Settembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL PROF MUNARI: “GLI INGLESI VORREBBERO TORNARE INDIETRO, PER I MIGRANTI SIAMO UN SOGNO, DA SOLI NON SI VA PIU’ DA NESSUNA PARTE”
Non è tra i più felici il momento in cui l’Università di Genova inaugura il suo corso di Diritto
dell’Unione europea.
Movimenti populisti e destre mettono in crisi i partiti tradizionali esasperando le criticità dell’Europa che nel sentire dei suoi cittadini è soprattutto il mandante dell’austerity che ha minato la quotidianità di milioni di persone già provate dalla crisi.
Più Europa? Per molti significa non essere “padroni a casa nostra”, cedere sovranità . E il sogno di convivenza pacifica e libertà che nutriva la promessa europea sembra sbiadire.
“Perchè i giovani oggi non ricordano da dove veniamo e cos’ha fatto l’Europa per noi”, avverte Francesco Munari, professore ordinario di Diritto dell’Unione europea a Genova:
“Dov’era l’Italia prima dell’adesione alla Ue e dov’è oggi: eravamo un paese di poveracci usciti dalla guerra distrutti e l’Europa ci ha aiutato”.
Ma non si tratta solo degli argomenti di populisti ed estremisti.
In Europa permangono distanze nelle condizioni sociali, nei livelli salariali, e a fronte di paesi in costante surplus ce ne sono altri in grave difficoltà .
Ma non è abbastanza per dichiarare fallito l’esperimento europeo. Non per Munari, che imposta la sua riflessione sulla base di alcune considerazioni: “È vero, siamo andati avanti sperando che il meccanismo progredisse sempre in modo virtuoso, purtroppo da un po’ di anni ci siamo bloccati e questo ha generato sfiducia. Abbiamo creato la moneta unica pensando di poter omogeneizzare le economie, pur partendo da regole che mettevano molta distanza tra la politica monetaria e quella economica. Ma non illudiamoci che oggi gli stati possano andare lontano nel mondo globalizzato. Da soli ormai non si va da nessuna parte”.
E a quanti, anche in Italia, propongono l’uscita dall’euro o addirittura dall’Unione come soluzione, ribatte: “Ci concentriamo troppo sulle cose che diamo per scontate senza renderci conto che l’Europa è una conquista quotidiana, che va migliorata tutti i giorni. Fare a meno dell’Europa vorrebbe dire regredire inevitabilmente. Prima di Brexit qualcuno poteva pensare di poter fare a meno dell’Europa, ora drammaticamente gli inglesi non sanno più come fare per rimediare all’errore che hanno combinato, spinti da esigenze di consenso di breve periodo e di disinformazione, con gravi responsabilità da parte dei politici”.
Eppure nessuno può più permettersi di legittimare le sue scelte con il famoso “ce lo chiede l’Europa”: l’Ue continua a essere vista come fonte di sacrifici.
“Non è così: stare in Europa significa in effetti molte più opportunità , soprattutto per chi è più giovane. Si pensi al diritto di poter circolare e trovare un futuro migliore altrove, basta immaginare a chi, anche solo per provarci, rischia la vita attraverso il Mediterraneo, capire quello che loro non hanno e noi abbiamo. Chiaro che in Ue il singolo stato conti meno, ma l’esperienza di molti migranti deve farci riflettere sulla differenza tra essere da soli e stare uniti”.
Quali sono allora i passaggi obbligati per arrivare a degli “Stati Uniti d’Europa”, traguardo al quale guardano in molti europeisti?
“Aumentare la convergenza delle politiche di bilancio, far conoscere di più l’Europa ai cittadini, e renderli consapevoli delle opportunità che hanno. Penso sarebbe già sufficiente.
‘Chi non ricorda il proprio passato è destinato a riviverlo’, ma io spero che la gente ritrovi la memoria del proprio passato per non tornare indietro rispetto a dove siamo: in un Europa che, con tutti i suoi limiti, ci ha permesso di vivere in pace per 70 anni”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2017 Riccardo Fucile
TROPPA ENFASI SU AFD CHE HA PRESO SOLO IL 12,6%… LA LE PEN HA PERSO CON IL 21,6%, IN ITALIA LEGA E FDI SONO OLTRE QUELLA SOGLIA
I Verdi al governo della Germania con la Cdu di Merkel e i liberali? Che strana cosa. E, come dicono
tutti quanti, che negoziato difficile.
Quanto sono conciliabili le mentalità e gli interessi dei tre elettorati? Sarà un caso, una coincidenza strana, ma io conosco un elettore che ha votato contemporaneamente Cdu e Verdi. E se lo vedi e ci parli non te lo aspetteresti mai.
È un ragazzo di 27 anni che è arrivato alla Cavallerizza occupata di Torino dalla Germania in autostop. Come un alternativo degli anni 70. E’ figlio di un libanese e di una tedesca, sembra più arabo che europeo, è gay. Fa lavoretti vari per campare, tenta di perfezionarsi nel teatro danza, si è impegnato talvolta per i profughi, è sensibile fino alla suscettibilità nei confronti della xenofobia, sta prevalentemente a Berlino.
Ebbene, Thilo, che in Italia sarebbe di estrema sinistra forse anche astensionista, ha convintamente votato per i Verdi e per la Cdu.
In Germania esiste il doppio voto (uno per il collegio locale e uno per la lista nazionale) e lui ha votato in questo modo per premiare — non ricordo le parole esatte — il buonsenso democratico di Angela Merkel a favore di una società multietnica. Adesso qualcuno che potrebbe dire che per conquistare non moltissimi elettori come Dominik, Merkel ha perso molti elettori a favore della estrema destra.
Mentre si valutano i risultati delle elezioni penso che, forse, si stia sopravvalutando il successo della estrema destra.
Arrivando al 12,6% hanno preso qualche decimale in più di quanto i sondaggi prevedevano qualche mese fa. Ma siamo in Europa, nel 2017.
La somma dei voti tra Lega Nord e Fratelli d’Italia da noi è costantemente al di sopra di quella percentuale.
Il Front national in Francia ha raggiunto percentuali ben maggiori (21,6%), e così il partito della destra nazionalista in Austria (46,7%).
Certo, gli esponenti della Afd usano toni anche peggiori, ma non hanno ancora esperienze di governo, neanche locale, a differenza della destra nazionalista degli altri paesi.
Intanto, però, io penso alla mia recente visita a Berlino e ad alcuni esempi della raffinata semplicità che ho trovato. Mi aspettavo, temevo, una modernizzazione spinta, una città “gentrificata”, sempre più grattacieli, vetrine di multinazionali e un’esplosione di locali “fighetti”.
Certo c’è anche questo, ma avendo evitato certe zone, ho visto piuttosto gli ulteriori sviluppi della Berlino verde e delle piccole attenzioni di quartiere.
La sistemazione e riapertura alla città del verde spontaneo cresciuto negli anni attorno al nodo ferroviario di Gleisdreyecke, i segnali della memoria dell’ex zona ebrea a Schoneberg, le aiuole su strada gestite dai condomini, i nuovi campi gioco, il bar-ristoro e l’area Lgbt nell’antico cimitero, il tè offerto ogni pomeriggio d’estate dal comitato dei vicini nel giardino della piazza, i “salvatori di cibo” che distribuiscono ai poveri viveri avanzati dai negozi accanto alla stazione di Alexander Platz, la grande spianata verde dell’ex aeroporto di Tempelhof salvata dalla speculazione, la critical mass con migliaia di ciclisti come vent’anni fa.
Basta un po’ di sole e tutti corrono a goderselo, seduti a terra nell’aiuola di Viktoria Luise Platz o a nuotare nel lago Schlachten see.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
DOPO LE DUE BATOSTE ELETTORALI E L’ADDIO DELLA NIPOTE MARION E IERI DEL VICE PHILIPPOT, MARINE NON E’ PIU’ CERTA DI RICANDIDARSI
L’uscita dall’euro non è più “una precondizione” al programma del Front National: il giorno dopo
l’uscita dal partito dell’ideologo e vicepresidente Florian Philippot — che dell’abbandono della moneta unica faceva il suo cavallo di battaglia — Marine Le Pen cambia strategia.
La priorità è il ritorno alla “sovranità territoriale” — ha detto a BFM-TV — alle “frontiere non solo migratorie ma anche economiche”. La sovranità monetaria “concluderà il processo — ha aggiunto — abbiamo invertito il senso delle priorità ”.
La presidente del Front National, Marine Le Pen, si è anche per la prima volta detta “pronta a cedere il posto” se un candidato o una candidata migliore di lei emergesse prima delle presidenziali 2022.
“Sono una politica che lavora e si batte — ha detto stamattina alla radio France Info — senza lesinare tempo ed energia, per difendere i francesi da tanti anni. Se sarò quella in posizione migliore per portare avanti le nostre idee sarò di nuovo candidata. Se ci sarà qualcuno meglio di me gli cederò il posto”.
Ma la notizia di ieri è stata l’addio al Front National del suo fido numero 2 e “ideologo” del Front National, Florian Philippot.
Come ampiamente anticipato, il doppio rovescio elettorale — a maggio la sconfitta alle presidenziali di Marine Le Pen, a giugno quella alle politiche, dove il FN non è riuscito neppure a formare un gruppo parlamentare di 15 deputati — ha fatto esplodere lo scontro con Marine che era nell’aria da tempo.
Sconfitta e umiliata nel faccia a faccia in tv da Emmanuel Macron, la presidente del Front aveva espresso l’esigenza di eliminare dal programma del partito la richiesta di uscita dall’euro: un’ipotesi alla quale sono contrari due terzi dei francesi e sulla quale lei stessa si era gravemente impantanata nel dibattito in tv con Macron.
Fu il primo dissidio aperto con Philippot, il quale — fermo nell’idea che l’euro sia il nemico dei popoli — pose il veto, minacciando di andarsene se il FN avesse rinunciato alla crociata contro la moneta unica.
Il Front National ha visto soltanto pochi mesi fa l’addio della figura più promettente del gruppo, la nipote Marion Marechal-Le Pen, legatissima al nonno Jean-Marie. “Prendo atto della sua decisione, per me non è una sorpresa, ma contesto la sua versione e le accuse che fa”, ha commentato Marine Le Pen, che adesso dovrà preparare un congresso cominciando da zero.
Nessuno deve fare “del vittimismo”, ha aggiunto, sostenendo di aver fatto “tutti i tentativi possibili per riportare Philippot alla ragione”.
“Non mi rallegro”, ha detto, ancora una volta in antitesi con il padre Jean-Marie, che ha subito esultato: “Con Philippot sparisce un motivo di debolezza, e io me ne rallegro”.
Nei giorni scorsi aveva capito che per lui non c’era più spazio, da quando Marine gli aveva intimato di lasciare la presidenza del suo movimento “Les Patriotes” e da quando era finito nell’occhio del ciclone per il “couscous-gate”, la polemica per le foto mentre mangia couscous in un ristorante di Strasburgo, “tradendo” i piatti della tradizione locale come la choucroute, e facendo imbestialire gli “ortodossi”.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
FLORIAN PHILIPPOT RAPPRESENTAVA L’ALA PIU’ MODERATA, LAICA E RIFORMISTA … CON LUI SE NE VANNO MOLTI MILITANTI
Approfittando di una disputa sul suo mandato all’interno del partito, stamattina Florian Philippot
ha deciso di rompere con il Fronte Nazionale, di cui era il numero due e fino a pochi mesi fa l’indiscusso braccio destro della sua leader, Marine Le Pen. Con lui se ne va il personaggio più riformista del partito, quella che era riuscito a sdoganarlo e che aveva fatto salire le sue preferenze dall’11 al 25%.
Trentacinque anni, sovranista e ferocemente anti-euro, Philippot aveva anche conferito al Fn una struttura più moderna, rispetto al clan familiare in cui lo trovò al suo arrivo, 8 anni fa. Gay dichiarato, Philippot era l’esponente dell’ala laica e sociale del Front.
A lungo considerato l’uomo di fiducia della Le Pen, il rapporto tra la leader e il vicepresidente si è deteriorato sulla scia della duplice sconfitta elettorale del partito dell’estrema destra francese, alle presidenziali e alle legislative.
Nelle ultime settimane Le Pen aveva contestato a Philippot la creazione di una sua associazione, Le Patriotes, e formalmente il ritiro delle deleghe è stato motivato con il rifiuto del vicepresidente di risolvere il “conflitto di interessi” tra le due formazioni. Retrocesso ieri sera al rango di vicepresidente senza deleghe, ha così annunciato la decisione di lasciare il partito in un’intervista a France 2: «Mi è stato detto che sono presidente con nulla da fare. Non amo il ridicolo, non mi piace il far niente, lascio dunque il Fronte Nazionale».
Con Philippot, abbandonano il partito anche l’eurodeputata Sophie Montel e il vicepresidente e confondatore di Les Patriotes, Frank de Lapersonne.
Negli ultimi giorni, il dibattito si è incentrato sullo sdoganamento di alcuni principi che la direzione del partito non avrebbe digerito.
Il pretesto è stato la polemica sul “couscous-gate”, la foto di Philippot con un gruppo di amici in un ristorante di Strasburgo dove si mangiava – invece della choucroute o di altre specialità locali – un piatto «non di origine francese».
Quanto al couscous-gate, a ragione, Philippot aveva trattato i suoi “persecutori” come dei «cretini».
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
UN REFERENDUM IMPOSSIBILE PROVOCA UNA GRAVE CRISI SOCIALE E POLITICA
Ricetta per il cocktail di questo autunno: mescolare in un bicchiere concetti emotivamente potenti
come ribellione, democrazia, disobbedienza, indipendenza e “vogliamo votare”.
Aggiungere uno spruzzo di un buono spumante catalano. Agitare bene e voilà ! Provatelo in una coppa fredda: è stimolante e frizzante, un sapore perfetto per dimenticare i problemi quotidiani, dimenticare il passato, e sorridere al futuro. Attenzione perchè è anche infiammabile: se le dosi non sono rispettate o se il barman è imbranato, può trasformarsi in un cocktail molotov.
La Spagna sta vivendo giorni molto elettrici politicamente e socialmente parlando, alla vigilia del prossimo primo ottobre, data in cui i catalani sono stati convocati dal loro governo a votare su se vogliono staccarsi dalla Spagna e creare una “Repàºblica” indipendente.
Fin qui arrivano le similitudini con altri referendum secessionisti, come quello della Scozia del 2014, o del Quebec nel 1995. Tutto il resto che gira attorno questa convocazione è pura irregolarità .
Irregolare perchè il referendum è stato sospeso per via della sua prevedibile illegalità , dal più alto Tribunale spagnolo, quello Costituzionale.
Perchè nessuno sa se ci sono urne, a parte il governo catalano, che dice di tenerle nascoste, da qualche parte (la polizia cerca urne e schede, che però nessuno sa dove si trovino e con che soldi siano state pagate e nemmeno se davvero esistano).
Perchè nessuno sa dove si va a votare, nè chi sarà garante del processo: i funzionari non possono farlo legalmente, per cui saranno volontari, dice il governo.
Ancora più kafkiano: perchè non si sa quale registro elettorale il governo pensa di utilizzare. Il registro elettorale di votanti aggiornato lo custodisce chiuso a chiave il governo centrale, perchè fa parte delle sue competenze.
Sommiamo a tutti questi ingredienti il peccato originale: la Legge del Referendum che deve dare copertura legale a questa strana rappresentanza è nata all’inizio di settembre da una sessione turbolenta del parlamento di Catalogna, dove la maggioranza indipendentista ha rigirato i termini legali e le garanzie parlamentari del procedimento, lasciando senza voce i partiti della opposizione.
È importante ricordare che i voti di questa “minoranza” sommati arrivano a oltre il 50% del voto popolare.
Però la chiave non sta tanto nella Legge del Referendum, quanto nella Legge di Transitorietà , approvata con lo stesso procedimento, che consente la proclamazione della Repàºblica catalana se lo scrutinio delle schede dà la maggioranza, anche solo per una scheda, al “sà'”.
La percentuale di partecipazione risulta irrilevante.
Quindi ipoteticamente, a partire del prossimo due ottobre, il governo catalano potrebbe proclamare l’indipendenza catalana attraverso un processo in cui ha votato meno della metà della popolazione, in base a un registro elettorale non valido, con urne, schede e luoghi di voto che nessuno sa dove si trovino, e senza che ci sia stata campagna a favore del “no” all’indipendenza (la campagna per il “sà'” per tre anni ha occupato in modo onnipresente il panorama politico/mediatico catalano, sebbene ora siano proibiti annunci e cartelli).
Non c’è paese al mondo nè istituzione sopranazionale che possa riconoscere l’indipendenza di un territorio ottenuta con così poche garanzie democratiche.
Gli indipendentisti catalani, il cui spettro ideologico va dall’estrema sinistra fino alla destra tradizionale, sono perfettamente consapevoli dell’imperfezione del processo. Dicono che non gli restano alternative.
E hanno ragione.
Perchè il governo conservatore spagnolo afferma che un referendum di autodeterminazione è impossibile secondo l’attuale Costituzione spagnola.
Anche l’esecutivo ha ragione.
E le leggi possono essere cambiate, certo, però per modificare la Costituzione ci sarebbe bisogno del Partido Popular, che mai lo permetterà : finirebbe così di essere la forza più votata in Spagna (in Catalogna è la quinta). Quindi torniamo al punto di partenza.
Per quelli che vogliono l’indipendenza è difficile tanto quanto lo è per quelli che vorrebbero votare per decidere di restare in Spagna.
Insieme arrivano a un 70% della società catalana, e questo dato è importante: il dibattito per l’indipendenza si sovrappone al dibattito sul diritto all’autodeterminazione.
È un secolo che esistono dinamiche indipendentiste in Catalogna, fino a poco fa minoritarie. Negli ultimi anni, con la crisi economica e i tagli ai conti pubblici, la percezione di un maltrattamento fiscale e politico in confronto ad altre regioni spagnole si è cristallizzata in un sentimento anti-spagnolo che sta aspettando un qualunque eccesso di autorità da parte del governo centrale per giustificarsi.
Il presidente Rajoy ha fatto affidamento alla teoria del soufflè: “Già abbiamo avuto prima pulsioni indipendentiste, resistiamo protetti dalla legge, finchè si sgonfieranno”. Essere inflessibile e immutabile gli si è ritorto contro: ora il cocktail frizzantino si è trasformato in molotov.
Siamo passati dal referendum come strumento culturale ad una squallida realtà in cui i sindaci indipendentisti (oltre 700, che rappresentano il 40% della popolazione catalana) vengono perseguiti dalla giustizia — prima ancora che sia successo niente -, e i sindaci non indipendentisti (fondamentalmente le grandi aree urbane) hanno cittadini inferociti che li accusano nelle strade e in rete.
Alcuni giudici, che si sono fatti prendere la mano, stanno persino proibendo dibattiti e manifestazioni di appoggio al referendum.
Una follia in piena regola, con il governo centrale che si nasconde dietro ai tribunali, e il governo catalano dietro ai sindaci.
Ad ogni azione della giustizia attraverso la polizia, corrisponde una protesta più forte in strada. I politici responsabili di organizzare il referendum possono anche loro finire in prigione: questo non è uno scherzo.
L’Europa non riesce a credere a ciò che sta avvenendo.
La cancelliera Merkel è molto preoccupata: la Spagna è stata la sua allieva modello nel suo esperimento di austerità , la dimostrazione che le sue ricette funzionano: quest’anno, un decennio dopo lo scoppio della crisi finanziaria in Usa, il Pil spagnolo può superare il 3%, al di sopra della media europea.
La nuova occupazione è precaria, sì, però non smette di crescere. E proprio quando Bruxelles e Berlino stavano respirando di nuovo pensando che gli indignados spagnoli si fossero calmati, si ritrovano in Catalogna con tutta l’ira, la disaffezione istituzionale, l’insofferenza contro l’establishment che sono diretti ora contro la Spagna. Un cigno nero, uno scenario imprevisto.
Il conflitto catalano è tanto antico quanto postmoderno, e ora imperano le nuove leggi del populismo, il giochino di infiammare le emozioni piuttosto che dare argomenti, e lasciare che le notizie false avvelenino l’ambiente.
Trovatemi, per esempio, un solo catalano indipendentista che riconosca che una Catalogna indipendente si ritroverebbe fuori dalla Ue: fuori dall’ombrello della Banca Centrale Europea, dei fondi strutturali, dell’euro, dei centri di decisione.
Dal momento che risulta inconcepibile, dicono che è impossibile, che non succederà .
Quel che è certo è che non succederà perchè il primo di ottobre potranno esserci urne, ma non un referendum, e ancor meno indipendenza.
Quello che invece ci sarà saranno le foto che alcuni dei promotori di questo buffo dramma sembra che cerchino disperatamente: agenti delle forze dell’ordine che cercano di impedire che cittadini pericolosamente armati di schede votino. Aggiungeteci la possibilità che tutto questo processo si concluda con politici arrestati…
La causa sovranista avrà ottenuto nuovi adepti, e tutti noi catalani e spagnoli che crediamo che il futuro insieme sia meglio che separati, avremo perso.
Manuel Chaves Nogales era un giornalista spagnolo che negli anni 20 e 30 raccontò come pochi l’espansione del fascismo e del comunismo in Europa, la II Repubblica in Spagna e l’esplosione della Guerra Civile.
Nel 1936, dalla Catalogna, lasciò scritto: “Il separatismo è una sostanza rara che si usa nei laboratori politici di Madrid come reagente per il patriottismo, e in quelli della Catalogna come addensante per le classi conservatrici”.
È l’origine di un conflitto che, 80 anni dopo, sta tracimando i confini della politica.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
“L’EUROPA NON E’ E NON SARA’ MAI UNA FORTEZZA, SARA’ SEMPRE IL CONTINENTE DELLA SOLIDARIETA'”… “E CHI NON HA DIRITTO E’ GIUSTO CHE SIA RIMPATRIATO”
“Vorrei rendere omaggio all’Italia per la sua perseveranza e generosità ” sulla gestione dei flussi di
migranti. “Nel Mediterraneo l’Italia ha salvato l’onore dell’Europa”.
Così il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha elogiato pubblicamente l’Italia per il modo in cui ha gestito la crisi migratoria.
La platea è la sessione plenaria del Parlamento europeo, e l’occasione è delle più importanti: il discorso sullo stato dell’Ue tenuto ogni anno dal numero uno della Commissione.
L’immigrazione è uno dei passaggi centrali del discorso. “L’Europa non è non sarà mai una fortezza, sarà sempre il continente della solidarietà “.
Juncker si è poi detto “basito per le condizioni disumane che prevalgono nei centri di detenzione in Libia. L’Ue ha la responsabilità collettiva e la Commissione lavorerà con l’Onu per non far perdurare questa situazione scandalosa”.
L’Europa “resterà un’area di solidarietà per i rifugiati”, ha promesso Juncker, annunciando che prossimamente la Commissione presenterà una proposta per assicurare “vie di emigrazione legale”.
Allo stesso tempo, il presidente della Commissione Ue ha comunicato l’intenzione di “intensificare i rimpatri” a partire da questo autunno. “Le persone che non hanno il diritto di soggiornare in Europa devono tornare nel loro Paese di origine”.
Oggi “solo il 36% dei migranti in situazione irregolare” vengono rimpatriati: “dobbiamo intensificare significativamente la nostra azione”, ha detto.
Secondo il presidente della Commissione, “è solo in questo modo che l’Europa potrà dar prova di solidarietà nei confronti dei rifugiati che hanno bisogno di protezione”.
Juncker ha aperto il suo discorso rimarcando la differenza rispetto allo scorso anno, quando il voto sulla Brexit e l’ondata populista sembravano minacciare il concetto stesso di Europa. “Un anno fa non eravamo in un buono stato” ma l’Unione europea “ha mostrato che possiamo dare risultati” e “il vento è di nuovo nelle nostre vele”, ha esordito Juncker.
“Abbiamo una finestra di opportunità ma non durerà per sempre”, ha aggiunto”, dobbiamo usare questo tempo per finire quanto iniziato a Bratislava e completare la nostra agenda positiva”. “È il momento di costruire un’Europa più unita, più forte e più democratica”.
Sul piano delle proposte, il presidente della Commissione Ue ha caldeggiato l’idea di un ministro europeo dell’Economia e delle Finanze, che sia anche commissario agli Affari economici e presidente dell’Eurogruppo.
Secondo il progetto di Juncker, l’attuale fondo salva-stati Esm diventerà un vero e proprio fondo monetario europeo e ci sarà una proposta entro dicembre per definire le competenze dell’Unione e della Commissione.
Poi il super ministro “dovrà favorire le riforme strutturali negli Stati membri e si baserà sui lavori della Commissione europea, dovrà ricoprire il ruolo di commissario agli Affari economici e finanziari come vicepresidente dell’esecutivo Ue oltre a diventare il presidente dell’Eurogruppo”. “Non si tratta di creare strutture parallele, ma se non abbiamo poi bisogno di un bilancio separato per l’Eurozona è necessario avere un bilancio nell’ambito del bilancio Ue”, ha aggiunto juncker. Il presidente della Commissione si è però dichiarato contrario alla nascita di un ‘Parlamento della zona euro’.
Altro punto del piano presentato da Juncker è la fusione delle presidenze della Commissione europea e del Consiglio europeo. Juncker ha spiegato che questa riforma permetterebbe di rendere il paesaggio politico “più comprensibile” con “la nave europea guidata da un solo capitano”.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
ORDINATO AL CORPO DI POLIZIA DI SEQUESTRARE LE URNE E IL MATERIALE PER LA CONSULTAZIONE
Contro un milione di persone scese in piazza per chiedere l’indipendenza della Catalogna, il
Governo di Madrid schiera i Mossos d’Esquadra, il corpo di polizia regionale catalano.
La Procura della Catalogna ha ordinato di impedire il referendum di autodeterminazione convocato per il 1° ottobre dal Governo regionale indipendentista e vietato dalla magistratura.
La procura ha ordinato alla polizia di sequestrare le urne e qualsiasi materiale destinato alla tenuta del referendum.
L’ordine è stato trasmesso al capo della polizia catalana Josep Lluis Trapero, convocato questa mattina dal procuratore capo Josè Maria Romero de Tejada.
Lo stesso ordine è stato consegnato ai comandanti in Catalogna della Guardia Civil e della polizia nazionale Angel Gozalo e Sebastian Trapote.
Dopo avere bocciato la convocazione del referendum e la legge che l’ha resa possibile, la Corte Costituzionale spagnola ha sospeso anche la legge di “scissione” dalla Spagna, se vincerà il Sì al referendum, adottata la settimana scorsa dal Parlamento di Barcellona.
Il presidente catalano Carles Puigdemont ha però già indicato che andrà avanti comunque in nome della nuova legalità catalana.
La legge sulla “transizione giuridica e la fondazione della Repubblica” deve entrare in vigore il 2 ottobre, se il fronte indipendentista vincerà il referendum di autodeterminazione, e delineare il quadro giuridico della transizione fino alla creazione del nuovo stato indipendente.
Il tribunale costituzionale, su richiesta del governo spagnolo, ha già sospeso negli ultimi giorni altre 4 normative separatiste adottate dal parlamento e dal governo di Barcellona.
La procura spagnola ha denunciato per disobbedienza, abuso di potere e presunta malversazione di danaro pubblico il presidente Puigdemont, i suoi ministri e la presidente del ‘Parlament’ Carme Forcadell, che rischiano fino a sei anni di carcere.
Il portavoce del governo catalano Jordi Turull ha reagito oggi all’ultima decisione della consulta di Madrid confermando che il governo di Puigdemont andrà avanti verso il referendum nel quadro della legalità catalana.
Contro l’indipendenza della Catalogna si è schierato pubblicamente uno degli sportivi più amati di Spagna, Rafa Nadal, fresco vincitore degli Us Open.
“Dovremmo essere tutti preoccupati e chi non lo è non ha in mente la Spagna come tale. Mi sento molto vicino ai catalani, ma anche molto spagnolo. Non concepisco una Spagna senza Catalogna”, dice il maiorchino in un’intervista al quotidiano El Mundo, “bisogna fare uno sforzo per arrivare a un’intesa perchè siamo più forti uniti che divisi: la Spagna è migliore con la Catalogna così come la Catalogna è migliore con la Spagna”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
“NELL’ERA DIGITALE CAMBIERA’ IL TIPO DI LAVORO, NON IL NUMERO DEGLI OCCUPATI”…”IN GERMANIA QUATTRO MILIONI DI MUSULMANI CONTRIBUISCONO ALLA PROSPERITA’ DELLA NOSTRA NAZIONE”
“Non credo nel reddito di cittadinanza”. Lo ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel in
un’intervista esclusiva all’HuffPost e Focus Online, in cui delinea le sfide che la Germania dovrà affrontare nei prossimi mesi.
In vista delle elezioni federali che si terranno il 24 settembre, la cancelliera parla quindi della necessità di adeguare il lavoro alle “necessità attuali”: Merkel esclude che nell’era digitale i posti di lavoro debbano giocoforza diminuire ma, anzi, “ci saranno più lavori legati alla programmazione”.
E per questo sottolinea l’importanza delle scuole nel processo di alfabetizzazione digitale dei giovani.
Quanto al fenomeno migratorio, la cancelliera afferma che “anche i migranti contribuiscono alla nostra prosperità e aiutano a plasmare la nostra società “, fermi restando i valori sanciti dalla Costituzione tedesca.
A proposito, Merkel si dice soddisfatta per la creazione di posizioni nel mondo del volontariato nell’accoglienza dei rifiugiati, “ne abbiamo create di ulteriori anche per i rifugiati stessi, e mi piacerebbe conservarle”.
Come sarà la Germania nel 2030? Su quali obiettivi state lavorando?
L’obiettivo del mio lavoro è far sì che la Germania continui ad essere un paese forte e affermato in un arco di tempo che va dai dieci ai quindi anni; un paese che offra un’adeguata occupazione ad un numero maggiore di persone, e che sia socialmente equo.
Come intende raggiungere questo risultato?
Dobbiamo formare i lavoratori qualificati necessari o permettere a queste risorse di lavorare in Germania attraverso una legge mirata sul lavoro qualificato degli immigrati. La Germania cambierà grazie alla digitalizzazione. Spero che avremo una rete gigabyte nazionale entro il 2030 che, tra le altre cose, sarà un prerequisito importante per espandere la presenza di auto a guida autonoma sulle strade. Assisteremo alla nascita di nuovi concept soprattutto nell’area della mobilità — in particolare nelle zone urbane, ma anche in quelle rurali.
Le aree rurali e soprattutto l’agricoltura devono contare su network digitali efficienti per poter operare in un modo redditizio e attento all’ambiente, in futuro. Ci assicureremo che i cittadini siano in grado di usufruire di quasi tutti i servizi statali attraverso portali digitali dedicati. Tutti i cittadini avranno un account che specifica con precisione chi ha accesso a questi dati. La trasparenza e la protezione dei dati avranno un ruolo importante in questo senso. Il progresso digitale, anche nel sistema sanitario, può portare cambiamenti positivi e rilevanti. Nel frattempo, la telemedicina diventare di granlunga più importante, specie nelle aree rurali.
Dove intravede del potenziale futuro per le aziende tedesche e per l’economia della Germania?
Tra dieci anni, le persone non saranno solo connesse ai loro smartphone come adesso, ma — per dirla con termini semplici — anche alle cose. I produttori comunicheranno con i loro prodotti, per così dire; ciascuna vite di ogni macchina sarà , per la durata del suo ciclo di vita, sempre connessa alla produzione che l’ha originata. Le riparazioni e la manutenzione saranno condotte in maniera molto diversa. Già oggi lo stiamo vedendo. L’intero settore dell’intelligenza artificiale rivestirà un ruolo cardine. Ecco perchè è importante continuare a dare man forte agli istituti di ricerca come la Max Planck Society e organizzazioni simili.
Le sembra che il mondo aziendale sia troppo legato alla vecchia economia e che la transizione al mondo digitale non abbia ancora raggiunto il livello di altre nazioni?
Siamo già posizionati piuttosto bene in quella che è nota come Industria 4.0 e impegnati a standardizzare il cosiddetto internet delle cose. Questo non vale solo per le aziende più importanti, ma anche per le piccole e medie imprese. Anche il settore dell’artigianato ha accolto la digitalizzazione rapidamente. Quando ci sono in ballo digitalizzazione e processi di produzione non temo per il prestigio della nostra economia.
Dove intravede lo spazio per il miglioramento dunque?
Dobbiamo recuperare rispetto alle relazioni tra aziende e clienti. Sono sempre più numerosi i fornitori online asiatici e americani che vogliono mettere le mani sui prodotti locali. Dall’altra parte di questa equazione vi sono i fornitori di questi prodotti in Germania, che devono imparare a rendere più personali le loro relazioni con i clienti. Se controlliamo questa interfaccia in cui produttore e consumatore s’incontrano, se gli altri non dominano le vendite con la loro offerta digitale, allora eviteremo di diventare un “banco di lavoro” ampliato. Dobbiamo sicuramente riuscire in questo.
Un cambiamento fondamentale è previsto per maggio dell’anno prossimo con la Direttiva sull’ePrivacy. La Direttiva renderà impossibile tracciare qualcuno attraverso i normali cookies. Significa che si renderà necessario un singolo accesso login, e il problema in questo paese e che Google, Facebook e Amazon hanno molti più dati. Come intende impedire a Google, Facebook e Amazon di montarsi la testa?
Dobbiamo assicurare un giusto accesso ai dati, anche per i fornitori più piccoli. Questo influisce sulle priorità da stabilire, vedi la questione su dove emerge e dove avviene il contatto con i clienti. È importanti assicurare che non tutto sia automaticamente orientato verso i fornitori maggiori.
La Direttiva getta una luce ancora più importante in questo contesto. In parole povere, dobbiamo assicuraci che anche i piccoli fornitori siano in grado di raggiungere i clienti.
Non è semplice perchè, senza conoscere gli algoritmi nel dettaglio, dobbiamo garantire che questi algoritmi offrano le stesse opportunità a tutti. Abbiamo visto, ad esempio, come Facebook cambi costantemente i suoi algoritmi così che tu non sappia mai cosa ti offriranno. Se si accede a questa piattaforma sporadicamente, i cambiamenti risultano piuttosto significativi…
C’è lo stream privato che viene personalizzato in modo tale da mostrare solo quello che combacia con gli interessi dell’utente.
È vero. Ed è proprio questo che dobbiamo tenere d’occhio perchè limita la diversità di opinione, ovviamente. Siamo estremamente limitati quando vediamo solo quello che probabilmente ci piace.
E questo ha un enorme impatto sulla società nel suo insieme.
Ovviamente. Il modo in cui all’interno della società si formano le opinioni cambia, se siamo al corrente solo di informazioni parziali e quando manca una base condivisa di conoscenze e fatti sui quali basiamo le nostre opinione.
Ha menzionato le aziende più piccole. Come può assicurarsi che non siano estromesse dal mercato fin dall’inizio per mancanza di forza economica?
In primo luogo, è molto importante connettere le aree rurali ad internet a banda larga. In secondo luogo, dobbiamo stabilire degli standard. Il governo federale ha aperto la piattaforma Industrie 4.0 soprattutto per le piccole e medie imprese, per aiutarle a distinguersi nell’internet delle cose.
Ma non pensa che si dovrebbe tenere conto anche delle agevolazioni fiscali?
Di recente abbiamo adottato agevolazioni fiscali per le start-up, che devono avere lo spazio per crescere. Inoltre, vogliamo rendere deducibili le spese per la ricerca.
Ha appena menzionato l’accesso a internet ad alta velocità . State portando avanti un confronto con Deutsche Telekom su come continuare a portare avanti la rete a fibra ottica? Molte aree sono ancora servite con i cavi di rame.
Sì. Da un lato, abbiamo dato una spinta significativa al cosiddetto vectoring per raggiungere l’obiettivo di 50Mbit al secondo. Quando lavoriamo nel campo dei gigabit, dobbiamo prima affidarci ad una rete a banda larga di base, in fibra ottica o rame.
Questo può essere integrato con lo standard 5G per una maggiore efficienza. Abbiano stabilito un’alleanza di rete. Ovviamente, stiamo lavorando per assicurare che tutti siano in grado di godere delle stesse condizioni d’investimento. Intendiamo mettere all’asta ulteriori domini di frequenza. Inoltre, è possibile migliorari i servizi a fibra ottica nelle zone rurali o offrire una copertura di rete mobile ad alte prestazioni in queste regioni.
Ha appena detto che ci sarà un impatto sul mondo del lavoro. È giusto immaginare che alcune tipologie di lavoro scompariranno. Come possiamo assicurarci che le persone il cui lavoro diventerà obsoleto non restino indietro? Non è il momento di pensare a un reddito di cittadinanza?
Non credo nel reddito minimo universale. Sono convinta che riusciremo a conformare le carriere alle necessità attuali. Il numero di lavoratori non dovrà calare per forza, ma a cambiare sarà il tipo di lavoro svolto. Ci saranno più lavori legati alla programmazione, allo sviluppo di applicazioni, nel servizio clienti eccetera. Dobbiamo muoverci per tempo e creare i giusti programmi di formazione professionale. È necessario anche dire a bambini e giovani dove si trovano le opportunità professionali. Ed assicurarci che le scuole siano adeguatamente preparate a formare i ragazzi per la vita dopo la scuola. Il Governo Federale contribuirà a rendere disponibili i moderni curricula tramite e-Cloud, a cui tutti avranno accesso. Questo, credo, sarà un punto focale della nostra politica in materia di istruzione per i prossimi quattro anni.
Alla luce di quanto ha detto, i metodi d’insegnamento standard, quelli che conosciamo da anni, dovrebbero essere mantenuti, o anche le scuole necessiteranno di un cambiamento?
Le scuole dovranno cambiare, e questo cambiamento è già in corso in molti istituti. Naturalmente, cambierà quello che gli alunni imparano e come lo imparano. Lettura, scrittura e aritmetica resteranno fondamentali, ma saranno insegnate anche competenze di programmazione di base. Dovremo promuovere l’alfabetizzazione digitale, così che gli alunni possano trarre il meglio dalla rivoluzione digitale, e sapere come gestire responsabilmente i loro dati e quelli altrui.
Per quanto tempo possiamo consentire che l’istruzione resti una responsabilità degli stati federali — i cui standard variano enormemente in alcuni casi?
Capisco che molti genitori non vogliono più ascoltare dibattiti su chi dovrebbe essere responsabile dell’istruzione. Sono molto più preoccupati per il fatto che le scuole sono male organizzate, o addirittura senza accesso a internet. Ma le responsabilità devono essere definite attentamente e il Governo Federale crede in una condivisione di responsabilità . Ecco perchè abbiamo emendato la Costituzione, affinchè le scuole siano rifornite e modernizzate. Chiuderemo anche un accordo sull’educazione digitale con gli stati federati, per garantire assistenza alle scuole in alcune aree.
Non abbiamo bisogno di insegnanti più qualificati, o più giovani, per far sì che l’alfabetizzazione digitale sia insegnata ai nativi digitali?
Dobbiamo dare agli insegnanti migliori opzioni di formazione. Sono certa che molti di loro sono motivati. Hanno bisogno di tempo per partecipare ad ulteriori programmi di formazione.
L’interesse verso chiese, unioni e associazioni sta scemando. Stiamo andando verso una società fatta di individui ripiegati su se stessi, addirittura egocentrici?
La rivoluzione digitale pone delle sfide anche in questo senso. Chiunque può trovare velocemente una tribù di individui affini con cui interagire, anche senza conoscerli di persona.
Ma vale la pena vivere in società solo se c’incotriamo sul serio e ci sosteniamo l’un l’altro. M’incoraggia molto il fatto che, su 82 milioni di persone, più di 30 scelgano di essere volontari. È una cosa che intendiamo promuovere, ad esempio supportando il Servizio Volontario Federale, che ogni hanno conta più candidati che posti disponibili. Abbiamo creato anche ulteriori posizioni per chi lavora con i rifugiati ed anche per i rifugiati stessi, e mi piacerebbe conservarle. È un buon segno, dopo tutto, che così tanti giovani siano disposti ad offrire il loro tempo per aiutare gli altri.
Crede, come noi, che integrare le persone con una storia d’immigrazione alle spalle sarà la sfida più grande della nostra società , negli anni a venire?
Mi permetta di dirla diversamente: credo che la nostra sfida più grande sia mantenere salda la coesione sociale nell’era digitale. Parte di questo compito è integrare le persone nella società . Molti, soprattutto giovani, sono già totalmente coinvolti nella rivoluzione digitale, concependola come qualcosa di stimolante, edificante, che porta con sè tante cose da scoprire e utilizzare, e che è anche divertente. Altri temono che il loro lavoro scomparirà . Naturamente, aumenteranno le carriere che richiedono un know-how più ampio. Ecco perchè l’istruzione deve essere potenziata globalmente — senza rendere tutti degli accademici. Invece, dobbiamo potenziare i corsi di formazione professionale e assicurarci che soddisfino le esigenze del lavoro nell’era digitale. Di certo, dobbiamo fare di più per integrare migranti e rifugiati nella forza lavoro. Al contempo, tuttavia, dobbiamo aiutare le persone che provengono da famiglie meno istruite. Nei prossimi quattro anni, intendo dedicare un’attenzione speciale ai disoccupati a lungo termine. Una priorità del prossimo mandato legislativo sarà aiutarli ulteriormente a trovare un’occupazione e rientrare nel mondo del lavoro.
In termini d’integrazione quali saranno gli obiettivi da raggiungere entro il 2030, considerando che, oggi, gli immigrati corrono il rischio maggiore di cadere in povertà ?
Abbiamo fatto dei progressi. All’inizio del mio primo mandato come Cancelliera, ho creato la carica di Commissario per l’immigrazione, i rifugiati e l’integrazione alla Cancelleria Federale, per richiamare l’attenzione su questo problema.
Il nostro report periodico sull’integrazione mostra i progressi che sono stati fatti, ad esempio per quanto riguarda la percentuale di bambini che conseguono certificati scolastici.
Tuttavia, c’è ancora molto da fare. C’è ancora un divario significativo tra i giovani che hanno una storia d’immigrazione e i giovani che non ce l’hanno. Almeno oggi la generazione di giovanissimi ha maggiori opportunità per far parte della società grazie al diritto al posto negli asili nido.
Col numero crescente di migranti nel paese, molti sono preoccupati e chiedono come sarà la nostra società nel 2030. La Germania manterrà la sua cultura prevalentemente giudeo-cristiana, cioe occidentale?
Il nostro paese resterà profondamente radicato (e guidato da) in questa cultura. Allo stesso tempo, quattro milioni di musulmani vivono in Germania. Anche loro contribuiscono alla nostra prosperità e anche loro fanno parte della Germania e aiutano a plasmare la nostra società . I valori e le regole racchiusi nella Costituzione valgono per tutti, senza eccezioni. Non sono soltanto messi nero su bianco, ma formano la base della nostra coesistenza.
Quindi continueremo ad avere la domenica libera — e non il venerdì?
Certamente.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 24th, 2017 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA POPOLARE FERMA UNA LEGGE LIBERTICIDA CHE AVREBBE APERTO LA STRADA A UNA DITTATURA… L’82% DEI GIOVANI POLACCHI CONTRO IL GOVERNO E PER I VALORI EUROPEI
Colpo di scena a Varsavia e vittoria della società civile e delle proteste, soprattutto giovanili, contro le leggi del governo nazionalconservatore che detiene la maggioranza assoluta.
Inaspettatamente, il giovane capo dello Stato Andrzej Duda, che pure aveva vinto le elezioni presidenziali come candidato del PiS (il partito di governo) ha deciso di porre il veto alle leggi sulla Corte suprema e sul Consiglio nazionale della magistratura.
Leggi che – secondo le opposizioni europeiste, il movimento giovanile, la società civile e anche secondo i moniti della Commissione europea – mettevano a rischio gravissimo l’autonomia del potere giudiziario, violando quindi un valore costitutivo della democrazia e dei Trattati dell’Unione europea. Della quale la Polonia è il più importante membro orientale.
È la prima sconfitta per il PiS e per il suo leader storico, il popolare Jaroslaw Kaczynski, dall’arrivo al potere con le libere elezioni del 25 ottobre 2015.
È stato il presidente in persona, disinnescando l’escalation della tensione, ad annunciare in una conferenza stampa la decisione di non firmare le due leggi, e quindi di accogliere la richiesta dei dimostranti, della società civile, della Ue.
Ha aggiunto di non essere stato consultato prima dell’approvazione in Parlamento e ha contestato che secondo le nuove leggi i giudici dovrebbero essere indicati dal ministro della Giustizia, che già ha superpoteri ricoprendo anche la carica di Procuratore generale.
Il mio ufficio, ha precisato il capo dello Stato, preparerà un nuovo progetto di legge in due mesi.
Egli ha anche lanciato, per la prima volta da quando il PiS è al potere, un appello alla pace sociale. Rivolgendosi sia alle forze di governo guidate da Kaczynski sia alle opposizioni, al Comitato di difesa della democrazia (organizzazione dei cittadini che da mesi organizza grandi manifestazioni contro ogni svolta autocratica in tutti i weekend) e ai movimenti giovanili europeisti, Duda ha invitato alla responsabilità e alla saggezza. Perchè “lo Stato dove regna l’inquietudine e dove è in corso una guerra politica non si può sviluppare”, ammonendo poi che “il potere si rifiuta alle elezioni, non in piazza”.
Comunque, egli ha continuato contestando duramente Kaczynski per la prima volta, “il sistema giudiziario polacco non ha bisogno di una riorganizzazione progonda, deve prima di tutto garantire senso di sicurezza. E nessun cambiamento del sistema legale dovrebbe aprire fratture tra società e Stato, dunque ho dovuto prendere la mia decisione dopo che le modifiche proposte hanno suscitato reazioni cosà sentite da molti cittadini”.
Le dimostrazioni contro l’abrogazione de facto dell’indipendenza di Consulta e magistratura erano cresciute nel weekend scorso con cortei in ben cento città , e ieri sera con una spettacolare “marcia delle candeline” davanti al palazzo presidenziale. Sabato a Danzica si era unito alla protesta anche il padre della rivoluzione democratica non violenta che nel 1989 con l’aiuto di Giovanni Paolo II e di Gorbaciov aprà la strada al crollo del Muro di Berlino e alla fine del cosiddetto “Impero del Male” sovietico.
Il fatto nuovo della forte ondata di protesta è la forte partecipazione giovanile: secondo i sondaggi 82 giovani polacchi su cento sono contro le scelte e la politica dell’attuale governo e rifiutano uno scontro con la Ue e una negazione dei valori europei.
(da agenzie)
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