Luglio 6th, 2017 Riccardo Fucile
SOLIDARIETA’ E DIFESA DEI DIRITTI UMANI STRACCIATI DA GOVERNI DI VIGLIACCHI: MEGLIO PERDERE VITE UMANE CHE VOTI
Ha spazzato via ciò che restava, ben poco per la verità , dell’asse euromediterraneo, portando nel proprio campo la Spagna di Rajoy e la Francia del poco solidale Macron. Non importa il colore politico, ciò che conta è la geopolitica.
Pagato lautamente, con soldi Ue, il “Gendarme di Ankara”, al secolo Recep Tayyp Erdogan, per svuotare la “rotta balcanica”, dell’Africa e della sua moltitudine di disperati che cercano di fuggire dall’inferno di guerre, pulizie etniche, povertà assoluta e disastri ambientali, attraversando il Mediterraneo per raggiungere le coste italiane (facendo del “Mare nostrum “il mare della Morte”), di queste donne e uomini al “Fronte del Nord” importa poco o niente.
I porti non si aprono mentre le porte vengono sbarrate. Nel nome di un sovranismo nazionalista mai pronunciato ma sempre praticato.
Il “Fronte del Nord”, umilia l’Italia e fa a pezzi quei principi che furono a fondamento dell’Europa comunitaria: la solidarietà , l’inclusione, la difesa dei diritti umani.
La capitale del “Fronte del Nord” è a Berlino, ma le sue diramazioni abbracciano la grande maggioranza dei Paesi dell’Unione: a Nord, con Belgio, Olanda, Austria, per arrivare in Finlandia e Norvegia.
E ad Est, in cui il sovranismo nazionalista si insedia e governa in Ungheria, in Polonia, in Romania, spingendosi fino alle Repubbliche baltiche.
Al vertice di Tallinn, il “Fronte del Nord” gioca in casa. E stravince.
Prova ad addolcire la pillola il ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti: “Ma su Ong e Libia accolte all’unanimità le nostre posizioni”. Sai che sforzo, visto che in Libia, lo Stato fallito dove dettano legge oltre 250 tra milizie e tribù in armi molte delle quali in combutta d’affari con i trafficanti di esseri umani.
Il “Fronte del Nord”, su un tema cruciale come è quello dei migranti, si fa forte del rinnovato asse franco-tedesco, quello rilanciato dalla Cancelliera “a vita” (Angela Merkel) e dal giovane Presidente (Emmanuel Macron).
A dar man forte al duo, Paesi che non ti saresti aspettato.
Un esempio? L’Olanda. Non erano ancora finiti i festeggiamenti europei per la sconfitta nelle recenti elezioni legislative, dei populisti xenofobi di Geert Wilders, che il premier liberale Mark Rutte, soprannominato il “maghetto” (per i suoi occhialetti tondi degli anni scorsi e alla pettinatura simile a quella di Harry Potter), si arruola nel “Fronte del Nord” guardando, anche lui, al Sud come a una minaccia da arginare.
Un altro esempio? L’Austria.
Che sull’apertura ai migranti provenienti dall’Italia è tutt’altro che “felix”. Da Vienna viene una dura lezione: più che destra/sinistra, la nuova dicotomia che crea fronti e fa o disfa alleanze è quella inclusione/esclusione.
Lo testimonia Alexander Van der Bellen, colui che ha salvato l’Austria dall’affermarsi di una destra xenofoba. Anche qui: neanche il tempo di festeggiare che il leader di governo di una coalizione rosso-verde, der Bellen per l’appunto, si schiera col “Fronte del Nord” e minaccia (tornando poi sui propri passi) di schierare 750 soldati e addirittura quattro blindati anti-migranti al Brennero.
L’Austria sostiene che il piano di redistribuzione di 160 mila richiedenti asilo giunti in Italia e in Grecia dal settembre 2015 — quasi duemila dovrebbero andare in Austria — sarà disatteso perchè Vienna ha già accolto quasi lo stesso numero di migranti, giunti illegalmente nel paese.
Per la Commissione europea invece nessuno dei quasi 27 mila migranti finora ricollocati è stato accolto in Austria.
E cosa dire allora della Norvegia?.
Il governo di Oslo ha deciso, nell’aprile 2016, di offrire Mille euro ai rifugiati perchè scelgano la via del ritorno: 10.000 corone (1.200 dollari statunitensi) a chi decide di lasciare il Paese. La cifra, però, verrà pagata solo ai primi 500 che presenteranno domanda, in aggiunta alle 20.000 corone che già vengono assegnate a chi lascia il Paese: ”
Chi primo arriva — è il principio alla base del provvedimento — primo viene servito”. Nord Europa sempre più off limits per i migranti.
Nel 2016, il ministro dell’Interno svedese, Anders Ygeman, ha annunciato che il Paese si prepara a espellere tra i 60mila e gli 80mila richiedenti asilo, un numero talmente elevato da richiedere speciali voli charter.
A ruota segue Finlandia, che prevede di rimpatriare circa 20mila dei 32mila profughi che hanno chiesto asilo nel 2015.
Agli annunci seguono i fatti. A questo variamente colorito “Fronte” sovranista fa parte a pieno titolo, e con un ruolo guida, il padre-padrone dell’Ungheria, l’Edificatore di muri, l’Esaltatore delle frontiere blindate (altro che porti aperti): il primo ministro Viktor Orban.
La parola inclusione non esiste nel suo vocabolario politico, e non parlategli di migranti da ospitare o di quote da alzare: sarebbe come dichiarargli guerra.
Il sovranista magiaro Orban, nella sua politica di chiusura, conta sul Gruppo di Visegrad (oltre l’Ungheria, ne fanno parte Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia).
Lo scontro è in Europa e sull’Europa. È lo stesso Orban a evidenziarlo, quando minaccia di agire legalmente contro la Commissione europea e resistere contro le quote obbligatorie di redistribuzione dei migranti, fino a porre il veto, se Bruxelles non le cancellerà dalla sua agenda.
Per inciso: il premier ultra conservatore ungherese, è un membro del Partito popolare europeo. Eppure per primo ha sbarrato la frontiera; gli uomini del polacco “Giustizia e Diritto” (il partito di Kaczynski ora al governo) guidano l’opposizione alle politica delle quote.
“Come gruppo Visegraad, non possiamo lasciarci intimidire”, aveva Orban in una recente conferenza stampa con i colleghi Bohuslav Sobotka (Repubblica Ceca), Robert Fico (Slovacchia) e Beata SzydÅ‚o (Polonia), proprio nel giorno in cui in Ungheria è entrata in vigore la legge che prevede la detenzione sistematica di tutti i migranti e i rifugiati in attesa che sia valutata la loro posizione.
Secondo le nuove norme, tutti i profughi che entrano nel paese, insieme a quelli già presenti, saranno trasferiti in due centri di detenzione allestiti nelle “zone di transito” alle frontiere con Serbia e Croazia, dove saranno trattenuti in attesa dell’esame della domanda di asilo.
La legge, approvata agli inizi di marzo e fortemente voluta da Orban, si applica a tutti i rifugiati e i migranti, compresi i minori di 14 anni.
Il “Fronte del Nord” arruola le Repubbliche baltiche: a dire “no” ai migranti (che provengono dalla rotta mediterranea e dall’Italia) sono la Lettonia, la Lituania, l’Estonia. la Lettonia si è detta disposta ad accettare, se proprio deve, solo rifugiati con bambini e persone qualificate con esperienza e conoscenza delle lingue straniere e condizioni simili sono stare imposte anche da Estonia e Lituania.
Il “Fronte del Nord” è specialista in barriere. Non solo politiche, ma fisiche.
Quella realizzata dall’Ungheria è una barriera alta 4 metri di filo spinato che corre lungo i 175 chilometri della frontiera fra lo Stato magiaro e la Serbia. Così viene spezzata la cosiddetta rotta balcanica, possibile via di fuga dei popoli del Medio Oriente nella morsa della guerra e della povertà . .
In Macedonia, nell’area confinante con la Grecia, c’è un pre-muro, che va di fatto erigendosi nell’area presidiata dai militari della Fyrom ( ex Repubblica Jugoslavia di Macedonia).
Un’altra muraglia è in costruzione sul fianco sud dell’ex-Patto di Varsavia.
La Bulgaria erige uno sbarramento alto tre metri in metallo con tanto di filo spinato che si estenderà sul confine con la Turchia, per fermare l’ondata di profughi delle guerre mediorientali.
In un periodo di crisi migratorie cui si risponde con muri, la notizia della realizzazione di una barriera sul confine con la Federazione Russa da parte della Lettonia non desta particolare scalpore.
Scopo ufficiale dell’opera, secondo Riga, è impedire il passaggio di immigrati irregolari provenienti dall’Asia. Secondo Evgenij Pozniak, portavoce della guardia di frontiera lettone, la barriera — in costruzione dal 2015 — ha già raggiunto i 23 chilometri di lunghezza.
A questa recinzione alta 2,7 metri e sormontata da filo spinato si aggiunge una fascia di sicurezza lunga 65 chilometri dalla parte lituana della frontiera con la Federazione. Obiettivo ultimo del progetto — cui saranno consacrati 17 milioni di euro, due dei quali provenienti dall’Unione europea – — è di estendere entro il 2019 la barriera a circa duecento chilometri del confine con l’ingombrante vicino su un totale di 276 chilometri; la parte rimanente è già difesa da barriere naturali (come zone paludose) . Muri, barriere, soldi se te ne torni a casa, leggi anti-inclusive, porti chiusi: il “Vento del Nord” imperversa in Europa.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 6th, 2017 Riccardo Fucile
AUSTRIA E FRANCIA VOTANO CONTRO I RAZZISTI PER POI RITROVARSI UN GOVERNO FOTOCOPIA DEGLI XENOFOBI
Non c’è media che non lo sottolinei: l’Europa che di fronte al problema dei migranti ha
lasciato il nostro Paese da solo. Innegabile.
Come innegabile è che l’Europa al di fuori della moneta unica è un teatrino popolato da burocrati che non ha strumenti per imporre nulla ai ventisette riottosi stati membri.
Persino il presidente della commissione europea Jean-Claude Junker di fronte a un parlamento chiamato a discutere sulla situazione lo scorso 4 luglio ha avuto un moto di stizza nel trovarsi praticamente solo in mezzo a decine di poltrone vuote: 32 presenti (tra cui pochissimi italiani) in un’assemblea che ne conta teoricamente 751).
Magari ci fosse un’Europa con un solo parlamento, un solo esercito e un solo bilancio! Ma questa per ora è fantascienza. Sepolcri imbiancati! Questo sono i politici che guidano molti dei Paesi che la compongono.
La liberalissima Svizzera, quella capace di accogliere denaro da ogni parte del mondo (per lo più illegale) lo scorso anno ci ha de-portato più di 8000 migranti che avevano provato a raggiungerla; dispiegati cani, elicotteri attrezzati per la ricerca notturna e boxeur in divisa: ti squadrano come fossi un rifiuto maleodorante appena scendi da un treno proveniente dall’Italia (esperienza vissuta personalmente da uno di noi).
Poi c’è l’Austria. E qui il limite che separa comico grottesco e tragico è sottile.
La coalizione rosso-verde guidata da Alexander Van der Bellen al governo, quella che nel dicembre 2016 sul filo del rasoio ha fermato la destra xenofoba si è detta pronta a schierare 750 soldati e addirittura quattro blindati anti-migranti al Brennero. Pochi giorni dopo l’inversione a U: avevamo scherzato…
Di Mariano Rajoy che chiude i porti del Mediterraneo alle navi delle Ong che battono bandiera spagnola c’è poco da dire: è un leader traballante a casa sua e opportunista all’estero, si è nascosto nell’ombra proiettata dalla super star del momento: Emanuel Macron.
Il fenomeno, la nuova stella mediatica della politica europea e internazionale; giovane, brillante autore di un libro che si intitola Rivoluzione a capo di un non-partito la cui sigla EM (La France en Marche) corrisponde alle sue iniziali.
Lui – così dice – è un liberal i valori della sinistra nel cuore. Macron è quello che ha salvato la Francia dalla deriva lepenista. Però. Alla prima uscita pubblica di rilievo durante lo scorso vertice di Parigi del 2 luglio ha disegnato senza incertezze la sua posizione: porti chiusi nel Mediterraneo e accoglienza solo per rifugiati politici non quelli economici.
Perfetto. Di fronte a un gommone che affonda stendi un verbale per ogni naufrago mentre quello sputa acqua salata… i bambini e le donne a sinistra e gli uomini a destra, in file il più possibile ordinate. Marine Le Pen non avrebbe saputo fare di meglio.
Vorremmo dare umilmente un suggerimento a questo convinto europeista (così si definisce). Appena ha un week end libero ci raggiunga sulle banchine di Pozzallo, Augusta, Catania o Palermo: a sua scelta.
Lì non si usa il photoshop come per i suoi ritratti presidenziali: però le forze dell’ordine italiane sono impegnate a scattare moltissime foto-tessera e a raccogliere le prime informazioni per capire da dove diavolo vengono questi disperati.
Quanto costa in politica la vergogna? Evidentemente molto poco.
I protocolli e i rituali delle cancellerie assorbono e neutralizzano quei sentimenti rapidamente. Le Ragioni di Stato fanno il resto.
Poi magari si candida la Sicilia al premio Nobel per la pace. Così il rosso della vergogna sbiadisce e non si vede quasi più.
Ci vorrebbe una grande voce che dicesse: non vi vergognate?
Una voce che si facesse sentire anche da lontano. Non può essere quella di ciascuno di noi. Deve essere quella dei governi e dei rappresentanti politici. Locali o nazionali. Ma quelli sono impegnati a cercare candidati presentabili per questo o per quell’altro incarico.
Forse è una vergogna anche quella.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 6th, 2017 Riccardo Fucile
BANDERUOLE SOVRANISTE: VA DOVE TI PORTA IL VENTO DELLE POLTRONE
Il Front National sarebbe sul punto di rinunciare all’uscita dall’euro, una delle principali rivendicazioni di Marine Le Pen durante la campagna presidenziale della scorsa primavera contro il candidato, Emmanuel Macron. Stando al quotidiano Le Figaro, dopo la batosta presidenziale, la leader del Front National vuole «cambiare tutto».
E nel partito, scrive oggi il giornale, sono sempre più numerosi a chiedere all’ormai ex “Candidate di Peuple” di rinunciare alla battaglia per il Frexit, sostenuta a suo tempo dal numero 2 del partito Florian Philippot, che però a sua volta non demorde e garantisce che «l’uscita dall’euro non verrà abbandonata».
Un nodo che verrà affrontato nel seminario del Front National il 21 e 22 luglio, con sette atelier tematici per riflettere sulle future linee politiche del Fronte, dalla moneta unica all’ipotesi di cambiare nome, in attesa del grande congresso di rifondazione del partito a inizio 2018.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2017 Riccardo Fucile
EUROPEISTI DELLA DOMENICA E MAGLIARI DELLA POLITICA IN AZIONE IN ESTONIA
Alle 13 dovrebbe essere tutto finito. Luogo: Tallinn, Estonia, paese presidente di turno
dell’Ue. I 28 ministri degli Interni dell’Unione discuteranno per tutta la mattinata delle proposte italiane sull’emergenza immigrazione. Toccherà al commissario europeo Dimitris Avramopoulos fare la sintesi finale.
Il vertice dovrebbe partorire l’ok della commissione Ue e degli altri paesi all’idea italiana di un codice di regolamentazione per le Ong che soccorrono i migranti nel Mediterraneo.
Divieto di entrare in acque libiche per salvare vite umane (come se adesso ci entrassero…), polizia a bordo, documenti in regola, divieto di spegnere i trasponder per non essere identificati dalla guardia costiera libica, divieto di segnalare la propria presenza in mare con le luci.
Chi non rispetterà queste regole, non potrà sbarcare in un porto italiano. Domani Minniti verificherà la disponibilità dei colleghi europei ad appoggiare questa parte del suo piano.
Unico risultato: far affogare altri esseri umani prima che arrivino i soccorsi.
Si aspettano il no di quelle più piccole, tedesche e olandesi. Ma a quel punto per loro scatterà la chiusura dei porti.
E’ questa la modalità di chiusura dei porti che immaginano ora al ministero degli Interni, a distanza di una settimana dall’annuncio di voler chiudere gli approdi a tutte le navi che non battono bandiera italiana.
Minaccia ridimensionata, insomma. Per non rischiare con le convenzioni internazionali che regolano il soccorso in mare: la Solas, forgiata addirittura nel 1914, dopo la tragedia del Titanic, o la convenzione di Amburgo del 1979.
Non a caso nell’informativa in Parlamento Minniti ha sottolineato che la maggior parte dei soccorsi in mare vengono effettuati dalle organizzazioni non governative. “Nei primi sei mesi di quest’anno — sono le parole del ministro – i salvataggi nel Mediterraneo centrale sono stati fatti per il 34 per cento dalle Ong, il 28 per cento dalla Guardia costiera italiana, il 9 per cento dalla missione Sophia, l’11 per cento dalla missione Frontex e il 7 per cento da singoli mercantili”.
Il cerchio si stringe intorno alle Ong, salvano troppe vite umane, questo il reato contestato da associazioni a delinquere come la Guardia costiera libica.
Il governo italiano aveva in mano l’accordo di due anni fa: bastava ESIGERNE il rispetto entro un mese e 35.000 profughi sarebbero smistati in altri Paesi europei, con le buone o con le cattive.
Se non li accettano la mossa è semplice: liberi tutti di attraversare i confini.
Sapete quanti richiedenti asilo che erano riusciti a raggiungere Austria, Svizzera e Francia “ci sono stati riconsegnati” dall’inizio dell’anno ? Circa 30.000.
Basta notificare alla Ue che da domani non accetteremo più profughi di ritorno e ammassare gli stessi sulle linee di confine, poi vediamo chi ride.
In pochi mesi noi dimezzeremmo le presenze e faremmo capire a certi europeisti della domenica come si sta al mondo.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2017 Riccardo Fucile
TUTTI SOLIDALI A PAROLE, FIRMANO ACCORDI E COME BARI NON LI RISPETTANO
Se il senso di questo vertice informale a Tallinn è quello di capire chi appoggia chi, e su cosa, per l’Italia le cose non cominciano benissimo.
Il punto più caldo della discussione, su cui il ministro dell’Interno Marco Minniti cerca sponde in Europa, è quello della “regionalizzazione” del soccorso: termine burocratico con cui si intende l’apertura dei porti della costa meridionale europea alle navi che recuperano migranti nel Mediterraneo.
Agli espliciti no di Francia e Spagna comunicati nei giorni scorsi (“i nostri porti sono già sotto pressione”), se ne sono aggiunti altri questa mattina.
Arrivando al vertice, il ministro tedesco Thomas de Maiziere ha dichiarato subito: “Non sosteniamo la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio”. Lo stesso ha fatto anche il ministro belga per l’Asilo e politica migratoria Theo Francken: “Non credo che apriremo i nostri porti”. E il padrone di casa estone Sven Milkse ha ribadito che sulla questione “non è possibile forzare nessuno”.
Un atteggiamento di chiusura che non sorprende la delegazione italiana, visto che è la linea tenuta in tutti questi anni dai partner Ue.
Tant’è che il Viminale ha un’altra carta da giocare: la richiesta di rimodulare il mandato dell’operazione Triton per indurli a condividere il peso e la responsabilità delle vite salvate consentendo gli sbarchi su porti europei.
Favorire la discussione sulle proposte italiane in sede di Frontex è del resto uno dei punti dell’Action Plan adottato dalla Commissione europea alcuni giorni fa.
E però anche questa si sta rivelando una strada in salita, perchè lo stesso commissario Ue per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos si è detto un po’ a sorpresa contrario: “Triton ha già un mandato ben definito, si tratta di migliorare l’attuazione di quanto già deciso”.
Affermazione che i suoi addetti stampa stanno cercando di rettificare e che va in senso contrare alle aperture per l’Italia.
Altro punto su cui si stanno confrontando al tavolo di Tallinn è quello della ricollocazione dei rifugiati riconosciuti in Italia e in Grecia, come vorrebbe il piano Jucker varato due anni fa ma che stenta ad entrare a regime.
Qui l’alleato migliore per il nostro Paese è la Germania, ma ci scontriamo con i quattro del Gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca) ostili a fare qualsivoglia concessione sulla redistribuzione dei migranti.
E poi c’è la constatazione che sulla crisi migratoria gli Stati membri, divisi e incapaci di solidarietà vera nei confronti dell’Italia, sono almeno uniti e sempre più convinti sulla strategia esterna per affrontare il fenomeno e ridurre i flussi: con iniziative come il training e il rafforzamento della guardia costiera libica, gli accordi di cooperazione e di riammissione con i paesi di origine e di transito, gli incentivi a Tunisia e Libia per convincerli a creare delle proprie zone di ricerca e soccorso in mare.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
NEI PRIMI DIECI PAESI AL MONDO PER FLUSSO DI MIGRANTI NEANCHE UNO E’ IN EUROPA
Vorrei dire qualcosa a tutti coloro che in queste ore si scaldano commentando la questione-migranti in Italia. A tutti coloro che paventano l’invasione, a tutti quelli che parlano dell’esodo e dell’africanizzazione dell’Europa. Fesserie.
A me sembra che abbiate perso la testa se pensate che il problema dell’Italia siano i migranti.
Vi state facendo manipolare per il misero tornaconto di qualcuno che soffia sul fuoco della crisi per creare un’indebita saldatura tra la questione sociale e la questione migratoria.
Intanto, le questioni tecnico-giuridiche: l’idea di chiudere i porti è una sesquipedale idiozia partorita dalla mente di qualche mentecatto che ignora per esempio che l’Italia negli ultimi anni è già stata sanzionata, e per ben due volte, per la violazione del principio di diritto internazionale del non-refoulement, ovvero il divieto di respingimento.
Il divieto è sancito dall’art. 33 della Convenzione (cosiddetta ‘di Ginevra’) sullo Statuto dei rifugiati del 1951, che afferma: “Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere — in nessun modo — un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità , appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.
Ora, siccome lo statuto di rifugiato viene conferito a seguito di procedure che lo accertino, esso non può essere conferito in mare da parte di entità militari o di altro genere che intercettino le imbarcazioni.
La condanna dell’Italia estendeva questo principio al respingimento in mare, negando il diritto di un mero ‘divieto di accesso’ collettivo nei confronti dei migranti da parte dello Stato.
In effetti l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei Diritti umani non solo per violazione dell’art. 3 della Convenzione europea sui Diritti umani (“nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani e degradanti”) ma anche per aver infranto l’art. 13, che prevede il diritto a un ‘ricorso effettivo’, cosa negata ai migranti respinti nel caso in questione.
Dunque anche qualora si esercitasse un vaglio direttamente in mare, occorrerebbe che il richiedente asilo fosse messo nelle condizioni di ricorrere nel caso di un rifiuto della sua domanda di accoglienza.
E finchè non si sa se il soggetto soccorso voglia fare domanda di asilo o no, la sua condizione è una condizione particolarmente delicata e soggetta a protezione internazionale.
Ci sarebbe, in subordine, la questione della tutela ‘sussidiaria’, quando — pur non ricorrendo le condizioni per concedere lo status di rifugiato — il soggetto correrebbe il rischio di un ‘danno grave’ tornando nel proprio paese.
E questo, sommariamente, quanto alle questioni di diritto.
Ma il punto riguarda la propaganda circa la presunta ‘invasione’: l’Europa tutta è una briciola di ciò che si muove nel mondo.
Tra i primi 10 paesi per flusso di migranti non c’è neanche un paese europeo.
Se nel 2015 erano state 63,9 milioni le persone sotto mandato Unhcr a spostarsi, nel 2016 la cifra è arrivata a oltre 67 milioni.
I paesi in via di sviluppo ospitano oltre l’86% delle persone sotto mandato Unhcr, mentre 4,2 milioni di persone hanno ottenuto lo status di rifugiato presso i paesi meno sviluppati del globo.
Si dirà : i migranti non sono tutti richiedenti asilo. Vero: ma i rifugiati sono comunque oltre 16 milioni, e gli apolidi quasi 4.
Venendo all’Europa, il numero di migranti giunti via mare è calato, mentre è cresciuto quello dei dispersi e dei morti.
La via del Mediterraneo centrale, sostanzialmente dalla Libia, nel 2015 ha prodotto un flusso di 144.000 persone, mentre quella dei Balcani occidentali ha visto transitare 667.150 persone e quella del Mediterraneo orientale (verso la Grecia e in minor misura Bulgaria e Cipro) 726.000.
Nel 2015 gli Stati che hanno subito il maggiore flusso erano la Turchia (oltre 2,5 milioni di persone, numero cresciuto nel 2016), poi Pakistan, Libano e così via.
Alla fine dello stesso anno, la densità di rifugiati per 1.000 abitanti era di 183 in Libano, e i primi paesi europei erano Svezia (17) e Malta (17).
E qual è il continente maggiormente interessato ai flussi migratori in entrata? Proprio l’Africa.
L’Europa sarà una comunità politica quando deciderà di ridiscutere Dublino, ovvero quell’accordo che ‘incastra’ il migrante al primo paese in cui approda.
Per fare gli europei occorrerà che i cittadini non si lascino abbindolare dalle sirene dei leader xenofobi nazionali.
Francescomaria Tedesco
giurista
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 5th, 2017 Riccardo Fucile
VIENNA PROVA A RICUCIRE: “LA COOPERAZIONE E’ MOLTO BUONA”
Solo un malinteso. L”Austria cerca di ricucire con l’Italia dopo la crisi esplosa a seguito
dell’annuncio dell’invio di militari e blindati al confine del Brennero per bloccare il flusso di migranti dallo Stivale.
“Non stiamo dispiegando blindati al Brennero e posso sottolineare ancora una volta che la cooperazione con l’Italia è veramente buona”, ha detto il cancelliere austriaco Christian Kern in una conferenza stampa a Vienna, durante la quale ha bollato come un “malinteso” la crisi esplosa ieri con l’Italia.
Tra l’altro, ha aggiunto Kern, che ha parlato con al fianco il ministro della Difesa Hans Peter Doskozil, responsabile delle affermazioni contestate ed a seguito delle quali la Farnesina ha convocato ieri l’ambasciatore austriaco a Roma, “in questo momento non ci sono indicazioni secondo cui le autorità italiane non sono in controllo della situazione” al confine.
“Bisogna chiarire i malintesi come quelli che sono evidentemente emersi con l’Italia”, ha detto il cancelliere. I controlli al Brennero, ha spiegato Kern, ci saranno solo in caso di un incremento del numero di migranti in arrivo, ma non c’è alcun bisogno particolare in questo momento.
“Non stiamo dispiegando i carri armati al Brennero – ha sottolineato Kern – e posso sottolineare che la cooperazione con l’Italia è veramente buona”.
(da agenzie)
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Luglio 4th, 2017 Riccardo Fucile
I VOLATILI SONO AL 100% AUSTRIACI … IMPIEGATE ORE PER RECUPERARLI, FORSE SAREBBERO STATI UTILI I 750 SOLDATI SCHIERATI AL BRENNERO
Mentre al Brennero il governo austriaco, con accenni di nostalgia alla grandiosità perduta del periodo “Imperial e Regio” (Kaiserlich und Koenigliche) di Francesco Giuseppe, ha schierato le truppe per bloccare il temuto tsunami di immigrati dall’Italia, l’autostrada Ai che porta a Vienna da Salisburgo è rimasta bloccata per ore tra Asten ed Enns da 7.000 polli.
Volatili al cento per cento austriaci persi da un camion che li stava trasportando. I vigili del fuoco e la polizia hanno impegnato ore nel comico quanto arduo compito di dare la caccia ai pennuti.
All’origine dell’invasione di gallinacei l’urto del camion con un pilastro di un ponte che ha scoperchiato parte del vano di carico del camion, facendo letteralmente volare in aria, i polli sparsi per 160 metri lungo l’A1.
Forse i blindati e i 750 soldati schierati al Brennero sarebbero stati più utili sull’autostrada per dare la caccia ai polli.
(da “il Secolo XIX”)
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Luglio 4th, 2017 Riccardo Fucile
15.000 EURO AL MESE MENTRE I BAMBINI AFFOGANO… PENSANO A COSTRUIRE MURI COME I REGIMI CRIMINALI
Jean-Claude Juncker striglia il Parlamento europeo mezzo vuoto nel giorno in cui si
discute dell’emergenza migranti. Antonio Tajani difende l’Aula che presiede. Mentre il premier maltese Joseph Muscat accusa l’Europa di scarsa solidarietà , quando Malta è stato il primo Paese a non aprire i propri porti alle navi che salvano le vite in mare. A Strasburgo l’Unione europea si produce oggi nell’ennesimo tentativo di mettere in campo una strategia per arginare i flussi migratori provenienti dalla Libia e fa emergere tutta l’ipocrisia con cui le istituzioni comunitarie hanno affrontato e continuano ad affrontare il tema delle migrazioni e le difficoltà dell’Italia.
In attesa delle “misure concrete” annunciate per oggi dalla Commissione, da questo lato del Mediterraneo quello che continua a mancare è la volontà di prendersi carico di chi è già sbarcato o è in procinto di farlo: lunedì Francia e Spagna hanno annunciato il loro no all’apertura dei porti alle navi delle ong e oggi l’Austria di è detta pronta a mandare i soldati al confine con l’Italia.
La giornata è cominciata con lo scontro andato in scena durante la plenaria al Parlamento europeo tra il presidente della Commissione Juncker e il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani.
Juncker, che avrebbe dovuto parlare dei risultati della presidenza maltese e della crisi migratoria, si è lamentato per i pochi parlamentari presenti in Aula, esemplificazione plastica del disinteresse dei membri dell’Unione nei confronti della problematica. “Siete ridicoli“, ha attaccato, subito ripreso da Tajani. “Moderi i termini — l’ha interrotto — è la Commissione sotto il controllo del Parlamento non il contrario”.
Nell’immobilsmo delle istituzioni europee che sul tema dura da anni e i movimenti populisti che cavalcano la paura e il risentimento dei cittadini, il capo dell’esecutivo veste i panni dello scudisciatore nell’intento di dimostrare che il governo di Bruxelles c’è e vuole aiutare l’Italia, tentando di far dimenticare due anni di fallimenti inizati nel maggio 2015 con l’accordo mai rispettato sul ricollocamento di 40mila richiedenti asilo da Italia e Grecia.
Con quanto la Commissione europea delibererà oggi in materia di migrazioni “dimostreremo con i fatti che vogliamo rimanere solidali, soprattutto con l’Italia che dimostra un atteggiamento eroico. La solidarietà è d’obbligo”, ha detto quindi Juncker durante la plenaria riferendosi alla riunione del collegio dei commissari che oggi discuterà e presenterà una serie di misure in sostegno dell’Italia, che formeranno la base per la discussione nel prossimo Consiglio Affari Interni informale che si terrà a Tallinn giovedì.
“Viva l’Italia“, ha concluso il presidente della Commissione.
In Aula a Strasburgo ha preso la parola anche il premier maltese per fare il punto sul semestre di presidenza europeo conclusosi il 30 giugno.
Un discorso di rara ipocrisia: “Sulle migrazioni, con tutte le buone intenzioni e le dichiarazioni, quando si tratta di una solidarietà effettiva, noi, gli Stati membri dell’Ue, dovremmo vergognarci tutti di quello che abbiamo fatto. Paesi come l’Italia hanno visto centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini raggiungere le sue coste: guardiamo a questa Europa che, su questo argomento, è un fallimento“, ha detto Muscat.
“Malta dedica il 100% delle proprie risorse militari alla cooperazione per salvare le vite dei migranti in mare — il j’accuse del primo ministro di un Paese che finora non ha accolto neanche un profugo — ma voglio essere chiaro non si può andare avanti sempre così. In assenza di vera solidarietà da parte degli altri Stati membri non si potranno poi incolpare i Paesi che decidono di tutelare gli interessi nazionali. Ma questa non è la strada che vogliamo. Siamo convinti che siamo ancora in tempo”.
“La solidarietà inizia a casa propria — ha concluso Muscat — e dovrebbe essere mostrata ai più piccoli e chi ha le crisi”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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