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NOMINE UE, BRUCIATA LA PRIMA FILA, SI VA VERSO LE SECONDE LINEE

Giugno 21st, 2019 Riccardo Fucile

UNA FONTE PPE: “L’ITALIA NON SIEDE IN PRIMA FILA, MA NEMMENO AL POSTO DEI PASSEGGERI: STA NEL BAGAGLIAIO”

Fumata nera: tutto rinviato ad un nuovo vertice straordinario il 30 giugno e ai contatti informali tra i leader che in settimana saranno a Osaka in Giappone per il G20.
Il Consiglio europeo di giugno, che doveva decidere le nomine per i vertici dell’Unione nella nuova legislatura iniziata a maggio, si chiude con un fallimento.
Ma almeno serve a eliminare i nomi che per un mese hanno bloccato ogni discussione sulla presidenza della Commissione europea, la carica più delicata da cui discende il resto: la presidenza del Consiglio Ue, l’Alto rappresentante per la politica estera, la Bce.
Eliminati i capolista Manfred Weber del Ppe, il socialista Frans Timmermans, la liberale Marghrete Vestager. Eliminati però anche due nomi di peso come Michel Barnier e Angela Merkel. E ora, come è successo anche 5 anni fa, si pesca tra personalità  di minore spessore cui affidare la guida delle istituzioni europee, scelta più ‘comoda’ per tutti i leader di Stato e di governo che non vogliono perdere potere nell’Unione.
Andiamo con ordine.
Via dal tavolo Manfred Weber, il capolista dei Popolari (Spitzenkandidat), bavarese, rappresentante della Csu che governa con la Cdu della Merkel in Germania, difeso fino all’ultimo da tutto il Ppe e — obtorto collo – dalla Cancelleria.
Non poteva fare altrimenti anche perchè alle europee la Csu è andata meglio della Cdu. Ma sul no a Weber ha vinto Emmanuel Macron, che dall’inizio cerca di rafforzare la sua leadership con il gioco delle nomine.
Il presidente francese ha affossato subito Weber. Con lui i Liberali del nuovo gruppo europeo Renew Europe (cioè Alde più gli eletti de La Republique en marche) e i socialisti.
Risultato: il primo giro di consultazioni del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk con gli altri leader europei all’Europa Building si conclue con nessuna maggioranza intorno a Weber.
E così è stato semplice eliminare dal tavolo anche gli altri due Spitzenkandidaten: il socialista Frans Timmermans e la Liberale Marghrete Vestager. Sul primo, sostenuto anche lui fino all’ultimo dalla sua famiglia politica, Tusk ha compiuto un altro giro di consultazioni: per bruciarlo, si sapeva che anche lui non aveva la maggioranza. E allora?
E’ da qui che inizia il vero risiko. Perchè con Weber cade anche Michel Barnier, il negoziatore europeo sulla Brexit, lunga esperienza nelle istituzioni europee nonchè al governo a Parigi, francese del Ppe ma sostenuto da Macron. I tedeschi si sono imputati: se si dice no a Weber, non si può accettare un francese.
Merkel è molto irritata per come è andata: irritata dal comportamento di Macron. Tra i due i rapporti sono al minimo storico delle relazioni da sempre forti tra Francia e Germania.
Raccontano fonti del Ppe, che la Cancelliera ha resistito fino all’ultimo per non incontrare faccia a faccia il presidente francese. Lo ha dovuto fare ieri con Tusk presente. Incontro a tre per un nulla di fatto.
E c’è un’altra cosa che lei non ha gradito: la scelta di Macron di buttare il nome della stessa Cancelliera nel risiko dei ‘top jobs’, come presidente della Commissione o del Consiglio. Lo lascia capire in conferenza stampa: “Non sono interessata a una carica europea e tutti dovrebbero tenere in conto le mie parole”. Punto.
I rapporti con Macron? “Ci rispettiamo. La Germania non farà  scelte contro la Francia, confido che la Francia non ne farà  contro la Germania”.
L’affare nomine è così aggrovigliato che ieri intorno alla mezzanotte, Tusk decidere di chiudere: è il segnale che si va verso un rinvio in extremis. E c’è poco tempo.
Fino al weekend prossimo, i leader sono impegnati al G20 in Giappone. Il 2 luglio si riunisce l’Europarlamento per eleggere il presidente: prima pedina di un gioco che i leader vogliono comunque controllare.
Urge decidere prima che il Parlamento faccia in autonomia. Anche perchè le elezioni di maggio hanno partorito un quadro frammentato: una maggioranza a tre o quattro, Ppe, socialisti, liberali e forse anche Verdi.
Ed è per questo che ora che il gioco si stringe, i primi tre tendono a eliminare il quarto nella speranza di risolvere la situazione e anche perchè nel Ppe c’è molta contrarietà  ad un’alleanza con i Verdi (a partire da Forza Italia). Non c’è intesa su temi come i cambiamenti climatici, come testimonia anche l’ennesimo mancato accordo in Consiglio su questo argomento.
L’esclusione dei Verdi potrebbe essere l’altra ‘chicca’ di questo vertice. Ma ora starà  a Tusk incontrare i leader dei gruppi in Parlamento per portarli alla conclusione che nemmeno loro sanno trovare una maggioranza sul presidente della Commissione (tutte le cariche europee devono passare dal voto dell’aula di Strasburgo).
Così in Parlamento non potranno ‘lamentarsi’ del fatto che i leader hanno fatto fuori tutti gli Spitzenkandidaten, cioè i capolista alle elezioni, candidati legittimati dalle urne a guidare le istituzioni.
Il presidente del Consiglio europeo ha già  incontrato di nuovo oggi i capigruppo Weber (Ppe), Dacian Ciolos e Guy Verhofstadt di (Renew Europe), Philippe Lamberts (Verdi) e Iratxe Garcà­a (S&D). Lunedì nuovo giro di incontri. E quando saranno conclusi con un altro nulla di fatto, parola di nuovo ai leader: tra Osaka e il vertice del 30 giugno.
Dunque chi guiderà  la Commissione? Nella chiacchierata notturna al bar dell’hotel Amigò a Bruxelles tra Conte, Merkel, Macron e Bettel, di nomi ‘veri’ non ne sono usciti. In questa fase, nessuno li fa per non bruciarli. Ma si definisce l’indentikit del prossimo presidente della Commissione: sarà  uno del Ppe.
Macron e il socialista Pedro Sanchez hanno chiesto ai Popolari di fare un nome alternativo a Weber. E ora gira il nome del premier croato Andrej Plenković o della presidente della Croazia Kolinda Grabar-Kitarović.
In ogni caso, si guarda a uno dei paesi dell’est. Una volta fatto il presidente della Commissione, la presidenza del Consiglio potrebbe andare al belga Charles Michel (amico di Macron) oppure all’olandese Mark Rutte (tra i più ‘falchi’ dell’Unione). Ai due Spitzenkandidaten eliminati, Weber e Timmermans, andrebbero le vice-presidenze della Commissione. Ma Sanchez chiede di più.
“I negoziati sono più complicati di cinque anni fa — dice il premier spagnolo — perchè siamo più famiglie politiche, ma per noi l’importante è che i socialdemocratici siano rappresentati in modo visibile nelle istituzioni comunitarie”. I socialisti e democratici considerano loro territorio anche l’Alto rappresentante per la politica estera, incarico finora affidato all’italiana Federica Mogherini. Ma puntano anche alla presidenza del Parlamento
Invece Macron non molla la Bce. I nomi: la francese Christine Lagarde, attualmente al fondo monetario, ma anche Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, o Benoit Coeure, già  membro del board esecutivo della Bce (per quest’ultimo c’è un problema di doppio mandato).
Però c’è chi guarda al nord: il finlandese Erkki Liikanen. Ad ogni modo, sembra chiaro, il governatore che prenderà  il posto di Mario Draghi (che scade a fine novembre) non dovrà  contraddire il suo ‘Whatever it takes’.
La maggioranza dei leader europei la pensa così. Il Quantitative easing alla fine ha fatto comodo a tutti: ha aiutato i paesi più in difficoltà  per la crisi economica e rassicurato di conseguenza anche i falchi che in prima battuta lo aveva osteggiato. E’ per questo che oggi Draghi all’Eurosummit a Bruxelles incassa applausi.
Mentre non va avanti la corsa del falco tedesco Jens Weidmann per la Bce, nonostante le sue ultime conversioni su una linea meno rigorista: non ci crede nessuno. Su di lui Macron si diverte: “Sono molto felice che i membri che si sono opposti alle decisioni di Mario Draghi si siano convertiti, forse un po’ tardi…”.
Il no ad un falco alla Bce rompe di fatto l’isolamento dell’Italia, anche se Conte non lo dichiara esplicitamente per non urtare i tedeschi di cui ha bisogno per tentare di sventare la procedura per debito eccessivo.
Per il resto, il premier si augura la frammentazione del quadro politico dia maggiori possibilità  all’Italia di giocare un qualche ruolo.
Per ora, Roma è marginale. “L’Italia non siede in prima fila, ma nemmeno al posto dei passeggeri: sta nel bagagliaio”, ci dice spietata una fonte del Ppe.
Conte intanto si augura che il prossimo presidente della Commissione metta mano alla riforma delle regole…”. E si diverte a pensare che esiste un modo per bloccare una nomina sgradita. “Bastano tre paesi che rappresentino almeno il 35 per cento della popolazione europea per formare una minoranza di blocco — ci dice chiacchierando con la stampa all’hotel Amigò – La Gran Bretagna si astiene, perchè in procinto di lasciare l’Ue, l’Italia ha 60 milioni di abitanti, ne basta un altro”.
In realtà , le regole Ue parlano di almeno 4 membri del consiglio che rappresentino oltre il 35 per cento della popolazione. Ma il senso di una trattativa difficile che chiunque può bloccare ci sta tutto.
“E’ più rapida l’elezione del Papa che riempire questi incarichi europei”, dice il primo ministro irlandese, Leo Varadkar. Parole sante, è il caso di dire.
Ma sembrerebbe che i leader non tireranno fuori dal cilindro le personalità  forti di cui l’Unione avrebbe bisogno per rafforzarsi e riformarsi. Puntano invece su personalità  di seconda o terza fascia: la migliore garanzia che gli Stati nazionali continueranno a esercitare la loro golden share sull’Unione, ognuno a seconda dei propri interessi e non di quelli comunitari.

(da “Huffingtonpost”)

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STANDING OVATION PER MARIO DRAGHI ALL’EUROSUMMIT, TUTTI IN PIEDI AD APPLAUDIRE L’UNICO ITALIANO STIMATO IN EUROPA

Giugno 21st, 2019 Riccardo Fucile

CAPI DI STATO E DI GOVERNO ACCOLGONO CON CALORE IL PRESIDENTE ITALIANO ALLA GUIDA DELLA BCE DAL 2011 CHE A NOVEMBRE LASCERA’ L’INCARICO

Una ‘standing ovation’ dei leader europei per Mario Draghi al suo (probabile) ultimo Eurosummit: quasi a dimostrare che il presidente della Bce, allo scadere del mandato a fine ottobre, rischia di essere un ‘padre ingombrante’ per il suo successore.
E che, per il momento, i leader europei guardano indietro, agli ultimi otto di guida Draghi sotto cui la Bce si è presa il fardello di assicurare la tenuta dell’euro, piuttosto che in avanti, sciogliendo il nodo delle nuove nomine.
Le ricostruzioni dicono che i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles hanno accolto con grande calore l’arrivo dell’italiano alla guida della Bce dal 2011.
Molti hanno preso la parola per elogiare il suo lavoro, dal premier italiano Giuseppe Conte al presidente francese Emmanuel Macron a quello della Commissione Jean-Claude Juncker.
E al termine del suo intervento si sono alzati per un lungo applauso in piedi, dopo che Draghi ha salutato il suo ultimo summit a Bruxelles.
“Ha ricevuto gli applausi di tutti all’Eurosummit e ciò mi ha reso molto orgoglioso come italiano”, dirà  poi Conte.
Strette di mano, pacche sulle spalle, Draghi che si sofferma a parlare con il presidente francese Emmanuel Macron (che dirà : “voglio rendere omaggio all’azione e al coraggio di Mario Draghi” ricordando “un giorno d’estate nel 2012, quando disse quelle parole ‘whatever it takes’ e ciò è ancora luminoso”).
Strette di mano un po’ con tutti, con Juncker, con il premier spagnolo Sanchez e quello portoghese Antonio Costa.
C’è quella frase, drammaticamente famosa, nei ricordi (che si concretizzerà  con una misura chiamata ‘Omt’ poi mai attivata che mette in campo le risorse illimitate della banca centrale).
C’è il quantitative easing (2015) che Draghi, giusto questa settimana a Lisbona, ha detto di poter riattivare se l’economia non migliora.
C’è curiosità  per quell’uscita a Lisbona che ha galvanizzato i mercati arrivando a evocare un nuovo taglio dei tassi.
E c’è l’attacco di Donald Trump, che ha accusato Draghi, stracciando ogni diplomazia, di pilotare l’euro al ribasso. Nel complesso, una leadership che la Bce si è trovata a dover indossare al posto di una politica recalcitrante.

(da “Huffingtonpost”)

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CONTE: “NON SIAMO A BRUXELLES CON IL CAPPELLO IN MANO”, INFATTI HA LA RISPOSTA UE SUI PANTALONI

Giugno 21st, 2019 Riccardo Fucile

VOI PAGHERESTE ANCORA I DEBITI DI UN FAMILIARE UBRIACONE CHE, NONOSTANTE I VOSTRI PRESTITI, CONTINUA A SPUTTANARE SOLDI ALL’OSTERIA E PRETENDE ALTRI QUATTRINI?

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sottolineato che nel corso della trattativa con l’Europa l’Italia non intende assecondare a priori le condizioni di Bruxelles “Quando io mi muovo, non per ragioni personali ma istituzionali rappresento l’Italia, una potenza del G7 e ne sono orgoglioso. Ho fatto 37 missioni, forse ora 38,39, e chi mi ha incontrato può testimoniare che non ho mai avuto l’atteggiamento di chi ha il cappello in mano. Io il cappello non lo porto, non lo porto nemmeno a Bruxelles”.
La flat tax resta in cima ai pensieri di Matteo Salvini. Per realizzarla, ha detto oggi il vice premier, “servono almeno 10 miliardi, facciamo 15”. Al Corriere aveva detto: “Altrimenti saluto e me ne vado”. Concetto poi stemperato nelle dichiarazioni del corso della giornata
Piccata comunque la risposta dei 5 Stelle all’intervista di Salvini: “Tutti vogliamo tagliare le tasse. La Lega non è all’opposizione, ma al governo come noi, quindi se servono 10 miliardi tracci la strada per trovarli invece di scaricare la colpa sugli altri. Salvini non può sempre dire è colpa degli altri. Così è troppo facile”.
E poi scende in campo Luigi Di Maio: “La Lega ha vinto le elezioni europee, non può dire sempre che è colpa degli altri”. E poi: “I soldi per tagliare le tasse non si trovano sui giornali”.
Insomma, torna ad esplodere la tensione tra i due azionisti della maggioranza dopo una fragile tregua seguita alle elezioni europee.

(da agenzie)

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IL PROFESSOR CONTE DA’ I NUMERI E VUOLE INSEGNARE MATEMATICA ALL’EUROPA

Giugno 21st, 2019 Riccardo Fucile

IL PROBLEMA E’ CHE IN EUROPA SANNO FARE I CONTI E NON SI FANNO PRENDERE PER IL CULO DA DUE FUORICORSO FANCAZZISTI

Il professor Giuseppe Conte ha i numeri, e volendo li dà  anche. E quindi contesta i calcoli dell’Europa davanti a un tavolo apparecchiato tra briciole di pizzette e rosticceria, come racconta oggi Ilario Lombardo sulla Stampa.
Con l’orgoglio di chi ha appena spiegato deficit e debito con i supplì e le crocchette, Conte ha quindi sostenuto che qui c’è qualcuno che ci giobba: «Riteniamo di avere i conti in ordine e confidiamo nelle nostre ragioni. Non accettiamo stime che non corrispondono alla realtà ».
Dire che l’Europa ha stime fuori dalla realtà  è impegnativo
«Lo posso dire perchè noi semplicemente, grazie al nostro monitoraggio, abbiamo certificato flussi di cassa, risparmi di spesa e maggiori entrate. Lo dimostreremo mercoledì quando sarà  approvato l’assestamento di bilancio, dopo che venerdì la Corte dei conti si sarà  espressa».
Quale è allora secondo lei il motivo di questa rigidità : ragioni politiche?
«Non mi fate dire cosa penso. In questa fase voglio restare istituzionale».
Era stato lei però a dire, con realismo, che bisogna attenersi alle regole fin quando sono queste.
«Una cosa sono le regole, un’altra i numeri. Io sto contestando le loro stime di crescita e sto fornendo una certificazione delle mie stime attraverso l’assestamento. Per quanto riguarda le regole ho aperto una discussione con la mia lettera che è politica. In una famiglia si discute, che dite?».
La questione quindi è che c’è lontananza di stime tra i numeri della Commissione e quelli di un governo in cui i ruoli di maggior potere sono spartiti tra Salvini e Di Maio. E qui già  un pubblico ministero raffinato e all’americana potrebbe dire: “Ho finito, vostro onore“.
Ma se vogliamo affrontare l’argomento in maniera più cogente dobbiamo partire dalla lettera con supercazzola che ieri Conte ha inviato all’Europa: perchè se c’era un qualsiasi errore sui conti, era quello il luogo deputato a farlo notare in modo inoppugnabile dimostrandolo con numeri e tabelle. P
urtroppo invece così non è andata. Perchè il premier si è limitato a scrivere cinque pagine di pii desideri su come dovrebbe essere l’Unione Europea e quanto dovrebbe cambiare. Tesi affascinanti, per carità , ma che sono come rispondere “Venerdì” alla domanda “Che ora è?”.
Perchè anche se Conte non se ne è accorto, quello che la Commissione Europea gli imputa è quello che gli ha risposto Pierre Moscovici: “si tratta di una discussione che non può essere fatta con commenti sulle regole bensì rispettando le regole che sono intelligenti e favoriscono la crescita economica”.
Bruxelles sta elegantemente facendo notare all’avvocato Conte che se si presenta in tribunale per difendere un suo cliente dall’accusa di aver commesso un reato e, nel merito, lo difende dicendo che quel reato non è una legge scritta particolarmente bene e ha dei difetti, la corte lo ascolterà  con educazione e rispetto visto che è un professorone (cit.) e poi darà  al suo cliente il massimo della pena.
Nella fattispecie sta accadendo che l’Europa chiede una correzione dei conti pari a dieci miliardi e che Conte ha risposto impegnandone due, peraltro già  conteggiati per quota parte all’epoca della trattativa sul 2,4% diventato 2,04%.
Il resto sono chiacchiere di un chiacchierone di professione, che è la giusta sintesi tra gli altri due chiacchieroni che nemmeno lo fanno per professione.
Carlo Cottarelli sulla Stampa entra nei dettagli tecnici della replica:
La seconda parte della lettera (pagina 3) abbozza una risposta ai rilievi della Commissione sul nostro mancato rispetto delle regole, ma le rassicurazioni fornite sono limitate. Non ci sarà  nessuna manovra per rafforzare i nostri conti, nessun fatto concreto per dirla alla Moscovici. La lettera dice solo che le previsioni fatte appena due mesi fa nel Documento di Economia e Finanza erano troppo pessimistiche.
Il deficit quest’anno non sarà  del 2,4 per cento ma più basso. Di quanto più basso non c’è scritto, però. Anche se «i riscontri documentali necessari» saranno forniti “nelle competenti sedi tecniche”, il presidente del consiglio avrebbe potuto indicare il nuovo obiettivo. E’ significativo che non lo abbia fatto.
E poi c’è la questione delle entrate, sulla quale Conte sostiene che a Bruxelles si sbaglino:
In base ai dati usciti il 17 giugno, nei primi quattro mesi del 2019 le entrate per tasse e contributi sono aumentate solo dello 0,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018. Nelle previsioni fatte in aprile (coerenti con un deficit del 2,4 per cento) l’aumento previsto per l’anno era dell’1,3 per cento. Non sembra quindi che le entrate, nel loro complesso, stiano andando meglio del previsto.
E per il 2020? Si ribadisce l’intenzione di ridurre il deficit strutturale, ma solo dello 0,2 per cento rispetto all’ 0,6 per cento richiesto dalla Commissione.
E, a parte un generico riferimento alla revisione della spesa e a maggiori entrate, anche non tributarie (maggiori trasferimenti da imprese pubbliche?), non si spiega come gli obiettivi possano essere compatibili con gli aumenti di spesa già  legiferati e con l’intenzione del governo, pure ricordata nella lettera, di non aumentare l’Iva e di introdurre la flat tax.
Il problema di Conte è che non si rende conto che avere i numeri e darli sono due cose diverse. Il rischio, sempre più concreto, è che la partita si concluda con il più classico dei “Me le hanno date, eh?, ma quante gliene ho dette“.

(da “NextQuotidiano”)

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CONTE ARRIVA A BRUXELLES E SI SPAVENTA, TUTTI STANCHI DELLE BALLE ITALIANE

Giugno 20th, 2019 Riccardo Fucile

DOPO MEZZA GIORNATA DI BILATERALI, IL PREMIER E’ DIVENTATO PESSIMISTA, SERVE UN MIRACOLO PER EVITARE LA PROCEDURA… E SEMBRA CHIEDERE A SALVINI: “VUOI FAR CADERE IL GOVERNO? ASSUMITI LE TUE RESPONSABILITA'”

Quando dopo un giro di incontri con Angela Merkel, il lussemburghese Xavier Bettel, Donald Tusk e soprattutto il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, l’ambasciatore italiano Maurizio Massari gli chiede come è andata, il volto di Giuseppe Conte è scuro.
Al premier è bastata una mezza giornata qui al Consiglio europeo per capire che per evitare la procedura per debito eccessivo contro l’Italia dovrà  fare un vero e proprio miracolo.
Lo raccontano fonti dello stesso governo che a un certo punto della giornata si presentano in sala stampa con la mission di drammatizzare.
E così, attraverso la stampa, Conte lancia l’allarme diretto a Matteo Salvini.
Obiettivo: stanare il vicepremier leghista per capire se sulla procedura minacciata dall’Ue contro l’Italia è disposto a far cadere il governo. E’ questo il punto.
A sera, il premier si chiama da parte tre grandi quotidiani italiani: solo loro, esclusi gli altri giornalisti. Per drammatizzare ancor di più. Della serie: sono io l’unico argine alla procedura per debito eccessivo, una catena al collo della spesa pubblica italiana per i prossimi 5 anni al minimo. La palla a Salvini.
E’ la verità : l’Ue, cioè Commissione europea e tutti gli Stati membri, non sono disposti a fare sconti. Il punto è un premier arrivato ottimista e diventato pessimista nel volgere di poche ore, addirittura più preoccupato rispetto a dicembre, quando si è consumato lo scontro sulla manovra economica 2019.
Un premier che solo quando arriva a Bruxelles si rende conto della gravità  della situazione: incredibile, visto che i messaggi degli europei sono sempre stati inequivocabili.
E poi manda i suoi a raccontare alla stampa la sua sorpresa per le brutte sorprese scoperte oggi, ad ammettere il fallimento della prima missione bruxellese. Improvvisazione o messaggio calcolato per Salvini? Magari un misto di entrambi.
Di solito i portavoce raccontano sempre una versione più rosea della realtà , tendono sempre a sminuire se le cose sono andate male. Invece Conte ci tiene a far sapere: last call per Salvini. Della serie: vuoi far cadere il governo o no?
Stamattina, a nemmeno 24 ore dall’arrivo a Bruxelles della lettera di risposta da Roma, Pierre Moscovici è stato chiaro: “Prenderemo anche in considerazione la risposta di Conte ieri, ma in questo momento una procedura per debito è giustificata, quindi andiamo a lavorare, in maniera costruttiva, per evitarla. Ma non lo si fa attraverso scambi, commenti sulle regole: lo si fa sul rispetto delle regole che sono intelligenti e favoriscono la crescita”.
Eppure fino a questo pomeriggio Conte era convinto che l’assestamento di bilancio, approvato per metà  ieri in consiglio dei ministri e da completare alla prossima riunione dell’esecutivo mercoledì, sarebbe riuscito in qualche modo a evitare la ‘condanna’ dell’Italia.
Ottimista sul fatto che la presentazione dei dati del Tesoro che attesterebbero una situazione migliore per i conti pubblici nel primo semestre 2019 (“deficit al 2,1 per cento e non al 2,5 come previsto dalla Commissione”, aveva detto al suo arrivo al vertice) sarebbe stata sufficiente a evitare la procedura per debito, la prima nella storia della zona euro, suggerita dalla Commissione europea uscente, ‘acclamata’ dai ministri economici dell’Eurogruppo nell’ultima riunione a Lussemburgo la settimana scorsa, in dirittura d’arrivo all’Ecofin del 9 luglio che potrebbe aprirla formalmente.
Invece no. Nel giro di poche ore, cambia umore, raccontano i suoi.
A Bruxelles Conte cerca sponde ma non ne trova. Parla anche con il portoghese Antonio Costa, che in teoria potrebbe essere interessato a tenere un atteggiamento più morbido verso l’Italia, proprio perchè a capo di un paese che ha conosciuto da vicino le cure della Troika.
E invece magari proprio per questo, nemmeno Costa fa sconti. Per non parlare dell’olandese Mark Rutte: a fine 2018, nello scontro tra Roma e Bruxelles sulla manovra economica, gli olandesi hanno sempre fatto la parte dei ‘falchi’.
Fosse stato per loro, la procedura l’avrebbero aperta già  a dicembre. Insomma, al minimo, gli interlocutori che Conte ha incontrato qui oggi hanno addossato la colpa a Palazzo Berlaymont. Della serie: mi dispiace, è la Commissione che decide.
In realtà , la Commissione indica gli Stati membri quali ultimo anello della catena che effettivamente deciderà  se far scattare o meno la procedura, percorso obbligato di riduzione del debito che può durare anche 5 anni e potrebbe persino privare l’Italia dei fondi strutturali europei.
Ma, oltre a non aver trovato sponde negli altri leader, Conte è preoccupato proprio perchè qui a Bruxelles, raccontano sempre i suoi, ha inteso che la Commissione Juncker è prontissima ad andare avanti sulla procedura: trattasi di una Commissione uscente, in scadenza a fine ottobre, pertanto intenzionata a lasciare il segno e a non passare alla storia come l’esecutivo che ha permesso all’Italia di godere della flessibilità  per un quinquennio, dal governo Renzi in poi.
Un ragionamento che è esattamente il contrario di quanto sostenuto da Matteo Salvini. Il leader della Lega ha sempre contestato la possibilità  che la Commissione uscente possa assumersi la responsabilità  di decidere una misura così pesante, mai usata per nessun paese della zona euro. Ecco: il premier la pensa all’opposto.
Proprio perchè sono in scadenza, Juncker e i suoi commissari sono più rigidi. C’è poco da fare o tanto, a seconda di quale sia l’obiettivo. Il suo è evitare la procedura. E quello di Salvini?
In effetti, i commissari europei chiedono un atto vincolante, una manovra correttiva già  per il 2019 e poi impegni di riduzione del debito anche per la manovra 2020 e non solo.
A fine giornata, mentre al Consiglio proseguono le trattative sulle nomine europee tra leader impantanati nei veti incrociati (si va verso un nulla di fatto), Conte insiste che il suo governo non farà  una manovra correttiva. Ma si rende conto che la strategia pensata all’inizio non basta a placare gli europei.
L’unica che non si espone sulla procedura per debito è Merkel, stando a quanto raccontano le fonti italiane. La Cancelliera rassicura Conte sul fatto che sarà  tenuto informato sulle trattative sui nuovi incarichi europei, per una questiore di criteri geografici: paese grande del Mediterraneo, non può essere escluso. Ma certo non significa che, in queste condizioni di isolamento politico, l’Italia possa ambire a uno degli incarichi al vertice: presidente della Commissione o del Consiglio, Alto rappresentante per la politica estera, governatore della Bce. Nemmeno per sogno. L’Italia però dovrà  scegliere un commissario come tutti gli Stati membri. Ma lo scambio tra Conte e Merkel non mette a fuoco questo, nè sul portafoglio, tanto meno sul nome. E’ ancora presto e anche qui c’è uno scarto tra le aspettative e la realtà .
Solo ieri Conte, al pranzo con Sergio Mattarella al Quirinale, prima del Consiglio europeo, ha parlato di “portafoglio economico di peso” per l’Italia. Il punto è che non siamo ancora a quel livello di discussione: prima i leader dovranno scegliere il presidente della Commissione e sarà  lui a decidere la squadra.
“Parlare già  ora di nomi italiani vuol dire bruciarli”, dice una fonte di governo. Ed è un’altra stoccata a Salvini che solo due giorni fa ha fatto un endorsement per il suo fedelissimo Giancarlo Giorgetti.
Ma oggi il tema non è il commissario o le nomine. In cima ai pensieri del premier c’è la procedura da evitare assolutamente. Anche perchè da qui passa il destino del governo. E’ chiaro il timore che, se l’Europa deciderà  di ‘condannare’ l’Italia, Salvini possa far saltare il banco. In questa partita, Conte si gioca tutto.
E con lui il M5s, per niente interessato a tornare al voto.

(da “Huffingtonpost“)

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A BRUXELLES NON BASTERÀ UNA ‘CARTUCCELLA’

Giugno 19th, 2019 Riccardo Fucile

SERVONO IMPEGNI VINCOLANTI PER EVITARE LA PROCEDURA DI INFRAZIONE

Non basterà  una ‘cartuccella’ da Roma per placare gli Stati dell’Unione europea sulla procedura per debito eccessivo suggerita dalla Commissione Ue per l’Italia.
Alla vigilia di un consiglio europeo incentrato sulle nomine per i vertici delle istituzioni europee nella nuova legislatura, a Bruxelles non trapelano segnali di clemenza per il Belpaese.
Il premier Giuseppe Conte arriverà  domani con una prima risposta del Governo italiano, probabilmente avrà  un bilaterale con Emmanuel Macron e altri leader (appuntamenti ancora non fissati in agenda) a caccia di alleanze per alleggerire la ‘condanna’ dell’Italia.
Ma al momento, da quello che trapela, la storia è sempre quella: solo un atto vincolante (la manovra correttiva che il governo Conte esclude) può evitare la procedura.
Certo Conte vuole usare tutte le armi che ha per “evitare la procedura”. All’Eurosummit che si riunisce venerdì dopo il consiglio europeo, il capo del governo esprimerà  tutti i dubbi italiani sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità  (Esm).
Della serie: così come è stata impostata, la ratifica di questo trattato non passa in Parlamento, dove oggi la maggioranza M5s-Lega ha approvato una risoluzione molto critica delle conclusioni raggiunte sull’argomento dall’Eurogruppo del 13 giugno a Lussemburgo.
Il rischio è che con questa riforma l’Italia non possa accedere al fondo salva-Stati, perchè per farlo dovrebbe dimostrare la sostenibilità  del debito e di rispettare tutti i parametri di Maastricht.
In realtà , come viene spiegato da fonti europee, l’Italia non è l’unico paese europeo con forti criticità  sulla questione. Lo sono tutti i paesi con un debito alto. Ed è proprio su questo che Conte vuole far leva alla ricerca di consensi per evitare la procedura, anche se in realtà  trattasi di un dossier separato dalla riforma dell’Esm.
La procedura potrebbe scattare già  all’Ecofin del 9 luglio. A partire dalla prossima settimana, la Commissione si occuperà  di scriverne i dettagli da sottoporre prima al Comitato economico e finanziario, l’organismo che raccoglie i direttori del Tesoro degli Stati membri, e poi al consiglio dei ministri economici.
Non si mette bene. A Bruxelles vogliono garanzie che i risparmi del 2019 — per minore spesa effettiva sulle due misure bandiera: quota cento e reddito di cittadinanza — non vengano investiti nel 2020. Altrimenti saremmo punto, a capo.
Oggi Jean Claude Juncker, presidente uscente della Commissione europea, è tornato sull’argomento a Sintra, in Portogallo, intervenendo al Forum della Bce 2019. Le regole Ue di bilancio, “per quanto complesse”, devono essere “rispettate da tutti”, dice.
Certo, Juncker ricorda un precedente non proprio felice della storia europea. Vale a dire quando nel 2003 “Germania e Francia non rispettarono le regole” sulla soglia del deficit al 3% del Pil e però riuscirono a evitare la procedura perchè esercitarono “pressione sul Consiglio europeo” che quindi “decise di non adottare i rimedi formali di correzione proposti dalla Commissione. La Commissione decise di portare il Consiglio in Corte ed entrambi, sia la Commissione che il Consiglio, persero in parte: una storia molto europea”.
Ma non è un precedente che possa tornare comodo all’Italia, visti i rapporti di forza in campo. Roma è isolata a livello politico e non ha il peso della Francia e della Germania, ca va sans dire.
Certo, può contare su un eventuale approccio più morbido di paesi come la Spagna, la Germania, interessati a raggiungere un accordo ed evitare una procedura che potrebbe scatenare instabilità  nell’eurozona.
Ma al momento anche questi paesi sono in attesa di una risposta vincolante. E i tempi non sono ancora maturi. Prima, i leader devono sbrogliare la matassa ‘nomine’, ancora decisamente aggrovigliata. Un completo caos, in cui la Lega cerca di inserirsi per far passare l’idea che l’Ue dovrà  accettare un commissario leghista, con portafoglio “economico”, ha insistito anche Conte oggi citando il dossier pure al pranzo al Quirinale in preparazione del consiglio europeo.
“Se non si raggiunge un accordo sulle nomine in questo consiglio europeo, piombiamo nel caos, perchè anche all’Europarlamento non c’è una maggioranza per l’elezione del presidente…”, dice una fonte europea. Si corre contro il tempo. L’idea del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk è di raggiungere un’intesa al massimo entro venerdì mattina, facendo notte giovedì.
La giornata di domani andrà  via in colloqui incrociati e serrati, i leader cominceranno a parlare dei ‘top jobs’ a cena e la discussione potrebbe appunto andare avanti tutta la notte. Perchè l’indicazione di Angela Merkel è di raggiungere un’intesa prima che a Strasburgo si voti il presidente dell’Europarlamento, incarico che di solito viene deciso nella cornice delle altre nomine: presidente della Commissione e del Consiglio Ue, Alto rappresentante per la Politica estera e governatore della Bce.
Se così non fosse, il Parlamento deciderebbe il suo presidente ‘in autonomia’, con esiti difficili da prevedere (in quarta votazione basta la maggioranza semplice tra i primi due candidati della terza votazione, un ballottaggio insomma).
Ecco, sulle nomine è ancora buio ma tutti i leader vogliono anticipare il Parlamento, decidere nella riunione di domani e dopodomani perchè convocare un vertice straordinario il 30 giugno è impossibile (i leader tornano solo a sera dal G20 di Osaka). Complicato convocarlo il primo luglio.
Alla vigilia il quadro è confuso e niente è escluso. Il candidato dei Popolari Manfred Weber che sperava nella presidenza della Commissione viene dato per fuori corsa, sia da fonti Liberali che da fonti Ppe. Eppure
Weber le ha provate tutte. Ha soffiato anche sulle divisioni dei Liberali, facendo un endorsement al liberale belga Guy Verhofstadt alla presidenza dell’Europarlamento. Verhofstadt è già  in rotta con i suoi nuovi colleghi di gruppo, gli eletti di ‘En marche’ di Macron, e vuole assolutamente diventare presidente dell’Eurocamera.
Contro Weber, oltre a Macron, sono schierati i socialisti, che non si accontentano dell’Alto rappresentante per la politica estera, il posto ‘offerto’ al loro candidato Frans Timmermans.
Mentre i Verdi potrebbero anche sostenere Weber in cambio della presidenza dell’Europarlamento alla loro leader tedesca Ska Keller. Magari — ipotesi che circola – metà  della legislatura a Verhofstadt, metà  a Keller, come è successo nella legislatura 2014-2019: prima il socialista Martin Schulz e poi il Popolare Antonio Tajani.
Ma non ci sono punti fermi in questa storia, ancora no.
Per la presidenza della Commissione circola anche il nome del liberale olandese Mark Rutte. Macron ha sempre in testa il nome di Angela Merkel, mentre per la presidenza del Consiglio, il presidente francese penserebbe al belga Charles Michel, per poi ottenere la presidenza della Bce: assegnata ai francesi Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, oppure a Benoit Coeure, già  membro del board esecutivo della Bce.
In questo caos Matteo Salvini tenta di inserirsi per aprire la strada a un commissario leghista. Ogni paese europeo dovrà  indicarne uno. Nel governo italiano per ora è passata la linea che il commissario sarà  espresso dalla Lega, partito più forte in maggioranza con il 34 per cento incassato alle europee.
Il punto è che dovrà  passare anche a Bruxelles e non è per niente scontato. Il primo step dipende dal presidente della Commissione: è lui che decide la squadra. Poi si tratta di passare il test del Parlamento. Insomma, strada ancora lunga e complicata. Soprattutto alla luce del fatto che l’Italia punta a un “portafoglio economico”, quindi di peso. Al Commercio: questo è il sogno leghista.
Ma prima c’è da evitare la procedura. “Lo vuole tutto il governo”, assicura Conte. Anche su questo, è ancora buio.

(da “Huffingtonpost”)

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ALLA FINE IL GRUPPO SOVRANISTA IN EUROPA SI FERMA A 73 DEPUTATI (LEGA, LEPENISTI, AFD TEDESCA, FPO E QUALCHE SENZA CASA)

Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile

DOVEVANO SPACCARE L’EUROPA, SONO PASSATI DA 59 A 73 ADERENTI… HANNO RIFIUTATO DI ENTRARE FARAGE, UNGHERESI, OLANDESI, POLACCHI E SPAGNOLI… RAPPRESENTANO APPENA IL 9% DELL’EUROPARLAMENTO

Nove delegazioni per un totale di 73 europarlamentari. Il nuovo gruppo sovranista di Matteo Salvini verrà  presentato ufficialmente domani a Bruxelles, pronto per “incidere sulla futura maggioranza che sarà  molto eterogenea”, dice all’Huffpost Marco Zanni, capodelegazione della Lega all’Europarlamento, eletto oggi presidente del nuovo gruppo. ‘Padre nobile” della nuova formazione, Matteo Salvini.
Capogruppo affidato al Carroccio, la delegazione più numerosa con 28 eurodeputati, contro i 22 del Rassemblement National di Marine Le Pen.
Il nuovo gruppo contava sugli apporti del polacco Jaroslaw Kaszynski, del britannico Brexiter Nigel Farage, degli spagnoli di Vox, degli olandesi di Thierry Baudet e anche dell’ungherese Viktor Orban: ma tutti questi hanno detto no.
E allora, via con 73 eurodeputati, appena 14 in più rispetto alla legislatura appena trascorsa quando i leghisti e i lepenisti erano nel gruppo Europa delle nazioni e delle libertà  (Enf), 59 componenti.
Nel nuovo gruppo ci sono tutte le delegazioni presenti con Salvini e Le Pen sul palco elettorale a Milano il 18 maggio scorso (tranne i bulgari e gli olandesi di Geert Wilders che non sono stati eletti alle europee).
La nuova formazione si chiamerà  ‘Identity & Democracy’ e comprenderà  anche gli 11 eletti dell’Afd. Fino all’ultimo infatti Alternative fà¼r Deutschland, l’ultradestra tedesca, non aveva dato l’ok al nuovo gruppo sovranista: nella passata legislatura Afd contava un solo eletto ed era nell’Efdd (Europa delle libertà  e della democrazia diretta) insieme al M5s a Farage. Ora gli 11 eletti dell’Afd staranno nello stesso gruppo di Salvini.
Dall’Ecr traslocano solo in tre: un eletto del Dansk Folkeparti e i due finlandesi eletti col partito Freedom and direct democracy. Dall’Estonia invece un nuovo arrivo: i nazionalisti di Ekre, prima volta all’Europarlamento, un eletto.
Per il resto, sono conferme che già  erano nell’Enf: i tre austriaci eletti dai nazionalisti di Fpo, i 2 eletti in Repubblica Ceca con ‘Svoboda a pÅ™à­mà¡ demokracie’, i tre eletti in Belgio nelle liste del partito nazionalista fiammingo Vlaams Belang, oltre a Lega e Rassemblement National s’intende.
La nuova maggioranza all’Europarlamento sarà  composta da Ppe (179 eurodeputati), Pse (153), Alde (che con gli eletti de La Republique en marche di Macron arriva a 106 parlamentari). Totale 438, una maggioranza abbondante sui 751 europarlamentari complessivi.
Se si aggiungono anche i Verdi (75) diventa una maggioranza di 513. I sovranisti, quarto gruppo nell’Europarlamento, sono fuori.

(da “Huffingtonpost”)

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PESSIMISMO DELLE CANCELLERIE, I SEGNALI DA ROMA NON BASTANO, PROCEDURA UE INEVITABILE

Giugno 11th, 2019 Riccardo Fucile

OK DEI TECNICI ALL’INFRAZIONE: “COSI’ RISCHIATE DI RESTARE INTRAPPOLATI PER ANNI”… NON C’E’ UN PAESE IN EUROPA (SOVRANISTI IN PRIMIS) DISPOSTI A GIUSTIFICARCI

“Pensiamo che l’Italia si stia muovendo in una direzione sbagliata. Quindi dobbiamo prendere decisioni rilevanti in questo campo. Penso che l’Italia rischia di essere nei prossimi anni nella procedura per i disavanzi eccessivi”, dice Jean Claude Juncker.
Per come la vedono a Bruxelles, al momento niente sembra si frapponga tra l’Italia e la procedura di infrazione per debito che l’Ecofin (il consiglio dei ministri finanziari dell’Ue) dovrebbe far scattare il 9 luglio prossimo.
La strada è tutta in salita, confermano ad Huffpost con rammarico alcune fonti italiane di governo più inclini alla trattativa con l’Europa.
Il pessimismo dipende in parte dal via libera arrivato oggi dal Comitato economico e finanziario, la riunione degli sherpa degli stati membri tutti compatti a dire: sì, l’Italia merita la procedura, sorta di ‘camicia di forza’ per ridurre un debito che l’anno prossimo potrebbe arrivare al 135 per cento del pil, secondo le previsioni europee.
Il punto è che da quando mercoledì scorso la Commissione europea ha approvato la raccomandazione che ritiene “giustificata” per l’Italia una procedura di infrazione, il governo di Roma non sta inviando i segnali giusti che evitarla.
Nelle cancellerie europee fanno pollice verso, anche se i mercati per ora non stanno reagendo male (oggi lo spread è a quota 262): potrebbe sempre succedere, se non ci sarà  accordo tra Roma e Bruxelles, è il ragionamento.
La palla è a Roma. Il Comitato economico e finanziario dell’Ue, in cui siedono i direttori del Tesoro degli Stati membri, chiede all’Italia di fornire nuovi elementi. Esattamente come successe a dicembre nella trattativa sulla manovra economica.
Ora si chiede all’Italia di negoziare con la Commissione europea sulla base di nuove decisioni di politica fiscale. Importante: nessuno tra i rappresentanti degli altri Stati – presente per l’Italia il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera — ha osato spendere una parola a favore di Roma.
Ma in Italia prevale il caos. La nuova linea di mediazione che anche Giuseppe Conte ha detto di voler adottare, fa fatica a imporsi sui due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Risultato: oggi anche il premier ha dovuto dire che per lui la manovra correttiva non è la strada da adottare la procedura di infrazione. E nemmeno il ministro dell’Economia Giovanni Tria può spingersi a ipotizzare concretamente una manovra correttiva, che (3-4 miliardi di euro, non tantissimo) resta il modo più concreto per evitare la procedura.
Lo stesso ministro si propone di offrire agli interlocutori europei i nuovi saldi, che pur scontando una crescita pari allo 0,2 per cento, cioè nulla, non sarebbero così negativi perchè alla fine si è speso meno sia per il reddito di cittadinanza che per quota cento. Ma questo agli interlocutori europei non basterà .
Rischia di essere una risposta debole, un segnale che lascia intendere che il governo italiano non è disposto a fare più di tanto per correggere la curva del debito che continua a salire dagli anni ’80, a parte rare parentesi di leggero calo.
E allora, confermano fonti di governo ad Huffpost, la procedura si avvicina.. L’isolamento è completo.
Non è un caso che oggi proprio Juncker alzi il tono contro l’Italia.
Eppure quest’inverno, nel braccio di ferro sulla manovra 2019, il presidente della Commissione aveva imparato a non stare nella mischia dello scontro diretto con Roma. Oggi Juncker non si risparmia: L’Italia è l’Italia e ha i problemi dell’Italia, diversi dai problemi degli altri paesi, ma simili sotto certi aspetti. Stiamo introducendo queste misure di flessibilità ” e “il riconoscimento delle riforme strutturali, tenendo conto dei problemi dei cicli economici e dei terremoti e di altri problemi. Ma nessuno in Italia lo sa perchè il governo italiano dà  l’impressione che la Commissione sia contro il Sud Europa e questo è sbagliato”.
Domani i due vicepremier faranno una riunione con Conte e Tria a Palazzo Chigi per decidere la linea che poi il ministro del Tesoro rappresenterà  all’Eurogruppo di giovedì a Lussemburgo, primo momento di confronto con gli altri colleghi europei.
La sua strada appare in salita.

(da “Huffingtonpost”)

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IN EUROPA CORDONE SANITARIO CONTRO I SOVRANISTI

Giugno 8th, 2019 Riccardo Fucile

BARRICATE CONTRO GLI XENOFOBI PER IMPEDIRE L’ACCESSO ALLE CARICHE APICALI

No pasaran. I sovranisti non devono passare.
Il tentativo è tuttora in corso, chissà  se regge ma nel 2014 una roba simile fu tentata ed ebbe successo. Allora lo chiamavano il ‘lodo Schulz’: meticolosa costruzione per impedire l’accesso alle cariche apicali dell’Europarlamento (presidenze di commissione, vicepresidenze d’aula) agli eurodeputati che non rispettassero lo spirito dei trattati.
E così a inizio legislatura il M5s, allora movimento ‘no euro’, restò fuori (la vicepresidenza a Fabio Massimo Castaldo è stata decisa solo dopo, al cambio di presidenza al Parlamento Ue a metà  legislatura).
Oggi l’obiettivo è più ambizioso, gli euroscettici sono aumentati, ma comunque l’intenzione è di tenere fuori i leghisti di Matteo Salvini e lepenisti francesi, ma anche – la novità  degli ultimi giorni – gli eletti di Fratelli d’Italia, i tedeschi dell’ultradestra tedesca Afd, i nazionalisti spagnoli di Vox.
E’ il cordone sanitario, che socialisti e liberali stanno costruendo con l’appoggio del Ppe, mentre tra mille tensioni interne ai gruppi tenta di prendere forma la maggioranza per la legislatura 2019-2024.
In sostanza gli europeisti puntano a presidiare il Parlamento europeo. Faranno blocco in aula. Esempio: se l’Ecr, il gruppo dei Conservatori e Riformisti che tra gli altri comprende gli eletti di Fratelli d’Italia e gli spagnoli di Vox, propone qualcuno di loro per la presidenza di una Commissione, in aula la proposta non passa.
Il cordone sanitario insomma tenta di prevenire il rischio che qualche Commissione parlamentare dia l’ok alla candidatura di un esponente dei partiti nazionalisti ed euroscettici per la Commissione Ue: i commissari nazionali devono infatti passare al vaglio della commissione parlamentare di competenza e poi dell’aula. Se la commissione dicesse ok, l’aula avrebbe problemi a bloccare la nomina.
I leader dei partiti più numerosi dell’Ecr — i polacchi di Jaroslaw Kaczynski, i conservatori britannici — sono avvisati.
Niente scherzi coi sovranisti: devono restare fuori. Qualche giorno fa David Sassoli, capo delegazione del Pd all’Europarlamento, ne ha parlato in una riunione con i socialisti. “Il rapporto con gli altri gruppi europeisti — sono le sue parole – passa dalla volontà  di isolare le frange nazionaliste presenti al Parlamento europeo”.
E’ la condizione che i socialisti pongono a Liberali e Popolari europei, gli interlocutori per la formazione della nuova maggioranza. Se lo schema regge, nessun sovranista arriverà  ai vertici del Parlamento, nessun commissario sovranista arriverà  a Palazzo Berlaymont. Reggerà ? I socialisti sono compatti, per ora allineati dietro Pedro Sanchez, il nuovo e unico gioiello che hanno da competizione elettorale, incaricato dell’interlocuzione con gli altri leader sulle nomine europee.
Dei liberali invece non si può dire la stessa cosa: il post-elezioni gli ha portato in casa gli eletti de La Republique en marche e quindi le prevedibili scintille con la vecchia guardia del belga Guy Verhofstadt. Pare siano agli stracci.
Stanno tentando di dar vita al nuovo gruppo Renaissance ma è guerra sul capogruppo. La ‘macroniana’ francese Nathalie Loiseau, ex ministro degli Esteri ora eletta all’Europarlamento, contro Verhofstadt, ex capogruppo. Una situazione che si è incancrenita negli ultimi giorni, dopo che il giornale belga ‘Le soir’ ha messo nero su bianco delle frasi attribuite alla francese: serve una “nuova leadership” con un “baricentro meno nordico”. Caos e polemiche. Lei ha cercato di sminuire, ma secondo Le Soir avrebbe esagerato anche con il capolista del Ppe Manfred Weber definendolo un “ectoplasma”. Delirio.
Ma la navigazione di inizio legislatura non è tranquilla nemmeno negli altri gruppi.
I Verdi, la novità  di queste elezioni, secondo partito in Germania, planati all’Eurocamera con ben 74 eletti, pure sono spaccati tra la parte più radicale e la parte più istituzionale guidata dalla tedesca Ska Keller. Già  eurodeputata nella scorsa legislatura, ex punk sbarcata in politica, Keller ha imparato bene l’arte della diplomazia, tanto da spiazzare il suo elettorato in Germania con una frase troppo benevola verso il rivale bavarese Weber, Spitzenkandidaten del Ppe.
“Non ho nulla contro di lui”, ha detto Keller e via con le polemiche, che però non le hanno impedito di superare la Spd alle urne.
Weber, ecco questo è il punto. E’ arrabbiato con i francesi: l’insulto di Loiseau arriva dopo che Macron ha praticamente ammazzato la sua candidatura per la presidenza della Commissione. Un po’ per ripicca, un po’ per cercare alleanze, Weber — finora sostenuto da tutto il Ppe per Palazzo Berlaymont — viene a Roma lunedì prossimo per incontrare Giuseppe Conte, il capo del governo nazional-populista più osteggiato dal resto d’Europa. Il tutto mentre socialisti e liberali cercano di comporre il cordone sanitario anti-sovranista.
(da “Huffingtonpost”)

Tornando all’Europarlamento, lo stesso gruppo sovranista di Salvini e Le Pen fa fatica a imbarcare nuovi affiliati (leggi qui). I 14 eletti del M5s sono ancora senza casa, tentano di sfuggire all’abbraccio di Nigel Farage che confermerebbe il loro vecchio gruppo Efdd (salvo trovare i numeri, al momento insufficienti), hanno chiesto asilo perfino all’Ecr e che gli ha sbattuto la porta. Insomma all’Eurocamera le cose vanno a rilento, il 25 giugno scade il termine per presentare i nuovi gruppi. E di conseguenze anche sulle nomine è tutto in alto mare. Ieri il vertice a sei tra il premier belga Charles Michel, Sanchez, il liberale olandese Mark Rutte, il socialista portoghese Antonio Costa, il Popolare croato Andrej Plenkovic e il Popolare lettone Krisjanis Karins non ha partorito nulla. Si tenta di chiudere entro il 2 luglio, quando l’Europarlamento dovrà  eleggere il presidente d’aula. Per questo non è escluso un ennesimo vertice il 30 giugno, se il consiglio europeo del 20 e 21 non dovesse concludersi con un altro nulla di fatto. Altrimenti il Parlamento eleggerà  il suo presidente e i capi di Stato dovranno adeguarsi. Sempre che il Parlamento sia pronto, provocazione ma mica tanto.

(da “Huffingtonpost”)

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