti interlocutori; ragion per cui il sottosegretario Machnig ha dovuto cancellare il suo volo negli Usa. Io stessa dovrei andare a maggio, per allora la situazione dovrebbe essere più chiara”.
A mesi dall’insediamento ancora niente interlocutori, non è un po’ strano?
“Questa presidenza è un po’ strana, non crede?”.
Trump è un pericolo?
“Le incertezze sulla sua linea politica sono ancora grandi. Poi ci sono le cose che decide e che falliscono al Congresso o davanti ai giudici. Insomma, molto è ancora sospeso, sembra difficile fare piani: ciò non fa bene all’economia, nè agli investimenti a lungo termine”.
Theresa May ha firmato l’avvio della Brexit. Che conseguenze teme per l’economia da una “hard Brexit”?
“I negoziati sono agli inizi. L’Ue a 27 si mostrerà  compatta, tuttavia, nel negoziare prima l’uscita della Gran Bretagna e dopo i rapporti commerciali. Per due anni non cambia nulla, tutti gli oneri e i diritti restano uguali. Adesso non serve a nessuno dipingere scenari dell’orrore. L’unica cosa certa è che l’economia britannica rischia molto. L’economia tedesca è robusta e intrecciata con molti altri Paesi, non sono preoccupata”.
Lei pensa che il Ttip, il rapporto transatlantico del commercio, sia morto?
“Non credo. C’è una novità  positiva. In Germania è cresciuta la consapevolezza dell’importanza del libero commercio. E l’accordo con il Canada, il Ceta, è un buon modello per accordi futuri. Adesso, stranamente, sono i cinesi ad essere diventati i paladini del libero commercio…”.
Già . E fanno shopping forsennato in Germania di alta tecnologia. Tutto ok?
“Siamo un mercato libero e aperto. Gli investimenti di aziende straniere in Germania vanno bene, ma devono dimostrare di non essere statali o di essere compatibili con le regole di mercato. Soprattutto quando parliamo di aziende chiave. Altrimenti si combatte ad armi impari. Ci aspettiamo reciprocità  per le nostre imprese che vanno in Cina, condizioni giuste”.
Giuste vuol dire?
“Le stesse condizioni di cui godono le imprese cinesi in Germania e nell’Ue. E’ qualcosa su cui insistiamo sempre, nei colloqui con la Cina”.
E i cinesi sono impressionati? Di recente, insieme ai suoi omologhi italiano e francese lei ha chiesto che la Commissione trovi il modo di proteggere le imprese europee da certi appetiti. Ha avuto risposta?
“Ma è ovvio che non ci fermiamo alle chiacchiere. Stiamo preparando un rapporto che dovrà  stabilire, in base alle leggi, quanto margine ci potremo prendere per esaminare preventivamente acquisti importanti di imprese tedesche. Finora possiamo farlo solo nel caso di aziende militari o che tocchino la sicurezza nazionale, ma non quando si tratta comunque di imprese strategiche per la Germania. Il rapporto sarà  pronto entro la primavera. Ed è vero che abbiamo anche avviato, con successo, un dibattito al livello europeo su questo. Adesso speriamo che le cose si muovano in fretta”.
Cosa pensa della cosiddetta tassa sui robot?
“Non mi convince. E’ un deterrente per le imprese che vogliono investire su tecnologie innovative. Meglio tassare i profitti delle aziende, a prescindere se sono prodotti da uomini o robot”.

(da “La Stampa”)

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EVASIONE: “OGNI ANNO SOTTRATTI OLTRE 110 MILIARDI”

Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile

GIOVANNINI: “LA PROPENSIONE ALL’EVASIONE SALITA DAL 23,6% AL 24,8%, IL SOMMERSO E’ AL 30% NEI SERVIZI ALLE FAMIGLIE, AL 26% NEL COMMERCIO, AL 24% NELLE COSTRUZIONI, AL 20% NEI SERVIZI ALLE IMPRESE”… L’IRPEF SUL LAVORO AUTONOMO ARRIVATO AL 59%

Centodieci miliardi l’anno. A tanto ammonterebbe, in media, l’evasione fiscale e contributiva annua in Italia.
A snocciolare il dato è stato il presidente della Commissione per la redazione della “Relazione annuale sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”, Enrico Giovannini, in audizione alla Commissione Bicamerale, illustrando i dati del triennio 2012-2014.
Secondo i quali nel 2014 il tax gap, la differenza tra le imposte che si dovrebbero pagare e quelle effettivamente pagate si è allargato a 111,6 miliardi di euro da 108 miliardi del 2012 e in termini percentuali è compreso tra il 20 e il 30%.
Quindi nel triennio la propensione all’evasione è salita dal 23,6% al 24,8%, ha aggiunto Giovannini, sottolineando che “i settori dove maggiore è l’evasione quelli a più bassa crescita di produttività ”: il sommerso è al 30% nei servizi alle famiglie, 26% nel commercio, pubblici esercizi, 24% costruzioni, 20% nei servizi alle imprese.   Caso a sè il tax gap per l’Irpef del lavoro autonomo e d’impresa: che nel 2014 si attesta al 59% (57% la media del triennio), mentre per il lavoro dipendente è al 4% e per l’Iva al 30%.
L’ex numero uno dell’Istat ha quindi ricordato che “l’Italia soffre di un problema di crescita della produttività  da molti anni ed è evidente che nel momento in cui una impresa riesce ad andare avanti semplicemente attraverso l’evasione, ha molti meno incentivi a trovare una struttura più efficiente, ad investire, innovare, quindi l’evasione ha un ruolo molto importante in un generale grado di arretratezza del sistema economico”.
Secondo Giovannini “nell’attività  di contrasto all’evasione viene fatto tantissimo ma ci sono anche dei limiti fisici dovuti alle risorse disponibili”.
Circa 200mila soggetti sono verificati annualmente rispetto a quattro milioni di imprese e ciò “mostra che c’è un limite fisico alla possibilità  di indagini in loco”.
L’ex ministro del Lavoro ha quindi spiegato che “la nuova agenzia per le attività  ispettive ha messo insieme la parte Inps, Inail e Ministero del Lavoro” e inoltre “ci sono molti altri soggetti che fanno ispezione, è c’è dunque una possibilità  di aumentare ulteriormente la efficienza nell’integrazione delle banchi dati tra soggetti non statali e soggetti statali che potrebbe aiutare a fare una migliore attività  di contrasto” all’evasione.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA ALL’ECONOMISTA FITOUSSI: “IL GRAFICO DELLA LE PEN SUGLI EFFETTI EURO? UNA MEZZA MENZOGNA”

Marzo 21st, 2017 Riccardo Fucile

“IL CROLLO DELL’INDUSTRIA NON DIPENDE DALLA MONETA UNICA, MA DALLA CRISI FINANZIARIA SUCCESSIVA”… “LA GERMANIA HA REEAGITO MEGLIO PERCHE’ LA DOMANDA INTERNA HA UN PESO MINORE”

“Quel grafico è una mezza menzogna”. Parla in modo chiaro Jean-Paul Fitoussi, docente di Economia allla Luiss di Roma e all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi ed ex consigliere indipendente di Nicolas Sarkozy.
Il riferimento è al grafico mostrato ieri da Marine LePen nel dibattito tv tra i candidati all’Eliseo.
Un diagramma che mostrerebbe un tracollo della produzione industriale francese proprio dopo l’ingresso nell’Eurozona.
Professore, non è così?
“Non è così. Abbiamo visto quel grafico da lontano in televisione. Se si guarda invece con un po’ di attenzione si vede che dal momento dell’ingresso nell’euro c’è un’evoluzione positiva negli anni successivi. Il problema arriva dopo.”
Quando in particolare?
“Con la crisi finanziaria del 2008, è lì che inizia veramente il divario e il crollo, non prima. Fino a quel momento l’industria francese non era stata penalizzata”.
Anche al netto della crisi finanziaria, secondo gli euroscettici il grafico mostra che la Germania avrebbe reagito molto meglio di tutti gli altri Paesi. Merito dell’euro?
“No, intanto bisogna fare un passo indietro e ricordare che la prima metà  degli anni Duemila, cioè i primi anni dell’euro, sono stati un periodo difficile per la Germani. E poi bisogna tornare alla crisi del 2008”.
La crisi ha colpito tutta Europa, la Germania sembra avere retto molto meglio
“C’è stata una forte crisi di domanda dappertutto, ma la Germania l’ha accusata molto meno degli altri Paesi perchè ha una domanda interna che conta relativamente meno rispetto a quella esterna. In sintesi: la Germania ha cominciato a beneficiare veramente dell’ingresso nell’euro soltanto con la crisi mondiale e per motivi che hanno a che fare con la natura stessa della sua economia più che con i vantaggi o gli svantaggi dell’euro. L’unico fattore strutturale che vedo è che la Germania ha adottato una politica di competizone al ribasso, abbassando i salari. E così si è resa più comptetitiva”.
Gli euroscettici sostengono che il cambio abbia favorito Berlino a svantaggio di altri Paesi, l’Italia ad esempio
“Non è così. Il tasso di cambio per la Germania era troppo alto al momento della creazione dell’Eurozona. Così ha perso competitività , ed è riuscito a riguadagnarla solo grazie al piano Schroeder di riforme”.

(da “La Repubblica”)

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