Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
I RAGAZZI DOVRANNO ANCHE FARE I CONTI CON VISTI E PERMESSI… L’ANALISI DEL PRORETTORE DELLA BOCCONI
Londra. La prima meta, fino ad oggi, per decine di migliaia di universitari italiani. Primo impiego per i 110 in Economia e Finanza, per gli ingegneri del Politecnico come per i geometri delle scuole superiori.
Soprattutto in atenei come la Bocconi, l’università privata milanese, in alcuni master il primo stage è all’estero per il 50 per cento degli iscritti. E Londra, è in testa a ogni lista.
Ma adesso, dopo la Brexit? «Siamo molto preoccupati», dice Stefano Caselli, prorettore agli Affari Internazionali dell’ateneo, che parla di una diaspora che si farà sempre più ampia e difficile.
«Dobbiamo ribadire però subito quanto ha detto anche Mario Draghi – il governatore della Banca centrale europea – ovvero che siamo di fronte a un fenomeno mai accaduto prima. Tutto ciò che possiamo prevedere è solo una supposizione. Entriamo in acque inesplorate, e già questa incertezza, da sola, farà del male a tutti».
Per questo, specifica: «L’unica strada sarebbe almeno quella di concludere l’accordo nei tempi più stretti possibili. Di evitare un limbo di due anni. Sarebbe un disastro». Intanto, con le dimissioni del premier David Cameron, la confusione nei rapporti Uk-Europa si amplia velocemente.
E ci sono in particolare due aspetti preoccupanti, per gli studenti, spiega Caselli. «Il primo, e più grave, riguarderà gli sbocchi lavorativi. Non è ancora chiaro cosa farà la Gran Bretagna per tenersi stretta la City e l’alta finanza, come lo farà e se riuscirà a preservare il ruolo che ha oggi, centrale per la vita del paese. Uno scenario possibile però è che comunque Londra perderà pezzi a vantaggio di New York e della Cina, che non aspettava altro che diventare la piazza finanziaria del mondo. Dubito che finiscano in Europa».
Di conseguenza, i neolaureati italiani dovranno seguire quelle stesse fughe di capitali: e allontanarsi oltreoceano o a Pechino. Anche solo per lo stage. Un caos.
«Con un doppio problema poi», spiega Caselli: «gli Stati Uniti sono molto protezionisti sul mercato del lavoro – trovare impiego è e sarà molto più difficile che in Gran Bretagna. Lo stesso in Cina: Pechino è diventata sempre più protettiva dell’offerta interna. Bisogna avere una laurea cinese per lavorare: noi ci salviamo perchè abbiamo dei rapporti per la doppia-laurea con l’università di Fudan. Ma non tutti hanno questa possibilità ».
Una diaspora. Schiacciata dal protezionismo.
Francesca Sironi
(da “L’Espresso”)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
CHI INNEGGIA NEL NOSTRO PAESE AL BREXIT INGLESE VUOLE PIU’ DISOCCUPATI ITALIANI
Mezzo milione di italiani vivono nella capitale britannica e nel resto dell’Inghilterra: la più grande
comunità di nostri connazionali all’estero.
Finora si sentivano — ci sentivamo — a casa: il passaporto dell’Unione Europea consentiva libertà di movimento e di lavoro in questo paese, come negli altri 27 stati membri della Ue. Ora cambia o potrebbe cambiare tutto.
Stamattina tanti nostri compatrioti si sono svegliati gridando “oh no!”: pensando al lavoro che hanno qui, pensando alla casa che hanno acquistando, pensando al futuro di figli che qui sono nati o cresciuti e andati a scuola e all’università .
Cosa accadrà a tutti loro? Nessuno lo sa con certezza, ma si possono fare previsioni, come l’ambasciatore italiano a Londra, Pasquale Terracciano, aveva spiegato a “Repubblica” durante la campagna referendaria.
Quelli che sono già qui.
Chi paga le tasse da più di 5 anni in Gran Bretagna può richiedere un permesso di residenza e la cittadinanza. Molti lo hanno già fatto, prendendo la doppia cittadinanza, britannica oltre che italiana, come consente la legge.
Molti di più verosimilmente lo faranno ora, ingolfando la burocrazia del ministero degli Interni britannico: il procedimento, attualmente, richiede tempo e denaro, un anno e almeno mille sterline.
Chi non intende restare per sempre, o comunque non ha fatto piani precisi per il domani, potrà probabilmente ottenere un visto di lavoro, da rinnovare ogni due-tre o anche cinque anni, presentando una richiesta da parte del proprio datore di lavoro: come si fa, per esempio, per lavorare negli Stati Uniti.
Quelli che non ci sono ancora.
Per chi vuole emigrare nel Regno Unito, in futuro, le cose saranno più complicate. Tanti ragazzi italiani non potranno più venire a Londra, trovare una sistemazione provvisoria e mettersi a cercare un lavoro. Il lavoro bisognerà cercarlo e ottenerlo prima di partire.
Fare il free-lance in Inghilterra, in qualunque campo, diventerà più difficile. Molti che lo stanno facendo saranno costretti a tornare in patria.
Altri rinunceranno a partire, preferendo altre mete in Europa. Magari, se vogliono parlare inglese e rimanere in Europa, andranno in Scozia — se la Scozia abbandonerà la Gran Bretagna per restare nella Ue, come è possibile.
Quelli che ci vengono per turismo.
Non cambierà niente: in vacanza a Londra si continuerà a venire. Sembra inconcepibile che, almeno per paesi come l’Italia, la Gran Bretagna richieda un visto turistico, anche perchè altrimenti pure gli inglesi avrebbero bisogno di un visto per andare in vacanza in Italia.
Molti paesi al di fuori dell’Unione Europea, del resto, possono visitare per turismo la Gran Bretagna senza un visto. Gli italiani andranno in vacanza a Londra come vanno negli Stati Uniti e in tanti altri posti: senza visto.
Sarà anzi questo il mezzo, per alcuni, per fermarsi più a lungo: entrare da turisti, probabilmente con la possibilità di rimanere fino a tre mesi, cercare lavoro e quindi, trovatolo, trasformare il proprio visto turistico in visto di lavoro.
Ma è una trafila molto più complicata del regime attuale.
Quelli che non ne vorranno sapere.
Uno scienziato italiano che lavora da un quarto di secolo a Londra confidava, nei giorni scorsi: “Se non mi vogliono, non chiederò la cittadinanza britannica, me ne andrò in Olanda o da qualche altra parte, in un paese che si sente europeo”.
Ci sarà anche chi non sopporta questo schiaffo e preferirà trasferirsi altrove, o magari tornare in patria.
O come ha raccontato a “Repubblica” qualche giorno or sono la ragazza che fa la cameriera in una pizzeria di Londra, decidere che, se proprio devi avere un visto per lavorare qui, tanto vale chiederlo per luoghi con un clima migliore: “Me ne andrò da questa isola piovosa e coronerò il mio sogno di vivere in Australia”.
Quelli che studiano.
Gli studenti universitari potranno ottenere un visto di studio. Ma non potranno più ottenere il prestito che al momento è esteso a tutti gli europei, in grado di coprire interamente le 9 mila sterline annue di retta universitaria, da restituire solo dopo la laurea, a rate e soltanto se si ha un lavoro. Fare l’università a Londra, per un italiano, diventerà ancora più caro.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
VENERDI’ NERO PER I MERCATI DI TUTTO IL MONDO…PAGHERANNO I PIU’ POVERI
Notte drammatica e venerdì nero per i mercati internazionali con la vittoria di Brexit che porterà la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea.
In avvio a Milano solo il titolo Recordati riesce a fare prezzo e perde oltre il 9%, mentre tutti gli altri restano a lungo bloccati per l’eccesso di vendite. Con il passare di minuti iniziano le contrattazioni e il rosso a Piazza Affari si allarga fino all’11% con nessuna banca che ancora riesce a fare prezzo: per Bpm il rosso teorico è del 35%, mentre Unicredit e Intesa sono vicine al -25%, come tutti i titoli del credito del Vecchio continente.
Francoforte perde il 7% in linea con Londra (-5%) e Parigi (-8%). In mattinata Tokyo ha perso il 7,92% archiviando la peggior seduta dall’incidente nucleare di Fukishima. Per evitare danni maggiorni, il Giappone ha deciso l’applicazione del ‘circuit breaker’, il dispositivo che inibisce le funzioni di immissione e modifica degli ordini, limitando i ribassi troppo elevati. Un meccanismo che potrebbe essere utilizzato anche da Borsa italiana che sarebbe pronta a restringere la forchetta di oscillazione dei titoli, per contenere il flusso di vendite.
A terrorizzare gli analisti è anche il percorso travagliato che sancirà il divorzio tra Londra e Bruxelles perchè serviranno almeno due anni di negoziati che alimenteranno solo le incertezze.
“Brexit può essere la nuova Lehman” dice Vincenzo Longo, analista di Ig Markets.
A soffrire sono soprattutto le valute con la sterlina che dopo un avvio iniziale trionfante sulla scia dei sondaggi (volata ai massimi dal 2015, sfiorando gli 1,50 dollari), è crollata nella notte man mano che arrivavano i dati del vantaggio del “leave” dalla Ue, segnando un calo del 5% sul dollaro e arrivando a sfiorare 1,33: un crollo che ha superato quello del 1985.
Le fluttuazioni della sterlina andranno negli archivi come le più forti di sempre. La perdita nel giorno del referendum aveva già superato quella del “mercoledì nero” del 1992, quando la crisi valutaria spinse la Gran Bretagna fuori dal Sistema monetario europeo.
Debole anche l’euro che segue in negativo l’uscita dall’Ue di Londra. La moneta unica scende sotto quota 1,10 (1,0984) e a 111,56 contro lo yen, altra moneta rifugio in questi momenti.
Tempesta anche sui titoli di Stato: lo spread, la differenza di rendimento, tra Btp e Bund tedeschi si è ampliato fino a 185 punti base dalla chiusura a quota 130 punti per poi ritracciare a quota 150 con il decennale italiano che rende poco meno dell’1,5%, mentre il tasso del bund è piombato al minimo record di -0,17% per poi risalire a -0,15%.
Immediato l’effetto sulle materie prime: mentre il petrolio è in calo e cede oltre il 6% a 47 dollari per il barile Wti e il Brent perde poco meno (il 5,95%) a 47,88 dollari, corre l’oro, considerato il bene rifugio per eccellenza.
Le quotazioni del metallo giallo, forti da giorni, salgono del 7,8% ai massimi dal 2008.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
“NOI SIAMO EUROPEI, VOGLIAMO RIMANERE NELL’UNIONE, REFERENDUM PER STACCARCI DA LONDRA”…EDIMBURGO E BELFAST VOGLIONO RESTARE IN EUROPA
Il Regno Unito ha deciso: via dall’Ue. Una decisione che spacca l’Europa, ma che potrebbe avere
risultati ancora più nefasti: la disgregazione del Regno Unito stesso, lacerato dai sentimenti pro o contro Unione che ora potrebbero esplodere in nuove richieste di referendum, indipendenza o secessione.
Le prime richieste sono già arrivate, a caldo, dalla Scozia e anche dall’Irlanda del Nord.
Edimburgo: “Ora un nuovo referendum”.
Paradossale la situazione della Scozia, che fa parte del Regno Unito insieme a Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord e dove proprio oggi arriva il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump.
Due anni fa, al referendum indipendentista lanciato dall’allora premier nazionalista Alex Salmond, ha votato contro l’addio a Londra. Ora, nonostante ieri tutti i 32 circoscrizioni abbiano scelto in blocco l’Europa e Bruxelles (per un totale di oltre il 60% di voti), si ritrova fuori dall’Unione, contro la sua volontà popolare.
Dopo la notizia della vittoria del Brexit, Salmond in un’intervista a ITV ha subito accennato un altro referendum di indipendenza da Londra “nel giro di due anni”, la cui richiesta scatterà appena il premier britannico David Cameron (o chi per lui, visto che il suo futuro politico appare molto incerto) inizierà i negoziati con Bruxelles per uscire definitivamente dall’Unione.
“Noi vogliamo rimanere in Europa”, ha detto l’ex primo ministro, “anche se questo non significherà che adotteremo l’euro”. E dal suo partito, lo Scottish National Party, filtra “che bisognerà trovare qualche meccanismo per preservare il nostro rapporto con Bruxelles”.
“Noi siamo europei”.
L’attuale primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, colei che è succeduta a Salmond alla guida del governo e dello Scottish National Party, ha rincarato la dose: “La Scozia ha consegnato un voto chiaro, senza equivoci, per la permanenza nella Ue e accolgo con favore questo sostegno al nostro status europeo”.
“Il voto qui chiarisce che il popolo scozzese vede il suo futuro nell’Unione Europea” ha aggiunto Sturgeon, che da tempo solleva l’ipotesi di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese in caso di Brexit. “La Scozia ha parlato. E ha parlato chiaro”.
Torna la tensione in Irlanda?
Ma la Brexit ha riacceso gli animi anche in Irlanda del Nord, che a breve potrebbe diventare un altro fronte caldissimo. Qui si invoca un altro referendum, stavolta per la riunificazione delle due Irlande, dal momento che Dublino appartiene fedelmente all’Unione Europea.
“Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, l’Irlanda dovrebbe andare al voto per la propria riunificazione”, ha detto il vicepremier dell’Irlanda del Nord, Martin McGuinness, storico leader del partito nazionalista irlandese Sinn Fèin ed ex affiliato dell’Ira.
Perchè con la Brexit, ha spiegato, ci sono “enormi conseguenze per l’intera isola d’Irlanda, che andrebbero contro le aspettative democratiche del popolo. E l’elettorato dovrebbe avere il diritto di votare per mantenere un ruolo nell’Ue”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
I VECCHI HANNO DECISO COME AMMAZZARE IL FUTURO DEI GIOVANI
Lo shock, questa mattina, è forte per tutti, ma soprattutto per loro: i giovani britannici di età compresa tra i 18 e i 24 anni che, secondo il sondaggio finale di YouGov, hanno votato in stragrande maggioranza per restare nell’Ue.
Il trend è significativo: in questa fascia d’età , il 72-75% sarebbe voluto restare nell’Unione, contro uno scarso 19% che sosteneva invece la Brexit.
Come sintetizza il Mirror, i grandi sconfitti in questo referendum sono senza dubbio i giovani.
“I giovani hanno votato con un ampio margine per restare, ma il loro voto è stato surclassato”, ha commentato Tim Farron, leader dei Liberal democratici. “Sono andati a votare per il loro futuro, che però gli è stato portato via”.
Sempre secondo la rilevazione YouGov, a sostenere la Brexit sono stati soprattutto i pensionati: solo il 34% avrebbe votato per il fronte del Remain, almeno il 59% per quello della Brexit.
Alla spaccatura generazionale si aggiunge quella geografica, per cui emerge un Regno sempre meno unito.
Per la vittoria del Leave, infatti, è stato determinante il trionfo nelle contee conservatrici e nel cuore del vecchio Labour in Galles e nel nord dell’Inghilterra. Londra, la Scozia e l’Irlanda del Nord, al contrario, hanno sostenuto con forza il Remain, ma non è bastato.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 23rd, 2016 Riccardo Fucile
DAL DAILY AL GUARDIAN, LE POSIZIONI DEI GIORNALI
Remain or Leave, anche la stampa britannica si schiera.
C’era una volta la stampa “british”, dallo stile ponderato: ora le principali testate inglesi si schierano tutte e non risparmiano su editoriali ultra di parte.
Nel giorno del referendum sulla permanenza nell’Ue, come del resto aveva già fatto durante la campagna referendaria, i giornali britannici si dividono e spiegano.
“Il Regno Unito decide”, scrive in prima pagina il Daily Mail, il quotidiano più letto del Paese, favorevole alla Brexit, pubblicando anche quelle che considera le principali “menzogne” di Bruxelles.
The Times, l’unico quotidiano del gruppo Murdoch che è a favore della permanenza, come d’altra parte i suoi lettori, sottolinea il testa-a-testa nei sondaggi, che lasciano un futuro “appeso a un filo”.
Il Sun, anch’esso di Murdoch, titola “Il giorno dell’Indipendenza, Il risorgimento del Regno Unito”, sullo sfondo di un cielo albeggiante.
Il Guardian, che è a favorevole alla permanenza, segnala che i britannici affrontano “il giorno della scelta”, prevedendo che il risultato sarà testa-a-testa.
Il Daily Telegraph, favorevole alla Brexit e quotidiano di riferimento del Partito Conservatore, pubblica in apertura una vignetta dove si vede un’anziana con un cagnolino -potrebbe essere Elisabetta II a un incrocio, al centro della bandiera del Regno Unito, l’Union Jack.
L’Independent, favorevole alla permanenza, dà risalto all’ultimo sondaggio ComRes, favorevole alla permanenza, che dà un netto vantaggio all’opzione Remain, con il 45% rispetto al 42% favorevoli alla Brexit.
Infine ill quotidiano economico Financial Times sottolinea invece l’importanza della giornata odierna e segnala che la sterlina ha riguadagnato valore nella giornata del referendum.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 21st, 2016 Riccardo Fucile
TELEGRAPH E GUARDIAN SI SCHIERANO
Ormai ci siamo, dopo domani la Gran Bretagna voterà sulla Brexit.
Uscire o non uscire dall’Ue? Gli ultimi sondaggi pubblicati oggi dal Telegraph parlano di un 53% di britannici favorevoli al “remain”, ovvero rimanere dentro l’Europa, mentre il 46% sarebbe preposto per il “leave”, lasciare.
C’è un 1% di margine non definito.
Lo stesso Telegraph pubblica i sondaggi sottolineando però come la faglia sia davvero irrisoria e alle urne tutto potrebbe cambiare. In più, proprio il Telegraph, con un editoriale si schiera a favore del no all’Ue.
Il giornale conservatore da’ il suo endorsement al fronte del Leave: “Se il referendum è una scelta fra paura e speranza, allora noi scegliamo la speranza. Un mondo di opportunità attende un Regno Unito pienamente libero. Sostenendo un voto per lasciare l’Ue noi non vogliamo tornare a una qualche era aurea della Gran Bretagna perduta nelle nebbie del tempo, ma guardare avanti a un nuovo inizio per il nostro paese”.
Di tutt’altra opinione il progressista Guardian che si schiera invece per rimanere in Europa. “Votare per restare”, titola in grande.
Poi, rivolgendosi al lettore, scrive: “L’Ue incarna il meglio di noi come persone libere in un’Europa pacifica. Questa settimana vota. Vota per un Paese unito che allarga le braccia al mondo. Vota contro una nazione divisa che si ripiega su se stessa”
Oggi apertura stabile per lo spread fra Btp e Bund tedesco.
Il differenziale segna 138 punti sullo stesso livello della chiusura di lunedì quando ha perso 6 punti sulle attese di un voto contrario alla Brexit nel referendum di giovedì.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 19th, 2016 Riccardo Fucile
LO SPOSTAMENTO PER LA PERMANENZA IN EUROPA E’ DETERMINATO PIU’ DAI TIMORI DELLE CONSEGUENZE ECONOMICHE CHE DALL’EMOZIONE PER L’ASSASSINIO DI JO COX
Quando mancano quattro giorni al referendum, il fronte favorevole alla permanenza della Gran
Bretagna nell’Ue torna in vantaggio nei sondaggi.
Secondo un’indagine realizzata da YouGov per il Sunday Times, è orientato a dire sì all’Unione il 44% degli elettori, contro il 43% che si schiera per il divorzio da Bruxelles e il resto che ancora non ha deciso.
Ancora più netto il margine per l’istituto Survation: 45% a 42%.
Un terzo sondaggio, effettuato da Opinium per l’Observer, il domenicale del Guardian, dà invece una siutazione di perfetta parità al 44% e un 12% di indecisi o probabili astenuti.
Il Sunday Times ha precisato che le interviste dell’indagine di YouGov sono state realizzate giovedì e venerdì scorsi, ma non risentono dello shock suscitato dall’assassinio della parlamentare laburista Jo Cox che ha portato a sospendere la campagna per il referendum del 23 giugno.
I favorevoli alla permanenza nell’Ue prevalgono, secondo gli analisti, più che altro perchè nell’opinione pubblica aumentano le preoccupazioni per l’impatto economico che avrebbe la Brexit.
Un assaggio si è già avuto nei giorni scorsi, quando i mercati finanziari hanno bruciato miliardi di euro e di sterline e il valore della divisa britannica è calato nettamente.
“Siamo nell’ultima settimana di campagna e sembra molto forte il ritorno al mantenimento dello status quo”, ha commentato Anthony Wells, manager di YouGov.
Con l’approssimarsi del voto si schierano anche i giornali più importanti.
Mentre il Mail on Sunday ha preso posizione per il sì all’Ue, il concorrente Sunday Times, che vende circa la metà delle copie, ha esortato i suoi lettori a esprimersi per la Brexit.
E in un intervento sul Sunday Telegraph il premier britannico David Cameron ha sottolineato che ora il Regno Unito si trova davanti ad una “scelta esistenziale” nel referendum sulla Brexit dal quale non si potrà “tornare indietro”.
Ma sullo stesso giornale, il ministro della Giustizia Michael Gove, a favore della Brexit, sostiene che l’uscita dalla Ue “causerà una recessione”.
Secondo Cameron, scegliere di lasciare l’Unione europea nel voto di giovedì prossimo sarebbe “un grande errore” e porterebbe ad una “debilitante incertezza” per un decennio.
“Sceglieremo la visione di Nigel Farage, una che porta a ritroso la Gran Bretagna; divide invece di unire e pone dubbi su chi ha una visione diversa. O invece sceglieremo una Gran Bretagna tollerante e liberale, un Paese che non dà la colpa dei suoi problemi ad altri gruppi di persone, che non si tormenta per il passato, ma guarda al futuro con speranza, ottimismo e fiducia? Penso che la risposta determinerà come il nostro Paese si sentirà per un lungo periodo”.
Il premier poi afferma che l’economia “è in bilico con il commercio e gli investimenti che soffriranno in caso di un voto favorevole alla Brexit e una “possibile recessione” che lascerebbe il Paese “permanentemente più povero”.
La debilitante incertezza, forse per un decennio fino a quando la situazione non sarà risolta. I prezzi alti, i salari più bassi, pochi posti di lavoro, poche opportunità per i giovani…Come potremmo consapevolmente votare per questo? Io dico: non rischiare”.
Poi, in una intervista al Times, Cameron ha annunciato che rimarrà premier qualunque sia il risultato del referendum.
Il premier ammette di sentirsi responsabile della consultazione in quanto è stato lui stesso a convocarla nel 2015. Tuttavia, Cameron afferma che è lui la persona più adatta a guidare i negoziati con l’Ue in caso di vittoria del sì, grazie alle sue “solide relazioni” con Bruxelles.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 13th, 2016 Riccardo Fucile
TROVI ITALIANI OVUNQUE, NEGLI UFFICI COMUNALI, NELLA SANITA’ E PERSINO NEI CLUB ESCLUSIVI
Sono per l’Europa la City e i sindacati, il Times e il Financial Times , la Banca d’Inghilterra e i capi dei tre partiti tradizionali.
Sono contro l’Europa quasi tutti gli interventi in rete e quasi tutti gli adesivi sulle auto, gli speculatori più spregiudicati e il tabloid più economico, il Daily Express : 10 penny, 14 centesimi.
E tutto questo passa sulla testa dei 600 mila italiani che vivono nel Regno Unito – in gran parte a Londra – e non possono decidere del proprio destino.
Hanno diritto di voto i cittadini del Commonwealth che risiedono qui: giamaicani e neozelandesi, australiani e bengalesi, maltesi e ciprioti; ma italiani e francesi, spagnoli e tedeschi, polacchi e portoghesi devono attendere e sperare.
Londra: la settima città italiana per abitanti
Londra è la settima città italiana per abitanti, ma in termini economici pesa molto di più: perchè tutti lavorano.
Sono residenti qui Gianluca Vialli e Gianna Nannini, gli ex ministri dell’Economia Grilli e Siniscalco (anche Saccomanni ha casa), ereditieri e start-upper.
Sono italiani il direttore della National Gallery Gabriele Finaldi, il curatore della Tate Modern Andrea Lissoni, il maitre di Rules – il ristorante più antico – Demis Rossi, l’inventore di Candy Crush Riccardo Zacconi, un giochino da sei miliardi di dollari.
Per loro il referendum del 23 giugno non cambierà molto, anzi è possibile che in una Londra fuori dall’Unione europea le tasse scendano ancora.
Poi ci sono le due categorie più rappresentate, e preoccupate: i finanzieri e i camerieri. Il businessman e il barman
Se vincesse Brexit, come indicano i sondaggi – ma la partita è apertissima – si apre un’incognita. E nessuno ha un’idea chiara di quel che sarà delle loro vite.
Il businessman: «Temo visti e quote»
Giovanni Sanfelice, 39 anni, è il presidente del Business club degli italiani a Londra. Famiglia napoletana – discende da Luisa Sanfelice, aristocratica giustiziata per aver scelto la rivoluzione – accento milanese.
«La prima volta sono arrivato a 17 anni, l’estate dopo la terza liceo scientifico, in una fattoria del West Sussex: all’università sognavo di fare agraria. Tutto il giorno nei campi a strappare erbacce prima della trebbiatura; ho fatto pure lo spaventapasseri; e la sera lezioni di contabilità . Ho deciso allora di fare la Bocconi. Sono tornato per lavorare alla Ing Barings, l’ex banca della regina. Ero nell’ufficio che vendeva i bond dei Paesi emergenti, in particolare Argentina e Russia. La situazione a Buenos Aires e Mosca era drammatica, ma la sera i colleghi tornavano a casa tutti contenti. Solo anni dopo ho capito: stavano piazzando titoli che non sarebbero mai stati rimborsati. Allora ho deciso di non fare il broker. Adesso ho una società di consulenza con un’inglese figlia di un’ australiana e di un iraniano: infatti lavoriamo molto con Milano e con Teheran. Soltanto qui un trentenne ha queste opportunità . Si investe, si rischia, si assume; certo, se non funzioni ti prendono da parte e ti dicono che sei fuori. Per questo la competizione è fortissima, lo stress è terribile».
Racconta Sanfelice che gli italiani hanno un vantaggio: «All’inizio eravamo sottovalutati. Non ci hanno visto arrivare. Ora trovi italiani dappertutto: negli uffici comunali, nella sanità , pure nei club più esclusivi come Boodles; gli inglesi mantengono solo il monopolio dei taxi».
E se vince Brexit? «Non si sa. Forse introdurrebbero visti, quote, limiti per le cure mediche. Forse cambierà poco. Di sicuro ci sentiremo ancora più discriminati. Perchè sopra le nostre teste resiste il soffitto di vetro. Certi posti sono riservati alla “ruling class”, alla classe dominante formata nelle scuole della tradizione imperiale».
Il dibattito non è tanto economico, quanto politico e culturale.
Gli inglesi rivendicano la loro identità , a costo di privarsi della linfa vitale degli immigrati. Sanfelice non crede alla grande fuga dalla City: «Qualche banca si è già spostata in Svizzera, dove però le case e le scuole sono ancora più care. Londra resta una grande medusa che attira tutti, prende il meglio e tritura gli scarti. Le società sono attente a trattenere i talenti: temono la concorrenza di Google e delle start-up, riconoscono potere anche ai giovanissimi; alla Barclays dopo quattro anni sono gli juniores a giudicare i dirigenti. Nella finanza gli italiani sono considerati i più svelti a comprare e a vendere; funzioniamo meno nel raccogliere i soldi, per cui servono contatti costruiti nel tempo. La grande differenza è che qui il capitale non viene chiuso in cassaforte; diventa merce di scambio e strumento di crescita. E questa non è una cultura che si possa esportare facilmente; neppure se vince Brexit»
«Londra è un hub globale» come dice l’ambasciatore Pasquale Terracciano (non un tipo da party: sbarcò a Bengasi in gommone assieme al generale Graziano per prendere contatto con i ribelli libici). Un volano di investimenti finanziari.
Però i medici del Great Ormond Street Hospital, l’ospedale pediatrico dove lavorano anche infermieri italiani, hanno lanciato l’allarme: senza i fondi Ue, la ricerca si ferma.
ll barman che arriva sempre secondo
Lorenzo Antinori, 29 anni, non discende dagli aristocratici toscani del vino. E’ venuto qui la prima volta a lavorare in un pub di Brixton, quartiere giamaicano.
Si è laureato in giurisprudenza a Roma3. «Sognavo di fare il procuratore di calciatori; ma il corso della Fgci costava talmente tanto che sono tornato a Londra. Mi hanno preso al bar del Savoy come bar-back, garzone: pulivo i bicchieri, svuotavo la lavastoviglie. Ho fatto tutta la carriera interna fino a senior bartender, il vice del bar-manager. Nel libro del Savoy ci sono tre cocktail di mia invenzione: uno a base di ratafia e due a base di rum, il Panamerican Highway e il Neverending story, dove c’è anche il liquore al cacao e una goccia di assenzio. Adesso sono responsabile del bar al Mondrian, il boutique hotel in riva al Tamigi. Ogni anno sono in finale al campionato di cocktail, e ogni anno arrivo secondo: deve sempre vincere un inglese».
Ma loro come ci guardano? «Con simpatia ma anche con superficialità . Ci trovano charmant, rumorosi, affabulatori. Insomma: piacioni, casinari, provoloni».
Antinori, come tutti gli italiani, tifa per il Remain. «Noi siamo ospiti. Potremo restare? I barman sono molto richiesti: non si ha idea di quanto bevano gli inglesi; i migliori hanno offerte da Singapore e Hong Kong, ora anche da Filippine e Nigeria. Ma gli altri ragazzi? Conosco bene la loro vita, perchè l’ho fatta. Non mettono da parte nulla: il mio primo stipendio era 1100 sterline, ne pagavo 600 d’affitto e 120 di metropolitana. La città è divisa in sei zone, sei cerchi concentrici: ti avvicini o ti allontani a seconda della fortuna. Londra però ti dà quel senso di libertà e dinamismo che in Italia non trovi. In Italia sei sempre lì a fare certificati; qui non contano le raccomandazioni, solo il merito. La precarietà non è legata a un contratto ma al valore: se non vali ti mandano via; se vali puoi crescere. E’ questo sentimento di essere padroni della propria sorte a fare la differenza. Se Brexit ce lo togliesse, sarebbe dura».
E non si sa se prevalga l’orgoglio per gli italiani di Londra, o il rimpianto perchè se ne sono andati.
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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