Maggio 30th, 2014 Riccardo Fucile
DALL’IMMIGRAZIONE ALLE SPESE MILITARI: I DUE PARTITI HANNO IDEE RADICALMENTE DIVERSE SU DIFESA, AMBIENTE E WELFARE
Dopo le numerose proteste dei militanti, oggi Beppe Grillo ha difeso il suo tentativo di
alleanza con il partito di estrema destra Ukip (Uk Independence Party) attraverso un post sul suo blog.
Nella circostanza, il leader M5S ha sottolineato le convergenze tra il partito britannico e il Movimento, come la lotta all’euro e all’Unione Europea di oggi (dalla Germania alla troika), il sostegno alla democrazia diretta, il ripudio della guerra e di ogni razzismo (almeno in linea teorica, perchè diversi esponenti dell’Ukip, tra cui lo stesso Farage, negli ultimi anni si sono distinti per alcune frasi da molti definite xenofobe). Anche altri esponenti del Movimento 5 Stelle, come Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, hanno difeso Farage, esortando i militanti a non seguire “la stampa di regime”.
Tuttavia, al di là delle polemiche su ultradestra e fascismo, il Movimento 5 Stelle, che a livello nazionale ha sempre esecrato ogni alleanza, sta cercando di unirsi a un partito che ha posizioni molto diverse, a tratti radicalmente opposte, come su immigrazione, difesa ed energia.
Vediamo come, nel dettaglio.
Immigrazione.
La posizione dell’Ukip, seppur ufficialmente antirazzista (in pratica un po’ meno, a sentire alcune dichiarazioni dei suoi esponenti), è stata sempre netta: riduzione del numero degli immigrati sul suolo britannico mediante uno stop agli ingressi di cinque anni e misure molto drastiche sull’espulsione degli immigrati irregolari.
Su questo tema, il Movimento 5 Stelle è stato sempre piuttosto vago, almeno fino a qualche mese fa, quando c’è stato un durissimo scontro interno tra i fondatori Grillo e Casaleggio (a favore del reato di clandestinità ) e i parlamentari (che hanno votato per abolirlo). Alla fine i due leader sono stati sconfessati dagli stessi militanti, che online hanno votato a favore della cancellazione del reato.
Difesa.
E’ uno dei punti più controversi, nonostante il post rassicurante dell’ex comico di oggi. Il Movimento 5 Stelle si è sempre battuto, strenuamente, per tagli radicali alla Difesa italiana, in primis al programma F35, per cui ha chiesto la revoca totale. Nonostante il suo viscerale anti-interventismo, l’Ukip, come scritto nel suo manifesto 2013, ha proposto invece un aumento delle spese militari in Uk del 40 per cento, delle forze militari del 25 per cento e l’acquisto di 50 aerei da guerra e tre nuove portaerei.
Ambiente ed energia.
Uno dei punti cruciali del programma del M5S è il ricorso, assoluto, all’energia pulita. Addirittura, durante il suo ultimo comizio a Milano, Grillo ha annunciato che, in caso di governo pentastellato, il Movimento avvierebbe riforme per far sì che l’energia italiana sia prodotta interamente da fonti pulite e rinnovabili entro il 2020 (obiettivo francamente molto difficile, dal momento che la stessa Germania, che ha già avviato un programma simile, non riuscirà nell’intento prima del 2026).
L’Ukip, al contrario, non vuole investire nelle rinnovabili, ha chiesto il divieto di installazione delle “disgustose” pale eoliche, nega il cambiamento climatico – tanto che anni fa invocava il divie
Una scomoda verità – e ha una politica di sostegno per il carbone e l’energia nucleare. Che, negli obiettivi di Farage, dovrebbe fornire il 50% dell’energia totale.
Europa.
Entrambi i partiti hanno posizioni molto critiche sull’Unione Europea attuale. Ma anche su questo tema non mancano le divergenze.
L’Ukip, partito di un paese che non ha l’euro come valuta, chiede da tempo addirittura l’uscita dall’Unione Europea.
Il Movimento 5 Stelle ha sì chiesto un referendum per uscire dall’euro (di difficilissima attuazione, comunque, perchè non contemplato dalla Costituzione), ma, almeno sinora, non ha mai detto di voler abbandonare l’Ue.
L’Ukip, inoltre, non si riconosce assolutamente nè nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati, nè nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Fisco e welfare.
Se il Movimento 5 Stelle ha una posizione molto statalista su diversi punti e propone il reddito di cittadinanza, l’Ukip ha una linea opposta: Farage vuole tagliare radicalmente le tasse (al 31 per cento dagli 11mila euro in su di reddito), rivoluzionare e frammentare il sistema sanitario nazionale “per ridurre gli sprechi” e vuole tagliare la spesa pubblica addirittura ai livelli del 1997, sacrificando così due milioni di lavoratori pubblici.
Antonello Guerrera
(da “La Repubblica”)
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Maggio 26th, 2014 Riccardo Fucile
NON ELETTI ANCHE SAMPRO’, CECCHI PAONE, RONZULLI, FURLAN, ALBERTINI E PODESTA’
E’ l’unico capolista a non essere stato eletto.
A Gianfranco Miccichè non sono bastate 50.540 preferenze per ottenere un seggio al Parlamento Europeo. L’ex sottosegretario alla Pubblica Amministrazione è arrivato terzo nella circoscrizione isole, distante circa mille voti dal secondo Salvatore Cicu. Miccichè però potrebbe volare lo stesso a Strasburgo se quest’ultimo dovesse rinunciare per mantenere il seggio alla Camera. Chissà .
Mastella fuori, ma doppia il Pd a Ceppaloni
La disfatta di Forza Italia ha lasciato fuori dall’Europa anche altri personaggi di spicco della destra. A cominciare da Clemente Mastella, arrivato solo sesto.
Le sue 60.333 sono risultate un misero bottino in confronto agli altri candidati nella circoscrizione meridionale, capitanati dal più votato Raffaele Fitto (284.544 voti). L’ex leader dell’Udeur però può consolarsi nel suo Comune.
A Ceppaloni (provincia di Benevento) ha praticamente doppiato da solo il Partito Democratico (su 808 voti, 670 sono andati a lui contro i 380 del Pd).
Non vince l’amore di Cecchi Paone
Restando al Sud, anche Alessandro Cecchi Paone andrà a Strasburgo solo da turista. Arrivato dodicesimo, il suo slogan “Mi candido per amore” ha convinto solo 16.588 elettori.
Non riconfermate Zanicchi e Ronzulli
Al Nord, Iva Zanicchi e Licia Ronzulli non riescono a riconfermarsi in Europa. I loro quinto e sesto posto non è bastato: faranno posto a Alberto Cirio e Stefano Maullu. “Lascio la politica, ho dato troppo e non ho ricevuto nulla” ha commentato la cantante.
Gli altri esclusi
Sempre tra le fila di Forza Italia, non hanno ottenuto un seggio Simone Furlan (promotore dell’esercito della libertà ), Gianpiero Samorì fondatore del Mir, Paolo Guzzanti e Giovanni Galli (ex portiere del Milan).
Nel Nuovo Centro Destra, restano fuori dal Parlamento Europeo Gabriele Albertini (ex sindaco di Milano) e Guido Podestà (presidente della Provincia di Milano).
Mario Borghezio è arrivato secondo nella circoscrizione Centro, e sarà eletto solo se Matteo Salvini (arrivato primo per la Lega) sceglierà di farsi eleggere nella circoscrizione Nord Occidentale.
Anche nel Partito Democratico ci sono delusi: Giovanni Fiandaca (studioso dei fenomeni mafiosi) non è riuscito a farsi eleggere nelle Isole.
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Maggio 25th, 2014 Riccardo Fucile
IN FRANCIA IL FRONT NATIONAL AL 25%, CROLLANO I SOCIALISTI
Le Europee sono alle battute finali. In gran parte degli altri 27 Paesi chiamati alle urne le
operazioni di voto sono già chiuse.
Secondo i primi dati in Francia è trionfo del Front National di Marine Le Pen: i primi exit poll danno il partito di destra in testa con il 25%, l’UMP è al 20,3%, il Partito socialista crolla al 14,7%.
Il Front National, in pratica, ha poco meno del doppio dei voti del Partito socialista al governo e la Le Pen ha subito chiesto lo scioglimento del Parlamento francese. «È un momento grave», ammette il premier Manuel Valls. Che domani mattina parteciperà alla riunione di crisi subito convocata dal presidente francese Francois Hollande per domattina alle 8.30.
In Germania, invece, tiene la Cdu della Cancelliera Angela Merkel che ottiene il 36,1% (-1,8 rispetto al 2009), ma l’Spd sale al 27,5% (+6,7 rispetto al 2009) i Verdi il 10,6% (-1,5), la Linke il 7,6% (+0,1) e AFD il 6,5 (prima volta).
I nazionalisti di estrema destra del NPD tedesca otterrebbero un seggio nell’Europarlamento, stando ai primi exit-poll. In Grecia il partito di sinistra radicale Syrizaè primo: nel secondo exit poll alla lista di Tsipras vengono attribuite tra il 26-28% delle preferenze.
Per la prima volta queste elezioni incidono sulla nomina del presidente della Commissione Ue che in autunno sarà chiamato a sostituire Barroso. Il Partito popolare europeo «sta vincendo le elezioni europee. E rivendica la presidenza della Commissione Ue», afferma con un tweet il candidato del Ppe Jean-Claude Juncker. «La bassa affluenza è stata fermata -aggiunge- ringrazio tutti i cittadini che sono andati a votare».
L’AFFLUENZA
Gli europei non hanno disertato le urne. Anzi. Dai primi dati sull’affluenza nei Ventotto paesi dell’Ue emerge un recupero della propensione al voto rispetto al record di bassa affluenza raggiunto nel 2009. L’affluenza media nei 28 Paesi Ue in tarda serata è al 43,11 per cento.
AUSTRIA
Le proiezioni elettorali in Austria, basate sul 90% delle schede scrutinate, consegnano all’estrema destra, ai verdi e ai liberali un consistente successo elettorale. Il centrodestra del Partito del popolo resta avanti, ma ha però visto un calo dei consensi dal 30% al 27,5% (5 seggi, ne perdono 1). I socialdemocratici raccolgono quasi il 23,8% dei consensi (mantengono 5 seggi). La destra nazionalista e populista del Partito della libertà aumenta i consensi del 6,8% e arriva a quota 19,5% (4 seggi, ne guadagnano 2) mentre i Verdi conseguono il 15% dei voti, il 5,1% in più (3 seggi, ne guadagnano 1). I liberali del Neos ottengono il 7.9% (1 seggio).
BULGARIA
Nel voto europeo in Bulgaria, secondo i primi exit poll, si afferma il partito conservatore Gerb dell’ex premier Boyko Borissov, con il 28,6% e sei seggi dei 17 spettanti alla Bulgaria al Parlamento europeo. Seguono il partito socialista di Serghei Stanishev, con il 19,8% e cinque seggi; il partito della minoranza turca, Dps, con il 14,9% e tre seggi; la coalizione guidata dal neopartito Bulgaria senza censura con l’11,1 per cento e due seggi; e il Blocco riformista, alleanza di partiti di centrodestra, con il 6,4% dei voti e un seggio.
Tutti i partiti in lizza in Bulgaria sono filo-europeisti. L’affluenza alle urne, secondo le prime indicazioni, è stata bassa, intorno al 37,5% (alle politiche si attesta solitamente fra il 50% e il 60%). La probabile affermazione dei conservatori, all’opposizione, potrebbe creare problemi al governo del premier Plamen Oresharski, appoggiato dai socialisti.
CIPRO
Il partito Disy (Adunata Democratica, centro-destra al potere) risulta al primo posto negli exit poll per le elezioni europee a Cipro. Secondo quanto riferito dalla Tv statale Rik-1, il Disy avrebbe ottenuto fra il 36.5% e il 39.5% delle preferenze. Al secondo posto è il comunista Akel con il 25.5-28.5%, terzo il Diko (Partito Democratico, destra) con il 10-11.5%, quarto la lista Edek (socialdemocratico) e Verdi Ecologisti con il 7.5-9.5%
DANIMARCA
I conservatori dell’Efd in Danimarca risultano il primo partito con una percentuale di voti del 23,1%, rispetto al 14,8% delle ultime europee. È quanto emerge dai primi exit poll disponibili nel paese scandinavo. Il partito socialdemocratico segue con il 20,5% dei voti. Sia socialdemocratici che conservatori vincerebbero 3 seggi ciascuno al Parlamento europeo se queste percentuali saranno confermate. In totale ai danesi spettano 13 seggi.
FINLANDIA
Prime proiezioni per la Finlandia basate su exit poll, con più di un terzo di schede scrutinate: in testa ci sono i popolari del KK con il 22,7 % (4 seggi), seguiti dai liberali di SK con 21,0% (3 seggi), terzi i socialisti di SSP con il 13,6% (2 seggi). Solo quarti i nazionalisti `Veri finlandesi’, dati in testa nei sondaggi: si fermerebbero al 12,8% (2 seggi). Un seggio andrebbe anche alla sinistra radicale Vasemmistolitto (9,4%) e uno ai Verdi(7,9%).
FRANCIA
Trionfo del Front national di Marine Le Pen alle elezioni europee in Francia. Secondo i primi exit poll, l’Fn avrebbe ottenuto tra il 24 ed il 26% dei voti, l’Ump sarebbe secondo con il 21-23%, mentre il Partito socialista del presidente Francois Hollande sarebbe crollato al 14-15%. Secondo gli exit poll condotti da Ipsos-Steria e Csa, il partito di estrema destra della Le Pen avrebbe il 25% delle preferenze, l’Ump sarebbe secondo con una percentuale compresa tra il 20,3 ed il 20,6% dei voti, mentre i socialisti non arriverebbero al 15% (14,1%-14,7%). «Questa sera è un momento grave»: queste le prime parole del primo ministro, Manuel Valls, in diretta tv questa sera dopo la clamorosa sconfitta del Partito socialista e la vittoria del Front National, «un terremoto», come l’ha definita Valls. Marine Le Pen ha subito mandato un messaggio alle altre forze euroscettiche europee, incluso il M5S di Beppe Grillo: «Unitevi a noi!».
GERMANIA
Secondo le prime proiezioni in Germania divulgate dalla ZDF, alle europee, la Cdu della cancelliera Angela Merkel ottiene il 36,1% (-1,8 rispetto al 2009), Spd il 27,5% (+6,7) i Verdi il 10,6% (-1,5), la Linke il 7,6% (+0,1) e AFD il 6,5 (prima volta). I nazionalisti di estrema destra del NPD tedesca otterrebbero un seggio nell’europarlamento, stando ai primi exit-poll. «È un grande giorno per questi fieri socialdemocratici», ha detto il candidato socialista alla Commissione europea Martin Schulz a Berlino, commentando le proiezioni. «Con queste elezioni c’è un pezzo di rinnovamento democratico in Europa», ha aggiunto parlando nella sede dell’Spd, dove si festeggia il risultato ottenuto dal partito.
GRECIA
Il partito di sinistra radicale Syriza di Tsipras è primo agli exit poll in Grecia. Nel secondo exit poll, a Syriza vengono attribuite il 26-28% delle preferenze. Al secondo posto Nea Dimokratia (centro-destra) con il 23-25%, al terzo il neo-nazista Chrysi Avgi’ (Alba Dorata) con il 9-10% e al quarto posto il socialista Pasok con l’8-9%.
IRLANDA
Fine Gael, partito del premier Enda Kenny ha raggiunto secondo i primi exit poll pubblicati a Bruxelles il 22% dei voti in Irlanda; quota identica, il 22%, anche per i repubblicani del Fianna Fail guidato da Michael Martin, mentre il Sinn Fein di Gerry Adams ha ottenuto il 17% dei suffragi e i laburisti, al governo con il Fine Gael, il 6%. Anche i verdi dovrebbero avere il 6% mentre gli altri partiti, raggruppati in questa prima stima alla voce «indipendenti ed altri», sono al 27%. Udici i seggi in palio
SLOVENIA
Nelle Europee in Slovenia, stando agli exit poll, è in testa il Partito democratico sloveno (Sds, centrodestra) con il 24,6% e tre degli otto eurodeputati spettanti al Paese, seguito da Lista Nova Slovenija (Sls, centrodestra) al 15,2% e due seggi. Al terzo posto è data la lista Verjamem (centrosinistra) con il 10,6% e un deputato, al quarto Desus (centrosinistra) al 9,1% e un seggio, seguito dal partito socialdemocratico (centrosinistra) con il 7,9% e un seggio.
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
TANTI TRAGUARDI SONO STATI RAGGIUNTI GRAZIE ALL’UNIONE EUROPEA
L’appello rivolto dal presidente Napolitano insieme ai Presidenti di Germania e di Polonia a «Votare e Votare per l’Europa», non ha trovato l’attenzione che merita, travolto nel gorgo di insulti, sciocchezze e battute di spirito che avvelenano la campagna elettorale.
E invece quell’appello è importante. È innanzitutto importante perchè viene dai Presidenti di tre grandi Paesi dell’Unione europea, che, pur rappresentando storie e caratteri diversi, chiamano all’unità d’Europa.
A prova che il motto della Unione europea, Uniti nella diversità , risponde ad una realtà ancor viva, che i vari stereotipi di contrapposizione (primo fra tutti quello dei Paesi del Nord opposti a quelli del Sud) non riescono ad annullare.
E’ poi fondamentale il contenuto dell’appello, perchè finalmente attira l’attenzione su temi diversi da quello, importante ma non esclusivo, della politica economica e della relativa crisi.
La pace nella grande area dell’Unione viene data per scontata. La maggior parte delle attuali generazioni non ha visto la guerra, non ne conosce l’orrore, non sa che per secoli gli europei si sono combattuti in un’infinita guerra civile europea, che nel secolo scorso, ha trascinato nel conflitto l’intero mondo.
Ma la pace acquisita è anche il frutto di un’audace iniziativa politica, lanciata alla fine della seconda guerra mondiale, da uomini politici lungimiranti e convinti che l’Europa non avrebbe potuto vivere in pace se non unificandosi.
La costruzione europea cominciò a realizzarsi concretamente mettendo in piedi istituzioni comuni. La nostra Costituzione già nel 1948 offriva la disponibilità dell’Italia a cedere porzioni della sua sovranità a favore di istituzioni internazionali capaci di assicurare la pace e lo sviluppo delle nazioni.
L’Europa era distrutta materialmente e moralmente. L’Europa nei secoli recenti aveva indicato al mondo la via della libertà di pensiero e di espressione, della libertà religiosa, della libertà di associazione, della tolleranza e del rispetto delle persone.
I Paesi d’Europa rimasti dall’altra parte della Cortina di Ferro erano costretti nel comunismo sovietico.
La ricostruzione dunque doveva certo riguardare l’economia, ma anche la democrazia, i diritti umani, le libertà fondamentali. La pace, bene supremo, avrebbe potuto realizzarsi solo se entrambi i campi di azione fossero stati curati. Al primo venne destinato l’insieme delle Comunità europee che sono ora raccolte nella Unione europea, al secondo doveva dedicarsi il Consiglio d’Europa. A quest’ultimo venne confidato il compito di promuovere la democrazia e i diritti umani, con l’azione culturale e politica e attraverso l’opera della Corte europea dei diritti umani.
L’influenza di quest’ultima sull’armonizzazione e la protezione dei diritti in Europa è stata ed è profonda, anche se qualche volta è accolta con irritazione da chi rilutta a seguire il movimento europeo verso il maggior rispetto dei diritti e delle libertà di ciascuno.
Ora la dimensione delle libertà economiche – inizialmente riassunte in quelle di movimento in Europa dei lavoratori, delle merci, dei capitali e dei servizi – ha incontrato inevitabilmente quella delle libertà civili e politiche e quella dei diritti sociali.
L’Unione europea non è più solo strumento di un mercato comune europeo. Essa nei suoi trattati fondativi e nelle sue istituzioni protegge la sicurezza dei suoi cittadini, i loro diritti e le loro libertà in tutta la vasta area dell’Unione. E i cittadini dei 28 Paesi dell’Unione sono anche cittadini europei.
Se ora in Italia il Parlamento modifica la legge sul divorzio, semplificandone e abbreviandone la procedura, è perchè non possiamo rimanere isolati dall’Europa in cui viviamo.
Se i diritti delle coppie che devono procreare con l’aiuto della scienza medica vengono ora assicurati anche in Italia, è perchè non regge l’imposizione di divieti in una Europa che conosce la libertà .
Se ora anche in Italia i figli, tutti i figli, comunque nati, sono eguali, è perchè le discriminazioni non sono ammesse in Europa.
Se i criminali che ignorano le frontiere possono essere ricercati e perseguiti efficacemente in Europa, è perchè i Paesi dell’Unione collaborano e riconoscono reciprocamente le sentenze dei loro giudici.
Se l’Italia dovrà adattarsi a regolare le discariche dei rifiuti in modo da non danneggiare la salute delle persone, è perchè la salute in Europa è bene comune e l’Unione impone sanzioni ai governi che non se ne curano.
Se, quando necessario, è possibile farsi curare in Europa nei servizi sanitari pubblici di altri Paesi, è perchè vi sono accordi europei che lo consentono.
La lista può continuare e certo si arricchirà in futuro se all’Unione si chiederà di aumentare l’integrazione e rafforzare le politiche comuni.
Un tema urgente e grave è quello della gestione delle immigrazioni dall’esterno dell’Unione. Ma c’è contraddizione in chi accusa l’Unione di non fare abbastanza e di lasciar sola l’Italia (e la Spagna, e la Grecia) e al tempo stesso fa crescere idee di abbandono dell’Unione e di isolamento nazionale.
L’Italia può pensare di affrontare da sola simili epocali movimenti di popolazioni?
Ora, proprio a partire dalle prossime elezioni europee, il Parlamento dell’Unione vedrà i propri poteri di iniziativa e decisione aumentati rispetto a quelli restanti dei singoli governi.
La sua composizione è dunque più importante di prima e sarà determinante il conflitto tra i gruppi che vogliono andare avanti e quelli che vogliono abbandonare il disegno grandioso della federazione dell’Europa.
La libertà di movimento nell’Unione non è solo una comodità , nè riguarda solo la libertà di viaggiare. Significa invece libertà di lavorare e di studiare e vivere in tutta l’Europa dell’Unione. Essa è un diritto per i cittadini dell’Unione.
Quando era necessario il passaporto, la persona doveva chiederlo alle autorità del proprio Stato e doveva presentarlo a quelle dello Stato in cui voleva entrare. Doveva chiedere e poteva ricevere un rifiuto. Non aveva diritto.
Ora non ci si rende nemmeno conto di attraversare le antiche frontiere. I cippi in pietra che si vedono sulle creste alpine per segnare che più oltre c’è Francia, sono ora una curiosità , ma per quei confini, che abbiamo abolito e che qualcuno vorrebbe veder rinascere, si sono combattute guerre e sono morte persone.
Ricordiamocene ora che abbiamo il diritto di votare per comporre il Parlamento di noi europei.
Vladimiro Zagrebelsky
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Maggio 17th, 2014 Riccardo Fucile
LENTEZZA DEI PROGETTI E FRAMMENTAZIONE DEI PIANI. MANCA UNA VISIONE UNITARIA…NEL 2015 IN BALLO 22 MILIARDI
L’occasione di crescita si dissolve nei mille rivoli della burocrazia, nella sconfinata frammentazione
dei progetti finanziati e nella mancanza di un quadro comune che li contenga.
E’ così che il Sud, da anni, perde le poche occasioni concesse per recuperare il gap che lo separa dal resto del Paese e dall’Europa.
Lo spreco di risorse si può dedurre da un’analisi di Riccardo Padovani contenuta nell’ultimo rapporto Svimez, che mette a confronto (nel periodo 2007-2010) l’andamento del Pil misurato in pari potere d’acquisto nelle distinte regioni dell’Europa a 15.
In media, fra il 2007 e il 2010, le aree della convergenza (le più povere dei vari paesi) hanno subito una caduta della ricchezza del 3,5 per cento contro il meno 1,7 delle aree più sviluppate.
Ma l’Italia è andata decisamente peggio sia riguardo alla media, che rispetto a Grecia e Spagna, poli della crisi.
Nel periodo considerato, infatti, l’area della convergenza (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia), quanto a Pil in pari potere d’acquisto, ha subito un crollo del 4,6 per cento, contro il meno 4 della corrispondente area greca e il meno 3,8 della Spagna.
I risultati hanno penalizzato, in genere, i paesi con maggior scompenso territoriale e la responsabilità del fallimento non può essere completamente attribuita all’uso fatto dei Fondi strutturali europei e della corrispondente dotazione che il bilancio dello Stato deve mettere sul piatto, precisa la Svimez, ma certo i risultati parlano chiaro, l’occasione è andata persa e il problema va affrontato.
Anche perchè, secondo i calcoli del premier Renzi, sommando le «vecchie» risorse ancora da spendere, quelle previste per la programmazione 2014-2020, e i 55 miliardi del Fondo per lo sviluppo e la coesione, nei prossimi sei anni ci saranno complessivamente 180 miliardi da impegnare: «l’ultima chance per la svolta» ha detto.
In realtà , secondo i dati del ministero della Coesione territoriale i miliardi a disposizione risultano essere 106 (84 per i prossimi anni più i 22 da spendere entro il 2015).
E va anche precisato che la quota propriamente europea di quei fondi non va oltre i 42 miliardi: il resto proviene interamente dal bilancio dello Stato. La mancata crescita e l’aumento del debito pubblico potrebbero quindi mettere a rischio i futuri investimenti.
«Fino ad oggi le speranze di crescita sono naufragate nella burocrazia e lentezza che accomuna i nostri progetti e nella eccessiva frammentazione dei piani presentati dalle regioni» commenta Adriano Giannola, presidente della Svimez.
«Il rientro degli investimenti è basso perchè le risorse sono destinata a opere piccole: un rifacimento di una piazza là , un restauro qua, interventi spesso di bassa qualità . Si distribuisce un po’ di lavoro, si coltivano le clientele, ma nel complesso non c’è un progetto unitario che favorisca la crescita».
Del fatto che la frammentazione fosse il nocciolo del problema se ne erano già accorti Fabrizio Barca e Carlo Trigilia, ministri della Coesione economica nei governi Monti e Letta. Trigilia aveva avviato un processo di razionalizzazione della spesa, concentrazione degli obiettivi e controllo dei risultati, ma le buone pratiche rischiano ora di essere superate dai tempi stretti.
«Gli interventi devono essere concentrati in pochi obiettivi qualificati e selezionati sulla base di una strategia volta ad affrontare i problemi di coesione territoriale» scriveva nel suo ultimo rapporto sull’attività svolta. Appena arrivato al ministero si era trovato sul tavolo oltre 400 azioni che chiedevano di essere ammessi ai finanziamenti e li aveva drasticamente ridotti ad una quarantina, finalizzandoli soprattutto all’occupazione e al rilancio delle imprese.
Ma il nuovo governo (che non ha nominato un ministro ad hoc, ma ha assegnato la delega al sottosegretario della presidenza del Consiglio Graziano Delrio) dovendo accelerare i tempi della spesa e consegnare a Bruxelles l’Accordo di partenariato (il documento guida della nuova programmazione) entro il 22 aprile, ha riaperto le porte alle richieste delle regioni e ha fatto lievitare i progetti da finanziare a quota 330.
Il rischio frammentazione è tornato.
I dati dell’ex ministro Barca sottolineano poi che fra il 2007 e il 2013 in diverse province del Sud la spesa procapite finanziata dai Fondi ha superato i 4 mila euro: visti i mancati effetti sull’occupazione, un’occasione sprecata.
Federico Fubini e Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Maggio 17th, 2014 Riccardo Fucile
ORA A RISCHIO GLI EFFETTI DEL BONUS IRPEF
I primo segnali di scollamento fra speranze e realtà erano emersi la settimana scorsa.
Da gennaio Piazza Affari aveva corso più delle altre Borse, prima volta da anni. Eppure dall’inizio del mese qualcosa si era spezzato. Come a maggio 2011, subito prima che l’Italia venisse investita dal contagio, il listino di Milano ha iniziato a perdere mentre gli altri tenevano.
Questo non è il 2011, certo. Ora esiste una garanzia (condizionata) della Banca centrale europea, quindi il mercato sa che l’Italia potrà sempre trovare un prestatore ultimo a Francoforte se necessario.
Ma se c’è un filo rosso che collega quei giorni traumatici a questi, è nel fatto che il Paese non è mai riuscito a liberarsi davvero dalla recessione in cui è piombato tre anni fa. Il calo dell’economia nei primi tre mesi del 2014 è appena dello 0,1%, poca cosa dopo un crollo di oltre il 5%, ma contiene un duplice messaggio.
Il primo è che l’Italia di oggi non ha i muscoli per risalire dal fondo e, evidentemente, non ha usato questi anni per costruirli. Ma l’altro messaggio di ieri è che questa debolezza cronica ancora una volta minaccia l’architettura di bilancio del governo in carica. Oggi quello di Matteo Renzi, come ieri quelli di Enrico Letta, Mario Monti e Silvio Berlusconi.
Non c’è dubbio infatti che l’impianto dello sgravio da 80 euro al mese da ieri poggia su basi meno solide. L’Istat fa sapere che quest’anno l’Italia per ora è decresciuta dello 0,2% dunque, calcola Sergio De Nardis di Nomisma, per il 2014 può contare al massimo in un Pil in aumento dello 0,2% o 0,3%.
È una stagnazione, non la ripresa annunciata.
L’Istat peraltro stima che spendere 6,7 miliardi per il bonus Irpef già nel 2014 genererà circa 1,5 miliardi crescita in più.
Il resto verrà risparmiato dalle famiglie per paura del futuro, finirà ai produttori esteri di smartphone o farmaci comprati dagli italiani, o in parte ai professionisti in posizione di rendita che si fanno pagare troppo cari i propri servizi.
Dunque il governo spende molto per raccogliere poco: poichè il motore dell’economia italiana è palesemente guasto da anni, la benzina che i vari esecutivi cercano di versarci dentro perchè sia consumata spinge poco lontano.
Era successo con i 5 miliardi dell’Imu del governo Letta, può riprodursi con i 6,7 miliardi dell’Irpef di quello di Renzi benchè quest’ultima misura miri all’equità sociale con molta più determinazione.
Ma con un’economia quasi a zero, anzichè in ripresa, rischiano di non esserci neanche i soldi previsti per finanziare il bonus Irpef rispettando l’impegno a non far salire il deficit oltre il 3% del Pil.
In un Paese fermo infatti la coperta si accorcia. Poichè la crescita sarà più debole di quanto stimato dal governo, l’ammanco di cassa prevedibile per la fine dell’anno sembra essere di circa 4,5 miliardi di euro.
Basta un minimo intoppo negli ingranaggi pensati per coprire la spesa del bonus Irpef, perchè il deficit torni di nuovo eccessivo.
Siamo solo a maggio ma, come l’anno scorso, già si allunga l’ombra di una manovra correttiva in estate o in autunno. Allora il governo la smentì per poi farla in ottobre e anche oggi lo percorso ha iniziato a ripetersi.
Per spezzare l’incantesimo di questo ciclo continuo di cadute del Pil, manovre, nuove cadute e ulteriori strette al bilancio, il governo può guardare ai dati sui Paesi europei pubblicati ieri. Eurostat segnala che economie fragili come Spagna, Portogallo o Irlanda sono risalite nell’ultimo anno, mentre l’Italia è scesa ancora di più.
Quelli restano Paesi carichi di problemi, ma hanno un aspetto in comune: cercano di adattare le proprie istituzioni economiche interne alla nuova realtà della vita in un’unione monetaria.
Hanno capito che non si può giocare a calcio continuando a indossare i tacchi alti come prima. In quei Paesi i negoziati sui salari non escludono certo i sindacati, ma avvengono sempre più al livello delle singole aziende per permettere loro di stare sul mercato.
Magistrati e avvocati sono sotto pressione per produrre una giustizia dai tempi praticabili, non decennali. E contro la corruzione non si creano «task force», ma si rende il falso in bilancio un reato per cui si va in carcere.
Quanto alla Spagna, poi, il governo è stato costretto ad affrontare il problema delle banche prima e con forza, senza rinviarlo.
Solo in Italia il credito (a marzo) è di 27 miliardi sotto i livelli di un anno fa. Non che ciò risolva tutti i problemi. I dati Eurostat di ieri gettano luce su un’area euro che emerge dalla sua crisi in pezzi.
L’unione monetaria resta un edificio di pieno di squilibri. Non fosse per la Germania che cresce dello 0,8%, l’area nel suo complesso sarebbe ferma.
La Francia lo è e sembra avere molti degli stessi problemi dell’Italia. Persino le economie un tempo più vicine alla Germania arrancano: l’Olanda vive una recessione dettata dai bilanci delle famiglie, in profondo rosso a causa dei mutui casa; la Finlandia somiglia a un’azienda il cui modello di business è saltato: persa Nokia, l’unica grande impresa, scopre nell’era digitale che l’export del suo legname per produrre carta sta crollando.
Solo l’Austria sembra tenere il passo della Germania e di un euro talmente forte che in ogni altro Paese deprime l’export e i consumi, facendo salire solo il debito in rapporto al Pil.
Ora tutti guardano a Mario Draghi perchè riduca lo stress che schiaccia ancora l’area euro. Per la Bce i prossimi mesi non si annunciano più tranquilli degli anni passati: nel 2012 ha sedato la crisi, ma questa può risvegliarsi in ogni momento.
Federico Fubini
(da “la Repubblica“)
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Maggio 10th, 2014 Riccardo Fucile
LE ECONOMIE SVILUPPATE NON FONDANO IL PROPRIO BENESSERE SULLA SVALUTAZIONE DELLA MONETA… L’USCITA DALL’EURO AVREBBE L’EFFETTO DELL’ATOMICA SUL SISTEMA ECONOMICO
Le strida gravide di superstizioni, millenarismi, oscure profezie e auto da fè compongono
l’inquietante colonna sonora dei periodi bui.
Come in fisica, anche nella psiche i vuoti non permangono e pertanto il risucchio delle certezze innesca il dilagare dell’irrazionale.
Il complotto teutonic
Accade così che il sacro furore, un tempo sfogato su untori e streghe, nell’era di Internet si riversa sull’euro e il complotto teutonico.
Non c’è discorso razionale o verità storica che tenga. Non vale ad esempio puntualizzare che i tedeschi erano contrarissimi all’ingresso dell’Italia nella moneta unica.
Romano Prodi all’epoca aveva persino annunciato che l’Italia non sarebbe stata tra i paesi fondatori.
Poi appreso che la Spagna di Josè Aznar ci avrebbe inferto un umiliazione con l’adesione della Spagna, si precipitò ad implorare un Kohl sommamente infastidito.
In pochi giorni stravolse la legge finanziaria (con eurotassa una tantum) e solo l’insistenza dei francesi forzò i partner a serrare occhi e orecchie di fronte a plateali imbrogli contabili (definiti pudicamente finanza creativa).
Il tripudio per la storica impresa fu unanime: la politica (Berlusconi , Lega e sinistra radicale inclusi) era in estasi, i giornali spandevano incenso, i contrari si contavano numerosi come i fascisti il 26 aprile 1945.
La tormentata (e immeritata) entrata nella moneta unica era stata solennemente oliata da promesse su cui Carlo Azeglio Ciampi aveva speso il proprio prestigio.
Già da allora era palese la sfida. Spesa pubblica e sistema pensionistico erano cappi da decenni. Il sistema produttivo non riusciva a competere sui mercati internazionali nei segmenti bassi (per il costo del lavoro alto e le imposte a livello scandinavo); arrancava penosamente nei beni ad alta tecnologia e servizi avanzati perchè le aziende tagliavano la ricerca per satollare l’Inps e saldare l’Irap.
Le università erano in mano a baroni dediti al reciproco azzannamento per sistemare congiunti e portaborse. Le infrastrutture cadevano a pezzi mentre burocrati e ceti protetti tiravano a campare sventolando il vessillo dei diritti (scevri da doveri).
Della giustizia, dell’energia, delle mafie nei consessi Ue si taceva come della corda in casa dell’incaprettato.
In 15 anni si è proceduto in direzione inversa e le zavorre del sistema Italia si sono appesantite, soprattutto (ma non esclusivamente) per l’insipienza della Corte dei Miracoli assemblata da Berlusconi, con Tremonti in testa.
E siccome il ridicolo è la cifra della scalcagnata Armata #noeuro (con tanto di hashtag come si conviene alla gggente), il Caimano, percependo il vento elettorale di Beppe Grillo (che ha sdoganato la boutade), vi si è prontamente installato alla testa.
Gente che ha votato impassibile tutte le leggi che implementavano la governance dell’euro, dal Fiscal compact, al pareggio di bilancio in Costituzione
Il miraggio della moneta filosofal
Del resto il debole dei politicanti per la politica monetaria è storia antica e tragica. Più sono incompetenti e infingardi più l’adorano.
Perchè fornisce un capro espiatorio (la banca centrale) quando le cose vanno male e perchè consente di evitare le scelte virtuose che spazzerebbero via clientele e interessi organizzati. Come ogni simulacro di bacchetta magica allieta i comizi, un faro da cui irradiare retorica mentre nel buio retrostante si muovono i tentacoli viscidi del Potere.
Non sono mai esistite economie sviluppate che crescono solo in virtù della politica monetaria. Non sono mai esistite economie sviluppate che hanno fondato il benessere sulla svalutazione sistematica.
La credenza che le presse della Zecca riattivino le catene di montaggio di aziende decotte o evitino le conseguenze di politiche scellerate equivale alla versione moderna della pietra filosofale.
La politica monetaria permette al massimo uno spazio temporale di manovra per affrontare i nodi strutturali e dare un impulso alla produttività , unica fonte di crescita e benessere sostenibile. La moneta costituisce lubrificante dell’attività economica, che la banca centrale dovrebbe dosare con cura.
I guai iniziano quando si scambia il lubrificante per carburante.
Infatti questa crisi è figlia di una Federal Reserve americana che da 15 anni gonfia i prezzi delle attività finanziarie con denaro a go go e poi si trova a doverne fronteggiare il crollo.
In Giappone si prova da venti anni con la droga monetaria senza ottenere risultati apprezzabili. Ultimamente la Banca del Giappone ha provocato una drastica svalutazione dello yen e il risultato più vistoso finora è stato un tonfo record della bilancia dei pagamenti.
La moneta filosofale non esiste al pari della pietra.
Per di più l’abbandono dell’euro sarebbe l’equivalente di un’atomica economica. Al mero annuncio di un referendum, preteso dal M5S (ma al momento vietato dalla Costituzione) si diffonderebbe un’ondata di panico tra i i risparmiatori con conseguente corsa agli sportelli per ritirare gli euro prima che al loro posto rimanga una carta straccia denominata lira.
Nel giro di qualche giorno il sistema bancario collasserebbe, poi toccherebbe alle aziende senza credito e infine seguirebbe tutto il resto.
Solo i milionari con i soldi all’estero riderebbero.
Senza dover ricorrere alle divertenti battute per le quali vanno famosi.
Fabio Scacciavillani
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 8th, 2014 Riccardo Fucile
“PROFESSIONALITA’ E COMPETENZA NELLE CANDIDATURE, BASTA REDUCI E RACCOMANDATI”… “L’80% DEI COLLABORATORI E’ SCELTO TRA PARENTI E AMICI, OCCORRE MORALIZZARE E FARE UN CONCORSO PUBBLICO PER DARE LAVORO AI GIOVANI CHE MERITANO, NON AI CONGIUNTI”
Incontriamo la dott.sa Susy De Martini mentre corre da un impegno elettorale ad un altro: parlamentare europea uscente di Forza Italia è infatti ricandidata alle prossime elezioni nel collegio Nord ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria)
In nome di una lunga amicizia accetta una intervista un po’ fuori dalle righe, sicuramente una delle meno formali finora affrontate.
Ci tolga una prima curiosità : è vero che al Parlamento europeo è stata accolta con tutti gli onori dagli altri gruppi perchè finalmente hanno trovato un parlamentare italiano che parla bene l’inglese e il francese? Fatto così raro?
Contrariamente a quanto accade in Italia nella selezione del personale politico, dove contano appoggi e amicizie, all’estero valgono i titoli. Per gli inglesi è essenziale il curriculum, è la prima cosa che guardano per valutare un aspirante politico o un collega. Purtroppo i parlamentari italiani in Europa non brillano per conoscenza delle lingue e questo diventa un grosso handicap nei rapporti interpersonali.
Ci può svelare quanti parlamentari italiani padroneggiano inglese e francese a un certo livello?
Solo cinque su settantadue
Andiamo bene, allora… E’ vero che le due principali commissioni (esteri e bilancio, di cui lei fa parte) sono riservate solo a chi conosce perfettamente le lingue? Se così fosse, verrebbe da chiedersi che ci vanno a fare a Bruxelles tanti politici italiani: i peones ?
Chi ha determinate qualifiche entra a far parte delle commissioni che contano, quelli che lei chiama peones vengono dirottati su commissioni di secondo piano, come le Pari Opportunità , ad esempio. Nella commissione Esteri di italiani siamo solo io, Arlacchi e, quando si vede, De Mita. Eppure sono commissioni importanti: il 21 agosto scorso si doveva decidere la posizione da tenere in merito ai bombardamenti in Siria.
Parliamo di costi. Hanno ancora senso le due sedi distaccate, Bruxelles e Strasburgo?
No, non hanno senso, ma esiste un trattato cui la Francia non intende rinunciare. Questa posizione ci costa 1 miliardo di euro a legislatura che si potrebbero risparmiare chiudendo la sede di Strasburgo. Attualmente ci si riunisce per le commissioni a Bruxelles tre settimane al mese, per l’assemblea plenaria una settimana a Strasburgo. Gli italiani a Bruxelles sono pochi, nelle commissioni si lavora duro, dal lunedi al venerdi. La maggior parte si fa vedere solo a Strasburgo per fare passerella.
Solo per salvarsi dalle statistiche delle presenze quindi?
Qualcuno, non faccio nomi, ma non è un politico sconosciuto, anche per andare al vicino Casino’
Quanto guadagna un parlamentare europeo, al netto delle spese del personale e del rimborso viaggi?
La cifra esatta netta è di 6.120 euro al mese. Due collaboratori sono pagati direttamente dalla Ue, sono dipendenti fissi e percepiscono uno stipendio sulla base delle normative belghe. Poi si può usufruire di un badget per le collaborazioni locali, ma tutto passa tramite un organismo di controllo che garantisce anche il versamento dei contributi.
Lei ha un curriculum invidiabile, con docenze universitarie in medicina sia in Italia che negli Usa e incarichi prestigiosi: ha avuto qualche imbarazzo a trovarsi accanto presunte veline e addette alla reception?
Nessun imbarazzo: per il semplice motivo che per imbarazzarmi avrei dovuto vederle qualche volta. Battuta a parte, si ritorna al metodo di selezione: se si scelgono candidate in quota correnti interne, frequentazioni private e magari posti di lavoro trovati grazie ad appoggi politici, non si fa molta strada a livello qualitativo. Diciamo che la meritocrazia è altra cosa…
Chi la conosce sa che non è una che non le manda a dire e questa sua “autonomia” le ha procurato qualche guaio in Forza Italia: stavano per non ricandidarla …
Penso che la mia ricandidatura sia stata vista di ostacolo da parte di qualcuno che puntava alla propria rielezione senza competizione. Devo ringraziare Antonio Martino che ha segnalato la professionalità e l’impegno con cui ho lavorato nelle commissioni. Non ho mai avuto problemi a fare un passo indietro: un conto è farlo di fronte a personalità di livello superiore, altra cosa per dare spazio a raccomandate.
Che pensa dell’esclusione dalla lista dell’ex ministro Scajola? Se passano dei condannati in primo grado, in fondo non ne avrebbe avuto diritto anche uno finora assolto?
Non entro nel merito della vicenda processuale, ma qua siamo di fronte a una posizione schizofrenica. Qualcuno mi spiega perchè si può candidare un inquisito o un condannato e invece si esclude dalla lista chi è stato assolto? E’ solo una questione di criterio e di buon senso. Per non parlare dell’ ingratitudine verso chi ha dato tanto a Forza Italia.
Questa volta è l’unica candidata ligure di Forza Italia: se fosse eletta ha problemi a collaborare con la giunta regionale di centrosinistra?
Ho lavorato nelle Università americane, si figuri se ho problemi a collaborare con qualcuno. Certo non aiuta una Regione, come la Liguria, che ho dovuto incalzare su tanti temi, dalle infrastrutture al porto, alle ferrovie, non risparmiando critiche costruttive.
Lei si è iscritta al gruppo dei conservatori inglesi di Cameron, non al Ppe: ci spiega perchè?
Per un semplice motivo, io mi sento di destra e non democristiana, quindi la mia collocazione naturale è quella. Preferisco la chiarezza ai compromessi: infatti non ho un carattere facile
E’ nota la sua antipatia verso la politica della Merkel e verso l’egemonia tedesca nelle scelte economiche della Ue. Vuole anche lei uscire dall’euro o chiede di rinegoziare i trattati?
La via più logica è quella di una rinegoziazione profonda dei trattati che hanno penalizzato l’Italia a tutto vantaggio di altri Paesi. Era più facile non entrarci che uscire ora dall’euro, in ogni caso un’uscita va programmata nel tempo, altrimenti ci sarebbero contraccolpi notevoli sulla nostra economia. L’ultima cosa che ci possiamo permettere è di vedere salire i mutui alle stelle. Fermo restando che l’Europa è altra cosa dagli interessi di parte della Germania e su questo è ora che il governo italiano si faccia sentire.
Lei gode dell’appoggio di numerose associazioni liberali: ma anche Scelta europea non si rifà ai principi del libero mercato?
Mi vuole provocare? Scelta europea è politicamente una grossa truffa, è la Lista Monti sotto altro nome, nulla di più. Quali principi del libero mercato difenderebbe se ha votato contro gli accordi con gli Usa per il libero scambio? Ha mai visto veri liberali allearsi con la sinistra?
I problemi del lavoro e della crescita possono essere almeno parzialmente risolti a livello europeo con un cambiamento di rotta o è una mission impossibile?
E’ chiaro che contano molto le politiche economiche dei singoli Stati nazionali, ma è innegabile che a livello europeo molto si sarebbe potuto fare e si potrà fare in futuro per rilanciare la crescita. Ma occorre un cambiamento reale di mentalità e alcuni Paesi devono rinunciare ai propri egoismi. L’accordo sul libero scambio garantisce ad esempio 200.000 nuovi posti di lavoro, vogliamo rinunciarci?
Finiamo con una cattiveria: quanti parenti ha sistemato tra i collaboratori o portaborse europei? E quanti ne ha invece trovati tra gli altri parlamentari, senza specificare i partiti di appartenenza?
Per quanto mi riguarda metto a disposizione l’elenco dei miei collaboratori a chiunque: nessuno parente, potete verificare tranquillamente. Devo dire che ho dovuto putroppo toccare con mano una realtà ben diversa per quanto riguarda l’insieme dei parlamentari, con parentele fino all’ottavo grado e scambio di parenti tra esponenti di partiti diversi, in modo da non far figurare una “collaborazione” diretta.
Che percentuale quindi esiste di parenti e amici-che tra i collaboratori dei parlamentari italiani in Europa? Ha un’idea?
Non meno dell’80%. Per questa situazione scandalosa, se sarò eletta, intendo proporre un metodo di concorso pubblico aperto, rivolto ai giovani. Deve poter lavorare chi merita, non chi è amico degli amici: la politica si cambia con scelte coraggiose.
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Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile
C’ERA UNA VOLTA IL MITO DI “ITALIA-GERMANIA, 4 A 3”: OGGI LO SCARTO TRA I DUE PAESI SEMBRA INCOLMABILE… LORO HANNO BENEFICIATO DELL’EURO MA IL PRIMATO SE LO SONO CONQUISTATO. E ORA INCASSANO
Italia-Germania 4 a 3” è più di un simbolo. Oltre l’amore per il gioco del calcio è l’emblema di un
riscatto personale che in quel 1970 coincideva con un futuro di speranze.
L’Italia si è crogiolata a lungo sul senso di quella partita e si è baloccatanell’idea che quel risultato continuasse a segnare i rapporti tra i due paesi.
Che quelle cifre costituissero la giusta ripartizione dei meriti e delle colpe.
L’ultimo ventennio ha rappresentato invece una doccia fredda. La Germania si è confermata quello che è quasi sempre stata, una potenza economica mondiale mentre l’Italia ha perso quota, andando in affanno nel processo di unificazione europea e accumulando un ritardo forse incolmabile. I numeri sono impietosi.
Un paese in pole position
Il paese di Goethe, Bach e Hegel è infatti la prima economia dell’Unione europea con un Pil che rappresenta il 29% di quello dell’Eurozona. Non si tratta solo di 2.700 miliardi prodotti ogni anno da una popolazione di 80 milioni o di una disoccupazione al 6,9%.
La Germania è anche il paese che sfrutta il settore manifatturiero, il 25,5% del Pil in cui occupa il 33% della manodopera europea del settore. È quella del surplus della bilancia commerciale con un attivo di oltre 188 miliardi di euro nel 2012.
Questa realtà continuerà a essere inaggirabile a prescindere dalle sorti dell’euro.
In particolare per l’Italia che ha nella Germania il primo partner commerciale. Nel 2013 l’interscambio bilaterale ha raggiunto circa 101 miliardi di Euro, quasi pari alla somma degli interscambi fra Italia e Francia e fra Italia e Regno Unito insieme.
La Germania è il primo Paese di provenienza di turisti stranieri nel nostro, con la cifra record di 10,2 milioni toccata nel 2012 e un afflusso di 6,4 miliardi.
Con queste premesse appare difficile per il nostro paese liberarsi dall’abbraccio tedesco anche se dovesse affermarsi l’ipotesi di un’uscita dall’euro.
Eppure, la Germania è indicata, e in parte lo è, come la regista delle politiche monetarie che hanno strozzato i paesi dell’area mediterranea a cominciare dalla Grecia.
Ma è davvero così? Chi propugna il ritorno a una moneta nazionale non ha dubbi.
I dati reali dell’economia consentono però qualche cautela.
La Germania, infatti, ha beneficiato più di tutti dalla moneta unica e dall’unificazione monetaria. La possibilità di debellare, tramite l’euro, le svalutazioni competitive di concorrenti-alleati come Francia e Italia, è stata un elemento chiave.
Mentre tutti sono stati costretti a correre al ritmo dei successi dell’euro – cresciuto, sul dollaro, dallo 0,85 del 2001 all’1,59 del 15 luglio 2008 per poi ridiscendere all’odierno 1,36 — la Germania aveva già quell’andatura nelle gambe.
Il paradosso è che non si tratta di un merito della “cattiva” Merkel ma del suo predecessore, Gerhard Schroeder.
Fu lui, al potere tra il 1998 e il 2005, a consentire all’industria tedesca di accumulare vantaggi competitivi a scapito del lavoro.
L’Agenda 2010 ha rappresentato un’abbuffata di riduzione degli oneri sociali per le imprese, facilitazioni nei licenziamenti, sviluppo dei lavori precari, stretta sulle pensioni che hanno abbattuto i costi della produzione.
La “cura Schroeder” ha distrutto la Spd, che da allora non si è più ripresa, ma ha consentito ad Angela Merkel di presentarsi come leader in grado, addirittura, di mitigare le misure di austerità del cancelliere socialdemocratico e di vincere tre elezioni di fila.
Di quella stagione si ricorderanno in particolare i “mini-job” nati in seguito alle “leggi Hartz” che hanno coinvolto circa 5 milioni di lavoratori a 400 euro al mese.
Roba da far invidia a mezza Europa.
I meriti di Angela e quelli di Gerhard
La Germania di Angela Merkel ha approfittato di questa eredità e poi dell’opportunità offerta dalla moneta unica.
Le politiche di dosaggio dell’inflazione imposte alla Bce sono servite a tenere alta la quotazione dell’euro, a legare le mani agli alleati europei e a gestire al meglio il principale vantaggio competitivo tedesco ereditato dal crollo del muro di Berlino: lo sfondamento a est.
Qui, le fortune della Germania iniziano a separarsi dalle disgrazie degli altri paesi europei.
Un sistema industriale, quello orientale, dell’ordine di circa 600 miliardi di euro fu inglobato per l’87% da imprese della Germania occidentale e grazie a questa “annessione” — per utilizzare il termine dell’economista Vladimiro Giacchè, autore del libro Anchluss — il paese è dilagato verso l’intera Europa orientale con il suo mercato e, soprattutto, la sua forza lavoro a basso costo.
Si è così costituita un’area di influenza formata da un indotto a basso costo e da un mercato di sbocco.
Se gli investimenti esteri della Germania nel 1995 si indirizzavano per 19 miliardi in Francia, 7,3 miliardi nell’Europa orientale e 1,1 miliardi in Cina, nel 2012 questa proporzione cambia significativamente: cresce la Francia a 63 miliardi ma l’Europa orientale schizza a 83 e la Cina si amplia fino a 30 miliardi.
Ecco che emerge la seconda caratteristica tedesca e ne spiega il successo, l’internazionalizzazione.
La specializzazione in beni strumentali e in vetture di alta gamma consente alla Germania di beneficiare al meglio del boom dei paesi emergenti degli anni 2000. L’export sale dal 23,7% in relazione al Pil del 1995 al 51,9 del 2012, quello extra Ue sale dall’8,5 al 18%.
La Germania e il mondo
Il commercio con l’estero avviene al 57% nell’Unione europea, l’11,9% con i paesi europei extra-Ue, tra cui Russia e Turchia, il 16,3% con l’Asia e l’11,7% con l’America.
Accanto all’occidente si apre il mercato asiatico come dimostrano i risultati eccezionali della Volkswagen in Cina.
La Germania, quindi, ha certamente beneficiato del mercato unico e dell’unione monetaria ma le politiche della Ue sono state concertate da tutti i governi e l’intreccio delle economie dei principali paesi europei aiuta a capirne le ragioni.
Non è detto però che le cose non possano cambiare.
La Germania è un paese che sta invecchiando, alcune previsioni indicano per il 2060 nel 33% la quota di anziani sopra i 65 anni di età con una popolazione che potrebbe scendere dagli 80 milioni ai 67.
Nel dibattito tedesco è forte l’allarme di trovarsi con una quota di anziani fortemente impoveriti nei prossimi decenni.
Lo stesso boom dei paesi emergenti si sta riducendo e paesi come Cina o Turchia inizieranno ben presto a costruire da sè i beni strumentali che oggi acquistano a Berlino. In questo cambiamento, anche il rapporto con l’Italia potrebbe mutare.
Ma servirebbe un paese che recuperasse i venti anni persi sul fronte della modernizzazione.
Fino ad allora, nel confronto con i tedeschi, non ci resta che ricordare la mitica “Italia-Germania, 4 a 3”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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