Luglio 9th, 2017 Riccardo Fucile
IL GOVERNO STUDIA PROVVEDIMENTI PER L’AUTUNNO: FINITO IL DOPING DEL BONUS ASSUNZIONI AGEVOLATE SE NE CREA UN ALTRO
Gentiloni accelera sull’operazione cuneo-fiscale. Nelle ultime riunioni prima di partire per il G20 di Amburgo ha consultato tecnici e alcuni collaboratori per cominciare a mettere a punto le strategie d’autunno.
Il problema più urgente è quello del lavoro: è necessario sostituire il bonus-assunzioni da oltre 8 mila euro, nato nel gennaio del 2015, che esaurirà la durata triennale dal gennaio del prossimo anno.
A far scattare l’allarme sono stati i recenti dati di maggio sull’occupazione che hanno segnalato una marcata perdita di posti. Per correre ai ripari, e per evitare di perdere il treno della ripresa europea che ormai viaggia a quota 2%, bisogna intervenire con decisione.
Non solo sui giovani, e comunque senza disperdere risorse sull’Irpef come pure vorrebbe lo schema renziano per sfidare in campagna elettorale Berlusconi e la Lega, schierati a favore della flat tax (aliquote sul reddito proporzionali e uguali per tutti). La convinzione che è emersa a Palazzo Chigi è invece quella che bisogna puntare tutte le risorse sul cuneo fiscale: dunque impegnare 6-7 miliardi in un sol colpo sul taglio dei contributi, riducendo la differenza tra il lordo e il netto in busta paga, mettendo più soldi nelle tasche dei lavoratori dipendenti, e caricando quei 6-7 miliardi sulla fiscalità generale.
L’aumento delle risorse da stanziare – da vecchio progetto di 2-3 miliardi a 6-7 miliardi – rende possibile anche un decisivo allargamento della platea: dai 25-30 anni previsti ai lavoratori cinquantenni.
Dopo la pausa estiva, in vista della prossima legge di bilancio, il governo lavorerà così ad un provvedimento per aumentare i margini di competitività delle imprese, in modo da far spazio all’export italiano in ambito europeo e internazionale e dare fiato alla domanda interna.
Il dossier naturalmente dovrà avere il via libera del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che dopo aver risolto con successo la questione banche, è alle prese con la quadratura dei conti.
Già con manovrina e con la richiesta di sconti sul deficit per il prossimo anno, l’intervento per sterilizzare l’Iva si è ridotto di molto. Ma certamente altre richieste sono sul tavolo: a cominciare dai contratti della pubblica amministrazione.
Non è escluso che all’interno del governo e nella maggioranza si avanzino anche altre ipotesi relativamente ai giovani.
Le due variabili su cui si dibatte, in alternativa all’idea di Palazzo Chigi, sono la platea (“under 35” o solo “under 25”) e l’entità dello sconto contributivo.
Alcuni prevedono una contribuzione “zero” per tre anni per l’assunzione a tempo indeterminato dei giovani sotto i 25 anni: una operazione che costerebbe 2-3 miliardi che peserebbero sulla fiscalità generale.
Successivamente, per trasformare il provvedimento in strutturale, ogni lavoratore così assunto porterebbe in dote uno sconto di un paio di punti sui contributi (oggi circa 9%) che si sommerebbe ad una eguale percentuale sul carico di contributi dell’impresa (oggi 24% circa).
Un’altra ipotesi è quella di dimezzare, cioè portare intorno al 15%, la quota contributiva complessiva di imprese e lavoratori, per la platea sotto i 35 anni. Naturalmente anche in questo caso il contratto sarà a tempo indeterminato e sarà portabile (se si cambia lavoro) e consentirà all’impresa di risparmiare 3-4 mila euro all’anno per ogni nuovo assunto.
Per i primi due anni il costo è circa un miliardo, mentre a regime si ragiona su una cifra che va da 1,5 a 2,5 miliardi
Mai come oggi la caccia alle risorse è aperta. In prima linea figura il rilancio in grande stile della spending review. Non è esclusa la sforbiciata alle agevolazioni fiscali e l’introduzione della fatturazione elettronica obbligatoria tra privati.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile
COME NEI “DIECI PICCOLI INDIANI” DI AGATHA CHRISTIE
Tra le banche italiane, di questi tempi, il libro che va per la maggiore è “Dieci piccoli
indiani” di Agatha Christie.
Con la crisi della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca in via di risoluzione (in senso lato, giacchè si è trovata una strada complessa proprio per aggirare la messa in risoluzione dei due istituti con le regole del bail-in), nel mondo del credito ci si interroga già su chi sarà la prossima a richiedere un qualche tipo di sostegno, pubblico o “di sistema” che sia.
Interpellato sulla possibilità che, dopo le venete, altre banche possano avere bisogno di aiuti dello Stato, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha subito gettato acqua sul fuoco: “Non ci aspettiamo — ha detto a Bloomberg tv — che altre banche abbiano bisogno. Stiamo studiando casi in cui questo può succedere, ma in concreto non ci aspettiamo nuovi casi”.
Eppure, molti indizi conducono a Genova, dove ha sede Banca Carige.
L’istituto di credito ligure è alle prese con un nuovo aumento di capitale “sollecitato” dalla Banca centrale europea (Bce), che dovrebbe quindi seguire quello da 850 milioni del 2015 e quello da 800 milioni del 2014.
L’incognita vera è sull’ammontare della ricapitalizzazione: inizialmente Carige aveva preventivato un’operazione da 450 milioni, che tuttavia oggi, stando a indiscrezioni, sarebbe più vicina ai 600, senza contare che ci sono analisti finanziari che sono arrivati a stimare fino a 800 milioni.
“Per quello che so — ha detto Padoan rispondendo specificamente sulla banca ligure — a Carige è stato richiesto un numero di aggiustamenti da parte delle istituzioni europee e sta rispettando queste richieste. Questa è una buona notizia”.
Tra i numerosi nodi ancora da sciogliere a Genova, c’è da capire se all’interno della manovra finanziaria allo studio rientrerà anche la conversione in azioni di obbligazioni subordinate della banca.
In passato, era finito nel mirino uno strumento finanziario emesso nel 2008 per un valore complessivo di 180 milioni e sottoscritto dalle Assicurazioni Generali, che oggi avrebbero in portafoglio ancora 80 milioni di questa obbligazione.
Inoltre, non è chiaro se i consulenti finanziari Credit Suisse, Deutsche Bank e Goldman Sachs, scelti a maggio per l’assistenza nelle operazioni di aumento di capitale e deconsolidamento delle sofferenze, saranno confermati e, soprattutto, saranno garanti della ricapitalizzazione.
Il fatto è che a maggio, quando sono stati selezionati, Carige era ancora guidata dall’amministratore delegato, Guido Bastianini, nel frattempo messo alla porta dal vicepresidente nonchè primo azionista della banca, Vittorio Malacalza, entrato in dissidio con lui sulla manovra da attuare per reperire le risorse e rafforzare il patrimonio.
L’uscita dell’ad, su cui tra l’altro ha acceso un faro anche la Consob, non è stata presa bene nè da alcuni consiglieri della banca, e in particolare da Claudio Calabi, Alberto Mocchi e Maurizia Squinzi, che si sono dimessi in polemica con la mossa di Malacalza, nè — a quanto sembra — da alcuni azionisti di peso, come il finanziere ligure con passaporto nigeriano Gabriele Volpi, e Aldo Spinelli, a capo dell’omonimo gruppo oltre che ex presidente del Genoa.
Secondo indiscrezioni, oggetto della contesa tra Bastianini e Malacalza sarebbe stata, tra le altre cose, proprio l’ipotesi di inserire nella manovra anche la conversione in azioni di obbligazioni subordinate, che avrebbe automaticamente diluito la quota del primo socio, oggi pari a quasi il 18% del capitale.
Anche per questo, ora che al timone di Carige è arrivato l’ex banchiere di Unicredit, Paolo Fiorentino, ci si interroga su come si muoverà e, in particolare, ci si chiede se opterà o meno per la conversione delle obbligazioni subordinate, dal momento che proprio lì è caduto il suo predecessore.
Stando a un’agenzia Ansa di venerdì 23 giugno, Carige starebbe valutando dismissioni di immobili e partecipazioni che potrebbero abbassare l’entità dell’aumento di capitale.
Al momento, tuttavia, anche alla luce del fatto che il nuovo ad Fiorentino si è appena insediato, non si sa ancora quale strada seguirà la banca. Anche per questo motivo, nei giorni scorsi l’istituto di credito ligure ha domandato alla Bce, che aveva posto tutta una serie di quesiti stringenti, “un differimento temporale” sulla valutazione del fabbisogno di capitale.
Una decisione a riguardo dovrebbe essere presa nel consiglio di amministrazione del 3 luglio. L’Eurotower aveva anche posto quesiti sulla gestione delle sofferenze e, in generale, dei crediti deteriorati, vera spina nel fianco di Carige.
A riguardo, l’agenzia Ansa ha ipotizzato la creazione di una società veicolo, un consorzio partecipato al 51% da investitori istituzionali e operatori del settore e al 49% dalla stessa banca genovese, a cui cedere 2,4 miliardi di crediti deteriorati, in modo che l’istituto di credito possa partecipare anche ai benefici derivanti dal recupero di questi prestiti.
Una cosa simile, nei mesi scorsi, è stata fatta da Unicredit.
Indipendentemente dall’ammontare definitivo dell’aumento di capitale, gli interrogativi e dubbi più inquietanti riguardano gli azionisti: in quanti aderiranno all’operazione, dopo le due analoghe da complessivi 1,65 miliardi dei tre anni precedenti?
Anche ipotizzando che la famiglia Malacalza, specialmente dopo avere ottenuto la testa di Bastianini, decida di fare la propria parte, chi metterà mano al portafogli per la restante parte della ricapitalizzazione?
E, ancora, come si muoveranno quegli azionisti stupiti delle modalità (a mezzo di una lettera inviata al consiglio di amministrazione) e della velocità con cui Bastianini è stato messo alla porta, come pare sia il caso di Volpi e Spinelli?
Tutti interrogativi che per il momento restano aperti.
Di certo non aiuta a trovare risposte incoraggianti il precedente del Monte dei Paschi di Siena, che lo scorso autunno è scivolato sul terzo aumento di capitale nel giro di pochi anni.
Di recente per Mps è stata avviata la procedura di ricapitalizzazione preventiva, che implica l’utilizzo di risorse pubbliche per la messa in sicurezza della banca senese.
Si attingerà , per una cifra che finora è stata quantificata intorno ai 6,6 miliardi, ai 20 miliardi stanziati a dicembre per le banche italiane dal governo di Paolo Gentiloni.
Il medesimo budget, da quel che si evince, servirà per coprire l’impegno fino a 17 miliardi di euro (di cui oltre 5 da sborsare subito) per l’operazione di salvataggio con annessa cessione a Intesa Sanpaolo delle banche venete.
Ed ecco qui che la coperta dei 20 miliardi messi da parte a dicembre è già diventata corta. Se mai Carige dovesse averne bisogno, rischia di restare scoperta.
(da “Business Insider”)
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Giugno 26th, 2017 Riccardo Fucile
E I PASSIVI LI SCARICA SUI CONTRIBUENTI ITALIANI.. L’ALTERNATIVA C’ERA, MA QUALCUNO DORMIVA
«Non c’erano alternative», secondo il ministro Pier Carlo Padoan. O meglio, c’erano ma erano impraticabili o impopolari.
Per questo ieri il governo ha impegnato diciassette miliardi di euro per il salvataggio di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca scegliendo di spenderne da subito 5,2 per l’accordo con Banca Intesa che riesce così a cancellare la concorrenza bancaria in Veneto e a farsi pagare per acquistare gli attivi dei due istituti mollando il passivo ai contribuenti italiani.
Il bello è che Padoan ha ragione quando sostiene che non c’erano alternative. Perchè l’unica davvero praticabile era il bail in, che avrebbe però rappresentato ben più di un campanello d’allarme per i titoli detenuti dalle famiglie che possono essere azzerati da un eventuale bail in, rispetto al quale gli italiani, al contrario di altri paesi europei, stanno messi male.
Spiega oggi Gianluca Paolucci sulla Stampa:
La liquidazione e separazione delle attività di Veneto e Vicenza in good e bad bank secondo la procedura fallimentare italiana costa allo Stato poco meno di cinque miliardi ma ne impegna sin d’ora altri dodici. Il governo aveva di fronte a sè due alternative: una percorsa senza successo, l’altra evitata come la peste. La prima era la “ricapitalizzazione precauzionale” che avrebbe salvato l’integrità dei due istituti e saltata per l’indisponibilità del sistema bancario di sostenerne una parte dei costi; l’altra la “risoluzione” che avrebbe imposto l’azzeramento di azionisti, obbligazionisti e probabilmente dei conti correnti oltre i centomila euro.
Il governo ha valutato questa soluzione impraticabile e pericolosa.
L’argomento non era peregrino, visto che in Italia — e solo in Italia — la percentuale di bond in mano alle famiglie è quattro volte quello della Germania: il timore era quello di un contagio sistemico a tutte le banche.
L’operazione varata ieri fa invece salvi tutti i conti correnti, le obbligazioni “senior” e le sole subordinate in mano alle famiglie: verranno rimborsate all’80 per cento dallo Stato, al 20 per cento da Intesa.
Vengono invece azzerati azionisti e obbligazioni subordinate in mano a investitori istituzionali.
Il problema è che il conto presentato da Intesa resta in ogni caso imbarazzante.
Lo Stato verserà a Ca’ de Sass 4,875 miliardi per lasciare invariati i suoi parametri patrimoniali. Altri dodici miliardi di garanzie pubbliche servono ancora a Intesa, che si è coperta con 6,35 miliardi per garantire i crediti a rischio mentre altri 4 miliardi potranno essere necessari per quelli oggi in bonis ma domani chissà . Infine ci sono le garanzie sui rischi legali, valutate tra 1,5 e 2 miliardi.
I due istituti verranno messi in liquidazione coatta amministrativa e saranno nominati i commissari straordinari.
Non avendo attivato la procedura con le regole europee, non perderanno un euro sia i correntisti con depositi sopra i 100mila euro sia gli obbligazionisti senior. I primi, di fatto, diventano correntisti di Intesa Sanpaolo, mentre i secondi verranno rimborsati per il 100 per cento alla scadenza.
Anche i risparmiatori che hanno sottoscritto obbligazioni subordinate (junior) verranno rimborsate del loro valore dal Fondo interbancario di tutela dei depositanti e da un contributo di Banca Intesa.
Nessuna conseguenza anche per chi ha sottoscritto un mutuo o un prestito: d’ora in poi la loro controparte diventerà Intesa.
Così come non ci sono conseguenze per chi ha sottoscritto un fondo di investimento o titoli di stato attraverso Popolare Vicenza o Veneto Banca: non ci sarebbero stati comunque, perchè la proprietà è del risparmiatore.
A perdere il loro investimento sono ovviamente gli azionisti, per Veneto Banca sono 88mila e quelli di Popolare Vicenza 111mila, anche coloro che sono stati “indotti” ad acquistare azioni delle due banche magari in connessione con la sottoscrizione di un mutuo o di un prestito.
In arrivo poi ci sono quattromila esuberi e seicento sportelli da tagliare. Ma per quelli c’è pronto un prepensionamento che potrebbe riguardare anche i dipendenti di Intesa. Un paracadute che i sindacati bancari hanno accolto esultando, ricordando che invece l’Europa cattiva avrebbe fatto molto più male.
Intanto Repubblica ci spiega che il costo a carico del contribuente potrebbe anche triplicare
Nel testo si scrive che «gli aiuti di Stato ammontano a 4,785 miliardi in termini di anticipo di cassa e 400 milioni di garanzie», per un totale di 5,2 miliardi. A cui si aggiungono «impegni per un importo massimo per 12 miliardi». Ma come sono suddivise queste voci? I primi 3,5 miliardi sono di «supporto finanziario a Banca Intesa per evitare che l’acquisizione di crediti ne peggiori i ratio patrimoniali». Poi ci sono 1,285 miliardi alle banche in liquidazione «per la gestione del personale».
Si aggiunge una «garanzia» fino a 6,35 miliardi per crediti che potrebbero essere «retrocessi a seguito a nuove verifiche.
Un’altra garanzia riguarda crediti al momento non a rischio ma che potrebbero diventarlo (e Intesa ha la facoltà di «ritrasferili alle banche in liquidazione» da qui a tre anni). Infine, c’è una terza garanzia sui «rischi legali che sono in capo alle due banche in liquidazione», il cui computo totale è ancora da accertare ma che si aggira tra 1,5 e 2 miliardi.
Francesco Manacorda su Repubblica invece ci ricorda che mentre l’unica alternativa era il bail in sanguinoso la responsabilità della situazione odierna rimane in capo proprio a quella politica che oggi dice che non c’erano alternative:
Quando nella primavera 2016 la Popolare di Vicenza si preparava all’aumento di capitale, assistita dall’Unicredit, e l’operazione andò a monte, fu il governo a lanciare l’operazione Atlante: oltre quattro miliardi raccolti con una pesante “moral suasion” tra banche, fondazioni e compagnie assicurative. Soldi che dovevano servire a rilevare i crediti deteriorati delle banche e che invece servirono in gran parte per un’iniezione di capitale comunque insufficiente per le banche venete. Sarebbe servito ben altro, magari anche con soldi pubblici – meno di ora – e a costo di sfidare Bruxelles.
Ma il referendum costituzionale si avvicinava, un esborso di Stato non sarebbe stato il miglior viatico per le speranze di vittoria, il messaggio era che si viveva nel migliore dei mondi (anche bancario) possibili.
Poi Renzi è caduto, Atlante è inciampato rovinosamente sotto un peso impossibile anche per il mitologico gigante e a Padoan e Gentiloni non resta che raccogliere i cocci delle banche rincollandoli con il mastice universale della spesa pubblica. Un rattoppo che forse non reggerà alla prova delle prossime elezioni
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 25th, 2017 Riccardo Fucile
SALVATAGGIO DELLE BANCHE VENETE, IL COSTO PER I CONTRIBUENTI E’ ALTISSIMO
Il nuovo proprietario della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca è Intesa Sanpaolo: con
un solo euro si porta a casa la parte sana dei due istituti.
Quella malata e soprattutto il conto salatissimo sono a carico dello Stato: ai contribuenti italiani il salvataggio costerà subito 5,2 miliardi, ma lo scudo pubblico potrà arrivare fino a 17 miliardi se alcune situazioni in bilico dovessero precipitare. Dopo settimane di trattative serrate tra il Tesoro, Bruxelles e Intesa, la partita del salvataggio delle banche venete si chiude con un esito imponente sul fronte delle risorse pubbliche che saranno impiegate per impedirne il fallimento.
Un impegno gravoso, che da una parte mette in luce la debolezza del sistema bancario italiano e dall’altra pone lo Stato nella condizione di essere, oggi, l’unico cavaliere bianco in grado di poter risolvere le crisi del settore ma a fronte di esborsi onerosi.
Dopo che il Meccanismo unico di vigilanza europeo ha riconosciuto l’insolvenza di Bpvi e Veneto Banca, aprendo il processo del salvataggio, arriva il secondo step per tenere aperti gli sportelli delle venete, cioè il decreto approvato dal Consiglio dei ministri che disegna la cornice normativa dentro la quale prenderà vita l’unica proposta arrivata sul tavolo del Tesoro per salvare le venete, quella di Intesa.
Le due banche passano a Ca’ de Sass. Le attività degli istituti saranno suddivise in buone e “malate” e andranno a confluire rispettivamente in una good bank e in una bad bank.
Intesa metterà un euro per acquistare la good bank, mentre la spesa maggiore sarà a carico dello Stato: 4,785 miliardi di soldi pubblici andranno subito a Ca’ de Sass per finanziare l’operazione, proteggere i suoi parametri patrimoniali e gestire i circa 4.000 esuberi.
Altri 400 milioni lo Stato li metterà per le garanzie necessarie. Ma la mobilitazione totale delle risorse pubbliche, tuttavia, potrà salire fino a 17 miliardi di euro per fronteggiare eventuali rischi.
I 12 miliardi che lo Stato potrebbe mettere in campo fanno riferimento alla copertura del rischio legato ad alcuni crediti ad alto rischio.
Le risorse pubbliche saranno attinte dai 20 miliardi messi da parte a Natale per far fronte alle ricapitalizzazioni precauzionali delle banche.
L’esborso dello Stato per le venete non avrà quindi un impatto sull’indebitamento, ma allo stesso tempo l’imponente riserva si ridurrà sensibilmente, considerando anche che bisognerà attingere da quelle risorse per mettere in campo la ricapitalizzazione precauzionale, sempre a carico dello Stato, di cui beneficerà Mps.
La strada scelta per i due istituti veneti è quella della liquidazione ordinata, detta anche liquidazione coatta amministrativa.
Il via libera al decreto di liquidazione dispone la cessazione della funzione degli organi amministrativi, di controllo e assembleari.
Seguiranno ora un decreto del Tesoro, con cui il cessionario e via XX settembre prenderanno atto del contenuto negoziale e l’indicazione dei commissari liquidatori da parte della Banca d’Italia.
Sono tutti passaggi fondamentali per far entrare in campo il piano di Intesa, che necessita tuttavia del via libera finale da parte della Commissione europea.
Lo schema prescelto prevede l’attivazione del burden sharing, che prevede la protezione dei correntisti retail e degli obbligazionisti senior: a loro sarà destinato un rimborso del 100 per cento. Le risorse saranno messe a disposizione dallo Stato e da Intesa.
Padoan ha difeso la scelta compiuta dal Governo, definendo il salvataggio “in linea con le regole europee” e l’unica possibilità . “Vorrei che le persone fanno critiche e dicono che ci sono alternative migliori dal punto di vista del sostegno alle famiglie, a costi inferiori, mi dicessero qual era l’alternativa migliore perchè io francamente non le vedo”, ha chiosato il ministro. “L’unica alternativa – ha aggiunto – era la liquidazione disordinata o spezzatino che avrebbe completamente distrutto la capacità operativa delle due banche”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
LA CRESCITA SBANDIERATA E’ UN’ILLUSIONE DOVUTA AL FATTO CHE I PREZZI SONO CALATI PIU’ VELOCEMENTE DEL PIL CORRENTE
Secondo l’Istat il Pil italiano è cresciuto nel primo trimestre del 2017 di un ragguardevole 0,4% rispetto al trimestre precedente e addirittura dell’1,2% rispetto a primo trimestre del 2016.
I renziani hanno subito festeggiato, anche se non si capisce perchè, visto che al governo c’è Gentiloni (chissà per quanto):
Ma le cose stanno davvero così?
Seguendo le tracce di Mario Seminerio sul blog Phastidio (“Il mistero del Pil gonfiato dal deflatore”) proviamo a spiegarvi come l’Istat è giunta a questa conclusione.
Il Pil (prodotto interno lordo) è una grandezza che indica il valore di beni e servizi prodotti (in un anno o un altro periodo a scelta) in un paese.
Quando si dice che “il Pil è cresciuto dello 0,4%” si sottintende il “Pil reale“, vale a dire quello al netto dell’inflazione.
Ad esempio se in un anno produco un milione di automobili a 10mila euro e l’anno dopo produco le stesse automobili a 11mila euro, in realtà non ho prodotto di più, semplicemente il prezzo è aumentato, cioè c’è stata inflazione.
Quindi il prodotto “reale” è sempre un milione di auto.
Quindi se voglio conoscere il Pil reale devo prendere la somma di quanto pagato per il milione di automobili (che posso misurare direttamente) e sottrarre l’ “inflazione del PIL”.
Infatti per il calcolo del Pil reale non si usa la normale inflazione, quella dei “prezzi al consumo”, perchè bisogna calcolare anche le variazioni dei prezzi di ciò che viene acquistato dalle imprese (ad esempio i macchinari) e dallo stato, mentre bisogna escludere i prezzi di ciò che viene importato (perchè non prodotto nel paese).
Oltre a ciò, il calcolo deve tenere conto della variazione di ciò che viene prodotto (più auto, meno arance, ad esempio) mentre per l’inflazione dei prezzi al consumo il paniere viene rivisto solo molto più raramente e in base ai comportamenti dei consumatori.
L’indice dei prezzi che si usa per “deflazionare” il Pil prende il nome di “deflatore del PIL” e in casi particolari può essere molto diverso da quello dei prezzi al consumo.
Ora ci basta sapere che invece il “Pil ai prezzi correnti” è il temine tecnico per indicare la somma di tutto ciò che viene prodotto usando come unità di misura il prezzo corrente, cioè quello effettivamente pagato.
Quindi se vogliamo sapere di quanto cresce il Pil reale, bisognerà prendere la variazione del Pil ai prezzi correnti e sottrarre l’ “inflazione del PIL”, cioè la variazione del già citato deflatore del Pil. Tutto chiaro? Speriamo.
Ora leggiamo cosa dice l’Istat:
«Rispetto al trimestre precedente, il PIL ai prezzi correnti, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,1%, il deflatore del PIL è diminuito dello 0,6%. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti è cresciuto dello 0,7%, mentre quello degli investimenti fissi lordi è diminuito dell’1,6%. Il deflatore delle importazioni è aumentato del 2,1% e quello delle esportazioni dell’1,0%
La crescita sbandierata insomma è quasi un’illusione, dovuta al fatto che i prezzi sono calati più velocemente del Pil corrente, che comunque è calato dello 0,1%. E quando cala il Pil corrente, in poche parole, significa che girano meno soldi. E quando girano meno soldi, chi ha un debito ne risente: ad esempio un imprenditore che ha fatto un debito incassa meno e quindi ha più difficoltà a rimborsare la banca (con tutto quel che ne consegue, come purtroppo ben sappiamo). Non c’è molto da gioire
Se Roma piange, Londra non ride
Tutto ciò avviene mentre però i prezzi al consumo aumentano, in buona parte guidati dalla crescita dei prezzi delle importazioni.
Un salasso per le famiglie che non fa bene all’economia. Un conto infatti sarebbe un’inflazione che aumenta perchè aumentano i salari e perchè l’economia si muove velocemente, tutt’altro è invece lo scenario di un paese in stagnazione la cui inflazione è dovuta alla svalutazione dell’euro e all’aumento del prezzo del petrolio, che ci rendono più poveri.
A proposito di svalutazioni: una dura lezione per i noeuro nostrani arriva dalla Gran Bretagna, dove la crescita si è fermata allo 0,2%, la peggiore dei paesi industrializzati. L’incertezza della Brexit si fa sentire: aumentano i prezzi al consumo e le famiglie ci perdono, mentre da tre mesi calano i prezzi delle case: è la prima volta dalla crisi finanziaria.
Non sorprende che i sondaggi diano in grande rimonta il partito laburista.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 31st, 2017 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA INVOCA UNO SFORZO ECCEZIONALE SU DEBITO E RIFORME
Ci sono due priorità che vanno al di là di quella “incertezza politica” che sta attraversando l’Italia e che corre lungo l’orizzonte del voto anticipato: andare avanti con le riforme e non rimandare più l’impegno per ridurre il debito pubblico che espone il Paese alla sfiducia dei mercati e a “fenomeni di contagio”.
L’impronta che il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dà alle sue Considerazioni finali, le ultime del suo mandato a via Nazionale, è netta: servono passi in avanti, non “retromarce” sul terreno delle riforme, dei conti pubblici e delle banche. Ecco perchè, sottolinea, serve uno “sforzo eccezionale” che chiama in causa anche la politica.
Visco non cita direttamente lo scenario delle elezioni anticipate, ma ai parti chiede chiarezza e concretezza: “Il consenso – sottolinea – va ricercato con la definizione e la comunicazione di programmi chiari, ambiziosi, saldamente fondati sulla realtà “.
Nessuna improvvisazione per la Banca d’Italia. Le macerie della crisi sono ancora tangibili, con un Pil che ritornerà ai livelli pre-crisi solo nel 2025. E per sostenere i primi segnali di una crescita che registra ancora vulnus importanti occorrono “tempo, impegno, sacrifici”.
Nessuna scorciatoia, ma un’agenda, quella della Banca d’Italia, che punta alla soluzione dei mali atavici dell’economia italiana (debito in primis) e ad affrontare, in un dialogo con l’Europa da riassettare, le sfide attuali più difficili, a iniziare da quella delle banche in difficoltà , da Mps alle venete alla più generale questione dei crediti deteriorati.
Di errori in passato ne sono stati commessi, mette in evidenza Visco, ma ora non vanno più ripetuti. Sul debito, in particolare, bisogna avviare “una diminuzione continua e tangibile” perchè proprio i mancati sforzi del passato sono costati cari al Paese, con manovre pesantissime.
Quello che serve, ora, è una “veduta lunga”. Una direzione, quella che via Nazionale indica all’Italia, che si inserisce in una cornice europeista imprescindibile. Visco si appella allo spirito di Carlo Azeglio Ciampi, che guidò la Banca d’Italia dal 1979 al 1993, in una delle fasi più difficili per il sistema bancario italiano.
Quello spirito europeista, che allora fece perno sull’euro, ora ritorna attuale nel messaggio che il governatore consegna alle forze antieuropeiste.
“E’ un’illusione – chiosa il governatore – pensare che la soluzione dei problemi economici nazionali possa essere più facile fuori dall’Unione economica e monetaria”. L’uscita dall’euro è uno scenario che non è nemmeno lontanamente ipotizzabile perchè, sottolinea Visco, “determinerebbe gravi rischi di instabilità “.
Europa sì, ma con un assetto diverso sulle sfide delle banche e degli Npl. A iniziare dalla bad bank, che palazzo Koch rilancia come misura “potenzialmente utile” a patto però che ci sia “un’effettiva determinazione a proseguire su questa strada”.
Messaggio chiaro da recapitare alla Commissione europea per sbloccare l’impasse sulla proposta dell’Eba. Ma c’è un altro elemento che Visco tira in ballo per sottolineare la necessità di un nuovo equilibrio tra le autorità nazionali e quelle europee: la vigilanza sul e il soccorso alle banche.
Il governatore difende l’operato di via Nazionale nei casi di “mala gestio”, ma sottolinea come le nuove regole europee hanno dato vita, in caso di crisi, a “una molteplicità di autorità e istituzioni – nazionali e sovranazionali – tra loro indipendenti, con processi decisionali poco compatibili con la rapidità degli interventi”.
Tradotto: manca un’azione di coordinamento in grado di frenare le situazioni più complesse. E anche l’impostazione data dall’Europa sugli aiuti di Stato mette in evidenza “limiti stringenti”. La casa europea è ancora incompleta nel campo economico e finanziario e per questo, secondo Visco, l’Unione è risultata “più forte nel proibire che nel fare”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 26th, 2017 Riccardo Fucile
ANCHE LE FONDAZIONI DICONO NO… IL GOVERNO PUNTA SUL SOSTEGNO PUBBLICO
Per salvare la Popolare di Vicenza e Veneto Banca serve un miliardo che deve arrivare
obbligatoriamente da soggetti privati, ma nessun banchiere si fa avanti.
Dopo il no di Intesa Sanpaolo la situazione si fa più ancora più nera: le Fondazioni non intendono mettere un euro e si spengono così anche le ultime e flebili speranze di riuscire a rispettare le indicazioni prescritte da Bruxelles.
La trattativa tra il governo italiano e la Commissione europea si fa complicatissima e il Tesoro, secondo quanto si apprende da fonti vicine al dossier, punta ora all’unica soluzione possibile: strappare uno sconto sulla cifra chiesta dall’Europa e tenere il punto sulla ricapitalizzazione precauzionale da mettere in piedi attraverso un sostegno pubblico.
Trattativa al cardiopalma: se non si raggiungerà un accordo, le due banche andranno gambe all’aria.
Per questo, spiegano le stesse fonti, i colloqui tra Roma e Bruxelles andranno avanti anche durante il week-end. L’obiettivo è capire subito se i funzionari della dg Competition apriranno o meno all’ipotesi dello sconto. “Se si scende anche fino a 700 milioni l’Europa farebbe fatica a dire di no al salvataggio”, spiega una fonte dell’esecutivo
Le condizioni dettate da Bruxelles per il salvataggio delle due banche venete sono chiare: al piano messo a punto dai due istituti, che si incentra su una ricapitalizzazione precauzionale di 6,4 miliardi sulle spalle dello Stato, bisogna aggiungere un miliardo che deve arrivare obbligatoriamente dai privati.
Ottenere uno sconto da parte di Bruxelles appare oggi l’unica via d’uscita possibile.
A spegnere anche le ultime speranze su un apporto sostanzioso al miliardo da mettere sul piatto sono arrivate le dichiarazioni perentorie di Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri: “Le Fondazioni non intendono mettere più un euro”.
Niente peli sulla lingua e una sottolineatura che rende evidente come le Fondazioni non intendono sborsare nuove risorse per salvare le due banche venete dal bail-in: “Abbiamo già messo 538 milioni” attraverso il Fondo Atlante e “vedremo che fine fanno”.
Anche la Fondazione Cariverona, che non ha partecipato alla costituzione di Atlante, si tira indietro. “Noi riteniamo di aver fatto la nostra parte. Noi abbiamo appena dato 40 milioni alla Popolare di Vicenza comprando parte della quota Cattolica, anche avendo ben chiara la finalità di dare sostegno alla banca”, ha dichiarato il presidente della Fondazione, Alessandro Mazzucco, a Radiocor Plus.
Il Governo non può quindi contare sul sostegno del sistema bancario nonostante i contatti continui tra il Tesoro e i vertici dei principali istituti per coinvolgerli nel salvataggio delle due venete. I due istituti in questione, dal canto loro, attendono l’esito della trattativa da spettatori.
“Siamo nelle mani del governo”, ha affermato il presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Mion. La riunione dei due cda delle banche ha preso atto delle prescrizioni di Bruxelles. Il consiglio d’amministrazione di Vicenza ha confermato il piano di ristrutturazione che prevede la fusione con Veneto Banca e ha preso atto delle “rassicurazioni” fornite dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.
Il cavaliere bianco non è arrivato e ora l’ultima speranza è affidata alla trattativa tra il governo e l’Europa.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 26th, 2017 Riccardo Fucile
LA DECISIONE FINALE SPETTA AL MINISTERO DELLO SVILUPPO CHE SI ESPRIMERA’ NEI PROSSIMI GIORNI
La cordata Am Investco Italy, formata da Arcelor Mittal e Marcegaglia con il sostegno di Intesa Sanpaolo, secondo “fonti vicine al dossier” citate dall’agenzia Ansa si è aggiudicata l’Ilva.
A breve dovrebbe essere diffusa la graduatoria delle offerte presentate ai commissari Piero Gnudi, Enrico Carrubba ed Enrico Laghi, a cui il governo ha affidato la gestione del siderurgico fino alla vendita ai privati prevista da un decreto del 2016. E Am Investco risulta appunto in testa.
Gli elementi valutati sono stati il prezzo offerto, circa 1,8 miliardi, l’impatto ambientale e il piano industriale.
L’altro pretendente era AcciaItalia, cordata costituita da Arvedi, Cassa Depositi e prestiti, Delfin (la holding finanziaria della famiglia Del Vecchio) e l’indiana Jsw Steel, che fa capo a Sajjan Jindal. Che, se vincitore, aveva annunciato di voler utilizzare, per alimentare l’impianto, il preridotto e altre soluzioni tecniche basate sul gas, in modo da ridurre l’inquinamento prodotto dal siderurgico.
La decisione finale spetta al ministero dello Sviluppo economico, che si pronuncerà nei prossimi giorni. Il ministro Carlo Calenda ha convocato per il 30 maggio i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm, Ugl Metalmeccanici, Cgil, Cisl e Uil per “comunicare lo stato di attuazione della procedura relativa alla cessione degli impianti”.
Successivamente scatterà un periodo di 30 giorni per verificare la rispondenza del piano ambientale presentato dall’azienda assegnataria alle indicazioni del ministero dell’Ambiente, che entro l’autunno emetterà un proprio decreto.
A quel punto scatterà l’esecutività del contratto di acquisizione. A condizione che il vincitore della gara passi il vaglio dell’antitrust europeo. Che lo scorso 10 aprile aveva inviato a Gnudi, Carrubba e Laghi una lettera per ammonire sulle “regole della procedura per gli aiuti di Stato” e “i rischi correlati ai due offerenti”, tra cui anche “quelli di natura regolatoria che potrebbero rendere la vendita difficile da completare, a fortiori, se questa venisse completata in tempi brevi”.
Infatti ArcelorMittal in Europa è tra le aziende leader e rischierebbe di sforare il 40% delle quote di mercato.
Mercoledì scorso però AcciaItalia e Am Investco hanno accettato la richiesta dei commissari di mantenere l’offerta invariata in termini economici — quindi garantire gli investimenti già indicati e non modificare il piano, compreso il perimetro dell’azienda, anche in presenza di eventuali prescrizioni dell’Antitrust. In caso di contestazioni, dunque, ArcelorMittal dovrà cedere attività in altri Paesi.
Se non ci saranno problemi, il via libera di Bruxelles arriverà entro 25 giorni lavorativi dalla notifica, come vuole la procedura.
Se il caso dovesse essere più complicato scatterebbe una seconda fase, che può arrivare fino a oltre 100 giorni lavorativi.
L’acquirente potrà contare su una dote di 1,3 miliardi da utilizzare per la bonifica delle aree inquinate dal siderurgico: si tratta dei soldi che la famiglia Riva aveva depositato in Svizzera.
Nei giorni scorsi Adriano Riva ha patteggiato due anni e mezzo di carcere per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori e ha contestualmente rinunciato alla cifra, già sequestrata dai pm milanesi, sbloccandone il trasferimento in Italia.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 24th, 2017 Riccardo Fucile
RAPPORTO HONEST ACCOUNT: L’ANALISI DEI FLUSSI ECONOMICI DI 47 STATI… I PAESI AFRICANI HANNO UN SALDO ATTIVO DI 41 MILIARDI DI DOLLARI VERSO IL RESTO DEL MONDO
Smettiamo di dire che l’Africa è povera. Smettiamo di parlare di aiuti come si trattasse di beneficenza e
della migrazione come la conseguenza di una miseria inevitabile. L’Africa è molto ricca e piena di possibilità : dalle risorse naturali a una consistente forza lavoro giovane, dall’ampia biodiversità al potenziale di un vasto mercato interno.
La sottrazione sistematica della ricchezza.
L’economia del continente dovrebbe crescere con tassi annuali a due cifre, anzichè con il 5 per cento attuale, eppure la maggior parte degli abitanti vive ancora in piena povertà .
Questa contraddizione dice chiaramente che l’Africa è impoverita, che c’è stata una sottrazione sistematica di ricchezza da parte dei Paesi industrializzati, per lo più ex imperi coloniali, a cui si aggiungono un’evasione fiscale dilagante, politiche commerciali penalizzanti, corruzione e costi ambientali di un modello sviluppo a cui l’Africa non ha mai partecipato.
Un credito verso il mondo di 41,3 miliardi di $.
A denunciare questa situazione è il nuovo rapporto Honest Accounts, pubblicato oggi da Global Justice Now e da un gruppo di ONG europee e africane. Il rapporto analizza i flussi economici e finanziari di 47 Stati, per capirne i limiti e il potenziale di crescita. “Il punto — dicono gli autori del rapporto – è che i Paesi africani sono in una posizione di credito nei confronti del resto del mondo, con un saldo netto di circa 41,3 miliardi di dollari nel 2015”.
Il costo dell’evasione.
Nel 2015, il continente ha ricevuto complessivamente 161,6 miliardi di dollari come prestiti, rimesse dei migranti e aiuti.
Quello che l’Africa ha perso, però, ammonta a circa 203 miliardi, sia direttamente — nel caso delle multinazionali che ne sfruttano le risorse ma poi mandano i profitti verso i paradisi fiscali — sia indirettamente, in forma di costi imposti da altri, come per l’adattamento ai cambiamenti climatici.
Se si guarda in dettaglio a queste cifre, si vede che ai Paesi africani sono arrivati circa 19 miliardi in aiuti e fondi vari, ma oltre tre volte tanto, 68 miliardi, sono usciti con le tasse evase dalle multinazionali, pari al 6 per cento del Prodotto interno lordo dell’intero continente.
Il ruolo della corruzione.
Ovviamente la corruzione diffusa ha un ruolo determinante nel facilitare l’evasione, impedendo ai governi e alle autorità fiscali di intervenire in modo veramente efficace. La corruzione alimenta la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi.
C’è un gruppo di circa 165mila super ricchi con un patrimonio complessivo di 860 miliardi di dollari, ovviamente offshore o in grandi banche inglesi o svizzere.
Le stime parlano di circa 500 miliardi nei paradisi fiscali, cioè il 30 per cento di tutta la ricchezza finanziaria africana, un patrimonio sottratto ai servizi pubblici più importanti per lo sviluppo, come scuola e sanità .
Non meraviglia che i controlli e il rigore fiscale siano scoraggiati, in una politica che tende a offrire anche generosi incentivi alle imprese straniere per attrarre investimenti, specialmente nei settori minerario, del petrolio e del gas.
Penalizzati da commercio.
Quanto alle rimesse dall’estero, nel 2015 ammontavano a 31 miliardi, non pochi ma compensati dai 32 miliardi di profitti esportati dalle grandi imprese straniere.
I governi hanno ricevuto 32,8 miliardi di finanziamenti ma ne hanno pagati 18 tra gli interessi e un debito sempre più alto.
Senza contare i 29 miliardi che ogni anno spariscono con il commercio illegale di beni naturali vari, come il pesce, gli animali e la vegetazione. Le politiche commerciali internazionali hanno creato un sistema che prende dall’Africa le materie prime per lavorarle altrove, facendo perdere il margine di guadagno maggiore, nel settore petrolifero come in quello agricolo.
Gli effetti climatici.
Infine, ci sono i danni del riscaldamento globale, provocato altrove, com’è noto. Il costo di adattamento, per prevenire l’impatto sull’economia e sulla vita quotidiana delle persone, è stimato in 10,6 miliardi all’anno.
I costi della mitigazione, invece, ammontano a circa 26 miliardi e comprendono la conversione nelle fonti rinnovabili, trasformazione molto più onerosa dove mancano le infrastrutture e la tecnologia che abbiamo in Europa. La perdita di giovani che migrano a causa dei dissesti naturali e dei conflitti, portando via forza lavoro e competenze – il cosiddetto brain drain — è stimata in circa 6 miliardi di dollari.
Che cosa fare.
I ricercatori di Honest accounts non fanno solo accuse, ma avanzano una serie di proposte per soluzioni concrete.
In generale, ci vorrebbe un maggiore coinvolgimento della società civile africana affinchè i tanti squilibri, la corruzione, e certi privilegi siano denunciati ed eliminati. Anche la società civile degli altri Paesi dovrebbe mobilitarsi però, soprattutto quelli che beneficiano della ricchezza dell’Africa.
“Le èlites globali non hanno alcun interesse a cambiare un sistema da cui traggono solo vantaggi, quindi sta alle organizzazioni e ai movimenti creare coalizioni transnazionali per fermare le varie forme di evasione fiscale e sottrazione di ulteriori risorse”, spiegano gli autori del rapporto, indicando con precisione alcune politiche da seguire.
Un’economia locale smantellata da ricostruire.
Ad esempio, sostenere l’economia locale con maggiori investimenti pubblici. Per decenni le istituzioni internazionali hanno promosso privatizzazioni e aperture dei mercati alle imprese straniere e al commercio internazionale, smantellando i pochi servizi pubblici esistenti senza avviare un’economia di mercato forte.
Come già accaduto nell’Asia orientale, dove i tassi di povertà si sono ridotti drasticamente negli ultimi decenni, un maggiore intervento dello Stato faciliterebbe la creazione e lo sviluppo di industrie locali, magari rafforzando il mercato interno con misure temporaneamente protezionistiche.
Il rapporto suggerisce ai governi africani di differenziare gli investimenti per la crescita non basandola solo sulla ricchezza mineraria, sulle fonti fossili e le altre risorse non rinnovabili — tra l’altro, causa di conflitti e di corruzione. Dovrebbero incoraggiare invece quei settori che permettono una crescita sostenibile e inclusiva, che ha maggiori prospettive in rapporto all’evoluzione tecnologia e alla trasformazione delle competenze, come raccomandato anche dalla Banca Mondiale
Ripensare aiuti, tasse e prestiti.
Riguardo agli aiuti dai Paesi industrializzati, questi andrebbero ripensati come forma di risarcimento per i danni subiti, anzichè come donazioni volontarie.
Un simile processo comporta un’analisi approfondita dei rapporti con ogni altra economia, calcolando quante risorse escono dal continente ogni anno e stimando anche i danni che altri hanno causato, come nel caso del riscaldamento globale.
Dal punto di vista finanziario, ci vorrebbe un impegno deciso per fermare l’evasione fiscale delle multinazionali che fanno profitti in Africa. Secondo i ricercatori anche le istituzioni finanziarie nazionali – come le borse valori – dovrebbero impedire a certe società di essere quotate se usano i paradisi fiscali e contribuiscono a impoverire Paesi in fanno profitti.
Un programma serio di controlli.
Inoltre, lo studio suggerisce un programma serio di controllo dei prestiti concessi attraverso Fondo Monetario, Banca Mondiale e altre istituzioni internazionali o governi, affinchè ci sia maggiore trasparenza nell’utilizzo e affinchè gli interessi diventino sostenibili nel medio e lungo termine. Si tratta, in sostanza, delle misure necessarie a limitare i danni dei cosiddetti “fondi avvoltoio” che strangolano l’economia dei Paesi in via di sviluppo, impedendo ogni reale progresso.
Su questa strada, nel 2015 le Nazioni unite avevano avviato un processo per la ristrutturazione del debito. La risoluzione fu votata da 136 nazioni, con l’opposizione di Stati uniti, Regno unito, Germania, Giappone, Canada e Israele.
(da “La Stampa”)
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