Giugno 12th, 2016 Riccardo Fucile
RISCHIO SVALUTAZIONE DELLA STERLINA E FUGA DI CAPITALI ALL’ESTERO
Allacciatevi le cinture. L’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Ue porta con sè incognite enormi.
Il problema non sono le conseguenze misurabili, ma quelle di lungo periodo, che mettono in discussione l’intera costruzione europea.
Eccone alcune.
PORTATE PAZIENZA
Quel referendum non ha alcun valore legale: è una consultazione che il parlamento inglese sarà chiamato a ratificare. Westiminster dovrà votare sì all’uscita, ma il tempo necessario a completare il processo previsto dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona potrebbe durare anni.
Lo scenario è presto fatto: in caso di sì alla Brexit David Cameron sarà costretto alle dimissioni, obbligando la Regina a indire nuove elezioni non prima dell’autunno. Discutere i dettagli della Brexit nel 2017 sarà a dir poco impervio, visto che le decisioni le dovrà prendere il Consiglio europeo – in cui siedono i capi di Stato – nei mesi in cui andranno alle urne tedeschi, francesi e olandesi.
Un’agonia che alimenterà le tentazioni secessioniste della Scozia (dalla Gran Bretagna) e dei Paesi Ue più inclini a imitare Londra, come la Svezia e la Danimarca.
UN DISASTROSO BATTITO D’ALI
In tutte le istituzioni finanziarie, dalle banche centrali al più piccolo dei gestori, ci si prepara ad un terremoto epocale sui mercati. Secondo Axioma il comparto azionario perderebbe il 24 per cento.
C’è poi da calcolare le conseguenze sui cambi: alla Banca centrale europea temono un crollo della domanda di sterline a favore di dollari e di euro. Difficile pronosticare gli effetti di medio periodo sul valore dell’euro, ma se dovesse rafforzarsi deprimerebbe l’export italiano.
Il pericolo più insidioso sono le conseguenze della Brexit sui tassi inglesi.
La svalutazione della sterlina aumenterebbe l’inflazione, spingendo la Bank of England ad aumentare i tassi; a sua volta la Federal Reserve sarebbe costretta ad accelerare l’aumento dei tassi americani. A quel punto la Bce si troverebbe in difficoltà a tenere il punto: oggi tiene i tassi bassi per combattere deflazione e bassa crescita.
BOND PER TUTTI
Una delle conseguenze già visibili della Brexit è l’aumento della domanda di beni rifugio, dall’oro ai titoli di Stato. Nonostante i rendimenti bassissimi oggi i bond più richiesti sono americani, giapponesi e tedeschi a danno di quelli dei Paesi con conti pubblici più fragili come l’Italia.
Se il «Leave» prevarrà , e la domanda di titoli tedeschi crescesse ancora, potrebbe risalire lo spread con i Btp. In questo senso il piano di acquisti della Banca centrale europea sarà essenziale per evitare scenari come quelli del 2011.
FUGA DA LONDRA
La Brexit provocherà una fuga di capitali e di persone dalla Gran Bretagna verso l’Europa continentale: l’hanno annunciato quasi tutte le banche d’affari. Morgan Stanley ad esempio ha pronto il trasloco di mille persone, un sesto della sua forza lavoro nel Regno Unito.
Una buona notizia, solo se isolata dal contesto e tenuto comunque conto che l’Italia non è fra le destinazioni preferite: in cima alle preferenze di banche e investitori ci sono Francoforte, Dublino Amsterdam e Parigi.
CHI E’? DOVE VA? UN FIORINO!
L’Italia oggi ha un saldo commerciale con la Gran Bretagna pari a dodici miliardi di euro, lo 0,8 per cento della ricchezza nazionale: niente se confrontato con i numeri che ci legano alla Germania. La Gran Bretagna esporta verso l’Italia il 2,8% della ricchezza ed importa il 3,7.
Numeri che però sarebbero intaccati dall’introduzione di barriere tariffarie e non tariffarie.
CONTO SALATO A BRUXELLES
Londra oggi contribuisce al bilancio comunitario con 9 miliardi di euro all’anno. Se verranno meno, quei fondi dovranno essere compensati dagli altri Paesi membri sulla base delle attuali quote. All’Italia spetta alimentare quel bilancio per il 15%: ciò significa che per compensare l’uscita di Londra l’Italia dovrà versare 1,5 miliardi in più di oggi.
ADDIO, SWINGING LONDON
L’ambasciatore italiano a Londra Pasquale Terracciano ha tranquillizzato i seicentomila italiani che risiedono in Gran Bretagna: «Per loro nell’immediato non cambia nulla».
Ma cosa accadrà a chi aspirasse a vivere in Gran Bretagna dopo la Brexit? E cosa accadrà ai cinquemila che ogni anno si iscrivono nelle università inglesi?
Le regole diventeranno più severe, con buona pace di chi oggi varca la Manica con lo zaino pieno di ambizioni.
Alessandro Barbera
(da “La Stampa“)
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Maggio 23rd, 2016 Riccardo Fucile
HA VINTO CON IL 50,3% DI CONSENSI, RIBALTANDO I RISULTATI DEL PRIMO TURNO… PROFESSORE DI ECONOMIA, EUROPEISTA CONVINTO, SPIRITO LIBERO, UOMO ONESTO
Per la maggioranza degli austriaci Van der Bellen è la persona giusta per rappresentare le funzioni del capo dello Stato, una carica formale ma intrisa di prestigio e visto come un punto di riferimento etico.
Europeista convinto, non rifiuta un’interpretazione più attiva di alcune competenze presidenziali e ha promesso che non firmerà il trattato transatlantico sul libero commercio, il Ttip, anche se è già stato approvato dal Parlamento.
Questo è l’unico punto di contatto con l’avversario Hofer, con cui si gioca la presidenza nel ballottaggio.
Ex preside della facoltà di Scienze economiche di Vienna, Van der Bellen è sempre stato molto apprezzato nel Paese per la sua onestà ed è sempre stato considerato uno spirito libero, non condizionato nemmeno dai dogmi ambientalisti: pur essendo stato leader dei Verdi, non ha mai utilizzato una bicicletta, ha dichiarato il suo amore per le auto ed è un forte fumatore.
È figlio di una madre estone e di un padre russo fuggiti dalla rivoluzione bolscevica dal 1917 per stabilirsi in Tirolo, dove lui stesso ha vissuto fino ai 33 anni prima di trasferirsi a Vienna.
Il suo modo poco convenzionale di parlare e discutere in pubblico potrebbe essere legato al fatto che Van der Bellen ha deciso di entrare in politica a 50 anni.
Durante la sua guida, comunque, i Verdi passarono dal 5% ad oltre il 10%, diventando per la prima volta la terza forza politica del Paese nel 2006.
Padre di due figli e sposato in seconde nozze da pochi mesi, nell’ultimo periodo ha fortemente criticato il governo, accusandolo di aver condotto politiche troppo dure nei confronti dei richiedenti asilo.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2016 Riccardo Fucile
VAN DER BELLEN GRANDE RIMONTA, VINCE PER 31.000 VOTI: HOFER RESPINTO AL BRENNERO
Si aspettava l’esito del voto per corrispondenza per decretare l’esito delle presidenziali austriache, dopo
il testa a testa di ieri.
E il verdetto è arrivato.
Almeno secondo i media austriaci, il verde Alexander Van der Bellen ha vinto le elezioni sconfiggendo l’ultranazionalista Norbert Hofer.
Lo riferiscono diverse testate, mentre si attende la comunicazione ufficiale del ministero dell’Interno.
Lo scarto tra il candidato verde e il leader dell’estrema destra sarebbe di 12.000 voti. Dopo la 16 è attesa la comunicazione ufficiale del ministero dell’Interno.
Per completare lo spoglio dei voti per posta mancano al momento solo sei distretti di Vienna: Van der Bellen è dato dappertutto in aumento.
Secondo quanto si apprende, il candidato verde avrebbe incrementato il vantaggio di circa tremila voti sul computo finale che gli exit poll gli assegnavano già ieri sera rispetto al candidato di ultradestra Hofer.
La conferma è arrivata anche dal ministero degli Interni, che ha divulgato i dati della vittoria di Van der Bellen: 50,3%, circa 31 mila voti di scarto.
Un risultato che ribalta tutti i pronostici della vigilia e anche l’esito del primo turno che aveva visto Hofer in testa con il 35 per cento dei voti.
(da agenzie)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE: “L’UNICA EUROPA POSSIBILE E’ A GUIDA FRANCO-TEDESCA”
Nicolas Sarkozy, presidente dei Repubblicani francesi, chiede di «rifondare profondamente il progetto europeo» attraverso un nuovo trattato di cui dettaglia il contenuto, alla vigilia dell’incontro sull’Europa organizzato dal suo partito per oggi.
Secondo Frontex, ad aprile sono arrivati in Grecia 2.700 rifugiati, dieci volte meno rispetto a marzo. L’accordo tra l’Europa e la Turchia è un successo, dunque?
«No. Non bisogna confondere ciò che è congiunturale con ciò che è strutturale. Il crollo della Siria provoca un afflusso di popolazione verso l’Europa. Inoltre, in trent’anni l’Africa raddoppierà la sua popolazione. Pensare che la Turchia possa gestire e risolvere questi problemi in una prospettiva a lungo termine è un errore. L’Europa può fidarsi di un potere turco, che si evolve sempre più verso un regime autoritario? Io non credo».
Angela Merkel si è sbagliata durante la crisi dei rifugiati?
«Uno dei maggiori problemi in Europa oggi è la totale assenza di leadership. Ora ce n’è solo una possibile: la leadership franco-tedesca. Prima di essere eletto presidente nel 2007 ne dubitavo. Pensavo che avremmo potuto avere una leadership condivisa tra cinque o sei Paesi. Molto rapidamente mi sono reso conto che non funzionava e che l’accordo franco-tedesco era essenziale. È per questo che non voglio criticare la Merkel e la politica tedesca. Ma ciò che mi ha colpito è vedere la cancelliera negoziare da sola con il governo turco. Dov’era Hollande? Dov’è la voce della Francia? Quando Barack Obama è venuto in Europa, ha incontrato la cancelliera tedesca, dopo essersi fermato nel Regno Unito. La Francia è scomparsa dall’agenda diplomatica? Che umiliazione! Deploro non tanto il primato della Merkel quanto la cancellazione di Hollande».
Merkel ha favorito la crescita dell’estrema destra con la sua politica di accoglienza dei rifugiati?
«L’estrema destra cresce ovunque in Europa. Non siamo noi francesi a dover dare lezioni. Ma c’è una differenza tra la retorica e la realtà tedesca. Alcune espressioni della cancelliera potrebbero far pensare che la Germania abbia sottovalutato il problema, mentre Donald Tusk (il presidente del Consiglio europeo, ndr) nello stesso periodo mi diceva che c’erano almeno 10 milioni di persone che si stavano spostando verso l’Europa. Ma dobbiamo riconoscere che, discorsi a parte, l’inasprimento delle norme tedesche è molto forte. Per me è stato un vero sollievo constatarlo».
Nel frattempo, l’estrema destra potrebbe vincere le elezioni presidenziali in Austria di domenica 22 maggio.
«La situazione in Austria è molto preoccupante. In questo Paese, compresa la capitale Vienna che quasi un secolo fa era il centro culturale dell’Europa, i partiti di governo hanno l’11% dei voti e l’estrema destra il 35%. E dovrà affrontare un ambientalista nel secondo turno delle elezioni presidenziali! L’Austria paga il fallimento delle grandi coalizioni così amate dalle èlite: quando non ci sono più nè destra nè sinistra, quando non c’è più dibattito, si lascia uno spazio enorme agli estremisti. Si tratta di un fraintendimento totale delle regole della democrazia, che richiede un dibattito appassionato e talvolta frontale. In Francia, da venticinque anni a questa parte non si può discutere d’immigrazione senza essere definiti razzista, di Islam senza essere trattati da islamofobici e d’Europa senza essere trattati da anti-europei. Quello che sta accadendo in Austria potrebbe accadere in Francia».
Non esclude una vittoria del Fn alle elezioni presidenziali?
«Io dico che una delle ragioni per cui sono tornato in politica è che la voce dell’opposizione era debole e lasciava al Fn il monopolio dell’opposizione alla politica di Hollande».
Al di là dell’Austria, viviamo una rottura dei valori condivisi con l’Europa centrale, incarnata dalla democrazia «illiberale» di Viktor Orban in Ungheria?
«Contesto questa interpretazione. Orban non è stato escluso dal Ppe e, per quanto ne so, ha sempre rispettato il responso delle urne. Ha vinto tre volte e una volta è stato battuto, non è il segno di una dittatura».
La Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, ha espresso riserve sulla nuova Costituzione…
«Non possiamo dire non c’è democrazia in Ungheria. È il difetto delle èlite francesi voler dare lezioni al mondo intero. In Polonia ho visto i fratelli Kaczynski al potere. Hanno rispettato le norme europee e quando sono stati sconfitti hanno lasciato. Dopo cinquant’anni di regime comunista, questi Paesi sono democrazie che funzionano pur subendo una fortissima pressione migratoria. Preferite che si rifaccia il Muro di Berlino?».
Il 23 giugno, i britannici votano per tenere il Regno Unito nell’Unione europea. Cosa fare in caso di «Brexit»?
«Sono totalmente contrario alla uscita del Regno Unito dall’Europa. La cosa peggiore sarebbe la Brexit e l’adesione della Turchia: il grande slam dell’errore! Ma Brexit o no, bisognerà in ogni caso ristrutturare profondamente il progetto europeo e questo passa per un trattato su cui la Francia dovrà prendere l’iniziativa prima dell’estate 2017».
Quali saranno le novità di questo nuovo trattato?
«La priorità sarà quella di porre le basi per un Schengen 2 perchè Schengen 1 è morto. Propongo la creazione di un’area euro-Schengen, vale a dire un governo composto dai ministri degli Interni dei Paesi membri di Schengen, con un presidente stabile, che avrebbe autorità su Frontex. La libertà di movimento degli extracomunitari non deve essere permessa nell’Ue finchè non sarà adottata Schengen 2. Aderire a Schengen 2 presupporrà l’adozione preliminare di una politica comune dell’immigrazione con benefici sociali armonizzati per i richiedenti asilo. Al di là di questo, qualsiasi nuovo immigrato in Europa non toccherà assegno sociale prima di un periodo di cinque anni. Ogni Paese avrà anche la stessa lista di «Paesi sicuri». Solo dopo aver attuato questa armonizzazione potremo abolire le frontiere interne in Europa».
E in che modo questo nuovo trattato permetterà di affrontare la crisi dei rifugiati?
«Sono fortemente contrario alla politica delle quote. È un errore installare gli hot spot in Europa, perchè così i rifugiati hanno già attraversato il Mediterraneo. Devono essere collocati a sud del Mediterraneo e finanziati dagli europei. I fascicoli dei richiedenti asilo saranno studiati lì e i Paesi che non accetteranno la presenza di hot spot sul loro territorio potrebbero vedersi negare il visto».
Se è favorevole agli hot spot al di fuori dell’Europa, perchè condanna l’accordo con la Turchia?
«Contesto l’abolizione dei visti, irresponsabile nell’attuale situazione sotto il profilo della sicurezza, e il rilancio dei negoziati di adesione, incomprensibili data l’evoluzione del governo turco sulle libertà civili».
(da “Le Monde“)
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Maggio 13th, 2016 Riccardo Fucile
L’AUSTRIA CAMBIA IDEA MENTRE I DATI SMENTISCONO GLI ALLARMI: GLI ARRIVI SULLE COSTE ITALIANE AD APRILE SONO CALATI DEL 50% RISPETTO AL 2015
Dopo mesi di tensioni tra Roma e Vienna passando per Bruxelles, come per incanto il muro al Brennero non c’è più.
Lo ha certificato il ministro dell’Interno Angelino Alfano che oggi ha incontrato il suo omologo Wolfgang Sobotka al valico italo-austriaco.
“Ci siamo voluti incontrare qui al Brennero, dove doveva sorgere un muro e una rete che non ci sarà “, dice il titolare del Viminale.
E anche i siti dei giornali austriaci, per esempio il più diffuso il Kronen Zeitung, certificano lo stesso risultato: niente reti, per ora.
La scelta di Vienna di sospendere la recinzione al Brennero è anche conseguenza del vuoto di potere creatosi dalle dimissioni del Cancelliere Werner Faymann, travolto dalle polemiche dopo la vittoria del leader della destra nazionalista Norbert Hofer al primo turno delle presidenziali. E poi certo ci sono le pressioni della Commissione Ue, di Berlino, il rafforzamento dei controlli in Italia.
Roma comunque ‘beneficia’ della tregua. Che durerà almeno fino al secondo turno delle presidenziali in Austria, il 22 maggio.
Sarà poi il nuovo presidente eletto ad affidare l’incarico di formare un governo. E tra le possibilità c’è anche che il prossimo premier sia il leader del partito di appartenenza di Hofer, il Partito della libertà austriaco (Fpà¶). Cioè Heinz-Christian Strache, il leader dell’ultradestra che di recente ha attaccato Matteo Renzi e Angela Merkel definendoli “scafisti di Stato”. Evidentemente ogni decisione sul Brennero toccherà al prossimo governo austriaco.
Ma la retromarcia sul muro e la scelta di fermarsi solo ad un rafforzamento dei controlli di frontiera è scattata anche per altri fattori, non del tutto scollegati dal futuro politico dell’Austria.
Per ipotesi: quello di Strache sarebbe il primo governo di ultradestra in Europa. Roba da far tremare i polsi a tutte le Cancellerie europee, già preoccupate per il referendum sulla Brexit in Gran Bretagna.
E’ anche per questo che, dopo mesi di silenzio sulla questione Brennero, anche Berlino batte un colpo a favore di Roma.
Lo ha fatto la Cancelliera Merkel una settimana fa nel vertice con Renzi a Palazzo Chigi. E oggi lo fa il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble. “I trafficanti troveranno nuove rotte — dice Schauble in un’intervista all’Handelsblatt – E noi dovremo mostrare solidarietà all’Italia. L’Austria dovrebbe sostenere l’Italia, invece di stabilire al Brennero, una delle frontiere più intrise di significato emotivo d’Europa, nuovi controlli”.
Detto fatto. Complice anche la Commissione Europea che ha negato la richiesta austriaca di includere il Brennero tra le frontiere interessate alla sospensione di Schengen per altri sei mesi, sospensione chiesta da sei paesi tra cui Austria e Germania e accordata da Bruxelles.
Vienna però riconosce a Roma anche i maggiori sforzi nei controlli alla frontiera.
Con Alfano, Sobotka parla di “scambio di dati eccellenti: il numero di migranti illegali dall’Italia è ormai pari a zero”.
E va da sè che la retromarcia sul Brennero è scattata anche per via dei costi altissimi che la sospensione di Schengen comporta per l’economia delle comunità di fronteria.
Questo finora. A Roma intanto accolgono con soddisfazione i dati di Frontex, secondo cui gli arrivi di aprile sulle nostre coste dal Mediterraneo Centrale sono diminuiti del 50 per cento rispetto all’anno scorso e del 13 per cento rispetto a marzo.
Anche se gli 8.370 arrivati in aprile sono molti di più dei circa 2.700 sbarcati in Grecia nello stesso periodo.
E’ la prima volta che gli sbarchi in Italia superano quelli in Grecia dall’inizio dell’emergenza dalla Siria. Segno che l’accordo tra Ue e Turchia, conclude Frontex, funziona.
Ma resta la preoccupazione per la rotta da Egitto e Libia. Lo ammette anche il premier: “In Italia non c’è emergenza, ma la situazione va monitorata… Basta un’emergenza in Libia…”, ha spiegato ieri a ‘Porta a Porta’. I mille migranti salvati ieri nel Canale di Sicilia dalla Guardia Costiera arrivavano dall’Egitto, per dire.
Non a caso l’Africa è al centro del ‘migration compact’ presentato dall’Italia all’Ue, sul tavolo del Consiglio Europeo a fine giugno. Non a caso l’Italia sta tentando di ricucire i rapporti con il Cairo, tesi per via dell’omicidio Regeni.
In Italia, spiega Flavio Di Giacomo, portavoce in Italia dell’Organizzazione internazionale migranti (Oim), “i migranti arrivano in gran parte dalla Libia e si tratta di africani occidentali, del Corno d’Africa e del Sudan.
Dall’Egitto c’è un aumento del 10% di arrivi rispetto al 2015 che però non è collegato alla chiusura della rotta balcanica ma si tratta di persone che provengono dall’Africa orientale, dalla Somalia, dal Sudan e dall’Eritrea…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 12th, 2016 Riccardo Fucile
SADIQ KHAN: “IO SONO EUROPEO, ASIATICO E TIFOSO DEL LIVERPOOL”
Entra discreto, senza annunci o codazzi. Si guarda intorno con la calma bonaria di un insegnante. Si siede. Sorride. È sindaco da meno di una settimana, ma nell’uovo di vetro che è il palazzo di City Hall Sadiq Khan è a proprio agio.
«Grazie di essere venuti», dice al gruppo di giornalisti della stampa estera convocati dal suo staff.
Nell’aria c’è il misto di entusiasmo, energia e voglia di fare che caratterizza l’inizio delle grandi imprese. Non manca un pizzico di confusione: il suo portavoce si scusa di non avere bigliettini da visita.
Non ha ancora firmato il contratto, ammette, ma la sua nomina è interessante. Patrick Hennessy è stato il direttore politico del Sunday Telegraph, il giornale conservatore per il quale ha lavorato Boris Johnson, predecessore di Khan.
Torna in mente la frase del nuovo mayor: «Un sindaco per tutta Londra».
Hennessy premette severo che il tempo a disposizione non è tanto, invita i giornalisti a presentarsi prima di fare domande.
Spetta a Khan rompere il ghiaccio, con una semi-battuta. Ha ricevuto gli auguri dai sindaci delle principali città , «da Bill De Blasio di New York al capitano Kirk, della Nave stellare Enterprise».
L’attore William Shatner si è infatti complimentato attraverso Twitter. Poi torna serio.
Le sue priorità ? «L’integrazione, la sicurezza, l’inquinamento» e, prima di tutto, almeno sino al referendum, «l’Europa»
Lei laburista collaborerà per il referendum con David Cameron, un primo ministro conservatore?
«Certo. Ci siamo già sentiti per coordinarci. Ci sentiremo ancora. Ci sono temi per i quali i partiti vanno messi da parte. I benefici culturali e sociali dell’Europa a Londra sono enormi, ma è per l’economia che l’Europa è fondamentale. Mezzo milione di posti di lavoro a Londra dipendono dall’Europa. Il 60% delle principali società mondiali ha il quartier generale europeo a Londra. Ho parlato con il sindaco di Parigi che mi ha detto, scherzando, che se usciamo dall’Europa le riceverà con un tappeto rosso…».
Donald Trump ha detto che per lei farebbe un’eccezione: sarebbe benvenuto negli Usa anche se musulmano. Che ne pensa?
«Adoro gli Stati Uniti e gli americani. Ho due figlie di 16 e 14 anni e di conseguenza sono stato in tutti i parchi Disney. Ho viaggiato molto, ho visitato diverse città , ho amici e parenti che abitano lì. La mia opinione è che Donald Trump e chi lo consiglia sia molto ignorante sul tema dell’Islam. Puoi essere occidentale e di fede islamica. Le due cose sono compatibili. Io sono britannico di estrazione pachistana, sono europeo, sono un uomo asiatico, sono un londinese, sono un avvocato, un padre, un marito, un tormentato fan del Liverpool. Sono anche di fede islamica. Abbiamo tutti molte identità . Ci sono uomini d’affari che vogliono lavorare con gli Usa che sono musulmani. Ci sono ragazzi brillanti che vogliono studiare negli Usa che sono musulmani. Ci sono bambini come i miei che vogliono andare negli Stati Uniti per visitare Disneyland. Chi parla come Trump fa il gioco degli estremisti. Crea divisione e odio. Spero che la mia campagna e la mia vittoria possano far capire anche al mondo politico statunitense che l’unione può vincere sulla divisione».
È per una vittoria di Hillary Clinton, allora?
«Politicamente siamo più vicini. Sono anche padre di due figlie e non posso pensare a un incoraggiamento migliore che mostrare loro che il leader degli Usa può essere una donna».
Ha parlato dell’importanza dell’Europa per Londra. A quali altri territori guarderà come sindaco?
«I miei nonni emigrarono dall’India al Pakistan. I miei genitori dal Pakistan a Londra. Io sarò la prima generazione di Khan a non spostarmi. Lo sapete, perchè non mi stanco di ripeterlo. Mio padre faceva il conducente di autobus. La mia è una storia londinese e Londra è la città più bella del mondo. Detto ciò, l’India fa più affari con il Regno Unito di tutta l’Europa messa insieme. Come sindaco voglio lavorare il più possibile con i miei colleghi all’estero. Vi faccio un esempio. Il mio predecessore ha portato sulle strade di Londra un autobus che costa 319.000 sterline a esemplare, che ha due rampe di scale e quindi non è adatto ai disabili, che ha finestrini che non si aprono e una batteria con problemi. Se i sindaci delle più grandi città dicessero tutti vogliamo solo autobus super ecologici perchè ci teniamo all’ambiente verrebbero prodotti ottimi autobus verdi a un prezzo accessibile»
Paola De Carolis
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
“TORNEREBBERO A SCONTRARSI QUEI NAZIONALISMI CHE L’UNIONE EUROPEA ERA RIUSCITA A RICONCILIARE”
Se la Gran Bretagna lasciasse l’Unione Europea, il rischio di guerra tornerebbe a incombere sul continente.
E’ il monito lanciato da David Cameron in un discorso che apre la volata finale della campagna verso il referendum sulla Ue che si terrà nel Regno Unito il 23 giugno prossimo, fra meno di sei settimane.
“L’Unione Europea ha aiutato a riconciliare paesi che sono stati in conflitto per decenni e a mantenere la pace”, afferma il premier britannico, che si batte per restare nella Ue. La pace e la stabilità godute dall’Europa in epoca recente sarebbe a rischio in caso di Brexit, cioè di Britain Exit, l’acronimo dell’uscita dall’Unione sostenuta dagli euroscettici.
“Potremmo voltare all’indietro le lancette degli orologi verso un’era di nazionalismi in lotta fra loro in Europa”, avverte il leader conservatore, resuscitando il fantasma della seconda guerra mondiale.
E’ significativo che a introdurre Cameron sia stato un laburista, David Miliband, ex-ministro degli Esteri e responsabile di altri dicasteri nei governi di Gordon Brown e Tony Blair, poi candidato alla leadership del Labour, nelle primarie in cui fu sconfitto a sorpresa dal fratello minore Ed, sconfitto proprio da Cameron alle elezioni dello scorso anno.
Come il premier, anche il partito d’opposizione è schierato per restare nell’Unione Europea, anche se qualche commentatore rileva una certa freddezza a questo riguardo da parte del nuovo leader Jeremy Corbyn, che ha rimproverato in passato alla Ue di essere ispirata da principi troppi liberisti e di non difendere abbastanza i diritti dei lavoratori.
Più filo-europeo è invece Miliband, che ha a sua volta appoggiato il sì alla Ue prima di lasciare la parola al primo ministro.
“Siamo sicuri che la pace e la stabilità siano garantiti al di là di ogni dubbio sul nostro continente”, ha detto Cameron.
Il premier ha aggiunto che “l’isolazionismo non ha mai reso un buon servizio” alla Gran Bretagna. “La verità è che quello che avviene nel nostro vicinato ha importanza anche per il nostro paese”, ha continuato. “Ciò era vero nel 1914, nel 1940 e nel 1989”, le date della prima guerra mondiale, della seconda e della caduta del muro di Berlino, a cui Cameron ha aggiunto altre date fatidiche della storia inglese, tra cui il 1815, l’anno della battaglia di Waterloo. “Se le cose vanno male in Europa, non facciamo finta di poter essere immuni dalle conseguenze”, ha concluso, evocando lo spettro di nuove guerre
Il discorso di Cameron segue di 24 ore le dichiarazioni di due ex-capi di Mi5 e Mi6, i servizi segreti britannici, che hanno definito rischiosa per la sicurezza della Gran Bretagna l’uscita dalla Ue.
Dopo quello di Cameron, tuttavia, c’è stato, sempre a Londra, un discorso di Boris Johnson, l’ex-sindaco di Londra, uno dei leader della campagna per il Brexit sulla quale si gioca le sue ambizioni di futura carriera politica, inclusa quella di prendere il posto del compagno di partito – ma rivale da una vita – Cameron a Downing street. A Londra, tuttavia, da ieri c’è un nuovo sindaco, Sadiq Khan, musulmano, di origine pakistana, laburista e appassionatamente pro-europeo, intenzionato a fare la sua parte per mantenere la Gran Bretagna in Europa.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2016 Riccardo Fucile
IL CENTRO DELLA CAPITALE BLOCCATO PER ORE DAL CORTEO… “SI’ ALLA UE, NO ALLA SVOLTA AUTORITARIA”… LA PIU’ GRANDE MANIFESTAZIONE DOPO LA CADUTA DEL COMUNISMO
Almeno duecentoquarantamila in piazza. Per l’Unione europea e i suoi valori costitutivi, per le
regole della democrazia, contro il governo di maggioranza assoluta neoconservatore e il suo euroscetticismo.
Varsavia sabato pomeriggio ha vissuto quella che con ogni probabilità è stata la più grande manifestazione dal 1989 della caduta del comunismo.
La dimostrazione è stata organizzata da “Libertà , uguaglianza, democrazia”. Così si chiama, evocando il motto della rivoluzione francese, la nuova alleanza delle opposizioni democratiche.
Una contromanifestazione dei nazionalisti che appoggiano in strada da destra il governo ha raccolto appena un migliaio di persone.
“Siamo in Europa, siamo nella Ue e vogliamo restarci, siamo contro gli attacchi alla Ue e alle libertà di questo governo”, erano gli slogan dei manifestanti.
La dimostrazione è stata organizzata dai due nuovi leader dell’opposizione.
Cioè Mateusz Kijowski, il giovane imprenditore che ha fondato il KOD, Comitato per la difesa della democrazia (la sigla evoca il KOR, antico movimento dissidente non violento in Polonia sotto la dittatura comunista) e da Nowoczesna, ‘I moderni’, il partito liberal guidato da Ryszard Petru che è seconda forza in Parlamento.
E infine ma non ultimo da Platforma Obywatelska (PO), il partito liberal sconfitto dal PiS di Kaczynski alle elezioni del 25 ottobre scorso.
Sì all’Europa, no alla svolta autocratica, hanno detto i due oratori alla manifestazione. Per ore, l’intero centro di Varsavia, dalla città vecchia al nuovo quartiere degli affari stracolmo di grattacieli, sono rimasti bloccati dal corteo.
La protesta è rivolta in primo luogo contro le leggi governative, che secondo l’opposizione e anche a detta della Ue hanno di fatto esautorato la Corte costituzionale, dopo le epurazioni nei media pubblici.
Secondo ma non ultimo, le opposizioni chiedono di negoziare con Bruxelles sia sulle libertà sia sul nodo della ripartizione dei migranti, che Varsavia rifiuta. “Questo governo indebolisce e isola la Polonia sia sui mercati mondiali sia in Europa, minaccia di gettarci nell’isolamento o in braccio a Mosca”, ha detto Grzegorz Schetyna, leader di PO, parlando ai dimostranti.
La crescita delle manifestazioni antigovernative — più affollate da un weekend all’altro nei grandi centri urbani del ceto medio colto ed europeista, ignorate nelle campagne conservatrici e nell’est più povero — costituisce un problema innegabile per la maggioranza di governo.
Una prova arriverà nei prossimi giorni con le revisioni dei rating, anche per la Polonia, da parte delle agenzie internazionali.
In questi giorni Varsavia ha fatto fronte con Budapest nel pronunciare il no più assoluto alle decisioni della Ue (ispirate anche dalle proposte di Renzi) per un’equa ripartizione delle quote di migranti da accogliere.
Polonia, Ungheria e resto dell’Est di Ue e Nato, pur dovendo in parte la loro prosperità agli aiuti di Bruxelles, rifiutano ogni solidarietà all’Ovest della Ue, soprattutto ai paesi come Germania Svezia Italia Austria e Grecia che affrontano l’emergenza del massimo numero di migranti.
Le opposizioni polacche non lottano per uno scontro frontale: al contrario, sia Kijowski leader del KOD sia Petru numero uno di Nowoczesna lanciano ogni giorno appelli al dialogo costruttivo col governo di maggioranza.
Ma in risposta ricevono accuse di tradimento o al minimo di ‘posizioni antipatriottiche’. L’esecutivo guidato dalla premier Beata Szydlo, fedelissima all’uomo forte della destra nazionalconservatrice maggioritaria, Jaroslaw Kaczynski, insiste che “con la maggioranza assoluta gli elettori ci hanno dato un mandato preciso”.
Instabilità e imprevedibilità polacche pesano oggettivamente su presente e futuro della Ue, visto anche il peso geopolitico, economico, politico e militare del paese.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 7th, 2016 Riccardo Fucile
E’ DIVENTATO PRIMO CITTADINO CON IL PIU’ VASTO MANDATO PERSONALE DI SEMPRE… “ORA STIPENDI MIGLIORI, MAGGIORE SICUREZZA E CITTA’ PIU’ PULITA”
Sadiq Kahn è diventato ufficialmente il primo sindaco musulmano di Londra vincendo le elezioni
con il 56,8% dei consensi, diventando – con un totale di 1.310.143 voti, fra prime e seconde preferenze – il primo cittadino con il più vasto mandato personale di sempre nella storia della politica britannica.
La sua vittoria segna il ritorno dei laburisti dopo otto anni nella capitale.
Figlio di immigrati pakistani e avvocato specializzato in diritti umani, Khan, 45, ha vinto con un ampio margine sull’avvocato conservatore Zac Goldsmith (994.614 preferenze), attuale membro del Parlamento per la circoscrizione di Richmond Park, a sud ovest di Londra. In una dichiarazione, Khan ha ringraziato gli elettori per la fiducia in lui e per aver reso possibile “qualcosa che sembrava impossibile”.
La vittoria di Khan è stato accolta con entusiasmo da Jeremy Corbyn, che si è anche congratulato con lui attraverso il suo account prima della dichiarazione ufficiale. “Non vedo l’ora di lavorare con te per creare una Londra più equa per tutti” ha twittato Corbyn.
Khan ha ammesso di non aver mai “immaginato” di raggiungere la carica di sindaco della capitale britannica a causa della sua umile origine.
“Voglio che ogni londinese abbia le possibilità che questa città ha dato a me e alla mia famiglia”, ha detto Khan.
“Prometto di essere sempre un sindaco per tutti i londinesi, indipendentemente dal background di ogni cittadino”, ha detto il nuovo sindaco.
“Londra oggi ha scelto la speranza sulla paura, l’unità sulla divisione. Spero che non faccia mai più una scelta basata sulla paura”.
Le dichiarazioni di Khan hanno improntato tutta la campagna elettorale sul neccessario cambio di marcia per passare dalla semplice opportunità di sopravvivere, a prosperare; ha promesso stipendi migliori, maggior sicurezza e misure per rendere Londra più pulita e più sana.
Tutta la campagna del suo oppositore si è focalizzata sul suggerire la condivisione di posizioni fondamentaliste. Khan ha ricoperto il ruolo di Ministro dei trasporti (primo musulmano a ricoprire l’incarico, così come il primo asiatico).
I laburisti trionfano dopo la gestione del conservatore Boris Johnson, e otto anni di potere Tories.
La vittoria di Khan è stata una scelta particolarmente rilevante perchè riflette la diversità della popolazione di Londra, una capitale cosmopolita con più di otto milioni di persone.
I laburisti hanno spesso denunciato la campagna diffamatoria attuata da Goldsmith che ha cercato di stabilire legami tra il candidato Khan e gli “estremisti musulmani”.
Ma dopo la vittoria Khan ha ricevuto anche le congratulazioni della sorella di Goldsmith, la giornalista Jemima Khan, famosa nel Regno Unito per essere stato sposata con il politico pakistano ed ex giocatore di cricket Imran Khan.
“Congratulazioni a Sadiq Khan, il primo sindaco musulmano di Londra, una città di tutte le culture, provenienze e religioni un grande esempio per i giovani musulmani” ha twittato Jemima Khan dopo la vittoria del candidato laburista.
Le elezioni amministrative si sono svolte in tutto il Regno Unito nella giornata di giovedi, con il Labour che ha tenuto in tutti i consigli chiave del Paese, e ha mostrato una crescita nella rappresentazione a Exeter nell’Inghilterra sud-occidentale.
Male in Scozia dove ha perso 13 seggi nel parlamento locale, con i conservatori che ne hanno guadagnati 16.
(da “La Repubblica”)
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