Maggio 12th, 2017 Riccardo Fucile
DAL SENEGAL ALL’ELISEO, LA NUMERO UNO DELLA COMUNICAZIONE… L’ANEDOTTO: MACRON VOLLE ANDARE TRA GLI OPERAI DELLA WHIRLPOOL CONTRO IL PARERE DELLA SICUREZZA: “ME NE FREGO, BISOGNA SAPER RISCHIARE, ALTRIMENTI SI FINISCE COME HOLLANDE: IN SICUREZZA, MA MORTO”
A curare la comunicazione del candidato e poi presidente Emmanuel Macron c’è, assieme a Sylvain Fort, una donna che è diventata francese solamente l’estate scorsa. Sibeth Ndiaye, 37 anni, nata a Dakar in Senegal, è nota da mesi ai giornalisti per l’efficienza e la sorridente fermezza, ma sta vivendo ora un momento di celebrità nazionale da quando il primo canale tv Tf1 ha trasmesso «Emmanuel Macron, les coulisses d’une victoire», il documentario di Yann L’Hènoret sui retroscena di sei mesi di campagna presidenziale.
Il film di L’Hènoret sembra l’episodio pilota di una serie tv, una specie di «The West Wing» dove al posto della Casa Bianca c’è l’Eliseo, e la bionda press secretary C.J. Cregg viene sostituita da Sibeth Ndiaye con le sue trecce africane.
Altri la paragonano al personaggio di Olivia Pope che in «Scandal» gestisce le numerose crisi che turbano Washington DC.
Nella squadra di giovani sotto i quarant’anni che sono i più stretti collaboratori di Macron, Sibeth Ndiaye spicca per energia e determinazione.
Quando un settimanale titola in modo un po’ troppo sbrigativo il delicato passaggio sulle manifestazioni contro le nozze gay in un’intervista di Macron, lei non esita a chiamare con grande calma l’autore, spiegare le sue ragioni, e concludere con un «Questo non è un lavoro da giornalisti ma da mascalzoni».
La sua franchezza non sfocia in arroganza o intimidazione, ed è questa l’arte della comunicatrice.
È cresciuta nel centro di Dakar in una famiglia benestante, ultima di quattro sorelle che hanno tutte studiato grazie al padre, che è stato un esponente di spicco del partito del presidente Abdoulaye Wade, e alla madre con origini della Germania e del Togo, che è stata presidente del Consiglio costituzionale del Senegal.
Dopo le scuole medie Sibeth Ndiaye ha lasciato Dakar per trasferirsi a Parigi e frequentare il liceo Montaigne. All’università si è diplomata in Economia della Sanità , e subito dopo ha cominciato a frequentare la politica entrando nell’ufficio stampa del futuro presidente socialista dell’Assemblea, Claude Bartolone.
Diventa militante più convinta nel 2002, quando Jean-Marie Le Pen si qualifica per il secondo turno della presidenziale, e la Francia conosce un sussulto che non si è ripetuto stavolta per la figlia Marine.
Dieci anni dopo entra nel gabinetto del ministro dell’Economia Arnaud Montebourg, e ci resta anche quando Emmanuel Macron prende il suo posto.
«La prima volta che Emmanuel ha riunito il suo staff – ha confidato Ndiaye a Jeune Afrique – ci ha avvertiti: “Non venite mai a dirmi che non si può fare una cosa perchè non è mai stata fatta prima”».
In campagna elettorale Sibeth Ndiaye segue e organizza tutte le trasferte del futuro presidente, e incassa bene anche uno dei rari colpi di collera di Macron.
Lui vorrebbe andare a incontrare gli operai di Whirlpool, «gli uomini della sicurezza non vogliono», spiega lei, e Macron sbotta: «Non importa, bisogna sapere prendere dei rischi. Altrimenti si finisce come Hollande: in sicurezza, forse, ma morto».
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 11th, 2017 Riccardo Fucile
“L’ITALIA NON SARA’ ESCLUSA, MA FACCIA LE RIFORME”
Se fosse un quadro, quello che si vede dalle finestre del sobrio ufficio di Wolfgang Schà¤uble si potrebbe intitolare “il secolo breve”.
Si intravedono un pezzo del Muro di Berlino, l’ingresso dei sotterranei della Gestapo e le scintillanti vetrine di Friedrichstrasse.
E il ministro delle Finanze tedesco ha scelto di concedere a Repubblica quest’intervista in esclusiva in un “momento fatale” per il futuro dell’Europa, come lo avrebbe chiamato Stefan Zweig.
L’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo non è un passaggio qualsiasi. Il politico cristianodemocratico 75enne, che fu protagonista di almeno due momenti chiave della storia tedesca, ministro dell’Interno di Kohl quando cadde il Muro e ministro delle Finanze di Merkel nelle fasi più acute della crisi, spiega nei dettagli come immagina, partendo dalla ripartenza franco-tedesca, il futuro dell’Euro.
Emmanuel Macron è stato eletto domenica presidente francese…
“…e Sebastian Vettel è in testa ai mondiali della Formula uno con la Ferrari! Il che dimostra che la collaborazione italo-tedesca, quando funziona, è imbattibile (ride, ndr)”.
…E il pericolo di un Le Pen all’Eliseo è scongiurato di nuovo. Ministro, il sollievo universale potrebbe significare che si torna a ‘più Europa’
“Anzitutto siamo tutti contenti che Emmanuel Macron sia diventato presidente. E ‘più Europa’ è da un tempo la posizione del governo tedesco. In Germania pensiamo da molto tempo che l’Unione monetaria vada rafforzata. Il problema è noto: abbiamo una politica monetaria comune senza una convergenza adeguata delle politiche economiche e finanziarie. Ci sono molte iniziative per compensare questo difetto: il piano Juncker, piani bilaterali. Ora si tratta di migliorare, intanto, nei Paesi dove mancano le riforme strutturali e la competitività . Il piano Juncker è stato rafforzato a 500 miliardi di euro. Ora bisogna creare le condizioni per investire. Ci stiamo lavorando: siamo disponibili a piani di cooperazione franco-tedeschi – ma anche con altri paesi. Le condizioni, però, vanno create nei singoli Paesi”.
Cosa vuol dire?
“La strettoia, spesso, è dovuta non alla mancanza di fondi, ma alla mancanza di di presupposti per gli investimenti – anche in Germania. Un problema enorme sono le procedure per le autorizzazioni: infinitamente lunghe e farraginose. Il progetto dell’aeroporto di Berlino non sta fallendo per la mancanza di soldi, esattamente come la costruzione di strade nello Schleswig-Holstein o da altre parti. I mezzi non mancano, mancano le condizioni giuste”.
Macron ha espresso, come lei, il desiderio di rafforzare l’area dell’euro
“Ne abbiamo parlato spesso, io e lui. Se legge mie vecchie interviste e articoli troverà molti punti in comune”.
Ma il suo Ministro delle Finanze comune ha altre caratteristiche, no? Lei vorrebbe che avesse possibilità di intervento sui bilanci”
“Sì, altrimenti non ha senso. E Macron e io la pensiamo esattamente allo stesso modo. Però bisognerebbe cambiare i Trattati europei”.
…E non si può fare? Neanche dopo le elezioni tedesche?
“Non è certo un problema della Germania. Il trasferimento di pezzi di sovranità nazionali all’Europa non è mai fallito per colpa della Germania o l’Italia, ma piuttosto della Francia. Il presidente Macron e io siamo totalmente d’accordo su questo: ci sono due modi di rafforzare l’eurozona: cambiare i Trattati oppure farlo con pragmatismo attraverso l’intergovernativo. Modifiche dei Trattati richiedono l’unanimità e la ratifica nei Parlamenti nazionali o in alcuni Paesi addirittura un referendum. Siccome al momento non è realistico, dobbiamo provare ad andare avanti con gli strumenti esistenti, dunque attraverso uno sviluppo del trattato che regola il fondo salva-Stati Esm”.
Il fondo salva-Stati Esm deve diventare un Fondo monetario europeo, come lei lo sostiene da tempo?
“Sì, ne ho parlato spesso con Mario Draghi: bisognerebbe rafforzare le istituzioni perchè la Bce non debba sempre portare il peso di tutto. Ma ci vogliono cambiamenti dei Trattati. Però non possiamo neanche non fare nulla, perchè rischiamo che si disgreghi l’Europa. La seconda migliore soluzione, dunque, è quella di creare un Fondo monetario europeo, sviluppando lo statuto dell’Esm”.
E su cosa siete già d’accordo con Macron?
“Potremmo rafforzare i meccanismi. Ne ho parlato anche con Emmanuel Macron: con i parlamentari del Parlamento europeo si potrebbe creare un Parlamento dell’Eurozona. Che potrebbe avere un potere consultivo sul fondo salva-Stati”.
Lei ha anche proposto che l’Esm diventi una sorta di istituzione terza che controlli rigorosamente i conti pubblici, senza margini di flessibilità . Una sorta di commissario della Commissione Ue…
“L’idea è semplice: se creiamo norme comuni, vanno applicate. Non mi piace essere criticato perchè voglio che le regole siano rispettate. E’ il motivo per cui cresce la distanza tra i cittadini e l’Europa: quando non vengon rispettate le regole. E’ qualcosa che sfinisce le persone”.
E’ stato un errore riconoscere molta flessibilità all’Italia?
“No, e non ho mai criticato la Commissione Ue per questo. Lo chieda al ministro Padoan. E trovo che il Patto conceda abbastanza margini di flessibilità . A proposito: se i debiti creassero crescita, la Germania dovrebbe crescere di meno. E invece. Non si può dare sempre la colpa agli altri. Se la Francia ed altri hanno problemi, non può essere sempre colpa della Germania”.
Ma la Spagna cresce a ritmi robusti adesso, dopo anni di sforamento del disavanzo.
“La Spagna ha fatto soprattutto le riforme. A proposito: anche l’Italia ha fatto molte riforme. Ma ormai devo stare attento quando elogio il suo Paese. Quando l’ho fatto prima del referendum dello scorso dicembre la reazione dei media italiani non è stata gradevole. Ho grande rispetto per il lavoro che sta facendo Gentiloni. Spero non lo danneggi”.
Ma l’Italia cresce poco. Secondo lei perchè?
“Non lo so. Anche il mio collega italiano, Pier Carlo Padoan, ritiene la crescita attuale insufficiente. Io penso che il percorso di riforme di Renzi, quando era presidente del Consiglio, sia stato giusto. Adesso temo che l’Italia soffra della fase attuale di incertezza politica. Spero sia rapidamente superata”.
Questa incertezza la spaventa?
“Ho una grande fiducia nella saggezza democratica dell’Italia. La Germania ha un interesse genuino al benessere di tutti, in Europa, compresa l’Italia”.
L’euro è “irreversibile”, come sostiene Mario Draghi?
“Sì”.
Pensa che vada introdotto un meccanismo per consentire a qualcuno di uscire?
“Se un Paese non vuole uscire deve fare riforme strutturali, come la Grecia. Con l’euro è finita l’era in cui alcuni Paesi restavano competitivi attraverso la svalutazione delle monete. E’ una scorciatoia politica. In questo sono perfettamente d’accordo con l’analisi di Mario Draghi sui difetti dell’eurozona. E quello che Draghi dice sempre è che i Paesi devono creare da soli le condizioni per crescere. In questo la Grecia sta migliorando. E il programmi di aiuti decisi durante la crisi per la Grecia, il Portogallo, Cipro, la Spagna e l’Irlanda sono stati molto criticati, ma hanno sempre portato risultati”.
Cos’altro può cambiare?
“Credo che il fondo salva-Stati ESM dovrebbe aiutare Paesi in difficoltà , ma penso anche che i titoli di Stato dovrebbero avere implicita, sin dall’emissione, la possibilità di una ristrutturazione. E un’altra cosa che va fatta, con cautela, è riconoscere la non neutralità dei titoli di Stato. So che è un tema spinoso. E penso anche che le regole per la ristrutturazione delle banche vadano applicate”.
Per lei la valutazione non neutrale dei titoli di Stato è un pre requisito per completare l’Unione bancaria con il deposito comune?
“Prima di mettere i rischi in comune, dobbiamo ridurli”.
L’Italia non sottoscriverà mai una cosa del genere.
“Ovunque, anche in Italia, i bilanci delle banche devono essere messi in ordine, va risolto il problema delle sofferenze. Su questo siamo d’accordo tutti. Lo abbiamo ampiamente fatto e alcune le abbiamo anche chiuse – Westdeutsche Landesbank non esiste più. E’ un percorso doloroso. Ma è accaduto anche in Portogallo o in Spagna: deve essere gestito in modo cauto. Abbiamo negoziato a lungo le regole per le banche, ma se poi non le applichiamo alimentiamo i populismi”.
Facile per il governo tedesco insistere sul bail in e su regole create dopo che avevate già salvato i vostri istituti di credito con soldi pubblici…
“Dopo il fallimento di Lehman Brothers emersero problemi acuti e fummo costretti ad agire in fretta. Poi si diffuse il pensiero che non bisognava più salvare le banche con soldi dei contribuenti. Una retorica globale. E allora abbiamo faticosamente creato regole per questo. E’ vero, abbiamo ristrutturato WestLB quando valevano altre regole. Adesso, però, le regole saranno applicate rigorosamente anche qui – e anche qui in Germania ci sono istituti di credito con problemi”.
Quindi la direttiva sul bail in, quella che coinvolge anche azionisti e risparmiatori nei salvataggi, non si può cambiare?
“Si può parlare di tutto. Ma finchè valgono le regole attuali, vanno applicate”.
Lei è il politico più amato in Germania, ma nel resto del continente meno. E’ considerato il simbolo dell’austerità .
“Io sono il simbolo della crescita”.
E dove vede la crescita, in Europa?
“Ovunque! Per la prima volta da quasi un decennio la Commissione Ue si aspetta tassi di crescita positivi in tutti gli Stati membri. Io sono il ministro delle Finanze tedesco, quindi conosco soprattutto la Germania. Abbiamo una crescita forte e, grazie a una disoccupazione bassa, salari in aumento e consumi in crescita. Però sopporto il peso di essere considerato il capro espiatorio di tutti coloro che non riescono a risolvere i loro problemi, in Europa”.
E il surplus commerciale tedesco, non ha nulla a che fare con le sue politiche di risparmio che smorzano la domanda interna?
“Il surplus è per metà colpa dell’euro debole. E noi non crediamo che possa essere risolto se ci indeboliamo noi: sono gli altri che si devono rafforzare. La predominanza delle squadre spagnole in Champions League non può certo essere risolta indebolendo il Real Madrid. E’ la Juventus che si è rafforzata”.
Crescita inclusiva’ è la nuova parola d’ordine dei consessi internazionali, ma che vuol dire?
“Sono felice che finalmente sia un tema discusso al livello internazionale, dopo anni che ho cercato di introdurlo nelle riunioni del Fmi, del G7 e del G20. La crescita ‘inclusiva’ può essere ottenuta soltanto se le differenze tra i Paesi avanzati e quelli emergenti si riducono. E’ sbagliato dire che solo i Paesi più industrializzati debbano crescere di più. Ho sempre sostenuto che il divario va rimpicciolito. In Germania abbiamo avuto il padre dell’economia sociale di mercato, Ludwig Erhard. Lui diceva che la competitività e la stabilità sociale vanno sempre combinate, solo questo rende stabili le società . Vale anche per la comunità mondiale. Non è un caso che con la presidenza tedesca del G20 l’Africa sia per la prima volta nell’ordine del giorno”.
Lei è a favore di un assegno di disoccupazione comune in Europa, come Macron?
“Lasciamolo lavorare, intanto, ha un percorso complesso davanti a sè….In Europa abbiamo il problema che a causa degli standard di vita molto diversi tra Paesi, l’armonizzazione dei servizi sociali è un problema gigantesco”.
Lei ci crede al fatto che l’asse franco-tedesco possa rivitalizzare l’Europa?
“Noi tedeschi sappiamo che il nostro futuro sarà positivo solo se l’Europa starà bene. In Francia è in atto un processo interessante. Emmanuel Macron ha la stessa età di JF Kennedy quando divenne presidente. Ha fondato un movimento nuovo e ha vinto le elezioni. Trovo straordinario che sia andato sul palco del Louvre accompagnato dall’Inno alla gioia, l’inno europeo. Riempie molti giovani di speranza. Se qualche giovane in più fosse andato a votare a giugno in Gran Bretagna non avremmo avuto la Brexit. Però non dobbiamo neanche fare come se il rinnovato motore franco-tedesco fosse la ripartenza dell’Europa”.
Cosa intende dire?
“Senza l’Italia non si può fare l’integrazione europea. Ne sono sempre stato convinto: Carlo Azeglio Ciampi glielo potrebbe raccontare, se fosse ancora vivo. Le direbbe che (negli anni Novanta, ndr) un certo Wolfgang Schà¤uble, allora capogruppo della Cdu al Bundestag, si impegnò molto per fare entrare l’Italia nel gruppo di testa dell’euro, nonostante i problemi finanziari che aveva. E l’Italia ha fatto un’impresa grandiosa, all’epoca. Ma poi ci si è riposati per un ben pezzo sugli allori. L’Italia deve proseguire sul percorso di riforme. E’ quello che volevo dire prima del referendum di dicembre scorso”.
Lei è stato ministro delle Finanze durante la Grande crisi…
“Quale crisi? L’eurozona cresce dello 0,5% nel primo trimestre, i dati finanziari migliorano. La crisi è alle nostre spalle e adesso dobbiamo capire come andare avanti in modo positivo”.
Fu un errore la sua proposta di far uscire temporaneamente la Grecia dall’euro, nel drammatico luglio del 2015?
“Lei sa ciò che Pier Carlo Padoan disse pubblicamente: una stragrande maggioranza dei ministri delle Finanze erano convinti che sarebbe stato meglio se la Grecia fosse uscita temporaneamente dall’euro. E’ stata la Grecia a decidere diversamente. Adesso ci stiamo impegnando perchè il terzo pianto di aiuti abbia successo”.
Lei è famoso per essere leale. E’ anche una qualità che riconosce a se stesso. Lo è stato con Helmut Kohl, ma anche l’anno scorso con Angela Merkel, quando la crisi dei profughi aveva fatto emergere indiscrezioni sul fatto che lei potesse sostituirla alla cancelleria. Lei invece preferì rimanerle leale. Perchè?
“Ho un’idea un po’ dèmodè della politica. Ovvio che sono molto ambizioso e ho l’esigenza di impormi. Altrimenti non sarei un politico. Ma cerco sempre di dire che non io sono la cosa più importante. E’ vero, sono leale. Ma proprio perchè sono leale, sono libero e scomodo. E forse in questa combinazione è tollerabile.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 9th, 2017 Riccardo Fucile
IL PADRE PARLA DI “TRADIMENTO E DI DECISIONE DESOLANTE”… IL FRONT NATIONAL RISCHIA DI SFASCIARSI
Marion Marechal-Le Pen ha comunicato la sua decisione di lasciare la politica alla zia Marine Le Pen, secondo quanto riferisce Le Parisien.
Marion ha parlato alla zia di “scelta personale”, di desiderio di “cambiare vita”. Marine le avrebbe risposto: “rispetto la tua scelta. Conosco i sacrifici che la politica esige”.
In una lettera inviata al Dauphinè Libèrè, Marion Le Pen parla di una “pausa” dalla politica, ma precisa che la sua rinuncia “non è definitiva”. “Conoscete la mia storia, sapete che da sempre il mio mondo è quello della politica. A 27 anni, è ancora tempo per uscirne un pò (…) Penso che l’epoca dei politici sconnessi dalla vita reale con decenni di mandati elettivi sia finita”, ha spiegato.
Jean-Marie Le Pen in una dichiarazione al Figaro.fr. “A meno che non ci sia un motivo gravissimo per questa decisione, considero che sia una diserzione (…) Che in piena battaglia per le elezioni politiche, una delle personalità più amate e ammirate del movimento molli, rischia di avere conseguenze terribili. Spero che le abbia misurate. In piena battaglia politica, la trovo una decisione desolante”.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER: “IL PARTITO SOCIALISTA E’ MORTO”… LA RISPOSTA: “NELLA SUA CIRCOSCRIZIONE ABBIAMO GIA’ UNA CANDIDATA”
“Il partito socialista è morto. Non i suoi valori e la sua storia, ma ormai è il passato […]. Sarò candidato
nella maggioranza presidenziale e desidero unirmi al nuovo movimento, La Rèpublique En Marche”.
Lo ha rivelato l’ex primo ministro socialista Manuel Valls, annunciando la propria candidatura per il movimento del neopresidente Emmanuel Macron in vista delle elezioni legislative del prossimo giugno.
Uno slancio, quello dell’ex premier, molto simile al salto sul carro del vincitore.
E che ha ricevuto una frenata proprio dallo staff di En Marche. “L’investitura di Valls — precisano dal quartier generale del movimento — non è automatica”: l’ex premier dovrà conquistarsi la candidatura proprio come tutti gli altri.
Valls ha dato l’annuncio della sua candidatura nella lista En Marche nel corso di un’intervista rilasciata questa mattina alla radio RTL.
“Il partito socialista è morto. Non i suoi valori e la sua storia, ma ormai è il passato”, ha detto l’ex ministro ai microfoni della radio, dopo aver annunciato di volersi iscrivere alla Rèpublique en Marche del presidente eletto e di volersi “candidare nella maggioranza presidenziale” alle legislative di giugno.
Immediata la risposta della formazione politica fondata da Macron.
Nella circoscrizione di Manuel Valls è “già stata scelta una candidata”, ha detto il comitato per le investiture di En Marche. “L’investitura non è automatica” e sarà fatta in “totale indipendenza”, ha aggiunto En Marche.
Su Twitter, Christophe Castaner, uno dei fedelissimi di Macron, ha detto che Valls dovrà “fare atto di candidatura”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 5th, 2017 Riccardo Fucile
MONITO AGLI ALTRI STATI MEMBRI: “SE NON SI RISPETTANO LE NORME GIURIDICHE SAREMO PERDUTI”
“L’Italia fin dal primo giorno fa tutto ciò che può fare sulla crisi migratoria. L’Italia ha salvato e
salva l’onore dell’Europa”.
Lo ha detto il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker al The State of the Union.
“Perciò – ha aggiunto – dobbiamo essere più solidali sia con l’Italia sia con la Grecia che non sono responsabili della loro posizione geografica. Sono lì dove si trovano e di questo dobbiamo tenerne conto”.
“Di fronte alle conseguenze del flusso migratorio, il Consiglio – ha ricordato Juncker – ha preso una decisione a maggioranza qualificata, ma c’è un certo numero di paesi membri che non accetta questa decisione: se l’Europa comincia a non rispettare le norme giuridiche in questo campo, noi saremo perduti”.
“Vorrei che un certo numero di Stati membri capisse: qui si tratta di mettere in pratica, e tradurre in legge, l’idea che abbiamo dell’Europa e dell’uomo. Non si può dire, ‘noi non facciamo entrare nel nostro territorio uomini e donne di colore, e che non sono cattolici’: ebbene, questo non è ciò che appartiene alla natura vera dell’Europa”, ha aggiunto Juncker.
Intanto non si placano le polemiche sui sospetti di collusioni con i trafficanti di esseri umani sollevati dal procuratore capo dei Catania Carmelo Zuccaro nei confronti dell ong che operano nel mar Mediterraneo.
“Stiamo assistendo a un processo mediatico contro chi salva delle vite umane”, ha denunciato oggi monsignor Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana, intervenendo alla conferenza stampa ‘La grande balla delle navi-taxi. Le Ong e il soccorso in mare’, in corso al Senato.
Sottolineando come salvare delle vite sia “un valore umano”, il prelato ha proseguito: “Se poi il retropensiero è arrivare a rinunciare ai soccorsi in mare per evitare che queste persone raggiungano il nostro paese, allora è meglio dirlo apertamente, è meglio avere un dibattito chiaro che una ipocrisia istituzionale”.
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2017 Riccardo Fucile
CHI SONO I COMPLOTTISTI “SOVRANISTI” CHE VOLEVANO PROCESSARE LO STATO
In Austria si è appena conclusa una maxi operazione di polizia che ha portato all’arresto di 26
Staatsverweigerer ovvero gli “obiettori di Stato”, cittadini austriaci che non riconoscono l’autorità del governo austriaco e non riconoscono l’esistenza dell’Austria.
A quanto pare alcuni tra gli aderenti allo Staatenbund Oesterreich (Confederazione austriaca), un movimento fondato nel 2015 che conta almeno un migliaio di iscritti (e almeno 20 mila simpatizzanti secondo gli inquirenti) stavano organizzando “processi” contro sindaci, giudici e bancari colpevoli di rappresentare a vario titolo le istituzioni austriache contro le quali gli Staatsverweigerer lottano tenacemente.
Alla retata, ordinata dalla procura di Graz, sono intervenuti 454 poliziotti.
Il procuratore sta indagando sull’associazione che ha come obiettivo di creare uno Stato parallelo cui i “cittadini obiettori” pagano le tasse e le multe e che riconosce solo i documenti che emette.
Non è la prima volta che gli obiettori dello Stato hanno dei guai con la legge, dall’estate del 2016 ad oggi sono già stati avviati 80 procedimenti penali principalmente per reati come la resistenza a pubblico ufficiale o le minacce.
Per il 21 aprile però gli aderenti allo Staatenbund Oesterreich avevano intenzione di iniziare a celebrare i loro processi con un proprio tribunale e una corte di giustizia autonoma e sono arrivati a emetter mandati d’arresto nei confronti degli esponenti delle istituzioni austriache considerati “colpevoli” di contribuire a tenere in schiavitù il popolo. A presiedere il movimento c’è una donna, Monika Unger, che preferisce farsi chiamare monika:unger, che è solita spiegare come lo Stato austriaco, con l’aiuto del Vaticano, della City di Londra e del governo USA ha sistematicamente derubato i propri cittadini della ricchezza che spetta loro per nascita.
L’unico modo per riacquistarla è dichiararsi uomini liberi. C’è tutta un’interessante teoria sulla differenza tra “persona”, che è il cittadino schiavo dello Stato ed “essere umano” che invece è la versione libera della persona.
Alle “persone” lo Stato crea un conto bancario dove viene accumulata la ricchezza grazie allo sfruttamento operato dalle istituzioni e che serve ad arricchire i potenti del mondo. Dichiarandosi “esseri umani” ci si libera dal controllo delle multinazionali e dei governi e si può godere della propria ricchezza individuale. Una storia che sembra molto simile a quella degli italiani che rifiutano di compilare il certificato di nascita dei figli per paura che grazie a quell’atto la propria prole diventi di proprietà di una società — l’ITALIA S.p.a. — che detiene le vite dei cittadini italiani.
In Italia la Lega Nord ha ormai dimenticato da anni i sogni di un’indipendenza della Padania e a lottare — si fa per dire — contro lo Stato centrale resta solo uno sparuto gruppo di patrioti della Serenissima i cosiddetti venetisti capitanati dal “Doge” Albert Gardin. Ma a parte variopinte azioni folkloristiche, progetti di costruzione di “tanki” basati su trattori l’unica cosa davvero ha destato qualche preoccupazione è stata la “Polisia veneta” i cui membri si preparavano a “fare la rivoluzione” armati di tutto punto.
Gli Staatsverweigerer — che tra loro si chiamano “Freemen”, “freie Mà¤nner”, “Reichsbà¼rger”, “Staatenbà¼ndler”, “Souverà¤ne” oppure “One People’s Public Trust” portano questo discorso alle estreme conseguenze.
Ad esempio stampano le proprie patenti di guida e le proprie targhe automobilistiche — cosa che crea non pochi problemi ai liberi cittadini quando vengono fermati dalle forze d’occupazione austriache. Il sogno è quello di stampare anche la propria moneta — l’à–sterreicher — e di garantire a ciascun cittadino un reddito minimo garantito pari a duemila à–sterreicher al mese.
Ma oltre a queste strampalate teorie indipendentiste che fino ad ora non hanno portato ad azioni violente i magistrati austriaci stanno indagando su una possibile frode perpetrata dai leader del movimento.
Infatti per poter ottenere i documenti “liberi” i cittadini obiettori sono tenuti a pagare — oltre ad una quota associativa — somme di denaro (in euro) che finiscono nelle tasche dei capi degli indipendentisti, senza contare che gli Staatsverweigerer puntano anche a riscuotere le proprie tasse dai loro cittadini.
Uno stato nello Stato al quale molti austriaci stanno credendo arricchendo i leader di questa “rivolta” che prima di tutto è una rivolta fiscale.
Ma come sempre accade in questi casi chi promette la libertà dallo Stato lo fa chiedendo il pagamento di un — modico — compenso “per la causa”.
Solo che a quanto pare la causa è quella di capi del movimento di obiettori dello Stato. Secondo gli inquirenti infatti i leader degli Staatsverweigerer sono riusciti a raccogliere così tanto denaro dalla vendita di documenti (falsi e inutili) ai loro associati da garantirsi un discreto stipendio che consente loro di andare in giro per il Paese a tenere conferenze per illustrare il loro glorioso progetto.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 20th, 2017 Riccardo Fucile
DA SOVRANISTI CONTRO I POTERI FORTI A MODERATI CON ALICE WEIDEL, UN PASSATO NELLA FINANZA
Alice Weidel. È il nome più quotato al momento per la guida di Alternative fà¼r Deutschland (AfD).
Il videomessaggio Facebook dell’attuale leader Frauke Petry, “Non mi candiderò a cancelliere”, ha gettato nel caos la formazione politica di destra.
“Dall’autunno 2015 non esiste più una strategia comune all’interno di Alternative fà¼r Deutschland, l’immagine esterna che diamo è caratterizzata da provocazioni massimaliste non concordate di pochi nostri rappresentanti”.
AfD ha bisogno di trovare un nome in grado di riunire il partito e decretare, a soli 4 anni dalla sua fondazione, il suo ingresso in Parlamento.
Quella persona, secondo analisti e principali media tedeschi, è Alice Weidel.
Trentotto anni, originaria di Gà¼tersloh, centro-ovest della Germania, si è formata come consulente finanziaria lavorando, tra gli altri, con Goldman Sachs e Allianz e passando ben sei anni in Cina.
Ha aderito a AfD fin dalla sua fondazione, anno 2013. Nel 2015 è stata scelta come membro del consiglio nazionale. La sua storia elettorale finora è avara di successi.
Nel 2016 non è stata eletta al Senato del Baden-Wà¼rttemberg così come è stata sconfitta quando, a marzo scorso, si è proposta contro Ralf à–zkara come presidentessa del partito nel Land.
Al momento è data come capolista AfD alle elezioni parlamentari di settembre sempre in Baden-Wà¼rttemberg.
La sua competenza su temi economici fa di lei una delle voci più autorevoli del partito. È spesso intervistata dai principali media tedeschi sul “No all’euro” da sempre sostenuto da AfD. All’interno del partito poi è percepita come un esponente moderato, in grado di non spaventare tutti quegli elettori che seppure non convinti dalla Merkel, hanno il timore di spingersi troppo a destra con AfD dopo che diversi suoi alcuni esponenti locali si sono resi protagonisti di gesti ambigui e dichiarazioni soft sul passato nazista tedesco.
L’endorsement arriva dal magazine online Prodeutschland, da tempo sostenitore di AfD (“Alice Weidel è la figura giusta per mediare tra i patrioti e i liberali del partito. È donna, giovane, ha una vita familiare senza turbolenze (al contrario di Frauke Petry che, dopo essersi lasciata con il marito, si è sposata poco dopo con il compagno di partito Marcus Pretzell, ndr). È il personaggio che più si avvicina alla Merkel dentro AfD”.
Allo stesso modo, come riporta il Tagesspiegel, la pensa anche Ralf à–zkara: “È un’ottima candidata per la cancelleria”.
Nel frattempo la Weidel non perde occasione per costruirsi un’immagine da leader che si pronuncia su tutti i temi dell’agenda politica.
All’indomani del voto sul referendum turco, le sue parole contro tutti quei residenti in Germania che hanno votato a favore della riforma hanno centrato in pieno lo stomaco sia del suo elettorato che di tanti altri tedeschi: “Chi ha detto Sì se ne torni in Turchia”.
Solo nei prossimi giorni si capirà se il passo indietro della Petry diventerà occasione per un nuovo congresso o se il nuovo leader, data l’imminenza delle elezioni, verrà scelto a tavolino.
Alice Weidel al momento non commenta. La destra, in Germania, aspetta la sua ennesima svolta
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 19th, 2017 Riccardo Fucile
LA LETTERA A “LE MONDE” CONTRO LA BUFALA SECONDO CUI “CI SONO PREMI NOBEL A FAVORE DELL’USCITA DALL’EURO”: FIRMATA ANCHE DA 4 NOBEL CHE VENGONO SEMPRE CITATI DAI SOVRANISTI PATACCA COME LORO RIFERIMENTO… E SPIEGANO CHE I NO-EURO FAREBBERO FALLIRE LA FRANCIA
Marine Le Pen vuole far uscire la Francia dall’euro in nome della riconquista della “sovranità ”, parola magica che da sola basta a scaldare i cuori dei populisti europei. Con modalità diverse lo vogliono fare anche Matteo Salvini e il MoVimento 5 Stelle che sognano un ritorno della lira e un’uscita dall’euro anche per il nostro Paese.
La candidata del Front National alle presidenziali francesi per sostenere la sua tesi ha citato più volte gli autorevoli pareri di alcuni premi Nobel per l’economia; l’argomento è semplice “se lo dicono anche i premi Nobel” che si può uscire dall’euro o che stare nell’euro non conviene allora non dobbiamo perdere altro tempo e abbandonare la moneta unica.
Ieri però venticinque (25) premi Nobel hanno scritto a Marine Le Pen per condannare «questa strumentalizzazione del pensiero economico nel quadro della campagna elettorale francese».
La lettera dove i premi Nobel denunciano il programma anti-europeo della Le Pen è stata pubblicata dal quotidiano francese Le Monde (su Keynesblog la traduzione in italiano) e non ci stanno a farsi usare dal Front National per sostenere posizioni che sono lontane dal loro modo di pensare.
I venticinque premi Nobel, si va da Joseph Stiglitz ad Amartya Sen passando per il vincitore del Premio 2016 Bengt Holmstrà¶m, mettono nero su bianco che i programmi anti-europei della candidata francese destabilizzerebbero la Francia mettendo a repentaglio la stabilità economica e politica del progetto della casa comune europea.
I Nobel parlano della Francia, perchè è ad una candidata francese che si rivolgono, ma le loro argomentazioni valgono anche per l’Italia visto che il fronte anti-euro guidato dalla Lega Nord è sulle stesse posizioni della Le Pen.
Il succo del discorso è che la ricetta del FN per uscire dall’euro non solo non funziona ma sarebbe sicuramente dannosa per la Francia.
Da una parte le politiche isolazionistiche e protezionistiche rischiano di creare i presupposti per una guerra commerciale che costerebbe molto cara ai francesi.
Ma la lettera non è solo un appello a “rimanere uniti” in un momento di difficoltà rifiutando soluzioni politiche divisive che non porterebbero vantaggi per i cittadini francesi.
La lettera dei premi Nobel per l’Economia contiene anche un monito a coloro che in questi mesi guardano all’esperienza britannica della Brexit e ci spiegano che gli inglesi non se la passano poi così male anche se hanno deciso di uscire dall’Unione Europea.
Fermo restando che il Regno Unito non è ancora uscito dalla UE, gli economisti ribadiscono una semplice ma dirompente verità : «C’è una grande differenza tra la scelta di non aderire all’euro dall’inizio e uscirne dopo averlo adottato».
Questo significa che il Regno Unito, che ha sempre mantenuto la sua sovranità monetaria e la sua moneta nazionale non può essere preso ad esempio come paese guida per testare l’eventuale uscita dall’euro.
Per vent’anni paesi come Italia e Francia hanno convissuto all’interno del sistema della moneta unica e al contrario dei britannici una volta fuori l’esperienza della ritrovata sovranità sarebbe sicuramente molto diversa e peggiore.
Chi vuole uscire dall’euro sostiene — come ad esempio i 5 Stelle — che con il ritorno alla moneta nazionale “sovrana” potremmo svalutare la nostra moneta nazionale per tornare ad essere competitivi sui mercati internazionali, per loro i Nobel per l’economia hanno una risposta semplice e chiara: «Le politiche isolazioniste e protezionistiche e le svalutazioni competitive, effettuate a spese di altri paesi, sono modalità pericolose di cercare di generare crescita».
Impossibile qui non pensare al piano della Le Pen che vorrebbe un ritorno ad una “moneta comune” sullo stile della vecchia Ecu a garantire i cambi ma che prevede che il debito estero francese venga ridenominato in franchi.
La storia degli economisti e dei premi nobel anti-euro è una delle più interessanti “narrative” adottate anche dai no-euro nostrani.
Si va da Beppe Grillo a Matteo Salvini che nel dicembre del 2014 aveva dichiarato che «Prima se ne esce e meglio è. Oramai sono diventati 5 i premi Nobel che lo sostengono insieme a noi» aggiornando poi il conteggio a sette.
Lo stesso numero è citato nel libro “Oltre l’Euro” a cura di Claudio Borghi Aquilini e pubblicato dalla Lega Nord, dove i sette premi Nobel che sostenevano l’uscita dall’euro assieme a Salvini diventano “premi Nobel per l’economia che hanno apertamente criticato l’europa dell’Euro”, che non è proprio la stessa cosa che dire che l’euro è da buttare e che bisogna uscirne al più presto.
Se poi andiamo a guardare i nomi notiamo che quattro di quei sette (Mirrlees, Stigliz, Sen e Pissarides) hanno firmato la lettera pubblicata da Le Monde contro la politica anti-euro della Le Pen mentre un altro, Paul Krugman, ha già preso le distanze dai no-euro facendo notare che il fatto che il fatto di avere posizioni critiche sull’euro non significa che le posizioni coincidano.
Anche Krugman qualche giorno fa ha detto che c’è una profonda differenza tra non aderire alla moneta unica e uscire una volta entrati:
Vi è una grande differenza tra la scelta di non aderire [all’euro] dall’inizio e lasciarlo una volta entrati. I costi dell’uscita dall’euro e del ripristino di una moneta nazionale sarebbero enormi: una massiccia fuga di capitali potrebbe causare una crisi bancaria, si dovrebbero imporre i controlli sui capitali e la chiusura delle banche, il problema di ridenominare i contratti creerebbe una palude legale, le imprese si bloccherebbero in un lungo periodo transitorio di confusione e incertezza.
Ora che 25 (più uno) premi Nobel per l’economia hanno detto una parola chiara e definitiva sui rischi dell’uscita dall’euro, rischi che tutti ben conosciamo ma che i sovranisti europei continuano a rifiutarsi di vedere i no-euro francesi e nostrani hanno perso tutti i loro numi tutelari.
(da “NextQuotodiano“)
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Aprile 18th, 2017 Riccardo Fucile
IN ITALIA UTILIZZATI SOLTANTO 880 MILIONI DEI 73,6 MILIARDI TOTALI DISPONIBILI…E POI DIAMO TUTTE LE COLPE ALLA UE
I fondi strutturali europei sono lo strumento principale di investimento per la politica di coesione
dell’Ue, impiegati per favorire la crescita economica e occupazionale degli Stati membri e la cooperazione territoriale europea.
Oltre al Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), c’è il Fondo sociale europeo (Fse) – concentrato su occupazione, istruzione, formazione, inclusione sociale e capacità istituzionale – e il Fondo di coesione (Fc), dedicato a trasporti e tutela dell’ambiente negli Stati membri meno sviluppati.
L’insieme dei fondi strutturali e di investimento europei (Sie) è composto infine dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr) e dal Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (Feamp).
Il Corriere della Sera pubblica oggi una classifica che raggruppa i dati di spesa per i fondi europei nella programmazione 2014-2020 dalla quale si evince che sono stati utilizzati soltanto 880 milioni dei 73,6 miliardi totali disponibili; non solo: il computo totale dei fondi spesi nel FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) ammonta a zero in Abruzzo, a Bolzano, in Campania, nel Lazio, in Sicilia, in Umbria e in Puglia: ovvero per la massima parte in regioni che avrebbero bisogno più delle altre di investimenti.
A parziale scusante, spiega Sergio Rizzo nell’articolo del Corriere, va detto che l’impiego effettivo dei fondi europei procede sempre piuttosto a rilento nei primi due anni di ogni programma settennale, e questo per comprensibili ragioni tecniche:
Bisogna predisporre i piani che devono passare il vaglio di Bruxelles, quindi fare i bandi e infine assegnare i finanziamenti.
Le procedure possono quindi essere talvolta inizialmente complicate.
Da questo punto di vista l’Italia ne sa purtroppo qualcosa più degli altri, visto il tempo (più di un anno) che se n’è andato soltanto per superare le osservazioni europee ai nostri piani.
E questo è di sicuro il primo problema. Il risultato è che nella classifica della spesa siamo già gli ultimi fra i maggiori Paesi destinatari dei finanziamenti continentali, dietro Polonia, Germania, Francia e Spagna. Ma i risultati finali sono questi. E il ragionamento vale anche per gli altri stati europei, che però hanno speso di più.
(da agenzie)
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