Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
“I PARTITI SOCIALISTI SONO VECCHI E NON ATTIRANO PIU’ I GIOVANI”
Che aspetto ha l’irregolare premier Renzi agli occhi di un trasgressivo doc come Daniel Cohn-Bendit, rottamatore ante litteram di qualsiasi regola scritta prima e dopo il suo ’68?
«Difficile giudicare, Renzi è stato sindaco di Firenze ma non ha esperienza di governo» risponde il leader «liberale-libertario» del maggio francese passato negli anni dalla fede marxista a quella nell’Europa, dove è stato a lungo parlamentare dei Verdi. Un ecologista convinto che, diversamente dai NoTav, difende l’alta velocità .
Basta l’adrenalina di Renzi a fare un leader politico?
«L’energia è importante soprattutto in un paese bloccato come l’Italia che resiste ai cambiamenti. Ma non è sufficiente. Personalmente non ho ancora capito la sua posizione politica, se è un liberale o se è per le regole. Sembra un libro aperto ma con le pagine bianche».
È un libro rivoluzionario?
«Di certo Renzi ha fatto una rivoluzione, nel senso che ha preso il potere con una rivolta interna al suo partito. Non so però dove vada questa rivoluzione, a destra, a sinistra, verso l’altro, verso il basso..»
Il debutto internazionale del neo premier italiano è stato il congresso romano del PSE. Che peso ha oggi la famiglia socialista in Europa?
«Grazie a un paio di governi i socialisti potrebbero avere un ruolo ma non si mettono d’accordo. Hollande non ha saputo lavorare nè con i suoi colleghi italiani nè con gli spagnoli. Il limite del PSE è che manca di una strategia riformista e socialdemocratica per l’Europa».
Renzi ha parlato dell’Europa dei popoli, dell’urgenza di colmare lo spread sociale prima di quello politico.
«Belle frasi ma del tipo che possono essere pronunciate da tutti, conservatori compresi. Nessuno direbbe mai che vuole l’Europa dei governi. Il punto è avere una visione, lavorare perchè gli Stati Uniti d’Europa diventino una realtà che si muove compatta sul riscaldamento globale, su come regolare la globalizzazione, sulla difesa delle economie dei paesi del sud dall’attacco dei mercati, sull’ambiente. Ecco, Renzi non ha idee sull’ecologia, pare qualcosa che per lui non esiste».
Dopo il voto del 25 maggio il Parlamento di Strasburgo sarà invaso dai barbari, populisti, nazionalisti, neonazi?
«Ci sarà un’avanzata dei populismi. Ma non prenderanno la maggioranza. Tra l’altro sono molto diversi l’uno dall’altro, si va dal qualunquismo italiano alla Beppe Grillo al nazionalismo francese. Ma il loro impatto dipenderà dalla resistenza che sapranno apporre le forze democratiche disposte a fare compromessi, i conservatori, i socialisti, i liberali, i verdi di cui in Italia parlate così poco».
Dei verdi italiani si parla quando ci sono proteste NoTav.
«In Italia ci sono forze con un potenziale ecologista. La Tav è fondamentale se vogliamo ridurre l’impatto degli aerei. Ma la questione è complessa: se non può passare da lì, la discussione non dovrebbe vertere sul no ma sul dove farla passare in alternativa. Io credo che ci serva».
Vent’anni fa l’Europa era sinonimo di Erasmus per i giovani, un vero mito. Come mai oggi interessa così poco ai ragazzi?
«I giovani vivono l’Europa quotidianamente, vedi italiani, francesi, spagnoli, lavorare in tutte le città di tutti i paesi. Solo che seppure sono nell’associazionismo non si interessano alla politica tradizionale. Il problema è che oggi Bruxelles fa una politica tradizionale. Io vorrei che la Commissione finanziasse ogni anno lo studio all’estero di un milione di studenti europei che poi statisticamente si fidanzerebbero tra loro. Che nazionalità avrebbe il figlio di un’olandese nata a Amsterdam da genitori turchi e un francese nato a Parigi da genitori marocchini? Europea».
Una volta i partiti socialisti e comunisti seducevano i giovani. Oggi, se va bene, i loro genitori. Come mai?
«Perchè i partiti socialisti sono vecchi e non solo sull’Europa. Come può un giovane essere attratto da Hollande? Lo dico da verde, ma è così. Dobbiamo parlare ai ragazzi, spiegare loro che in un futuro prossimo la soluzione a tanti problemi non sarà più nazionale, dal clima al regolamentare la globalizzazione, e la sovranità europea farà la differenza. Anche oggi potremmo sperare di avere un peso sulla crisi Ucraina se, per esempio, dicessimo in coro a Putin che nessuno parteciperà alla Coppa del mondo tra quattro anni e mezzo e i suoi stadi resteranno vuoti. Tra trent’anni nè la Francia, nè l’Italia nè la Germania saranno nel G8. O conteremo qualcosa nel mondo come Europa o saremo nulla»
Francesca Paci
(da “la Stampa”)
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Marzo 1st, 2014 Riccardo Fucile
SOLDATI RUSSI E BLINDATI IN CRIMEA PER TUTELARE GLI AFFARI MILIONARI DELLA CORTE DI PUTIN
Vladimir Putin va alla guerra. Il presidente russo ha chiesto al Senato russo di inviare
truppe in Ucraina «per normalizzare la situazione».
Il drammatico sviluppo è giunto al termine di una mattinata in cui le notizie provenienti dal paese ed in particolare dalla Crimea si sono fatte sempre più incalzanti ed il contagio delle manifestazioni filo russe si è esteso anche alle regioni sudorientali del Paese.
L’OCCUPAZIONE
Il ministro della Difesa ucraino aveva già annunciato l’arrivo in Crimea di 6.000 soldati e di 30 blindati russi, mentre il neopremier della regione autonoma Serghiei Aksionov, eletto giovedì scorso dopo l’occupazione del Parlamento locale da parte di elementi filorussi armati, aveva chiesto a Putin di «aiutare a garantire la pace e la calma nel territorio di Crimea».
IL CONTAGIO
Un grido subito raccolto da un responsabile del Cremlino che aveva detto che Mosca non avrebbe ignorato la richiesta. La Duma poi ha fatto appello al presidente Putin affinchè «siano usate tutte le misure per stabilizzare la situazione in Crimea e proteggere la popolazione». Ancora più esplicita era stata la Presidente del Senato russo che aveva preannunciato la possibilità dell’invio di truppe.
Anche nelle piazze intanto i filorussi alzano il tiro. A Donetsk, nell’sudest dell’Ucraina, feudo dell’ex presidente ucraino Viktor Ianukovich, sono scese in piazza 10.000 persone sventolando bandiere russe, mentre a Kharkiv, sempre nelle regioni orientali, insorti filorussi hanno occupato il palazzo dell’amministrazione regionale e decine di persone sono rimaste ferite nell’assalto.
ANTICIPATO IL REFERENDUM
Un’accelerazione si registra anche sul fronte del futuro status della Crimea. Il nuovo governo di Simferopoli, che il premier ucraino Arseni Iatseniuk ha oggi definito «illegittimo», ha deciso di anticipare il referendum per una maggiore autonomia della regione al 30 marzo dal 25 maggio inizialmente previsto, mentre nei prossimi giorni il parlamento russo esaminerà una proposta di legge che facilita l’assorbimento di nuovi territori senza bisogno della firma di un trattato internazionale.
Sarà appunto sufficiente organizzare un referendum. Sembra rimanere quindi assolutamente inascoltato l’appello lanciato dal ministro degli esteri ucraino Andrei Deshizia che ha auspicato un «dialogo con la Russia». «Non dobbiamo passarci pezzi di carta – ha detto – Io parlo russo, posso comunicare». Pure nel vuoto sembrano cadere gli appelli a preservare «l’integrità » e «la democrazia» dell’Ucraina dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, dal presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso e da altre voci europee.
STATI UNITI IN CAMPO
La diplomazia internazionale è al lavoro per scongiurare l’escalation. Obama ha avvertito Mosca che ogni intervento nella crisi di Kiev «sarebbe profondamente destabilizzante per l’Ucraina e potenzialmente pericoloso» e, «sarebbe una chiara violazione dell’impegno russo al rispetto dell’indipendenza, della sovranità e delle frontiere dell’Ucraina, delle leggi internazionali». Soprattutto: avrebbe «un costo».
C’è stata poi la seconda telefonata in due giorni del vicepresidente americano Joe Biden al neo-primo ministro ucraino ad interim, Arseniy Yatsenyuk: secondo quanto riferito dalla Casa Bianca, di fronte al precipitare della crisi in Crimea, il vice di Barack Obama ha voluto «riaffermare il forte sostegno degli Stati Uniti per il nuovo governo e il nostro impegno a favore della sovranità , dell’integrità territoriale e del futuro democratico dell’Ucraina».
Biden ha inoltre «elogiato» le autorità di Kiev «per la loro reiterata moderazione», ricordando inoltre come Yatsenyuk abbia garantito di voler ottemperare agli obblighi internazionali assunti dal suo Paese, e di operare nell’interesse dell’intera popolazione, non solo dei sostenitori delle vecchie forze di opposizione.
(da “La Stampa“)
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Marzo 1st, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO UCRAINO CHIUDE LO SPAZIO AEREO
«Corri, i russi sono all’aeroporto!». Quando il telefono suona e un amico ucraino mi avverte, l’alba si è appena levata su Simferopoli, questo orribile minuzzolo di capitale. Cade una neve incerta, sobborghi squallidi sfumano nel cielo grigio come una immensa lastra di ardesia, accanto alla strada un piccolo, triste, fiume color dell’alluminio.
Eppure lo scalo è aperto, le luci sono accese, sulla pista rulla già il primo volo per Kiev previsto alle sette. Davanti all’ingresso del vecchio aeroporto, un incredibile tempietto con colonne, capitelli attici, frontoni (Stalin amava la Grecia antica…) ora ristorante, sono parcheggiati alcuni grossi camion.
Eccoli! Soldati in mimetiche verdi, zainetti leggeri da combattimento, le canne dei mitra rivolte verso il basso, pattugliano placidamente il piazzale, il parcheggio dei bus, vanno e vengono affaccendati dal ristorante scelto come posto comando.
Non bloccano nessuno, non hanno chiuso porte e scale, non minacciano. Sono silenziosi, corretti, tranquilli. E soprattutto non hanno insegne o mostrine.
I miliziani delle forze di autodifesa dei russi di Crimea, che li affiancano come per un servizio d’ordine, quelli sì, sono più agitati e non si nascondono: al braccio hanno il fiocco con i colori arancione e nero, l’ordine di san Giorgio, una sorta di croce di ferro dell’antica Russia.
Colpo di mano in sordina
Ci avviciniamo a uno dei soldati misteriosi: «Buon giorno, siete ucraini?». Gli occhi del soldato ci attraversano come se non esistessimo, continua la sua ronda senza fermarsi. Questa è una invasione muta. Ma parlano le loro armi: ad esempio i fucili per cecchini di cui dispongono gli «spetnaz», le truppe speciali dell’ esercito russo.
È cominciata così, dunque: secondo lo stile da iceberg di Putin, non si a mai dove è la parte sommersa. Basta con i distinguo, le scioccherie, di colpo freddo arcigno spaurevole manesco come un facchino.
È un intervento bonsai, senza bandiere, riscalducciato, ma forse per questo ancora più brutale degli antichi cainismi di stile sovietico. In fondo si tratta pur sempre di spremere la gente come uva nel frantoio.
Di colpo la originaria assenza di buon gusto mette in mostrale proprie viscere così educatamente nascoste.
In Ucraina Mosca ha subito, con la rivoluzione, un rovescio, ma non accetta, non vuole uscirne pesta e sbaragliata. Dopo aver vilipeso per una settimana alla televisione «i nazisti di Maidan», e aver aizzato i russi della Crimea mettendo loro la benda agli occhi e l’arma in pugno, colpisce. Con l’arroganza insulsa e distratta di chi riapre la porta di casa, recupera roba sua.
«Stato di emergenza»
Per molte ora la corbellatura degli uomini armati senza etichetta continua, come si avesse paura a riconoscere la realtà . Intanto altri soldati russi hanno preso il controllo anche dell’altro aeroporto, Belbek, vicino a Sebastopoli, dove atterrò Gorbaciov per la sua fatale vacanza in Crimea. «Le nostre forze sono circondate dall’ottantunesima brigata della Marina russa, 2mila uomini, ci sono i cecchini» strilla Kiev.
Otto elicotteri eruttano rinforzi. Bloccano anche il comando della Marina ucraina. E sono arrivati i soldati muti anche davanti alla sede della televisione di Crimea, a Simferopoli. Anche qui stile di velluto, beffardo, di chi bussa: tenendo i kalashnikov in mano. Hanno annunciato al direttore che dovevano entrare. Sudando sangue dagli occhi ha chiesto: Chi siete?, voleva le carte le autorizzazioni, il poverino.
«Ci spiace. Non possiamo dir nulla» e sono entrati. Spuntano, discretissimi, sullo sfondo delle trasmissioni. I soldati sarebbero entrati anche nella sede delle telecomunicazioni. Infine il ministro degli interni dell’appena costituito governo ucraino, Avakov, si è rassegnato alle parole terribili: «Siamo di fronte a una invasione, a una occupazione che viola tutte le norme della comunità internazionale e che può portare a un bagno di sangue».
Circola la frase fatale: «Stato di emergenza». A sera l’Ucraina annuncia che all’aeroporto di Simferopoli atterrano tredici aerei russi con altri rinforzi, duemila paracadutisti. E che il suo spazio aereo è stato violato.
L’ingranaggio della crisi fa un altro passo. All’aeroporto i viaggiatori per Kiev si imbarcano con l’aria di chi si chiede quale bandiere troverà al ritorno. Anche loro in silenzio, come se si adeguassero al dramma in corso, per non disturbare.
Una ragazza con sguardo languido e ciò nondimeno vigoroso, uno sguardo impaziente, accarezza i suoi russi in mediocre incognito: «Aspetto questo giorno da venti anni, la mia capitale è Mosca…». Non sanno di essere tra gli ultimi a poter partire. Da ieri lo scalo della capitale è chiuso, gli addetti annunciano che anche i voli di stamane sono cancellati. Torno in città , spuntano le prime auto con le bandiere russe dai finestrini.
Verso la secessione
Torno in città , spuntano le prime auto con le bandiere russe che sporgono dai finestrini. Piotr, aggomitolato in una logora poltrona del suo caffè, sembra l’unico a Simferopoli a non esser contento, ha la voce lontana, lo sguardo umiliato: «I russi son sempre gli stessi, un po’ lenti ma alla fine… A Mosca siamo davvero legati con catene di ferro, odiate, ma che non si possono spezzare. Di errori ne hanno fatti anche a Kiev, le chiacchiere le provocazioni: vietiamo la lingua russa, mandiamo quelli del Settore destro a metter in riga l’est e la Crimea… gli elmetti le maschere… complimenti!».
In tv scorre il faccione un po’ stralunato di Yanukovich, il ricercato per 82 omicidi, avvolto in bandiere ucraine, in diretta da Rostov, in Russia: chiede scusa per esser fuggito, dice che tornerà se ci sono le condizione di sicurezza perchè il presidente è sempre lui…
Nessuno lo guarda: «Quello che dice quel tipo non ci interessa è fuori tempo massimo…». Se i russi coltivano qualche idea di usarlo come Quisling di ritorno fanno calcoli sbagliati. Davanti al palazzo del parlamento bandiere russe, ondate di pop patriottico russo a tutto volume, tè e salsicce russe: tumulto assordante e perpetuo, un brulicare da accampamento, gente che adora una esplosiva fraseologia radicalpopulista: viva la Russia e gli altri all’inferno.
Il nuovo primo ministro della Crimea è Serghei Aksenov, uomo di affari, capo del partito «Unità russa»: ovviamente. È ancora incerto il numero dei deputati che nel parlamento occupato dagli armati di Mosca lo ha eletto, qualche formalista sostiene che erano sotto il numero legale. Dettagli, in fondo, con quello che è accaduto dopo. Occhi grigi, acuti come punteruoli, annuncia che si sta procedendo alla formazione del governo (ma restano posti liberi); sì, il 25 maggio si voterà il referendum, ma niente secessione, per carità ! solo per dilatare un po’ l’autonomia.
Chi paga, chiedono alcuni scettici indomabili, visto che le casse sono vuote? «Abbiamo chiesto un aiuto alla Russia, ma secondo le regole il finanziamento dovrà passare per il governo ucraino…». I nuovi ministri non avranno privilegi e solo un modesto stipendio… non come gli spilla quattrini di Kiev.
I tartari resistono
Arriva, con studiato colpo di scena, in aereo da Kiev un deputato eccellente, Piotr Poroshenko, milionario del cioccolato favorevole alla rivoluzione, possibile candidato alla presidenza. Vuole discutere con il parlamento della Crimea. I forsennati che circondano l’edificio lo hanno bloccato. Usciamo da Simferopoli per incontrare uno dei capi dei tatari, mezzo milione su tre milioni di abitanti della Crimea, saldamente ostili alla Russia, un altro enigma di questa crisi.
Sulla strada per Bakhi Sarai, la loro capitale non ufficiale, un colonna di camion avanza verso Simferopoli: sotto i tendoni altri soldati in mimetica verde. Fanno cenni di saluto all’autista che li supera con lieti colpi di clacson. Il muezzin chiama alla preghiera nella splendida moschea del palazzo dei khan, nel centro la fontana cantata da Puskin. Incombono straordinarie «falaise» di calcare.
Ismail Memetov ha gesticolazione a larghe ruote, parole che sono morsi, e una storia personale che spiega molte cose. La sua famiglia, con altri centomila tatari, nel 1944 fu deportata da Stalin in Uzbekistan. Li punivano per aver aiutato i tedeschi durante la guerra («una scusa, voleva la nostra terra») viaggiarono sui carri bestiame, gettati senza cibo nella steppa: molti miei parenti sono morti di fame. Io sono a nato a Samarcanda, e tornato qui, tra i primi, negli anni Novanta: la vita era dura, non c’erano permessi, case, lavoro, le terre concesse come riparazione erano steppa dura, con l’affondamento dell’Urss i nostri risparmi son diventati carta straccia». Memetov ha guidato i suoi in piazza nei giorni scorsi per gridare la fedeltà all’Ucraina: «Anche se i governi nati dalla rivoluzione arancione ci hanno usati. Abbiamo difeso i loro comizi durante la campagna elettorale, i russi volevano cacciarli a sassate, li abbiamo votati, e loro ci hanno dimenticato. Ma sappiamo come si vive in Russia, non vogliamo ritornare sotto di loro. Mai». E adesso? I russi sono qui… ha paura? «Gente che ha la nostra storia ha smesso da tempo di avere paura».
Domenico Quirico
(da “La Stampa”)
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Febbraio 20th, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO SPARA SUI MANIFESTANTI, OLTRE 50 MORTI E 500 FERITI… 60 AGENTI FATTI PRIGIONIERI DALLA FOLLA…RICONQUISTATA PIAZZA MADAIN
Ha riconquistato la piazza centrale di Kiev la folla di manifestanti antigovernativi che ieri
aveva accettato la tregua con la polizia.
Stamattina Maidan è tornata a trasformarsi in un campo di battaglia. Il bilancio di stamattina è già pesantissimo. «Solo questa mattina – ha riferito l’ambasciatore italiano in Ucraina Fabrizio Romano a Radio Radicale – i morti a Kiev sono almeno 50» . Per il ministero della Sanità ucraino i feriti sono 500.
Gli insorti – riportano i media locali – hanno fatto prigionieri una cinquantina di poliziotti e li hanno portati in un edificio occupato vicino al municipio di Kiev facendoli passare attraverso un corridoio umano di dimostranti antigovernativi.
Il palazzo che ospita la sede del governo – fa sapere l’agenzia Interfax – è stato evacuato per motivi di sicurezza.
Anche agli impiegati dell’amministrazione presidenziale è stato ordinato di tornare nelle proprie abitazioni. Il Verkhovna Rada, il parlamento, è stato abbandonato da deputati e impiegati per motivi di sicurezza.
Il presidente Viktor Ianukovich è in questo momento impegnato in un incontro con i ministri degli Esteri francese, tedesco e polacco. Lo ha detto Anna Gherman, una consigliera del capo di Stato ucraino, citata dall’agenzia Interfax.
Il presidente ieri sera aveva chiesto una interruzione degli scontri per «fermare il bagno di sangue e stabilizzare la situazione», mossa giunta in serata dopo le aspre critiche dell’occidente e la minaccia di sanzioni da parte dell’Ue. Ieri il bilancio degli scontri era arrivato a 28 morti.
Alcuni atleti ucraini, come anche raccontato dai nostri inviati sul liveblog da Sochi Insalata russa, hanno deciso di lasciare i Giochi invernali per le violenze e i morti negli scontri a Kiev. «Alcuni di loro hanno deciso di ritornare a casa – dice il portavoce del comitato olimpico Mark Adams -, Sergei Bubka (presidente comitato olimpico ucraino, ndr) rispetta la loro decisione».
Il Cio non ha reso noto chi e quanti atleti della delegazione ucraina (43 quelli presenti) hanno deciso di ritirarsi a tre giorni dalla chiusura.
Stamattina la delegazione olimpica dell’Ucraina ha osservato un minuto di silenzio per ricordare le vittime degli scontri di piazza a Kiev tra polizia e manifestanti. Nel quartier generale del villaggio olimpico a Sochi, tutti i 43 atleti ucraini, insieme con i dirigenti, si sono alzati in piedi, esponendo la bandiera nazionale.
Una condanna nei «termini più forti» della deriva sanguinosa degli avvenimenti è quindi arrivata dal presidente americano Barack Obama, che ha avvisato che «ci saranno conseguenze se si oltrepasserà il segno».
«Invito fortemente il governo ucraino ad astenersi da ulteriore violenza. Se i militari interverranno contro l’opposizione, i legami con la Nato saranno seriamente danneggiati», ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen.
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Febbraio 18th, 2014 Riccardo Fucile
A BRUXELLES E NELLE CAPITALI NESSUNO CONOSCE IL SINDACO… DETERMINANTE CHI GUIDERà€ L’ECONOMIA
La scelta del ministro dell’Economia sarà il vero programma economico di Matteo Renzi, tutto il resto è contorno.
Su quella poltrona si condensano tutte pressioni cui dovrà resistere il governo del premier incaricato.
Meglio Lucrezia Reichlin o Fabrizio Barca, che si è chiamato fuori? Oppure magari Franco Bassanini?
Renzi e i suoi collaboratori sono consapevoli che serve una persona che sappia gestire la macchina amministrativa di via XX Settembre, ma soprattutto che tratti con l’Europa.
Il più feroce editorialista del Financial Times, il tedesco Wolfgang Mà¼nchau, ieri scriveva questo: “Le riforme sono necessarie ma non bastano. Per tenere l’Italia nell’eurozona, mister Renzi avrà bisogno dell’aiuto della Banca centrale europea. E questo significa che ha bisogno di un cambio nel dibattito macroeconomico dentro l’Unione europea”.
Tradotto: Renzi sarà il quarto premier le cui sorti dipenderanno da Mario Draghi, il presidente della Bce. Che succederebbe, per esempio, se dopo l’esame europeo Draghi decidesse che il Monte Paschi deve essere smembrato o nazionalizzato?
E se dovesse tornare il panico sui mercati, il leader del Pd si troverebbe a dover negoziare con Draghi il possibile ricorso allo scudo anti-spread (le operazioni OMT).
A Bruxelles Renzi non è conosciuto.
Le burocrazie europee non si aspettavano un cambio così brusco a Palazzo Chigi, stavano già discutendo con Enrico Letta il semestre a presidenza italiana, da luglio. Non c’è molto tempo per inserire il nuovo gruppo dirigente, per questo è cruciale la scelta del nuovo ministro.
Il primo caso sta già esplodendo: a novembre la Commissione europea ha chiesto al governo Letta un aggiustamento di bilancio di 3-4 miliardi di euro per rispettare la “regola del debito” (cioè la progressiva riduzione dell’indebitamento accumulato), da Roma hanno promesso di mandare informazioni sulla spending review ma non l’hanno mai fatto.
Risultato: il termine è scaduto e tra poche settimane la Commissione europea presenterà le stime economiche invernali in cui l’Italia sarà bacchettata per non aver rispettato gli impegni.
Di fronte alle crescenti attese di miracoli fiscali dal nuovo governo, ieri il commissario agli Affari economici Olli Rehn si è detto fiducioso che “il governo continuerà a perseguire le riforme economiche e che manterrà un consolidamento coerente”.
Peccato che invece Renzi abbia annunciato di essere disposto a sfondare il tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil, se questo serve a finanziare le riforme.
Come farà Renzi a spiegare le sue posizioni a Bruxelles?
Perfino Mario Monti, all’inizio, faticava a vincere il naturale scetticismo dei partner europei sulla credibilità delle promesse italiane.
E Letta ha lasciato un buon ricordo per il suo stile negoziale asciutto nel Consiglio europeo.
Il sindaco di Firenze non ha grandi esperienze dirette: ha incontrato a Firenze Rehn un paio di anni fa, ma i due non si conoscono e il carisma renziano difficilmente scalfirà l’imperturbabile finlandese.
Con Angela Merkel Renzi si è visto a luglio, a Berlino (senza dirlo a Letta), ma è stato solo un incontro esplorativo. Renzi probabilmente non conosce neppure il dossier di cui dovrebbe discutere con la Cancelliera, cioè i cosiddetti “accordi contrattuali”, premi in cambio di riforme, e la scelta verso cui si sta orientando di sostituire agli Affari europei il veterano Enzo Moavero con Federica Mogherini, il ministro dell’Economia sarà ancora più importante.
Lucrezia Reichlin ha lavorato a lungo alla Bce (oggi è molto critica sul progetto di Unione bancaria), così come il fiorentino Lorenzo Bini Smaghi che era nel Consiglio direttivo (inviso al Quirinale perchè nel 2011 non si dimise abbastanza in fretta per lasciare spazio a Draghi al vertice). Fabrizio Barca è quello col profilo più adatto, prima di diventare ministro per la Coesione nel governo Monti è stato il superconsulente del commissario per le Politiche regionali Johannes Hahn.
Ma è anche quello, tra i candidati, che più esplicitamente ha detto di non essere interessato (complice uno scherzo telefonico della trasmissione La Zanzara di Radio24).
Renzi dovrà faticare molto per convincerlo o per trovare un nome alternativo all’altezza.
Intanto ha avviato un rapporto con il favorito per la prossima presidenza della Commissione Ue, il tedesco Martin Schulz (il Pd entrerà nel Pse) che con Renzi ha parlato spesso in questi giorni e ha molto apprezzato la scelta netta di schierare il Pd con i socialisti europei.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2014 Riccardo Fucile
“LE QUOTE NON SONO UNA SOLUZIONE, PRESTO SE NE ACCORGERANNO”…”A GINEVRA E BASILEA, DOVE GLI STRANIERI SONO TANTI, HANNO VINTO I NO”
La famiglia viene dal Salento ma lei, Ada Marra, è nata a Losanna 41 anni fa e oggi è talmente svizzera da sedere in Parlamento a Berna per il partito socialista.
E pronuncia parole spiazzanti.
«Il referendum? Ha vinto chi ritiene che i problemi di questo Paese derivino dagli immigrati ma non è così, le quote non sono la soluzione. Non tarderemo ad accorgercene».
Poche sono state in Svizzera le voci d’accordo con lei.
Proviamo ad analizzare il responso delle urne partendo da un quesito: la caduta dei salari provocata dall’immigrazione è reale o no, specie in Ticino?
«Lo è senz’altro. Ci sono datori che offrono paghe mensili di 1.500 franchi, una miseria. Sono svizzeri ma anche italiani che hanno delocalizzato le aziende. E allora il problema sono gli immigrati o gli imprenditori che sfruttano il dumping salariale?» .
I sindacati propongono in alternativa un salario minimo di 4 mila franchi: è praticabile?
«A maggio torneremo a votare proprio sul salario minimo. Sarà interessante vedere la risposta degli elettori».
Ma questo non spiega ancora la vittoria del sì…
«Determinante è stato il voto di cantoni interni molto tradizionalisti ma che di stranieri ne vedono ben pochi. Invece in zone dove il fenomeno è massiccio, come a Ginevra o Basilea, i contrari sono stati la maggioranza. Certo consapevoli che senza gli stranieri l’economia non regge» .
Allora come mai in Ticino i sì sono stati il 68%?
«È probabile che in Ticino la paura giochi un peso maggiore: se la crisi investe persino regioni forti come Piemonte e Lombardia i timori crescono. Ma se il Ticino vuole tutelarsi può prendere contromisure impedendo lo sfruttamento dei lavoratori» .
di C.Del.
(da il Corriere della Sera“)
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Gennaio 26th, 2014 Riccardo Fucile
IN UN’INTERVISTA A QN DICE DI APREZZARE RENZI “UN UOMO CHE DECIDE E SI GETTA NELLA MISCHIA” E BERLUSCONI “UN COMBATTENTE”… “GRILLO SI E’ INFILATO IN FRETTA LE CIABATTE DEL SISTEMA”
Beppe Grillo? “Un tribuno sfiatato”. Matteo Renzi? “Un personaggio molto interessante”. E Silvio Berlusconi? “Un combattente”.
In un’intervista a Qn Marine Le Pen, leader del Front national francese, dato nettamente in testa (al 23 per cento per Ifop) nei sondaggi alle elezioni europee del prossimo maggio, ha una definizione per ciascun leader italiano.
E se per il capo di Forza Italia e il segretario Pd spende aggettivi positivi — “istintivo, furbo” il primo, “un decisionista” il secondo — per l’ex comico genovese fondatore del Movimento 5 stelle — la donna forte dell’estrema destra francese riserva parole non propriamente gentili: “Grillo non mi piace. L’ho trovato estremamente sgradevole nei nostri confronti, e per uno che si proclama anti-sistema trovo che abbia infilato molto in fretta le ciabatte del sistema — Spiega Le Pen al quotidiano milanese — E’ un tribuno sfiatato, un ribelle col piede corto. Trovo incoerente il suo progetto. Il suo non è un partito ma un’eruzione cutanea, un’allergia alla vita politica. E’ stato forse il suo punto di forza all’inizio, adesso è un enorme punto debole“.
Nel giorno in cui l’ormai ex compagna del presidente francese Francois Hollande, Valerie Trieweiler, lascia Parigi per atterrare in India, la leader del Front national esprime il suo giudizio sul sexy gate che ha scosso la Francia: “Penso che la fiducia e la stima nei confronti di Hollande sia scesa ulteriormente. La realtà è crudele: non è un presidente, è solo il capo di un governo tecnico. Si limita ad applicare la dottrina di Bruxelles, non decide niente, non è particolarmente competente. Possiamo solo riconoscergli una certa onestà ”.
Marine Le Pen rifiuta l’etichetta di partito di estrema destra: “Questa definizione è un’arma semantica puntata contro di noi. La usano i media avversari per screditarci, per far credere che siamo settari, violenti, estremisti. Poteva forse avere un senso negli anni ’80, quando il Fn era alla destra della destra. Ma oggi? Destra e sinistra non ci sono più, l’unica discriminante è fra mondialisti e nazionalisti. Noi identifichiamo nella Nazione la struttura migliore per assicurare la sicurezza, la prosperità e l’identità di un Paese”.
Una visione che rischia di diventare centrale se, come attestano i sondaggi, il Fron national vincerà le prossime elezioni europee: “Possiamo diventare benissimo il primo partito di Francia. Il che dovrebbe aprire una crisi politica imponendo la dissoluzione dell’Assemblea nazionale e la fine della moneta unica. Dopo di noi anche la Germania rinuncerà all’euro e tornerà al marco“.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 16th, 2014 Riccardo Fucile
SE NON RAGGIUNGERA’ IL 4% SALVINI PASSERA’ ALLA STORIA COME IL BECCHINO DELLA PADAGNA… MARINE LE PEN PRENDE LE DISTANZE: “NOI SIAMO CONTRO L’IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA, MA NON SIAMO RAZZISTI”
L’estrema destra francese ha «inquietudini in comune» con la Lega Nord.
Lo dice all’Ansa la leader del Front National, Marine Le Pen, dopo il pranzo avuto con il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, durante il quale si è valutata l’ipotesi di fare «eventualmente» un gruppo comune al Parlamento europeo dopo le elezioni di maggio.
Solo ipotesi perchè i sondaggi danno la Lega gestione Salvini al minimo storico, ben sotto il 4% che costituisce lo sbarramento per aver diritto a rappresentanti a Strasburgo.
“Con Salvini abbiamo un certo numero di inquietudini comuni – ha sottolineato Le Pen – che riguardano l’Unione europea, l’euro, il funzionamento anti-democratico della Ue, l’immigrazione massiccia subita dai nostri paesi. Perciò discutiamo per vedere se, partendo da questi punti in comune, potrà uscire un giorno una lotta politica al Parlamento europeo, eventualmente nel quadro di un gruppo parlamentare».
Preoccupa la deriva razzista della Lega Nord? «Non sono aggiornata giorno per giorno sull’attualità politica della Lega Nord – risponde Le Pen – Per quanti ci riguarda Il Front National ha sempre detto che difendiamo i francesi di qualsiasi razza, religione e origine. Non accettiamo l’immigrazione di massa, l’apertura generale delle frontiere, l’arrivo massiccio di altri popoli che non possiamo più accogliere perchè non ne abbiamo più i mezzi, ma non siamo certo xenofobi”.
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Gennaio 12th, 2014 Riccardo Fucile
TOCCHERA’ A UN REFERENTE ISTITUZIONALE FORNIRE INFORMAZIONI SULLA LORO CANDIDABILITA’… IL CAVALIERE PUO’ SPERARE SOLO NEI RICORSI PRESENTATI IN SEDE UE
Le commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato hanno dato parere favorevole allo schema
di decreto legislativo (n.49) approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 8 novembre, facendo avanzare in modo spedito l’adeguamento alle nuove norme per la candidatura all’Europarlamento di propri cittadini residenti nei Paesi membri così come di cittadini di Paesi partner che volessero candidarsi in Italia.
Il provvedimento, che consentirà all’Italia di conformarsi entro il 28 gennaio 2014 alla direttiva Ue n.1 del 2013, riguarda i requisiti per la candidabilità al Parlamento europeo e fissa nuove regole per rendere più celeri le comunicazioni tra Stati in merito agli aspiranti euro-onorevoli.
Ai quali toccherà dichiarare di non essere decaduti dal diritto di elettorato passivo nel loro Paese di origine, con un referente nominato dal ministro dell’Interno chiamato a garantire, su richiesta dello Stato di residenza in cui il candidato vorrebbe correre alle elezioni, la conformità delle dichiarazioni presentate.
Attualmente la procedura è più complicata, per la difficoltà degli interessati a farsi rilasciare una dichiarazione sul pieno godimento del diritto di elettorato passivo dalle autorità statali.
L’iter della riforma si era a un certo punto intrecciato mediaticamente con la vicenda della decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi.
Il Cavaliere aveva accarezzato, secondo diverse ricostruzioni, la possibilità di farsi candidare da un partito amico in un Paese membro dell’Unione.
Era la cosiddetta “opzione lettone”, ispirata dal precedente del giornalista Giulietto Chiesa, che si candidò alle europee del 2009 proprio nel Paese baltico con il movimento ‘Per i diritti umani in una Lettonia unita’. ma Chiesa non aveva, a differenza del Cavaliere, guai giudiziari pregressi.
La condanna definitiva in Cassazione per frode fiscale sui diritti tv Mediaset non lasciava, in realtà , margini a Berlusconi.
Il Cavaliere, decaduto dopo il voto al Senato, è soggetto a restrizioni sulla libertà di movimento. La legge Severino ne certifica l’incandidabilità , anche sopravvenuta, anche per l’Europarlamento, stabilendo che chi riceve una condanna superiore a due anni di reclusione non può candidarsi o, se è già stato eletto, deve lasciare il Parlamento e sia incandidabile per sei anni.
Per Berlusconi, inoltre, è stata disposta una pena accessoria che dispone due anni di interdizione dai pubblici uffici.
La sua unica possibilità di ribaltare lo scenario è di vedersi accolti i ricorsi presentati in sede europea. Eventualità a cui andrebbe quindi ricollegato l’auspicio espresso dal Cavaliere venerdì ai coordinatori regionali di Fi, di candidarsi capolista in tutte le circoscrizioni.
Vicenda dell’ex premier a parte, l’Italia si mette in linea con la normativa varata dal Consiglio dell’Ue e ovvia alle difficoltà incontrate dal candidato in uno Stato diverso, e di cui non è cittadino, da quello di origine.
Se attualmente sta all’interessato produrre un attestato rilasciato dalle autorità dello Stato d’origine che dimostri la sua eleggibilità , la direttiva del 2013, ripresa dal decreto legislativo, sostituisce la certificazione dello Stato di origine con una semplice dichiarazione del candidato, affidando allo Stato di residenza la verifica sull’eleggibilità nel Paese di origine.
La perdita del diritto a candidarsi consegue a “una decisione giudiziaria individuale o di una decisione amministrativa, purchè quest’ultima possa essere oggetto di ricorso giurisdizionale”.
E’ lo Stato di residenza che deve verificare l’eleggibilità nello Stato di origine, eliminando l’obbligo, del cittadino dell’Unione che intende candidarsi, di presentare un attestato ad hoc rilasciato dalle autorità competenti dello Stato di origine.
Viene fissata una precisa procedura per la verifica dell’eleggibilità : c’è una notifica dello Stato di residenza a quello di origine, chiamato a fornire le informazioni necessarie entro 5 giorni o, ove richiesto, in un tempo più breve. In caso di mancata ricezione delle informazioni, la candidature è ammessa.
Se invece le informazioni, anche se trasmesse oltre il termine, invalidano la dichiarazione del candidato, lo Stato di residenza prende le misure opportune per impedire la presentazione della candidatura o, ove ciò non sia più possibile, per impedire l’elezione o l’esercizio del mandato.
Altra novità è rappresentata dalla creazione di un organo specifico: gli Stati membri devono designare un referente incaricato di ricevere e trasmettere le informazioni. Alla Commissione europea il compito di redigere un elenco dei referenti da tenere a disposizione degli Stati membri.
Per l’Italia, la competenza a designare questo referente spetta al ministro dell’Interno.
Ulteriore innovazione, l’abbreviazione dei termini per le forme di pubblicità per il manifesto riproducente i contrassegni delle liste e i candidati ammessi: devono intervenire entro l’ottavo giorno antecedente la data delle elezioni e non più, come attualmente, entro quindici giorni dalla data del voto.
Nello specifico, la dichiarazione formale richiesta al momento della candidatura al cittadino dell’Unione Europea che intenda candidarsi in Italia alle elezioni del Parlamento europeo, deve contenere l’indicazione di data e luogo di nascita e dell’ultimo indirizzo nello Stato di origine e l’indicazione di “non essere decaduto dal diritto di eleggibilità nello Stato membro d’origine per effetto di una decisione giudiziaria individuale o di una decisione amministrativa, che possa essere oggetto di ricorso giurisdizionale”.
Su questo versante, la prima commissione della Camera, dando parere favorevole al decreto, suggerisce all’esecutivo l’opportunità di approfondire “l’effettiva possibilità per i comuni di procedere alla verifica della eventuale condizione di incandidabilità prevista dal decreto legislativo n.8194-235 del 2012 (legge Severino, ndr) entro il termine previsto” (24 ore) “dato che l’incandidabilità , diversamente dalle altre ipotesi di ineleggibilità in senso stretto, non comporta infatti la cancellazione dalle liste elettorali e potrebbe pertanto non essere nota al comune”.
(da “La Repubblica”)
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