Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
DRAGHI NON AUMENTA LIQUIDITA’ ALLE BANCHE PER FARE PRESSIONI SUL NEGOZIATO…TSIPRAS INCASSA L’APPOGGIO DI QUASI TUTTI I PARTITI
Al termine dell’atteso Consiglio direttivo della Bce, arrivano due notizie: una buona e una cattiva,
per i greci.
Da un lato la Banca Centrale lascia invariato il tetto dell’Ela, i fondi di emergenza che tengono in vita gli istituti di credito greci a rischio collasso.
Ma, dall’altro, chiede maggiori garanzie per ottenere la liquidità .
Con questa correzione le banche greche dovranno aumentare i titoli portati a garanzia per avere lo stesso ammontare di prestiti.
Nel day after greco, la mossa dell’Eurotower chiude il cerchio delle reazioni alla vittoria del No nel referendum greco.
Tutti i protagonisti hanno messo sul tavolo le loro condizioni.
E tutti hanno lanciato segnali distensivi per dare una nuova spinta alle trattative, in vista dell’Eurogruppo di martedì.
Da Tsipras al Fondo Monetario Internazionale, da Hollande a Merkel fino a Mario Draghi, la volontà è quella di riaprire il tavolo e arrivare velocemente a un accordo.
La decisione della Bce di mantenere stabile la liquidità d’emergenza era nell’aria: un aumento sarebbe stato un aiuto evidente al governo di Alexis Tsipras, e di certo non sarebbe stato accolto con favore dai creditori internazionali.
Un taglio della liquidità avrebbe invece condannato definitivamente le banche greche all’insolvenza.
Una via di mezzo, quella presa dal consiglio della Bce, ma non senza un prezzo: l’aumento dell’haircut sul valore dei titoli greci portati in garanzia dei prestiti è un modo per fare pressione sulle parti per trovare un accordo al più presto.
Tanto sui creditori, ben consapevoli che queste condizioni non possono tenere a lungo in vita gli istituti di credito greci.
Ma soprattutto sul governo di Atene, che non è ancora in condizione di riaprire le banche (chiuse almeno fino a mercoledì) e di eliminare il controllo sui capitali.
Non solo Francoforte.
Il primo “gesto di buona volontà ” lo ha fatto il governo di Alexis Tsipras di buon mattino, quando ancora non era stata smaltita l’euforia per la vittoria dell’OXI: le dimissioni di Yanis Varoufakis da ministro delle Finanze.
Atene ha lanciato un messaggio chiaro al Brussells Group, facendo fare un passo indietro al ministro “perditempo e dilettante” (così era stato definito Varoufakis all’Eurogruppo di Riga dai suoi colleghi).
La volontà di trovare un accordo, e di trovarlo rapidamente, è dimostrato secondo Atene dall’avvicendamento al ministero delle Finanze, ora guidato da Euclid Tsakalotos a cui lo stesso Tsipras aveva affidato i negoziati dopo che l’Eurogruppo ‘sfiduciò’ il ministro in T-shirt.
Atene sembra quindi intenzionata a portare al vertice di domani una proposta che si rifà all’ultima (tentata) mediazione, prima che il tavolo delle trattative saltasse con l’indizione del referendum.
Tsipras può contare anche sull’appoggio dei leader dei partiti greci (a eccezione del Partito comunista e di Alba Dorata) che hanno ufficialmente dato mandato al premier di riaprire i negoziati con Bruxelles per giungere a un’intesa definitiva.
Nel mandato c’è però anche un riferimento alla “ristrutturazione” del debito, quella ristrutturazione della quale a Berlino non vogliono sentir parlare.
Merkel e Hollande aspettano: al termine del loro incontro, con una dichiarazione congiunta, hanno passato la palla a Tsipras: “Ora tocca a lui fare proposte serie e concrete”.
E, in risposta al passo in avanti fatto con il “sacrificio” di Varoufakis, hanno lanciato messaggi di distensione: “C’è urgenza”, le proposte di Tsipras devono arrivare “entro questa settimana”, ha detto Merkel.
“Rispettiamo l’esito del referendum greco ma dobbiamo tenere conto anche di ciò che pensano gli altri 18 Paesi dell’Eurogruppo. Anche questa è democrazia. La porta per Atene resta aperta”.
Mano tesa anche da Washington.
II direttore del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde ha fatto sapere di essere pronta a intervenire, se la situazione dovesse peggiorare: “Il Fmi sta monitorando la situazione da vicino ed è pronto ad aiutare la Grecia se Atene lo chiederà “.
Ma l’aiuto sarebbe “tecnico”, non economico, chiarisce Lagarde: “L’FMI non può sborsare liquidità in aiuto fino a quando la Grecia resta in arretrato sui pagamenti” al fondo stesso.
Il 30 giugno scorso Atene è diventata la prima nazione avanzata a non onorare i propri impegni verso l’istituzione non avendo rimborsato quota 1,5 miliardi di euro dovuti entro quella data.
(da “Huffingonpost”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
NELLE TRATTATIVE TRA TSIPRAS E L’ASSE FRANCO-TEDESCO L’ITALIA TRATTATA COME UN MAGGIORDOMO
È solo al termine del lungo incontro col ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan che Matteo Renzi
rompe il silenzio, diventato quasi assordante, per mettere nero su bianco le sue parole sulla Grecia: “Ci sono due cantieri — scrive su facebook – da affrontare rapidamente nelle capitali europee e a Bruxelles. Il primo riguarda la Grecia, un paese che è in una condizione economica e sociale molto difficile. Il secondo, ancora più affascinante e complesso, ma non più rinviabile, è il cantiere dell’Europa”.
E in vista dell’Eurogruppo di martedì aggiunge: “Ricostruire un’Europa diversa non sarà facile, dopo ciò che è avvenuto negli ultimi anni. Ma questo è il momento giusto per provare a farlo, tutti insieme. L’Italia farà la sua parte. Se restiamo fermi, prigionieri di regolamenti e burocrazie, l’Europa è finita”.
Parole che suonano, dopo lo tsunami greco, come un modo per ammantare l’attesa di un sapore di strategia politica.
Perchè è chiaro che il boccino dell’iniziativa non è a palazzo Chigi, ma è tornato lungo l’asse franco tedesco.
Che, in fondo, il nostro premier, raccontano quelli in contatto con lui, soffre. Nell’inner circle tendono a minimizzare l’assenza di Matteo Renzi dal vertice bilaterale franco-tedesco: “Non è un’esclusione, i contatti sono costanti”.
Ma la sensazione è che il risultato del referendum greco abbia fatto piombare l’impianto strategico del governo italiano in acque incognite.
Perchè, nella partita di poker greca, il premier aveva puntato tutto sulla vittoria del sì, sia pur con prudenza nelle uscite pubbliche.
E ancora domenica, a risultato caldo, a stento aveva trattenuto il suo disappunto sul governo greco, colpevole di aver scherzato col fuoco: “Alexis — questo il senso del suo ragionamento consegnato ai fedelissimi — dice che ha vinto ma non sa a cosa va incontro con questa sua linea”.
Decisivi, nella correzione di linea da “falco” a “mediatore”, sono stati i contatti col Colle.
Renzi e Mattarella si sono sentiti più volte nella giornata di domenica, perchè il capo dello Stato è preoccupato davvero.
E non è un caso che, proprio domenica sera Mattarella sia uscito con un comunicato mentre Renzi e tutto lo stato maggiore del governo ha preferito tacere: “La Grecia — ha detto il capo dello Stato — fa parte dell’Europa e nei confronti del suo popolo non deve mai venir meno la solidarietà degli altri popoli dell’Unione”.
Tradotto: occorre mediare, mediare e ancora mediare per evitare lo scenario più devastante: la Grexit. È da questo insieme di fattori — l’isolamento rispetto all’asse franco-tedesco, le preoccupazioni di Mattarella — che il premier fa di necessità virtù. Matteo Renzi è, innanzitutto, un situazionista, capace di passare in pochi mesi da nemico del rigore – quando invocava lo sforamento del tre per cento — a principale alleato della Merkel nei confronti di Tsipras, al punto da ricordare a qualcuno l’atteggiamento di Berlusconi con Bush.
Ora si posiziona per una nuova sterzata tattica.
Negli ultimi giorni, racconta chi gli sta attorno, ha avuto contatti con Tsipras che gli avrebbe garantito che “farà di tutto per rimanere nell’euro”.
E le dimissioni Varoufakis suonano come una conferma in tal senso. Adesso se si apre un varco grazie a Hollande, il premier è pronto a infilarcisi proponendosi come mediatore.
E indossando i panni del socialista mediterraneo. Se invece prevarrà la linea dei falchi della Bce, il premier italiano si è tenuto i margini di manovra per nascondere dietro a Tsipras le difficoltà dell’Italia.
E invocare, pure lui, la fine dell’Europa del rigore.
Perchè è vero che, nel corso dell’incontro di due ore a palazzo Chigi, ancora una volta Padoan ha rassicurato sul fatto che il rischio contagio non riguarda l’Italia, e non solo per merito dell’ombrello di Draghi ma perchè i fondamentali sono a posto e soprattutto tutte le riforme più volte sollecitate dall’Europa sono state fatte o si stanno facendo, dal lavoro alla pubblica amministrazione.
Ed è anche vero che, al momento, il rischio Grexit non è ancora diventato l’urgenza, ma appare — al massimo — uno scenario di medio periodo.
Tutto vero però già si intravedono i segni di un ottobre difficile: “Per la prossima legge di stabilità — dicono fonti vicine al dossier — si parte da -20 miliardi, nel senso che vanno trovati soldi per alcuni buchi, per le clausole di salvaguardia e per coprire gli effetti delle sentenze della consulta su pensioni e pubblico impiego. Non sarà drammatico, ma se si balla a livello europeo è difficile immaginare una finanziaria espansiva”.
Ecco, anche per questo il premier si tiene margini di manovra, consapevole che il destino al momento non pare nelle mani del governo italiano.
Dice il viceministro Enrico Morando: “La gestione tecnica della vicenda è problematica perchè non si conoscono intenzioni del governo greco, e comunque nella gestione tecnica è decisivo il ruolo di Draghi. Politicamente o c’è un salto di qualità sul versante del rilancio dell’unità politica e fiscale dell’Europa, altrimenti il rischio è che le porte che si spalancano sono molto rischiose”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
DAL 51% DEL 2006 AL 48% DEL 2010 SINO AL 28% ODIERNO
La scelta del Governo Tsipras di affidare ai cittadini greci, con il referendum di domenica 5 luglio,
la decisione sulle misure decise dall’UE è stata considerata giusta dal 56% degli italiani.
Di parere diverso è il 25% degli intervistati, mentre quasi un quinto non esprime un’opinione in merito. È uno dei dati che emerge dal Barometro Politico dell’Istituto Demopolis sul rapporto tra l’opinione pubblica e l’Europa.
Cresce in Italia la disaffezione verso le istituzioni comunitarie.
La fiducia dei cittadini nell’Unione Europea — secondo i dati dell’Istituto Demopolis — passa dal 51% del 2006 al 48% del 2010, sino al 28% odierno.
“L’incerta gestione della crisi economica ed occupazionale, il recente atteggiamento di molti Paesi verso l’immigrazione, ma anche la crisi greca di questi ultimi giorni — afferma il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento — stanno incidendo sempre più sullo storico sentimento europeista degli italiani: si rileva un calo di fiducia di 20 punti in cinque anni. Un dato, per l’Italia, simile a quello rilevato oggi nel Regno Unito”.
Il bilancio di 13 anni di moneta unica non è ritenuto positivo, soprattutto per il modo in cui è stato gestito.
L’Euro non piace, ma soltanto il 31% degli italiani sarebbe comunque favorevole ad un ritorno alla lira.
Secondo il sondaggio condotto da Demopolis, uscire dall’Euro appare rischioso: si teme che uscirne sarebbe peggio.
Quasi i 2/3 degli italiani appaiono convinti che il nostro Paese, fuori dalla moneta unica, sarebbe troppo debole per competere da solo sui mercati mondiali, correndo il rischio di una forte instabilità economica.
“Sono sostanzialmente tre — spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento — i profili dell’opinione pubblica nel rapporto con l’Europa: appena 1 intervistato su 10 appare convinto della necessità delle attuali politiche economiche dell’UE; il 31% si dichiara propenso all’uscita dall’Euro. Il 59%, la maggioranza assoluta degli italiani, manifesta un profilo europeo, ma piuttosto critico: crede nell’Europa unita, ma — conclude Pietro Vento — vorrebbe un cambio di rotta nelle rigide politiche di austerity imposte dall’Unione negli ultimi anni”.
(da “L’Espresso“)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA NON SONO LE PENSIONI GRECHE: IN MEDIA SONO SOTTO I 700 EURO E IL 48% DELLE FAMIGLIE SOPRAVVIVE GRAZIE A QUELLE… DA QUANDO E’ SOTTO IL CONTROLLO UE LA DISOCCUPAZIONE E’ AUMENTATA DEL 160%, IL 40% DEI GRECI VIVE NELLA MISERIA E 800.000 PERSONE NON HANNO PIU’ ACCESSO ALL’ASSISTENZA SANITARIA
Per capire in quale contesto è maturato l’esito del referendum greco, è sufficiente affidarsi ai numeri di un Paese che di europeo, forse, oggi ha solo la moneta.
Da quando la Grecia è entrata nel vortice della crisi finanziaria, finendo sotto la vigilanza della Trojka, la disoccupazione è aumentata del 160%: oggi tre milioni e mezzo di greci lavorano (anche) per sostenere i 4 milioni e settecentomila connazionali inattivi.
La scarsa disponibilità di denaro è tale che ogni mese il servizio pubblico è costretto a tagliare l’approvvigionamento elettrico a trentamila tra famiglie e imprese.
Per il 48,6% delle famiglie la pensione è l’unica fonte di reddito. E la pensione media, in Grecia, è inferiore ai 700 euro.
La crisi non ha risparmiato neppure quelli che il ricco Nord Europa considera — giustamente – servizi essenziali: 800.000 persone non hanno accesso alla sanità , quasi il 40% della popolazione vive, di fatto, nella miseria, i casi di depressione clinica sono quintuplicati in sei anni.
Questo è il Paese che ieri è andato alle urne.
Votando nè contro l’Europa, nè a favore di Tsipras. Ma, molto più banalmente, a favore della propria sopravvivenza.
Sbaglierebbe oggi l’Europa se seguisse la linea dell’oltranzismo, miope e incosciente, indicata dalla Germania.
E la stessa cancelliera Merkel dovrebbe interrogarsi di fronte alle perplessità che iniziano a diffondersi anche all’interno dei confini tedeschi: «La Grecia è il Paese che ha varato il numero più alto di riforme durante la crisi», ha sentenziato pochi giorni fa la banca Berenberg a proposito del diktat dei creditori di Atene, mentre il direttore del think tank Diw si è spinto ad affermare che «il debito greco è insostenibile, l’Europa deve riconoscerlo e accettarne la ristrutturazione».
Il tempo per reimpostare una trattativa che salvaguardi tutti (la Grecia, la moneta unica, la tenuta dell’Unione europea) c’è.
Restituire lo schiaffo al popolo greco non servirebbe a nulla.
A Bruxelles lo sanno, ma lo sanno soprattutto a Francoforte: ed è proprio dalla Bce che, c’è da scommetterci, arriverà la spinta a evitare la catastrofe.
Difficilmente, infatti, Draghi abbandonerà le banche greche al loro destino, spianando la strada a scenari inediti e dal potenziale distruttivo.
L’auspicio è che l’Europa lo segua sulla strada della ragionevolezza. Ha ancora senso chiedere più austerità a un Paese stremato dalla recessione? Questa dovrebbe essere la prima domanda del prossimo summit europeo.
Tutte le altre riflessioni sulla Grecia che deve dare prova di credibilità , cancellare l’onta di un passato fatto di bilanci falsificati, assistenzialismo ed evasione fiscale e rimettersi in gioco in modo trasparente, restano naturalmente valide.
Questa sarà la vera sfida di Tsipras.
Ha vinto la battaglia del referendum, è vero, ma ora li aspetta un’altra e ben più importante: salvare la Grecia ripartendo dal dialogo.
Francesco Ferrari
(da “il Secolo XIX”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
“L’EUROPA SI E’ PERSA PER STRADA, SE NON DIVENTA UN’AUTORITA’ FEDERALE SARA’ FATTA A PEZZI DAGLI STATI”
Alle 10 della sera, dopo aver seguito lo scrutinio, Romano Prodi è tranchant: «Diciamo la verità , il
risultato del referendum greco in queste proporzioni non se lo aspettava nessuno. Non è più tempo di rinvii, l’ora è adesso: la Grecia sta scoppiando e se l’Europa non trova una soluzione, non è più credibile. Alla svelta si apra un tavolo per un compromesso in Grecia, ma al tempo stesso l’Europa ne apra un altro, più grande: abbandoni la dottrina di questi anni, perchè altrimenti – stiamo attenti – altri casi-Grecia si susseguiranno fino alla distruzione del disegno europeo. O realizziamo una autentica autorità federale europea, una Europa federale, con un governo e un Parlamento forti, oppure le forze nazionali, che sono diventate dominanti rispetto alle istituzioni comunitarie, ridurranno l’Europa a pezzi».
Per cinque anni presidente della Commissione europea, ancora ascoltato da alcune delle più influenti cancellerie, da tempo Romano Prodi denuncia l’affievolimento dello spirito comunitario, la debolezza della leadership europeista della cancelliera di Germania e in questa intervista a “La Stampa” racconta come in prima persona abbia contrastato la deriva che poi ha portato alla crisi greca.
Dopo l’avventura greca, l’Europa potrà essere la stessa?
«No, non potrà essere la stessa, ma a salvare l’Europa, una volta ancora, sarà una forza esterna che ci costringerà ad un compromesso».
Gli Stati Uniti?
«Gli Usa e la Cina temono entrambi un evento deflagrante. Hanno paura che uno sfaldamento progressivo dell’euro provochi una nuova tempesta in tutto il sistema economico e politico mondiale. Ancora una volta, come è accaduto in Iraq, in Ucraina e in altri scenari, l’Europa vedrà condizionate le sue decisioni da spinte esterne: americani e cinesi faranno di tutto per salvare l’euro. Ma sarà l’ulteriore dimostrazione che l’Europa ha perso la sovranità su se stessa».
Lei ha avuto di recente incontri al massimo livello in Cina: sono davvero così preoccupati anche loro?
«Sì ed è una preoccupazione che ho riscontrato in tutti gli incontri ufficiali che ho avuto. Loro, proponendosi come potenza ascendente e pur restando affascinati dagli Stati Uniti, sono interessati alla formazione di contrappesi al dollaro e sono convinti che l’euro sia di aiuto nel loro cammino».
Le premesse della crisi greca si consumarono durante la sua presidenza della Commissione europea?
«Ricordo la notte nella quale chiesi a Francia e Germania di rispettare i parametri e loro risposero no, accampando le loro prerogative nazionali. E quando dissi che sarebbe stato utile istituire una sorta di Corte dei Conti europea risposero che era una spesa inutile. La Grecia è entrata nell’euro perchè ha potuto ingannare vergognosamente sui dati reali della propria economia».
Morale di quella storia?
«Se ci fosse stata una forte autorità federale, probabilmente Atene non sarebbe mai entrata nell’unione monetaria, o sarebbe entrata ad altre condizioni. Invece noi non abbiamo voluto un’autorità federale. Abbiamo delegato ogni potere ai leader nazionali, che sono ostaggi dei loro problemi di politica interna».
Lei in tempi non sospetti parlò di stupidità dei parametri stabiliti una volta per tutte a Maastricht: è giunto il tempo di cambiarli?
«Quando li definii stupidi, in tanti mi saltarono addosso, ora ricevo continui riconoscimenti internazionali per quella affermazione. Ma ricordo con piacere quel che mi disse allora Helmut Kohl: dovresti ricordare che Roma non è stata fatta in un giorno, ora consolidiamo l’euro. Un grande leader che stava dentro un disegno politico».
Dice il premio Nobel Paul Krugman che l’euro è una camicia di forza da allentare: condivide?
«Se l’Europa non si autoriforma è un pane cotto a metà e se non c’è intenzione di cuocerlo tutto, avrebbe ragione Krugman. Ma la risposta ora è nelle mani della Germania. Non resta che sperare che non diventi profezia, la speranza a suo tempo espressa da Joschka Fischer: “La Germania non affondi l’Europa, sarebbe la terza volta in cent’anni”».
Tutte le colpe sempre della Germania?
«Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti divenuti potenza mondiale, misero a punto il piano Marshall, senza preoccuparsi come l’Italia spendeva quei fondi. La Germania è un paese che è leader, per le sue virtù, ma non lo vuole riconoscere, rendendosi conto della convenienza globale e coinvolgere tutti».
Oltre a restituire un’Europa impotente, non trova che in questa stagione abbiano assunto un peso sproporzionato istituzioni non politiche?
«Certamente sì. Che cosa c’entra la troika in questa faccenda? Che cosa c’entra il Fondo monetario internazionale che interviene nella comunità più ricca del mondo, quale è ancora l’Europa? Decisivo è stato il ruolo svolto per evitare il disastro dalla Bce, che però non ha un ruolo politico».
La settimana che ha preceduto il referendum ha mandato in scena l’impotenza europea?
«La settimana che abbiamo alle spalle è significativa, perchè, appena il presidente francese Hollande ha accennato ad una possibile trattativa allo scopo di sdrammatizzare il referendum, i tedeschi hanno concluso che non era il caso di parlare con i greci se non dopo i risultati. A quel punto nessun altro leader ha più aperto bocca».
Fabio Martini
(da “la Stampa”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO FINANZIARIO ANALIZZA TUTTI GLI SBAGLI DELLA CAMPAGNA PER IL SI’ AL REFERENDUM GRECO
A spianare la strada alla vittoria del “No” al referendum greco sono stati anche i tanti errori commessi dal fronte del “Sì”, sia all’interno della Grecia che a livello europeo. Ne è convinto Wolfgang Mà¼nchau, presidente di Eurointelligence ed editorialista del Financial Times e del Der Spiegel.
In un editoriale sul Financial Times, Mà¼nchau punta il dito contro gli errori — “alcuni secondari, altri monumentali” — commessi dai principali protagonisti della campagna del “Sì”.
Tre, secondo Mà¼nchau, sono particolarmente evidenti.
“Il più grande — scrive l’editorialista — è l’intervento chiaramente coordinato di diversi politici europei di lungo corso, che all’unisono hanno ripetuto che una vittoria del ‘No’ avrebbe portato alla Grexit, a un’uscita della Grecia dall’Eurozona. Uno di questi era Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia tedesco e capo del Partito Socialdemocratico di Germania (Spd). Ha addirittura raddoppiato le sue minacce subito dopo l’uscita dei risultati. I greci hanno correttamente interpretato queste minacce come un tentativo di interferire con il processo democratico del loro Paese. La notizia la settimana scorsa che funzionari dell’Eurozona avevano cercato di bloccare l’ultima analisi del Fondo Monetario Internazionale sulla sostenibilità del debito non li ha certo aiutati […]. Il resto dell’Europa ha dato l’impressione di voler manipolare il referendum, e di non preoccuparsi neanche di nasconderlo”.
Quanto al secondo errore madornale, la campagna del “Sì” — sempre secondo Mà¼nchau — ha fallito nello spiegare come il programma di salvataggio sarebbe potuto funzionare dal punto di vista economico.
“Il referendum greco — scrive Mà¼nchau — ha unito economisti con visioni molto diverse sul funzionamento del mondo, tra cui Paul Krugman, Jeffrey Sachs e Hans-Werner Sinn. Non c’è nessuna teoria economica accreditata che sostenga che un’economia in depressione da otto anni abbia bisogno di un nuovo round di austerity per arrivare a un miglioramento economico”.
Il terzo “monumentale” errore, scrive ancora Mà¼nchau, è stata l’arroganza.
I sostenitori del “Sì” pensavano di avere la situazione in pugno.
“Ciò che ho trovato più irritante — prosegue l’editorialista — è stato l’argomento che la Grexit porterebbe a catastrofe economica, come se la catastrofe non fosse già avvenuta. Se sei stato disoccupato per gli ultimi cinque anni, senza alcuna prospettiva lavorativa, non fa differenza se i soldi che non hai sono denominati euro o dracme”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
E SU RENZI: “QUALCHE TWEET POTEVAMO RISPARMIARCELO”
“Forse qualche tweet potevamo risparmiarcelo: non è stato un derby tra euro e dracma ma un
referendum per cambiare la politica europea”.
Così Massimo D’Alema a Skytg 24, parlando della Grecia e rispondendo a chi gli chiedeva di commentare le posizioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Auspico – ha comunque aggiunto D’Alema – che l’Italia si adoperi per un accordo e non per una rottura. I greci hanno dimostrato di non avere paura, malgrado la pesantezza della posizione da parte europea”.
Massimo D’Alema, sempre a Sky Tg24 aveva detto. “Si dice: ‘Noi paghiamo le pensioni dei greci’. No! Noi paghiamo le banche tedesche, e di questi soldi i greci non sentono neanche l’odore”.
Sì conclude così l’intervista di Massimo D’Alema a RaiNews24 che sta diventando in queste ore un vero e proprio fenomeno dei social network, invadendo le bacheche degli utenti Facebook.
L’ex presidente del Consiglio è stato invitato dal canale all-news della Rai a commentare l’appello, di cui è firmatario insieme ad altre personalità tra cui i premi Nobel Stiglitz e Krugman, per chiedere alle autorità europee più flessibilità sul debito greco e sulle politiche di austerità .
D’Alema conclude la sua intervista con un esempio, volto a dimostrare perchè un’unione monetaria non possa funzionare senza un’unione di bilancio e perchè le disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri siano destinate ad aumentare senza un’unione politica.
“In Germania il costo del denaro è bassissimo”, spiega D’Alema, “quindi le banche tedesche raccolgono denaro a un costo quasi nullo. Con quei soldi comprano i titoli della Grecia, che essendo un paese a rischio paga tassi altissimi, il 15%. In questo modo guadagnano una montagna di soldi”.
In altri termini, attraverso la differenza dei tassi d’interesse, “enormi risorse si trasferiscono da un paese povero, la Grecia, a un paese ricco, la Germania. Il paese povero si impoverisce sempre di più, il paese ricco si avvantaggia sempre di più”.
Come se non bastasse questa contraddizione, continua il suo ragionamento l’ex premier, quando la Grecia non è più in grado di pagare, arrivano gli aiuti europei. “Noi abbiamo dato alla Grecia 250 miliardi di euro. Ma non per le pensioni dei greci, ma per pagare le banche tedesche”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
LE DIMISSIONI DI VAROUFAKIS FACILITANO LA TRATTATIVA
Tornare dai partner europei all’arrembaggio, forti del forte mandato popolare ricevuto dal
referendum, ma con una rosa in mano.
Un gesto distensivo, un segnale di apertura per dimostrare che le intenzioni della Grecia di trovare a tutti i costi un accordo sono reali.
L’addio di Yanis Varoufakis dall’incarico da ministero delle Finanze, affidato a un breve post sul suo blog preceduto da un semplice tweet, segna il primo gesto della seconda fase dell’era Tsipras.
Quella più complessa, in cui il premier sarà impegnato a dimostrare al 61% dei greci che la promessa di utilizzare il forte mandato popolare ricevuto dalla consultazione per risedersi al tavolo e ottenere un accordo migliore potrà presto diventare realtà .
Per farlo, il premier ha provato a giocarsi l’arma a sorpresa delle dimissioni del suo braccio destro.
Un sacrificio che contribuirà anche ad attutire, almeno in parte, la probabile caduta dei listini europei dopo il voto di domenica sera.
Il segnale è chiaro: vogliamo trattare. Anche, come suggeriscono le ultime indiscrezioni, costruendo una squadra di negoziatori che comprenda membri delle opposizioni, altro gesto di apertura da parte del premier greco.
Uscendo di scena nello stesso modo, non convenzionale ed eccentrico, con cui ci era entrato a fine gennaio, Varoufakis garantisce a Tsipras di presentarsi al prossimo confronto con i partner europei forte già di una prima significativa concessione.
A metà tra la stizza e il messaggio politico è stato lo stesso ministro delle Finanze greco ad usare parole cristalline per giustificare la propria scelta: “Subito dopo l’annuncio dei risultati del referendum, sono stato informato di una certa preferenza di alcuni membri dell’Eurogruppo e di ‘partner’ assortiti per una mia… ‘Assenza’ dai loro vertici, un’idea che il primo ministro ha giudicato potenzialmente utile per consentirgli di raggiungere un’intesa”, ha scritto Varoufakis, lasciando intendere che possa essere stato lo stesso premie a chiedergli un passo indietro. “Considero mio dovere aiutare Alexis Tsipras a sfruttare come ritiene opportuno il capitale che il popolo greco ci ha garantito con il referendum di ieri”, ha aggiunto l’ex ministro, “e porterò con orgoglio il disgusto dei creditori”.
Il messaggio è chiaro: vado via proprio per il motivo che pensate.
Anche se questo eccesso di chiarezza svela forse più la natura più tattica che realmente politica del passo indietro del ministro greco.
Sacrificando il ministro, Tsipras immagina di potere ritornare al tavolo del negoziato con due carte importanti: il robusto successo al referendum e la “testa” del proprio ministro, inviso all’Eurogruppo, dando anche un messaggio all’intero popolo greco, una dimostrazione che le intenzioni di compromesso manifestate nella settimana prima del voto erano reali.
Ma in questo modo cerca anche di ricondurre una rottura sostanziale tra due posizioni che in quattro mesi non sono state in grado, salvo le ultime tre settimane, di dialogare veramente, a una questione quasi personale.
Quasi che il problema fosse davvero il carattere del ministro Varoufakis. In altre parole, concedere un alibi in meno.
Anche per questo saranno essenziali le prossime ore, quando nella scelta del successore Tsipras darà un’indicazione importante sull’identità di questa sua “seconda fase.
In corsa, per la stampa greca ci sarebbero tre nomi.
Il vice premier Yannis Dragasakis, capofila dell’ala dialogante e scelta preferita da Alexis Tsipras, anche se non avrebbe mostrato interesse per questa carica.
Altro nome in pista è quello di George Stathakis, attuale ministro per lo Sviluppo, scelta che però provocherebbe un mini rimpasto di governo.
Infine Euclid Tsakalotos, il capo della squadra negoziale ellenica, che da tempo aveva sostituito Varoufakis nei rapporti con i partner internazionali.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
“PORTERO’ CON ORGOGLIO IL DISPREZZO DEI CREDITORI”…BORSE UE APRONO TUTTE IN ROSSO
Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha annunciato stamane a sorpresa le proprie dimissioni, dopo il trionfo del no alle proposte della ex troika al referendum di domenica.
L’addio, spiega sul suo sito web personale l’economista, punta a favorire un nuovo accordo tra il premier Alexis Tsipras e la ex troika.
Che dovrebbero leggere come un atto di distensione il passo indietro di colui che in questi cinque mesi si è più volte scontrato frontalmente con i colleghi dell’Eurogruppo e solo sabato ha accusato i creditori di “terrorismo” nei confronti di Atene.
“Subito dopo l’annuncio dei risultati del referendum”, scrive Varoufakis nel lungo messaggio pubblicato su yanisvaroufaskis.eu e intitolato Minister no more!, “sono stato messo al corrente di una certa preferenza da alcuni partecipanti dell’Eurogruppo e ‘partner’ vari per una mia… ‘assenza’ dalle loro riunioni. Considero mio compito aiutare Alexis Tsipras a utilizzare, come gli ritiene opportuno, il capitale che il popolo greco gli ha concesso ieri attraverso il referendum”.
L’economista naturalizzato australiano comunque non si smentisce e non risparmia nuove stoccate: “Porterò con orgoglio il disprezzo dei creditori”.
Poi la promessa di “pieno supporto a Tsipras, al nuovo ministro delle Finanze e al governo. “Lo sforzo sovrumano per onorare il coraggioso popolo greco e il famoso No che hanno garantito ai democratici di tutto il mondo è appena cominciato”.
La nomina del successore è prevista a breve, dopo un incontro dei leader politici programmato dopo le 9 di stamattina .
L’incognita sulla possibilità di riavviare i negoziati — Il premier nei giorni scorsi aveva detto che “entro 48 ore” dai risultati del voto puntava a firmare un’intesa con i creditori.
I quali però domenica sera, davanti alla vittoria di quello che alcuni leader leggono come un no all’Europa, hanno ribadito che questo esito complica molto lo scenario.
Il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel si è spinto a dire che “la Grecia ha rotto i ponti per il compromesso” e il presidente dell’Eurogruppo Jerom Dijsselbloem ha bollato il risultato come “molto deplorevole per il futuro” del Paese.
Per le banche d’affari, l’esito delle urne aumenta le probabilità di un’uscita di Atene dall’Eurozona: Jp Morgan ritiene che la Grexit sia ora lo “scenario base” e che potrebbe avvenire “in circostanze caotiche“.
Anche gli analisti di Barclays, in un rapporto diffuso domenica sera, scrivono che ora “l’uscita è lo scenario più probabile”.
Al contrario Goldman Sachs e Citigroup vedono la possibilità di una permanenza nel club della moneta unica. Citigroup, in particolare, prefigura una situazione di “limbo” che potrebbe durare mesi o anni.
Banche appese alle decisioni della Bce
L’addio di Varoufakis — che tre giorni fa le dimissioni le aveva in effetti preannunciate, ma come “minaccia” nel caso in cui avesse vinto il sì – arriva nel giorno in cui è attesa una nuova riunione del consiglio della Bce.
Nelle cui mani c’è ora il futuro delle banche elleniche, chiuse da lunedì scorso.
Il ministro dimissionario aveva promesso che gli istituti avrebbero riaperto i battenti martedì 7, senza però spiegare come questo sarebbe stato possibile visto che, come ammesso dalla numero uno dell’associazione bancaria ellenica Louka Katseli, nonostante il tetto di 60 euro ai prelievi al bancomat e i controlli sui movimenti dei capitali il cuscinetto di liquidità che hanno a disposizione basta solo fino a oggi. L’Eurotower deve ora valutare se riaprire o chiudere del tutto il rubinetto della liquidità di emergenza (Ela) che ha consentito agli istituti di operare da febbraio a oggi e domenica 28 giugno è stato congelato a quota 89 miliardi di euro.
Le condizioni per concedere l’Ela sono che le banche siano solvibili e che possano offrire a garanzia un collaterale adeguato, cosa che ora è in discussione visto che il Paese è ufficialmente in default.
In teoria, la Bce potrebbe anche chiedere alle banche di restituire i fondi ricevuti finora.
Ma è evidente che la decisione verrà presa alla luce delle conseguenze per il resto dell’Eurozona. Il board dei governatori presieduto da Mario Draghi potrebbe comunque rimandare la decisione a martedì, dopo l’Eurosummit straordinario dei leader europei convocato per le 18.
In mattinata è prevista una conference call tra lo stesso Draghi, il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e il presidente dell’Eurosummit Donald Tusk.
Avvio in calo per le borse europee.
Lo spread apre in rialzo, poi ripiega a 159 punti
Il giorno dopo la vittoria dei no, Piazza Affari ha aperto la seduta in rosso del 2,9%. Parigi in avvio segna -2,06, Francoforte -1,87%, Madrid -1,7%, Londra -1,08%. A Milano sono pesanti soprattutto i titoli bancari, con Mps sospesa in asta di volatilità poco prima delle 10, quando cedeva oltre il 5%.
Limitate rispetto alle attese, invece, le ripercussioni sul mercato obbligazionario: il rendimento dei titoli di Stato dei Paesi periferici, a partire da quelli italiani, sale ma non oltre i livelli della scorsa settimana.
Il rendimento dei Btp in avvio era al 2,36%, cosa che ha portato il differenziale rispetto ai Bund tedeschi (spread) a 165 punti rispetto ai 145 di venerdì.
Dopo la fiammata iniziale, il rendimento del decennale è calato al 2,33% e lo spread è sceso a 159 punti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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