Febbraio 7th, 2018 Riccardo Fucile
QUANTO DETTO DAL MINISTRO PADOAN E’ CORRETTO
Le tasse sono un tema centrale di questa campagna elettorale. 
Mentre i partiti parlano di «caro fisco», i dati dell’ultima legislatura mostrano una diminuzione della pressione.
A rivendicarlo è stato il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan nella trasmissione Otto e Mezzo su La7.
«Nella legislatura che sta finendo abbiamo abbassato le tasse di 32 miliardi, e in termini percentuali di un punto e mezzo sul Pil», ha affermato l’attuale titolare del Mef e candidato Pd martedì 6 febbraio nel corso del programma condotto da Lilli Gruber.
La prima parte della dichiarazione è confermata dai dati Ocse che nelle «Revenue statistics» rilevano una pressione fiscale in diminuzione che dal 44.1% rispetto al Pil nel 2013 passa al 43,5% nel 2014, al 43,3% nel 2015 al 42,9% nel 2016.
Per il 2017, anno di chiusura di questa XVII legislatura, si prevede il 42,3% (fonte Documento Economia e Finanza 2017).
La seconda parte della dichiarazione, sui 32 miliardi, è il risultato di una stima del Dipartimento finanze del Mef.
Le maggiori componenti di questa cifra sono le seguenti: 9,5 miliardi dal bonus degli 80 euro, 5,6 dall’alleggerimento dell’Irap, 5,4 dalla decontribuzione per l’assunzione a tempo indeterminato (partita nel 2015, ma i cui effetti sono di durata triennale e contribuiscono ancora al risultato del 2017), 2,9 dalla diminuzione dell’aliquota Ires, 3,5 dall’abolizione della Tasi sulla prima casa, 600 milioni dal pacchetto agricoltura, 530 milioni dall’esenzione dell’Imu per gli imbullonati, 943 milioni dal bonus degli ammortamenti, 600 milioni dall’incentivazione della contrattazione aziendale.
I rimanenti 3 miliardi nel calcolo del Ministero riguardano altre voci.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 5th, 2018 Riccardo Fucile
A OTTO E MEZZO IL GRILLINO RIMEDIA UNA BRUTTA FIGURA: NON SPIEGA LE COPERTURE DEL PROGRAMMA M5S E NON DICE QUANTI SARANNO I LICENZIAMENTI NELLA PA
Lorenzo Fioramonti, consulente del MoVimento 5 Stelle per le politiche economiche e candidato a Roma all’uninominale alla Camera, è stato ospite sabato di Lilli Gruber a Otto e Mezzo.
Fioramonti ha provato a rispondere alle domande, precise e puntuali, poste da Veronica De Romanis economista e docente della LUISS.
Punto principale del contendere sono state le coperture del programma economico del MoVimento i cui conti, come è stato detto da più parti, non tornano.
Fioramonti è docente all’Università di Pretoria dove dirige il Centre for the Study of Governance Innovationviene generalmente presentato come “economista”, ma non lo è dal momento che detiene un dottorato in Comparative and European Politics. Ciononostante in queste ultime settimane è stato Fioramonti a rispondere alle obiezioni sul programma economico del M5S spiegando il senso del documento sulle “coperture” pubblicato qualche tempo fa sul sito ufficiale del MoVimento per “mostrare” dove Di Maio e il suo governo reperiranno i fondi necessari per realizzare l’ambizioso programma enunciato nei “20 punti per la qualità della vita degli italiani”.
La Professoressa De Romanis ha lavorato con l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli e dal momento che proprio grazie ai tagli alla spesa il MoVimento sostiene di riuscire a recuperare buona parte delle risorse necessarie (dai 30 a i 34 miliardi di euro) è stato chiesto a Fioramonti dove intenda tagliare la spesa pubblica per recuperare il denaro necessario.
La risposta di Fioramonti è la classica preconfenzionata: «Noi abbiamo una storia, un partito che ha credibilità da questo punto di vista. Riduzione massiccia dei costi della politica. Lo abbiamo dimostrato già nel tempo e possiamo farlo. A differenza degli altri partiti non abbiamo clientele».
Ovvero quello che c’è scritto qui dove leggiamo che “basta avere le mani libere da condizionamenti di lobby e gruppi di interesse che finora hanno sempre prosperato in modo parassitario, attaccati alle gonne dello Stato”.
Il candidato pentastellato spiega poi che il M5S interverrà «su una serie di tassazioni che serviranno a indirizzare le scelte dei consumatori in modo più responsabile. Ad esempio il gioco d’azzardo, chi ha concessioni petrolifere, chi ha concessioni autostradali».
Rimane però senza risposta la questione dei tagli, dove intende tagliare e quanti posti di lavoro saranno tagliati?
Abolire gli enti inutili significa anche questo. Fioramonti però non lo dice.
E se proprio deve fare un esempio ne sceglie uno “innocuo” che piace senza dubbio agli elettori. Parla della proposta di eliminare “un ufficio che si occupa delle ristrutturazioni degli uffici dei presidenti della Camera e del Senato”.
Insomma l’emblema della casta, lavoratori del cui eventuale licenziamento gli elettori del M5S non si preoccuperanno. Ma è chiaro che si tratta di pochissime persone.
Il grosso dei tagli sarà altrove. Dove?
De Romanis: Nel vostro programma volete tagliare gli enti inutili, lo ha promesso anche Renzi e non lo ha fatto. Il vero costo però è il personale. Se togliamo i sussidi ai trasporti locali significa aumentare il costo del biglietto.
Fioramonti: C’è bisogno di svecchiare il contesto amministrativo italiano.
De Romanis: Ma lei pensa di licenziare le persone della pubblica amministrazione?
Fioramonti: Noi vogliamo addirittura creare il reddito di cittadinanza. Noi vogliamo creare un cuscinetto che eviterà che qualunque persona in Italia abbia meno di 780 euro.
È indicativo che Fioramonti non abbia mai risposto alla domanda precisa della De Romanis e abbia cambiato argomento cercando in qualche modo di “spiegare” che sarà il reddito di cittadinanza ad assorbire l’impatto dei licenziamenti.
O almeno così sembra che abbia detto perchè non lo ha detto esplicitamente.
In questo modo, ovvero pensando di coprire i costi dei licenziamenti fatti per tagliare la spesa pubblica con il RdC si amplierebbe la platea dei beneficiari e — di conseguenza — i costi. Come sarà possibile? Mistero. Senza contare che anche il costo per il taglio degli scaglioni Irpef.
Il MoVimento 5 Stelle ha spiegato che 70 miliardi (su 80-85 circa) saranno recuperati in due modi.
Il primo sono i tagli alla spesa individuati da Cottarelli. Il secondo grazie a circa 40 miliardi di tax expenditures.
Il documento del M5S (se così lo si può chiamare) è volutamente ambiguo perchè parla di “30 miliardi annui, a regime” nel primo caso e di “40 miliardi l’anno, a regime”.
Il che è curioso perchè o sono 30 miliardi l’anno o sono 30 miliardi a regime. Come abbiamo fatto notare qui Piano Cottarelli infatti parla di 34 miliardi l’anno, lordi, a regime su tre anni.
Questo significa che il primo anno qui 70 miliardi di euro non saranno disponibili.
La cosa è stata fatta notare anche dalla professoressa De Romanis che dopo che Fioramonti dice «Cottarelli dice che nell’arco di tre anni noi potremmo arrivare a regime a 34 miliardi di tagli» ribatte: «Però voi li chiamate annuali, parlate di “circa 30 miliardi annui” e poi parlate di “40 miliardi di tax expenditures annui” quindi sono 70 miliardi annui».
Fioramonti a quel punto è costretto a spiegare che “quel capitale è in alcuni casi annuale in alcuni casi su una legislatura”.
La De Romanis ribatte che è scritto nel documento ufficiale, confondendo però quello sui “20 punti” con quello sulle “coperture”. E Fioramonti spiega che “Io non so che documenti ha lei nelle mani, non è quello che ho visto io”. In realtà leggendo il documento sulle coperture è sempre scritto “annuo a regime”, ad eccezione della quantità di deficit, quella sì davvero annuale.
Tant’è che la settimana scorsa rispondendo a Repubblica Fioramonti è stato costretto ad ammettere che “Per quanto riguarda il piano Cottarelli, è vero che si tratta di 34 miliardi a regime e lordi”.
Questo significa solo una cosa: quei 70 miliardi “annui, a regime” il M5S non li avrà a disposizione ogni anno della legislatura ma solo a regime.
Questo significa quindi che per il primo anno (ma anche per il secondo) quelle coperture non ci sono.
Come farà quindi il M5S a finanziare il superamento della Fornero, i tagli delle aliquote fiscali e il reddito di cittadinanza? Altro mistero.
Anche perchè il M5S vuole fare più deficit e al tempo stesso abbassare il rapporto deficit/PIL di 40 punti in 10 anni.
La De Romanis fa notare che per farlo “serve un avanzo primario intorno al 5-6% mentre il M5S vuole sforare il 3%”.
Ci sono insomma nel programma del M5S cose che prese singolarmente possono anche avere senso ma che non possono razionalmente stare assieme l’una con l’altra. Fioramonti risponde che è possibile farlo “valorizzando” il patrimonio immobiliare pubblico (ovvero con dismissioni e privatizzazioni) e spiegando che saranno le famiglie italiane ad investire i loro risparmi negli immobili.
Non si spiega però quale famiglia italiana sia in grado di investire per l’acquisto, ad esempio, di una caserma dismessa.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
ATLANTISTA E LIBERALE, REMA CONTRO L’ASSE SINO-RUSSO
Atlantista, filoamericano, liberale, amante del pensiero conservatore britannico, avversario
dell’espansionismo cinese in Europa e in Italia.
Ecco chi è davvero Francesco Galietti, a capo della società di analisi strategica geopolitica Policy Sonar, che ha organizzato l’incontro tra la comunità di investitori internazionali a Londra con il candidato premier del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. “Galietti lobbista”, ha scritto il Fatto Quotidiano, giornale dove in passato è comparsa spesso la firma di Galietti.
Classe 1982, studi di diritto ed economia tra Italia e Germania, full immersion “eretica” di innovazione e geotecnologia alla californiana Singularity University, fondatore dell’osservatorio Policy Sonar, ora fa ricerca su sovranità e capitalismo di Stato al centro SovereigNet della Fletcher University di Boston, e scrive su La Verità di Maurizio Belpietro, Limes e Il Foglio, il quotidiano fieramente anti grillino diretto da Claudio Cerasa.
A riprova del trasversalismo di Galietti.
Infatti l’analista vanta rapporti con i vertici dei Cinque Stelle (in particolare con Davide Casaleggio, Luigi Di Maio e Pietro Dettori), è amico del liberale Daniele Capezzone (Galietti è tra i componenti della fondazione New Direction fondata da Capezzone e Raffaele Fitto), in passato — dal 2008 al 2011 — è stato consigliere dell’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in vena di protezionismo colbertista, e più di recente è stato critico nei suoi scritti con il Giglio Magico renziano.
Negli ambienti del lobbismo e degli analisti di geopolitica si dice che Galietti con la sua Policy Sonar voglia importare in Italia il modello di EurasiaGroup fondata da Ian Bremmer. Ci riuscirà ?
Di sicuro dai contenuti della sua newsletter si notava da tempo un’attenzione sulla crescita e l’evoluzione del movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio da un movimento populista a un movimento popolare senza per questo appartenere alla famiglia del Ppe.
Questo però non ha indotto Galietti ad evitare di bacchettare alcuni esponenti grillini come ad esempio Manlio Di Stefano.
Infatti Galietti non ha esitato a biasimare le passioni putiniane di una parte dei grillini in simbiosi con il partito di Matteo Salvini: ”Gianluca Savoini (Lega Nord) e Manlio Di Stefano (M5S), due tra le principali menti diplomatiche dei partiti italiani che oggi si dichiarano sovranisti non solo non fanno mistero delle proprie preferenze ma pubblicano apertamente on-line selfie e altre evidenze dei propri incontri moscoviti. La loro russofilia non è minimamente interessata ad annettere la Russia al resto dell’Occidente”, ha scritto nel suo libro da poco edito da Guerini ”Sovranità in vendita”.
Galietti da tempo critica le mire di Russia e Cina: ”L’intesa sino-russa — si legge nel suo libro — costituisce infatti l’architrave di un’architettura strategica euro-pacifica in plastica contraddizione rispetto al tradizionale blocco euro-atlantico. Alla tradizionale dottrina putinista dell’energia come leva strategica è affiancata la visione, se possibile ancora più articolata, di Pechino“.
E proprio sulla Cina punta il dito Galietti, sottolineando i pericoli strategici dell’espansione dei colossi cinesi in Europa e in Italia: ”Da qualche anno a questa parte, l’Italia contende a Germania e Inghilterra il podio di principale attrattore di investimenti cinesi.
Tradizionale terra di conquista per stranieri, Roma ha fatto da apripista negli investimenti cinesi in settori considerati universalmente strategici schiudendo ai cinesi di China State Grid le reti elettriche (Terna) e del gas (Snam)“. Non solo: ”Ha poi ammesso il fondo sovrano cinese al gran ballo del capitalismo municipale accogliendolo in F2i, il fondo specializzato in infrastrutture locali partecipato da Cassa depositi e prestiti”.
Per questi motivi, Galietti alla fine del saggio scrive: ”Urge dotare il nostro ordinamento di norme di trasparenza minime, che consentano a un cittadino-elettore di capire davvero a quali condizionamenti esterni potranno soggiacere i partiti politici che accettano denaro straniero”.
C’è chi scommette che tra le prime proposte pentastellate in Parlamento sarà proprio quella invocata da Galietti.
(da “Business Insider”)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL PARERE DI UN ECONOMISTA: I MERCATI SANNO DISTINGUERE PROMESSE PER CATTURARE CONSENSI E REALTA’
Vi ricordate dell’“incubo spread” di qualche anno fa?
Lo spread in questione, cioè la differenza di rendimento fra i titoli di stato italiani (Btp) a 10 anni e quelli tedeschi (Bund) di pari durata, è da sempre considerato un indicatore del “rischio Italia”.
Più la rischiosità dell’investimento Italia cresce, più cresce lo spread, e più ovviamente cresce la spesa per interessi sul nostro enorme debito pubblico che rende il rischio Italia ancora maggiore.
Sullo spread — che era arrivato a 600 punti base, ovvero al 6% — c’è addirittura caduto il Governo Berlusconi nel 2011.
E nel 2012 la situazione non migliorò molto, neanche a livello sistemico, e anzi le tensioni divennero fortissime, tanto che i mercati iniziarono seriamente a dubitare della capacità di tenuta del sistema.
Poi arrivò SuperMario (Draghi). Il 26 luglio 2012, in un discorso a Londra, il Presidente della Bce pronunciò le parole fatidiche: “Nell’ambito del suo mandato, la Banca Centrale Europea è pronta a fare tutto quello che è necessario (“whatever it takes”) per proteggere l’euro. E credetemi, sarà abbastanza.”
Dopo una settimana la Bce annunciò un’iniziativa di acquisto dei titoli dei paesi più in difficoltà (“Outright Monetary Transactions”) che alla fine non venne attuato, mentre dal 2015 in poi venne attuato un massiccio (60 miliardi al mese) programma simile sui titoli di tutti gli Stati.
Era il cosidetto Quantitative Easing (Qe), durato nella sua configurazione originaria per circa due anni. Con le sue dichiarazioni, ancora prima che con le sue azioni, SuperMario fece il miracolo. E infatti dal 2012 ad oggi gli spread dei paesi “periferici” (fra i quali viene di solito inclusa l’Italia) sono crollati.
Qualche segnale di nervosismo si è manifestato nel 2017, man mano che la fine del Quantitative Easing (“tapering”) si avvicinava e crescevano le incognite sulla sostenibilità del debito di paesi come l’Italia.
E infatti lo spread Bpt-Bund dopo l’estate è tornato ad allargarsi fino ad arrivare a circa 170 punti base. Ma alla fine di ottobre ancora una volta è arrivato SuperMario ad annunciare che il sostegno della BCE ai debiti pubblici continuerà ancora per un bel pezzo, anche se con volumi inferiori. E per lo spread è tornata la quiete. C’è stata un’impennata il 29 Dicembre, quando Mattarella ha sciolto le camere, ma poi siamo tornati a livelli bassissimi (circa 140 punti base):
Ma quello che è più incredibile è che lo spread rimanga “dormiente” anche in un contesto, come quello elettorale attuale, nel quale ogni giorno i partiti tirano fuori sempre nuove promesse di abolizione di tasse, di aumento delle pensioni ecc. per costo cumulato — calcolato fra gli altri dal Sole 24 ore — di circa 270 miliardi di euro.
Si potrà obiettare che il costo cumulato non ha senso, in quanto al massimo due dei tre schieramenti in campo possono andare al Governo formando una coalizione.
Vediamo allora prima i costi annui divisi per partiti proponenti.
Guida Forza Italia (aumento pensioni, flat tax al 20%, reddito di dignità , cancellazione Irap ecc.) con circa 80 miliardi.
Segue la Lega (abolizione legge Fornero, flat tax al 15%, ecc.) con circa 60 miliardi
Pd e M5S si accontentano di proposte per una quindicina di miliardi a testa.
Se quindi andasse al governo la coalizione di centro destra (la più “costosa”) e tutte le promesse dei partiti componenti la coalizione venissero attuate (ipotizziamo con la flat tax al 20%) il deficit dello stato, pari a 36 miliardi nel 2017, aumenterebbe di circa 100 miliardi, circa il 6% del Pil.
In altri momenti, eventualità di questo tipo avrebbero fatto schizzare verso l’alto lo spread di centinaia di punti di base. E invece non succede nulla. Perchè?
Solo per l’ombrello (per quanto capiente) di Draghi?
Molto probabilmente la spiegazione ha anche un’altra componente, che ha a che fare con la saggezza dei mercati.
Ora che nessun politico italiano vuole più uscire dall’euro (era quello il pericolo vero) i mercati sanno che ( in Italia in particolare) solo una modesta percentuale delle promesse elettorali viene attuata anche quando c’è un governo forte.
Figuriamoci con la nuova legge elettorale. Il gioco di “spararla più grossa” in cui sono impegnati i partiti di cui sopra nasce proprio dalla consapevolezza che nessuna coalizione otterrà la maggioranza e che quindi, in uno scenario di “coabitazione forzata”, sarà ancora più facile recitare il mantra del “avrei voluto, ma non me lo hanno fatto fare”.
Fabrizio Ghisellini
Economista
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
SPESA PER HOTEL E RISTORANTI A LIVELLO PRE-CRISI
Famiglie single in aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione, ma anche di
separazioni, divorzi e arrivo di stranieri.
Inoltre continua il calo delle nascite, con 2.342 bebè in meno rispetto al 2016, ma la speranza di vita, dopo una battuta d’arresto, riprende a crescere e passa da 80,1 a 80,6 anni per gli uomini e da 84,6 a 85,1 per le donne.
Sono queste le tendenze e i dati che emergono dall’Annuario Istat 2017, che sottolinea anche il progressivo calo della voglia di partecipare, di informarsi e di parlare di politica, con un aumento dell’astensionismo.
Oltre sei milioni di italiani, poi, sperano in un lavoro, e le retribuzioni orarie contrattuali lo scorso anno siano cresciute solo dello 0,6%: “un nuovo minimo storico“.
Sul fronte della salute il 66% dei decessi in Italia è dovuto a malattie del sistema circolatorio e tumori, che si confermano le due principali cause di morte.
Gli italiani hanno anche riaperto i cordoni della borsa, almeno per dormire e mangiare fuori.
Nel 2016 “tornano ai livelli pre-crisi” le spese per servizi ricettivi e di ristorazione (+4,8%, da 122,39 a 128,25 euro)”. Viene così recuperato il terreno perso negli ultimi cinque anni, riagganciando i valori del 2011. La discesa della spesa, ricorda infatti l’Istat, era iniziata nel 2012.
L’incidenza di povertà assoluta è più elevata fra i minori (12,5%) e raggiunge il suo minimo fra le persone di 65 anni e più (3,8%).
Famiglie con una sola persona
Aumentano da 20,5 a 31,6% e si riducono quelle di cinque o più componenti (da 8,1 a 5,4%). Nel giro di vent’anni, spiega l’Istituto di statistica, il numero medio di componenti in famiglia è sceso da 2,7 (media 1995-1996) a 2,4 (media 2015-2016). Il fatto che quasi una famiglia su tre è dunque composta da una sola persona è conseguenza di “profonde trasformazioni demografiche e sociali che hanno investito il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione, innanzitutto, ma anche — spiega l’Istat — l’aumento delle separazioni e dei divorzi, così come l’arrivo di cittadini stranieri che, almeno inizialmente, vivono da soli”.
Anche il Sud, dove c’è il più alto numero di componenti per famiglia, mostra una graduale riduzione della dimensione familiare: da un numero medio di componenti pari a 3,1 (media 1995-1996) a un numero medio pari a 2,6 (media 2015-2016). Dal confronto territoriale sulla dimensione familiare (media 2015-2016) emerge che la ripartizione geografica con la quota più elevata di famiglie unipersonali è il Centro (34,4 per cento); il Sud, invece, registra la percentuale più bassa (28,25). All’opposto, per le famiglie con cinque o più componenti, è il Sud a mostrare la quota più alta (7,5%), mentre il Nord-ovest evidenzia quella più bassa (4,25%).
Continua il calo delle nascite, ma torna ad aumentare la speranza di vita
Nel 2016 si sono riempite 473.438 culle, 12.342 in meno rispetto all’anno precedente. E il calo delle nascite continua a essere affiancato dalla posticipazione dell’evento: le gravidanze avvengono, infatti, in età sempre più avanzata.
Nello stesso anno il numero dei decessi, invece, cala rispetto al picco dell’anno precedente e raggiunge le 615.261 unità (32.310 morti in meno rispetto all’anno precedente).
La speranza di vita alla nascita (vita media), dopo una battuta d’arresto, riprende a crescere e passa da 80,1 a 80,6 anni per gli uomini e da 84,6 a 85,1 per le donne.
Il Nord-Est è l’area geografica con la speranza di vita più alta anche nel 2016 mentre il Mezzogiorno è caratterizzato da una vita media più bassa. L’Italia resta uno dei paesi più vecchi al mondo, con 165,3 persone con 65 anni e più ogni cento con meno di 15 anni.
Grado di soddisfazione degli italiani
“Nel 2016 — si legge nel rapporto — il quadro della soddisfazione generale della popolazione di 14 anni e più mostra segnali di miglioramento rispetto al 2015: su un punteggio da 0 a 10, le persone danno in media un voto pari a 7″.
Guardando alla situazione economica, “continua a diminuire la quota di famiglie che la giudicano in peggioramento rispetto all’anno precedente”.
L’Istat riporta anche i dati sulla povertà , già diffusi in estate: “nel 2016, le famiglie in condizione di povertà assoluta sono 1,6 milioni, per un totale di 4,7 milioni di individui poveri (il 7,9% dell’intera popolazione). Le famiglie che vedono peggiorare le loro condizioni rispetto all’anno precedente sono quelle numerose, soprattutto coppie con 3 o più figli minori (da 18,3% del 2015 a 26,8% del 2016).
Caro vita
Vivere nelle grandi città costa caro. “Le famiglie residenti nei comuni centro dell’area metropolitana spendono in media 2.899,21 euro”, ovvero “491 euro in più” a confronto con i comuni fino a 50 mila abitanti (2.407,82 euro). Insomma nel 2016 lo scarto, calcolato in esborso medio mensile, tra le famiglie dei centri urbani maggiori e quelle dei municipi medio-piccoli è di quasi 500 euro (+20,4%).
Salute e patologie —
Le malattie del sistema circolatorio e i tumori si confermano le due principali cause di morte in Italia: il 66% dei decessi è attribuibile a queste patologie. L’ordine di rilevanza è tuttavia inverso per maschi e femmine: le malattie del sistema circolatorio occupano il primo posto nella graduatoria delle cause di mortalità per le donne, con un quoziente di 396,6 per 100mila abitanti, mentre sono al secondo posto nella graduatoria maschile (325,7 per 100 mila), dopo i tumori che per gli uomini rappresentano la prima causa (337,1 per 100 mila) e per le donne la seconda (248,9 per 100 mila). Emerge ancora il divario Nord-Mezzogiorno per l’offerta ospedaliera.
Nel periodo 2013-2015 il numero di medici di base è leggermente in calo (-1,2%) e pressochè stabile il numero di pediatri (-0,5%).
Cresce il numero di posti letto nelle strutture di assistenza residenziale (4,4% in più dal 2013 al 2015) mentre si riducono i posti letto ospedalieri, soprattutto quelli in ‘regime per acuti’.
Permangono le differenze della rete d’offerta ospedaliera tra le regioni: i posti letto ordinari per mille abitanti restano superiori al Nord rispetto al Mezzogiorno. Negli ultimi 5 anni le dimissioni ospedaliere per acuti sono in continua discesa nonostante l’invecchiamento della popolazione.
Tuttavia, la riduzione dei ricoveri procede a ritmi decrescenti (-4,3% tra 2012 e 2013 e circa -3% negli anni successivi), segnale di una progressiva stabilizzazione del fenomeno. Quanto agli stili alimentari, sono sempre nel solco della tradizione: le abitudini degli italiani si mantengono legate al modello tradizionale: il pranzo costituisce nella gran parte dei casi il pasto principale (2 terzi della popolazione di 3 anni e più) e l’81,7% della popolazione di 3 anni e più fa una colazione che può essere definita adeguata. Stabile rispetto al 2015 la quota di popolazione di 14 anni e più che dichiara di fumare (19,8%).
(da agenzie)
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Dicembre 24th, 2017 Riccardo Fucile
LE AZIENDE SONO CARICHE DI LIQUIDITA’ MA SE I DEBITI SONO CRESCIUTI GLI INVESTIMENTI PRODUTTIVI SONO RIMASTI AL PALO
Il varo della riforma fiscale americana, con il drastico taglio delle tasse sulle imprese, ha
prevedibilmente stimolato l’ansia da imitazione, anche al di qua dell’Atlantico. Sgravare i profitti, assicurano gli autori della riforma Usa, favorirà gli investimenti, l’occupazione, i salari.
Un toccasana, in un momento in cui la ripresa – non solo dove è debole, come in Italia, ma anche dove è più robusta – riesce a manifestarsi solo in forma asfittica e precaria, se confrontata con i recuperi dalle crisi dei decenni passati.
Ma il toccasana è assolutamente immaginario: l’esperienza storica degli ultimi 30 anni dimostra che tagliare le tasse alle imprese – anzi, più in generale mettere più soldi nelle loro tasche – non garantisce affatto un rilancio degli investimenti.
Infatti, non avevano bisogno di un salvagente fiscale.
Dall’inizio degli anni 2000, i soldi rimasti nelle casse delle aziende Usa, anche dopo aver pagato le tasse, sono raddoppiati: dal 5 al 10 per cento del Pil. Non male, per imprese che sarebbero strangolate dal fisco.
E gli investimenti? Non si è mossa una foglia: la quota degli investimenti complessivi rispetto al totale dell’economia è rimasta invariata e, anzi, osserva l’Ocse – l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati – il tasso di investimenti netti, ovvero quelli in più, rispetto al semplice rimpiazzo dei macchinari già esistenti, fra il 2007 e il 2016 si è ridotto ad un terzo.
Anche più immediato il messaggio che viene dalla Gran Bretagna: l’aliquota inglese per le tasse sulle imprese è scesa in questi anni dal 30 al 19 per cento. Ma il tasso di investimenti netti, rileva il Financial Times si è dimezzato.
Eppure, gli investimenti sono la chiave del futuro sviluppo. Ma rimangono ancora sotto i livelli pre 2008 e le proiezioni al 2019 che fa l’Ocse indicano un modesto adeguamento.
Le imprese dell’Occidente investono meno, anche se gli sviluppi della tecnologia deprezzano più rapidamente il capitale.
Il risultato è che, negli ultimi anni, anche la Germania ha dimezzato il tasso di investimenti netti.
Per l’Italia, è un crollo: fra mancati investimenti in assoluto e mancati adeguamenti, il tasso di investimenti netti è sotto zero, il peggior risultato del G7, e il tasso rimarrà sotto zero anche nel 2019.
Non è un problema di soldi. Anche dove non ci sono state riforme fiscali, le imprese hanno goduto, in questi anni, in America come in Europa, di liquidità abbondante, grazie ai tassi di interesse stracciati.
E, infatti, si sono indebitate alla grande.
Rispetto al 1995, il debito delle imprese Usa è più che triplicato, quello delle aziende europee (finanza esclusa) è più che raddoppiato. Ma lo stock di capitale produttivo, nello stesso periodo, è aumentato assai meno.
Questo gap fra debiti e investimenti preoccupa l’Ocse: “Alti livelli di debito compromettono la capacità delle aziende di ottenere nuovo credito per finanziare investimenti produttivi”.
Non solo: “imprese superindebitate tendono a perdere dinamismo, spesso non riescono neanche a investire il minimo per restare competitive e finiscono per diventare imprese-zombie”.
Fenomeno che l’Italia conosce benissimo, anche se, invece che zombie, noi le definiamo “decotte”.
Ma perchè le imprese hanno scelto di correre questi rischi? Cosa hanno fatto dei soldi presi a prestito? La risposta che si danno gli economisti dell’Ocse la dice lunga sulle scelte finanziarie delle imprese delle economie avanzate.
“Potrebbero finanziare gli investimenti anche senza indebitarsi, ma non lo fanno” diceva già un rapporto del 2016. Le imprese d’Occidente spendono infatti il 60 per cento dei soldi disponibili per gli investimenti distribuendo dividendi e riacquistando azioni proprie. In buona sostanza, subito nelle tasche degli azionisti, piuttosto che reinvestito nell’azienda. Ci sono buone probabilità che finiscano così anche i risparmi di un taglio delle tasse.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
I VANTAGGI SI CONCENTRANO SUI REDDITI MAGGIORI
Un testo scritto per favorire le multinazionali che potranno far rientrare i soldi fin qui tenuti in caldo all’estero, con uno scudo fiscale che farà loro pagare tasse irrisorie rispetto al normale, e le famiglie più ricche.
Non ci sono scale di grigio nel giudizio che gli americani esprimono sulla riforma fiscale che Donald Trump dovrà firmare, una volta che il testo sarà ripassato – per un dettaglio procedurale – dall’approvazione della Camera.
Un dettaglio che secondo le ultime indicazioni potrebbe però far slittare a gennaio l’ok definitivo al testo, stando a quanto detto dal consigliere economico della Casa Bianca, Gary Cohn. Notizia che ha fatto perdere smalto ai mercati finanziari.
Al netto della tempistica dell’approvazione, non sembra in discussione l’esito finale.
Il piatto forte della riforma fiscale è la riduzione della tassazione sugli utili delle imprese, con aliquota per le Spa sforbiciata dal 35 al 21% medio.
Oltre a questo si apre un vero e proprio scudo fiscale per le multinazionali che si calcola abbiano oltre 2mila miliardi e 400 milioni di dollari di liquidità parcheggiata all’estero, al riparo dal Fisco Usa.
Costoro – da Apple a Microsoft – potranno riportarli nei confini nazionali pagando versando una tantum dell’8% (o del 15,5% se si tratta di liquidi/contanti) rispetto al 35% medio imposto a livello federale (e in via di abbattimento).
Se si considera che Apple è accreditata di circa 250 miliardi di dollari custoditi offshore, si capisce chiaramente quanto venti o più punti percentuali di imposizione in meno facciano la differenza per decine di miliardi.
L’idea di una “transition tax” era stata accarezzata anche da Barack Obama, poi era uscita dalla discussione per entrare nella campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca.
Il testo rivede poi molti altri aspetti fiscali per le imprese e le persone, rendendo strutturali i benefici per le prime e temporanei – nell’orizzonte di un decennio – per le seconde.
Oltre a favorire ammortamenti (immediatamente eseguibili quelli in macchinari, fino al 2022) e investimenti delle società , i ltesto prevede che le società semplici restino tassate come le persone fisiche, ma con una detrazione del 20% del reddito che porta l’aliquota effettiva scenderebbe al 26,5%, appena al di sotto della media europea (26,9%) e ben al di sotto della media pesata dei paesi Ocse.
Per le famiglie, sintetizzano gli economisti di Intesa Sanpaolo, restano le sette aliquote fiscali ma a livelli più bassi fino al 2025 (quella marginale più alta scende dal 39,6 al 37%).
Si eliminano molte detrazioni – soprattutto per le imposte statali e locali – a fronte del raddoppiamento di quella standard e del credito d’imposta sui figli a carico.
E’ poi eliminato l’obbligo di avere un’assicurazione sanitaria è eliminato, “future conseguenze negative sul numero degli assicurati e sui premi delle polizze”.
Tra le ultime norme approvate c’è la possibilità di dedurre gli interessi sui finanziamenti ricevuti per pagarsi gli studi universitari.
Ci sono ovviamente i (molti) scontenti del testo, inclusi i senatori repubblicani che l’hanno osteggiato perchè provenienti dagli Stati che soffriranno maggiormente il peso del Fisco.
Tra New York e California lamentano che le alte imposte locali potranno essere portate in deduzione sul conto del Fisco federale con un tetto di soli 10mila dollari, mentre alcune categorie professionali si vedono ridurre i benefici fiscali ritagliati ad hoc su di loro. Sforbiciata in arrivo anche alle detrazioni fisse per i lavoratori dipendenti.
Citizens for Tax Justice, gruppo che si batte per un fisco equo, ha criticato aspramente la manovra fiscale di Trump, denunciandola come estremamente sbilanciata verso le famiglie più ricche e gli investitori esteri piuttosto che come supporto ai nuclei realmente bisognosi.
Nell’ultima analisi prodotta, sul testo che era uscito dal Senato alla fine di novembre, denunciava al 5% più ricco della popolazione sarebbero andati la metà dei benefici del piano, mentre da qui al 2027 il 60% più povero della popolazione si ritroverà a far fronte a un incremento netto della tassazione (con ben 19 Stati colpiti dl peggioramento della situazione), mentre ai super-ricchi (incluso Trump) si aprono possibilità di veder ridurre il loro conto con l’Erario.
Nel complesso, i 1.500 miliardi del piano comporteranno una crescita del deficit o un necessario taglio ad altre voci come l’educazione, la sanità , la ricerca e le infrastrutture.
Secondo il Tax Policy Center, che ha aggiornato lo studio al testo concordato tra Camera e Senato a metà dicembre, più dell’80% delle famiglie americane avrà un taglio fiscale nel 2018 e il 5% vedrà salire il conto.
“In linea di massima – dicono gli esperti – le famiglie con i redditi più alti riceveranno i benefici maggiori – in termini di percentuale sul redddito netto”.
In media, nel 2027 le tasse saranno poco diverse da ora per i gruppi di reddito basso e medio e scenderanno per i ricchi.
Rispetto alla legge attuale, dice il Centro di ricerca, il 5% dei contribuenti pagherà più tasse il prossimo anno, ma si salirà al 9% nel 2025 e al 53% nel 2027.
Concorda Intesa: “Nel complesso, le misure sono espansive, ma regressive: le classi medie e basse hanno riduzioni di imposte transitorie, le classi alte hanno un trattamento più favorevole per l’imposta di successione e per il reddito delle società semplici, un ampio taglio (transitorio) dell’aliquota massima. In media tutte le classi di reddito avranno imposte ridotte fino al 2025, ma ci potranno essere casi di aumento delle imposte, per via dei cambiamenti derivanti dall’abolizione di molte detrazioni, in particolare quella relativa alle imposte statali e locali”.
La riforma è ovviamente il piatto forte anche per i mercati finanziari. Soltanto un paio di settimane fa, quando si era ancora in attesa dei dettagli ma i capisaldi del testo erano fissati, gli economisti di BofA Merrill Lynch hanno iniziato a scontare i possibili impatti del cambiamento delle norme.
Che si vedrebbero soprattutto sul breve termine e, con un’economia già in crescita al livello se non oltre il potenziale, potrebbero anche portare al rischio di un “fiscal sugar high”, una sbornia fiscale che rischia di surriscaldare l’economia e causare postumi diffili da assorbire.
Quanto ai numeri della riforma, l’espansione del deficit Usa da 1.500 miliardi di dollari dovrebbe portare a un supplemento di crescita da 0,3-0,4 punti percentuali di Pil nel prossimo biennio: il costo della riforma potrebbe scendere a mille miliardi considerando la risposta positiva dell’economia.
Ecco perchè la crescita media del prossimo anno potrebbe schizzare al 2,6-2,7% e poi mantenersi ancora ben sostenuta al 2,2-2,3% nel 2019. State Street è in linea con un +2,7% previsto per l’anno prossimo.
A sostenere la crescita, dice BofA, ci dovrebbero essere i consumi privati, dati dai tagli alle imposte sulle persone fisiche, e gli investimenti fissi delle aziende incentivate dagli sgravi sulle spese in conto capitale. La disoccupazione dovrebbe calare al 3,7-2,8%.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DI BANKITALIA SCAGIONA L’EX MINISTRA: IL SUO LEGITTIMO INTERESSE PER IL TERRITORIO”… “DELLA VIGILANZA HO PARLATO SOLO CON PADOAN”… “MAI FATTO PRESSING SU VICENZA”
La crisi delle banche italiane è frutto di una doppia recessione che ha fatto scoppiare il problema dei crediti deteriorati: la maggior parte di loro ha superato le difficoltà , “alcune hanno invece ceduto, anche per comportamenti incauti e irregolari”.
Ma, alla “opinione di alcuni” secondo la quale “la Banca d’Italia avrebbe sempre detto che ‘andava tutto bene’ e avrebbe sottovalutato la situazione”, si oppone un secco: “Non è vero”.
Così il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, in audizione alla Commissione banche, difende l’operato della Banca centrale nella gestione delle crisi bancarie.
Un intervento nel quale non concede spazio alla critica, para i colpi e nega responsabilità sue e della sua struttura nell’avvitarsi delle crisi bancarie.
LE CRISI BANCARIE E LA POLITICA
Come da attese, le domande dei commissari convergono sulle possibili ingerenze dei membri del governo e Visco chiarisce che delle crisi bancarie “ha sempre e solo parlato con il ministro dell’Economia”, Pier Carlo Padoan, “per altro in quanto presidente del Cicr, il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio”.
Con lui, Visco dice di “parlare spesso più volte al giorno” e con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, “si è visto più volte”.
Con i cinque governi con cui ha avuto a che fare – Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni -, Visco assicura che ci sono stati “rapporti di collaborazione pienissimi, nei miei colloqui con i presidenti del consiglio non c’è mai mai stato uno screzio, ma ampia condivisione”.
Anche con Renzi “ci siamo visti moltissime volte, abbiamo parlato degli stress test, degli Aqr (la revisione della qualità degli attivi della Bce, ndr) e dei problemi gravi delle banche in risoluzione. Abbiamo avuto approcci diversi, ma sempre con trasparenza”.
L’ex premier ha mostrato interesse per la questione di Banca Etruria, una delle quattro banche mandate in risoluzione a fine 2015 di cui il padre di Maria Elena Boschi è stato vice-presidente.
Ancora Visco spiega che in uno degli incontri con Renzi, nell’aprile del 2014, l’ex premier domandò perchè la Popolare di Vicenza (altra banca andata poi a gambe all’aria) volesse acquisire Etruria, “ma non risposi: non entrai per niente nei temi della Vigilanza, presi la sua come una battuta sugli orafi”, vista la vocazione di gioiellieri di entrambi i territori.
La riservatezza dei temi di Vigilanza fu opposta anche alle domande dell’allora ministra Boschi, che parlò con il vicedirettore di Bankitalia, Fabio Panetta.
Dialogo del quale riferisce lo stesso Visco: “Pressioni dalla Boschi su Etruria? No. C’era un legittimo interesse dell’allora ministro su una questione che interessava il territorio”, argomenta il governatore.
“Ne parlò con Panetta, ma lui non disse nulla perchè non si parlava delle questioni della Vigilanza, che sono riservate”.
“Da Boschi – spiega ancora il governatore – venne espresso dispiacere e preoccupazione sulle ripercussioni che l’acquisizione della banca poteva avere sul territorio”, ma “non ci fu nessuna richiesta di intervento” o “sollecitazione”.
Più avanti, Visco dettaglia: “Boschi ha chiarito esplicitamente di non voler trattare atti su Etruria e di non aver nulla da recriminare per la sanzione” comminata al padre, “ma ha espresso preoccupazione per l’economia della provincia la cui crisi avrebbe potuto essere aggravata dalla crisi del credito, sottolineando che bisognava stare attenti”.
Un altro nodo caldo viene svolto fin dall’introduzione, quando il governatore scandisce “in modo chiaro che la Banca d’Italia non ha mai fatto pressioni su nessuno per favorire la Banca Popolare di Vicenza o sollecitarne un intervento. Mai”.
Visco ricorda di avere visto Zonin, l’ex dominus della Popolare veneta, come gli altri banchieri, “mai da solo”.
Il governatore smentisce l’ex dg della Bpvi, Vincenzo Consoli: non “ha mai telefonato” al presidente Zonin, che incontrò “in Banca d’Italia Zonin per 5 minuti” e al quale raccomandò “equilibrio e interventi paritari” rilevando come “fu Consoli a parlarne per primo in vigilanza”.
Quanto alla possibile operazione con Banca Etruria, Visco ripercorre il carteggio con la stessa a proposito della ricerca di un partner bancario in grado di rendere più solido l’istituto.
Da un lotto di oltre venticinque possibili candidati, Visco spiega che gli advisor ne avevano individuati due, uno dei quali era proprio la Vicenza. “Nessuna pressione e indicazione, abbiamo solo recepito l’interesse” di PopVicenza per Banca Etruria, spiega. “Io ho appreso dell’interesse di Vicenza su Etruria ad aprile 2014”, e poi aggiunge: “Non abbiamo sollecitato un intervento”.
LA DIFESA DEL RUOLO DI BANKITALIA
In generale, nella gestione delle crisi bancarie secondo Visco gli uomini della Vigilanza hanno “agito con il massimo impegno e nell’esclusivo interesse del Paese”. Le perdite “sopportate dai risparmiatori nei casi in cui non è stato possibile risolvere altrimenti le crisi sono state diffuse e dolorose. E’ questa una spinta a cercare di migliorare la nostra azione in ogni modo possibile”, aggiunge.
La linea di difesa dell’operato di via Nazionale è chiara: “A determinare l’evoluzione del sistema finanziario italiano non è stata una vigilanza disattenta ma la peggiore crisi economica nella storia del nostro paese. La mala gestio di alcune banche, comunque, c’è stata e l’abbiamo più volte sottolineato; le gravissime condizioni dell’economia hanno fatto esplodere le situazioni patologiche”.
Citando Ciampi sulla funzione di Vigilanza “che riduce le probabilità di crisi ma non può annullarle”, ribadisce che “le imprese gestite male finiscono inevitabilmente per andare in crisi e per chiudere. Nel caso delle banche la questione più delicata è come assicurare che questo processo avvenga senza creare gravi rischi per la stabilità finanziaria e con il minimo impatto sui risparmiatori”.
Alle accuse “di avere evidenti e gravi responsabilità nella gestione e perfino nella genesi di queste crisi”, ribatte: “Non è così”. Anzi, le conseguenze della doppia recessione sul sistema finanziario sarebbero state “ben peggiori senza la nostra attività di supervisione”, ha sottolineato sul punto.
Una parziale critica alla gestione delle situazioni difficili, o meglio al quadro regolatorio che la governa, arriva quando Visco indica “i tempi lunghi — troppo lunghi — che sono stati impiegati per definire e attuare la soluzione prescelta. È necessario, doveroso, approfondire le cause dei ritardi e operare per rendere rapide le procedure di gestione”.
Sul fenomeno delle porte girevoli, il passaggio dall’Autorità agli istituti privati di alcune persone, si difende ricorrendo alla storia: “In oltre 120 anni della Banca d’Italia non ci risulta vi sia mai stato un ispettore che nell’esercizio della propria funzione si sia reso colpevole di omessa vigilanza, o sia stato condannato per corruzione o concussione. L’onestà e l’integrità del personale della Banca d’Italia non sono mai venute meno”.
L’audizione del governatore arriva in una settimana-chiave dei lavori della Commissione banche. Alla vigilia è stata la volta del ministro dell’Economia, Padoan, che ha riferito di non aver “autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione” a tenere colloqui sulle risoluzioni delle banche, in riferimento particolare a quelli dei ministri Maria Elena Boschi e Graziano Delrio sulla vicenda Banca Etruria.
Il presidente della Commissione, Casini, aveva introdotto i lavori odierni sottolineando i “profili di criticità ” fin qui emersi, in particolare nella comunicazione tra Consob e Bankitalia sulle crisi bancarie e le “problematicità ” sulle capacità preventive degli strumenti di vigilanza.
I rapporti tra Authority sono stati trattati da Visco: “In questi anni la collaborazione tra la Banca d’Italia e la Consob è stata leale e costante, a livello sia tecnico sia di vertice. Anche grazie a questa collaborazione è stato possibile gestire e superare casi di crisi, insieme con il governo”.
Visco ammette: “Alcune nostre comunicazioni con la Consob sono state giudicate ‘criptiche’; ne sono state evidenziate difformità rispetto agli interventi rivolti direttamente agli intermediari”.
E aggiunto: “Riconosciamo che, nonostante i passi avanti conseguiti con il protocollo del 2012 e con la collaborazione a livello tecnico, altro può essere ancora fatto per migliorare la comunicazione. Sono già in corso i lavori per il riesame dei protocolli che governano la condivisione di informazioni tra le due autorità , al fine di renderli più efficaci”.
Con l’audizione di Visco, si chiude la parte dei lavori dedicata proprio alle autorità .
Il prossimo nome sottolineato in rosso tra coloro che verranno auditi è quello di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, che secondo alcune ricostruzioni (smentite dall’interessata) sarebbe stato invitato a occuparsi del dossier di Banca Etruria da Boschi.
(da agenzie)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
IN 13 ISTITUTI DI CREDITO AL VERTICE SEMPRE GLI STESSI NOMI, CON RUOLI TRAMANDATI DI PADRE IN FIGLIO
Mezzo millennio per tredici cognomi: in Italia tredici piccoli banchieri locali – a
volte, con l’aiuto delle loro dinastie – esprimono per la precisione 446 anni di potere sull’allocazione del credito a famiglie e imprese.
Se solo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche non si occupasse quasi solo di regolamenti dei conti politici, scoprirebbe forse che le cause profonde delle perdite subite dai risparmiatori non vanno cercate in qualche incontro riservato o complicità fra alte cariche istituzionali.
La pistola fumante è sotto gli occhi di tutti: sono i rapporti di potere locali, ossificati e debilitati dai conflitti d’interesse resi endemici dal tempo, che congelano per decenni il governo di gran parte delle banche finite in dissesto e di molte altre.
Quando per esempio nel luglio del 2015 lascia travolto dal naufragio dell’azienda e dai suoi stessi abusi, Vincenzo Consoli guida Veneto Banca da 17 anni.
Quando tre mesi dopo si dimette dalla presidenza della Popolare di Vicenza, affondato dal dissesto e dalle inchieste, Gianni Zonin ha 77 anni e gli manca poco per completare vent’anni di potere nell’istituto.
A Carige Giovanni Berneschi ha regnato per un quarto di secolo – direttore generale, poi amministratore delegato – prima di lasciare a 76 anni una banca in ginocchio e subire a una condanna per associazione a delinquere.
I banchieri-matusalemme d’Italia ovviamente non finiscono qui.
Sembra quasi un principiante Massimo Bianconi, che guida Banca Marche (verso il crac) per appena undici anni e mezzo.
Lo sembra a confronto di Denis Verdini, per vent’anni presidente del Credito cooperativo fiorentino e di recente condannato in primo grado a 9 anni per bancarotta.
E a sua volta il senatore del gruppo Ala viene battuto dal cardiologo Leopoldo Costa, per 25 anni uomo forte della Banca padovana di Campodarsego salvata in extremis ad opera della Bcc di Roma (il cui presidente, l’ottantenne Francesco Liberati, è ai vertici da quando trent’anni fa diventò direttore generale).
Quasi banale in questo quadro è poi il curriculum del dentista Amedeo Piva, che nel 2014 si dimette dalla Banca del Veneziano in dissesto dopo vent’anni al timone.
Non tutti i poteri interminabili finiscono in rovina, anche se spesso coincidono con situazioni delicate.
Al Credito Valtellinese, che ha in corso un maxi-aumento di capitale essenziale alla sopravvivenza, il 79enne Giovanni De Censi è ai vertici da 36 anni: direttore generale, amministratore delegato, quindi presidente e dal 2016 presidente onorario.
Alla Popolare di Sondrio, più robusta, Piero Melazzini ha operato ai vertici per 45 anni prima di lasciare a 84 anni, pochi mesi prima di morire.
E Enrico Fabbri ha presieduto la Popolare di Lajatico (Pisa) dal primo choc petrolifero fino a dopo la crisi dell’euro.
Spiccano poi i fenomeni dinastici del Sud. La Banca Popolare Pugliese nelle varie incarnazioni viene guidata per 80 anni da un Primiceri, il padre Giorgio o il figlio Vito.
La Popolare di Bari dopo 57 anni è alla terza generazione di leadership della famiglia Jacobini. Interessante anche il caso di Banca Popolare Etica: il fondatore di 19 anni fa è l’attuale presidente Ugo Biggeri, un ingegnere ambientale che da allora ha quasi sempre ricoperto cariche di vertice nel gruppo e oggi (in potenziale conflitto d’interessi) guida anche la società di gestione del risparmio a esso collegata.
In tutto fa quasi mezzo millennio di potere, e la lista potrebbe continuare. Alcune di queste aziende si trovano in un passabile stato di salute, ma nel complesso il nesso fra la lunghezza dei mandati al vertice e i dissesti bancari sembra evidente.
Il passare del tempo radica reti di clientele locali, scambi di favori fra politici, notabili e manager e credito concesso a progetti improbabili.
Spesso – non sempre – ciò avviene in istituti popolari o di credito cooperativo, dove una testa vale sempre un voto e la tendenza dei presidenti a concedere prestiti facili ai propri (ri)elettori in assemblea porta poi ai default bancari.
Così in Italia la ricchezza si è trasferita dai risparmiatori a certi debitori insolventi. Non a caso uno studio recente di Fabiano Schivardi, Enrico Sette e Guido Tabellini rivela ciò che era legittimo sospettare: nel Paese durante la crisi le imprese-zombie, quelle improduttive, hanno ricevuto relativamente più credito di quelle sane.
(da “il Corriere della Sera“)
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