Febbraio 23rd, 2016 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELLA CGIA DI MESTRE: I VANTAGGI DI UN SISTEMA FISCALE UNIFICATO
L’Italia soffre di troppa Europa o di troppo poca Europa? 
I pareri sono divisi, ma l’ufficio studi della Cgia (gli artigiani) calcola che se in Italia ci fosse una tassazione a livello europeo, ciascuno di noi eviterebbe di girare allo Stato 557 euro all’anno, per un totale di 34 miliardi di euro.
La Cgia prende spunto dalla proposta italiana di istituire a livello europeo un Superministro delle Finanze per armonizzare anche i sistemi fiscali dei 19 Paesi che utilizzano la moneta unica.
Nell’Eurozona, la pressione fiscale più elevata si riscontra in Francia: il peso complessivo di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali è pari al 48,1 per cento del Pil.
Seguono il Belgio, con il 47,3 per cento, la Finlandia, con il 43,9 per cento, l’Austria e, al quinto posto, l’Italia.
Nel 2014 (ultimo anno in cui è possibile effettuare la comparazione) la pressione fiscale nel nostro Paese è stata del 43,6 per cento del Pil.
La media dei 19 che utilizzano la moneta unica, invece, è al 41,5 per cento, cioè 2,1 punti in meno che da noi.
Se la tassazione nel nostro Paese fosse in linea con la media europea ogni italiano avrebbe risparmiato 557 euro nel 2014.
Facendo il confronto con la Germania si osserva che noi paghiamo 1.141 euro all’anno in più, rispetto agli olandesi 1.593 euro in più, rispetto agli spagnoli 2.389 euro in più degli spagnoli e rispetto agli irlandesi 3.531 euro in più.
Luigi Grassia
(da “La Stampa”)
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Febbraio 19th, 2016 Riccardo Fucile
LA PARTITA DI RENZI: ASSE CON CAMERON E LA MERKEL
Una giornata intera di bilaterali tra capi di Stato e di governo, incontri tra gli sherpa, tutto nel retrobottega senza la plenaria che arriva solo a sera, dichiarazioni alla stampa e pizze ordinate per disperazione a una certa, quando si è capito che non si cenerà comodi al ristorante.
Angela Merkel per la verità si porta avanti. Intorno alle 18.30 fa un salto alla Maison Antoine di Place Jordan con la scorta e si gusta un cartoccio di patatine fritte, quelle doc belghe. Meglio che aspettare la ‘English dinner’, che doveva essere colazione, poi pranzo e poi chissà quando inizia.
Alla fine i 28 si ritrovano a tavola alle 21 e qualcosa: nel menu la bozza di intesa sulla Brexit.
E’ il documento che permetterà alla star di questo vertice, David Cameron, di tornare a casa a cantare vittoria sull’Ue e cercarne una al referendum di giugno, scommettendo contro l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione e contro gli euroscettici.
E’ il documento sul quale per tutta la giornata i leader si sono scontrati.
Alla fine arriva una proposta di compromesso sui punti controversi: la Gran Bretagna potrà sospendere il welfare per gli immigrati dall’Ue ma solo per l’emergenza immigrazione dei prossimi 7 anni.
Mentre non potrà fermare ulteriori processi di integrazione nell’area euro.
Ma al tempo stesso Eurolandia non potrà attuare forme di integrazione discriminatorie nei confronti di Londra. Ad ogni modo, su tali questioni nell’accordo è chiarito nero su bianco che la Gran Bretagna non potrà porre il veto.
E’ una proposta di intesa che arriva a tavola tra una ‘corona di carciofi’ con formaggio di capra e rucola, filetto di vitello con salsa al dragoncello, spinaci e polenta e una bavarese ai frutti della passione.
L’Italia ne è ben contenta, l’ha auspicata dall’inizio. Del resto, Renzi non usa questo Consiglio europeo per fare il ‘guastafeste’.
In questi giorni, il premier italiano sceglie la modalità ‘ricerca di alleati’, cauto e diplomatico persino con l’Austria che tra un po’ ci chiude la frontiera del Brennero. Così cauto che a sera non dichiara lui con i giornalisti italiani raccolti in sala stampa ma manda il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi.
Pur condividendo la preoccupazione di Alexis Tsipras sull’emergenza immigrazione, il premier italiano non si accoda alla minaccia del collega greco di porre il veto sull’accordo con Londra in assenza di una garanzia da parte europea sul fatto che la frontiera a nord della Grecia resti aperta.
Almeno fino al vertice straordinario sull’immigrazione a Bruxelles, chiede Tsipras, convocato per il 6 marzo insieme con la Turchia di Erdogan.
“Bisogna lavorare insieme, non pensare di risolvere la questioni con vie nazionali o isolando il Paese più in difficoltà “, dice il sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi. Del resto, il veto minacciato da Tsipras, spiegano dal suo entourage, serve come mossa tattica per generare una tregua e tentare di imporre il tema nell’agenda europea, così come si è posta fin da subito la questione Brexit.
Renzi non si associa a Tsipras e i suoi precisano che la mossa del greco non è concordata con il governo italiano. Insomma, nessuna strategia comune, nessun intento di stringere l’Ue a tenaglia dal Mediterraneo.
E di conseguenza anche Renzi non ha concordato con Tsipras la scelta di minacciare i paesi dell’est ieri sera alla cena dei 28, proponendo un taglio dei fondi europei per chi non attua il piano Juncker di redistribuzione dei migranti.
Come sempre, Renzi cerca gli alleati tra i più forti. E stavolta li trova proprio in Angela Merkel, ex o attuale nemica numero uno di Atene, e David Cameron, che non ha nemmeno voluto fare un bilaterale con Tsipras tanto si è infuriato per la minaccia di veto.
Il bilaterale mattutino con la Cancelliera conferma al premier italiano che sui migranti può contare su Berlino.
Pur attaccata in patria per la linea aperturista, Merkel continua a restarne convinta. E con Renzi oggi non avrebbe potuto fare diversamente, tra l’altro. Perchè proprio mentre i due si incontravano a Bruxelles, al largo di Lampedusa veniva avvistato l’ennesimo barcone di profughi e cadaveri in mare. Un’altra tragedia del Mediterraneo.
Addirittura pare che al summit Ue Merkel si sia detta “sorpresa” negativamente dall’atteggiamento del Cancelliere austriaco Werner Faymann che ha confermato l’intenzione di stabilire tetti agli ingressi nel suo paese, nonostante gli avvertimenti arrivati da Bruxelles (“E’ illegale”).
Chissà : ci sta anche che Merkel e Faymann si siano assegnati i classici ruoli di poliziotto buono e poliziotto cattivo, visto che comunque alla Germania conviene che la vicina Austria faccia il lavoro sporco bloccando le frontiere. Renzi e i suoi ne sono consapevoli, ma a Bruxelles prevale l’ufficialità di un incontro in cui — dopo tanto tempo — il premier e la Cancelliera si sono trovati dalla stessa parte della barricata. Anche se ufficialmente la richiesta renziana di tagliare i fondi a chi non accetta i profughi raccoglie solo le proteste dell’Ungheria (“Ricatto politico”), della Polonia e nessun frutto: se ne parlerà al vertice con Erdogan a marzo?
Ma c’è un altro alleato sul quale Renzi ha sempre contato fin dall’inizio della partita Brexit. E’ Cameron.
Renzi è sempre stato dalla sua parte. E pur nutrendo i dubbi di quasi tutti gli attori del negoziato, non ha mai attaccato il premier Tory.
E su questo sì che ha raccolto il primo frutto. Stanotte la sponda di Cameron è stata preziosa per Renzi per sventare il tentativo della Commissione europea, appoggiata in questo da Berlino, di inserire il Fiscal Compact nei Trattati Ue.
Sostanzialmente l’idea era di chiudere questo vertice con una dichiarazione finale che prevedesse di far rientrare il Fiscal Compact nei Trattati Ue quando si tratterà di modificarli per concretizzare l’intesa con Londra.
Un’idea folle per Roma e anche per il Regno Unito. Renzi del resto ha appena iniziato a mettere nel mirino il Fiscal Compact come macchina ‘stritola economie’.
Se il tentativo notturno fosse andato avanti, sarebbe stato un problema enorme per la partita italiana sulla flessibilità nelle spese. L’asse con Cameron è servito a sventare la mossa. O almeno a metterla da parte, per ora.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 7th, 2016 Riccardo Fucile
BLOCCARE IL LIBERO SCAMBIO DI PERSONE E MERCI NELL’UE AVREBBE UN IMPATTO PARI ALLO 0,8% DEL PIL EUROPEO… PER GERMANIA, FRANCIA E ITALIA I DANNI MAGGIORI
L’addio a Schengen potrebbe costare all’Europa fino a 100 miliardi l’anno.
A calcolare i danni economici di un ripristino delle frontiere legato alla crisi-rifugiati è stato France Strategie, autorevole think-tank governativo francese: un intervento soft e ridotto nel tempo — spiega lo studio — avrebbe effetti relativamente “limitati” e colpirebbe soprattutto il turismo giornaliero e dei week-end (previsti in calo del 5 e del 2,5%), i lavoratori transfrontalieri e il trasporto merci.
Se i controlli al confine durassero nel tempo, invece, le conseguenze rischiano di essere pesantissime: gli scambi commerciali all’interno dell’Unione calerebbero del 10-20%, un danno pari all’imposizione di una tassa del 3% su tutti i beni trasportati.
Mandando in fumo — al netto dei mancati investimenti esteri — lo 0,8% del Pil continentale.
Percentuale pari a 28 miliardi per la Germania, 13 per l’Italia, 10 per la Spagna e 6 per l’Olanda.
I problemi, in qualche caso, sono già ben visibili sul campo. I pendolari sul ponte tra Danimarca e Svezia hanno allungato di circa 45 minuti il loro viaggio da quando Copenaghen ha ripristinato costo circa 150mila euro al giorno — la verifica dei documenti. L’attesa di auto e Tir alla dogana tra Francia e Belgio, dove fino a poco fa si transitava senza staccare il piede dall’acceleratore, si sono allungate fino a mezz’ora.
L’aeroporto di Helsinki dovrà aggiungere 15 addetti ai varchi dell’immigrazione per smaltire le code bibliche che si sono formate dopo la decisione di controllare l’identità anche ai passeggeri in arrivo dalla Ue.
Quanto costano questi tappi di bottiglia?
Una coda di 10 minuti al confine per gli 1,7 milioni di transfrontalieri vale un buco da 1,2 miliardi in dodici mesi per l’economia europea.
Un’ora di attesa per i camion alla frontiera — dicono gli autotrasportatori olandesi — comporterebbe un pedaggio da 600 milioni per Amsterdam.
In Europa circolano 60 milioni di mezzi pesanti l’anno, in Germania ne entrano 54mila al giorno. E bloccarli ad ogni valico significherebbe ingolfare il motore della crescita continentale.
Senza contare che il semplice riposizionamento di due agenti (il minimo sindacale) ad ognuno dei 3.100 posti di confine cancellati da Schengen, comporterebbe un onere di almeno 300 milioni.
Tanti soldi.
Briciole però rispetto ai danni potenziali causati da uno stop prolungato al Trattato di libera circolazione.
A pagare il conto più salato, in questo caso, sarebbero i paesi più piccoli e più dipendenti dagli scambi interni all’Unione.
Il 70% dell’economia della Slovacchia, per dire, dipende dai rapporti commerciali con gli altri paesi continentali. Merci che oggi viaggiano da uno Stato all’altro senza difficoltà e che nell’Europa prossima ventura – separata di nuovo dalle frontiere – aumenterebbero di molto tempi e costi di trasporto.
Il ritorno dei confini costerebbe moltissimo anche all’Italia. Nei primi undici mesi del 2015 il nostro paese ha esportato verso l’Unione beni per 208 miliardi, importandone per 197. Nel 2014 sono arrivati da noi 17 milioni di turisti Ue.
Numeri destinati inevitabilmente a ridimensionarsi.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 4th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO LE VIOLENZE DI CAPODANNO ARRIVA IL CARNEVALE BLINDATO… OGNI ANNO UNA MEDIA DI 50 REATI A SFONDO SESSUALE, ANCHE SENZA GLI IMMIGRATI
Ore 11.11, piazza dell’Alter Markt a Colonia. 
Parte il Weiberfastnacht, il Carnevale delle donne, l’appuntamento che dà tradizionalmente il via a quello che viene considerato come il Carnevale per antonomasia in Germania insieme a quelli di Dusseldorf e Mainz.
Non è però un Carnevale come tutti gli altri. Dopo lo sgomento seguito alla notte di Capodanno, quando centinaia di donne furono circondate e molestate da gruppi di immigrati nella piazza davanti alla stazione centrale, la città è blindata e il clima è teso.
All’allerta terrorismo, che ormai caratterizza gli eventi pubblici in ogni parte d’Europa, si aggiunge il timore che simili violenze possano accadere di nuovo.
D’altro canto, negli anni scorsi sono stati denunciati in media 50 reati a sfondo sessuale nel periodo fra il Weiberfastnacht e la fine del carnevale.
Per questo è stato raddoppiato il numero degli agenti, oltre duemila; è stata potenziata la videosorveglianza, migliorata l’illuminazione, installato nei pressi del Duomo un “security point” per le donne vittime di molestie o minacce.
Colonia è mobilitata per evitare che si ripeta quanto accaduto durante i festeggiamenti per il nuovo anno. Si sono moltiplicati gli sforzi per spiegare le usanze del Carnevale ai migranti arrivati da poco nella città della Renania.
Il Comitato organizzatore ha diffuso un opuscolo, in tedesco, inglese e arabo, e la Caritas ha messo in piedi un corso accelerato di Carnevale per i migranti, a cui ha partecipato un centinaio di persone: si arriva a spiegare che un bacio furtivo sulla guancia o anche sulle labbra che le donne scambiano con conoscenti o sconosciuti non va interpretato come una proposta di matrimonio, si invita a non essere invadenti o insistenti.
Il Messaggero ha lanciato l’iniziativa #tutteaColonia. Il “tutte a Colonia” – scrive Maria Latella – invia un messaggio ben diverso dal semplice “prendiamoci la città e divertiamoci”: le donne, a Colonia e altrove, non hanno intenzione di cambiare i loro programmi.
All’iniziativa ha aderito, tra le altre, la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli:
“Andare a Colonia il 4/5 febbraio è un atto di europeismo forte, vuol dire andare a difendere nello stesso tempo i valori dell’accoglienza, della tolleranza e del rispetto, che fanno del nostro continente un faro di civiltà , ma vuol dire anche chiedere che i temi posti dall’immigrazione, dal mescolarsi di culture spesso molto diverse, da forme ed equilibri di convivenza che dobbiamo costruire giorno dopo giorno, non vengano espulsi dall’agenda politica una volta spentisi i riflettori su queste violenze”.
Il Weiberfastnacht è considerato uno dei dieci carnevali più insoliti del mondo, come spiega l’Ansa:
Tagli di cravatta e lanci di rose dai carri sono i gesti che contraddistinguono il Carnevale della grande città sul Reno, più simile a una parata storica che a una festa in maschera.
Quest’anno il Carnevale di Colonia, che risale al Medioevo, inizia il 4 febbraio con l’immancabile festa delle donne che al grido di Kà¶lle Alaaf! tagliano le cravatte ai malcapitati uomini, chiedendo loro un bacio sulla guancia.
La Weiberfastnacht dà l’avvio al periodo carnevalesco chiamato “Quinta stagione dell’anno”, che terminerà il 10 febbraio, mercoledì delle ceneri, con l’immancabile e benaugurante banchetto a base di pesce.
Sempre il giorno d’apertura vengono nominati i protagonisti del Carnevale: il “Principe”, il “Fante” e la “Vergine” che ricevono le chiavi della città e aprono ufficialmente i festeggiamenti.
Da allora, di giorno e di notte, è un susseguirsi di cortei e sfilate in costume per le strade e nei locali; tra gli appuntamenti più attesi c’è il raduno di sabato in piazza Neumarkt, dove tra balli, maschere e gustose pinte di birra si assiste alla sfilata storica degli uomini vestiti con le giubbe rosse, che ricordano i soldati di Colonia.
Il momento clou del Carnevale, tuttavia, è il “lunedì delle rose”, Rosenmontag, quando un corteo di migliaia di persone attraversa la città su carri allegorici da cui lanciano rose e dolci alla gente assiepata dietro le transenne.
Il martedì grasso, penultimo giorno di Carnevale, si assiste al rogo del Nubbel, uno spaventapasseri di paglia che rappresenta l’inverno, tenuto appeso in diverse birrerie della città e solo alla fine esposto in piazza per essere bruciato.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
“FARO’ UNA COALIZIONE CON LE FORZE DEL CAMBIAMENTO”
Il re di Spagna ha deciso: adesso tocca ai socialisti tentare di traghettare il Paese fuori dalle secche di una scena politica frammentata, litigiosa e costellata di veti incrociati. Pedro Sà¡nchez è pronto a provarci. Ma chiede un mese di tempo per negoziare un accordo di governo con i leader di tutti i partiti, a destra e a sinistra, eletti in parlamento il 20 dicembre scorso, con l’esclusione però degli indipendentisti catalani: con chi vuole dividere la Spagna, ha spiegato, l’intesa non è possibile.
A tutti gli altri lancia un appello: «Siamo chiamati a intenderci, affinchè il cambio diventi realtà »
Giovane economista – compirà 44 anni il 29 febbraio – votato alla politica già a venti, segretario del Psoe da un anno e mezzo, Sà¡nchez si è presentato alla Zarzuela, la residenza di Felipe VI, sapendo di avere già l’incarico in tasca, dopo che Mariano Rajoy, leader dei conservatori e premier uscente, aveva gettato la spugna di fronte al rifiuto dell’opposizione, di fatto ormai diventata maggioranza, di siglare un patto: «Ma il Partido Popular – non ha dimenticato Sà¡nchez – ha ancora sette milioni di elettori, che meritano il mio rispetto. Ora bisogna muoversi, non si può attendere un minuto di più per togliere la Spagna da questa situazione di stallo».
La manovra si annuncia temeraria.
I risultati delle ultime elezioni hanno chiuso l’epoca del bipolarismo tra conservatori e socialisti, e la loro alternanza al governo. Pesantemente ridimensionati, ora devono fare i conti con nuove formazioni all’attacco, come la sinistra populista di Podemos, frutto dell’onda lunga del movimento degli Indignados e guidata dal poco malleabile professore di Scienze Politiche, Pablo Iglesias, 37 anni.
O come Ciudadanos, partito nato in Catalogna una decina d’anni fa e arrivato a Las Cortes con un altro giovane leader, il conservatore Albert Rivera, 36 anni, che ha fatto tutta la sua campagna elettorale promettendo di restare all’opposizione.
E con il quale Pablo Iglesias non vuole stabilire alcuna alleanza governativa.
Quando è stato il suo turno di conferire con il re, Iglesias ha messo in chiaro che è disposto ad appoggiare i socialisti, in cambio della vice presidenza del governo e di ministeri sostanziosi per i suoi compagni.
Anche ricorrendo all’estrema sinistra, come lo storico partito di Izquierda Unida, Sà¡nchez faticherà in quel caso a trovare la base parlamentare necessaria. E, se anche dovesse miracolosamente farcela, grazie a strategiche astensioni, faticherà a pilotare un consiglio dei ministri tanto eterogeneo: «Mi vedo governare con quanti condividono con me la necessità di approvare un nuovo statuto dei lavoratori – ha detto – di metter fine alle amnistie fiscali e di adempiere agli impegni europei».
L’alternativa è il ritorno alle urne.
Elisabetta Rosaspina
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 1st, 2016 Riccardo Fucile
“PRODUTTIVITA’ FERMA DA 15 ANNI, ALTO DEBITO PUBBLICO, SISTEMA BANCARIO CON 200 MILIARDI DI CREDITI DETERIORATI”
L’Italia nell’Eurozona? La sua sostenibilità a lungo termine è incerta, un po’ come quella della
Grecia.
A scriverlo sulle colonne del Financial Times è Wolfgang Munchau.
L’analista tedesco mette in evidenza come, dopo le turbolenze della Grecia, in difficoltà sia dal punto di vista economico sia da quello della gestione dell’immigrazione, il sistema europeo potrebbe essere messo a rischio anche dall’Italia. Oltre ai punti critici, Munchau parla anche degli sforzi del governo italiano nel cercare un’inversione di rotta alzando la voce nei confronti di Bruxelles e di Berlino.
La Grecia può essere l’esempio più brutale, ma non è l’unico paese esposto a crisi sovrapposte. Non è nemmeno il più importante davanti a questo dilemma. Questo sarebbe l’Italia.
Mentre i problemi di Roma sono diversi da quelli della Grecia, la sostenibilità a lungo termine del paese nella zona euro è allo stesso modo incerta, a meno che non si creda che la sua performance economica possa miracolosamente migliorare quando non c’è nessun motivo per farlo.
Secondo il Financial Times l’Italia è in affanno nell’affrontare il nodo immigrazione e la crisi del sistema bancario.
L’Italia è stata sopraffatta dalla crescita di profughi provenienti dal Nord Africa lo scorso anno.
Oltre a questo, l’Italia si trova ad affrontare problemi economici irrisolti – la crescita della produttività ferma per 15 anni; un grande debito pubblico che lascia il governo praticamente senza margine di manovra; e un sistema bancario con 200 miliardi di crediti deteriorati, più altri 150 miliardi di debito classificato come problematico. Bisogna poi prendere in considerazione che i tre principali partiti di opposizione hanno, in vari momenti , messo in discussione l’appartenenza del paese all’Eurozona. Anche se nessuna di queste forze politiche sembra avere possibilità di arrivare al futuro nel prossimo futuro, è chiaro che l’Italia ha un tempo limitato per risolvere i suoi molteplici problemi.
Dopo aver elencato come Roma sta affrontando le questioni economiche, e non giudicandole particolarmente efficienti, l’editorialista del Finacial Times ricorda come il governo italiano si stia rapportando con le istituzione europee, anche sulla questione migranti.
Ci sono segnali che ci dicono che la pazienza dell’Italia con la Ue e la Germania, in particolare, si sta esaurendo. Il primo ministro Matteo Renzi ha attaccato apertamente le politiche della Ue in materia di energia, sulla Russia, sul deficit di bilancio e sul dominio tedesco dell’intero apparato.
Non è solo la crisi dell’euro che ha portato l’Italia sull’orlo di mettere in discussione la sua posizione nell’Eurozona. Si tratta di una combinazione di più crisi ed è probabile che crescerà dal dibattito sulla Brexit.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 31st, 2016 Riccardo Fucile
IL REFERENDUM A GIUGNO SU PROPOSTA DI UN GRUPPO DI INTELLETTUALI
I residenti della Svizzera voteranno per un referendum che prevede l’approvazione di uno
stipendio minimo garantito ad ogni cittadino pari a circa 2.230 euro mensili.
Il piano, proposto da un gruppo di intellettuali, potrebbe rendere il Paese il primo al mondo a pagare un mensile a tutti i suoi abitanti indipendentemente se essi lavorino o no.
Ma l’iniziativa non è stata accolta con molto entusiasmo tra i politici di destra e sinistra, nonostante il fatto che il referendum sia stato approvato dal governo federale e si andrà alle urne il 5 giugno.
Secondo la proposta, ogni bambino dovrebbe ricevere 130 euro a settimana.
Il governo federale stima il costo della proposta a circa 187 miliardi di euro annui. Circa 137 miliardi di euro dovrebbero essere riscossi dalle tasse, mentre 49 miliardi di euro sarebbero stati trasferiti dalla previdenza sociale.
Il gruppo proponente l’iniziativa, che comprende artisti, scrittori e intellettuali, ha citato un sondaggio che dimostra che la maggior parte dei residenti in Svizzera si dice pronto a continuare a lavorare se fosse approvato il reddito minimo garantito, come riporta il Daily Mail.
“Gli argomenti degli avversari secondo i quali il reddito garantito ridurrebbe l’incentivo di persone a lavorare è quindi in gran parte contraddetta” legge in un comunicato citato da The Local.
Tuttavia, un terzo delle 1.076 persone intervistate per l’indagine dall’Istituto Demoscope ritiene che “gli altri smetterebbero di lavorare”.
E più della metà degli intervistati (56 per cento) ritiene la proposta del reddito garantito non vedrà mai la luce del giorno.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
ATMOSFERA CORDIALE MA SENZA PASSI AVANTI SUI DOSSIER PROFUGHI E FLESSIBILITA’
Toni cortesi e atteggiamento costruttivo, ma sui grandi nodi – migranti e flessibilità – Roma e Berlino restano divise.
Entrambe puntano il dito contro la Commissione europea, addossando al presidente Jean Claude Juncker la responsabilità dell’impasse.
Sull’emergenza migranti Matteo Renzi delude Angela Merkel ma dà la colpa a Juncker: i fondi per la Turchia non saranno sbloccati fino a quando Bruxelles non si degnerà di rispondere ad alcuni quesiti.
“In Commissione europea sono molto impegnati ma trovano sempre le occasioni di fare conferenze stampa con i giornalisti, quindi troveranno il tempo anche per questo…”, commenta velenoso il premier.
L’altra frecciata è sulla flessibilità . L’Italia – argomenta Renzi – non chiede nuove regole di flessibilità , ma solo che vengano applicate quelle già esistenti e che si dia seguito all’accordo politico che ha portato all’elezione di Jean Claude Juncker a presidente della Commissione Ue.
“La Commissione europea – ricorda Renzi – ha adottato il 13 gennaio del 2015 una comunicazione sulla flessibilità . Noi stiamo chiedendo di cambiare delle regole, ma che le regole siano applicate e senza equivoci sul fatto che la flessibilità per noi è una condizione necessaria dell’accordo che ha portato all’elezione di Juncker, non come Paese membro ma come partiti politici. Io non ho cambiato idea sulla flessibilità , spero non l’abbia cambiata nemmeno Juncker”.
Il premier italiano non nasconde le divergenze con Berlino per quanto riguarda i conti. “Abbiamo sulla politica economica non sempre la stessa posizione. Su alcune dinamiche di gestione dello Stato e delle politiche economiche non la pensiamo allo stesso modo. Non è una novità . Ma deve essere chiaro che in questi due anni l’Italia ha messo mano a riforme attese da vent’anni. Non è stato facile fare la riforma del mercato del lavoro in un anno, senza violare i parametri di Maastricht. Non è stato facile fare la riforma della legge elettorale, della giustizia civile, della Costituzione”.
L’Italia – prosegue Renzi – è convinta che il debito debba scendere, ma la flessibilità è una condizione necessaria: “nessuno ha dubbi sul fatto che il debito in Italia debba scendere. Per molti aspetti è sostenibile, i risparmi privati sono il doppio del debito pubblico, ma siamo i primi a dire che dobbiamo far scendere il debito. Non lo dico per fare un piacere ad Angela, ma per fare un piacere ai nostri figli, ai nostri nipoti”. Al tempo stesso, per il premier “non c’è alcun dubbio, la flessibilità è una condizione dell’elezione di Jean Claude Juncker, non credo abbia cambiato idea. L’Italia non crede si possa tornare a politiche allegre di bilancio, ma le politiche di austerity da sole non funzionano”.
Su questo la padrona di casa è tutt’altro che bellicosa.
“Non mi immischio, spetta alla Commissione decidere”.
Sugli accordi circa la flessibilità , “accettiamo il fatto che l’interpretazione spetti alla Commissione, non a noi. Non mi immischio in queste cose. In Consiglio poi ne prendiamo atto”.
Merkel riconosce a Renzi di aver varato una riforma del lavoro che “si muove nella direzione giusta”. “Il famoso Jobs Act si muove secondo me nella direzione giusta”, spiega la cancelliera tedesca, “ma anche tutte le strutture dell’intero sistema in Italia. Vorrei augurare una ‘mano felice’ a Matteo Renzi per quanto riguarda il successo di queste riforme, sarà un contributo importante all’avvenire dell’Europa e dell’Italia innanzi tutto”.
Più delicato il nodo immigrazione, con Berlino che spinge per l’attuazione immediata dell’accordo con la Turchia – lo stanziamento “iniziale” di tre miliardi di euro per la gestione dei profughi. L’Italia non ha ancora sbloccato la sua parte di contributo, e non lo farà fino a quando da Bruxelles non arriveranno risposte chiare: “Siamo disponibili e volenterosi di fare la nostra parte. Non abbiamo nessun problema con la Turchia o la Germania sui finanziamenti” per affrontare l’emergenza migranti. Ma “stiamo aspettando che le istituzioni europee ci diano risposte su alcuni quesiti su come intendere questo contributo e altri contributi sull’immigrazione” dal punto di vista della flessibilità nel patto di bilancio: “speriamo che le risposte che abbiamo chiesto a Bruxelles sulla computazione di questi denari possano arrivare il prima possibile”.
Il finanziamento italiano all’accordo Ue con la Turchia, dunque, resta congelato in attesa di avere chiarimenti su come “intendere e concepire questo contributo”.
Da questo punto di vista, il bilaterale è tutt’altro che risolutivo: Angela Merkel insiste sull’urgenza di attuare l’accordo con Ankara; Renzi risponde che l’Italia ha già detto sì, ma che prima di dare il via libera occorrono parole chiare da Bruxelles.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 19th, 2016 Riccardo Fucile
IL TEDESCO POPOLARE WEBER CONTRO RENZI: “METTE A RISCHIO LA CREDIBILITA’ DELL’EUROPA”… JUNCKER RINCARA: “CHI CI ATTACCA SI GUARDI ALLO SPECCHIO”… ITALIA SEMPRE PIU’ ISOLATA, RENZI VALE IL DUE DI PICCHE
Continua lo scontro sull’asse Roma-Bruxelles. Dopo le schermaglie dei giorni scorsi tra Matteo
Renzi e il presidente della Commissione Jean Claude Juncker, oggi è stato il presidente del Partito popolare europeo Manfred Weber a rincarare la dose: “Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo”, ha detto intervenendo alla plenaria di Strasburgo.
“”Quando vediamo che l’Italia non è disposta ad aiutare la Turchia se non in cambio di una contropartita – ha detto Manfred Weber in Aula – tutto ciò va a svantaggio dell’Europa, della sua forza e della sua credibilità . Renzi sta mettendo a repentaglio la credibilità europea a vantaggio del populismo”.
Weber ha quindi rivolto un ringraziamento a Fderica Mogherini: “L’Europa è capace di grandi successi. Sono stato orgoglioso di vedere Federica Mogherini siglare l’accordo sul nucleare iraniano. E la voglio ringraziare per il suo lavoro”.
In difesa di Renzi si è schierata tutta la truppa degli europarlamentari dem. lavoro solo lavoro e agenda sociale”, ha detto la deputata europea Pd Patrizia Toia.
“Sono Weber e la politica di sola austerità che stavano facendo morire l’Europa”, ha attaccato invece l’eurodeputata del Pd, Simona Bonafè.
A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato in serata la Commissione che ha dato oggi il suo via libera a un’indagine approfondita per sospetti aiuti di Stato all’Ilva di Taranto.
L’avvio della procedura, secondo quanto si apprende a Strasburgo, è stato approvato dal Collegio dei commissari durante la riunione di oggi, e verrà formalmente annunciato domani, come previsto.
Le norme Ue sugli aiuti di Stato prevedono che l’avvio di un’indagine non comporti subito una valutazione definitiva sulla compatibilita’ dell’aiuto; in questo caso, in particolare, non sara’ deciso il recupero immediato dei fondi stanziati, complessivamente pari a circa 2 miliardi.
L’indagine permettera’ piuttosto di accertare se il denaro stanziato in varie forme (prestiti, bond, garanzie) per sostenere l’Ilva abbia finalita’ di riqualificazione ambientale: se cosi’ fosse, gli aiuti sarebbero giustificati e non sarebbe necessario richiederne la restituzione.
Anche lo stesso Juncker in mattinata era tornato sulla polemica Italia-Ue. “Senza un’azione comune, una politica europea dell’immigrazione, Schengen non sopravvivrà “, ha detto Juncker attaccando gli Stati inadempienti: “Alcuni governi sono veloci ad attaccare Bruxelles, ma si guardino allo specchio, anche loro sono Bruxelles”.
(da “Huffingtonpost”)
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