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SONDAGGIO EUROBAROMETRO: CRESCONO I CONSENSI ALL’EURO PROPRIO DOVE CI SONO I SOVRANISTI

Novembre 20th, 2018 Riccardo Fucile

AUMENTANO DEL 12% I FAVOREVOLI IN ITALIA E AUSTRIA, DOVE IMPAZZANO SALVINI E KURZ… SOVRANISTI, MA PRIMA VENGONO I QUATTRINI NEL MATERASSO

L’Euro piace ancora, soprattutto ai sovranisti.
A certificarlo è l’ultimo sondaggio di Eurobarometro, riguardante l’opinione che i cittadini europei hanno della moneta unica.
A sorpresa, gli Stati membri dove il gradimento è cresciuto di più sono proprio quelli a trazione ‘sovranista’, ovvero l’Italia e l’Austria.
In particolare, dallo scorso anno il numero di italiani che ritengono l’euro una ‘buona cosa’ è aumentato di ben 12 punti percentuali, raggiungendo il 57% del campione.
Il 30% ritiene invece che la moneta unica sia una cosa negativa, contro il 40% registrato un anno fa.
L’altro paese dove i cittadini pro-euro sono aumentati del 12% come detto, è l’Austria di Sebastian Kurz, seguita a ruota dalla Lettonia (+10 punti), dalla Slovenia (+9).
In Germania e in Francia invece, il consenso della moneta unica è in calo rispettivamente di 6 e 5 punti percentuali.
Sono gli unici in Europa, anche va detto che i due paesi partivano da livelli più alti dell’Italia: nonostante la lieve flessione infatti, ancora il 70% dei tedeschi e il 59% dei francesi ritiene che l’euro sia una ‘buona cosa’.
In generale, il sostegno dei cittadini europei alla moneta unica ha raggiunto il livello più alto per il secondo anno consecutivo, raggiungendo un picco del 74%.
Non la pensa così il 15% degli intervistati: l’ultimo baluardo della fronda anti-euro.

(da agenzie)

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EUROPA, ITALIA ALLE CORDE: AVRANNO DIRITTO AI FONDI SOLO QUEI PAESI CHE RISPETTERANNO LE REGOLE

Novembre 16th, 2018 Riccardo Fucile

LINEA COMUNE MERKEL-MACRON: CHI SI METTE DI TRAVERSO SUI CONTI PUBBLICI NON AVRA’ UN EURO

Angela Merkel ha ceduto: dopo mesi e mesi di tentennamenti, la Germania presenterà  insieme alla Francia una proposta per un fondo dell’eurozona per gli investimenti all’eurogruppo di lunedì prossimo, in vista del vertice Ue di dicembre.
La bozza del documento, che “Repubblica” è in grado di anticipare, parla di un fondo che “cofinanziando la spesa pubblica” deve puntare “a stimolare la crescita attraverso investimenti, ricerca e sviluppo, innovazione e capitale umano”.
Se il fondo fortissimamente voluto da Emmanuel Macron ha anche lo scopo di “stabilizzare” l’area dell’euro assicurando margini di spesa a chi ha le finanze pubbliche imbrigliate, è anche vero che presupporrà , nelle intenzioni di Parigi e Berlino, una maggiore “convergenza” tra i Paesi.
Detto a chiare lettere, nel documento si parla del fatto che “i Paesi membri dovranno fare i conti con requisiti più stringenti nel coordinamento delle politiche economiche”.
Ma soprattutto, il braccio esecutivo diventerebbe l’Eurogruppo.
E i Paesi che richiedessero i fondi potrebbero accedervi solamente se perseguissero “politiche che sono in sintonia con gli obblighi” che discendono dalle regole europee, “incluso le regole fiscali”.
In altre parole: chi si mette di traverso sui conti pubblici – un esempio a caso: l’Italia di queste tormentate settimane di negoziato sul Def – non avrà  diritto di accedere ai soldi europei.
Quanto alla somma del fondo, “sarà  decisa dagli Stati membri”, e, per accontentare i desiderata tedeschi, sarà  “parte del bilancio Ue”.

(da “Huffingtonpost”)

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TUTTA EUROPA SI E’ ROTTA LE SCATOLE DEL GOVERNO ITALIANO: “LA BCE LASCI CHE I MERCATI CASTIGHINO L’ITALIA”

Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO FINANZIARIO TEDESCO: “DRAGHI NON PERDA TEMPO”

L’attenzione si è destata improvvisamente ancor prima che la lettera di risposta del Governo italiano venisse recapitata alla Commissione Europea.
Nell’arco di 24 ore il principale quotidiano finanziario del Paese, i capo-economisti delle maggiori banche tedesche, il presidente della Banca centrale e – seppur con il bon ton suggerito dall’opportunità  diplomatica – la cancelliera federale hanno espresso, all’unisono, un loro assillo comune: il debito pubblico italiano.
Con una serie di interventi in rapida sequenza, ma con modi diversi, le principali autorità  politiche ed finanziarie di Berlino preparano il terreno allo scontro che nei prossimi giorni impegnerà  Roma e Bruxelles sulla legge di Bilancio, con toni che oscillano dall’avvertimento disinteressato alle minacce in senso stretto.
Prendiamo per esempio Jà¶rg Krà¤mer, capo-economista di Commerzbank, secondo istituto di credito della Germania.
Il titolo del suo intervento pubblicato su Handelsblatt Global non lascia spazio all’interpretazione: “Lasciare che i mercati castighino i populisti italiani”.
Sulla versione internazionale del quotidiano finanziario tedesco, Krà¤mer auspica che l’Ue e la Bce “non indietreggino” di fronte all’ostinazione di Roma di lasciare sostanzialmente intatto il suo Documento di Bilancio. Anzi: “Devono sfruttare le pressioni che i mercati stanno esercitando sull’Italia”.
Stare fermi, e aspettare. A quel punto, sostiene il capo-economista di Commerzbank, in sofferenza di liquidità  per finanziare il suo debito in seguito all’esplosione dello spread, Roma può rientrare nel programma di acquisti di titoli di uno Stato membro (l’Omt), una volta che a fine anno la Bce avrà  sospeso il Quantitative easing.
Com’è noto però, l’assistenza finanziaria dell’Omt non è a buon mercato: prevede infatti che il Governo che se ne avvale approvi un rigoroso piano di riforme (in pratica, tagli alla spesa pubblica) a cui l’erogazione dei finanziamenti della Bce è strettamente vincolata.
“Difficilmente l’esecutivo populista accetterebbe di varare queste riforme”, scrive Krà¤mer. Come fare? L’economista suggerisce anche il successivo passo politico: “Il Presidente della Repubblica dovrebbe indire una nuova rapida elezione che appoggi un governo moderato, che accetti le riforme richiesta dall’UE, creando così le condizioni perchè la BCE intervenga”.
Un remake dell’avvicendamento Berlusconi-Monti, in sintesi.
Ma difficilmente Mattarella potrà  seguire questo schema, si rammarica Krà¤mer. E quindi? “Affinchè i mercati esercitino la loro disciplina, la Bce si deve attenere alle regole”, e stare ferma fino a quando l’Italia, sotto lo schiaffo dei mercati, non accetti le riforme “chieste” da Bruxelles.
L’opinione espressa con modi rudi da Krà¤mer su Handlesblatt è l’equivalente di quella apparsa qualche ora prima sul Financial Times, a firma del collega David Folkerts-Landau, capo-economista di Deutsche Bank, al quale va forse riconosciuto lo zelo profuso nel far passare l’austerità  richiesta da Bruxelles come la base per un “grande accordo”.
Folkerts-Landau inizia il suo intervento riconoscendo ampi meriti a Roma per la sua “parsimonia” nella programmazione di bilancio degli anni passati: l’Italia dall’ingresso nell’Eurozona “ha registrato un avanzo primario di bilancio quasi ogni anno. In confronto, tutti gli altri paesi della zona euro, ad eccezione della Germania, hanno accumulato disavanzi primari anno dopo anno”.
Il problema, secondo l’economista di DB, è la spesa sugli interessi del debito pubblico accumulato prima dell’ingresso nell’euro e ogni soluzione passa dalla sua riduzione. Ecco, in pratica la soluzione prospettata da Folkerts-Landau: coinvolgere il Meccanismo europeo di Stabilità  finanziando una parte del debito italiano, così da permettere all’Italia di ripagarne gli interessi solo quando la sua economia sarà  tornata a crescere: “La bozza di questo grande accordo è la seguente: l’Italia deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza le riforme strutturali”.
Ecco che tornano, quindi, le riforme “chieste” dall’Europa. La declinazione del concetto da parte dei due capo-economisti è diversa, l’effetto invece è lo stesso.
Per Berlino e non solo il tempo del bazooka di Draghi è finito e non è il caso di tergiversare oltre, ribadendo che dalla prossima estate si penserà  a un “rialzo” dei tassi. Per l’Eurozona ora non è il momento di attenuare il rigore fiscale e nazioni fortemente indebitate “come l’Italia” dovrebbero ridurre il carico del debito”.
Tra le tante premure per la situazione italiana non poteva mancare quella di Angela Merkel. Nel suo discorso alla plenaria di Strasburgo, la Cancelliera l’ha sottolineata “con enfasi” che “l’Italia è un paese fondatore”. E quindi, “ha deciso insieme a tutti gli altri le regole che oggi sono all’origine della nostra base giuridica”, ha detto Merkel. Chiedendo quindi l’intervento della Commissione Europea: “Ora la Commissione ha un compito importante da svolgere, è importante che si giunga a una soluzione e la mia speranza è che lo si faccia nel dialogo con le autorità  italiane”.
Se non bastasse, a soffiare sul fuoco ci ha poi pensato un editoriale di Handelsblatt, principale quotidiano finanziario della Germania: “La lettera di Roma è uno schiaffo in faccia agli altri partner dell’Unione Europea”. Quelle che arrivano da Berlino, invece, sono carezze.

(da agenzie)

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L’UE SI PREPARA ALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE CONTRO IL GOVERNO ITALIANO: “NON SI COMPRA IL CONSENSO CON I SOLDI DEGLI ALTRI”

Novembre 14th, 2018 Riccardo Fucile

APPUNTAMENTO PER IL 21 NOVEMBRE, AUSTRIA E OLANDA I PRIMI A CHIEDERLA… E LO SPREAD VOLA A 310

La prima reazione ufficiale arriva via tweet.
Nel giorno in cui la Commissione europea riceve la risposta dell’Italia alla bocciatura del documento programmatico di bilancio avvenuta lo scorso 23 ottobre, il lettone Valdis Dombrovskis scrive in pochi caratteri tutta l’insoddisfazione europea per il comportamento di Roma.
La decisione del governo italiano di non modificare il piano di bilancio, dice il vicepresidente della Commissione responsabile per l’Euro, è “controproducente per l’economia italiana”. Non ci sono margini: l’Europa si prepara ad aprire una procedura di infrazione contro l’Italia per debito eccessivo.
“Già  ora, in percentuale, gli interessi sul debito pubblico sono una volta e mezzo più alti di un anno fa”, continua Dombrovskis.
L’impatto “è evidente anche nella disponibilità  di finanziamenti e nel costo del credito per l’economia reale, che sta iniziando a danneggiare gli investimenti”.
“Quando si è nella famiglia dell’eurozona, bisogna rispettare regole che noi stessi ci siamo dati”, dice l’altro vicepresidente della Commissione europea Andrus Ansip, responsabile del mercato digitale.
“Fare debito con i soldi dei contribuenti non è un’idea intelligente – aggiunge Ansip, ex premier dell’Estonia – In Italia c’è un governo intelligente e spero che saranno in grado di trovare buone soluzioni per l’Unione europea e anche per gli italiani. Sono stato il primo ministro dell’Estonia. Anche durante la crisi, abbiamo sempre seguito le regole del Patto di stabilità  e crescita. Abbiamo deciso noi stessi queste regole. Se il livello del debito nel Paese è alto, la fiducia pubblica è bassa. C’è questo tipo di correlazione. I governi che pensano che sia possibile comprare il sostegno delle persone usando soldi a credito si sbagliano. Le persone non si possono comprare, si fidano molto di più dei governi responsabili”.
Dichiarazioni che sono l’anticamera di quello che succederà  a partire dalla prossima settimana. Il 21 novembre la Commissione darà  le opinioni sulle leggi di bilancio di tutti i paesi della zona euro. E probabilmente sarà  quella l’occasione per annunciare la procedura contro l’Italia: formalmente verrà  aperta a gennaio 2019. Potrebbe avere un costo di 60 miliardi l’anno, potrebbe raggiungere il livello massimo di un aggiustamento strutturale pari allo 0,5 per cento del pil.
Intanto lunedì 19 novembre è in programma anche una riunione straordinaria dell’Eurogruppo. All’ordine del giorno, la riforma dell’Unione Bancaria.
Ma qui a Strasburgo, dove è in corso la plenaria del Parlamento Europeo e dove ci sono anche i commissari europei come avviene ogni mese, tutti scommettono che l’appuntamento di lunedì diventerà  un altro ‘processo’ all’Italia.
E’ prevista anche la presenza del ministro dell’Economia Giovanni Tria: facile immaginare che sarà  esposto al fuoco di fila dei suoi omologhi degli altri paesi, tutti schierati col pollice verso su Roma. Vogliono che la Commissione agisca. E la Commissione ha gioco facile a mandare avanti loro contro l’Italia.
“Sono tutti arrabbiati contro Roma – ci dicono fonti alte del Ppe – Pensa cosa possono dire quei paesi come l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo che hanno dovuto sopportare le cure europee sui conti pubblici, hanno dovuto stringere la cinghia? E pensa cosa può dire l’Olanda, che si impegna a ridurre un debito al 70 per cento invece di usare quei soldi per altre spese…”.
Settanta per cento è niente rispetto al debito italiano che ormai viaggia a 131,8 per cento del pil.
Non a caso, proprio il ministro delle Finanze olandese è il primo a sfogarsi contro Roma. Wopke Hoekstraha chiede alla Commissione europea di prendere “ulteriori provvedimenti” contro l’Italia e si dice “molto deluso dal fatto che l’Italia non modifichi il proprio bilancio.
Le finanze pubbliche dell’Italia – continua – non funzionano e i piani del governo italiano non portano a una crescita economica solida. Questo bilancio non rispetta gli accordi che abbiamo stipulato in Europa. Sono molto preoccupato al riguardo…”.
Preoccupazione è anche la parola più in voga nei commenti qui a Strasburgo.
Perchè l’Italia non è la Grecia e nemmeno la Spagna. Il fatto che sia Roma e non Atene a mostrare i muscoli contro Bruxelles, costringendola ad agire, semina anche timori, oltre a propositi di vendetta.
“Ne va delle fondamenta dell’Unione Europea, l’Italia è uno dei paesi fondatori”, ci dice una fonte ben consapevole dei rischi che si corrono. In quanto l’Ue in questo momento non è una costruzione forte con il caso italiano come unica palla al piede. “E’ minacciata da est e da ovest”, non fa che ripetere anche il presidente dell’Europarlamento
Antonio Tajani che da ieri ha lanciato appelli affinchè il governo di Roma cambiasse la manovra economica e non arrivasse ad uno scontro con la Commissione. Ora non può che concludere: “E’ una manovra sbagliata nei contenuti, perchè la procedura di infrazione è anche un brutto segnale per le banche e per chi vuole investire in Italia…”.
Colpire Roma per evitare che l’Ue faccia differenze tra figli e figliastri, per difendere insomma l’Unione: questa è anche una storia di orgoglio e realismo senza possibilità  di scelta. Via obbligata.
Lo chiede anche il ministro delle Finanze di Vienna, il Popolare Hartmut Loeger: “Più che mai dobbiamo pretendere disciplina da Roma, non si tratta solo di una questione italiana, ma di una questione europea. L’Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco”, continua, dicendosi pronto ad appoggiare la procedura d’infrazione contro Roma. Eppure a Vienna il Ppe del giovane cancelliere Sebastian Kurz governa con l’Fpoe, il partito dell’ultradestra populista guidato da Heinz-Christian Strache, ‘amico’ di Salvini. Eppure…
A Strasburgo gli eurodeputati del M5s confidano in un aiuto da Berlino. Perchè qualche giorno fa, il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha riconosciuto che “nel programma (del governo italiano ndr.) ci sono parti che si possono comprendere. Un’assicurazione per i disoccupati, ad esempio, esiste in Germania, in Francia. E non è affatto inusuale per un paese sviluppato come l’Italia”.
Però lo stesso Scholz ha aggiunto che “chi ha alti debiti deve stare più attento di chi ha solide finanze statali”. E ieri proprio qui a Strasburgo Angela Merkel ha richiamato l’Italia alla “responsabilità ” sui conti, pur non citando esplicitamente Roma ma facendo un ragionamento sugli effetti delle decisioni dei singoli stati su tutta l’Ue.
E’ proprio questo il punto. Per questo il piano di Roma non convince gli europei.
C’è il lato tecnico, il fatto che i 18 miliardi provenienti dal piano di privatizzazioni inserito in corsa ieri nella lettera per Bruxelles “non incidono sul deficit strutturale e, se non riguardano gli immobili, nemmeno su quello nominale”, ci dice Roberto Gualtieri, presidente della Commissione economica del Parlamento europeo.
E poi c’è il lato politico: Roma non può farla franca perchè il resto dell’Unione non lo perdonerebbe, perchè l’Unione forse non reggerebbe. Ma anche se – come avverrà  – non la farà  franca, continua a impensierire i partner europei che si vedono proiettati ad un futuro con un alleato ‘zoppo’ nel Mediterraneo. Sempre che resti ‘alleato’.

(da “Huffingtonpost”)

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MACRON: “IL NAZIONALISMO E’ IL TRADIMENTO DEL PATRIOTTISMO”

Novembre 11th, 2018 Riccardo Fucile

LA STOCCATA A TRUMP CHE REAGISCE CON UNA SMORFIA

Un’espressione che fotografa perfettamente la differenza di vedute.
“Il patriottismo è l’esatto contrario del nazionalismo e dell’egoismo”: lo ha detto il presidente della repubblica francese, Emmanuel Macron, nel discorso di poco meno di un quarto d’ora pronunciato davanti a 72 capi di stato e di governo invitati a Parigi per il centenario dell’Armistizio.
In platea il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non è riuscito a contenere la sua reazione, in una smorfia del volto che la dice lunga su quanto l’inquilino della Casa Bianca e il presidente francese la pensino diversamente.
Gli attriti tra Francia e Stati Uniti, d’altronde, sono noti da tempo e a ravvivarli è stata la recente dichiarazione di Macron sulla necessità  dell’Europa di dotarsi di una propria forza militare per proteggersi da Cina, Russia e anche dagli Stati Uniti.
“L’11 novembre, esattamente 100 anni fa – ha detto Macron – a Parigi, come ovunque in Francia, fu armistizio. Era la fine di quattro lunghi e terribili anni. Per quattro anni, l’Europa rischiò di suicidarsi”.
“La lezione della Grande Guerra non può essere quella del rancore di un popolo contro gli altri” ha detto ancora Macron nel suo discorso, sotto la pioggia, visibilmente emozionato.
Invocando una maggior cooperazione internazionale, ha stigmatizzato “la chiusura in sè, la violenza e il predominio”.
“Sommiamo insieme le nostre speranze invece di opporre una all’altra le nostre paure”, ha detto rivolto ai capi di stato, concludendo poi con: “viva la pace, viva l’amicizia fra i popoli, viva la Francia”.
Piccolo incidente al passaggio dell’auto di Donald Trump sugli Champs-Elysees, diretta all’Arco di Trionfo per la commemorazione del centenario della firma dell’armistizio: una dimostrante del gruppo Femen ha scavalcato le barriere con un cartello sul quale era scritto “falsi pacificatori” ed è stata subito bloccata dai gendarmi. Contemporaneamente, si sono uditi alcuni fischi dal pubblico dietro le transenne in direzione della Cadillac One del presidente americano.
Le militanti del gruppo Femen fermate dopo il tentativo di manifestazione al passaggio dell’auto di Trump sugli Champs-Elysees sono in tutto tre. Due di loro si sono mostrate a seno nudo con le scritte “Hypocrisy parad” e “Gangsta party”, saltando sopra le transenne.
Una terza, poco più lontana, le ha imitate qualche minuto più tardi.

(da agenzie)

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LA TAV VISTA DALLA FRANCIA: OPERA NON IN DISCUSSIONE MA OPERARE RISPARMI E PERCORSI ALTERNATIVI

Novembre 9th, 2018 Riccardo Fucile

LA POSIZIONE DEI PARTITI: EN MARCHE POCO CONVINTI, REPUBBLICANI ULTRAS DELLA TAV, LE PEN CONTRARIA

“È fuori discussione che i lavori per la Tav Lione-Torino si fermino”. Ma “ogni Paese può proporre delle soluzioni alternative. Anche la Francia sta cercando dei margini di risparmio: i tagli sono auspicabili, ma non a danni del progetto”.
Ovvero Parigi, se l’Italia dovesse proporre una riduzione del progetto dell’Alta velocità , non intende opporsi a priori purchè venga salvata la “coerenza e l’efficacia dell’asse” e quindi la galleria di base.
E per quanto riguarda un ridimensionamento delle vie d’accesso, sta valutando di fare lo stesso.
Cendra Motin, deputata di En Marche eletta a Lione ed ex vicepresidente de l’Assemblèe Nationale, rompe il silenzio del governo francese.
Lei, rappresentante del dipartimento dell’Isère che sarebbe interamente attraversato dalla nuova tratta, dice di “aver seguito con preoccupazione” la bocciatura del consiglio comunale di Torino sulla Grande opera ed è in contatto costante con la ministra dei Trasporti Elisabeth Borne.
“Mi ha garantito che si va avanti con convinzione. E lunedì 12 novembre incontrerà  il ministro italiano Danilo Toninelli”. Ma non solo.
Matin rivela che anche la Francia, a fronte dei numerosi finanziamenti necessari per chiudere il progetto, sta pensando a soluzioni diverse per quanto riguarda lo sviluppo dei collegamenti che porteranno alla galleria: “Le nostre casse sono vuote. Stiamo valutando se c’è un progetto intermedio che costa meno caro“.
Questo però, ribadisce, non significa essere aperti al blocco totale dell’opera: “Alla fine le ragioni economiche avranno la meglio. Sul nostro territorio la richiesta è praticamente unanime”.
La Regione scalpita e accusa Macron di rallentare. E per gli eletti della Le Pen non è una priorità 
Il progetto Tav Torino-Lione insomma non crea tensioni solo all’interno del governo italiano. Le perplessità  sul fronte francese sono emerse fin dall’inizio del mandato di Emmanuel Macron: in un primo momento si era parlato di una pausa per valutare come procedere, poi si è tornato a dire che l’opera non è in discussione. Intanto però è passato altro tempo.
Lo scontro quindi non dipende solo dalle resistenze italiane: bisogna trovare i fondi e decidere di destinarli a questo progetto e non ad altri.
Contro l’esecutivo di En Marche si è schierata la Regione Auvergne-Rhone-Alpes, guidata dai Repubblicani e quindi oppositori del presidente della Repubblica: “Noi saremmo pronti a finanziare l’opera domani”, dice Yann Drevet, del cabinet del presidente della Regione, “ma Macron non è della stessa idea. Per lui non è una priorità ”.
Una ricostruzione che da En Marche smentiscono: “Usano i ritardi italiani per accusarci di non voler procedere, ma è falso”.
Interessante notare che dalle parti del Rassemblement National, gli alleati di Salvini in Europa, sono fortemente contrari: “Certo che non è una priorità ”, dice il consigliere Antoin Mellies. “La Regione dovrà  investire 3 miliardi di euro e noi chiediamo che vengano destinati piuttosto al miglioramento delle reti esistenti e quindi al trasporto di prossimità ”. Con loro anche gli ecologisti, che fanno fronte comune con i No Tav italiani.
I delegati alla manifestazione Si Tav a Torino e il lobbismo del Comune guidato dall’ex ministro dell’Interno
Sul fronte istituzionale però, almeno dalle parti di Lione, regna la quasi totale unanimità  che si traduce in un’attività  di lobbying costante. “Siamo in contatto con il Piemonte e la Lombardia”, continuano dalla Regione.
“E saremo a Torino sabato alla manifestazione in favore della Tav. Stiamo facendo pressioni costanti. Noi abbiamo i fondi per realizzarla e stiamo solo aspettando che la Francia e l’Italia mantengano la loro parola. Piano b? Non esiste. Le strade sono solo due: o si fa la Lione-Torino o non si fa”.
E quando si parla di lobby, non bisogna dimenticare che Lione non è una terra qualunque: è la patria di Gerard Collomb, sindaco al quarto mandato che ha teorizzato le “larghe intese a livello locale in nome della concretezza”, nonchè primo sostenitore di Macron poi diventato ministro dell’Interno.
Tre settimane fa si è dimesso dal governo: ufficiosamente in polemica con la linea del presidente della Repubblica, ufficialmente per preparare la sua candidatura alle prossime comunali. E di qualsiasi tipo siano ora i suoi contatti con il governo, sicuramente avrà  un canale privilegiato. “Il suo impegno e il nostro per realizzare l’opera sono fuori discussione”, assicura Karine Dognine-Sauze, vice presidente della città  metropolitana di Lione.
“Noi stiamo lavorando per mobilitare le aziende per far capire all’Italia quanto è importante l’apertura di questo tratto”. Se le istituzioni a livello locale e regionale sono molto attive, tace per il momento la ministra che, contattata da ilfatto.it, ha detto di non voler rilasciare dichiarazioni. Non prima di vedere il ministro Toninelli e, se ci sarà  bisogno, “rassicurarlo”.
I lavori e i costi
Ma cosa è già  stato fatto sul versante francese? Stèphane Guggino, delegato generale del Comitato per la Transalpina, garantisce che la Francia non ha mai cambiato idea sul dossier e i lavori sono in corso mentre scriviamo: “Il cantiere è attivo, 400 persone sono al lavoro, e nella galleria di Saint Martin de la Porte si scavano 18 metri ogni giorno in direzione dell’Italia. Attualmente sono stati scavati 5300m sui 57 km totali. Mentre per quanto riguarda le altre gallerie e tunnel di collegamento ne sono già  stati fatti 25 sui 162 previsti. In totale è stato realizzato il 15 per cento del progetto generale”.
E intanto quanti fondi sono stati effettivamente erogati? “Fino a questo momento la Francia ha investito 400 milioni di euro“, continua Guggino. “Stando al budget, ogni anno il governo stanzia 200 milioni e così ha fatto quest’anno”. Sulla base degli accordi, in totale la Francia deve finanziare il 25 per cento della Grande opera. All’Italia spetta il 35%, mentre l’Ue mette il 40 per cento. Il costo del solo tunnel principale è stato stimato per 8,6 miliardi, ma la Corte dei conti francese nel 2012 ha rivisto il costo finale (considerate anche le vie d’accesso e le altre gallerie collegate) per 26 miliardi di euro.
A settembre scorso la Commissione europea, anche alla luce delle perplessità  degli attori in campo, ha proposto di investire altri 814 milioni di euro, quindi di aumentare i suoi contributi al 50 per cento del totale.
Per Guggino ci sono pochi dubbi che si debba arrivare a una soluzione e il problema ora sono solo gli italiani: “Se vogliono rivedere alcune cose a noi non importa”, continua, “purchè si mantenga la struttura generale. So che già  in passato avevano ridimensionato il progetto, non so dove altro si potrebbe risparmiare. Comunque se si tratta di rivedere ad esempio il rinnovo della stazione di Susa, non c’è problema”.
Ma l’analisi costi-benefici chiesta dal governo Lega-M5s potrebbe dare altri risultati: “A me non preoccupa. Ci sono stati negli anni già  sette studi indipendenti dello stesso tipo e hanno detto tutti che si deve procedere. Se gli esperti scelti dagli italiani sono indipendenti, allora diranno la stessa cosa. Noi non abbiamo dubbi sull’utilità  sia economica che ecologica della Tav Lione-Torino”.
Le soluzioni alternative a cui pensano i francesi
Non ci sono però solo gli italiani a porsi la domanda del come riuscire a spendere meno ed uscire dall’impasse generale. Tanto che Parigi, approfittando della divisione italiana, sta valutando già  alcune opzioni.
“Una soluzione temporanea di cui si è discusso”, dice sempre l’eurodeputata di En Marche Motin, “è rimodernizzare la linea Dijon-Modane. Ma non può bastare: la Lione-Torino fa parte di un asse che collegherà  Barcellona con la Francia e quindi la Polonia. E’ un progetto strutturale per i trasporti in Ue”.
Il problema sono i fondi: “Il progetto iniziale, con le vie d’accesso e le gallerie, costa molto molto caro. A livello politico dobbiamo porci due domande. Innanzitutto, vale la pena? Metteremo 40mila tonnellate di merci su questa tratta? Se così dovremo rivedere il trasporto merci in Francia. La seconda domanda è: che effetti ci saranno per gli abitanti del territorio? La tratta Lione-Grenoble è completamente satura e quindi levare le merci da quella linea migliorerebbe molto la situazione. In quella zona i camion che attraversano la valle non lasciano respirare e il livello di inquinamento è troppo alto”.
Ma continua: “Le nostre casse sono vuote. Stiamo riflettendo su come far rientrare i costi nel budget. E stiamo valutando se c’è un progetto intermedio che costa un po’ meno caro”. Detto questo però, i francesi ci tengono a ribadire che non intendono accettare che il piano fallisca. “La nostra volontà  politica è chiara, non ci sono ambiguità ”, ha chiuso Motin. “Ma non possiamo farlo da soli senza gli italiani. Io non mi spavento troppo, perchè penso che anche il governo italiano si adeguerà  alla ragione economica. Ed è quello che può salvare il progetto oggi: le imprese sono molto forti nel Nord dell’Italia e sono sicura che la loro voce sarà  ascoltata”.
E se invece l’intesa non dovesse arrivare? “A quel punto dovremo chiederci collettivamente cosa fare della galleria. Perchè è là  e la stanno bucando in questo momento. Possiamo non creare la Lione-Torino così com’era stata pensata, ma bisogna vedere come reagirà  l’Europa. Non possiamo perdere tutti questi investimenti pubblici”.
Gli occhi puntati dell’Europa
Nell’Isère la faccenda viene monitorata giorno dopo giorno. E quando qualcuno arriva fino a ipotizzare l’estrema soluzione del fallimento del progetto, viene chiamata in causa l’Europa.
Che è comunque l’istituzione che continua a dimostrare più convinzione sul tema. L’eurodeputata socialista Sylvie Guillaume, attualmente vicepresidente del Parlamento Ue, quando parla rievoca lo spettro della Brexit e di cosa succede a chi non rispetta gli impegni: “Rimettere in questione un progetto che è già  costato cosi tanti soldi mi sembra incredibile, sia dal punto di vista della salute e dell’ecologia che naturalmente da quello economico. Le autorità  italiane si prenderebbero un rischio molto grande. Anche perchè gli impegni presi non cadono così da un giorno all’altro: il costo economico di fermare la Grande opera mi sembra insormontabile. Senza pensare al costo ambientale ed ecologico. L’Unione europea ha messo i soldi e ci saranno per forza delle conseguenze”.
E conclude: “Io non voglio dare consigli agli italiani, ma quando vediamo il modo in cui sono state trattate e mantenute infrastrutture come il ponte di Genova, penso che bisogna guardare le cose con serietà . Parliamo della sicurezza e della salute dei cittadini”. Per Guillaume insomma, che rappresenta i socialisti sul territorio da quasi 20 anni e che quell’opera non la vedrà  terminata neppure in questo mandato, gli italiani non hanno scelta. E nemmeno i francesi.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL PPE SI SPOSTA A DESTRA: LA MISSION E’ PROSCIUGARE IL TERRENO AI SOVRANISTI

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

MANFRED WEBER PER IL DOPO JUNCKER ALLA COMMISSIONE UE

“I nazionalismi portano alle guerre”, sentenzia Angela Merkel di fronte alla platea del Ppe che a Helsinki le tributa l’applauso più lungo di tutti, ancora prima che inizi a parlare.
“Ancora non sapete cosa sto per dire…”, si schernisce lei, al suo ultimo giro di boa in politica, presto non più presidente della Cdu, cancelliera fino al 2021 e stop.
Merkel chiude un Congresso che decide di spostare i Popolari a destra con l’elezione di Manfred Weber, bavarese, attuale capogruppo a Strasburgo.
Sarà  lui lo ‘Spitzenkandidat’ del Ppe, il candidato per il dopo-Juncker alla testa della Commissione europea per il voto di maggio. Ancora cristiano-sociali, ma più a destra: in questa corsa interna Weber era anche il candidato di Viktor Orban, di tutti i Popolari del sud e dell’est.
Non c’è storia per lo sfidante Alex Stubb, 50 anni, finlandese, vicepresidente della Banca per gli investimenti europea, curriculum lunghissimo di cariche istituzionali, conoscenza delle lingue, maratoneta, feroce critico delle violazioni dei diritti nell’Ungheria di Orban. La paga: si ferma al 20 per cento, contro il 79,2 per cento di Weber, 46 anni, curriculum decisamente più asciutto, volto perennemente in modalità  ‘sorriso democristianamente rilassato’, prima elezione in Baviera, la terra di Horst Seehofer, il ministro degli Interni tedesco che è riuscito a spostare più a destra la linea della Cancelliera.
Dopo la proclamazione, sulle note di ‘One vision’ dei Queen, Weber e Seehofer si abbracciano. Ci mancherebbe. Ma questo è un dettaglio.
Il succo della questione lo spiega il presidente ungherese Orban ogni volta che parla con Antonio Tajani che gli chiede di moderarsi, soprattutto dopo che il Parlamento europeo gli ha votato una condanna per violazione dello stato di diritto dell’Unione. “Io potrei anche moderarmi – dice lui – ma poi qui in Ungheria vincono i ‘nazisti’…”. Storie di realismo politico.
Come anche quella del legame tra Orban e Matteo Salvini: a Tajani l’ungherese ha confidato anche ieri sera a cena che “in Italia il mio unico interlocutore è Berlusconi”, assente a Helsinki.
Parlando al congresso scuote un po’ l’Ue (“Non siamo stati capaci di tenerci gli inglesi dentro e i migranti fuori”) ma giura sull’unità  del Ppe citando Helmut Kohl: “Ci ha insegnato che ci possono essere disaccordi, malintesi ma si sta uniti”.
Il nemico è a destra. E il Ppe si sposta a destra pensando di prosciugare l’acqua degli avversari.
“Dobbiamo avere la volontà  politica di proteggere le frontiere cristiane, dobbiamo fare in modo che nessuno passi le frontiere europee senza passaporto…”, dice Weber immerso nel blu senza scampo che colora la scenografia di questo congresso, in ogni angolo se si eccettua la giacca aragosta della Merkel.
Applausi per Manfred, lui continua: “Io sono cristiano, sembra antiquato come approccio? Non mi interessa, l’importante è avere una base. Siamo orgogliosi del nostro retaggio cristiano, lo difenderemo ma ci vogliono atti concreti che servano a tutti i cittadini a prescindere dalla loro origine”.
Ancora: “Salvini, Le Pen e i polacchi, queste persone parlano molto di nazionalità , queste persone dicono che bisogna esser orgogliosi delle proprie nazioni che le loro nazioni sono migliori delle altre e che bisogna odiare l’Europa. La nostra risposta è questa: non voglio che gli egoismi creino delle separazioni e delle divisioni, siamo orgogliosi di avere ottenuto questa coesione tra l’identità  europea”.
Ma sulla manovra italiana bocciata da Bruxelles,Weber già  si comporta da candidato, morbido: “Siamo tutti sulla stessa barca, il budget italiano ha già  avuto un impatto sui tassi della Grecia, ma io dico dobbiamo trovare un compromesso e sederci intorno a un tavolo”.
A Helsinki il Ppe si comporta da primo della classe. Tajani già  annuncia che si ricandida come presidente del Parlamento Europeo: lui ancora sullo scranno più alto di Strasburgo, Weber alla Commissione (sempre che lo Spitzekandidat regga alla prova dei negoziati tra capi di Stato e di governo dopo il voto).
Ad ogni modo, a Helsinki l’aria è ultra-rilassata, come la faccia di Weber, in effetti. I due sfidanti non sembrano nemmeno tali: sempre seduti vicini, sorrisi e abbracci anche dopo la vittoria, “Alex ho bisogno di te in campagna elettorale”, “Certo Manfred ci sarò al cento per cento”.
Gli ultimi sondaggi danno il partito in calo ma ancora primo nel Parlamento Europeo anche al prossimo giro.
Il termometro segna un 25,4 per cento contro il 19,7 per cento dei Socialisti che soffrono la dipartita dei Laburisti britannici dall’Ue.
Il 25,4 vale 180 seggi a Strasburgo, contro i 63 che conquisterebbe l’Enfi, il gruppo del Front National e della Lega, dato all’8,9 per cento.
Poi ci sono i Conservatori e Riformisti, attualmente in maggioranza col Ppe e i Liberali: 7,7 per cento per loro, 54 seggi.
E infine il gruppo Efdd, Europa della Libertà  e della Democrazia diretta, il gruppo in cui siedono gli eurodeputati del M5s, viene dato al 7,7 per cento, 55 seggi.
Sommati, Enf, Ecr (che includeranno anche Fratelli d’Italia, ma attualmente comprendono i Democratici di Svezia, estrema destra) e Efdd fanno quasi il 25 per cento.
Ma sono tre gruppi variegati, non fanno blocco comune in Parlamento.
Altro elemento di relativa tranquillità  per un Ppe che nella sua parte italiana (Forza Italia) spera di includere Salvini, staccandolo dalla Le Pen e portandolo nel gruppo dei Conservatori, nella parte straniera gioca la partita convinto di poter dare ancora le carte.
“Mi raccomando: resistiamo in Italia…”, sussurra a Tajani Kristalina Georgieva, ex commissaria Ue ora alla Banca Mondiale. In sala i delegati cominciano a defluire.
Da Bruxelles la Commissione Europea ha appena ‘bastonato’ Roma con i numeri non ottimistici delle previsioni economiche per l’anno prossimo, cozzano con la manovra appena bocciata dall’Ue, un ‘taxi’ verso la procedura di infrazione sul debito. A Helsinki guardano all’Italia come una nazione completamente isolata. Anche se non ne parlano dal palco, tranne l’austriaco Sebastian Kurz: “Se alcuni membri dell’Ue non fanno come Spagna e Portogallo”, che hanno avuto la Troika, “se c’è un debito alto come in Grecia, non va bene. Se c’è un modus operandi come in Italia, questo non è corretto per l’Italia ma nemmeno per l’Ue”.
“Siamo sotto attacco da ovest e da est: l’Europa è l’unico modo per tutelare tutti”, dice Tajani tra gli applausi. “E’ il momento di dire no ai nazionalismi stupidi e limitati che respingono l’altro. Chi è patriota ama anche gli altri che vengono da lontano”, dice Jean Claude Juncker, anche lui a fine corsa politica come Merkel.
L’inno alla gioia, l’inno dell’Ue chiude il congresso in Finlandia, oltre mille chilometri di confine con la ‘minacciosa’ Russia, paese dove l’anno prossimo si vota anche per le politiche.
Sui banchi qualcuno dimentica i biscotti a forma di cuore distribuiti dai fans di Weber. Oggi non ci sono gli hotdog regalati ieri da Stubb. E non c’è nemmeno il Babbo Natale di ieri. Inizia la campagna elettorale che guarda già  a maggio: la più difficile della storia europea, concordano tutti.

(da “Huffingtonpost”)

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TROPPO MORBIDO CON I NEONAZISTI: LICENZIATO L’EX CAPO DEGLI OO7 TEDESCHI

Novembre 8th, 2018 Riccardo Fucile

PRIMA TRASFERITO, ORA PREPENSIONATO: FUNZIONA COSI’ NEI PAESI CIVILI

È di nuovo bufera su Hans-Georg Maassen, il controverso ex capo degli 007 tedeschi: il ministro degli Interni, Horst Seehofer, ha annunciato che il presidente del BfV verrà  immediatamente mandato in pensione anticipata, in seguito ad un discorso pubblico in cui lo stesso Maassen si è detto vittima di una sorta di complotto “di forze di sinistra radicale presenti nella Spd”, il cui interesse sarebbe stato cavalcare i fatti di Chemnitz per mettere fine alla Grosse Koalition a fianco della Cdu/Csu di Angela Merkel.
Lo racconta bene Roberto Brunelli sull’Agi.it: Il discorso di Maassen, tenuto di fronte al cosiddetto Berner Club, che riunisce i vertici di vari servizi segreti a livello internazionale, ha ovviamente provocato una nuova ondata di furibonde polemiche nella politica tedesca dopo quelle di un mese fa, quando il capo degli 007 era finito nella tempesta per aver negato che a Chemnitz si fosse verificata una vera e propria caccia all’immigrato ed era stato accusato di aver voluto “banalizzare” l’ondata di violenze di estrema destra.
Una polemica che aveva investito il governo federale, con la Spd che ne reclamava le dimissioni e il ministro Seehofer a difendere Maassen.
L’accordo finale si era chiuso con l’allontanamento di Maassen dal vertice del servizio d’intelligence BfV (Ufficio federale per la difesa della Costituzione), risolto però con un semplice spostamento di Maassen al ministero dell’Interno come consulente.
Un compromesso giudicato insufficiente sia nell’opinione pubblica che nei media, salutato con soddisfazione dal solo Seehofer.
“Le sue formulazioni sono inaccettabili”, dichiara oggi invece il ministro, che ha convocato un’apposita conferenza stampa per annunciare il pensionamento di Maassen: “Una collaborazione basata sulla fiducia non è più possibile”, aggiunge Seehofer, sottolineando anche di essere “ampiamente deluso dal punto di vista umano”.
Il capo del BfV è sospeso da tutti i suoi incarichi finchè non sarà  ufficializzata la decisione del suo allontanamento da parte del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. “La decisione di Seehofer era necessaria da molto tempo”, ha detto il capo organizzativo della Spd, Lars Klingbeil, dato che “Maassen ha dimostrato ancora una volta la tendenza ad avvalorare teorie cospirazioniste dell’estrema destra”.
Secondo la leader della Linke, Katja Kipping, la decisione “arriva troppo tardi per riparare ai danni che la GroKo ha causato a se stessa”.
Critico anche l’esponente dei Verdi Konstantin von Notz, che punta il dito contro Seehofer: “Il ministro degli Interni e’ pienamente responsabile per questo disastro”, che ha visto il presidente del BfV in prima linea “per le sue teorie complottiste e i risentimenti contro la politica e i media”.
Di tutt’altro tono le reazioni dei vertici dell’Afd, unici a difendere l’oramai ex capo degli 007. Afferma infatti uno dei leader del partito dell’ultradestra, Joerg Meuthen, che Maassen “Se avesse interesse a entrare nelle nostre file, sarebbe ovviamente il benvenuto”.

(da Globalist)

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NO BREXIT: UN MILIONE DI FIRME IN GRAN BRETAGNA PER CHIEDERE UN NUOVO REFERENDUM

Ottobre 30th, 2018 Riccardo Fucile

CLAMOROSO SUCCESSO DELLA CAMPAGNA DELL’INDIPENDENT… E LA SETTIMANA SCORSA 700.000 PERSONE SONO SCESE IN PIAZZA ALLA MARCIA PER IL FUTURO

Facile dire: via dall’Europa e giocare sullo sfascismo imperante.
Poi – soprattutto i giovani e quelli più informati – uno ci riflette un attimo e vede che il Regno Unito fuori dall’Unione Europea rappresenta un impoverimento e non una ricchezza. Essere isolati invece di far parte di una comunità .
Così la campagna dell’Independent per un referendum bis sulla Brexit ha raggiunto la soglia del milione di firme solo tre mesi dopo l’avvio dell’iniziativa: lo riporta oggi lo stesso quotidiano britannico
Il giornale aveva lanciato la campagna il 25 luglio scorso spiegando in un editoriale che il referendum del 2016 «ha dato la sovranità  al popolo britannico, ora il popolo ha diritto di avere l’ultima parola», anche sull’esito del negoziato con Bruxelles sul divorzio dall’Ue.
L’idea di un secondo referendum viene ancora esclusa dal governo ma le probabilità  che la May raggiunga un accordo con Bruxelles che possa essere approvato dal Parlamento sono sempre più basse e nel Paese cresce la protesta.
Solo la settimana scorsa circa 700mila persone sono scese in piazza a Londra per chiedere il cosiddetto ‘Voto del Popolo’ e aderire alla ‘Marcia per il Futuro’ organizzata dall’Independent.

(da Globalist)

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