Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
CI PERDONO NON SOLO I MANAGER, MA ANCHE I PENSIONATI SOPRA I 1100 EURO, LE IMPRESE, CHI ANDRA’ IN PENSIONE CON QUOTA 100 (- 20% SULL’ASSEGNO MENSILE)
“Ci sentiamo traditi da questa manovra”. Giorgio Ambrogioni è il presidente di Cida, la
Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità . Dentro ci sono 25mila dirigenti pubblici e privati: avvocati, magistrati, medici, diplomatici, prime linee del mondo dell’industria che conta, da Tim e Leonardo.
Si definiscono “furiosi” perchè tirati dentro alla lista della resa che il governo gialloverde ha dovuto mettere sul piatto di Bruxelles per portare a casa la manovra ed evitare la procedura d’infrazione. Il taglio delle pensioni d’oro e l’ecotassa hanno scoperchiato il vaso della pazienza. Non ci stanno a passare come la casta e quindi a tollerare altri sacrifici. “Siamo di fronte a un vero e proprio esproprio di dimensioni inaccettabili”, tuona il loro rappresentante in un colloquio con Huffpost.
I manager sono sul piede di guerra. Pronti a ricorrere alla Corte Costituzionale per bloccare il disegno del governo sull’accetta che pende sugli assegni d’oro a partire da 100mila euro lordi l’anno. Scendendo dentro alla misura, Ambrogioni spiega che si sentono “traditi” da Lega e 5 Stelle, e perciò “furiosi”, perchè la percentuale di prelievo è stata aumentata all’ultimo momento. “Si era partiti da un aggancio solidaristico da realizzare tramite una verifica dei contributi versati e si è arrivati a tagliare a prescindere da questi stessi contributi”.
La rabbia ha toccato i livelli di guardia. “Siamo molto ma molto amareggiati perchè molte delle pensioni dei manager, se ricalcolate in base al contributivo, aumenterebbero invece di diminuire”. Non solo.
Quello che infastidisce è anche la reiterazione dei sacrifici richiesti perchè, incalza ancora il numero uno di Cida, “sarebbe il terzo negli ultimi cinque anni”. Si fanno subiti i conti. Due contributi di solidarietà pagati negli ultimi cinque anni, l’ultimo dei quali scaduto a fine 2017. Otto blocchi, parziali o totali, dell’adeguamento degli assegni al costo della vita.
Il risultato è la diminuzione del loro valore: il 20% in meno. È qui che si innesta la considerazione del non volere essere considerati dei privilegiati che devono pagare il conto della legge di bilancio. Lo spiega ancora Ambrogioni: “Siamo stati additati come insensibili ed egoisti, ma la gente che io rappresento viene dal ceto medio. Sono persone che si sono affermate assumendosi rischi e responsabilità , hanno conseguito risultati e ora viene tutto negato. Così si nega il merito”.
L’ira di una grande fetta del management italiano si scaglia anche sull’ecotassa.
Perchè dopo le diatribe tra Lega e 5 Stelle, il punto di caduta finale della norma ha tutelato le utilitarie, gravando invece in modo oneroso sui Suv e in generale le auto di grossa cilindrata. Qui l’angolatura è quella della protesta contro una misura che “deprime i consumi e mette un settore in serie difficoltà “. Cosa vogliono, invece, i manager? “Abbiamo bisogno di smuovere il mercato interno, di riattivare gli investimenti, non di deprimerli”, chiosa Ambrogioni.
La lista di chi paga il conto della manovra non comprende solo i manager.
Se si guarda dentro al capitolo pensioni emerge infatti un ulteriore identikit del cittadino che rimane scottato dalle norme che si apprestano a essere votate in via definitiva dal Parlamento.
È il caso, ad esempio, dell’impiegato in pensione con 30mila euro lordi l’anno. Pagherà anche lui, e caro, a causa del blocco dell’adeguamento del valore dell’assegno pensionistico al costo della vita. C’è una soglia, pari a 1.522 euro lordi al mese (circa 1.100 euro netti) oltre la quale scatterà il blocco della rivalutazione.
Al governo serve per incassare circa 253 milioni, che vanno aggiunti alle altre risorse che si otterranno attraverso tagli e nuove tasse per arrivare a 10 miliardi, il prezzo imposto da Bruxelles per l’ok alla manovra. Per l’impiegato pubblico, invece, è un sacrificio.
A spiegarlo è Stefano De Iacobis, coordinatore del Dipartimento previdenza della Fnp-Cisl: “Chi pagherà di più sarà chi recepisce una pensione tre volte superiore al minimo (1.522 euro lordi ndr), cioè l’impiegato, il pensionato del ceto medio, chi percepisce 30mila euro lordi l’anno”.
È guardando ai numeri che si capisce il perchè. Le nuove norme, infatti, allargano il valore dell’adeguamento rispetto alle regole attuali, ma il primo gennaio 2019 era prevista l’entrata in vigore di una legge – la 388 – voluta da Romano Prodi, ma poi bloccata da Silvio Berlusconi e a seguire da tutti gli altri governi. La 388 sarebbe stata più vantaggiosa in termini di adeguamento dell’assegno. Con il quadro scelto dall’attuale governo, invece, questa fascia di pensionati perderà il 5 per cento.
Allargando la prospettiva sul tema previdenziale, una delle due misure cardine della manovra, cioè la quota 100 (62 anni di contributi sommati a 38 anni di età per uscire prima dal lavoro), rischia di creare problemi al pensionato del ceto medio-basso.
I più penalizzati sono quelli che provengono dal settore pubblico, cioè gli statali.
De Iacobis, infatti, spiega come il pensionato che aderirà alla quota 100 andrà a perdere il 20% e non per il sistema di calcolo, ma solamente perchè si va in pensione a 62 anni e quindi la perdita si registra a causa degli anni che vengono a mancare tra appunto i 62 e l’età pensionabile prevista attualmente dalla riforma Fornero (in media 67 anni).
Chi paga, ancora, sono gli imprenditori.
Più per assenza di norme in loro sostegno che per misure punitive. Più quelli medi rispetto ai piccoli. Fatta eccezione per l’intervento sull’Ires (l’imposta sul reddito delle società ) che passa dal 24% al 15%, e per il rifinanziamento dell’iper e super ammortamento messi in campo dagli ultimi governi del Pd, il resto sono briciole.
I piccoli imprenditori e le persone fisiche con partite Iva dal bacino contenuto incassano una mini flat tax: tassazione agevolata solo fino a 65mila euro.
I contraccolpi, invece, si sentiranno eccome perchè la tassa piatta annulla il maggiore beneficio che si otteneva fino ad oggi dal combinato disposto Iri-Ace, cioè l’imposta sul reddito patrimoniale e l’agevolazione introdotta nel 2011 per favorire il rafforzamento della struttura, sempre patrimoniale, delle imprese. In altre parole: il carico fiscale non diminuisce, anzi in alcuni casi aumenta. La perdita per gli imprenditori, in termini di sgravi, è di 2 miliardi.
Dall’accordo con Bruxelles è emersa l’ultima mazzata: stop al credito d’imposta goduto da quei soggetti che approntano investimenti in beni strumentali nuovi. E ancora abrogazione del credito d’imposta per l’Irap, l’imposta sulle attività produttive, che fino ad oggi era concessa a quelle imprese che impiegano lavoratori a tempo indeterminato.
C’è però anche chi incassa dalla legge di bilancio. O comunque ne beneficia.
È chi ha una pensione minima, pari a 513 euro netti al mese: con la pensione di cittadinanza, voluta dai 5 Stelle, arriverà a 780 euro.
Godrà degli effetti della manovra anche chi oggi non ha un lavoro con il reddito di cittadinanza, misura che al di là della sua natura assistenzialista, va a impattare – nelle previsioni dei pentastellati – su una platea di 5 milioni di cittadini, giovani e non.
E poi la quota 100, che farà contento chi vorrà andare uscire prima: sono quei pensionati che mettono in conto un valore dell’assegno più basso, quelli che hanno una pensione così alta che possono permettersi il lusso di sopportare la decurtazione e anche il divieto di cumulo con altri redditi da lavoro. Bontà loro, si potrebbe dire.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
PER SALVINI E’ COLPA DEI GOVERNI PRECEDENTI: CERTO, QUELLE CHE MISE BERLUSCONI NEL 2011, RELATORE IL LEGHISTA GIORGETTI
Il giorno dopo è quello delle scuse e delle giustificazioni. L’accordo al ribasso con Bruxelles ha reso evidente a tutti (o quasi) come la brillante strategia dell’andare a fare la voce grossa con una Commissione con il mandato in scadenza non sia servito a nulla.
La Manovra del Popolo frutto dell’accordo con la Commissione non è quella annunciata dal balcone di Palazzo Chigi da Di Maio e non è nemmeno quella approvata dalla Camera (a proposito di centralità del Parlamento). È un’altra cosa.
Ma la nuova manovra con bollinatura di Bruxelles non comporta solo una riduzione delle risorse disponibili per mantenere tutte le promesse del governo del Cambiamento.
Per quello poco importa perchè tanto la povertà è stata già abolita per decreto.
Perchè il segreto del clamoroso successo di Conte in Europa è tutto in una promessa: quella di trovare 38 miliardi di euro aggiuntivi in tre anni. Come fare?
La risposta è in alcune paroline magiche clausola di salvaguardia dell’IVA.
Le cosiddette clausole di salvaguardia sono norme che prevedono la variazione automatica di specifiche voci di tasse e imposte con efficacia differita nel tempo rispetto al momento dell’entrata in vigore della legge che le contiene.
Sono dette di salvaguardia in quanto finalizzate a salvaguardare il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica definiti dal Governo per gli anni in cui le variazioni diventano efficaci.
Dopo l’accordo con la Commissione salta la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia su Iva e accise nel 2020 e 2021.
Significa che nel 2019 l’Iva non aumenterà ma che invece — se il governo non troverà altrove le risorse — lo farà nei prossimi anni. E non stiamo parlando di qualche misero decimale o di poche decine di milioni.
La cifra che il governo dovrà recuperare per scongiurare l’aumento dell’Iva è di 24 miliardi di euro. L’alternativa ovviamente è l’aumento della tassa sui consumi, che non essendo progressiva (ma questo è il governo della Flat Tax, checcefrega) colpirà in misura maggiore i ceti meno abbienti.
Secondo Salvini però tutto questo non succederà : «l’Iva non aumenta. Non l’abbiamo aumentata per quest’anno e non l’aumenteremo nei prossimi anni. È un altro dei regalini che abbiamo ereditato dai governi precedenti, come la fatturazione elettronica».
La colpa quindi per il ministro dell’Interno è dei governi precedenti.
E Salvini lo sa bene visto che il primo a mettere le clausole di salvaguardia fu Silvio Berlusconi nel 2011 con la famosa manovra di Ferragosto che aveva disposto l’aumento dell’aliquota Iva dal 20 al 21%.
Se Salvini non ci crede può chiederlo al relatore di maggioranza della manovra economica del 2011 (nonchè presidente della Commissione Bilancio). Dovrebbe conoscerlo, si chiama Giancarlo Giorgetti, è della Lega e attualmente è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Detto questo e appurato che la Lega condivide con i famigerati governi precedenti questa responsabilità (anzi faceva parte del governo che hai inventato il meccanismo) bisogna ricordare a Salvini che a mettere le clausole di salvaguardia sul 2020 e sul 2021 non sono quelli di prima ma quelli di adesso.
Ovvero il governo Conte del quale risulta anche il ministro dell’Interno faccia parte. Sarebbe quindi bene che da ministro, da papà e leader politico Salvini si prendesse le sue belle responsabilità .
Altro caso patologico è rappresentato dal vicepremier Luigi Di Maio che a Radio Capital ha dichiarato che «non c’è l’aumento di Iva quest’anno e non ci sarà l’anno prossimo. Abbiamo disinnescato le clausole per quest’anno e le disinnescheremo anche l’anno prossimo».
A questo punto sarebbe interessante che Di Maio abbandonasse la politica degli annunci e dei tatticismi (che sono serviti eccome a fregare quei cattivoni di Bruxelles) ci dicesse come intende farlo.
Per caso da qualche parte, in qualche scaffale o stanzetta di manine dei ministeri Di Maio sa che esistono 24 miliardi di euro per il 2020 e altrettanti per il 2021?
Per fare un confronto le clausole di salvaguardia per sterilizzare l’aumento dell’Iva nel 2019 (quelle lasciate da Gentiloni) ammontano a circa 12,5 miliardi di euro.
Le clausole vigenti prevedono un aumento dell’IVA ordinaria al 24,9% nel 2020 e al 25% a decorrere dal 2021, nonchè un aumento delle accise sui carburanti tale da produrre un gettito di 400 milioni a decorrere dal 2020.
Ma Salvini lo sa? Non era quello che aveva promesso di togliere le accise entro un mese?
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
NELLA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA E’ PREVISTO UNA MAGGIORE ENTRATA DALLE ACCISE PARI A 400 MILIONI
Sembra ieri quando Matteo Salvini annunciava urbi et orbi che al primo consiglio dei ministri
avrebbe abolito le accise sulla benzina.
Ma oggi è un altro giorno, e per questo è stato presentato ieri sera in commissione Bilancio del Senato il pacchetto di emendamenti al Ddl di Bilancio messo a punto dal Governo per arrivare ad un accordo con Bruxelles sulla manovra che ora, come riferito dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, vale 31-32 miliardi.
Tra le principali novità c’è un incremento delle clausole di salvaguardia relative a Iva ed accise sui carburanti che per il 2020 e il 2021 valgono rispettivamente 23 miliardi e 28,7 miliardi (con un incremento tra clausola originaria e quella proposta di 9,4 e 13 miliardi).
In particolare, secondo la tabella allegata ci si aspetta nuovi incassi pari a 400 milioni di euro dall’aumento delle accise sulla benzina nel triennio 2020-2021-2022.
E allora non può che tornare in mente “l’impegno concreto, realizzabile, fattibile” di togliere le accise al primo consiglio dei ministri preso da Matteo Salvini durante la campagna elettorale e precisamente in un video pubblicato il primo marzo, a tre giorni dal voto. “Cosa faccio se vinco le elezioni? Faccio giustizia e taglio”.
Ovvero 72 centesimi in totale di tagli alle accise promessi da Salvini.
Il primo consiglio dei ministri del governo Conte si è già celebrato da un po’, nel frattempo è arrivato anche il secondo, il terzo e così via. Ma della promessa di tagliare le accise sulla benzina non c’è più traccia.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
PROTESTE ANCHE PER L’ASSURDO RADDOPPIO DELL’IRES AGLI ENTI DI BENEFICIENZA: DAL 12% AL 24%, GRILLINI E LEGHISTI NON AMANO CHI FA QUALCOSA PER IL PROSSIMO
Dopo i produttori di auto per l’ecotassa, i sindacati del pubblico impiego e il presidente dell’Inps, Tito Boeri, per il congelamento delle assunzioni nella Pa, gli Ncc, la Manovra crea altro malcontento, legato ad un emendamento dei relatori depositato al Senato: la modifica si è già guadagnata l’appellativo di ‘sfascia cenri-storici’.
“M5S e la Lega hanno deciso di sfasciare e vendere alla speculazione edilizia i centri storici delle nostre città . Lo prevede la norma 223-decies del maxiemendamento del governo alla Manovra presentato dai relatori al Senato per consentire un’entrata, secondo il ministro Tria, pari a 3 miliardi di euro”, denunciano Angelo Bonelli, Sauro Turroni e Claudia Mannino.
“L’emendamento modifica con una ‘interpretazione'”, spiegano, la legge con la quale il governo Berlusconi “cercò di cartolarizzare immobili pubblici dello Stato delle Regioni, di province e Comuni nonchè delle Ferrovie e di altri enti con l’obiettivo di fare cassa”.
Con questa norma – osservano gli ecologisti – “si potrà demolire e ricostruire, con buona pace della conservazione dell’antico tessuto edilizio e della stessa identità dei luoghi, e si consentirà ogni cambio destinazione d’uso possibile. E’ un via libera alla manomissione delle città . In questo modo si potranno realizzare, anche nei centri storici delle nostre città , negli immobili pubblici centri commerciali, nuove residenze, demolizione e ricostruzione di immobili di pregio storico come accaduto nel quartiere Coppedè a Roma. E’ speculazione edilizia fatta per legge”.
Secondo Bonelli “Berlusconi, confrontandolo con Salvini e Di Maio, possiamo dire che è diventato il maestro superato dai suoi allievi”.
La Cei si scaglia invece contro l’aggravio dell’Ires contenuto in manovra per gli enti no profit.
“Vogliamo sperare che la volontà di realizzare alcuni obiettivi del programma di governo non venga attuata con conseguenze che vanno a colpire fasce deboli della popolazione e settori strategici a cui è legata la stessa crescita economica, culturale e scientifica. Se davvero il parlamento procedesse con la cancellazione delle agevolazioni fiscali agli enti non commerciali, verrebbero penalizzate fortemente tutte le attività di volontariato, di assistenza sociale, di presenza nell’ambito della ricerca, dell’istruzione e anche del mondo socio-sanitario”. Lo dichiara Stefano Russo, segretario generale della Cei.
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
TAGLIATI 4,2 MILIARDI DI INVESTIMENTI, MINORE INDICIZZAZIONE DELLE PENSIONI ALL’INFLAZIONE, NUOVE TASSE
Pur di mantenere il reddito di cittadinanza e quota 100, il governo ha inserito in manovra nuovi
tagli, altre tasse, meno investimenti e il rinvio delle promesse assunzioni per la pubblica amministrazione.
L’accordo con l’Unione europea per evitare una procedura di infrazione per debito eccessivo ha dunque, per scelta di Lega e Cinque stelle, un costo salato.
Il premier Giuseppe Conte ha svelato davanti al Senato l’esito della trattativa con Bruxelles, senza i due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i quali possono però dire di aver portato a casa le due misure bandiera con quasi cinque miliardi in meno di stanziamenti (le risorse calano da 16 a 11 miliardi: da 9 miliardi a 7,1 per il reddito e da 6,7 miliardi a poco più di 3,9 per le pensioni).
Per soddisfare quindi le promesse elettorali si stringono i cordoni e una sfilza di norme introducono tagli e nuovi balzelli.
Aumenti Iva
A partire dall’aumento dell’Iva per il 2020 e il 2021, come previsto dal maxiemendamento presentato in serata dal governo che recepisce l’intesa con l’Ue: in pratica l’esecutivo non disinnesca (almeno per ora) le clausole di salvaguardia, strumento da sempre criticato dai grillini e ora utilizzato invece per far quadrare i conti. Gli aumenti sono di 23 miliardi nel 2020 e quasi 29 nel 2021 e nel 2022. L’aliquota ridotta del 10% passerebbe così dal 2020 al 13% mentre l’aliquota al 22% passerebbe nel 2020 al 25,2% e nel 2021 al 26,5%.
Tagli agli investimenti
L’impatto più grande dei tagli è quello relativo agli investimenti, che si riducono di 4,2 miliardi il prossimo anno (a cui si aggiungono i 4,6 miliardi risparmiati per il reddito e controriforma delle pensioni: in tutto dunque 10 miliardi di risparmi). Il ministro dell’Economia Giovanni Tria spiega che verranno comunque recuperati con la flessibilità concessa da Bruxelles da 0,2 punti di Pil, quasi quattro miliardi non conteggiati nel deficit e destinati a infrastrutture (tra cui il ponte di Genova) e dissesto idrogeologico.
Colpite le imprese
Vengono poi colpite direttamente le imprese con l’abrogazione del credito di imposta relativo alle deduzioni forfettaria in materia di Irap, l’abrogazione del credito di imposta in favore di soggetti che acquistano beni strumentali nuovi e dell’aliquota ridotta Ires in favore degli enti non commerciali (in tutto si stimano risparmi per 400 milioni). Ci sono poi le Ferrovie dello Stato a cui vengono tagliati 600 milioni di euro: risorse che saranno restituite a rate dal 2022. Fs però ha già garantito che questo buco verrà riempito con risorse proprie. Altri tagli sono destinati ai finanziamenti per le politiche comunitarie, 850 milioni, e al fondo sviluppo e coesione sociale, 800 milioni di euro.
Tagli alle pensioni
Sui cittadini invece avranno un impatto gli interventi relativi alle pensioni. In manovra si prevedono tagli per quelle superiori ai 5 mila euro netti e il raffreddamento dello schema di indicizzazione degli assegni: il tutto dovrebbe valere circa 300 milioni, mentre Di Maio aveva addirittura promesso un miliardo di introiti.
I tagli, che durano cinque anni, riguarderanno le pensioni oltre i 100 mila euro lordi, come chiesto dalla Lega. Cinque le fasce individuate: tra i 100 mila e i 130 mila il taglio sarà del 15%, del 25% tra 130 mila e 200 mila, del 30% fra i 200 mila e i 350 mila. Per quelle fra i 350 mila e i 500 mila l’asticella sale al 35% e oltre i 500 mila euro arriverà al 40%. Le pensioni inoltre saranno rivalutate al 100% per gli importi fino a 1.521 euro mensili. Per gli assegni superiori è previsto un «raffreddamento» dell’adeguamento all’inflazione: quelli fino a 2.535 euro del 90% e quelli superiori del 75%.
Nuove tasse
Ci sono infine nuove tasse: su scommesse e gioco d’azzardo, da cui il governo punta a recuperare 450 milioni, e la web tax giallo-verde al 3% (150 milioni). Brutta notizia poi per la Pubblica amministrazione. Viene rinviata la presa di servizio per gli assunti al 15 novembre, un provvedimento che dovrebbe coinvolgere circa 100 mila lavoratori. Sempre in tema di Pa, viene modificato il codice degli appalti: sarà possibile affidare lavori senza gara dai 40 mila ai 150 mila euro.
Fondi per Roma e dismissioni
Torna la misura per rattoppare le buche di Roma, inizialmente bocciata, attraverso un emendamento presentato dal Movimento cinque stelle: 40 milioni per il 2019 e 20 per il 2020. Infine deve essere messo a punto «entro il 30 aprile» il nuovo programma di dismissioni immobiliari che punta a ottenere non meno di 950 milioni nel 2019 e altri 150 milioni l’anno nel 2020 e 2021.
(da “la Stampa”)
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Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
LA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA IVA: A FINE 2019 IL GOVERNO DOVRA’ TROVARE 24 MILIARDI PER EVITARE L’AUMENTO DELL’IVA DI 4 PUNTI
Le parole magiche sono clausola di salvaguardia IVA: grazie al meccanismo che prevede
l’aumento dell’Imposta sul Valore Aggiunto il Governo dell’Avvocato del Popolo Giuseppe Conte ha ottenuto dall’Europa l’ok alla Manovra del Popolo.
Ma è importante soprattutto il prezzo che è costato l’accordo: il conto totale ammonta a 38 miliardi di euro.
Le variazioni alla manovra prevedono un risparmio di spesa di circa 38 miliardi spalmati sul prossimo triennio. I risparmi saranno pari a 10,2 miliardi nel 2019, a 12,2 miliardi nel 2020 e a 15,9 nel 2021.
Anche le stime di crescita del PIL sono state riviste al ribasso e le nuove previsioni di crescita ipotizzano un aumento della ricchezza dell’1% per il prossimo anno e dell’1,1% nei due anni successivi.
Per realizzare i risparmi di spesa previsti per quest’anno (2,7 miliardi dalle pensioni e 2 miliardi dal reddito di cittadinanza) verranno introdotte le «finestre» per il pensionamento e un tetto Isee e di 5.000 euro sul conto in banca per il reddito di cittadinanza.
Altri risparmi verranno dalla creazione di un fondo di accantonamento di 2 miliardi di euro e da un taglio di 2,2 miliardi agli investimenti. Queste misure permetteranno un risparmio complessivo di circa 8,9 miliardi.
Per arrivare alla correzione del saldo di bilancio di 10,2 miliardi è previsto un gettito di 0,5 miliardi di euro dall’introduzione della web tax, di 0,5 miliardi dalla tassa sui giochi e di 0,3miliardi dai tagli alle pensioni d’oro e agli incentivi alle imprese.
Nel 2020 dovranno aggiungersi altre misure, perchè la sforbiciata rispetto alla versione originale della manovra sale a 12,2 miliardi, e altre nel 2021, quando ne serviranno 15,9.
Oltre all’eventuale sterilizzazione dell’Iva che scatterà nel 2020, portando l’aliquota fino al 26,5% nel 2021. Ma non basta, perchè bisogna anche tagliare il debito: i 18 miliardi di dismissioni preventivate, obiettivo già molto ambizioso, diventano 19 per il prossimo anno.
A fine 2018 quindi la maggioranza di governo sa che dovrà in qualche modo reperire la cifra-monstre di 24 miliardi di euro per scongiurare gli aumenti dell’IVA e sterilizzare le clausole di salvaguardia.
L’alternativa è l’aumento dell’imposta più importante sui consumi, con conseguente (e probabilissimo) crollo dei settori dell’economia più esposti al problema.
Si parla di un aumento non di due, ma almeno di tre o quattro punti: è stato concordato infatti un rafforzamento delle clausole di salvaguardia che passano per il 2020 dalla attuale e prevista cifra di 13,7 miliardi a 23,1 miliardi e nel 2021 da 15,6 a 28,7 miliardi. O li troveremo o aumenterà l’Iva.
Spiega oggi Il Sole 24 Ore che a offrire i numeri precisi sono le tabelle allegate alla lettera a Bruxelles.
Rispetto alla versione di ottobre, l’Iva cresce di 9,41 miliardi nel 2020 e di 13,183 nel 2021.
Sommati alle clausole che erano ancora presenti nella vecchia manovra, significa che il tutto poggia su aumenti da 51,9 miliardi in due anni (22,9 il primo e 29 il secondo). Si tratta di un’incognita pesante sui saldi, di cui Bruxelles ha scelto di tenere conto a differenza del passato. Proprio la freddezza europea sulle clausole, fin qui bloccate dall’Italia, ne aveva evitato l’inserimento nel primo dossier mandato alla commissione. Ma la mossa si è poi rivelata indispensabile per far quadrare i conti almeno sulla carta.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
“CI PERDE LA STABILITA’ ECONOMICA ITALIANA”
Carlo Cottarelli, l’economista che ha sfiorato Palazzo Chigi nei giorni della crisi istituzionale, sulle
colonne della Stampa non vede l’Italia uscire certo tra i vincitori perchè “per i conti pubblici aumentano i pericoli”.
Magari non nel breve termine, ma “la legge di bilancio che esce non fa nulla nè per la crescita, nè per i conti pubblici”.
Si è partiti con Giovanni Tria che annunciava l’1,6% di deficit/Pil, il Governo che puntava al 2,4% e il compromesso trovato al 2%.
“Cose da mercato rionale” scrive Cottarelli, “solo che al mercato rionale ce la si sbriga in pochi minuti, non in mesi di negoziazione e incertezza”.
In questo contesto le parti possono rivendicare qualche risultato: “La Commissione può vantare di essere riuscita a ottenere misure aggiuntive per oltre 10 miliardi, e non sono poco, senza rinunciare alla possibilità di riaprire la questione a inizio marzo, quando i conti del 2018 saranno pubblicati. Il Governo può vantare di aver mantenuto le due principali misure promesse agli elettori: la controriforma delle pensioni e il reddito di cittadinanza. Gli stanziamenti iniziali sono stati ridotti: ci viene detto che hanno fatto meglio i calcoli e si sono accorti che servono meno soldi. Il fatto è di per sè preoccupante (avevano sbagliato i calcoli?), ma in realtà nessuno può verificare quanto la spiegazione data sia vera, perchè i dettagli di questi provvedimenti non erano mai stati annunciati”.
Cottarelli sa bene chi perde in tutta questa vicenda.
“Ci perde la stabilità economica italiana. La legge di bilancio rappresenta, ancora una volta, un prolungamento dello status quo […] Insomma il Governo del cambiamento non ha cambiato nulla, tranne forse cambiare idea sulla possibilità , per un Paese ad alto debito come il nostro, di usare la leva della spesa pubblica per sostenere il Pil. Il prolungamento dello status quo nei nostri conti pubblici aumenta però i rischi perchè riduce il tempo a disposizione prima che l’economia mondiale ed europea rallenti, prima che il sentimento sui mercati finanziari internazionali si indebolisca, prima che una qualunque spinta recessiva porti a una umento del rapporto tra il nostro debito pubblico e il Pil, e a una nuova crisi di fiducia. Ci perdono le prospettive di crescita dell’economia italiana”
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
LA FREGNACCIA DELLA COMMISSIONE CHE CI VOLEVA IMPORRE L’1,6% DEL RAPPORTO DEFICIT-PIL: L’AVEVA DETTO TRIA, NON LA UE
Deve essere difficile trovarsi improvvisamente a dover passare dalla parte dell’inflessibile Torquemada dei governi precedenti non eletti dal Popolo a quella dell’avvocato difensore del Cambiamento.
Fortunatamente Marco Travaglio è un uomo che adora le sfide e da quando si è insediato il governo presieduto dall’Avvocato del Popolo non eletto dal Popolo si sta dando un gran da fare per raccontarci le magnifiche sorti e progressive dell’inedita coalizione Lega-MoVimento 5 Stelle.
Ieri a Otto e Mezzo il direttore del Fatto Quotidiano aveva dinnanzi a sè un compito assai arduo: difendere la Manovra del Popolo che Conte, Di Maio e Salvini si sono fatti riscrivere dal Bruxelles. Come fare?
Le armi della fredda logica e dei numeri non erano senz’altro sufficienti. Serviva qualche fuoco d’artificio per abbagliare gli ascoltatori e illuminare realtà alternative, alternative facts, come li chiamano quelli troppo pudichi per parlare di fake news.
Ieri Travaglio ci ha spiegato quella che secondo lui è stata la genesi del famoso 2,04% nel rapporto tra deficit e Pil. Travaglio, che non usa più da tempo il termine inciucio, ieri ha detto in buona sostanza che i governi precedenti (quelli degli inciucisti non eletti dal popolo) si facevano scrivere le manovre da Bruxelles.
Per il governo del Cambiamento — che Travaglio definisce «plebiscitato dagli elettori» anche se gli elettori avevano votato per due coalizioni differenti con due programmi differenti — le cose sono diverse.
Il direttore del Fatto ha parlato di trattativa, accordo, compromesso ed infine successo. Perchè la Commissione «ci voleva impiccare all’1,6% di rapporto deficit/Pil» e aver ottenuto il 2,04% consente al governo di fare tante belle cose come il Reddito di Cittadinanza e Quota 100.
Farle poco e male perchè con 10 miliardi in meno e rinunciando a 6,5 miliardi di euro di spesa in deficit significa avere meno soldi.
E il governo dovrà trovare anche i 2,4 miliardi di euro per non far scattare le clausole di salvaguardia sull’IVA.
Ma tutta la storia della Commissione che ci voleva imporre un draconiano 1,6% diventa ancora più ridicola se leggiamo il Fatto Quotidiano di oggi.
L’articolo di Stefano Feltri pubblicato sul giornale diretto da Marco Travaglio ricorda chi era quello che voleva il rapporto defict/Pil al’1,6% (al punto di arrivare a minacciare le dimissioni): il ministro dell’Economia Giovanni Tria.
Ora noi non sappiamo se questa informazione, pubblicata sul giornale di Travaglio,sia attendibile per Travaglio.
Nel dubbio ci limitiamo a ricordare quello che disse lo stesso Travaglio a Otto e Mezzo a settembre commentando la “granitica posizione” del ministro dell’Economia sull’1,6%: «se Tria fa il resistente sul’1,6%, è perchè ha già messo in conto che il 2,2% o il 2,3% verrà per forza toccato».
Come tutta questa storia sia diventata un successo del governo contro la Commissione lo sanno solo Travaglio e Manlio Di Stefano (un altro che ieri raccontava della vittoria su tutta la linea).
Ma il mago dei numeri del Fatto Quotidiano ha detto anche altre cose interessanti a Otto e mezzo. Ad esempio che quello 0,04% in più rispetto al 2% “strappato” dai negoziatori italiani alla Commissione «sembrano decimali ma circa valgono una decina di miliardi mal contati, e non sono pochi».
Non è così perchè quei pochi decimali valgono circa 600 milioni di euro, in termini assoluti non sono pochi nemmeno loro, ma sono pochissimi se rapportati all’ambizioso programma di governo del Contratto.
Qualcuno in studio avrebbe potuto chiedere a Travaglio che fine hanno fatto i 75 miliardi di coperture promesse in campagna elettorale, o i 30 miliardi di tagli promessi il giorno prima del voto. Se qualche manina volesse farli saltare fuori ora sarebbe il momento adatto.
Travaglio poi è passato ad attaccare il commissario Moscovici, accusandolo di favoritismi nei confronti della Francia perchè a Macron sarà consentito di sforare il tetto del deficit. Ed è vero che la Francia ha sforato la regola del 3% per parecchie volte, così come lo hanno fatto l’Italia e altri stati che hanno aderito al patto di stabilità .
Ma non è vero, come ha detto Travaglio, che quando Moscovici era ministro dell’Economia a Parigi ha infranto le regole europee. Con Moscovici la Francia ha attuato un percorso per ridurre progressivamente il rapporto Deficit/Pil e riportarlo al di sotto del 3%.
Certo non si può passare da 5% al 2,9% con una sola manovra economica ma basta guardare i grafici per capire in che direzione stavano andando le leggi di bilancio francesi.
Una volta raccontate tutte queste versioni alternative della realtà era il momento per Travaglio di calare l’ascoltatore nella sua visione apocalittica del mondo.
Apocalisse dalla quale siamo stati salvati proprio grazie alla Manovra del Popolo. Secondo Travaglio «se la Commissione europea potesse sterminare tutti i pensionati e tutti i disoccupati, lo farebbe volentieri e ci promuoverebbe a pieni voti se lo facessimo».
Avete capito? Il rischio non solo era quello di poter fare l’1,6% (che voleva Tria, quindi il governo) ma addirittura quello di trovarsi a vivere in un mondo come quello raccontato in 2022: i sopravvissuti.
Curioso però che il più grande difensore del ruolo del Parlamento non abbia avuto nulla da dire su come il governo abbia fatto approvare alla Camera una legge di bilancio senza alcun valore.
Chissà che ne pensa il Presidente della Camera Fico.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 19th, 2018 Riccardo Fucile
I CONTENUTI DELLA CAPORETTO DEL GOVERNO LEGA-M5S NEI CONFRONTI DELL’EUROPA
Da una parte c’erano le dichiarazioni paludate dei commissari, dall’altra un vicepremier che con
maschia determinazione proclamava che la UE poteva mandare anche dodici lettere da qui fino a Natale, ma la Manovra del Popolo non sarebbe cambiata di una virgola.
E infatti c’è ben più di una virgola nel compromesso che il governo Conte ha firmato con Bruxelles oggi senza spezzarle le reni come annunciato ma rinunciando sin da subito a 6,5 miliardi di euro di spesa in deficit che ufficialmente deriva da presunti “risparmi” sul reddito di cittadinanza e su quota 100 ma che non finisce in altre spese come avevano promesso i due vicepremier.
I quali, come loro abitudine, si sono prudentemente eclissati durante le comunicazioni del presidente del Consiglio al Parlamento che dovevano sancire l’accordo di Bruxelles: non a caso vicino al povero Conte sono rimasti stasera Moavero e Tria, ovvero i due che hanno lavorato con lui all’accordo raggiunto che ha salvato l’Italia da una crisi dello spread che sarà ancora più scongiurata dalle parole di Salvini sull’Europa “da cambiare dal di dentro” senza lasciare l’euro, apprezzatissime dal popolo di Twitter che aveva votato Lega perchè gli avevano detto che voleva uscire dall’euro.
Nell’ordine, per rispondere alle richieste della Commissione Ue “sono state affinate le misure contenute nel disegno di legge di bilancio”, ha detto oggi Conte, rivedendo l’onere annuo delle misure del Fondo per il reddito di cittadinanza e quello per gli interventi pensionistici ma mantenendo integro l’impatto concreto di queste due misure.
Su lato delle entrate, nella Manovra che ha Bruxelles come coautore si prevede la revisione delle ‘clausole di salvaguardia Iva’ per gli anni 2020-2012, l’istituzione di un’imposta sui servizi digitali gravante sui soggetti che nell’esercizio di attività di impresa prestino servizi digitali e che superino determinate soglie di ricavi; l’abrogazione del credito di imposta relativo alle deduzioni forfettarie in materia di Irap riconosciute in favore dei soggetti passivi che impiegano lavoratori dipendenti a tempo indeterminato in alcune Regioni; l’abrogazione del credito di imposta in favore dei soggetti che compiono investimenti in beni strumentali nuovi; l’abrogazione dell’aliquota ridotta Ires in favore degli enti non commerciali; un pacchetto di misure che incrementa il prelievo nel settore dei giochi attraverso l’aumento del Preu applicabile agli apparecchi da divertimento e intrattenimento e la riduzione delle percentuali minime di pay-out; inoltre, si introduce dal primo gennaio 2019 l’imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse.
Per le amministrazioni centrali si prevede un rinvio della presa di servizio degli assunti al 15 novembre 2019, ma limitato alle assunzioni derivanti del turn over ordinario dell’anno precedente. E questo sarà sicuramente apprezzato da chi fino all’altroieri annunciava piani per assumere 450mila statali.
Non è tutto: sono previste misure volte a definanziare le risorse del Fondo per favorire lo sviluppo del capitale immateriale, la competitività e la produttività di 75 milioni di euro per l’anno 2019 e di 25 milioni di euro per l’anno 2020.
Sono state riprogrammate poi una rimodulazione delle disponibilità di cassa del Fondo per lo sviluppo e la coesione territoriale destinato a misure per il superamento degli squilibri socio-economici territoriali, per 800 milioni di euro per l’anno 2019, e una rimodulazione delle risorse finanziarie per le Ferrovie dello Stato per 600 milioni di euro per l’anno 2019, prevedendo un incremento, per ciascuno degli anni dal 2022 al 2024, di 200 milioni di euro delle risorse destinate alla società ; infine, il governo ha previsto una rimodulazione, con riduzione di 850 milioni di euro per l’anno 2019 e un incremento, per progressivo per ciascuno degli anni dal 2020 al 2024, di 150 milioni di euro e, per l’anno 2025, di 100 milioni di euro della quota nazionale per il finanziamento delle politiche comunitarie.
Come si vede, si tratta in massima parte di incrementi di tasse o nuove gabelle, tagli ai fondi per gli investimenti e rinvio di spese che fino a ieri erano state vendute come assolutamente urgenti.
E questo, insieme all’accento posto in tante occasioni sugli investimenti dal ministro Tria, fornisce l’esatta dimensione della credibilità di certi discorsi programmatici e di certi politici.
Ci sarà anche una spending review per i ministeri, annunciata in più occasioni dal MoVimento 5 Stelle che però per attuarla davvero ha dovuto aspettare “l’ordine di Juncker”, come direbbe Napalm51.
Il governo, fanno sapere da Bruxelles, si è anche impegnato a congelare due miliardi di euro di spese che saranno sbloccate solo a determinate condizioni.
E ha ceduto sulla crescita programmata, con ciò rimangiandosi tutte le fregnacce con cui Tria ha cercato di ribattere a tutte le istituzioni che lo smentivano, ma ottenendo in cambio un miglioramento sul deficit strutturale che è stato decisivo per l’ok finale.
Un punto importante per la valutazione finale l’ha spiegato il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis in conferenza stampa a Bruxelles dopo aver annunciato che la procedura d’infrazione non verrà aperta: “Una parte cospicua dell’ammontare delle modifiche che hanno consentito all’Italia di evitare che la Commissione Europea oggi raccomandasse al Consiglio l’avvio di una procedura per debito deriva dall’entrata in vigore ritardata delle due principali misure espansive, il reddito di cittadinanza e le modifiche delle riforme delle pensioni”.
“Questo vuol dire che — e qui viene il bello — quando queste misure entreranno pienamente in vigore, avranno come risultato costi più elevati per gli anni a venire. Nel 2020 e 2021 l’Italia intende compensare i costi attivando le clausole di salvaguardia, aumentando l’Iva. Tuttavia sappiamo che in passato l’Italia non ha attivato le clausole di salvaguardia: se questo dovesse accadere ancora, consistenti risorse dovrebbero essere reperite altrove”.
Quello che ha detto il commissario va compreso pienamente: nonostante la NADEF riportasse una programmazione fino al 2021, attualmente le misure più costose della Manovra (reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni) non sono finanziate per gli anni successivi.
O meglio: si dice che se non si troveranno altri fondi potrà crescere l’imposta sul valore aggiunto come copertura e l’incremento è automatico: ovvero, scatterà a meno che non si legiferi in senso contrario entro la fine del 2019.
Lega e M5S dall’opposizione hanno sempre strillato contro le clausole di salvaguardia e sostenuto che un aumento dell’IVA sarebbe stato un disastro per i consumi, mentre Tria nella sua attività di accademico aveva aperto all’aumento dell’imposta sul consumo per tagliare quelle sul lavoro, secondo la stretta scuola (teorica, perchè nella prassi non l’ha mai fatto) di tremontiana memoria.
Ci si aspetta quindi che i partiti al governo trovino coperture alternative per non far scattare le clausole: si tratta di trovare appena 24 miliardi di euro, che sarà mai? Oppure, come comincia già a dire qualche malfidato, si è pensato che l’orizzonte del 2020 fosse troppo distante per i programmi di questo governo.
Sia come sia, speriamo che qualcuno non faccia fare agli italiani la fine dei noeuro.
(da “NextQuotidiano”)
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