Marzo 11th, 2018 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTO ECONOMICO FINANZIARIO DOVREBBE CONTENERE GLI SPUNTI PER LA POLITICA ECONOMICA DEL PAESE NEI PROSSIMI MESI… DI MAIO E SALVINI FANNO SOLO PROPAGANDA INTERNA, NESSUNO DICE COME EVITERANNO L’AUMENTO DELL’IVA
Luigi Di Maio ha detto ieri che senza il MoVimento 5 Stelle il DEF non si fa. Matteo Salvini ha fatto sapere che la Lega sta lavorando a una proposta economica «esattamente opposta alle richieste di tasse e tagli arrivate da Bruxelles e supinamente approvate dalla sinistra negli ultimi anni».
Ma perchè tutti sono all’improvviso così interessati al DEF?
Il Documento di Economia e Finanza, meglio noto come DEF, è un testo programmatico che contiene gli indirizzi di politica economica per l’anno in corso e per il triennio successivo.
Non vi trovano spazio misure concrete, destinate invece alla legge di bilancio che si approva in autunno. Piuttosto, l’aggiornamento delle principali variabili macroeconomiche: deficit, debito, Pil, avanzo primario, interessi, occupazione.
Uno specchietto riepilogativo di Repubblica ricorda oggi che il DEF deve essere pubblicato entro il 10 aprile ed è strutturato in tre documenti: il Def vero e proprio con l’analisi e le tendenze di finanza pubblica, il Programma di stabilità dell’Italia e il Programma nazionale di riforma, in cui viene riassunta la strategia riformista, con un orizzonte di medio-lungo periodo.
Ai tre documenti, dallo scorso anno, si aggiungono anche gli indicatori del Bes, il Benessere equo e sostenibile
IL DEF viene approvato dal Consiglio dei Ministri e trasmesso alla Commissione Europea e alle commissioni parlamentari; deve essere poi approvato da Camera e Senato. Dovrà contenere, una volta concluso l’iter, le intenzioni dell’Italia rispetto a scadenze anche importanti.
Ad esempio, si dovrebbe capire cosa intende fare l’Italia con le clausole di salvaguardia, ovvero l’aumento dell’Iva per 12,4 miliardi nel 2019 e 19,1 miliardi nel 2020: disattivarle facendo deficit contro le regole Ue o lasciarle scattare?
Essendo un atto di indirizzo politico e senza misure concrete, MoVimento 5 Stelle e Lega vogliono marcare il territorio riguardo le prossime scelte dell’esecutivo, qualunque esso sia.
Proprio per questo oggi Luigi Di Maio sul Blog delle Stelle ha indicato le sue priorità programmatiche: “Abbiamo messo al primo posto la qualità della vita dei cittadini che vuol dire eliminazione della povertà (con la misura del Reddito di Cittadinanza che è presente in tutta Europa tranne che in Italia e in Grecia), una manovra fiscale shock per creare lavoro, perchè le tasse alle imprese sono le più alte del Continente, e finalmente un welfare alle famiglie ricalcando il modello applicato dalla Francia, che non a caso e’ la nazione europea dove si fanno più figli, per far ripartire la crescita demografica del nostro Paese”.
La stessa cosa ha fatto ieri la Lega, disegnando la sua scala di priorità che vanno dall’abolizione della Legge Fornero al fisco più leggero con la flat tax.
Nonostante il Documento Economico Finanziario debba avere una sua coerenza interna, l’intenzione di Di Maio e Salvini è quella di utilizzarlo per scrivere quelle proposte che invece andrebbero messe nella legge di bilancio, anche perchè è quello il luogo in cui dovrebbero essere realizzate (sempre che sia possibile farlo).
Entrambi giocano una partita di propaganda interna che li vede in aperta concorrenza. Il tutto mentre dovrebbero essere impegnati a cercare di formare una maggioranza plausibile per un governo, non per il DEF.
Il tutto mentre nessuno propone come evitare l’aumento dell’IVA.
Ci sarà da divertirsi.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 11th, 2018 Riccardo Fucile
I PRECEDENTI DELLA DECISIONE DI TRUMP E I PRINCIPALI ACCORDI DI LIBERO SCAMBIO… HANNO CAUSATO SEMPRE CONSEGUENZA CATASTROFICHE PER L’ECONOMIA
Cosa sono i dazi?
Il dazio è un’imposta indiretta che si applica alla dogana ai prodotti che vengono venduti e acquistati da uno Stato all’altro. Di solito viene calcolato in percentuale sul valore del prodotto, e riscosso quando questo arriva nello Stato dove risiede l’acquirente
A cosa servono
Il loro effetto principale è quello di far salire il prezzo del prodotto venduto all’estero, proteggendo quindi dalla concorrenza i beni e servizi dello stesso tipo prodotti nello Stato d’importazione.
Tutti i Paesi applicano dazi?
Ci sono tracce e testimonianze dell’applicazione dei dazi in documenti molto antichi, di oltre 2.000 anni fa. Tuttavia ormai da molto tempo gli Stati cercano di evitare l’applicazione di dazi penalizzanti, per evitare ritorsioni sui propri prodotti, e ci sono anche molti accordi commerciali, che eliminano o riducono fortemente i dazi. Nell’Unione Europea per esempio vige la libera circolazione delle merci, che comporta l’abolizione di qualunque dazio tra gli Stati membri.
Quali sono gli altri principali accordi di libero scambio?
Dal 1947 opera il Gatt, General Agreement on Tariffs and Trade, un accordo internazionale, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 Paesi (che negli anni sono diventati oltre 120), per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale. Nel 1995 al Gatt è subentrato il Wto, Organizzazione Mondiale del Commercio, che si pone come obiettivo principale proprio quello dell’abolizione o della riduzione dei dazi doganali. Operano poi moltissimi trattati bilaterali e multilaterali di libero scambio: l’ultimo firmato dall’Unione Europea (e non ancora ratificato da tutti gli Stati membri) è il Ceta, con il Canada.
Perchè il presidente Usa Donald Trump vuole imporre nuovi dazi?
Secondo quanto ha dichiarato, “per proteggere i lavoratori e le aziende Usa”, rendendo meno convenienti le importazioni di acciaio e alluminio rispetto alla produzione nazionale.
Cosa accadrà adesso?
Molti Paesi stanno considerando significative ritorsioni nei confronti dei principali prodotti Usa esportati.
Ci sono precedenti rispetto all’attuale “guerra dei dazi”?
Nel 2002 l’allora presidente George W. Bush avviò una guerra dei dazi per difendere ancora una volta l’acciaio di produzione americana, ma l’Unione Europea rispose con una rete articolata di contromisure e Bush dovette fare marcia indietro rapidamente. La più celebre guerra dei dazi scatenata dagli Stati Uniti risale però al 1930: a farla esplodere lo Smoot Hawley Tariff Act, che fece salire i dazi dei principali prodotti importati negli Stati Uniti al 40% e poi negli anni successivi anche oltre. Le ritorsioni degli altri Paesi non si fecero attendere, le conseguenze furono catastrofiche per l’economia..
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO GRECO: “IL MIO PARTITO CORRERA’ ANCHE IN ITALIA”
Yanis Varoufakis, 56 anni, è stato ministro delle Finanze nel primo governo Tsipras (2015),
incarico dal quale si è dimesso per favorire la trattativa con l’eurogruppo. Oggi è professore di teoria economica all’università di Atene e cofondatore del movimento europeo DiEM25
A tre anni dalla sua fugace esperienza come ministro greco delle Finanze, dal braccio di ferro con l’eurogruppo, dal referendum vinto e dalla rottura con il premier Tsipras, l’economista Yanis Varoufakis rilancia il suo impegno politico, proiettato sulle elezioni europee del 2019. A suo giudizio, anche la situazione italiana conferma che «una cosa è chiara: dalla sconfitta deve emergere una nuova forza progressista, radicale, europeista».
Qual è il suo giudizio sulle elezioni italiane?
«Hanno portato a una triste impasse. Gli unici beneficiari reali sono coloro che hanno investito in xenofobia e paura. Le urne hanno rafforzato le forze anti-europeiste esattamente come in ogni altro Paese europeo dove le istituzioni hanno insistito con fallimentari politiche basate sull’austerità , fingendo che fossero la soluzione della crisi sistemica».
Nel voto italiano anti-establishment vede analogie con quello del 2015 in Grecia?
«Nessuna. Syriza era un partito filo-europeo che ha cavalcato un’ondata di speranza e positività . La Lega, Berlusconi e i partiti minori della destra italiana hanno ricevuto voti basati su paura e pessimismo. L’unico legame tra i nostri due Paesi è che ci troviamo entrambi nella morsa di una crisi a livello europeo che però l’istituzione europea rifiuta di riconoscere come sistemica».
Qual è il suo punto di vista sul Movimento Cinque Stelle? Populismo o nuova sinistra?
«Nessun partito che investe nel timore del migrante, dello straniero, del rifugiato può definirsi di sinistra. Il termine “populista” è stato ampiamente abusato».
E in politica economica?
«Il Movimento 5 Stelle sta chiaramente cercando di riposizionarsi come un partito centrista di cui le istituzioni possano fidarsi. Cerca di mantenere quello che molti percepiscono come radicalismo prendendo di mira la vecchia e corrotta classe politica, evitando però di sfidare il “sistema” stesso».
Serve ad arrivare al governo?
«Quando un sistema fallisce – come sta accadendo in Italia e in Europa – il tentativo di abbracciarlo criticandone i funzionari mi sembra destinato alla rovina».
Che cosa pensa del reddito di cittadinanza?
«Quello che propone il Movimento 5 Stelle è in realtà un salario minimo condizionato alla ricerca di un lavoro. Una misura standard in diversi Paesi dell’Europa centro-settentrionale. Molti italiani lo vedono come un barlume di speranza, quindi non va criticato a priori. Purchè non sia finanziato con tagli ad altri servizi sociali».
M5S e Lega vogliono forzare le regole europee, criticano l’euro e il fiscal compact: quali saranno gli effetti?
«Ci ha già provato Renzi. Il suo grossolano errore è stato quello di pretendere, come un bambino viziato, il diritto dell’Italia di piegare le regole del fiscal compact senza però richiedere un nuovo dibattito in Europa – come presidente del Consiglio aveva il dovere di farlo – per ridisegnarne le regole. Per me è chiaro che, in mancanza di proposte serie su come ridisegnare la zona euro, il M5S e la Lega sono destinati a ripetere lo stesso errore».
Questi partiti, una volta al governo, si ripiegheranno nel sistema come fece Tsipras?
«Proprio come Tsipras e Renzi, è il destino di qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la zona euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte quando la proposta viene respinta».
Instabilità politica e tensioni sui mercati finanziari possono creare in Italia una situazione come in Grecia nel 2015?
«No. Nè un governo a guida M5S nè uno a guida Lega andrebbero direttamente contro Bruxelles, Berlino e Francoforte come facemmo noi. Al massimo potrebbero piegare le regole dietro le quinte».
Con quali esiti?
«L’Italia non è la Grecia, e minacciarla di cacciarla dall’eurozona significherebbe dichiarare la fine dell’euro. E poi la Merkel è più debole di tre anni fa».
L’euro è irreversibile come dice Draghi?
«Niente su questo pianeta è irreversibile, figuriamoci una moneta insostenibile. Naturalmente il presidente della Banca centrale ha il dovere di continuare a insistere sull’irreversibilità dell’euro».
Come giudica l’attivismo di Macron?
«Un bello show privo di qualsiasi fondamento. Le proposte di Macron, se adottate, si rivelerebbero insignificanti dal punto di vista macroeconomico. Ma non saranno adottate, poichè Berlino troverà un modo per respingere qualsiasi cosa vada oltre la semplice “mano di bianco”».
Qual è la situazione della Grecia rispetto a quando ha rassegnato le dimissioni da ministro?
«Nonostante la rimarchevole propaganda, ogni giorno è peggiore di quello precedente. In tre anni 170 mila giovani laureati sono andati all’estero e altri 1,2 milioni di persone sono sotto la soglia di povertà . E potrei citare molti altri dati dello stesso tenore».
Come intende rilanciare il suo progetto politico?
«Questo fine settimana il DiEM25 si riunisce a Napoli, ospitato dal sindaco de Magistris, con molti partiti politici provenienti da tutta Europa. Il nostro obiettivo è quello di annunciare la formazione della prima lista di partiti transnazionali per le elezioni del Parlamento europeo previste a maggio 2019».
Con chi?
«Vogliamo lavorare con molte altre forze, sarà un processo aperto. Entro aprile, DiEM25 Italia organizzerà assemblee in tutte le regioni. L’obiettivo è creare presto un nuovo partito nazionale italiano appartenente alla lista di partiti transnazionali europei».
(da “La Stampa”)
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Marzo 4th, 2018 Riccardo Fucile
E’ IL CONVITATO DI PIETRA DEL DOPO-VOTO , ORA TUTTI PROMETTONO MENTENDO AGLI ELETTORI, POI SI DOVRANNO FARE I CONTI CON LA DURA REALTA’
La Stampa pubblica oggi una serie di infografiche sul grande protagonista del dopo-elezioni: il debito pubblico.
Quello italiano è il terzo debito pubblico più alto del mondo in rapporto al Pil.
Peggio dell’Italia, tra i Paesi più grandi, solo il Giappone, con un rapporto debito/ Pil pari al 239,2%, e la disastrata Grecia al 181,3%.
La media europea è all’85%, ma la Germania, unico Paese ad essere riuscito nel 2017 a ridurre lo stock del debito al 65% del Pil, punta a scendere sotto il 60 entro il 2020. A dicembre 2017 il debito pubblico italiano era arrivato a 2256 miliardi di euro, ovvero al 131,5% del rapporto con il prodotto interno lordo.
E qui sta il punto: il valore assoluto del debito, che serve per impressionare con le pubblicità progresso nelle stazioni, in termini assoluti non vale nulla: è il suo rapporto con quanto un paese produce a essere decisivo.
Da ciò ne consegue che è possibile diminuire il rapporto tra debito e PIL in due modi: diminuendo il debito o aumentando il PIL. Ovvero con la crescita economica.
Una soluzione praticabile, al contrario di quella che vorrebbe l’utilizzo di strumenti “creativi” per risolvere un problema che si risolve solo con la crescita e l’occupazione.
La Stampa segnala però un altro punto: il debito pubblico da rinnovare nella prossima legislatura secondo le stime di Unimpresa ammonta infatti complessivamente a 900 miliardi di euro: si tratta di 47,1 miliardi di Bot, 734,7 miliardi di Btp, 85,7 miliardi di Cct e 32,4 miliardi di Ctz.
Ma se a questo importo si somma la quota periodica di Bot il totale arriva a superare quota 1.000 miliardi di euro.
In dettaglio parliamo di 236 miliardi quest’anno, 187 miliardi nel 2019, 162 miliardi nel 2020, 162 miliardi nel 2021, 152 miliardi nel 2022, 141 miliardi nel 2023, 128 miliardi nel 2024, 62 miliardi nel 2025, 79 miliardi nel 2026, 48 miliardi nel 2027 mentre altri 355 miliardi, poi, arrivano a fine corsa tra il 2028 e il 2067.
Ben prima di queste date la Banca Centrale Europea concluderà i programmi di assistenza e sussidio al mercato dei titoli di stato mentre un paese come l’Italia sembra destinato a non avere un governo stabile.
Cosa potrebbe accadere nei prossimi mesi è facile da prevedere.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 2nd, 2018 Riccardo Fucile
L’ULTIMA VOLTA CHE GLI USA LO FECERO PROVOCARONO LA PERDITA DI 200.000 POSTI DI LAVORO
Donald Trump gioca la carta dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio nella misura del 25
e del 10%. «Una promessa elettorale mantenuta», dice la Casa Bianca. Varranno “per un lungo periodo di tempo”, ha detto Donald Trump chiedendo alle aziende di riferimento di “fare ricrescere i settori. Vi chiedo solo questo”.
Contrari alla mossa voluta dal presidente i globalisti della West Wing guidati dal consigliere economico Gary Cohn. Dopo poco più di un anno di attesa, e mesi dopo aver aperto il dossier della “sicurezza nazionale”, Donald Trump ha deciso di applicare dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, nella misura del 25% e del 10% rispettivamente.
Delle tre opzioni possibili (tariffa generalizzata, tariffa selettiva mista ad un sistema di quote contro Cina ed altri paesi, quote universali), è stata scelta quella che fa più danno al commercio mondiale.
“Io continuo ad essere preoccupato dalla risposta degli altri Paesi in risposta”, ha detto Roy Blunt, uno dei membri della leadership repubblicana ricordando che il suo stato, il Missouri, produce alluminio ed acciaio “ma continuiamo a comprarne molto più di quello che produciamo”.
Senza contare, ha aggiunto, che dei tipi di alluminio usati nelle fabbriche del suo stato “non viene prodotto negli Stati Uniti”.
A chiedere a Trump di fare marcia indietro sui dazi vi erano industrie, come quella automobilistica che considerano l’aumento del prezzo dell’acciaio e dell’alluminio un rischio per le vendite e la tenuta dei posti di lavoro.
L’ultima volta che gli Stati Uniti adottarono tariffe sull’acciaio, nel 2002, la misura ha provocato la perdita di 200mila posti di lavoro.
Le azioni di ritorsione verso gli Usa sono dietro l’angolo. Non a caso, dopo le parole di Trump, Wall Street ha reagito con un improvviso crollo che ha portato il Dow Jones a perdere fino a 500 punti.
“È come se il presidente stesse imponendo un enorme aumento delle tasse alle famiglie americane. Il protezionismo è debole, non e’ forte. Una politica cosi’ negativa e’ qualcosa che ci si aspetta da un’amministrazione di sinistra, non da una che dovrebbe essere repubblicana”, ha tuonato il senatore del Grand Old Party Ben Sasse, bollando la misura come non degna di un presidente conservatore.
Anche lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, ha chiesto a Trump di ripensarci, “tenendo conto delle conseguenze involontarie” e “valutando un approccio differente”.
L’Unione Europea si è già detta pronta a rispondere all’offensiva di Donald. La linea Ue si fonda su tre piste.
La prima riguarda il fatto che “la Commissione ha pronte contromisure per riequlibrare la situazione e questo sarà discusso dal collegio la prossima settimana”. Poi “monitorerà il mercato e se ci sarà un aumento delle importazioni di acciaio e alluminio nella UE prenderemo contromisure per preservare la stabilita’”.
Infine “lavoreremo con gli altri partner per consultazioni con gli Usa nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio”.
Il procedimento, che può essere condotto dalla Commissione europea d’ufficio o con ricorso da parte di uno o più Stati Membri, in caso di accertamento di un pericolo di grave crisi determinata da improvvise alterazioni dei flussi commerciali, consente l’applicazione di dazi o di quote all’importazione nei confronti di un determinato prodotto allo scopo di proteggere in via eccezionale e temporanea la produzione comunitaria.
Tale misura è applicabile se sono accertate tre condizioni: incremento, improvviso, evidente e rilevante delle importazioni del prodotto in esame; esistenza di una grave crisi attuale o di una minaccia di potenziale crisi di un settore produttivo comunitario, derivante da un repentino e sostanziale incremento delle importazioni; i benefici derivanti dalla introduzione del dazio devono essere superiori ai costi che ne deriverebbero (ad esempio a carico dei consumatori).
La durata della procedura è di nove mesi dalla data del suo inizio, prorogabili in caso di necessità per altri due mesi. Dopo 60 giorni dall’inizio della procedura, possono essere imposte misure provvisorie per una durata massima di 200 giorni.
Il guaio è che ad oggi si sa troppo poco della misura proposta di Donald Trump per riuscire a calcolarne gli effetti economici.
Canada, Russia e Germania potranno chiedere agli USA di essere esentati dalle misure perchè hanno accordi commerciali. Ma a quanto pare l’UE ha già avuto un’interlocuzione in merito e non sembra che i risultati siano stati soddisfacenti.
Per questo ci si prepara già al peggio. Anzi: l’Ue è pronta anche a adottare “misure di salvaguardia” nei confronti di paesi diversi dagli Stati Uniti se i loro prodotti dell’acciaio dovessero essere “dirottati verso il mercato europeo”.
Ecco quindi che è più chiaro cosa si potrebbe scatenare a livello globale: una corsa al protezionismo delle industrie di ferro e acciaio su scala globale, scatenato dai dazi di Trump e pronto a contagiare il mondo intero.
“Quando un paese (gli Usa) sta perdendo molti miliardi di dollari negli scambi commerciali, praticamente con ogni paese con cui fa affari, le guerre commerciali vanno bene e sono facili da vincere”, ha detto ieri Trump per spiegare la sua strategia: “Per esempio se siamo sotto di 100 miliardi di dollari con un certo paese e loro si prendono gioco di noi, basta non commerciare più e vinceremo alla grande. È facile!”.
Vincere sarà facile. Uno dei paesi che potrebbe perderci, spiega Mario Seminerio su Phastidio, è l’Italia: «La “nostra” Fiat Chrysler da circa tre anni tiene in piedi la nostra produzione industriale ed il nostro Pil grazie a produzioni destinate all’export, non certo solo al nostro ormai striminzito mercato domestico. Da dazi sull’acciaio, l’Italia è quindi uno tra i paesi che avrebbero più da perdere, perchè FCA potrebbe comunque rilocalizzare le produzioni. Solo un piccolo esempio di come funzionano le interdipendenze globali e quanto serva avere organismi multilaterali funzionanti che raffreddino i conflitti commerciali e sanzionino le pulsioni protezionistiche».
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 21st, 2018 Riccardo Fucile
DOPO LE ACCUSE DI CALENDA, ORA LA UE VERIFICHERA’ SE LA SLOVACCHIA HA VIOLATO LE REGOLE SULL’UTILIZZO DEI CONTRIBUTI PUBBLICI
I fondi strutturali Ue “dovrebbero servire a creare nuovi posti di lavoro, non a spostare posti di
lavoro da un Paese all’altro. Abbiamo un paio di casi che ci sono stati segnalati, naturalmente li seguiamo”.
Quanto alla richiesta italiana di poter derogare alle norme sugli aiuti di Stato per finanziare le reindustrializzazioni, “non ho alcuna valutazione per ora, perchè non ho alcun dettaglio sulle idee dell’Italia, ma in generale siamo sempre aperti a discutere le idee che gli Stati membri mettono sul tavolo”.
Dichiarazioni interlocutorie quelle della commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager, che ha tenuto una conferenza stampa a Bruxelles dopo l’incontro di martedì con il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda riguardo al caso della Embraco.
Il gruppo controllato da Whirlpool ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Riva di Chieri (Torino) per spostare la produzione in Slovacchia.
“Prima di tutto — ha spiegato la commissaria europea — per qualsiasi azienda può essere un’opportunità per fare affari quella di trasferirsi in un altro Stato membro. Possono avere le loro ragioni per farlo, non è assolutamente una cosa che ci riguardi”. Detto questo, però, le delocalizzazioni produttive all’interno dell’Ue “ci riguardano se la cosa coinvolge i denari dei contribuenti. Nel 2014, e ancora l’anno scorso, abbiamo reso più stringenti le regole per impedire che i soldi pubblici vengano utilizzati per spostare posti di lavoro da uno Stato membro ad un altro”.
“Questa è una questione fondamentale, cosa che si riflette nel fatto che abbiamo reso le regole più stringenti. Prima di conoscere l’esatto contenuto della questione, naturalmente non emettiamo alcun giudizio di sorta, ma vogliamo naturalmente che le nostre regole vengano rispettate”, ha proseguito la Vestager.
Nessuna decisione, per ora, rispetto alle deroghe chieste da Calenda. Che martedì sera, intervistato da Bianca Berlinguer a #cartabianca su Rai3, ha attaccato: “Voglio spazio fiscale per fare tutto ciò che serve per reindustrializzare. Se ci sarà un’infrazione andremo serenamente in corte di giustizia europea, perchè la situazione non è accettabile”.
L’idea, come tale, “non ci è estranea”, ha concesso dal canto suo Vestager. “Fin dal 2007 c’è un fondo europeo creato per tentare di mitigare le conseguenze della globalizzazione, quando un’intera regione viene colpita dalla chiusura di un settore o dal trasferimento di produzioni fuori dall’Ue. Stanziamenti sono stati fatti esattamente per mitigare queste conseguenze”.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
C COME CALENDA: UN PO’ LIBERISTA E UN PO’ SOCIALISTA, TRA IMPRESE E LAVORATORI, LA CAMPAGNA ELETTORALE DI MAGGIOR SUCCESSO E’ DI CHI NON CORRE … IL VERO EMERGENTE E’ LUI
Twitter è la sua arma preferita, che usa con costanza “trumpiana”.
Martella sui tasti con frequenza tale che sono sorti anche profili fake, fra cui un rivoluzionario sudamericano in rivolta contro gli oppressori, di cui è diventato subito un follower.
Virginia Raggi è il bersaglio preferito dei suoi strali sull’incapace gestione di Roma, Matteo Salvini l’oggetto degli apprezzamenti più coloriti – dalla “proposta più fessa” sui dazi al “cialtrone” con gli operai — Matteo Renzi il destinatario di odio e amore, Paolo Gentiloni ed Emma Bonino i “pilastri” da cui ripartire.
Nato capitalista liberista d’antan e cresciuto laburista, ha messo l’accento sul marcio che c’è fra gli imprenditori e difeso i diritti degli operai.
Ha chiuso con successo importanti tavoli di crisi — in ultimo Alcoa e Ideal Standard – mentre altri restano impantanati — Alitalia, Ilva ed Embraco su tutti.
È di fatto l’identikit del candidato premier uscito dalle Assisi Generali di Confindustria e sta ricevendo plausi dalle associazioni di categoria, datoriali e anche sindacali.
Tutto questo, in campagna elettorale, è il fattore C, inteso come Calenda.
Non ce ne voglia il ministro se prendiamo in prestito la celebre espressione che Edmondo Berselli regalò a Romano Prodi per indicare altro, ovvero l’importanza per il Professore del contributo di parti poco nobili – che tutti auspicano figuratamente sviluppate – nel proprio percorso professionale.
Non è candidato alle elezioni politiche, ma da ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda sta giocando una partita doppia in campagna elettorale, tra Gentiloni e Bonino — voterà per il premier alla Camera, per la radicale al Senato, “fortunato di poterlo fare” — tra centralismo del Pd e contraddizione del renzismo, tra lotta e governo nella gestione dell’industria italiana, tra liberismo capitalistico e socialismo reale.
Negli ultimi mesi Calenda ha assunto posizioni rigorosamente istituzionali nella trattativa su Fincantieri con i francesi, nella discussione con Tim sull’evoluzione della infrastrutture di rete, nel salvataggio dell’Ilva — in durissima contrapposizione con Michele Emiliano — nella difesa del progetto Tap dalle proteste nei cantieri salentini sfociate in scontri, nello sviluppo del progetto Industria 4.0.
Calenda ha tuttavia anche assunto posizioni forti su molti temi che incrociavano i comportamenti degli imprenditori e i diritti dei lavoratori, dal “mai in Italia” sui futuribili braccialetti dei lavoratori Amazon alla battaglia per i 3 mila lavoratori dell’Aferpi di Piombino, dalla frecciata contro il “capitalismo fragile” che vende Italo-Ntv agli americani alla guerra annunciata contro la “gentaglia” di Embraco pronta a lasciare a casa 500 dipendenti nel torinese.
Una presenza costante, fattuale, talvolta ironica, in pieno stile anglosassone.
Le vicende degli ultimi mesi hanno avvicinato Calenda al mondo dei lavoratori, che fino ad ora lo ignorava.
Generale l’apprezzamento ricevuto per la chiusura della vertenza Ideal Standard, molto partecipata specie in Sardegna la parziale soluzione del caso dell’Alcoa di Portovesme, sostenuta dal sindacato la sua battaglia per Embraco.
Tre passaggi importanti per comprendere l’evoluzione della figura politica di Calenda, finora ritenuta elitaria.
Ha lavorato in azienda, poi la sua carriera si è sviluppata a braccetto con Luca Cordero di Montezemolo. Se oltre ad aver impatto dentro il Palazzo riuscirà anche a spostare voti, potrebbe dirlo il 4 marzo.
Certo è che Carlo Calenda sembra l’uomo politico che più ha beneficiato della campagna elettorale.
E certamente è uno degli uomini ombra della teoria delle larghe intese, allontanato a parole, ma in fondo apprezzato da Pd e Forza Italia.
Il Fattore C potrebbe tornare, quindi, se il prevedibile stallo post-voto diventerà realtà . Enrico Letta l’ha chiamato come ambasciatore a Bruxelles, poi Matteo Renzi l’ha voluto come ministro dello Sviluppo Economico.
Ha provato a candidarsi una volta, con Scelta Civica di Mario Monti, e ricorda spesso la batosta ricevuta alle urne.
Dal senatore a vita avrà imparato più di qualche lezione. Prima fra tutte quella che in Italia per vincere l’importante è non candidarsi.
(da “Hufffingtonpost“)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
I MAGGIORI ISTITUTI DI CREDITO TORNANO IN POSITIVO DOPO LA CRISI
Le grandi banche italiane tornano in salute. 
Una decina di istituti ha già diffuso i preliminari — oggi tocca a Mps, Ubi, Carige, Mediobanca — dove si notano forti incrementi dell’utile netto, con un saldo parziale di 13,7 miliardi di euro.
Soprattutto, tornano a fiorire i dividendi agli azionisti: un altro segnale di salute, che in caso contrario l’occhiuta vigilanza Bce esorterebbe a dirottare gli utili sulle debolezze dei bilanci.
Ne parla oggi Andrea Greco su Repubblica:
Non è un ritorno al passato, comunque: i fattori della redditività 2017 sono diversi, e le pulizie contabili per alcuni (Creval, Carige ma anche Ubi, Banco Bpm, Bper, Bari, e diverse Bcc) proseguono. Tuttavia i segnali positivi inducono tanti investitori stranieri — noncuranti del voto con una legge elettorale bislacca che produce un quadro partitico più che bislacco — da gennaio sostengono le quotazioni di Piazza Affari, specie bancarie
Nell’Europa a tasso zero sono ferme anche le crescite del margine di interesse sui prestiti (arretra per quasi tutti, a partire da Intesa Sanpaolo e Unicredit), mentre salgono con forza le commissioni, trainate dal buon andamento di Piazza Affari (+22% l’anno scorso) che spinge i clienti a investire nei fondi.
La doppia recessione italiana aveva centrato in pieno le banche, quintuplicando i crediti problematici fino a 350 miliardi lordi, e rendendole vulnerabili in Borsa e agli occhi del regolatore.
Con le garanzie statali (i GACS) e la liberazione dai bilanci dei crediti inesigibili o di difficile esigibilità la situazione è migliorata.
Il rafforzamento dell’economia, poi, ha migliorato i tassi di recupero dei vecchi crediti come il flusso dei nuovi deteriorati, che sulle stime Bankitalia a settembre 2017 è sceso ai livelli pre crisi (1,7% sugli attivi), con tasso di sofferenze calato al 7,8% sugli attivi.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile
“ANDARE IN BORSA SAREBBE STATA UNA STORIA PERFETTA”
“Ribadisco la mia convinzione che fare l’Ipo e rimanere noi azionisti industriali italiani alla guida della società sarebbe stata la cosa migliore da fare”. Diego Della Valle, socio fondatore di Italo-Ntv con il 17,14% del capitale, esprime il suo dissenso per la decisione di cedere l’azienda ferroviaria al fondo americano Gip.
Il fondatore di Tod’s osserva, in particolare, che “chi ha guidato la decisione di vendere Ntv ha il merito di aver portato in Italia un investitore serio e preparato e ha sicuramente fatto un’ottima operazione finanziaria per gli azionisti, ma ha perso una grande occasione per dare al paese un bellissimo segnale”.
“Per quanto mi riguarda – chiarisce Della Valle – la società Ntv era giusto quotarla e sempre secondo il mio pensiero il nucleo storico di imprenditori italiani sarebbe dovuto rimanere unito alla guida della società per controllarne lo sviluppo futuro, che si prospetta ottimo, e per governare la politica delle alleanze con partner internazionali del settore, indispensabili alla crescita. Questa avventura imprenditoriale aveva all’inizio una forte componente di italianità , con lo scopo di voler far nascere una società che potesse essere, oltre che un’ottima azienda, anche un forte esempio che in Italia, quando gli imprenditori e le istituzioni lavorano insieme con determinazione, si possono fare cose eccellenti”.
Della Valle spiega che lui e le persone che rappresentavano la sua quota azionaria non avevano aderito alla formazione del nuovo Cda perchè “non eravamo d’accordo su alcune delle cose che ci venivano proposte, primo tra queste la non garanzia del mantenimento della guida della società da parte degli azionisti industriali italiani per un lungo periodo; rimanendo quindi fuori dal Consiglio non abbiamo partecipato ad alcuna decisione riguardante l’eventuale Ipo o vendita di Ntv. Quando per le vie ufficiali ci è stato comunicato che tutti gli altri azionisti avevano deciso di vendere – conclude – abbiamo dovuto prenderne atto e di conseguenza vendere anche il nostro pacchetto azionario per evitare di rimanere azionisti di minoranza e non influenti”.
(da “Huffingtonpost”)
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