Giugno 29th, 2017 Riccardo Fucile
NO ALLA PROROGA DI SEI MESI……VENDETTA MATURATA ALL’INTERNO DELLA SINISTRA ITALIANA, SEMPRE PIU’ OCCUPATA AD ACCUSARSI A VICENDA
«È una carognata che parte dall’Italia e da Renzi. È anche un gesto di viltà di partiti
socialisti, tranne l’Spd, residuali. I renziani sappiano che terremo a mente questa vicenda»: Peppino Caldarola, ex deputato dei DS, è davvero arrabbiato e su Facebook non nasconde la sua indignazione per quello che è capitato al suo amico Massimo D’Alema.
Cos’è successo? È successo che l’assemblea annuale della FEPS, l’organizzazione che racchiude le 37 fondazioni progressiste europee, ha bocciato la proposta dello stesso D’Alema che puntava a un prolungamento semestrale del suo mandato come presidente.
Raccontano le cronache sanguinarie e sanguinolente che nella sede della Foundation for European Progressive Studies di Rue Montoyer 40, nel cuore del quartiere comunitario di Bruxelles, D’Alema ha provato a resistere fino all’ultimo, ma la votazione è stata chiara: delle 45 fondazioni del Pse 15 si sono schierate con lui, 22 gli hanno votato contro.
Un evidente affronto al Lìder Maximo. Per di più effettuato con il voto segreto, cosa richiesta proprio dall’interessato, evidentemente convinto che nel segreto dell’urna il responso gli sarebbe stato invece favorevole
Non è andata così.
Soltanto in quindici tra le fondazioni socialiste alla fine hanno accordato la loro preferenza alla mozione D’Alema (cit.). E a nulla è servito che il suo fake su Twitter ricordasse che “dead wasp still stings” nè che Roberto Speranza ieri dichiarasse tutto il suo sgomento: «Oggi si è scritta una pagina nera della storia del Pse che rappresenta limpidamente la crisi drammatica del socialismo europeo. Si consuma una vendetta politica ordinata dall’Italia».
E ovviamente i renziani hanno respinto ogni ipotesi di complotto.
D’altro canto D’Alema non godeva più di buoni uffici presso il Partito Socialista Europeo da quando aveva annunciato il suo no nella campagna per il referendum voluto dal governo Renzi.
Lui all’epoca non si scompose, anzi: in tutta risposta rinfacciò a loro di aver preso posizione per il sì: «Gli italiani dovrebbero essere lasciati liberi di scegliere in una vicenda che non riguarda la stabilità dell’italia, bensì alcune delicate regole della costituzione repubblicana».
Poi nelle scorse settimane la situazione è precipitata. Sette fondazioni, guidate dai tedeschi, hanno chiesto a D’Alema di fare un passo indietro per la scissione del Partito Democratico che aveva provocato con la nascita di Articolo 1 — MDP.
Lui si è battuto come un leone: ha fatto sottoscrivere una lettera ad altre fondazioni in cui si chiedeva che il suo mandato fosse allungato fino a dicembre per portare a compimento il lavoro svolto.
A quel punto si è andati al voto come proposto dallo stesso D’Alema. Ed è arrivato il responso: 22 a 15 per il no. Al suo posto è stata eletta la deputata europea portoghese Maria Joao Rodrigues.
Scrive Repubblica che oltre a spagnoli, tedeschi e nordici contro di lui si è schierata anche EYU, la fondazione del Partito democratico.
Per lui avrebbero invece votato i socialisti francesi, l’Istituto Gramsci e le fondazioni Nenni e Giuseppe Di Vittorio della Cgil.
E alla fine lui e Speranza si sono dovuti anche sorbire la presa in giro di Francesco Bonifazi, tesoriere del PD e presidente della EYU: «Spiace che Roberto Speranza l’abbia presa male. Ringraziamo il presidente D’Alema per la sua abnegazione. Ma nella vita bisogna anche saper scegliere il momento giusto per andarsene. Auguri alla Rodrigues, un grande in bocca al lupo a Speranza».
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 22nd, 2017 Riccardo Fucile
“L’EUROPA E’ IL SOLO LUOGO AL MONDO DOVE SI FONDONO LIBERTA’ INDIVIDUALI, SPIRITO DEMOCRATICO E GIUSTIZIA SOCIALE, NON ABBIAMO DA IMPARARE DA NESSUNO”… “LA DEMOCRAZIA NON SI FA DALL’ESTERNO SENZA COINVOLGERE I POPOLI”… “I PAESI CHE NON NE RISPETTANO LE REGOLE NE TRAGGANO LE CONSEGUENZE POLITICHE”
Nei giardini dell’Eliseo Emmanuel Macron espone le linee di politica europea e
internazionale alla vigilia del suo primo Consiglio Ue a Bruxelles.
Il presidente francese dialoga con il Corriere e altri sette giornali europei per un’ora e 20 minuti, scarabocchiando, ogni tanto, piccole stelle sul foglio bianco davanti a lui.
È la sua prima intervista da quando i francesi lo hanno eletto.
Evento che lui definisce «l’inizio di una rinascita francese e spero europea». Accanto al tricolore e alla bandiera blu con le dodici stelle gialle, Macron attribuisce all’Europa la missione storica di «difendere la libertà e la democrazia» minacciate da demagogia e estremismi.
Una missione da adempiere puntando sul rilancio della coppia franco-tedesca – «altrimenti l’Europa balbetta» – e sulla fine «di una forma di neo-conservatorismo importata in Francia da 10 anni. La democrazia non si costruisce dall’esterno senza coinvolgere i popoli, la guerra in Libia è stata un errore».
La Francia può incarnare una nuova leadership in Europa?
«La leadership non si assume per decreto, si costruisce coinvolgendo altri Paesi e attori e viene riconosciuta alla luce dei risultati che vengono ottenuti. Sarebbe presuntuoso dire sin da ora che la Francia esercita una nuova leadership europea. La vera questione è l’obiettivo della nostra azione, e il punto di partenza è la crisi che attraversano le democrazie occidentali (…). Quando guardiamo il Pianeta oggi, che cosa vediamo? Un’ascesa delle democrazie illiberali e degli estremismi in Europa, il risorgere di regimi autoritari che mettono in discussione la vitalità democratica, e gli Stati Uniti d’America che in parte si ritirano dal mondo. Le crisi si moltiplicano in Medio Oriente e nel Golfo, le ineguaglianze si aggravano ovunque nel mondo»
Da dove provengono queste instabilità ?
«Non c’è una sola causa. Nascono in parte dalle disuguaglianze profonde provocate dall’ordine mondiale, e dal terrorismo islamista. A questi squilibri si aggiunge quello del clima. Quelli che pensano che la lotta contro il riscaldamento climatico sia un capriccio si sbagliano profondamente. Il punto fondamentale quindi non è sapere se esiste o no una leadership francese, se gonfiamo il petto più degli altri. La questione è difendere il nostro bene comune, ovvero la libertà e la democrazia, e capire come possiamo vincere questa battaglia di cui l’Europa, ne sono convinto, porta la responsabilità . Perchè? Perchè la democrazia è nata su questo continente. Gli Stati Uniti amano la libertà quanto noi, ma non hanno il nostro gusto per la giustizia. L’Europa è il solo luogo al mondo dove le libertà individuali, lo spirito democratico e la giustizia sociale si sono sposati fino a questo punto. Il punto è se l’Europa riuscirà a difendere i suoi valori profondi, dei quali ha irrigato il mondo per decenni, o se scomparirà davanti all’ascesa delle democrazie illiberali e dei regimi autoritari».
Qual è il suo progetto per rifondare la zona euro? E come convincere la Germania?
«Se non abbiamo coscienza della vera sfida, possiamo continuare a passare delle notti intere a interrogarci sulla sede della prossima agenzia europea o il modo in cui sarà speso questo o quel budget… Ci collocheremmo allora fuori della storia. Non è questa la mia scelta, e neanche quella di Angela Merkel. (…) La Francia non avrà alcuna capacità motrice se non fa un discorso chiaro e lucido sul mondo, ma neanche se non rafforza la sua economia e la sua società . Ecco perchè ho chiesto al governo di dare il via alle riforme fondamentali che sono indispensabili per la Francia. Ma la forza degli uni non può nutrirsi a lungo della debolezza dagli altri. La Germania, che si è riformata una quindicina di anni fa, si rende conto oggi che questa situazione non è più sostenibile. Il mio metodo per la coppia franco-tedesca è un’alleanza basata sulla fiducia. Vorrei tornare allo spirito di cooperazione che esisteva un tempo tra Franà§ois Mitterrand e Helmut Kohl. Non si va a un Consiglio europeo senza avere una posizione comune. Non vuol dire che siamo d’accordo su tutto, ma che non vogliamo perdere tempo a chiedere agli altri di risolvere i nostri disaccordi. Altrimenti l’Europa balbetta e la chiave per ripartire è un’Europa che protegga».
Perchè la «protezione» è così importante?
«Perchè in tutte le nostre società le classi medie sono attraversate dal dubbio. Hanno l’impressione che l’Europa si faccia malgrado loro. Bisogna creare un’Europa che protegga, dotandoci di una vera politica di difesa e di sicurezza comune. Dobbiamo essere più efficaci davanti alle grandi migrazioni, riformando profondamente il sistema di protezione delle nostre frontiere, la politica migratoria e il diritto di asilo. Il sistema attuale fa portare solo su alcuni Paesi tutto il peso e non potrà resistere alle prossime ondate migratorie. Credo in un’Europa che protegge le sue frontiere esterne, assicura la sua sicurezza tramite la cooperazione delle polizie e della giustizia nella lotta contro il terrorismo, un’Europa che protegga contro gli squilibri della globalizzazione. È questa la prima tappa. Non ci può essere un approfondimento istituzionale finchè non avremo restaurato la coerenza dell’Europa. Ci vuole un’integrazione più forte della zona euro prima di passare alla tappa successiva. Per questo difendo con vigore l’idea di un budget della zona euro, dotato di una governance democratica. È il solo modo di ricreare una convergenza tra le nostre economie e i nostri Paesi. Dobbiamo giocare sul pilastro della responsabilità e insieme su quello della solidarietà . La mia sensazione è che la Germania non abbia un blocco su questo».
Pensa quindi che la Germania sia pronta a cambiare
«Ne sono convinto. (…) Nei prossimi anni la Germania spenderà più della Francia in materia di difesa. Chi l’avrebbe mai creduto possibile? Ma la Germania è lucida sui limiti di un’azione che non sia pienamente europea, in particolare in tema di interventi militari. La Germania sa che il nostro destino è ridiventato tragico. Ha bisogno della Francia per proteggersi, per proteggere l’Europa e assicurare la nostra sicurezza comune. (…) Gli egoismi nazionali sono dei veleni che agiscono lentamente, indeboliscono le nostre democrazie e la capacità collettiva ad affrontare questa sfida. So che la cancelliera ne è cosciente».
L’Europa si presenta oggi in ordine sparso, a Est molti Paesi hanno scelto dei regimi autoritari. Come gestire un’Europa così divisa
«Non credo a questo conflitto tra Est e Ovest. Ci sono delle tensioni perchè i nostri immaginari e la nostra recente non è la stessa. Non dimenticherò mai questa frase di Bronislaw Geremek, che incontrai una ventina d’anni fa al momento dell’allargamento europeo: ”L’Europa non ha chiaro quanto ci deve”. Per la sua generazione, l’Europa occidentale aveva tradito lasciando che il Muro dividesse il continente. Quando sento oggi certi dirigenti europei, tradiscono due volte. Decidono di abbandonare i principi, di volgere le spalle all’Europa (…). L’Europa non è un supermercato, è un destino comune. I Paesi che non ne rispettano le regole devono trarne tutte le conseguenze politiche. E non è solo un dibattito Est-Ovest. Parlerò con tutti e con rispetto, ma non transigerò sui principi dell’Europa, sulla solidarietà e i valori democratici».
Quale modello per la futura relazione tra la Gran Bretagna e l’Unione europea? La porta è aperta per una marcia indietro?
«La porta è aperta fino al momento in cui la si oltrepassa. Non spetta a me dire che è chiusa. Ma a partire dal momento in cui le cose si mettono in marcia con un calendario e un obiettivo, è molto difficile tornare indietro, inutile raccontarsi bugie. Desidero che la discussione che è appena cominciata sia perfettamente coordinata a livello europeo. Non voglio discussioni bilaterali perchè bisogna preservare l’interesse europeo a corto, medio e lungo termine. (…)»
È il momento di rimettere in discussione lo spazio Schengen? Costringere i Paesi che rifiutano i migranti ad accettarli?
«Sono legato allo spazio Schengen che permette la libera circolazione delle persone in seno all’Unione europea, e che è uno degli elementi costitutivi della nostra cittadinanza europea. Se vogliamo garantire questa libera circolazione, dobbiamo rafforzare i controlli alle frontiere esterne dell’Unione europea. Dobbiamo rapidamente dare tutti i mezzi necessari all’Agenzia europea dei guarda-frontiere e delle guarda-coste per gestire le crisi alle frontiere. C’è poi la questione dei rifugiati che fuggono da Paesi in guerra, ai quali dobbiamo ospitalità e umanità . (…). E poi i migranti che non hanno diritto all’asilo, che vanno trattati secondo le regole del diritto e con umanità nel quadro della cooperazione internazionale. Vanno riaccompagnati alla frontiera lavorando con i Paesi di provenienza e di transito, lavorando più efficacemente con le organizzazioni mafiosi che sfruttano la miseria umana. (…) E rimediare alla situazione grottesca dei ”dublinati”, quelle persone che passano da un Paese all’altro nella speranza di ottenere infinte l’asilo».
Dopo la Brexit e l’elezione di Trump, la sua vittoria segna una battuta d’arresto dei populismi in Europa? E il modello Macron è esportabile altrove, per esempio in Italia, che potrebbe essere il nuovo anello debole della catena europea?
«Diffido del termine populismo perchè ha diversi significati. Molti, a destra e a sinistra, mi hanno detto che ero populista. Quando i partiti sono stanchi ci si meraviglia che si possa parlare al popolo. Se essere populisti è questo, non è una cattiva cosa. Io non credo nella demagogia, che consiste nel lusingare un popolo per dirgli quel che si aspetta, parlargli delle sue paure. Non ho l’arroganza di pensare che la mia elezione rappresenti una battuta d’arresto di quel processo. I francesi sono sempre stati così: quando non te lo aspetti, hanno un sussulto. La Francia non è un Paese che si riforma, è un Paese che si trasforma, un Paese di rivoluzione. Fintanto che è possibile non fare le riforme, i francesi non le fanno. Stavolta hanno visto che erano sul bordo del precipizio e hanno reagito. La mia elezione, come la maggioranza ottenuta all’Assemblea, sono un inizio carico di responsabilità . Il debutto di una rinascita francese e spero europea. Una rinascita che permetterà di ripensare i grandi equilibri, di ritrovare un’ambizione, una capacità di guardare le cose in faccia, senza giocare sulle paure ma trasformandole in energia. Perchè le paure ci sono ancora e quel che divide la società resiste. Non c’è una ricetta miracolosa, è una lotta che va condotta giorno per giorno. (…) Quel che sfianca le democrazie, sono i responsabili politici che pensano che i loro concittadini siano stupidi. La crisi dell’immaginario occidentale è una sfida immensa e non è una persona da sola che potrà cambiarla. Ma ho la volontà di ritrovare il filo della storia e l’energia del popolo europeo, per fermare l’ascesa degli estremismi e della demagogia. È una battaglia di civiltà ».
Come gestire il rischio rappresentato da Donald Trump?
«Donald Trump è intanto colui che è stato eletto dal popolo americano. La difficoltà è che allo stato attuale non ha ancora elaborato il quadro concettuale della sua politica internazionale. La sua politica può essere dunque imprevedibile ed è una fonte di disagio. Quanto alla lotta contro il terrorismo, Trump ha la stessa mia voglia di efficacia. Non condivido alcune sue scelte, prima di tutto sul clima. Ma spero che si possa fare in modo che gli Stati Uniti ritornino nell’Accordo di Parigi. È la mano che tendo a Donald Trump. Spero che cambi idea. Perchè tutto è legato. Non si può voler lottare efficacemente contro il terrorismo e non impegnarsi per il clima».
Se la linea rossa dell’uso delle armi chimiche è oltrepassata in Siria, la Francia è pronta a colpire da sola? Ed è in grado di farlo?
«Sì. Se fissi una linea rossa e non la fai rispettare, decidi di essere debole. Non è la mia scelta. Se è confermato che delle armi chimiche sono utilizzate sul campo e siamo in grado di accertarne la provenienza, allora la Francia procederà a dei bombardamenti per distruggere i depositi di armi chimiche».
La cooperazione con gli altri Paesi della coalizione è indispensabile.
«Sì, ma chi ha bloccato le cose nel 2013? Gli Stati Uniti hanno fissato delle linee rosse ma alla fine hanno scelto di non intervenire. E che cosa ha indebolito la Francia? L’avere definito politicamente una linea rossa senza trarne le conseguenze. E che cosa quindi ha liberato Vladimir Putin su altri teatri di operazione? Il fatto di avere constatato che aveva davanti a lui interlocutori che fissavano dei paletti ma non li facevano rispettare. Io rispetto Vladimir Putin. Ho avuto con lui uno scambio costruttivo. Abbiamo dei veri disaccordi, sull’Ucraina in particolare, ma ha visto la mia posizione. Gli ho parlato lungamente dei temi internazionali e della difesa delle ONG e delle libertà nel suo Paese. Quel che ho detto in conferenza stampa a Versailles, non lo ha scoperto lì. Questa è la mia linea: dire le cose con molta fermezza a tutti i miei partner ma dirgliele prima in tàªte à tàªte. (…). Sulla Siria, non risolveremo la questione solamente per via militare, è l’errore che abbiamo commesso in modo collettivo. La vera mia novità su questo tema, è che non ho detto che la destituzione di Bachar el Assad era una condizione preliminare a tutto. Perchè nessuno mi ha presentato il suo successore legittimo. Le mie linee sono chiare. Uno: lotta assoluta contro tutti i gruppi terroristici. Sono loro, i nostri nemici. Due: stabilità della Siria, perchè non voglio uno Stato fallito. Con me finirà una forma di neo-conservatorismo importata in Francia da 10 anni. La democrazia non si fa dall’esterno senza coinvolgere i popoli. La Francia non ha partecipato alla guerra in Iraq e ha avuto ragione. E ha avuto torto di fare la guerra in Libia. Quali sono stati i risultati di questi due interventi? Stati falliti nei quali prosperano i gruppi terroristici. Non voglio che questo accada in Siria. Tre: ho due linee rosse, armi chimiche e corridoi umanitari. L’ho detto chiaramente a Vladimir Putin, sarò intrattabile su questi argomenti. Quattro: voglio una stabilità siriana a medio termine. Questo significa un rispetto delle minoranze. Bisogna trovare le vie e i mezzi di una iniziativa diplomatica che faccia rispettare questi quattro principi».
Mentre lo Stato islamico perde territori in Siria e in Iraq, il terrorismo sfida le nostre democrazie. Come trovare il punto di equilibrio tra leggi eccezionali e protezione delle libertà ?
«Bisogna costruire gli strumenti per lottare contro questa minaccia nuova, sotto il controllo del giudice, amministrativo o penale. Servono risposte inedite e adatte alla lotta contro questo terrorismo islamista. (…) Occorre poi avere una politica internazionale coerente ed essere capaci di parlare con tutte le parti in causa. Questo è il mio principio diplomatico. Ho parlato cinque volte al presidente Erdogan da quando sono qui. Due volte con il presidente iraniano Rohani. Ho ricevuto Vladimir Putin. Alla Francia non viene chiesto di scegliere un campo contro l’altro. È la sua forza e la sua storia diplomatica. Dobbiamo ritrovare la coerenza e la forza di una politica che torni a darci del credito internazionale. Avere una politica di sicurezza ferma costruendo le coalizioni più efficaci contro il terrorismo. Infine, ci vuole una politica di civiltà , che consiste a sradicare i fondamenti profondi di questo terrorismo».
Lo sport affianca la diplomazia. Lei si spende perchè Parigi ottenga i Giochi olimpici del 2024. Un impegno che va al di là della città ?
«È l’impegno di tutto un Paese che voglio manifestare andando a Losanna a luglio e a Lima in settembre. È un evento sportivo ma molto di più, corrisponde alla nostra politica sull’handicap perchè sono Giochi olimpici e paralimpici. È un elemento di orgoglio nazionale e un evento economico considerevole. Inoltre un gesto che mostra come, nella nostra battaglia di lungo termine contro il terrorismo, non fermiamo i grandi eventi. E poi è una candidatura europea, non solo di Parigi nè della Francia. Un modo per mostrare che il mondo non è fatto solo di violenza. Il nostro mondo è fatto di valori condivisi, di riconciliazione, di gioia, di competizione pacifica».
Come gestire le relazioni con la Turchia che non condivide i nostri valori?
«È vero, la Turchia non condivide i nostri valori su molti argomenti. Ma condivide certi nostri interessi. Siamo legati alla Turchia per il conflitto siriano. E la Turchia è un elemento chiave della nostra politica regionale perchè è allo stesso tempo un Paese divino della Siria, un Paese che accoglie un gran numero di rifugiati, che regola il loro flusso, e che coopera alla lotta contro il terrorismo. Ho un dialogo esigente e lucido con il presidente Erdogan. Desidero che in materia di migrazioni, questo dialogo sia europeo e coordinato. Quando l’Europa ha concluso un accordo, lo ha fatto forse un po’ tardi e subendolo un po’. Non bisogna ripetere questo errore. Per il resto, quanto alle posizioni attuali della Turchia, è evidente che andare più lontano verso un’integrazione europea non è un’evoluzione da prendere in considerazione. Ma questo non impedisce una relazione costante».
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 20th, 2017 Riccardo Fucile
IL RIMPASTO DI GOVERNO RIGUARDA DUE ESPONENTI SOTTO INCHIESTA PER UN FATTO CHE IN ITALIA NON INDIGNEREBBE NESSUNO. E CHE RIGUARDA L’ALLEATO MODEM… E’ BASTATO CHE UN GIORNALE IPOTIZZASSE UN CONFLITTO DI INTERESSI DI 5 ANNI FA E ANCHE L’AMICO FERRAND SI E’ FATTO DA PARTE
Sarebbe dovuto essere un semplice rimpasto tecnico, una formalità dopo la vittoria alle elezioni legislative de La Rèpublique en Marche (Lrem), il partito del presidente Macron, che ha trionfato all’assemblea Nazionale con 308 deputati.
Invece la nomina del nuovo governo potrebbe diventare molto più “politica” del previsto, con importanti cambiamenti nella futura squadra per “ripulire” l’esecutivo dai nomi più scomodi.
Decisivo, in tal senso, il ruolo del partito centrista Mouvement Democrate (MoDem), guidato dall’attuale guardasigilli, Francois Bayrou, e principale alleato di En Marche! Attraverso un comunicato diffuso stamattina, il ministro della Difesa, Sylvie Goulard, ha annunciato che lascerà l’esecutivo. “Ho chiesto al presidente della Repubblica, in accordo con il primo ministro, di non far più parte del governo” ha scritto. Proveniente dalle fila del MoDem, l’ex eurodeputata fa parte del gruppo dei deputati (tra cui anche Bayrou) al centro di un’inchiesta preliminare riguardante il finanziamento illecito di alcuni assistenti parlamentari, impiegati a Parigi e stipendiati con fondi europei.
All’uscita di scena di Goulard potrebbe seguire quella della sua collega, Marielle De Sarnez, ministro degli Affari Europei, anche lei coinvolta nell’affaire sui rimborsi illeciti. De Sarnez ha dichiarato in un’intervista a Le Parisien che in merito al suo futuro “ogni ipotesi resta aperta”, senza escludere un probabile incarico come capogruppo del MoDem all’Assemblea.
In un simile contesto, Bayrou comincia a sentir tremare la terra sotto i piedi. Il ministro della Giustizia ha detto di rispettare la scelta di Goulard, aggiungendo però che si tratta di “una decisione personale”.
Figura chiave per il successo di Macron, Bayrou si ritrova oggi aggrappato alla sua poltrona, sospeso sull’orlo delle dimissioni.
Il rimpasto dell’esecutivo si annuncia così più incisivo del previsto.
Il primo a lasciare la compagine di governo è stato Richard Ferrand, ormai ex ministro della Coesione territoriale, che lunedì ha annunciato le sue dimissioni dopo un colloquio durato più di un’ora con Macron.
Ex socialista e macroniano della prima ora, anche Ferrand è sotto i riflettori dopo che due settimane fa il settimanale satirico Le Canard Enchainè ha rivelato presunti conflitti di interesse risalenti al 2011, periodo in cui era a capo di una cassa mutua in Bretagna.
A Ferrand è stata affidata la guida del gruppo parlamentare di Lrem, un compito di rilievo visto il folto gruppo di deputati macroniani che siedono tra i banchi dell’Assemblea.
Per conoscere la formazione completa dell’esecutivo bisognerà attendere l’annuncio del premier Edouard Philippe, che entro le 18.00 di domani renderà pubblici i nomi del nuovo governo.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 19th, 2017 Riccardo Fucile
MA A DIFFERENZA DI RENZI E DI HOLLANDE, LA RIFORMA DEL LAVORO PREVEDE CONFRONTO CON I SINDACATI E CONTRAPPESI
Emmanuel Macron avanza con il vento in poppa. Nonostante il forte tasso di
astensionismo che ha caratterizzato il secondo turno delle elezioni legislative, per i prossimi cinque anni il presidente della Repubblica potrà contare su una solida maggioranza composta da 350 deputati, un numero inferiore rispetto alle stime predette nei giorni scorsi dai sondaggi, ma sufficiente per cominciare a mettere in moto la macchina delle riforme.
A questo si aggiunge poi un calendario favorevole, visto che i francesi torneranno alle urne tra due anni per le elezioni.
Tra i progetti in cantiere, priorità a quelli riguardanti il codice del lavoro e la moralizzazione della vita pubblica, i due cavalli di battaglia cavalcati durante la campagna delle ultime presidenziali.
In particolare, quello sul lavoro è il primo test cruciale per il nuovo governo. Reduce da una stagione di proteste dopo l’approvazione di quello che è stato ribattezzato “il jobs act francese”, Macron cercherà di affrettare il passo per evitare nuove contestazioni. La proposta approderà al Consiglio dei ministri il 28 giugno, per poi essere legiferata prima della fine dell’estate
Tra le misure previste, il tetto dei rimborsi in caso di licenziamento abusivi, la fusione di alcune istanze sindacali e maggior potere agli accordi di impresa rispetto a quelli di settore.
Per riuscire, il presidente privilegerà la pista del dialogo tra i partner sociali attraverso una serie di concertazioni con rappresentanti dei sindacati e delle imprese.
Una strategia opposta rispetto a quella adottata dal precedente governo, costretto a far passare la legge ricorrendo al decreto del 49-3.
Il disegno sulla moralizzazione della vita pubblica prevede una serie di misure volte a favorire la trasparenza e nel mondo politico e istituzionale.
Tra i progetti di legge in agenda c’è poi quello riguardante il rinforzo della lotta al terrorismo e della sicurezza interna.
Anche se approderà al Consiglio dei ministri il prossimo 21 giugno, l’insieme di misure contenute nel disegno di legge ha già cominciato a far discutere.
Lo scorso 9 giugno Le Monde ha pubblicato alcune anticipazioni, secondo le quali certi provvedimenti previsti dallo stato di eccezione potrebbero entrare nel diritto ordinario.
Secondo alcuni analisti, in questo modo si andrebbe incontro ad una perennizzazione dello stato di emergenza e, di conseguenza, una minaccia alle libertà individuali.
Intanto, per i neo-eletti deputati si prospetta un’estate tra i banchi del Palais Bourbon. Il calendario dell’Assemblea comincia con il 27 giugno, data in cui si terrà la seduta inaugurale dove verrà nominato il presidente della camera bassa del Parlamento. Secondo indiscrezioni pubblicate dal settimanale satirico Le Canard Enchainè, Macron sarebbe orientato verso una figura femminile, come Barbara Pompili o Brigitte Bourguignon, anche se tra i papabili figurano i nomi del repubblicano Thierry Solère e dell’ecologista Franà§ois de Rugy.
Il 28 saranno nominati i sei vicepresidenti che a turno assumeranno la presidenza delle sedute e i tre questori responsabili della gestione dell’emiciclo, mentre il giorno dopo sarà pubblicato nel giornale ufficiale la composizione delle otto commissioni permanenti dell’Assemblea.
I prossimi cento giorni saranno determinanti per capire l’orientamento del nuovo governo, anche se con i risultati ottenuti nelle ultime elezioni non ci dovrebbero essere particolari sorprese.
(da “La Stampa”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO PEW RESEARCH CENTER: IN GRAN BRETAGNA VINCEREBBERO GLI EUROPEISTI 54% A 46%… IN ITALIA 56% PER RESTARE NELLA UE, SOLO 35% PER USCIRE… NEI CONQUESTELLE IL 61% VUOLE RESTARE
Dopo il referendum sull’uscita del Regno Unito dalla Ue, in molti Paesi – Gran Bretagna
compresa – il sentimento europeista ha ripreso vigore, dopo anni di disaffezione dell’opinione pubblica. Ma due Stati fanno in parte eccezione: la Grecia, e l’Italia.
Il Pew Research Center, centro studi di Washington, ha diffuso ieri sera una ricerca intitolata «Dopo la Brexit gli europei sono più favorevoli alla Ue».
Il sondaggio è stato condotto su un campione di 9.935 persone in Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svezia e Regno Unito, dal 2 marzo al 17 aprile 2017, quindi quasi un anno dopo il referendum britannico.
Questi 10 Paesi rappresentano all’incirca l’80 per cento della popolazione e l’84% dell’economia Ue.
Nell’ultimo anno, l’opinione nei confronti dell’Unione europea è migliorata in quasi tutti i Paesi, ed è maggioritaria ovunque tranne in Grecia.
I più favorevoli alla Ue sono i cittadini di Polonia (74%), Germania (68), Ungheria (67), Svezia (65), Olanda (64), Spagna (62), Francia (56) e anche Regno Unito (54), dove sembra farsi strada una forma di pentimento dopo la vittoria del «Leave». L’unico Paese in cui l’opinione favorevole aumenta, sì, ma resta minoritaria è la Grecia, con il 33%.
Ma al contrario, il solo Paese dove l’opinione favorevole resta maggioritaria – 56% – ma in diminuzione, è l’Italia.
In tutta la ricerca, il nostro Paese sembra seguire più la tendenza della Grecia – tuttora immersa in una crisi economica spaventosa – che degli altri Paesi, sia del Nord sia del Sud dell’Europa.
Solo in Grecia e in Italia oltre un terzo dei cittadini – il 35% – pensano che il loro Paese dovrebbe uscire dall’Unione europea, e in entrambi Paesi il 57% vorrebbe che si tenesse un referendum sull’appartenenza alla Ue.
Il valore mediano di chi sostiene l’uscita dalla Ue, considerando i 10 Paesi studiati, si ferma invece al 18%.
La visione nei confronti dell’Unione Europea non sempre coincide esattamente con quella del partito di riferimento.
Il Movimento Cinque Stelle è definito nello studio come una formazione euro-scettica, ma la ricerca sottolinea che il 61% dei suoi sostenitori hanno una buona opinione dell’Europa.
In Italia esiste comunque una ripartizione secondo la tradizionale categoria destra-sinistra: gli elettori di destra che vogliono uscire dalla Ue sono il 56%, il doppio di quelli di sinistra (23%).
Se in Grecia la fiducia nell’economia è rimasta stabile a livelli bassissimi, nell’ultimo anno c’è un solo Paese dove è diminuita la percentuale di quanti pensano che la situazione economica sia buona: è l’Italia, dove è diminuita di 18 punti passando da 33 a 15.
(da “La Stampa”)
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Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE EUROPEISTA VUCIC HA SCELTO ANA BRNABIC, ATTUALE MINISTRA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Svolta storica in Serbia: per la prima volta, nel Paese balcanico dove le tendenze omofobe sono storicamente forti e a volte violente, una donna dichiaratamente lgbt assume la guida del governo.
Il giovane presidente eletto (ed ex premier) europeista e riformatore Aleksandar Vucic ha annnunciato di aver scelto Ana Brnabic, dall’estate scorsa ministro della Funzione pubblica, quale suo erede alla guida dell’esecutivo.
“Non è stata una decisione facile”, ha detto Vucic nella conferenza stampa in cui ha annunciato la sua scelta, “ma sono convinto che Ana Brnasbic abbia le qualità e la preparazione per portare avanti il programma di governo, proseguire nelle riforme, pgrogredire sulla strada dell’integrazione del nostro paese nell’Unione europea e continuare a migliorare l’immagine internazionale della Serbia”.
Dopo la netta vittoria di Vucic, appunto premier uscente e leader dello Sns, il partito riformista-europeista di maggioranza, alle elezioni presidenziali anticipate del 2 aprile scorso, era ovviamente necessario trovare un suo o una sua erede, non essendo previsto nè in Serbia nè in altre democrazie il cumulo delle due cariche di capo dello Stato e capo dell’esecutivo.
Ana Brnabic ha appena 42 anni, è lesbica dichiarata e aveva già fatto notizia lo scorso agosto quando era divenuta la prima donna omosessuale a entrare in un governo a Belgrado.
Ora diventa la prima persona lgbt dichiarata in assoluto a guidare l’esecutivo del più importante paese dell’ex Jugoslavia, la Serbia appunto che sotto la leadership di Vucic sta attuando grandi riforme, rilanciando l’economia, risanando i conti pubblici e procede a passo di marcia forzata nel negoziato per entrare nell’Unione europea.
Era stato Vucic in persona, superando resistenze e obiezioni della parte più tradizionalista del mondo politico, a imporre il suo ingresso nel governo.
Adesso l’ha imposta come premier contro potenti rivali: il ministro degli Esteri uscente e premier ad interim Ivica Dacic, e la ex presidente della Banca centrale, donna ma “etero”.
Ana Brnabic vanta una solida formazione: nata a Belgrado, ha conseguito il dottorato all’università di Hull nel Regno Unito.
Prima di entrare nel governo presieduto allora da Vucic, era stata chiamata dal leader a guidare un’associazione mista composta da rappresentanti di governo, parti sociali e società civile, la Naled, che dal 2006 ha l’incarico di creare le migliori condizioni possibili per le riforme e la modernizzazione della Serbia.
In passato c’erano stati, prima dell’arrivo di Vucic al potere, clamorosi episodi di violenza omofoba nel paese. Come nella parata del gay pride del 2010, quando squadristi – gruppi misti di violenti nostalgici del dittatore nazionalista e slavofilo Slobodan Milosevic e di gruppi sciovinisti di estrema destra – avevano attaccato e pestato a sangue i dimostranti e la polizia che cercava di difendere questi ultimi.
Il bilancio fu di 150 feriti, in gran parte agenti che proteggevano i gay dalle squadracce. Nell’era Vucic invece i cortei del gay pride si sono svolti senza incidenti.
La nomina di Ana Brnabic contrasta con altre scelte in diverse parti dell’ex Jugoslavia. Come il risultato delle recentissime elezioni politiche in Kosovo, cioè la vittoria del falco ed ex comandante guerrigliero della Uck Ramush Haradinaj, prossimo premier, di cui la Serbia chiede invano l’estradizione accusandolo di gravi crimini di guerra contro i civili durante le guerre scatenate da Milosevic che portarono dopo gli interventi Nato alla fine della Jugoslavia.
Poche ore prima di scegliere Ana Brnabic come nuovo premier, il vertice di Belgrado aveva tra l’altro indicato, secondo la famosa radio libera B92, di voler restare neutrale, ma anche di voler avviare un’attiva cooperazione con l’Alleanza atlantica.
Insomma sempre piຠspinte e segnali di europeismo e di volontà filo-occidentale.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 13th, 2017 Riccardo Fucile
SENEGALESE, LAUREATO, HA 49 ANNI, PUO’ ESSERE ELETTO DEPUTATO DOPO AVER ELIMINATO L’EX MINISTRA DI MITTERAND… CONTA IL MERITO, NON IL COLORE DELLA PELLE
A Aubervilliers, periferia nord di Parigi (palazzoni e tanti immigrati), da sempre fedele bastione della gauche, ne hanno visti tanti di candidati catapultati dal centro città , socialisti e benpensanti, che andavano avanti e indietro con macchina e autista. Ma un marcantonio così, di origini senegalesi e in tasca il diploma per eccellenza dell’èlite francese (quello dell’Ena), proprio mai.
Lui è Alexandre Aidara, 49 anni, e in uno dei palazzoni di Aubervilliers, ci è venuto a vivere davvero. Sta in un modesto appartamento tappezzato di manifesti con Emmanuel Macron.
Aidara è stato consigliere del ministro della Giustizia, Christiane Taubira, finchè lei ha abbandonato il suo posto, nel gennaio 2016, ormai in rotta con Hollande.
È rimasto a lavorare a quel dicastero, «in una sede non lontana da qui. E ci sono venuto a vivere: mica ho paura di un quartiere popolare».
Ha iniziato a guardare con simpatia al messaggio «positivo e ottimistico» di Macron. Si è iscritto a En Marche ! e pochi mesi fa gli hanno proposto la candidatura, «che non ho accettato subito: ho un lavoro, una carriera, non ho bisogno di fare politica».
Ma i macronisti non potevano lasciarsi sfuggire un’occasione del genere. Avevano ragione: lui domenica scorsa è balzato in pole position al primo turno delle legislative con il 27,32%. Domenica prossima se la vedrà con un candidato della France insoumise. Ma intanto ha buttato fuori dalla corsa Elisabeth Guigou, mitica ministra già ai tempi di Franà§ois Mitterrand, che qui aveva il suo collegio da una vita, praticamente rieletta automaticamente.
Dietro le larghe spalle di Alexandre (che ha praticato anche la boxe), ci sono già varie vite.
Quella di un ragazzino, figlio di un maestro, costantemente primo della classe, a Louga, cittadina persa nell’ovest del Senegal. A 18 anni vinse una borsa di studio per studiare matematica a Strasburgo.
Poi ha superato il concorso per entrare a Cèntrale, «grande ècole» d’ingegneria, altro tempio dell’èlite.
Sono seguiti dieci anni a lavorare nel privato. Finchè testardo, dopo che era riuscito a diventare francese, ha provato l’Ena. E ha vinto il concorso, inanellando una serie di incarichi ad alto livello in vari ministeri.
Cosa ci fa ad Aubervilliers ? «Voglio diventare un modello per i giovani».
Capisce i problemi di questi figli d’immigrati. Con loro parla della «discriminazione di cui sono stato vittima anch’io. E non sono un paranoico. Ma quando a 18 anni non ti fanno entrare in una discoteca o alla fine di Cèntrale, nonostante i voti alti, fai fatica a trovare uno stage, ti fai qualche domanda».
Aidara assomiglia ad altri candidati di En marche !, in questa voglia di rivincita. Come un terzetto a Parigi: Pierre Person, 28 anni, provinciale di Nancy, consulente per l’amministrazione pubblica. O Laetitia Avia, anche lei di origini africane, dalla banlieue sbarcata nella prestigiosa Sciences-Po, poi avvocato d’affari d’assalto.
O Mounir Majoubi, 33 anni, figlio di due marocchini (un imbianchino e la mamma che pulisce a ore), diventato startupper di successo e oggi ministro dell’Economia digitale.
E probabile deputato al ballottaggio di domenica prossima. Alexandre non ha dubbi: «Se ce l’abbiamo fatta noi, ce la possono fare tutti».
(da “La Stampa”)
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Giugno 7th, 2017 Riccardo Fucile
IL LIBERAL SPERA IN UN NUOVO REFERENDUM SULL’EUROPA: “LA LOBBY DELLA BREXIT VUOLE MARGINALIZZARE LA VOCE DEI GIOVANI, DEI PICCOLI IMPRENDITORI E LE PREOCCUPAZIONI DI SCOZIA E IRLANDA”
“Stanno perseguendo una Brexit estrema che nella sua ristrettezza e intolleranza, è molto anti-britannica”. Nick Clegg, europeista convinto, e membro di spicco dei lib-dem, sferra un duro attacco contro Theresa May in un’intervista al Corriere della Sera. L’ex vice premier critica il modo in cui i conservatori hanno interpretato la Brexit:
“la lettura fornita dal premier Theresa May al risultato del referednum è in realità intollerante e parziale. Lo scontento verso lo status quo è stato poi sfruttato da gruppi d’interesse molto più ristretti e oggettivi, da parti della stampa e della finanza che hanno a tutti gli effetti catturato il partito conservatore”.
Clegg sottolinea il paradosso che l’obiettivo originario della May di sfruttare la tornata elettorale per garantire una “leadership forte e stabile” rischia di generare l’effetto opposto:*
“Rischiamo di cadere fuori dall’Unione Europea senza nessun accordo. Il futuro della Gran Bretagna sarà molto più debole e instabile. May sperava in un esito diverso ma il risultato dell’elezione sarà l’indebolimento e l’instabilità ”
Negli orizzonti della Brexit, Clegg intravede una possibilità remota che intende tuttavia perseguire con determinazione:
“Spero che si possa dare di nuovo la voce al popolo. Ma non dobbiamo farci illusioni, sarà difficile portare avanti questa idea. C’è una nuova èlite della Brexit che farà qualunque cosa per marginalizzare la voce dei giovani, la voce degli imprenditori locali, le preoccupazioni della Scozia e dell’Irlanda del Nord. Dovremmo gridare forte e condurre una campagna dura affinchè il popolo britannico possa esprimersi di nuovo. Ma penso che sia possibile”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 3rd, 2017 Riccardo Fucile
L’INCARICO FORMALE NELLE PROSSIME SETTIMANE
È senza dubbio un giorno storico per l’Irlanda.
Il 38enne Leo Varadkar, apertamente gay e di padre indiano, è stato eletto nuovo leader del Fine Gael, forza di maggioranza nella Repubblica, subentrando così al premier (taoiseach in lingua gaelica) Enda Kenny, dimessosi dopo 15 anni alla guida del partito.
Il medico “prestato” alla politica si appresta così a diventare primo ministro nelle prossime settimane, il più giovane di sempre nel Paese.
«Il pregiudizio non ha più presa nella Repubblica», ha dichiarato entusiasta Varadkar subito dopo la sua proclamazione e ha promesso di rendere il partito più «democratico, impegnato e inclusivo».
Per lui ora appare scontata la nomina a capo del governo dopo i colloqui coi rappresentanti dei partiti irlandesi necessari a garantire la fiducia a una compagine che resta comunque – come quella guidata da Kenny – di minoranza.
Con alle spalle diversi incarichi di ministro, da ultimo di titolare degli Affari sociali, Varadkar era già dato ampiamente favorito e ha sconfitto nelle elezioni interne grazie al sostegno dei deputati del Fine Gael l’avversario Simon Coveney, ministro per l’Edilizia.
Il nuovo leader rappresenta il volto di una Irlanda profondamente cambiata negli ultimi anni, in cui l’influenza cattolica si è via via affievolita aprendo la strada a mutamenti epocali per il Paese su temi quali l’aborto o le nozze gay.
Il neoleader ha in effetti alle spalle una storia familiare e individuale “eccentrica”: fuori dagli schemi classici di questa terra.
Nato nella capitale da padre immigrato dall’India e madre irlandese, è passato dalla medicina alla politica qualche anno fa, scalando rapidamente posizioni nel partito e nel governo sotto l’ala di Kenny.
Varadkar, primo ministro a dichiararsi pubblicamente gay nella storia dell’isola verde, ha condotto del resto una campagna in cui la sua omosessualità , sottolineano gli esperti, è stata in sostanza ininfluente.
Mentre le riforme sociali proposte di recente in veste di ministro, alcune delle quali contestate, gli hanno dato visibilità più di quanto evidentemente non l’abbiano penalizzato.
Varadkar, nel discorso con cui ha accettato la designazione dinanzi a una platea di sostenitori in festa, si è detto «onorato», ammettendo di avere peraltro dinanzi «una sfida enorme» da affrontare.
Poi ha rivendicato la sua storia personale e le radici paterne. «Quando mio padre completò il suo viaggio di 5.000 miglia per costruire la sua nuova casa in Irlanda, dubito che abbia anche solo sognato di poter avere un giorno il proprio figlio leader di questo Paese», ha detto con accenti di commozione.
Ha quindi reso omaggio al rivale di partito Coveney, invocando l’unità del Fine Gael e dell’Irlanda.
«Facciamo sì – ha concluso fra gli applausi – che la nostra missione, ora, sia fare della Repubblica una terra di opportunità per tutti». Al di là dei colore della pelle, delle origini o degli stili di vita.
(da agenzia)
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