Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
UNA PROPOSTA ANACRONISTICA, I REDDITI PIU’ ELEVATI SONO SPESSO FRUTTO DI POSIZIONI DI MONOPOLIO E DI RENDITE
Di Flat Tax si inizia a parlare negli Usa a inizio anni 80: l’imposta personale sul
reddito era caratterizzata da enormi erosioni della base imponibile, ampie possibilità di elusione e complicazioni normative.
Fu quindi proposto di eliminare ogni agevolazione, esclusione o incentivazione e mantenere il gettito allargando la base imponibile e prevedendo un’unica aliquota (proporzionale) su tutti i redditi accompagnata da un sistema di detrazioni personali per ridurre la tassazione sui redditi inferiori, assicurando una moderata progressività .
L’accento era quindi soprattutto sulle potenzialità di gettito aggiuntivo derivante dalla eliminazione di ogni trattamento di favore.
Il modello “puro” rimase una proposta teorica, ma contribuì a favorire in tutti i Paesi un generale “appiattimento” delle aliquote, con una riduzione del loro numero e del livello di quelle più elevate che raggiungevano allora livelli del 70-80 per cento.
In Italia l’Irpef aveva allora 32 scaglioni e un’aliquota massima del 72%. L’idea della Flat Tax si inseriva nel clima della nuova ortodossia liberista che si andava affermando.
Il modello Flat Tax poneva in discussione la logica della imposizione personale progressiva, risultato di un dibattito etico-politico millenario.
Il principio che il sistema fiscale possa e debba penalizzare maggiormente i “ricchi” risale addirittura al Vecchio Testamento. E numerosi sono gli esempi di imposte progressive nella storia, dalle riforme di Solone ad Atene, alla “decima scalata” a Firenze al tempo dei Medici, ai tributi a livello comunale nel Rinascimento.
Si nota uno stretto nesso tra principio di progressività e assetti democratici del potere che si fonda sulla distinzione tra consumi necessari (quelli dei poveri da proteggere) e superflui (da tassare in quanto tipici dei ceti abbienti).
Lo stesso Adam Smith, che pure era favorevole alla imposizione proporzionale a condizione che fossero escluse le “necessities” (e cioè alla Flat Tax), nella Ricchezza della Nazioni contempla la possibilità di una imposizione progressiva: “Non è irragionevole che un ricco dovrebbe contribuire in misura alquanto superiore alla semplice proporzionalità rispetto al reddito”.
Nella versione moderna la giustificazione di una imposta ”piatta” si basa sul fatto che le imposte hanno effetti distorsivi che è bene attenuare, si sostiene che le aliquote basse favoriscono l’impegno individuale nel lavoro e incentivano il risparmio con benefici per tutti.
Tuttavia a livello scientifico la dimostrazione di tali benefici è piuttosto incerta.
Anzi, i risultati più recenti della teoria della tassazione ottimale sono a favore di una progressività delle aliquote.
Inoltre non è corretto limitarsi a esaminare gli effetti distorsivi delle imposte senza considerare al tempo stesso che la spesa pubblica (finanziata dalle imposte) ha spesso la funzione di ridurre numerose distorsioni che esistono in sistemi economici non perfettamente concorrenziali e che vengono sistematicamente ignorate nelle analisi.
Il contenuto ideologico della proposta è evidente dal momento che essa ipotizza implicitamente che i redditi più elevati sono sempre meritati, frutto di capacità e impegno individuali, mentre la realtà ci mostra ogni giorno che gli alti guadagni di una minoranza sono spesso il frutto di posizioni di monopolio, di rendite, o di estrazione artificiale di valore. In un mondo in cui i livelli e la crescita della diseguaglianza sono un problema riconosciuto ormai da tutti, introdurre una Flat Tax sarebbe anacronistico.
L’imposta “piatta” favorisce ovviamente i percettori di redditi più elevati e, al margine, tratta nella stesso modo tutti i redditi: il prelievo su un reddito aggiuntivo, sia esso di 1.000 euro o di un milione, avverrebbe con la stessa (unica) aliquota.
Un’ora di straordinario o una stock option sarebbero tassati nella stessa misura, cosa di difficile comprensione per molti.
Una certa progressività ci sarebbe anche in presenza di Flat Tax: le deduzioni o detrazioni previste esenterebbero i redditi minimi e ridurrebbero il prelievo per quelli più bassi.
Inoltre, nella proposta dell’Istituto Bruno Leoni, le detrazioni si tradurrebbero in un sussidio in caso di incapienza (imposta negativa).
Tuttavia, al tempo stesso, verrebbero eliminate numerose misure di sostegno ai redditi più bassi e ci sarebbero robusti tagli alla spesa pubblica, con una (parziale) privatizzazione della sanità . Gli effetti distributivi della proposta sono quindi evidenti.
La caratteristica delle imposte “piatte” (con unica o poche aliquote) è quella di porre un “tetto” alle aliquote più elevate, e quindi al prelievo sui ricchi (nella proposta Bruno Leoni, 25 per cento invece di 43-44 per cento).
Ciò significa che, a parità di gettito, rispetto a una tradizionale imposta a scaglioni risultano penalizzate le classi medie.
Sul piano politico la proposta tende quindi a promuovere un’alleanza tra ricchi e poveri (inconsapevoli e manipolabili) invece della tradizionale alleanza socialdemocratica tra poveri e classi medie prevalente nei trent’anni anni successivi alla seconda guerra mondiali.
Siamo quindi nel cuore della contrapposizione ideologica tra liberisti e keynesian-socialisti.
E ognuno si schiererà a seconda della propria visione del mondo e della società .
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
UNA PATACCA, CREEREBBE UN BUCO DI 90 MILIARDI NELLA FINANZA PUBBLICA… SI FONDA SULL’IDEA CHE ABBASSANDO LA PERCENTUALE DELLE TASSE RIENTREREBBE TUTTA L’EVASIONE: IN NESSUN PAESE CHE L’HA APPLICATA E’ MAI SUCCESSO
La tassa ad aliquota unica che sia Forza Italia sia la Lega vorrebbero introdurre sarà un tema della campagna elettorale, l’unica ricetta di politica economica che unisce le due anime della destra.
L’idea dell’imposta “piatta” affonda le radici nei lavori degli economisti di Stanford, Robert Hall e Alvin Rabushka agli inizi degli anni Ottanta, il decennio in cui i Paesi anglosassoni hanno sperimentato massicci tagli delle tasse a beneficio delle classi più ricche.
Berlusconi ha lanciato l’idea di una flat tax per persone (con reddito sopra i 12 mila euro) e imprese che adotti lo schema del Negative income tax (al di sotto di una certa soglia di reddito, l’imposta si trasforma in un sussidio) ma senza mai dettagliarla.
Matteo Salvini punta a un’aliquota al 15% per la stessa platea di contribuenti (con fascia esente a 3 mila euro) come propone il suo consigliere economico Armando Siri. Entrambe le proposte non hanno coperture finanziarie.
O meglio: si coprirebbero da sole grazie all’ipotetico aumento del gettito dovuto al taglio fiscale, molti contribuenti che oggi evadono saranno spinti a pagare.
Un evento che non si è mai verificato in nessuno dei Paesi che ha sperimentato modelli di flat tax studiati dal Fondo monetario internazionale.
La realtà è che si aprirebbe una voragine nei conti pubblici.
Per questo l’Istituto Bruno Leoni, un think tank di impostazione liberista, il 25 giugno scorso ha lanciato una proposta organica (“#25pertutti”), a cura dell’economista Nicola Rossi, che da settimane è oggetto di dibattito: una flat tax al 25% che verrebbe estesa all’Ires e all’Iva con soglia di esenzione a 7mila euro (a salire in base a composizione e tipologia del nucleo familiare).
La proposta modifica tutta la struttura del sistema fiscale: via l’Imu, l’Irap e la Tasi; arriverebbe l’Imposta per i Servizi Urbani (Isu).
La proposta introduce anche un “minimo vitale”, una sorta di reddito garantito che colmerebbe il divario tra i redditi più poveri e una soglia minima calcolata in base alla Regione di residenza e al nucleo familiare.
Una misura universale di lotta alla povertà che sostituirebbe i 60 miliardi spesi oggi per le prestazioni socio-assistenziali che verrebbero tagliati per finanziare la riforma.
Per l’Ibl la proposta aprirebbe infatti un buco di 90 miliardi: il saldo negativo di 30 miliardi verrebbe colmato da tagli alla spesa pubblica.
La proposta ha ricevuto diverse adesioni e molte critiche, ma è indubbio che la flat tax sarà il primo punto delle proposte fiscali della destra, e può fare breccia in un elettorato bipartisan anche grazie alla crisi dell’Irpef.
Secondo un rapporto dell’Ufficio valutazione impatto del Senato, oggi la flat tax in parte già esiste: oltre i 28mila euro di reddito, l’aliquota marginale totale per le persone fisiche, grazie ad addizionali, bonus, assegni e detrazioni, smette di crescere, con buona pace della progressività imposta dalla Costituzione.
(da “La Repubblica”)
argomento: economia | Commenta »
Novembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
SCARSA LIQUIDITA’, RAPPORTO CON IL PARTITO IN CRISI, ADDIO SOLIDARIETA’
Da qualche tempo Udine è diventata il palcoscenico di un nuovo esperimento politico. I
partiti di centrodestra stanno battendo palmo a palmo il territorio in vista delle prossime elezioni regionali. –
Gli appuntamenti si susseguono senza tregua in osterie, ristoranti, alberghi. Uno degli oratori più assidui è il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Massimiliano Fedriga, natali veronesi e casa a Trieste, spesso affiancato da esponenti di Forza Italia o di Fratelli d’Italia.
L’organizzatore di una campagna così capillare è però il fondatore della lista civica Progetto FVG, un imprenditore di nome Sergio Emidio Bini, 49 anni a breve e una caratteristica sorprendente per chi si propone di unire il centrodestra e riportarlo alla guida della Regione oggi governata da Debora Serracchiani, Pd.
Bini, infatti, è stato fino a qualche tempo fa il vice-presidente della Legacoop del Friuli, il movimento che raccoglie quelle che una volta venivano chiamate le “cooperative rosse”.
«Mi raccomando: il progetto politico della lista civica e la mia attività lavorativa non hanno nulla a che fare», premette Bini. Prontissimi a credergli.
Al di là delle intenzioni personali, tuttavia, la sua storia mostra in modo esemplare le crepe che stanno incrinando gli assetti storici del mondo cooperativo, sia dal punto di vista politico, sia da quello industriale.
L’imprenditore di Udine, infatti, non ha soltanto deciso di mettersi in gioco per riportare il centrodestra alla guida della Regione.
Pochi mesi fa l’assemblea della coop di cui è presidente, la Euro&Promos, seicento soci, oltre cinquemila dipendenti, un giro d’affari di 106 milioni di euro concentrato nei servizi di pulizia, ha infatti votato la trasformazione in una più consueta società per azioni, la forma tradizionale delle società di capitali, dove comanda chi ha la maggioranza.
Addio cooperativa, addio Legacoop; restano invece l’iscrizione in Confindustria e, in parallelo, l’alleanza con la Lega Nord e gli altri partiti della destra italiana.
«Sono molto grato al mondo in cui siamo cresciuti ma dobbiamo guardare al futuro. E per competere con le multinazionali dobbiamo attrarre capitali, cosa che nella forma cooperativa non è possibile», dice Bini, chiamando in causa una debolezza che sta emergendo sempre più: la difficoltà delle cooperative di reperire i finanziamenti necessari per superare i momenti bui e tenere il ritmo della concorrenza.
Una difficoltà che è andata di pari passo con l’altro grande fattore di cambiamento: la crisi del Partito democratico e le faide che si sono aperte al suo interno, allontanando gli eredi del vecchio Pci dall’attuale gruppo dirigente e dal segretario Matteo Renzi.
I soldi sono finiti
Per dare un’idea delle difficoltà occorre partire dall’edilizia, uno dei settori più colpiti dalla recessione, con 800 mila posti persi dal 2008 a oggi.
Ne hanno fatto le spese tante imprese private, e tra queste numerose coop. La questione è diventata un affare di rilevanza nazionale nell’aprile 2012, quando un fiume di persone si è accalcato nella sede del Pd di Reggiolo, dov’era convocata una riunione per fare il punto sulla crisi della Cooperativa muratori dell’industriosa cittadina della Bassa, a metà strada fra Modena e Mantova.
Oltre duemila soci vi avevano infatti investito i risparmi di una vita, per un totale di 47 milioni. Il meccanismo era quello del prestito sociale, la base materiale del movimento: sono i prestiti che i dipendenti-soci e gli ex concedono alle cooperative, che li usano come finanziamenti per poter operare e, in cambio, offrono un interesse leggermente superiore a quello di mercato.
Ebbene: fino a un anno prima la ditta dei muratori di Reggiolo si vantava di aver resistito bene alla disfatta dell’edilizia; poi, in un amen, il dissesto.
In quei giorni, i vertici di LegaCoop intuiscono prontamente il rischio che il clima di sfiducia contagi l’intero sistema e corrono ai ripari, rimborsando con i fondi dell’associazione e l’aiuto di altre cooperative il 40 per cento dei crediti vantati dai soci, operai, artigiani, tecnici, lavoratori o ex.
Il soccorso rosso genera però un paradosso: due delle consorelle che partecipano ai rimborsi, CoopSette e Unieco, entrambe di Reggio Emilia, dodici mesi più tardi vanno a loro volta a gambe all’aria, assieme a un’altra coop reggiana, la Orion.
Qui s’incrina l’idea che il movimento possa intervenire in aiuto di chi è in difficoltà , rimborsando una parte dei prestiti, in attesa che i processi di liquidazione facciano il loro corso: mentre a Reggiolo, con Cmr, era stato possibile intervenire in fretta, nei casi successivi viene avviata una faticosa trattativa, che soltanto in questi giorni, e cioè quattro anni più tardi, sta arrivando a compimento.
Tempi lunghissimi, nonostante si tratti di cifre più piccole rispetto a Cmr: CoopSette aveva 450 soci e un prestito sociale di 10,5 milioni di euro, Orion 180 soci e 5 milioni, Unieco 1.280 soci e 12 milioni.
«La crisi del sistema ha reso tutto più difficile rispetto al 2012, quando le grandi cooperative non avevano avuto problemi ad aiutarci. Invece è stato necessario convincere uno a uno tutti quelli ancora disponibili, far approvare le decisioni dai consigli di amministrazione. Ora questo percorso è quasi terminato, credo che tutto sarà definito nel giro di qualche settimana», dice Mauro Lusetti, presidente di Legacoop dal 2014, dopo che il suo predecessore, Giuliano Poletti, era entrato nel governo Renzi come ministro del Lavoro.
L’idea di Lusetti è questa: la crisi delle coop di costruzioni si spiega con quella generale dell’edilizia, il cui tracollo «è avvenuto nel silenzio più totale della politica, nonostante l’impatto sociale devastante».
In più, però, ci sono quelle che il presidente di Legacoop definisce «le specificità » del suo mondo. Il fatto che la forma mutualistica riduca gli strumenti per reperire nuovi fondi. E poi che le coop avessero puntato forte sull’immobiliare, settore devastato dallo scoppio della bolla dei prezzi, invece di attrezzarsi per conquistare commesse all’estero, come ha fatto la Cmc di Ravenna, uno dei cardini del sistema con la Cmb di Carpi.
Attorno queste due imprese, spiega Lusetti, Legacoop vuol costruire l’azione futura del movimento, incentrata su salvaguardia del territorio e riqualificazione ambientale. Anche se, come vedremo più avanti, la stessa Cmc ha preparato uno studio per valutare la trasformazione in società per azioni, che per ora ha messo in un cassetto.
Quella delle coop emiliane non è una storia qualunque.
Nel secondo dopoguerra hanno avuto un ruolo fondamentale nelle ricostruzione di un’Italia in macerie. Muratori, carpentieri, cementisti delle imprese rosse sapevano fare bene il loro lavoro. Mattone su mattone hanno rimesso in piedi interi territori, operando sotto l’occhio vigile del Partito comunista, che le portava in palmo di mano. Così come i cattolici e la Dc, che avevano una loro associazione, la Confcooperative.
Dal Pci a Galan
Pietro Cafaro, docente di storia economica alla Cattolica di Milano e autore di numerosi testi sulla cooperazione, definisce la ricostruzione «il momento eroico» delle cooperative, che nel legame con la politica trovano congiuntamente «un punto di forza e uno di debolezza».
Di forza perchè quel legame era presente fin dall’origine, nel Regno d’Italia, quando i socialisti e i cattolici non potevano partecipare alla vita politica e riversavano l’impegno nel sociale.
Di debolezza perchè l’osmosi rischia di trasformare le coop «in un luogo per far carriera in politica, o al contrario in un cimitero degli elefanti».
Anche gli anni recenti sono stati vissuti da protagonisti. Sul piccolo patrimonio costituito dal prestito soci, le coop avevano costruito strutture in grado di accaparrarsi grandi appalti.
Orion aveva lavorato per le Olimpiadi di Torino e costruito ospedali nel Lazio, Unieco si era specializzata in centri commerciali, CoopSette costruito la stazione Tiburtina di Roma, l’alta velocità ferroviaria, la nuova darsena di Genova.
C’erano state anche avventure più discusse. CoopSette aveva sostenuto, ad esempio, il progetto dell’ex governatore veneto Giancarlo Galan di costruire un circuito automobilistico a mezz’ora di strada dal Lago di Garda, forse con l’idea di strappare il Gran Premio d’Italia a Monza.
Quando la stella di Galan è precipitata, il progetto è finito nel limbo, osteggiato dagli ambientalisti, dal Pd e mai digerito da una parte della Lega Nord.
Risultato: i liquidatori di CoopSette si sono ritrovati sul groppone la quota di maggioranza della società Autodromo del Veneto, con 65 milioni di euro di debiti e impegni d’acquisto o d’affitto su 4,4 milioni di metri quadri di terreni agricoli, dove in un’orgia di cemento si volevano costruire anche alberghi, centri commerciali, parchi divertimenti.
Molti osservatori hanno criticato gli errori dei manager, l’incapacità di far fronte al crollo degli investimenti pubblici, lo sfaldarsi del sistema di relazioni politiche che permetteva di entrare nei grandi appalti.
Ma c’è un altro fattore: «Un imprenditore privato rischia i suoi quattrini. Nelle cooperative più grandi, invece, i manager si sono ormai allontanati dai soci, indebolendo il principio di responsabilità di questi ultimi. Quanto possono pesare l’opinione o il voto di un operaio — anche se socio – di fronte alle scelte di dirigenti che gestiscono appalti da centinaia di milioni di euro?», si domanda Giovanni Trisolini, presidente della Federconsumatori di Reggio Emilia, l’associazione nata in seno alla Cgil che rappresenta numerosi lavoratori che con la crisi hanno perso, oltre all’impiego, anche i risparmi investiti nel prestito soci.
Se a questo si aggiunge che il ministero dello Sviluppo Economico ha da tempo demandato la vigilanza biennale sulle cooperative direttamente alle associazioni di rappresentanza (Legacoop, Confcooperative e Agci, per citare le tre big), il quadro di un sostanziale auto-controllo è quanto mai concreto.
Rischio Consip
Il capitolo più tormentato degli ultimi mesi è però legato alla bolognese Manutencoop, un colosso con oltre 16 mila dipendenti che fornisce ogni genere di servizio legato agli edifici, pulizie, gestione delle forniture di energia, sicurezza, logistica.
Ha committenti spesso pubblici ed è in apparenza un gruppo solido, capace di chiudere il 2016 con un utile netto consolidato di 33 milioni di euro.
Eppure, lo scorso luglio, il gruppo ha emesso un prestito obbligazionario su cui è stato costretto a corrispondere agli investitori un tasso d’interesse altissimo, pari al 9,40 per cento annuo.
Una mazzata, il doppio dei tassi che molte aziende private sono abituate a pagare ma elevato anche rispetto ad altre coop: la Cmc di Ravenna è riuscita nello stesso periodo a piazzare un bond non dissimile come entità e durata, offrendo il 6,875 per cento. La regola della finanza è molto chiara: rendimenti alti, rischi alti. Perchè allora Manutencoop è considerata così rischiosa?
Bisogna tener conto di due fattori.
Il primo è finanziario, il secondo politico.
Manutencoop è una società per azioni controllata da una cooperativa che porta lo stesso nome e che, nel capitale della Spa, era affiancata da una serie di soci privati, che avevano il 33 per cento.
All’inizio del 2017 i soci privati avevano la possibilità di cedere a terzi le loro quote e, per farlo, avevano considerato la possibilità di far valere un diritto di cui si erano premuniti: vendere al nuovo compratore non soltanto i loro titoli di Manutencoop Spa, ma anche quelli in mano alla coop soprastante. In inglese questo diritto si chiama “drag along” e costituisce una sorta di garanzia per un azionista di minoranza che, se vuol vendere, rischia di non trovare nessun compratore interessato, perchè il padrone dell’azienda resterebbe il socio di maggioranza già presente.
La notizia, dunque, è che all’inizio del 2017 la cooperativa Manutencoop — presieduta da uno dei “creatori” di questo sistema, Claudio Levorato – era disposta a vendere la maggioranza della Spa, tenendo soltanto un 30 per cento. Insomma: anche i soci di una delle coop che negli ultimi anni era stata più sulla cresta dell’onda, erano pronti a lasciare. In quei mesi vengono avviate trattative con cinque potenziali investitori, che poi si riducono a due fondi di private equity, Pai e Bc Partners. Dopo un’ulteriore fase di studio, anche il primo si ritira, lasciando in corsa il secondo. L’affare, però, non va in porto: Bc Partners decide di non affondare il colpo.
Di qui l’esigenza di trovare i soldi per liquidare gli azionisti privati che, comunque, vogliono vendere. Viene lanciato il bond, con cui Manutencoop spera di raccogliere inizialmente 420 milioni; l’operazione riesce solo in parte e il prestito si ferma a 360 milioni, con quel tasso altissimo, da “junk bond”, titoli spazzatura.
Perchè? Il motivo è legato alle incertezze sui futuri appalti pubblici che Manutencoop potrà ottenere, in mesi in cui infuriano le polemiche attorno al caso Consip, la società del Tesoro che gestisce le gare per gli acquisti della pubblica amministrazione.
Chiunque segua le cronache politiche sa che la questione è estremamente complessa e ricca di piani d’interpretazione diversi, sul ruolo di Matteo Renzi, del ministro Pier Carlo Padoan, degli scissionisti del Pd, di Denis Verdini e di chissà chi altro.
Qui basta limitarsi a un fatto: nei mesi in cui Bc Partners molla la presa e viene lanciato il bond, Manutencoop è in un momento delicato.
Il 23 giugno, due giorni dopo il collocamento del prestito, l’allora amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, si reca dal presidente dell’Autorità anti-corruzione (Anac), Raffaele Cantone, dicendo ai giornalisti di aver portato i documenti necessari per escludere Manutencoop e altri soggetti dalle gare, in seguito alle accuse di aver operato in danno alla concorrenza.
Il giorno stesso Marroni dà le dimissioni e si fa da parte. Da allora qualche segnale positivo per Manutencoop giunge.
Con l’ultima legge di bilancio il governo di Paolo Gentiloni proroga di un anno, concedendo 300 milioni in più, un contratto di pulizie nelle scuole che la società si era aggiudicata in precedenza, e su cui la Procura di Roma aveva avviato un’indagine per turbativa d’asta. Ma nel complesso gli elementi d’incertezza restano così numerosi da rendere comprensibili i dubbi degli investitori.
Troppa finanza
Non è la prima volta che i cooperatori rischiano di scottarsi con la finanza. La sola Coop che molti cittadini conoscono è quella dei supermercati, che in realtà è suddivisa tra diverse realtà a carattere regionale.
Nel suo insieme, Coop non è molto redditizia. Come mostra il bilancio aggregato di tutte le diverse realtà , elaborato dall’Area Studi di Mediobanca, a livello operativo il gruppo perde 73 milioni, su un fatturato di 10,8 miliardi (dati 2015).
Ci guadagna solo grazie alla gestione finanziaria. Questo perchè le varie cooperative hanno in dotazione 10,7 miliardi di prestito soci. Eppure, proprio la finanza ha rifilato sberle dolorose.
Unicoop Firenze ha perso 200 milioni nel Monte Paschi di Siena, l’umbra Coop Centro Italia altri 137, Coop Liguria ha dovuto svalutare le azioni di Banca Carige con minusvalenze per 54 milioni.
Il presidente di LegaCoop, Mauro Lusetti, le difende: «C’è stata un’epoca in cui diversificare gli investimenti nelle banche serviva anche per ottenere i finanziamenti necessari, ad esempio, per costruire i nuovi centri commerciali», dice, sottolineando i punti di forza del sistema, che attribuisce sia a Coop che alla consorella Conad: «Sono tra le poche realtà che non hanno smesso di crescere e lo hanno fatto in tutto il territorio nazionale, proprio quando alcune multinazionali — penso al gruppo francese Carrefour nel Sud Italia — sono uscite dal mercato. E poi sono piattaforme importantissime per vendere i prodotti dei nostri agricoltori».
I dubbi, però, restano numerosi.
Il maggiore riguarda l’auto-referenzialità dei manager: anche chi fa male difficilmente viene messo in croce durante le assemblee, dove per raggiungere il numero legale occorre promettere doni, pur limitando al massimo gli spazi d’intervento.
Memorabile il volantino per l’assemblea 2016 di Nova Coop, quella del Piemonte, che prometteva ai partecipanti due buoni sconto del 10 per cento e due tazzine da caffè con piattino in regalo, avvertendo che eventuali domande sull’ordine del giorno dovevano pervenire via raccomandata nei giorni precedenti. «A questo punto», si chiede un gruppo di lavoratori di Unicoop Firenze che ha fondato il blog “Lavoratori Unicoop”, spesso critico sul sistema, «viene da chiedersi dove finiscono le cooperative e inizia la Spa».
Ma pochi finanziamenti
Qui ritorna la questione dei manager, troppo lontani dalla base sociale, come racconta Mario Frau, che nel 2012 ha scritto il libro “La Coop non sei tu”, dopo 35 anni di carriera tra Pci, LegaCoop e Nova Coop: «Un presidente guadagna circa 600 mila euro all’anno, oltre ai numerosi benefit e bonus. Quando vanno in pensione, oltre al Tfr, i maggiori dirigenti percepiscono anche un emolumento di fine mandato che può raggiungere le tre annualità ».
Se i supermercati possono contare su migliaia di soci, per le altre aziende la questione di come finanziarsi è diversa.
Angelo Disabato, presidente della Ariete di Bari, dice che nel settore dei servizi è sempre più importante avere risorse da investire per ottenere le commesse.
Racconta il caso del Politecnico della sua città : Ariete ha speso 1,5 milioni per rifare l’illuminazione e installare i pannelli solari; nei prossimi 18 anni di concessione, ci guadagnerà soltanto se riuscirà a garantire all’università i risparmi promessi, ripagandosi l’investimento.
Ariete però ha solo 100 soci, tutti impiegati in azienda. Per cercare di allargare il numero, l’assemblea ha deliberato il dimezzamento della quota minima sottoscrivibile da un singolo socio, portandola da 2.040 a 1.020 euro.
E se non basterà ? «Bisogna che il nostro sistema si dia da fare. Spesso gli strumenti previsti dai nostri organismi ci offrono condizioni peggiori rispetto a quelle delle banche normali», dice Disabato.
Lusetti dice che LegaCoop ha ben presenti questi problemi. Sta lavorando con il governo a una riforma delle regole del prestito sociale e pensa che bisognerebbe cambiare anche le norme per la gestione delle casse previdenziali, in modo che i quattrini delle pensioni possano essere investiti «nell’economia reale, e dunque nelle cooperative».
Intanto, però, il mondo corre. Uno dei gioielli delle coop, la Granarolo, ha bussato alla porta della Cassa depositi e prestiti, che per finanziarne l’espansione all’estero le ha concesso un prestito di 60 milioni (a un tasso del 3,05 per cento).
Granarolo è una società per azioni ma ha un forte vincolo cooperativo: acquista il latte unicamente dai suoi soci, gli allevatori, pagandolo un prezzo superiore a quello di mercato, che permette loro di investire nella modernizzazione delle aziende. E poi c’è la Cmc di Ravenna, con la sua storia da brividi.
Fondata nel 1901 da 35 muratori, dopo il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 si mette subito a disposizione, realizzando prima i baraccamenti per ospitare i superstiti e poi ricostruendo le città distrutte.
A Ravenna costruisce le linee per il trasporto pubblico e i più importanti palazzi della città moderna. Oggi lavora in Algeria, in Cina, negli Stati Uniti, in Sudafrica. Non è però scontato che il suo futuro sarà cooperativo. L’anno scorso è stato redatto uno studio per capire se Cmc avesse le carte in regola per trasformarsi in società per azioni: «In realtà non avevamo grandi dubbi sulla risposta positiva, ma volevamo la certezza», spiega il direttore generale, Roberto Macrì.
In realtà , negli ultimi mesi la Cmc è riuscita a piazzare tranquillamente due grandi bond, che le hanno garantito risorse finanziarie per 600 milioni.
Per il momento, dunque, il “progetto Spa” è chiuso in un cassetto: «La trasformazione è un tema rilevante, specialmente per realtà strutturate come la nostra, ma al momento è ancora presto e nel breve termine non sono previsti cambi di strategia», spiega il direttore generale. Una cosa è però certa. Se trasformazione dovrà essere, sarà completa, non a pezzi: «O si cambia tutto o niente», dice Macrì.
Ritorno al futuro
Il futuro del sistema cooperativo, dunque, rischia di essere ancora più complesso di quanto si possa immaginare oggi. C’entra certamente la dissoluzione degli assetti politici del passato, e la crisi di quel Pd che, unendo ex democristiani e ex comunisti, ha dato il via anche alla fusione tra le diverse anime della cooperazione.
Ma gli aspetti di questo cambiamento sono ancora più articolati, come osserva ancora il professor Pietro Cafaro, lo storico della cooperazione dell’Università Cattolica: «Le cooperative sono costrette dal mercato ad assumere una modalità d’essere che le fa diventare capitaliste. E quindi avranno i medesimi difetti delle aziende che sono già nate così».
Forse, però, guardando esperienze come le cooperative sociali di Libera Terra Mediterraneo che si battono per restituire le zone di mafia alla legalità , o le esperienze di coop nate dall’unione di giovani di talento che operano in settori tecnologicamente innovativi, non è detto che la fine sia scritta.
Cafaro pensa che una spinta potrebbe venire dalla profondità della crisi attuale: «Se non noi, i nostri figli o i nostri nipoti dovranno trovare modelli organizzativi differenti dell’economia. Magari ritornando a un sistema che privilegi la domanda, il soddisfacimento dei bisogni, la ricerca della felicità . Utopie? Così pensavano anche i cooperatori del passato».
(da “L’Espresso“)
argomento: economia | Commenta »
Novembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
TESTA A TESTA TRA MILANO E BRATISLAVA
La decisione di Bruxelles alle 17. Le città in corsa per ospitare l’Agenzia in fuga da Londra sono 16. La più ambita tra le agenzie europee porta con sè 900 dipendenti (con famiglie) i cui consumi potrebbero superare i 40 milioni di euro l’anno. Oltre a 325 milioni di budget annuo e l’indotto degli almeno 500 eventi organizzati ogni an
Sarà Milano la prescelta per la nuova sede dell’Agenzia europea del farmaco?
I ministri per gli affari europei dei 27 Paesi dell’Unione si riuniscono a Bruxelles per decidere in quale città dal marzo 2019 dovrà traslocare l’Ema, costretta a lasciare Londra dopo la Brexit.
Per la più ambita tra le agenzie europee in fuga dal Regno Unito si preannuncia una sfida all’ultimo voto: la decisione sarà presa a margine del Consiglio Affari generali dell’Ue e a rappresentare il nostro Paese c’è il sottosegretario Sandro Gozi.
Le città che si erano candidate ad accogliere l’Agenzia erano 19 ma, in mattinata, prima La Valletta e Zagabria e poi anche Dublino hanno ritirato la propria candidatura.
Oltre a Milano, restano ora in corsa Amsterdam, Atene, Barcellona, Bonn, Bratislava, Bruxelles, Bucarest, Copenhagen, Helsinki, Lille, Porto, Sofia, Stoccolma, Vienna e Varsavia.
Il capoluogo lombardo è dato tra i favoriti e può contare anche sull’appoggio dei dipendenti dell’Authority: il 69%, in un questionario, l’ha indicato come meta preferita.
Ma, a poche ore dal verdetto, la principale insidia per Milano è rappresentata da Bratislava. La capitale della Slovacchia era stata rilanciata dal Consiglio europeo dello scorso giugno ed è tornata il pole position nelle ultime ore grazie anche al supporto che avrebbe acquisito da parte dei Paesi baltici. Ma dalle urne potrebbero uscire altre sorprese, come Amsterdam, Copenaghen, Stoccolma.
Il bagaglio che porta con sè Ema è consistente: uno studio condotto dall’università Bocconi parla di un indotto di 1,7 miliardi di euro.
Una stima per eccesso che tiene conto di diversi fattori. Innanzitutto il budget annuale di 325 milioni di euro destinato dall’Agenzia alla gestione ordinaria della struttura, dagli stipendi ai servizi.I consumi dei 900 dipendenti che arriverebbero a Milano con le loro famiglie potrebbero raggiungere un valore complessivo di quasi 40 milioni di euro l’anno.
A questi dati si sommano le ricadute dirette sulle imprese che intratterranno rapporti di lavoro con Ema, che potrebbero superare i 30 milioni l’anno.
Nello studio, si è tenuto conto poi del fatto che l’Agenzia ogni anno organizza almeno 500 eventi, che porterebbero a Milano circa 60mila visitatori professionali, con un giro d’affari superiore ai 25 milioni di euro.
Il grosso dovrebbe arrivare dai laboratori e siti di produzione — con relativi posti di lavoro — che le multinazionali già presenti sul territorio potrebbero decidere di creare grazie alla presenza di Ema. Senza contare il prestigio e la visibilità a livello internazionale che questo darebbe a Milano
Come sede Milano ha offerto il Pirellone, il palazzo che ospitava la Regione Lombardia: un grattacielo di 32 piani e oltre 24mila metri quadri a pochi passi dalla Stazione Centrale. Il capoluogo lombardo ha poi ottimi collegamenti ferroviari e aerei con le principali capitali europee e scuole d’eccellenza per le famiglie dei dipendenti. Sullo slancio di Expo 2015, la città della Madonnina vive un nuovo rinascimento, sia in termini di consumi che di turismo e prestigio internazionale.
Ma Milano punta ora a diventare un punto di riferimento europeo anche nel settore della salute e della ricerca: l’area espositiva di Expo si sta trasformando in un polo di ricerca, con un progetto di riconversione che prevede la creazione di un ‘Parco della Scienza’, con il nuovo campus dell’Università Statale, Human Technopole e l’ospedale Galeazzi.
In cantiere c’è poi anche la Città della Salute e della Ricerca, un progetto di valenza internazionale che sorgerà nelle aree ex Falck di Sesto San Giovanni, dove si trasferiranno l’Istituto Nazionale Neurologico Carlo Besta e l’Istituto Nazionale dei Tumori.
A ciò si aggiunge il fatto che il settore farmaceutico in Italia dà lavoro a oltre 60mila persone, di cui 28mila proprio in Lombardia. L’arrivo dell’Agenzia del Farmaco sarebbe quindi un completamento di questo percorso, che permetterebbe alle aziende farmaceutiche lombarde di avere contatti diretti con Ema.
Le votazioni si apriranno alle 17 e si svolgeranno in tre turni di voto.
Tra uno scrutino e l’altro i singoli rappresentanti potranno consultarsi fra loro e far convergere i voti su una città candidata.
Al primo turno ciascun Paese avrà sei punti da distribuire: 3 per la sede ritenuta più adatta, 2 per la seconda scelta e uno per la terza. Per assicurarsi la vittoria al primo scrutinio sarà necessario raccogliere 3 voti da almeno 14 Paesi.
In caso contrario, le prime tre classificate (o più nel caso di punteggi uguali) passeranno al secondo turno, dove ogni Paese avrà un solo voto da assegnare.
Per vincere, in questa fase, sarà necessario raccogliere almeno 14 punti. Se così non fosse, le prime due classificate (o più in caso di parità ) andranno allo spareggio finale, dove ogni Paese avrà sempre solo punto da assegnare.
Chi raccoglierà più consensi, vincerà . In caso di parità , la vittoria sarà assegnata con un’estrazione a sorte.
(da agenzie)
argomento: economia | Commenta »
Novembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELLA CGIA DI MESTRE: NELLE LITI L’ERARIO PREVALE NEL 45% DEI CASI, I RICORRENTI NEL 31.5%
Nella guerra con il Fisco, i contribuenti escono sconfitti ma di misura: 4 a 3.
Secondo quanto evidenziato dalla Cgia di Mestre, negli esiti riferiti ai contenziosi fiscali definiti nel 2016 in tutte le Commissioni tributarie provinciali del paese, nel 45 per cento dei casi ha avuto ragione l’erario, nel 31,5 per cento, invece, ha vinto il contribuente.
Lo scarto aumenta quando il risultato è riferito al valore economico del giudizio, cioè non considerando il numero dei contenziosi ma gli importi collegati.
Sempre nel 2016, gli importi delle sentenze a favore del fisco sono stati pari al 48,1 per cento, mentre la percentuale di vittoria ad appannaggio del contribuente si è fermata al 23,4.
Anche in Commissione tributaria regionale si registrano più o meno gli stessi differenziali sempre a vantaggio degli uffici del fisco.
Si deve considerare – rileva comunque la Cgia – che fare valere le proprie ragioni nei confronti del Fisco, ricorrendo alla giustizia tributaria ha un costo, non solo in termini di tempo, ma anche di denaro; le cifre che si deve sobbarcare il contribuente variano di molto in relazione alla complessità e al valore della pratica e sono dell’ordine delle migliaia di euro.
Inoltre il ricorso non evita il versamento, anche se parziale, di quanto richiesto dal Fisco: nel caso di un avviso di accertamento ad esempio è prevista la riscossione di un terzo delle imposte contestate, mentre prima di ricorrere in secondo grado (in caso di sentenza avversa al contribuente in primo grado) si deve versare due terzi degli importi dovuti a titolo di imposta ed interessi (al netto di quanto già versato).
Se a ciò si aggiunge che il tempo medio della giustizia tributaria è di circa 2 anni e 2 mesi per ognuno dei due gradi del giudizio, si spiega come per importi “piccoli” al contribuente convenga pagare piuttosto che ricorrere.
L’analisi dei giudizi pendenti presso le Commissioni Tributarie evidenzia come a partire dal 2012, si registri un calo progressivo che ha portato la giacenza a scendere al di sotto delle 500 mila unità nel 2016 (469.048 liti pendenti), prevalentemente a causa all’introduzione dell’istituto della “mediazione”.
Dal 2012 infatti, nel caso di controversie di importo sino a 20.000 euro, esiste una fase anteriore alla procedibilità del ricorso in primo grado.
In questa fase, l’Agenzia delle Entrate ovvero gli enti parti della controversia, prendono in considerazione il reclamo presentato dal contribuente che può contenere anche una proposta di accordo (mediazione).
(da “La Repubblica”)
argomento: economia | Commenta »
Novembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
SMENTITE LE RASSICURAZIONI DI PADOAN
La notizia è giunta stamattina non proprio come un fulmine a ciel sereno perchè le avvisaglie c’erano tutte, e da giorni, per non dire da mesi: il consorzio di banche dell’aumento di capitale da 560 milioni di Banca Carige, che avrebbe dovuto garantire l’operazione e quindi comprare le azioni in caso di eventuale insuccesso, si è tirato indietro.
Una mossa preannunciata dal tracollo di Borsa degli ultimi giorni: le azioni della banca il 14 novembre hanno ceduto il 10,6% mentre il giorno successivo sono crollate di oltre l’11%, trasmettendo in maniera forte e chiara un segnale negativo dal mercato sulla ricapitalizzazione, che secondo i desiderata dei vertici sarebbe dovuta partire già la settimana prossima.
Così, il valore di Borsa di Carige è sceso a 144 milioni: meno di un terzo dell’ammontare dell’aumento di capitale programmato e necessario per riportare i conti della banca in sicurezza.
In questo modo, sembra crollare l’impianto del rafforzamento patrimoniale da 1 miliardo, di cui la ricapitalizzazione rappresenta appunto una delle gambe, annunciato dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino a metà settembre e da concludere tassativamente — come da imposizione della Bce, l’autorità di vigilanza — entro la fine dell’anno.
E ora che succederà ? Se non si riusciranno a trovare tutti i 500 milioni dell’aumento di capitale (60 milioni sarebbero dovuti essere al servizio della conversione di obbligazioni), si aprono svariati scenari.
Dalla messa in risoluzione dell’istituto di credito con le regole del bail-in, che prevedono che a coprire le perdite siano azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti non subordinati e anche correntisti oltre 100mila euro; fino al salvataggio pubblico, sebbene però in questo caso sarebbe necessario inquadrare l’istituto di credito come “di interesse sistemico”, analogamente a quanto fatto con Monte dei Paschi di Siena un anno fa.
Non si può escludere nemmeno l’ingresso in scena di una banca dalle spalle più larghe, come potrebbe essere Unicredit, da cui tra l’altro arriva l’ad Fiorentino, considerando che Intesa Sanpaolo è già scesa in campo per accaparrarsi la parte buona delle banche venete al prezzo simbolico di 1 euro.
“Alle attuali condizioni di mercato — commentano gli analisti di Banca Akros, che mettono insieme più scenari — non escludiamo che Banca Carige venga messa in risoluzione dalla Supervisione (cioè dal ramo della Bce guidato da Daniele Nouy, ndr). Ne seguirebbe probabilmente una separazione di good e bad asset, con una ricapitalizzazione della banca ponte da parte dello Stato e un’aggregazione in un gruppo più ampio, mentre le esposizioni non performing (i crediti deteriorati, ndr) verrebbero trasferite a un investitore specializzato per un recupero in futuro”.
A ogni modo, il quadro che va delineandosi sembra molto diverso da quello tratteggiato a giugno dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che, dopo il salvataggio della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, aveva dichiarato: “Non ci aspettiamo che altre banche abbiano bisogno. Stiamo studiando casi in cui questo può succedere, ma in concreto non ci aspettiamo nuovi casi. Per quello che so a Carige è stato richiesto un numero di aggiustamenti da parte delle istituzioni europee e sta rispettando queste richieste. Questa è una buona notizia”.
Tornando alle ultime notizie che hanno fatto precipitare la situazione, “Banca Carige — si legge in una nota diffusa dall’istituto ligure guidato da Paolo Fiorentino la mattina del 16 novembre — comunica che nonostante l’ottenimento dell’autorizzazione da parte delle autorità di vigilanza e i positivi riscontri ricevuti per l’acquisizione formale di manifestazioni di interesse e di specifici obblighi di garanzia da parte di nuovi investitori istituzionali, non si sono pienamente realizzate le condizioni per la costituzione del consorzio di garanzia ai fini dell’avvio dell’annunciato aumento di capitale da 560 milioni”.
Da ricordare che il consorzio, composto da Credit Suisse e Deutsche Bank a cui successivamente si era aggiunta Barclays, si era limitato a firmare una pregaranzia, non vincolante: da qui la possibilità di chiamarsi fuori. Proprio questo è una delle similarità con quel che accadde un anno fa a Siena con il Monte dei Paschi.
Ecco un elenco delle analogie più rilevanti:
Il primo aspetto in comune è l’aumento di capitale stesso, che sia per Mps nel 2016 sia per Carige nel 2017 è il terzo nel giro di pochissimi anni, a partire da quella fatidica bocciatura dei due istituti di credito con gli stress test europei dell’autunno del 2013. Così, se un anno fa il gruppo senese lanciava una ricapitalizzazione da 5 miliardi che seguiva quella da 5 chiusa con successo nel 2014 e quella da 3 del 2015, allo stesso modo Carige sta tentando di avviare un aumento da 560 milioni che segue quello da 800 milioni del 2014 e quello da 850 del 2015. In entrambe le due precedenti occasioni si era detto che sarebbero state messe a posto le cose. Così non è stato nè per Siena nè per Genova. La ricapitalizzazione di Mps di un anno fa è fallita e quella di Carige è ora a forte rischio.
Mps, nel 2016, prima di lanciare l’aumento di capitale vero e proprio, chiuse con successo l’operazione di scambio di obbligazioni subordinate con azioni, il cosiddetto Lme, che costituiva uno dei pilastri del rafforzamento patrimoniale e quindi del salvataggio. Allo stesso modo, Carige ha chiuso con successo, anche con le aiuto delle Generali, Intesa Sanpaolo e Unipol (che hanno aderito all’operazione), l’offerta sulle obbligazioni subordinate, scambiate in questo caso non già con azioni bensì con obbligazioni meno rischiose (ma a un prezzo penalizzante per gli obbligazionisti). Anche nel caso di Genova, lo scambio sui bond subordinati rappresenta uno dei bastioni del rafforzamento patrimoniale, con il qualche l’istituto genovese contava di portare a casa 200-250 milioni. Se effettivamente salterà l’aumento di capitale, salterà anche questa offerta.
All’inizio di dicembre del 2016, le banche del consorzio di Mps, tra cui Jp Morgan e Mediobanca, che avevano firmato un accordo di pregaranzia anche in quel caso non vincolante si chiamarono fuori. L’aumento di Mps partì “al buio” e fallì.
(da “Business Insider”)
argomento: economia | Commenta »
Ottobre 17th, 2017 Riccardo Fucile
EVITANDO DI INDIRIZZARE LE POCHE RISORSE VERSO UN SOLO OBIETTIVO HA CEDUTO AL RITO REDISTRIBUTIVO E CONSOCIATIVO
Oltre tre quarti della manovra da 20 miliardi varata ieri dal Consiglio dei ministri
finiscono per sterilizzare l’aumento dell’Iva che altrimenti sarebbe scattato dal 2018.
Altri due miliardi se ne vanno in aumenti per gli statali.
Per questo, scrive oggi Francesco Manacorda su Repubblica, il governo pare aver rinunciato a fare politica: ha evitato di indirizzare con decisione le (scarsissime) risorse verso un solo obiettivo e ha preferito una versione ridotta del solito rito redistributivo-consociativo.
Pressato dai vincoli, certo, come del resto tutti gli ultimi governi di questi anni. Ma anche in difficoltà a causa di una maggioranza sempre più fragile che sta andando in frantumi con la legge elettorale e che non garantirebbe nulla in caso di operazioni più acrobatiche.
Per questo alla fine Gentiloni, dopo aver portato avanti una trattativa per un anno sull’aumento-adeguamento dell’età pensionabile ai parametri dell’ISTAT che riguarda 60mila persone, ieri ha gettato la spugna e deciso di lasciare tutto com’è anche se i sindacati hanno promesso battaglia.
Sul lato delle entrate c’è il sempreverde capitolo della lotta all’evasione e una ennesima rottamazione delle cartelle esattoriali, che somiglia molto a un condono.
Sulla spesa capitoli frammentati e di entità risibile, per coprire esigenze che vanno dall’occupazione giovanile alle politiche per il Sud, dalla lotta alla povertà agli ammortamenti per chi investe in macchinari; fino agli sgravi per la ristrutturazione di terrazzi e giardini che innescheranno l’ola dei florovivaisti ma che non paiono destinati a risolvere i mali italiani.
Gli sgravi per i neoassunti richiesti dalla Confindustria alla fine non sono arrivati, e questo nonostante il governo abbia indicato come priorità combattere la disoccupazione giovanile.
Il governo Gentiloni ha invece scelto di non scegliere.
Per i forti vincoli esterni, ma anche per non turbare gli equilibri di una maggioranza instabile che in contemporanea alla legge di Bilancio dovrà far passare anche la nuova legge elettorale.
Così, mentre il microcosmo alfaniano gioisce per l’assenza di nuove tasse, i dissidenti di Mdp protestano, ma sperano anche che nella discussione parlamentare ci sia spazio per una misura che sostengono come l’abolizione dei superticket.
Un po’ per uno, poco per tutti.
Padoan può ben dire di aver sventato assalti alla diligenza, ma perchè la diligenza è un carretto che non può fare molta strada nè sopportare carichi pesanti, come quello di un rilancio della ripresa.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Ottobre 14th, 2017 Riccardo Fucile
RICERCA DELLA CGIA DI MESTRE: IN 12 ANNI DIMINUITI DEL 20%, NEGLI ULTIMI 8 CROLLATI DEL 35%
Nel nostro Paese sono crollati gli investimenti pubblici.
Dal 2005 al 2017, secondo la Cgia di Mestre, la contrazione è stata del 20%; ma rispetto al 2009, punta massima di crescita registrata prima della crisi, la riduzione è stata pesantissima: -35%.
Nessun altro indicatore economico ha registrato una caduta percentuale così rovinosa.
In termini nominali in questi ultimi 8 anni abbiamo “bruciato” 18,6 miliardi di euro di investimenti.
Se rispetto al 2016 abbiamo leggermente invertito la tendenza, nella Nota di aggiornamento del Def presentata nelle settimane scorse si evince che nel 2017 l’ammontare complessivo della spesa per investimenti del settore pubblico si dovrebbe attestare a quota 35,5 miliardi di euro.
A livello territoriale, invece, gli ultimi dati disponibili sono aggiornati al 2015 e includono anche quelli realizzati dal Settore pubblico allargato (Spa), ovvero dalle imprese pubbliche nazionali (Posteitaliane, Gruppo Ferrovie dello Stato, Terna, Aci, Gestore servizi elettrici, etc.) e da quelle locali (Municipalizzate, Consorzi di Enti locali, etc.).
“Gli investimenti pubblici — sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo — sono una componente del Pil poco rilevante in termini assoluti, ma fondamentale per la creazione di ricchezza. Se non miglioriamo la qualità e la quantità delle nostre infrastrutture materiali, immateriali e dei servizi pubblici, questo Paese è destinato al declino. Senza investimenti non si creano posti di lavoro stabili e duraturi in grado di migliorare la produttività del sistema e, conseguentemente, di far crescere il livello delle retribuzioni medie”.
“Ricordo, altresì, che il crollo avvenuto in questi ultimi anni è stato dovuto alla crisi, ma anche ai vincoli sull’indebitamento netto che ci sono stati imposti da Bruxelles che, comunque, possiamo superare, se, come prevedono i trattati europei, ricorriamo alla golden rule. Ovvero alla possibilità che gli investimenti pubblici in conto capitale siano scorporati dal computo del deficit ai fini del rispetto del patto di stabilità fra gli stati membri”.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Ottobre 6th, 2017 Riccardo Fucile
POLITICA SENZA VISIONE, SOCIETA’ CIVILE ABBANDONATA, SCENDE IL CONSENSO ALLA APPENDINO
Ma che cosa sta succedendo a Torino? Dove è finita quella retorica di una città che aveva saputo
allargare la sua vocazione manifatturiera al turismo e alla cultura, scoperta da turisti sorpresi e affascinati dalla sua bellezza, lanciata verso un futuro da protagonista nella competizione tra le metropoli del nuovo secolo?
Una narrazione, pubblica e privata, che, ripetuta ossessivamente dai leader di un centrosinistra che aveva governato 25 anni, aveva finito per suonare persino troppo propagandistica e rituale per soddisfare i suoi abitanti, ma che aveva indubbiamente cambiato l’immagine di Torino agli occhi degli italiani.
Perchè la sindaca dei «5 Stelle», Chiara Appendino, accolta con indici di gradimento altissimi nei sondaggi di inizio mandato, sta scendendo vertiginosamente nelle classifiche del consenso?
Perchè sulla città , delle cui sorti si discuteva appassionatamente, dentro e fuori dai suoi confini, sembra calata una cappa di silenzio e di indifferenza, rotta soltanto dalle cronache di fatti tragici e dolorosi come quelli della notte di piazza San Carlo o degli incidenti di chi contestava il G7?
Per avanzare qualche risposta a questi interrogativi, basta partire da un elenco dei fatti avvenuti in questi mesi, a partire dal più recente, l’annuncio, da parte della sindaca, di un taglio di 80 milioni al bilancio comunale, accusando i suoi predecessori di aver detto il falso sulla realtà finanziaria dei conti pubblici e attribuendo a loro la colpa di dover operare sanguinosi risparmi di servizi ai cittadini.
Un annuncio che, ricevendo la sferzante replica di Chiamparino, il primo imputato di questa grave denuncia, sanziona la fine di quella intesa istituzionale tra Comune e Regione, bollata dai critici dell’uomo ancora più popolare della sinistra torinese, come «un governo Chiappendino» sulle sorti delle due più importanti poltrone del Piemonte, che potrebbe avere conseguenze imprevedibili sul futuro della politica cittadina.
Ultimi mesi, poi, costellati dagli allarmi, ripetuti e insistenti, dei leader delle categorie più importanti del mondo produttivo, professionale, commerciale, culturale torinese, dai presidenti degli industriali a quello dei costruttori, dagli albergatori a chi, con finanziamenti ridotti al lumicino, deve mantenere le attività di importanti musei, gallerie, teatri.
Tutti sostanzialmente lamentando la mancanza di una chiara visione sul futuro della città , dovuta a una irrisolvibile contraddizione tra le due «anime» della maggioranza di governo «5 stelle», quella «movimentista» che fa capo al vicesindaco Montanari e quella «governativa», rappresentata da Appendino.
Un carosello di preoccupazioni e di critiche che domani, con la presentazione del rapporto Rota, annuale autorevole bollettino dello stato della città , dovrebbe aggiungere dati inquietanti sulle prospettive di una Torino che ha perso definitivamente la rincorsa a Milano, ma che, addirittura, è sconfitta dal confronto con Firenze e Bologna, fino a potersi paradossalmente definire, dal punto socioeconomico, come la capitale del Sud d’Italia.
In attesa, dopo 4 mesi, che i parenti della vittima, i tantissimi feriti, l’opinione pubblica conoscano i primi risultati dell’inchiesta sui fatti di piazza San Carlo, risultati che potrebbero creare pure qualche difficoltà alle principali cariche delle istituzioni torinesi, la politica della città pare preda di un languore propositivo imbarazzante.
La sindaca, come detto, cerca di destreggiarsi tra consiglieri che sfilano accanto ai movimenti radicali di contestazione «al sistema» e propensioni personali e familiari molto più istituzionali, ben lontane dalle tentazioni della cosiddetta «decrescita felice», ma senza concepire, o riuscire a comunicare, visioni convincenti di come ritenga possa delinearsi il futuro di Torino.
Il centrosinistra sembra non aver ancor «elaborato il lutto» di una sconfitta clamorosa e imprevista, più ripiegato in se stesso che capace di offrire alla città una proposta chiara e realistica, tale da rianimare un elettorato diviso, incerto e deluso da polemiche quotidiane con gli avversari, sterili e noiose, tali da perdersi nel disinteresse generale. La destra, ininfluente da decenni sulla vita pubblica della città e priva di personalità dotate del necessario carisma, si adegua al mediocre clima generale.
La società cittadina, infine, quel ceto di classe dirigente che, nella svolta impressa dal sindaco Castellani a cavallo del secolo, aveva contribuito grandemente, prima ad elaborare la strategia e, poi, a collaborare alla realizzazione di quella importante e inedita esperienza di sviluppo cittadino, si sente abbandonata da una politica che non sa più nè individuare un traguardo, nè avere la credibilità e l’autorevolezza per suscitare attenzione e attivare l’impegno civile.
Si salda così, in modo curioso e sconcertante, la sensazione di un «tradimento» collettivo che accomuna ceti molto diversi.
La borghesia, che in parte aveva votato Appendino al ballottaggio con Fassino, pur di scacciare il dominio «comunista» sulla città , è irritata da iniziative che colpiscono i suoi interessi, a partire dalla quadruplicata tariffa delle strisce blu per i residenti, ma e, soprattutto, dallo spettro di una città in declino, che non offre più opportunità di lavoro nel settore dell’edilizia pubblica e privata, ad esempio.
Gli abitanti delle periferie, speranzosi per gli impegni elettorali della sindaca, non avvertono neppure i primi passi della promessa riqualificazione dei loro quartieri.
I commercianti, vera base elettorale di Appendino, continuano a soffrire l’arrivo di nuovi supermercati e vedono inascoltati i loro allarmi sui piccoli, ma magari storici negozi, costretti a chiudere.
In una situazione che ricorda il vuoto dei partiti che favorì, appunto, l’avvento di Castellani nel 1993, forse toccherebbe proprio a quella società civile che si mobilitò, guidata da Salza, per supplire alla mancanza di leadership politica, prendere l’iniziativa di coordinare le tante e valide forze, produttive, professionali, le tante risorse intellettuali, tecnologiche, lavorative presenti in città per superare un momento così delicato per il futuro dei figli e dei nipoti di Torino.
(da “La Stampa”)
argomento: economia | Commenta »