Novembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
“LA FABBRICA RIMARRA’ IN KENTUCKY” COMUNICA IL PRESIDENTE ELETTO, MA IL COLOSSO DELL’AUTO NON HA MAI PENSATO DI TRASFERIRLA E TANTO MENO DI LICENZIARE GLI OPERAI USA
La Ford non trasferirà lo stabilimento del Kentucky in Messico: lo annuncia su Twitter
Donald Trump.
Il neoeletto presidente degli Stati Uniti rivendica di essersi battuto per mesi per fermare il progetto del colosso automobilistico: in un intervento su Fox in settembre aveva addirittura annunciato che, se fosse stato eletto, avrebbe imposto una tassa del 35 per cento sulle auto prodotte in Messico che sarebbero state vendute negli Stati Uniti.
Solo che il progetto di trasferimento non c’è mai stato: la Ford tra l’altro è blindata da un accordo sindacale che la impegna a mantenere i livelli attuali di occupazione negli Stati Uniti per i prossimi tre anni.
“Lo dovevo al grande stato del Kentucky per la fiducia che hanno riposto in me”, twitta. Trump ha infatti conquistato il 62,5% del voto popolare del Kentucky nelle elezioni presidenziali dell’8 novembre.
Peccato che la Ford abbia sempre negato di voler spostare in Messico lo stabilimento del Kentucky, che produce la Lincoln, un Suv di lusso.
Mentre ha appena inaugurato due nuovi stabilimenti in Messico: uno a Chihuahua, dove produce soprattutto motori, e un altro a San Luis de Potosi, dove sposterà una parte della produzione delle auto di piccola cilindrata, ossia la Fiesta e la Focus. Inoltre la Ford sulle fabbriche americane ha le mani legate da un accordo con i sindacati, che gli vieta di chiudere qualunque fabbrica statunitense prima del 2019.
La portavoce della Ford Christin Baker ha ribadito alle agenzie di stampa che l’azienda automobilistica “ha confermato al presidente neoeletto che la nostra piccola Lincoln prodotta a Louisville rimarrà in Kentucky”.
A Louisville si producono il crossover MKC e la Ford Escape, il progetto è di un’implementazione della produzione del secondo modello.
Tuttavia in gioco non ci sono mai stati posti di lavoro, la Ford lo ha ripetutamente negato contro Trump che affermava che sarebbero stati licenziati migliaia di lavoratori.
La Ford ha inoltre sempre ribadito che avrebbe mantenuto i progetti di produzione della Ford Focus in Messico e anche rispetto a questo non c’è stato alcun passo indietro.
Insomma, una polemica sul nulla.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
“NON FINIRA’ IL MANDATO, VI SARA’ L’IMPEACHMENT: FARA’ QUALCOSA PER FAVORIRE I SUOI AFFARI O METTERA’ IN PERICOLO LA SICUREZZA NAZIONALE E IL SUO PARTITO LO SCARICHERA'”
La stragrande maggioranza degli osservatori aveva predetto (sbagliando) la sconfitta di Donald
Trump alle elezioni presidenziali americane. Si erano levate soltanto poche voci a fare da uccelli del malaugurio.Ed avevano ragione.
Mentre i media (convinti dai sondaggi) davano già per scontata la vittoria di Hillary Clinton, Allan Lichtman, uno storico americano, prevedeva il contrario, proprio come il regista Micheal Moore.
Il professore ha creato “un sistema” di previsione dei voti americani basandosi su quelle che lui stesso definisce “chiavi”, studiate sulla totalità delle elezioni presidenziali tra il 1860 e il 1980.
Il suo metodo sembra infallibile, dal momento che non si è mai sbagliato dal 1984.
Oggi, Allan Lichtman si spinge oltre.
Venerdì 11 novembre, lo storico ha fatto una nuova previsione al Washington Post: “Sono piuttosto sicuro che Trump darà dei motivi per richiedere una procedura di impeachment: forse farà qualcosa che metterà in pericolo la sicurezza nazionale, o forse qualcosa che potrebbe favorirlo economicamente”.
Procedura che, secondo Lichtman, avrà inizio proprio all’interno del partito del presidente eletto: “I repubblicani non vogliono Trump come presidente, perchè non possono controllarlo. È imprevedibile”, ha dichiarato al giornale spiegando di non aver basato questa previsione sul suo “sistema” , ma sulla sua intuizione.
Secondo il professore, i pezzi grossi del partito avrebbero preferito il vice-presidente Mike Pence, più “tranquillo” e “controllabile”.
Ancora una volta, Allan Lichtman e Micheal Moore sono d’accordo.
Il documentarista che aveva previsto la vittoria del miliardario, in un articolo pubblicato su su Huffington Post, ritiene che gli americani “Non resisteranno quattro anni con Donald Trump”.
“Quando sei così narcisista, al punto da pensare che tutto ruoti intorno a te, finisci con l’infrangere la legge, forse anche senza volerlo. Infrangerà la legge perchè pensa soltanto al suo tornaconto personale”, ha gridato Michael Moore su MSNBC.
Il regista, alla guida della mobilitazione contro il nuovo presidente, ha invitato la gente a scendere in strada e manifestare fino alle dimissioni di Trump dalla carica di presidente.
Un appello che sembra stia dando i suoi frutti, dal momento che il movimento non dà segni di cedimento quattro giorni dopo la vittoria del miliardario.
La destituzione è prevista dalla Costituzione americana del 1787. Così all’articolo II, sezione 4: “II Presidente, il Vicepresidente e tutti i titolari di cariche pubbliche negli Stati Uniti saranno destituiti dal loro ufficio qualora, in seguito a accusa mossa dalla Camera, risultino colpevoli di tradimento, di corruzione o di altri gravi reati”.
Per far sì che la procedura venga portata a termine, è necessario che due terzi dei senatori votino a favore della destituzione.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 14th, 2016 Riccardo Fucile
GIA’ OBAMA HA FATTO ESPELLERE IN SEI ANNI CIRCA 2,5 MILIONI DI IRREGOLARI, MA CON UN PRECISO CRITERIO… LE PROCEDURE DI ESPULSIONE DURANO DA 3 A 6 SEI ANNI, A QUELL’EPOCA TRUMP NON CI SARA’ PIU’…E IL MURO DIVENTA UN RETICOLATO (CHE GIA’ C’E’)
Donald Trump ribadisce il suo impegno a costruire il muro al confine col Messico e ad espellere
subito due-tre milioni di clandestini con precedenti penali, come ha ribadito in un’intervista a Sixty minutes sulla Csb.
Dichiarazioni uso interno che potrebbero celare un possibile compromesso.
Il tycoon ha infatti precisato che in alcune aree non ci sarà muro ma recinzione, come proposto al Congresso dai Repubblicani, che stanno cercando una mediazione su vari temi.
E se promette di usare il pugno di ferro con 2-3 milioni di clandestini dalla fedina penale sporca, espellendo o incarcerando “i membri delle gang e i trafficanti di droga“, Trump si riserva di prendere una decisione sugli altri irregolari, che sono la maggioranza (circa dieci milioni), solo dopo aver messo in sicurezza la frontiera.
Ma l’annuncio di Trump va visto in controluce.
Il professor Niels W. Franzen, direttore di «Immigration Clinic» della University of South California ha spiegato in un’intervista alla Stampa che «gli Stati Uniti attualmente deportano tra i 300 e i 400 mila clandestini ogni anno, la presidenza Obama è stata una delle più severe in questo senso con oltre 2,5 milioni di deportati dal 2009 al 2015. Al netto di coloro che sono stati fermati al confine. Quindi i meccanismi sono già oliati da un punto di vista tecnico».
Obama, spiega il professore, non separava le famiglie, non prendevano di mira gli illegali che avevano figli nati in America e quindi cittadini Usa. O coloro che non avevano commesso reati.
E non prendevano di mira gli illegali che si trovavano da molto tempo negli Stati Uniti dove avevano lavorato, pagato le tasse e costruito una vita.
Ma attenzione: anche Donald Trump ha parlato di “clandestini con precedenti penali”. Il che porterebbe già adesso, in attesa di capire come verrà gestita in concreto l’esperienza, a notare che il piano è molto meno “ambizioso” di quanto aveva annunciato e di quanto il Ku Klux Klan spererebbe.
E c’è di più, spiega ancora Franzen:
Una volta individuati e fermati cosa accade?
«Secondo la legge del 1996 il soggetto interessato non è subito deportabile. Per la maggior parte sussiste il diritto a essere giudicati da un tribunale dell’immigrazione e dovrà essere il giudice a decidere con decreto di espulsione. Al quale si può ricorrere ai gradi superiori di giudizio».
Tradotto in termini di tempo?
«Si tratta di procedure che possono durare dai tre ai sei anni, durante le quali il soggetto può essere imprigionato o meno a seconda dei casi. In caso di appello si va oltre. Attualmente ci sono 570 mila procedimenti giudiziari ancora pendenti in Usa».
Tradotto in costi
«Diversi miliardi di dollari che il governo deve pagare. Secondo l’America Action Forum le previsioni di spesa arrivano a 400 miliardi di dollari nell’arco di venti anni
Trump ha detto nell’intervista che manterrà la promessa di espellere i migranti senza documenti dal Paese, dicendo che fino a tre milioni potrebbero essere allontanati non appena si insedierà alla Casa Bianca. “Ciò che faremo è prendere le persone che sono criminali e hanno precedenti, che fanno parte di bande, trafficanti di droga”, ha detto Trump, “sicuramente due milioni di persone, forse tre, noi le espelleremo dal Paese o le metteremo in carcere”.
Un attacco che sa di difesa
Insomma, quelle che sembrano dichiarazioni di attacco vanno invece lette in controluce. E anche confrontate con le altre di questi giorni, che rappresentano un cambio di rotta nei confronti delle tematiche più controverse della sua agenda. Massimo Gaggi sul Corriere della Sera nota che dopo aver cambiato rotta sulla sanità (pronto a mantenere alcuni punti cardine dell’odiata Obamacare), su Obama (il presidente «disastroso», il peggiore della storia americana, è diventato «a very good man», un leader che ha fatto molte cose buone) e su Hillary Clinton (prima «nasty woman», il demonio, una truffatrice da mandare in galera, ora una «donna forte e brillante, una grande avversaria»), il presidente eletto ridimensiona anche il punto più controverso della sua agenda.
Sì alle espulsioni, ma ad essere mandati via saranno solo i clandestini che Trump definisce delinquenti, quelli che hanno commesso reati gravi.
Due milioni, forse tre, dice con calcolo nasometrico The Donald.
Sarebbe comunque un trauma sociale ed economico. E, certo, milioni di famiglie ora hanno paura: verranno cacciati solo i veri delinquenti o anche chi ha preso un multa? Ma la minaccia di espellere 11 milioni di clandestini non c’è più: sugli altri si deciderà dopo aver messo in sicurezza le frontiere col celebre muro.
Che ora, ammette Trump, in molti tratti di confine potrebbe essere un semplice reticolato. Che c’è già .
Quanto alla revisione degli accordi di libero scambio Nafta, Trump andrà avanti: pensa che con meno immigrati, più protezionismo e le opere pubbliche (muro compreso) l’economia rifiorirà .
Ma non spingerà troppo l’acceleratore perchè Pena Nieto, il debole presidente messicano ha le elezioni nel 2018. Se lo indebolisce ancora più e alimenta un’ondata nazionalista, tra due anni Trump rischia di avere a Città del Messico un leader molto più duro e ostile
E sarà l’economia a decidere il destino del presidente.
Trump vuole stimolare la crescita attraverso un piano da mille miliardi di dollari per le infrastrutture, riformare il sistema fiscale e rivedere i trattati internazionali sul commercio. Investire attraverso stimoli statali e soldi privati con riduzioni di tasse, tagliare le tasse e produrre un aumento del gettito fiscale abbastanza significativo per ridurre il debito.
Un piano che abbiamo visto presentato a parole in altre occasioni; nei fatti poi o è stato ritirato o ha prodotto maggiori debiti.
Ma questa è un’altra storia. Per ora.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 14th, 2016 Riccardo Fucile
LA CLINTON HA AVUTO 668.000 VOTI PIU’ DI TRUMP CHE HA PRESO MENO VOTI DI ROMNEY PERDENTE NEL 2012, PUR IN PRESENZA DI UN MAGGIOR NUMERO DI ELETTORI REGISTRATI… SONO STATI DETERMINANTI I VOTI DEI CANDIDATI MINORI
Se parlano i numeri, si capisce che sono state fatte analisi spesso fasulle non basate sugli effettivi risultati delle elezioni americane.
Non è vero che c’è stata una valanga a favore di Trump.
Ha ottenuto 60,371 milioni voti popolari (47,3%) a fronte dei Repubblicani George W, Bush che nel 2004 ha avuto 62,040 mil.v., John McCain perdente nel 2008 con 59,948 mil.v., e Mitt Romney perdente nel 2012 con 60,933 mil. v
Quest’anno gli aventi diritti al voto erano molti più delle precedenti elezioni.
È vero che c’è stata una fuga da Hillary Clinton che pure ha ottenuto 61,039 mil. voti popolari pari al 47,79%.
Obama nel 2008 aveva ottenuto 69,498 mil. voti, e nel 201 e 65,915 mil voti con percentuali superiori al 55% dei votanti.
I “terzi” candidati sono la chiave per capire quel che è successo.
È solo per loro che la Clinton ha perso la partita poichè la metà dell’elettorato democratico aveva dichiarato che non era convinto della sua candidatura (“New York Times”, 30 sett.), e quindi ha cercato altre strade.
Quest’anno c’è stato il boom dei candidati che sono fuggiti dai due partiti maggiori, in particolare dai Democratici.
Il libertario Johnson ha ottenuto 4,164 mil voti pari a 3,26%, la verde Green 1,242 mil.voti pari all’1%, e gli altri (indip.e costit) un altro 0,8%.
Dal tempo di Ross Perot (1992) che ottenne quasi 20 milioni di voti e fece vincere Bill Clinton contro Bush padre, tutti i “terzi partiti” non avevano mai preso più dell’1%-2% nelle presidenziali.
Quest’anno hanno preso oltre il 5% dei voti popolari.
I seguenti stati sono stati vinti da Trump con un margine infimo di voti popolari: Michigan (0,27%) ,New Hampshire (0,37%) , Wisconsin (0,93), Pennsylvania (1,24%) e Florida (1,27%).
In tutti questi stati, i “terzi partiti” hanno ottenuto intorno al 3%-4%.
Sarebbero bastati i soli voti verdi, presumibilmente vicini ai Democratici, per ribaltare il risultato e decidere l’elezione al posto di Trump.
Lo stesso accadde nel 2000 quando Ralph Nader (anche allora “verde”) fece perdere la Florida ad Al Gore a favore di George W.Bush.
Ecco perchè è improprio parlare di valanga e di ceti che si sono massicciamente spostati.
La divisione a metà tra i due candidati è stata trasversale.
Soprattutto c’è stata una fuga dalla Clinton verso i “terzi candidati”, cosa del tutto prevedibili a saper leggere i sondaggi.
Massimo Teodori
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
I TRADIZIONALI MECCANISMI DI TUTELA DEMOCRATICA SOSTITUITI DA MODELLI AUTORITARI: DA UNA POLITICA CHE INCLUDE SI E’ PASSATI A QUELLA CHE ESCLUDE
Per Zygmunt Bauman, decano dei sociologi europei, tra i più autorevoli pensatori contemporanei,
la vittoria elettorale di Donald Trump è un sintomo allarmante: riflette il divorzio ormai avvenuto tra potere e politica, da cui deriva un vuoto, un divario colmato da chi promette soluzioni facili e immediate a problemi complessi e sistemici, attingendo al ricco serbatoio della retorica populista.
Trump — spiega Bauman a l’Espresso — ha saputo giocare abilmente la carta dell’outsider e dell’uomo forte, combinando una politica identitaria discriminatoria e l’enfasi sulle ansie economiche dei cittadini americani, figlie del passaggio da un modello economico inclusivo a un modello che esclude, marginalizza e crea veri e propri esiliati.
Trump si è presentato come l’antidoto alle incertezze del nostro tempo, ma è un veleno, sostiene Zygmunt Bauman, per il quale la vittoria dell’imprenditore statunitense lascia presagire il rischio che i tradizionali meccanismi di tutela democratica vengano sostituiti «dall’agglutinamento del potere in modelli autoritari o perfino autoritari».
I dimenticati del nuovo secolo hanno fatto la rivoluzione. A destra, perchè la sinistra non li ha voluti vedere.
Uno shock epocale che non riguarda solo gli Stati Uniti ma che scuote il concetto stesso di Occidente. Negli Stati Uniti e in Europa la reazione prevalente alla vittoria di Trump, perlomeno negli ambienti progressisti, è stata di stupore e paura.
C’è chi ha parlato di «un grande pericolo», chi di «una sfida al modello democratico occidentale», chi di «una tragedia per la repubblica americana e per la Costituzione». Questi toni a tratti apocalittici le sembrano appropriati?
Le visioni apocalittiche spuntano fuori ogni volta che la gente entra nel “grande territorio sconosciuto”: quando si è certi che nulla, o molto poco continuerà a essere così come è stato, e non si ha alcun indizio su ciò che è destinato ad accadere o su ciò che probabilmente sostituirà quel che ci lasciamo alle spalle. Le reazioni alla vittoria di Trump hanno proliferato velocemente. La cosa sorprendente è che siano tutte consensuali: così come è successo nel caso del voto per la Brexit, si interpreta il voto per Trump come una protesta popolare contro l’establishment e l’elite politica del Paese nel suo complesso, nei confronti dei quali una larga parte della popolazione ha maturato una crescente frustrazione per aver disatteso le aspettative e non aver mantenuto le promesse fatte. Non sorprende che tali interpretazioni siano particolarmente diffuse tra coloro che hanno forti interessi acquisiti nel mantenimento dell’attuale establishment politico.
Mentre Trump ha giocato proprio la carta dell’outsider..
Non essendo parte di tale elite, non avendo ricoperto alcun incarico elettivo, provenendo “dal di fuori dell’establishment politico” ed essendo ai ferri corti perfino con il partito di cui era formalmente membro, Trump ha offerto un’occasione unica per una condanna, senza appelli, contro l’intero sistema politico. Lo stesso è successo nel caso del referendum britannico, quando tutti i principali partiti politici (dai conservatori al Labour e ai Liberals) si sono uniti nella richiesta di restare nell’Unione europea, così che ogni cittadino ha potuto usare il proprio voto per esprimere il disgusto per il sistema politico nella sua interezza. Un altro fattore, complementare, è stato la notevole brama della popolazione affinchè l’infinita litigiosità parlamentare, inefficace e impotente, venisse sostituita dalla volontà indomita e inoppugnabile di “un uomo forte” (o di una donna forte), capace con la sua determinazione e con le sue doti personali di imporre in modo immediato, senza tentennamenti e temporeggiamenti, soluzioni veloci, scorciatoie, decisioni vere. Trump ha costruito abilmente la propria immagine pubblica come una persona ricca di quelle qualità che l’elettorato sognava. Quelli appena citati non sono gli unici fattori che hanno contribuito al trionfo di Trump, ma sono senz’altro cruciali. Al contrario, la trentennale appartenenza di Hillary Clinton all’establishment e la sua agenda politica frammentata e compromissoria hanno giocato contro la popolarità della sua candidatura.
Concorda con quanti si spingono a leggere la vittoria di Trump come una manifestazione della crisi del modello democratico occidentale?
Credo che stiamo assistendo all’accurato svisceramento dei principi della “democrazia”, che si presumeva fossero intoccabili. Non credo che il termine in sè verrà abbandonato, almeno come termine con cui descrivere un ideale politico, anche perchè quel “significante”, come lo avrebbe definito Claude Levi-Strauss, ha assorbito ed è ancora capace di generare molti e differenti “significati”. C’è però una chiara possibilità che i tradizionali meccanismi di salvaguardia (come la divisione di Montesquieu del potere in tre ambiti autonomi, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, o il sistema britannico di checks and balances) escano in qualche modo dal favore pubblico e vengano privati di significato, sostituiti in modo esplicito o di fatto dall’agglutinamento del potere in modelli autoritari o perfino dittatoriali. Le citazioni che lei ha riportato come reazioni alla vittoria di Trump indicano tutte una preoccupazione comune, sono sintomatiche di una tendenza crescente, che esiste: la tendenza a riportare — per così dire — il potere dalle nebulose vette elitarie dove è stato collocato o dove è stato trascinato verso “casa”. La tendenza dunque a riportare il potere all’interno di una comunicazione diretta tra l’uomo forte al vertice da una parte e dall’altra l’aggregazione dei suoi sostenitori e soggetti di potere, equipaggiati con i social network come strumenti di indottrinamento e di sondaggio delle opinioni.
Nel corso della campagna elettorale, Trump ha molto insistito sulle questioni razziali e sul nazionalismo più insulare e discriminatorio, ma non ha fatto appello solo a questi temi. Al di là degli attacchi sistematici verso i “diversi”, ha giocato la carta dell’incertezza economica di tutti quei cittadini americani che hanno la percezione di essere stati defraudati dai processi di globalizzazione. I due aspetti — l’ansia economica e l’ansia verso gli “altri” — sono legati? E come?
Il trucco è stato proprio quello di connettere i due aspetti, di renderli inseparabilmente legati e di rafforzarli vicendevolmente. È ciò che è riuscito a fare Trump, un supremo imbroglione (anche se non è il solo nel panorama politico mondiale). Sono incline ad andare perfino oltre nell’analisi dell’uso che Trump ha fatto del matrimonio tra politica identitaria e ansia economica, perchè credo che sia riuscito a condensare tutti gli aspetti e i settori dell’incertezza esistenziale che perseguita ciò che è rimasto della classe lavoratrice e della classe media, indottrinando coloro che soffrono con l’idea che l’espulsione degli stranieri, di quanti sono etnicamente diversi, degli stranieri appena arrivati rappresenti la tanto agognata “soluzione veloce” che li potrebbe ripagare in un colpo solo di tutta la loro ansia e incertezza.
Tra quanti hanno votato Trump, alcuni fanno parte della categoria degli “espulsi”: quei cittadini che facevano parte di un “contratto sociale” ma che ne sono stati espulsi forzatamente, insieme a quelli, giovani ma non solo, che non ne sono stati parte e non lo saranno mai in futuro. La vittoria di Trump rappresenta la fine del modello economico inclusivo, keynesiano, del dopoguerra, sostituito da un modello di segno opposto, che esclude?
Il passaggio da una visione del mondo, da una mentalità e da una politica economica che include a una che esclude non è affatto nuovo. È stato un passaggio strettamente sincronizzato con un altro salto qualitativo, quello da una società di produttori a una società di consumatori, che non sarebbe stato possibile senza la marginalizzazione, ovvero la creazione di una “sottoclasse” che non soltanto è degradata rispetto alla società delle classi, ma ne è stata del tutto esiliata, una categoria di “consumatori fallati” talmente esclusa da non poter essere riammessa. L’attuale tendenza verso la “securitizzazione” dei problemi sociali aggiunge acqua allo stesso mulino: rende le reti dell’esclusione ancora più ampie, mentre trasferisce coloro che finiscono in queste reti da una categoria che, per quanto inferiore, rimaneva di segno “positivo”, a una divisione che, per quanto morbida, rimane micidiale, sinistra e tossica.
In alcuni suoi libri, per esempio ne La solitudine del cittadino globale, lei analizza ciò che definisce come «la trinità malvagia», l’incertezza, l’insicurezza e la vulnerabilità , sentimenti prevalenti in un mondo in cui è avvenuto il divorzio tra potere e politica. È inevitabile che tale divorzio conduca all’uomo forte o al populismo?
Sì, tendo a credere che sia inevitabile. Il divorzio a cui fa riferimento lascia dietro di sè un divario — un divario che si sta spaventosamente allargando — dal quale emana la combinazione avvelenata della disperazione e della sfortuna. Gli strumenti ortodossi, che credevamo familiari e disponibili, per combattere e respingere efficacemente i problemi e le ansie che ci attanagliano sono ormai spuntati. Soprattutto, non si crede più che possano mantenere quanto promettono. Per una società nella quale sempre meno persone ricordano, di prima mano, cosa significasse vivere sotto un regime totalitario o dittatoriale, l’uomo forte — non ancora sperimentato – non sembra un veleno, ma un antidoto: per le sue presunte capacità di saper fare le cose, per le soluzioni veloci e istantanee, per gli effetti immediati che promette di portare come corredo alla sua nomina.
Beppe Grillo, il leader italiano del Movimento Cinque Stelle, ha sottolineato le similitudini tra le vittorie elettorali del suo partito e quella di Trump scrivendo che «sono quelli che osano, gli ostinati, i barbari, che porteranno avanti il mondo. E noi siamo i barbari!». È tempo che l’establishment faccia veramente i conti con i nuovi barbari?
In Europa, i vari Grillo sono molto numerosi. Per coloro per i quali la civiltà ha fallito, i barbari sono i salvatori. In alcuni casi è ciò che loro si sforzano in tutti i modi di far credere per convincere i creduloni che sia proprio così. In altri casi è ciò che desiderano ardentemente credere coloro che sono stati abbandonati e dimenticati nella distribuzione dei grandi doni della civiltà . Alcuni membri dell’establishment potrebbero essere impazienti di approfittare dell’occasione, dal momento che coloro che credono nella vita postuma a volte sono disposti a suicidarsi.
Giuliano Battiston
(da “L’Espresso”)
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Novembre 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL NEW YORK TIMES DIMOSTRA CHE CON TRUMP HANNO VINTO I POTERI FORTI
Donald Trump, eletto alla Casa Bianca dopo una campagna contro il potere corrotto e la sua collusione con le lobby, sta riempiendo il suo team per la transizione con consulenti aziendali e lobbisti.
Professionisti che arrivano dalle stesse industrie per le quali sono chiamati a definire le basi regolatorie.
Il Nyt fornisce alcuni esempi: Jeffrey Eisenach, che ha lavorato come consulente per Verizon e altri clienti delle tlc, è il capo della squadra che sta aiutando a selezionare i membri per la commissione federale delle comunicazioni.
Michael Catanzaro, un lobbista con clienti come Devon Energy ed Encana Oil and Gas, ha in mano il portafoglio per l'”indipendenza energetica”.
Michael Torrey, un lobbista che dirige un’azienda che ha guadagnato milioni di dollari con player dell’industria alimentare come American Beverage Association e Dean Foods, sta contribuendo a definire il nuovo team del dipartimento dell’agricoltura.
E ancora altri nomi appartenenti al mondo della finanza, alcuni con imbarazzanti precedenti giudiziari.
A dimostrazione di come Trump rappresenti solo la continuità con quel mondo economico e finanziario che in Italia qualcuno in malafede vuole accreditare come “avverso” a Trump.
Tanto è vero che le azioni delle maggiori banche d’affari americane, dopo l’elezione del loro “fasullo nemico” hanno visto aumentare il proprio valore, non certo diminuire.
Perchèè noto che al mondo non esisterebbero i furbi se non ci fossero i fessi.
(da agenzie)
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Novembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
PRIMA ERA UN LOSCO STUPRATORE, ORA “HA TALENTO”… E ANCHE LA RIFORMA DELLA SANITA DI OBAMA POTREBBE NON ESSERE TOCCATA.. IN REALTA’ SE LA STA FACENDO SOTTO, GLI STATES CON LUI RISCHIANO LA GUERRA CIVILE
Se parlasse seriamente oppure no bisognerà aspettare per capirlo.
Sta di fatto che in un’intervista all’emittente televisiva Cbs Donald Trump ha annunciato la sua mossa a sorpresa.
Tra i suoi futuri consiglieri potrebbe esserci (ammesso che accetti) nientemeno che il marito della sua (ormai ex) rivale Hillary Clinton, l’ex presidente Bill.
«Ci penserò di sicuro» ha detto il neo-eletto presidente rispondendo a una domanda sulla composizione della sua squadra, e in particolare sull’ipotesi che proprio Bill Clinton potesse farne parte.
«Si tratta di una persona di grande talento, la sua famiglia ha grande talento».
Trump, che venerdì aveva rilasciato la sua prima intervista dopo il voto al Wall Street Journal aprendo a sorpresa a un parziale mantenimento dell’Obamacare, alla Cbs è tornato a parlare anche di Hillary Clinton: «La sua chiamata è è stata incantevole, e per lei era dura da fare, me lo posso ben immaginare. Più dura per lei di quanto lo sarebbe stata per me, e per me sarebbe stata molto, davvero molto difficile. Lei però non avrebbe potuta essere più garbata. Semplicemente, mi ha detto `Congratulazioni, Donald, ottimo lavoro’».
Coi disordini di piazza in tutti gli Stati Uniti e il rischio di una guerra civile, Trump scarica il suo elettorato per non avere conseguenze sui suoi affari.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
IL TRASFERIMENTO FORMALE DELL’IMPERO AI FIGLI E’ UN ESCAMOTAGE A CUI NON CREDE NESSUNO
La volontà annunciata dal neo presidente americano, Donald Trump, di trasferire il suo impero
all’interno di un ‘blind trust’ gestito dai suoi tre figli maggiori, cioè Don, Ivanka e Eric, non basta a fermare l’ondata di interrogativi e critiche che si sta sollevando in queste ore negli Stati Uniti sul conflitto d’interessi del tycoon.
A iniziare dal fatto, sottolineano alcuni analisti e commentatori statunitensi, che la soluzione individuata per il suo impero, fatto di quasi 500 imprese e un patrimonio di circa 4 miliardi di dollari, non regge fino in fondo dato che un blind trust implica il fatto che il proprietario non sappia cosa possiede o gestisce il suo gruppo.
Una condizione che non varrebbe per Trump dato che ha creato lui il suo impero e conosce alla perfezione ogni singola sfaccettatura dello stesso.
L’America si interroga sul suo presidente miliardario.
“I ricchi presidenti precedenti, da John F. Kennedy alla famiglia Bush – hanno messo le loro attività in un blind trust, ma la loro ricchezza proveniva in gran parte da fonti nazionali e, nel caso del Bush più giovane e di John F. Kennedy, è stata in gran parte ereditata, rendendo più facile per il presidente prendere le distanze dalle attività trasferite nel trust”, scrive Politico.
Secondo la legge attuale, Trump non è obbligato a liberarsi delle sue imprese.
Il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti, infatti, sono esenti dalle leggi sul conflitto d’interessi e dai regolamenti in materia, una deroga basata sull’idea che il presidente si occupa di così tante questioni che il tema del conflitto d’interessi si porrebbe inevitabilmente in essere.
Alcuni giuristi statunitensi mettono però in evidenza che c’è una clausola della Costituzione che vieta ai funzionari del governo degli Stati Uniti, tra cui il presidente, di accettare regali o denaro da governi stranieri senza il consenso del Congresso.
E i rischi potrebbero derivare dagli accordi tra l’Organizzazione Trump e i governi stranieri, ponendo il presidente in una posizione delicata.
Il professor Josef Sassoon, sociologo e docente al master in Story Telling all’università di Pavia, spiega: “Trump non mi sembra che abbia la capacità di gestire al meglio questo problema che tornerà a presentarsi durante la sua presidenza, perchè non credo che abbia voglia di smettere di fare l’imprenditore e non ha la capacità e la lucidità per tenere separate queste due dimensioni, quindi scopriremo nodi e problematiche man mano che le cose emergono”.
L’America si interroga e i dubbi sono ancora tutti da sciogliere.
(da “Huffingonpost”)
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Novembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
IL FUTURO DELL’AMERICA NON SARA’ RAZZISTA, L’ELETTORATO DI TRUMP E’ FATTO DI VECCHI
Non solo Trump non ha avuto la maggioranza dei voti popolari ( a scutini ultiminati la Clinton ha prevalso complessivamente per 330.000 voti), ma se si analizza il voto per fasce di età , emerge un dato molto indicativo.
Se avessero votato solo i Millenials, i giovani nati dopo il 1982, Hillary Clinton avrebbe stravinto, lasciando a Donald Trump appena 5 stati: Idaho, Wyoming, North Dakota, Kentucky e West Virginia
Se avessero votato solamente loro alle ultime elezioni, Hillary Clinton avrebbe stracciato il proprio avversario.
Il 55 per cento ha infatti scelto la candidata democratica, contro il 37 per cento andato a favore di Trump.
Un vantaggio che si riduce ampiamente nella fascia 34-44 (50 per cento contro 42) e che si inverte a favore del miliardario repubblicano solo dai 45 anni in poi.
Un altro dato smentisce la tesi che i ceti popolari avrebbero votato Trump:
Sotto il reddito di 30.000 dollari è verò l’opposto: solo il 41% ha votato Trump, mentre il 53% ha votato la Clinton.
Stesso discorso per le donne: solo il 42% per Trump, il 54% per Hillary.
Trump ha prevalso solo nel voto degli uomini con il 53%, dei bianchi con il 58% e a bassa istruzione con il 52%
(da agenzie)
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