Ottobre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
IN DISCESA RICAVI DELLE VENDITE E DELLE PRESTAZIONI, ANCHE DOPO I LICENZIAMENTI
La Visibilia Editore di Daniela Santanchè chiude il primo semestre del 2017 in perdita e si affida al fondo degli Emirati Arabi Uniti Bracknor per reperire risorse finanziarie. La società , cui fanno capo le testate giornalistiche VilleGiardini, Ciak e Pc Professionale (acquisite nel 2014 dal gruppo Mondadori) e quotata sul listino dell’Aim di Piazza Affari, ha chiuso i primi sei mesi al 30 giugno con una perdita di 168.401 euro, dato che va a confrontarsi con il rosso di 230.718 euro che era stato registrato nello stesso periodo dell’anno prima.
In discesa i ricavi delle vendite e delle prestazioni, che passano da 2 a 1,8 milioni, accusando principalmente i cali delle vendite in edicola (da 519mila a 469mila euro) e degli abbonamenti (da 429mila a 371mila euro).
Scendono, tuttavia, anche i costi della produzione, da 1,99 a 1,65 milioni.
Se, da una parte, il risultato netto semestrale è stato migliore rispetto a quello del 2016, dall’altra, è stato inferiore al budget, sia per la già citata diminuzione delle vendite dei giornali in edicola nonchè degli abbonamenti, sia — informa il documento sull’andamento al 30 giugno — per “accantonamenti a fondi rischi e perdite su crediti relativi a crediti non più recuperabili previsti a budget”.
La società editoriale, sbarcata sull’Aim grazie all’acquisizione dell’agenzia di comunicazione e rassegna stampa Pms, è controllata con la maggioranza dalla Visibilia Editore Holding srl, il cui 92% è a sua volta in mano alla società concessionaria di pubblicità di Santanchè Visibilia srl, mentre la restante quota è nel portafoglio dell’Alevi srl della giornalista Paola Ferrari.
Il rosso ha fatto sì che la Visibilia Editore si trovasse, alla fine del primo semestre, nella fattispecie disciplinata dall’articolo 2446 del codice civile, quando cioè il capitale è ridotto di oltre un terzo in conseguenza di perdite.
Anche per questo la società guidata da Santanchè, che ne è presidente e amministratore delegato, è corsa ai ripari.
Tanto per cominciare, il 21 aprile scorso è stato rivisto il piano industriale, che prevede tra le altre cose un aumento dei ricavi digitali da web e la “piena efficacia delle azioni di efficientamento dei costi del personale, già iniziate nel 2015”.
I tagli al personale del gruppo Visibilia hanno spesso fatto discutere e alimentato polemiche. Per esempio lo scorso agosto, quando sono state poste in liquidazione le testate Novella 2000 e Visto e contestualmente la società editrice, Visibilia Magazine, ha deciso di licenziare tutti i dipendenti.
Non solo. La Visibilia Editore punta a ridurre gli oneri finanziari su un debito bancario che al 30 giugno ammontava a 2,5 milioni grazie alla rinegoziazione dei contratti con gli istituti di credito (proprio a giugno è stato raggiunto un accordo con l’ultima banca rimanente, sicchè gli impegni finanziari sono stati spalmati su un orizzonte di nove anni).
E poi c’è la questione della ricapitalizzazione. A riguardo, tra luglio e settembre, Visibilia Editore Holding srl, nel frattempo scesa dal 74% di fine giugno al 65% della società quotata all’Aim, ha versato 455mila euro “in conto futuro aumento di capitale, a supporto delle esigenze finanziarie della società , in riferimento a una prossima tranche dell’aumento di capitale”.
Mentre a settembre il consiglio di amministrazione guidato da Santanchè, dove siedono anche il suo attuale compagno Dimitri d’Asburgo Lorena (investor relator di Visibilia Editore; in pratica colui che tiene i rapporti con gli investitori) e il suo ex marito Canio Giovanni Mazzaro, ha deliberato di avviare un aumento di capitale da 700mila euro, che ha preso il via il 2 ottobre.
C’è di più. Il cda della Visibilia Editore, nella seduta del 25 settembre, ha deciso di approvare “i principali termini e condizioni relativi a una possibile operazione di investimento con Bracknor Investment per l’emissione di un prestito obbligazionario convertibile ‘cum warrant’ per complessivi 3 milioni di euro”.
Il fondo di Dubai Bracknor è, in realtà , lo stesso che ha già sottoscritto un’analoga emissione obbligazionaria, sempre del valore massimo di 3 milioni, a favore di Bioera, società presieduta da Santanchè e partecipata a maggioranza da Mazzaro.
Il 28 settembre, tra l’altro, Bracknor ha subito chiesto la conversione in azioni di alcune obbligazioni, operazione che condurrà il fondo arabo a un iniziale 0,573% di Bioera, che in linea di principio potrebbe crescere ancora.
Chissà se accadrà la stessa cosa in Visibilia Editore.
(da “Business Insider”)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
RIALZO AL 2,2% “GRAZIE A IMPORTANTE CONTRIBUTO DEI MIGRANTI DEI NUOVI STATI MEMBRI DELLA UE”
La Banca centrale europea conferma la revisione al rialzo della crescita per il per il 2017 nell’Eurozona anticipata dal presidente Draghi nel corso dell’ultima conferenza stampa.
Nell’Eurozona – si legge nel bollettino dell’Eurotower – il Pil crescerà nel 2017 al 2,2% dall’1,9% precedente, mentre restano invariata quelle per il 2018 e 2019 rispettivamente all’1,8% e all’1,7%.
Quanto alle prossime decisioni di politica monetaria la Bce, si spiega, “ha mantenuto invariato l’orientamento di politica monetaria e deciderà in autunno riguardo una calibrazione degli strumenti di politica monetaria nel periodo successivo alla fine dell’anno”.
Francoforte spiega che negli ultimi mesi l’inflazione ha registrato “un lieve aumento” ma nel complesso resta “su livelli contenuti” e di conseguenza, “è ancora necessario un grado molto elevato di accomodamento monetario”.
Sulle prossime mosse dell’Eurotower incidono soprattutto le previsioni sull’inflazione, che la la Bce ha rivisto al ribasso per il 2017 a 1,5%, per il 2018 a 1,2% dal precedente 1,3% e per il 2019 a 1,5% dal precedente 1,6%. Confermata invece la revisione al rialzo delle stime di crescita anticipata dal presidente Draghi nel corso dell’ultima conferenza stampa.
Ricco di spunti anche il capitolo sul mercato del lavoro.
Nell’Eurozona – si sottolinea – “durante la ripresa l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l’afflusso di lavoratori dai nuovi stati membri dell’Unione europea”.
Francoforte spiega che “a sua volta, ciò ha verosimilmente avuto un effetto considerevole sulla forza lavoro, in particolare in Germania e Italia”.
Francoforte sottolinea poi che “sebbene l’offerta di lavoro nell’area dell’euro stia continuando ad aumentare, negli ultimi dieci anni il suo tasso di crescita ha subito un rallentamento”.
Inoltre, rileva la Bce, “l’aumento della forza lavoro durante la ripresa economica è stato trainato dalla partecipazione femminile”.
Tale aumento e il modo in cui tale partecipazione differisce da quella maschile – si spiega- “sono riconducibili in larga parte alle divergenze esistenti fra il livello di istruzione degli uomini e quello delle donne”. Infatti “nella popolazione femminile in età lavorativa la percentuale di donne con un’istruzione terziaria è più elevata rispetto all’analoga percentuale fra gli uomini”.
Francoforte mette poi anche in guardia da eccessivi trionfalismi sul calo del miglioramento del mercato del lavoro nel nostro Paese.
L’Italia – rileva – è tra i paesi di alta disoccupazione del’area dell’euro che sta registrando in questa fase di ripresa un calo dell’indicatore. Non si tratta, tuttavia, di una riduzione “significativa” scrive la Bce nel bollettino mensile, definendo in tal modo una riduzione della disoccupazione che risponde a tre requisiti specifici.
Il nostro Paese, così come la Slovenia, non ne soddisfa nessuno dei tre a differenza di quanto sta avvenendo in Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro e Slovacchia.
I requisiti di una ‘riduzione significativa’ sono: 1) dopo aver toccato il valore massimo, il tasso di disoccupazione scende di almeno 3 punti percentuali nell’arco dei tre anni successivi; 2) il calo del tasso di disoccupazione nell’arco dei tre anni è pari ad almeno il 25% del tasso iniziale; 3) a distanza di cinque anni il tasso di disoccupazione rimane inferiore rispetto al livello registrato all’inizio dell’episodio.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2017 Riccardo Fucile
LA MEDIA UE DI CRESCITA E’ DEL 2,3%
L’economia italiana, nel secondo trimestre, è cresciuta più del previsto: l’aumento del pil dell’1,5%
registrato dall’Istat rispetto allo stesso periodo del 2016 è il più alto dai sei anni a questa parte.
Il Pd, puntualmente, festeggia il “grande risultato ottenuto grazie alle riforme del governo Renzi e proseguite da quello Gentiloni“.
L’ex premier Matteo Renzi sostiene che “la realtà ha smentito i gufi“.
Ma resta il fatto che i nuovi dati piazzano ancora una volta l’Italia agli ultimi posti nella classifica europea.
Anno su anno ha fatto peggio (di poco) solo il Belgio, con un +1,4%. La media è stata di +2,3%, 0,8 punti sopra il progresso fatto segnare dall’economia italiana, che pure non ha mai corso tanto negli ultimi sei anni.
“Il gap tra l’Italia e i principali partner commerciali e finanziari si amplia quasi inesorabilmente ad ogni trimestre”, sottolinea il capo economista di Nomisma, Andrea Goldstein.
“Prima o poi San Super Mario dovrà cominciare a stringere i cordoni della borsa dell’Eurotower e l’Italia rimarrà l’unico paese del G20 con un pil inferiore al livello pre-crisi”
“Crescita 2017 prevista a +1,5%. Meglio delle previsioni”, ha twittato il premier Paolo Gentiloni. “Una buona base per rilanciare economia e posti di lavoro”.
A dire il vero secondo l’Istat la crescita acquisita nel 2017, quella che si otterrebbe se nel resto dell’anno il pil rimanesse invariato, è pari a 1,2%.
In ogni caso il Documento di economia e finanza varato dal governo lo scorso aprile prevede per quest’anno un +1,1% e alla luce dei nuovi dati è probabile che a settembre, quando il Def verrà aggiornato, la stima sia rivista al rialzo.
Quanto al fatto che questo progresso sia sufficiente per “rilanciare l’economia”, Goldstein non è d’accordo: questi livelli, rileva, appaiono “ancora insufficienti per rilanciare sensibilmente gli investimenti e assorbire la disoccupazione”.
Terzultimi per crescita trimestre su trimestre, penultimi anno su anno
Il confronto con il resto dell’Europa e con l’Eurozona aiuta però a capire la reale portata di questa crescita.
Nel secondo trimestre, rispetto al primo, il pil italiano è salito stando ai dati Istat dello 0,4%. La media Ue, secondo Eurostat, è stata di +0,6%: meno dell’Italia sono cresciuti solo il Portogallo (+0,2) e la Gran Bretagna (+0,3) alle prese con i negoziati su Brexit.
Anno su anno (secondo trimestre 2017 sullo stesso periodo del 2016) la media dei Paesi che hanno adottato l’euro è stata di +2,2%: la Germania ha messo a segno un +2,1%, la Francia +1,8, la Spagna ha raggiunto il +3,1%. L’Est Europa corre: +3,6% la Bulgaria, +4,5% la Repubblica ceca, +4% la Lituania, +4,1 la Lettonia.
L’Irlanda ha registrato addirittura un +6,6 per cento.
Anche Gran Bretagna e Portogallo, che trimestre su trimestre sono fanalini di coda, si piazzano davanti alla Penisola se il metro di paragone è la crescita rispetto al secondo trimestre 2016: rispettivamente fanno segnare +1,7 e +2,8 per cento.
Su industria e servizi, cala l’agricoltura. A giugno boom di farmaceutica e attività estrattiva
L’aumento tendenziale dell’1,5% è il più alto registrato dall’Istat da sei anni. Per trovare un valore maggiore bisogna tornare al primo trimestre del 2011 quando l’incremento era stato del 2,1%.
I dati sono corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati per tener conto che il trimestre ha avuto tre giornate lavorative in meno del trimestre precedente e due in meno del secondo trimestre 2016.
La variazione congiunturale è sintesi di un aumento dell’industria e dei servizi, che hanno un “andamento omogeneo, con i servizi che mantengono un tasso di crescita importante”, e di un calo dell’agricoltura.
Trattandosi di stime preliminari (che verranno confermate o meno il 14 novembre), non sono ancora disponibili dati disaggregati per settore.
Gli ultimi dati sulla produzione industriale, relativi al mese di giugno, hanno evidenziato un incremento complessivo dell’1,1% con il traino del settore farmaceutico (+5,9% mese su mese), dell’attività estrattiva (+11,2%) e della fabbricazione di prodotti petroliferi (+7,9%).
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
CON GRECIA E PORTOGALLO SIAMO UNO DEI TRE PAESI DELL’EUROZONA IL CUI PRODOTTO INTERNO LORDO RESTA INFERIORE A QUELLO DEL 2007… SIAMO IN CODA ANCHE SU DISOCCUPAZIONE, PREZZI DEGLI IMMOBILI E MERCATI AZIONARI
L’economia italiana è ancora lontana dai livelli pre-crisi. E con Grecia e Portogallo, il nostro è uno dei tre paesi dell’Eurozona il cui prodotto interno lordo resta inferiore a quello del 2007.
L’analisi è del Financial Times e mostra i ritardi dell’Italia anche in tutti gli altri indici presi in considerazione: disoccupazione, prezzi degli immobili e mercati azionari.
Nel dettaglio, secondo il quotidiano, alla fine del 2017 il Pil italiano sarà 6,2 punti percentuali sotto il dato di dieci anni fa.
In Eurolandia, a farci compagnia, sotto ‘quota zero’, sono solo altri due Paesi: il Portogallo, che segna un calo complessivo del 2,4%, e la Grecia, che ha perso un quarto del proprio prodotto interno lordo (-24,8%).
Tutte le principali economie mondiali analizzate dal Financial Times sono oltre “quota zero” e registrano un prodotto interno lordo superiore a quello del 2007.
L’ultima a uscire dal buco nero della crisi è stata la Spagna, che ha raggiunto il pareggio quest’anno e, a fine 2017, guadagnerà il 2,1%. Se all’Italia non sono stati sufficienti dieci anni per tornare ai livelli pre-crisi, a Francia, Germania e Stati Uniti ne sono bastati quattro: il saldo è tornato positivo nel 2011.
Oggi si attesta a +6,7% per Parigi, a +10,9% per Berlino e a +14,6% per Washington.
La ripresa britannica è stata più graduale: Londra ha raggiunto i livelli pre-crisi nel 2013. Ma da allora ha accelerato: chiuderà il 2017 con un progresso dell’11,1% rispetto a un decennio fa.
Ancora più repentina è stata la risalita di Islanda e Irlanda. Hanno dovuto aspettare il 2014 prima di raggiungere il pareggio, ma da allora la crescita è stata rispettivamente del 18,1% e del 38,5%. Guardando all’Asia, anche il Giappone recupera, seppure a un ritmo meno elevato (+4,7%).
Mentre la Cina merita un discorso a sè: Pechino è l’unica grande economia mondiale a non aver risentito della crisi. Dal 2007, il Pil è più che raddoppiato (+119,9%). Se la rappresentazione grafica del prodotto interno lordo di altri Stati è una curva rotta da cambi di direzione, per la Cina somiglia molto a una linea retta.
Male il lavoro, le azioni, gli immobili
Per quanto riguarda il lavoro, il record negativo è della Grecia, con una disoccupazione superiore del 14,6% rispetto al 2007. Ma il mercato del lavoro, che tende a ritardare la propria ripresa rispetto a quella del Pil, resta debole anche negli Stati riaffacciatisi oltre il pareggio.
Come in Spagna, dove la disoccupazione resta del 10,2% più alta rispetto a dieci anni fa, e negli Stati Uniti, che solo nel 2017 raggiungeranno lo stesso tasso di disoccupazione del 2007 nonostante una crescita del Pil già in doppia cifra.
Appena sopra il pareggio è la Gran Bretagna, dove il tasso di disoccupazione e’ inferiore di appena lo 0,9% rispetto a dieci anni fa. A fare da solida eccezione e’ la sola Germania, con un tasso di senza lavoro sceso del 4,6% rispetto al 2007.
Il Financial Times, in questo caso, non analizza il dato italiano. Ma basta guardare ai dati Istat per capire che ‘quota zero’ e’ ancora lontana: il tasso di disoccupazione alla fine del 2007 era del 6,5%, quello registrato a giugno 2017 e’ stato dell’11,1%.
Per il mercato immobiliare il Financial Times ha preferito confrontare i dati con il 2005, anche per includere la bolla dei mutui subprime scoppiata nel 2006.
Negli Stati Uniti, epicentro di quella crisi, i prezzi delle case sono cresciuti del 9,2%. In Canada l’aumento e’ stato del 42,8%; in Gran Bretagna del 50,6%. In Australia i prezzi sono più che raddoppiati (+107,5%).
In Spagna, a conferma di un’economia che ha ancora bisogno di sostegno nonostante la risalita del Pil, il mercato galleggia 9,5 punti percentuali al di sotto dei livelli del 2005. Neppure in questo caso l’Italia fa parte degli esempi citati dal Financial Times.
Ma anche in questo caso il confronto e’ semplice: dopo anni di flessione, i prezzi (secondo S&P, la stessa fonte utilizzata dall’Ft) inizieranno a rivedere terreno positivo solo nel 2017 (+0,5%) e nel 2018 (+1%).
Cattive notizie anche dai mercati finanziari. Da anni Wall Street galoppa: +69% rispetto a dieci anni fa. Il Giappone corre: +19%. Tra le piazze che devono ancora recuperare il terreno perduto ci sono invece i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica): -10,3%. Milano e’ ancora piu’ indietro: -45,2%. Peggio fa solo la Grecia (-83,1%).
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 30th, 2017 Riccardo Fucile
OBIETTIVO DELLA PAUSA DI RIFLESSIONE USARE TRATTE ESISTENTI PER RISPARMIARE
Con l’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, anche il dossier Torino-Lione è motivo di timori e potenziali attriti tra Italia e Francia.
Anche se lo stop dei cantieri già avviati non è in discussione, la pausa di riflessione sulle grandi opere annunciata dalla ministra dei Trasporti, Elisabeth Borne, rischia di paralizzare per un quasi un anno l’avvio di nuovi cantieri e l’attribuzione di appalti sulla tratta francese.
Bisognerà attendere la nuova legge programmatica sulle infrastrutture entro la fine del primo semestre 2018.
I ruoli si sono invertiti: finora era l’Italia a essere considerata l’anello debole, per via dei conti traballanti e dei movimenti che da vent’anni contestano l’alta velocità .
Ora è la nuova Francia macronista a voler riflettere sul da farsi.
Ricalcolare le spese anche per evitare di avviare opere che non è in grado di finanziare. E adesso è l’Italia (e con lei l’Europa) a chiedere spiegazioni, garanzie e rassicurazioni.
«Non possiamo promettere aeroporti e linee ad alta velocità alla Francia intera – recita un tweet pubblicato a metà luglio dal presidente – La legge assocerà ad ogni progetto il suo finanziamento».
Un po’ quel che mesi fa ha chiesto la Corte dei Conti francese, inchiodando l’Agenzia di finanziamento delle infrastrutture di trasporto (Afitf), accusata di avviare opere largamente insostenibili dal punto di vista economico.
La Francia ha un piano di infrastrutture che vale tra 70 e 80 miliardi nei prossimi anni. Tre progetti sono di rilevanza internazionale: il Canal Seine-Nord, 4,5 miliardi per collegare il porto di Le Havre e il Benelux; il nuovo aeroporto di Parigi; e la Torino-Lione.
Venerdì a Roma la ministra delle Infrastrutture Elisabeth Borne ha rassicurato il collega italiano Graziano Delrio: per la Torino-Lione i lavori proseguono e sono confermati gli «impegni internazionali».
I lavori del tunnel di base non si fermano, anche perchè l’Unione europea finanzia il 40% degli 8,3 miliardi necessari (all’Italia tocca pagare il 35%, alla Francia il 25). Entro gennaio la Francia si impegna a rivedere la tratta di sua competenza.
E lo farà prendendo spunto dall’Italia che ha già avviato e concluso la ricognizione delle proprie infrastrutture.
Il processo ha coinvolto anche la tratta italiana della Tav: il governo e la struttura tecnica guidata dal commissario Paolo Foietta hanno rivisto il progetto, deciso di sfruttare parte della linea già esistente, abbassando il costo da 4,3 a 1,9 miliardi.
Lo stesso farà adesso la Francia, la cui tratta di Torino-Lione vale sulla carta 7,5 miliardi ma – eliminando alcuni tunnel previsti e sfruttando la tratta storica che devia verso Chambery – potrebbe passare a 3,5-4 miliardi.
Il progetto non sembra dunque essere in discussione. Lo stesso Macron, in campagna elettorale, è stato categorico: «C’è un trattato internazionale, ci sono finanziamenti europei disponibili, ci sono gli operai che hanno incominciato a scavare. A questo punto non abbiamo più scelta: bisogna andare fino in fondo».
Quel che verrà valutato, oltre al tracciato, sono le modalità di finanziamento.
«Per ora vengono valutate su base annua – spiega Stèphane Guggino, delegato generale di Transalpine -. Entrare in una legge di finanziamento pluriannuale (come vuole fare Parigi entro il primo semestre 2018, ndr) permetterebbe di mettere in sicurezza il progetto sul lungo periodo».
Anche a costo di perdere altro tempo, che tuttavia si pensa di compensare.
Gli accordi internazionali fissano la fine dei lavori al 2030: un progetto low cost, che sfrutti in parte infrastrutture già esistenti, potrebbe accorciare i tempi di realizzazione. «Non è più un progetto, è un cantiere», spiega Guggino. «Un miliardo e mezzo è già stato speso, 20 chilometri di gallerie scavati e 400 persone lavorano sul lato francese del tunnel».
(da “La Stampa”)
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Luglio 28th, 2017 Riccardo Fucile
LA PARTNERSHIP CON LA CINESE CSSC VISTA COME UN PERICOLO: “SE I CINESI SI METTESSERO A FARE NAVE DA CROCIERA GRAZIE AGLI INSEGNAMENTI ITALIANI?”
No al cavallo di Troia cinese. Nessuno lo dice apertamente, ma è stato il convitato di pietra
asiatico a far saltare la trattativa tra l’Italia e la Francia per l’acquisizione della maggioranza dei cantieri Stx da parte di Fincantieri.
Parigi, infatti, non ritiene sufficienti le garanzie italiane e teme che la partnership tra la controllata da Cdp e Cssc (China State Shipbuilding Corporation) possa accelerare il trasferimento di competenze tra la Francia e l’Asia.
Peggio, la sensazione — secondo Le Monde — è che Fincantieri sia caduta come in trappola: spinta dagli armatori americani di Carnival, tra i suoi principali clienti, ha avviato una collaborazione con i cinesi dai cui cantieri nel 2022 usciranno le prime copie delle navi realizzate da Fincantieri per Carnival.
Negli ultimi mesi la posizione italiana non è mai cambiata e i vertici del gruppo spiegano che il “trasferimento di competenze è sotto controllo e riguarda solamente il mercato locale delle crociere”, ma nonostante tutto i francesi non si fidano.
Ed Emmanuel Macron, già paladino della sinistra liberal, non ha alcuna intenzione di correre rischi preferendo richiamarsi alla dottrina gollista che vuole una Francia forte e indipendente.
D’altra parte sono proprio gli altri costruttori europei a essere dubbiosi sulle capacità italiane di resistere alle pressioni cinesi.
“Cosa potrebbero fare — si chiede Le Monde — se Pechino di punto in bianco decidesse proprio grazie a quello che ha imparato dagli italiani di proporre al mercato delle navi da crociera cinesi?”
Un quesito a cui oggi nessuno è in grado di dare una risposta concreta. E dal quale il governo italiano fugge veloce come il vento richiamando al rispetto del mercato unico europeo e al diritto di reciprocità .
Peggio, si cercano paragoni tra la scalata dei francesi di Vivendi in Telecom con l’operazione di Fincantieri dimenticando, però, importanti particolari: dal 2008 Sxt è partecipata dallo Stato francese che vanta un diritto di prelazione sul 66% in mano ai coreani e dal 2012 è in vigore il decreto Mountebourg (copiato pochi giorni fa dai tedeschi) che tutela i settori strategici industriali.
Ebbene, non solo l’Italia non ha alcuna politica industriale degna di nome da decenni (sebbene negli anni ogni ministro dell’Industria abbia promesso leggi — mai scritte — a tutela del made in Italy), ma si confonde un’azienda privata come Telecom e la sua rete con un’azienda a forte partecipazione statale (per volere di Nicolas Sarkozy, Parigi ha la minoranza di blocco nel capitale di Stx).
A questo si aggiunga che la Cina è davvero una minaccia per l’industria europea — d’altra parte è proprio per questo che l’Ue ha negato a Pechino il riconoscimento dello status di economia di mercato — per comprendere tutti i timori francesi.
D’altra parte basti guardare cosa è successo a tutti i settori che hanno avviato il trasferimento di tecnologia.
Ed è evidente che nel giro di qualche anno Pechino si affaccerà sul mercato della cantieristica da crociera costruendo ottime navi, ma perchè — si chiedono a Parigi — devono essere proprio i francesi a facilitare il compito dei loro futuri avversari? Inoltre con un costo del lavoro molto più basso e la tecnologia europea, i cinesi avrebbero gioco facile a sbaragliare la concorrenza: un rischio troppo grande per Parigi che a Saint Nazaire ha il suo unico cantiere navale.
Insomma, Fincantieri rischia di rimanere schiacciata in una battaglia internazionale nella quale l’Italia fatica ad aver voce in capitolo.
“Riteniamo — dicono i ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda — grave e incomprensibile la decisione del Governo francese di non dare seguito ad accordi già conclusi che garantivano la tutela dei livelli occupazionali in Francia e del know-how francese attraverso una governance equilibrata e in una prospettiva autenticamente europea”.
Tuttavia, nel solco tracciato da Macron che vuole una Francia sempre più leader in Europa la difesa degli interessi nazionali diventa un caposaldo della nuova politica economica: grazie anche ai paletti agli investimenti esteri messi negli anni da Sarkozy e Hollande.
(da “Business Insider”)
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Luglio 26th, 2017 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’ECONOMISTA SAPELLI SUL CASO FINCANTIERI-STX: “LA FRANCIA NON CEDE LE CHIAVI DI UN PORTO MILITARE A UN PAESE STRANIERO”
“Solo un ingenuo poteva credere che i francesi avrebbero ceduto il porto di Saint-Nazaire. Quella è una
zona militare, non so se mi spiego”.
Giulio Sapelli è tranchant sull’affaire Fincantieri-Stx e il gelo calato sui rapporti diplomatici e industriali tra Italia e Francia. Storia di affari e di armi, secondo l’economista e storico esperto di imprese.
Affari e armi che, secondo Sapelli, portano dritti alla Libia.
Cosa vuol dire per Emmanuel Macron giocare questa partita su Stx?
“Fin dall’inizio avevo detto che questa partita sarebbe stata preclusa all’Italia. Fincantieri è entrata in un gioco senza partita. La Francia non cede le chiavi di un porto militare a un Paese straniero. E le ragioni riguardano l’interesse nazionale. Queste sono cose che possono accadere solo in Italia, dove molti politici fanno gli interessi di altri Stati”.
Ovvero?
“I nomi li farò in un libro. Si possono elencare uno a uno con lo Stato accanto”.
Lei dice che è da ingenui credere di entrare in quel giro. Perchè la Corea sì e l’Italia no?
“Prima di tutto la Corea del Sud è uno Stato che ha molto meno peso di quello che avremmo avuto noi. Se si va a vedere i contratti lo si capisce che con la Corea non c’era un legame così forte. In secondo luogo la Corea è un posto importante per la Francia per la vendita di armi, un luogo di smercio. Per questo aveva un senso”.
Macron proporrebbe all’Italia di fare fifty-fifty, ma di ampliare l’intervento al ramo militare.
“Ecco, il fifty fifty non conviene affatto all’Italia. Quello che si prospetta è solo un primo passaggio verso un gruppo europeo in cui i francesi avrebbero la maggioranza. A quel punto Fincantieri non toccherebbe palla sul militare, con le sue navi da crociera sarebbe solo in ostaggio dei francesi”
Come giudica questa mossa così eclatante da parte dell’Eliseo?
“Macron è stato messo lì da chi vuole una nuova Francia più gollista che europea. Di qui il grande protagonismo su molti temi nazionali del giovane presidente”.
Legge così anche il vertice sulla Libia?
“Ma certamente: la partita libica va letta tutta nel senso di un nuovo gollismo francese. Parigi ha un forte potere nell’Africa subsahariana. Per estendere il suo campo di influenza deve espandersi a Nord. Ecco perchè la Libia è essenziale. Sinceramente non so però se ci riuscirà . Haftar e Serraj non controllano quasi nulla nel Paese. Ma non c’è solo la Libia”.
Cos’altro?
“C’è anche il recente accordo Francia-Germania per la costruzione di un nuovo caccia da combattimento, un’intesa in sfregio a tutti i patti europei che avrebbero richiesto anche il coinvolgimento dell’Italia. Questo davvero fa il paio con Saint-Nazaire e riguarda da vicino l’industria bellica e le strategie militari di Parigi. Non dimentichiamoci che il capo di Stato maggiore si è appena dimesso. Poco credibile che si sia dimesso solo per i tagli alla Difesa. La verità è che era critico sulla nuova strategia. Come tutti i militari, che sono senza dubbio più prudenti dei politici, ha preferito fare un passo indietro”.
In Italia comunque ci sono molti investimenti francesi, non conviene a nessuno un conflitto così.
“Eccome: dalle privatizzazioni di Prodi alla Telecom di Bollorè di oggi lo shopping è stato senza soluzione di continuità . La Francia si muove con colossi, ma su materie come la Difesa, ripeto, non ce n’è per nessuno. Credo che alla fine Fincantieri dovrà abbassare la testa”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 26th, 2017 Riccardo Fucile
ROMA VUOLE IL CONTROLLO, PARIGI MINACCIA DI FAR SALTARE TUTTO…E FINCANTIERI PERDE QUOTA IN BORSA
Roma e Parigi non s’incontrano ancora sulla via di Saint-Nazaire. Tra Italia e Francia l’affaire Fincantieri-
Stx è causa di crescenti tensioni al limite della rottura, con la parte italiana che dice di aver dato “ampia disponibilità ” ad accogliere le richieste dei francesi a modificare un accordo già concluso, e quella transalpina che non vuole accettare nessuna delle soluzioni di modifica delineate dal vicino.
L’effetto di questo stallo si vede sul titolo Fincantieri, che in avvio a Milano cede il 12% a 0,92 euro.
Si sta arenando la già difficile partita che potrebbe portare Fincantieri a gestire gli storici cantieri navali di Saint-Nazaire, i più importanti della Francia.
Il colosso italiano ha acquisito dal Tribunale di Seul il 66,66% della società Stx Francia che gestisce i cantieri francesi, ma l’accordo che aveva raggiunto con Francois Hollande per l’assetto societario della stessa Stx (che prevedeva la maggioranza assoluta in mani italiane) è stato messo in discussione da Emmanuel Macron, che ha chiesto di ridiscuterlo.
A uscire allo scoperto è il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, che minaccia di far saltare il tavolo.
Se l’Italia non accetterà l’offerta presentata dalla Francia su un assetto 50-50 nell’acquisizione dei cantieri di Stx da parte di Fincantieri “lo Stato francese eserciterà il suo diritto di prelazione” per riaprire il dossier, ha detto ai microfoni di FranceInfo.
“Non vogliamo correre nessun rischio sul futuro dei posti di lavoro, sul futuro delle competenze, dei territori, in un sito industriale così strategico come quello dei cantieri industriali di Saint Nazaire”.
Parole che sono inaccettabili per Giuseppe Bono, numero uno di Fincantieri, che dice senza mezzi termini che “la pazienza è finita”.
L’acquisizione di Stx France è per Fincantieri “un obiettivo industriale e non politico” ha spiegato nel corso di una conference call, “non abbiamo bisogno di Stx a tutti i costi, abbiamo un ottimo portafoglio ordini”.
“Mi piace sottolineare che negli ultimi anni Fincantieri ha consegnato 50 navi da crociera contro le 12 di Saint Nazaire, e nel frattempo Stx France ha cambiato proprietà ben tre volte”.
Ed ancora: “Siamo italiani ed europei ma non possiamo accettare di essere trattati meno dei coreani. Al momento – ha ricordato Bono – siamo leader mondiali, abbiamo molte trattative in corso e un grande blacklog”.
Si fa sentire anche il Governo italiano. “Su Stx siamo stati chiari fin dal principio. Il precedente Governo francese ha chiesto a Fincantieri di interessarsi, e Fincantieri lo ha fatto con un progetto industriale solido che ha alcune condizioni fondamentali”, dice il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.
Che avverte: “Queste condizioni sono conosciute dal Governo francese, dal precedente che ha firmato un accordo e dall’attuale: non abbiamo nessuna intenzione di andare avanti se queste condizioni non ci sono”.
Per Pier Carlo Padoan le voci da Parigi sono motivo di rammarico. “L’attuale esecutivo francese ha deciso di cancellare accordi già presi sulla presenza di Fincantieri nella compagine sociale di Stx — ha dichiarato — Abbiamo dato la nostra disponibilità ad ascoltare le esigenze del nuovo governo, ma non c’è nessun motivo per cui Fincantieri debba rinunciare alla maggioranza e al controllo della società francese”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 14th, 2017 Riccardo Fucile
CALANO LE ENTRATE DALLE TASSE
Sale ancora il debito pubblico italiano, proprio quello che il governo si deve impegnare ad
abbattere – in rapporto al Pil – per spuntare maggiore flessibilità nella scrittura del Bilancio del 2018, secondo quanto concesso e ribadito dalla Commissione Ue nella fresca lettera inviata al Tesoro.
Secondo il dato comunicato da Bankitalia, a maggio il debito delle Amministrazioni pubbliche è stato pari a 2.278,9 miliardi, in aumento di 8,2 miliardi rispetto ad aprile.
“L’incremento è dovuto principalmente al fabbisogno mensile delle Amministrazioni pubbliche (7,0 miliardi); vi contribuiscono anche l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (per 0,5 miliardi, a 58,9; erano pari a 72,7 miliardi alla fine di maggio 2016) e l’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del tasso di cambio (0,7 miliardi)”, dice via Nazionale.
Con riferimento ai sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 8,1 miliardi, quello delle Amministrazioni locali di 0,1 miliardi; il debito degli Enti di previdenza è rimasto pressochè invariato.
Dai numeri di Bankitalia emerge anche l’aggiornamento a maggio delle entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato: sono state pari a 33,5 miliardi (inferiori di 0,3 miliardi a quelle rilevate nello stesso mese del 2016); nei primi cinque mesi del 2017 esse sono state pari a 154,4 miliardi, in crescita del’1,4 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2016.
(da agenzie)
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