Febbraio 25th, 2011 Riccardo Fucile
I FONDI DESTINATI A FORMARE I DIRIGENTI DEGLI ENTI LOCALI: ASSEGNATI A SUA DISCREZIONE A DUE ATENEI SENZA GARA PUBBLICA: I FONDI ASSEGNABILI ANCHE A UNIVERSITA’ PRIVATE…COME NON ESISTESSERO GIA’ LE SCUOLE SUPERIORI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE PER AGGIORNARE I DIRIGENTI.. LA COMPLICITA’ DEL PD
Ai disfattisti accaniti contro la riforma dell’università di Mariastella Gelmini dev’essere sfuggito.
E come a loro, dev’essere sfuggito anche a chi si lamenta che il federalismo fiscale rischia di essere un guazzabuglio difficile da capire per gli stessi amministratori locali.
Ebbene, mentre la Cgil denunciava che le università italiane si vedranno ridurre quest’anno i fondi statali di 839 milioni e i poveri ricercatori restavano quasi all’asciutto, proprio nella riforma Gelmini è spuntato un finanziamento nuovo di zecca: due milioni l’anno per cinque anni. Totale, dieci milioni.
Da destinare a uno scopo decisamente particolare: spiegare ai dirigenti degli enti locali i segreti del nostro futuro federalista.
Ci credereste?
Quei soldi, c’è scritto nell’articolo 28, servono al ministro per «concedere contributi per il finanziamento di iniziative di studio, ricerca e formazione sviluppate da università » in collaborazione «con le regioni e gli enti locali». Tutto ciò in vista «delle nuove responsabilità connesse all’applicazione del federalismo fiscale».
Atenei, beninteso, non soltanto pubblici: potranno avere i quattrini pure quelli privati, nonchè «fondazioni tra università ed enti locali anche appositamente costituite». E qui viene il bello.
Perchè dopo aver stabilito questo principio, la legge dice che non ci potranno essere più di due beneficiari, uno dei quali «avente sede nelle aree dell’obiettivo uno».
Cioè nelle regioni meridionali ancora considerate sottosviluppate dall’Unione europea.
Insomma, una norma fatta apposta per distribuire un po’ di soldi a una università del Nord e a uno del Sud.
Le loro identità ?
La riforma Gelmini dice che a individuarle ci penserà il ministero.
Quanto al modo che verrà seguito, è del tutto misterioso.
L’articolo che istituisce il fondo prevede che «con decreto del ministero, da emanarsi entro 120 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge », cioè prima del 29 maggio prossimo, «sono stabiliti i criteri e le modalità di attuazione delle presenti disposizioni».
Aggiungendo però che sempre con il medesimo decreto «sono altresì individuati i soggetti destinatari».
Perciò, se abbiamo capito bene, il 29 maggio sapremo quali saranno i due soggetti pubblici o privati scelti da Mariastella Gelmini, e perchè.
Senza una gara, nè un concorso pubblico.
Fatto piuttosto singolare, visto che al Fondo per la formazione e l’aggiornamento della dirigenza» possono accedere anche istituzioni private. A meno che, circostanza assai probabile, non si sappia già a chi devono andare i soldi.
Perchè poi le università prescelte devono essere proprio due, di cui una al Sud?
Forse che per un amministratore di Agrigento è più facile raggiungere, poniamo, Bari, anzichè Roma?
E per un sindaco friulano è più agevole recarsi in una città del Nord, come magari Torino, invece che nella capitale?
Dove peraltro lo Stato già possiede proprie strutture create appositamente (e appositamente finanziate) per formare gli amministratori?
Non esiste forse una meravigliosa scuola superiore di pubblica amministrazione, che peraltro ha sedi anche a Caserta, Acireale, Reggio Calabria e Bologna?
E non disponiamo perfino di una magnifica scuola superiore di economia e finanza, la ex Ezio Vanoni, in teoria la struttura più idonea per dare lezioni di federalismo fiscale?
Perchè chi deve istruire gli amministratori locali su quella riforma, se non chi l’ha fatta?
La verità è che questa storia emana un odore molto simile a quello della vecchia vicenda della Scuola superiore della magistratura, che Roberto Castelli aveva dislocato, oltre che a Bergamo e Latina, pure a Catanzaro: sede che il successore del ministro leghista, Clemente Mastella aveva poi dirottato nella sua Benevento.
Odore, dunque, decisamente politico.
Anche bipartisan, come vedremo.
Imperscrutabile, infine, è il legame fra il ministero dell’Università e il federalismo fiscale.
A meno che la riforma Gelmini non sia stata soltanto un pretesto.
Lo ha sospettato, senza peli sulla lingua, Pierfelice Zazzera.
Quando il 23 novembre del 2010 l’emendamento istitutivo di questo fondo per la formazione, recapitato all’improvviso in aula dalla commissione Cultura della Camera presieduta dall’azzurra Valentina Aprea, è stato messo ai voti, il deputato dipietrista ha fatto mettere a verbale: «In un momento in cui non si trova la copertura dei soldi previsti per i ricercatori, si trovano comunque due milioni per fare corsi sul federalismo fiscale. Mi sa tanto di lottizzazione politica dei finanziamenti o di qualche marchetta ».
Sfogo inutile.
L’articolo che fa spendere dieci milioni per questa curiosa iniziativa è passato con una maggioranza schiacciante grazie anche ai voti del Partito democratico, che pure ha bombardato la riforma Gelmini.
È successo pochi giorni prima della clamorosa bocciatura rifilata invece all’emendamento presentato da Bruno Tabacci e Marco Calgaro che puntava a dirottare appena 20 milioni di euro dai lauti rimborsi elettorali destinati alle casse dei partiti alle buste paga dei ricercatori universitari.
Anche in questo caso, con un aiutino dal centrosinistra.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE CONDANNATO DAL TRIBUNALE CIVILE PER AVER TAGLIATO ANCHE DEL 50% LE ORE DI SOSTEGNO AI RAGAZZI DISABILI…DIVERSE FAMIGLIE AVEVANO PRESENTATO RICORSO IN PROCURA CONTRO IL MINISTERO E L’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE…LE BUGIE DELLA GELMINI
A inizio anno, il ministro Gelmini aveva promesso l’aumento degli insegnanti da affiancare agli studenti con disabilità .
In realtà , le famiglie hanno assistito al drastico taglio delle ore di sostegno. Da qui la decisione del ricorso.
Supportata dalla convinzione che la scarsità delle risorse non potesse giustificare la lesione di un diritto fondamentale come quello all’istruzione.
E così ieri i giudici milanesi hanno dichiarata “accertata la natura discriminatoria della decisione delle amministrazioni scolastiche di ridurre le ore di sostegno scolastico per l’anno in corso rispetto a quelle fornite nell’anno scolastico precedente (2009-2010)”.
“E’ una sentenza importante”, spiega l’avvocato Livio Neri di Avvocati per Niente onlus, legale dei 17 genitori.
“Per la prima volta un giudice parla di discriminazione in materia di sostegno scolastico”.
Altra novità è la scelta di tante famiglie di agire collettivamente.
“Questa decisione — precisa Neri — impedirà agli uffici scolastici di tirare la coperta, togliendo le ore a chi non protesta”.
Ma il direttore scolastico per la Lombardia Giuseppe Colosio frena: “Potremo fare ben poco — afferma — non ci sono soldi”.
Ma Neri riosponde: “Il modo andrà trovato”.
Dopodichè annuncia un esposto in procura nel caso in cui le amministrazioni non dovessero provvedere entro i trenta giorni stabiliti dal giudice.
“La vittoria più grande”, chiarisce Maria Spallino, uno dei genitori che hanno presentato il ricorso, “è l’aver dimostrato che fare rete tra le famiglie può davvero cambiare le cose”.
E rilancia: “Questo è un primo passo all’interno di un percorso che ci vede impegnati perchè i nostri figli camminino a testa alta, a scuola come in ogni momento della loro vita nella società ”.
I genitori degli studenti sono stati assistiti nella causa dall’associazione Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità ).
“Da oggi le famiglie possono contare su uno strumento legale più rapido ed efficace per far valere i diritti dei loro figli”, spiega Marco Rasconi, presidente di Ledha Milano.
“Grazie a questa sentenza — continua Rasconi — ci auguriamo che altre famiglie escano dall’ombra per difendere il diritto dei propri figli alla formazione scolastica e non solo”.
Una sentenza che diventa un monito a certa politica degradata che pensa si possa tagliare tutto indiscriminatamente, spesso a danno dei più poveri e dei meno tutelati, operando delle odiose discriminazioni contro chi dalla vita ha già avuto sofferenza e pena.
Quella stessa politica che non dimezza le auto blu, i privilegi della casta, gli enti inutili, per poi tagliare i servizi sociali ai bisognosi.
No, la nostra destra tutelerebbe prima loro e manderebbe i politici sui mezzi pubblici, a contatto con i problemi quotidiani di quei cittadini che dovrebbero rappresentare e tutelare.
Una politica al servizio del popolo, non dei potenti.
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Gennaio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NAPOLITANO FIRMA, MA SOLLEVA “CRITICITA'” SULLA RIFORMA UNIVERSITARIA: DA UN LATO TOGLIE OGNI FUTURO AI GIOVANI, DALL’ALTRO LI ESORTA A NON PERDERE OGNI SPERANZA… UNA VOLTA PROMULGATA, LA LEGGE ENTRA IN VIGORE E IL GOVERNO, COME DA PRECEDENTI, NON MODIFICA UNA VIRGOLA…L’ANALISI DI MARCO TRAVAGLIO
I sopravvissuti ai veglioni, ai cenoni, ma soprattutto alla torrenziale conferenza stampa di
Berlusconi e al letale messaggio ipnotico di Napolitano avranno forse notato il paradosso di un signore di 85 anni che potrebbe un bel giorno lasciare il posto a un ometto di 75 (che ne avrà 78 quando si libera la sedia) e intanto firma la cosiddetta legge Gelmini che toglie ogni speranza ai giovani, poi li esorta a non perdere la speranza (l’espatrio).
Già ci pare di sentire le obiezioni di quirinalisti e corazzieri di complemento, secondo i quali il Presidente sarebbe, in gran segreto, un roccioso baluardo contro le leggi vergogna: infatti l’altro giorno ha, sì, firmato pure la Gelmini, ma segnalando coraggiosamente “alcune criticità ”.
Purtroppo anche Rodotà , su Repubblica, ha tentato di gabellare la promulgazione della controriforma universitaria come un trionfo del dialogo presidenziale con gli studenti e un altolà al governo: il Colle ha firmato la Gelmini, ma gliele ha cantate chiare.
La tesi ricorda quel pugile che, messo al tappeto dal suo avversario e portato in ospedale più morto che vivo, biascicava prima di entrare in coma: “Ne ho prese tante, ma gliene ho dette quattro”.
La verità nuda e cruda è che ha stravinto un’altra volta Berlusconi e hanno perso un’altra volta gli italiani.
Le chiacchiere stanno a zero, la Gelmini è legge, farà danni irreparabili per decenni (anche perchè il centrosinistra, ove mai tornasse al governo, si guarderebbe bene dall’abrogarla) e delle “criticità ” segnalate dal Quirinale il governo farà l’uso che Bossi fa del tricolore per celebrare degnamente l’Unità d’Italia.
Oltretutto questa cosa di firmare le leggi dicendo che non vanno tanto bene è un controsenso e una presa in giro.
La Costituzione dice che il presidente, quando gli arriva una legge dal Parlamento, ha due opzioni: se gli piace, firma; se non gli piace, respinge al mittente con messaggio motivato alle Camere.
La firma con monito, con criticità , con faccia scura, con naso storto, con ditino alzato, con mano sinistra o su una gamba sola non è prevista.
E in ogni caso, una volta promulgata, la legge va sulla Gazzetta Ufficiale ed entra in vigore.
Come, e soprattutto perchè, il governo dovrebbe correggerla dopo “ampio confronto” con gli studenti ignorati per tre anni, soprattutto ora che il Quirinale ha scaricato l’unica arma in suo possesso per imporglielo?
Naturalmente, come si fa col nonnetto che raccomanda di coprirsi bene, la Gelmini ha assicurato che “terrà conto” delle osservazioni. Tanto domani nessuno se ne ricorda più.
Illazioni? Malignità ? No, memoria storica.
Il 2 luglio 2009, con la solita fiducia, diventava legge l’ennesimo “pacchetto sicurezza” di questa banda di magliari che si fa chiamare governo: la legge 15.7.2009 n. 94, piena di norme razziste e incostituzionali, tipo il reato di immigrazione clandestina e il via libera alle ronde.
La penna più veloce del west la firmò il 15 luglio, ma lo stesso giorno scrisse al premier e ai ministri Maroni e Alfano che alcune “rilevanti criticità ” suscitavano in lui “perplessità e preoccupazioni”: la legge era mal fatta (3 articoli per modificare quasi 200 norme), malscritta (il solito ostrogoto) e addirittura viziata da scarsa “coerenza con i principi dell’ordinamento” e da “dubbi di irragionevolezza e insostenibilità ”.
Anche allora, vivi applausi al Colle dai corazzieri della penna: che monito, perbacco, gliele ha cantate chiare!
Immancabilmente Maroni, Alfano & C. si impegnarono “tener conto delle osservazioni del capo dello Stato”, di cui sentitamente lo ringraziarono.
Poi se ne infischiarono: infatti, in un anno e mezzo, di quella legge non han modificato un punto e virgola.
Le uniche variazioni le ha imposte la Consulta, stabilendo che la legge firmata (ma con monito) da Napolitano era incostituzionale in più punti.
Ora, con la Gelmini, il copione si ripete. Eppure qualcuno ancora ci casca.
A Napoli si dice “’ccà nisciuno è fesso”.
Nisciuno, o quasi.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 29th, 2010 Riccardo Fucile
NELLA RIFORMA UNIVERSITARIA NIENTE PIU’ OBBLIGO DI RICORRERE AL PART TIME…L’ART 6 COMMA 10 SALVA LE CONSULENZE E STRIDE CON LE PROMESSE DELLA GELMINI: “DOCENTI PIU’ IN AULA AD INSEGNARE”… I BARONI FESTEGGIANO, LE OPPOSIZIONI DORMONO
Doveva essere una legge che “colpisce i baroni e i privilegi”: così il ministro Gelmini ama descrivere la riforma universitaria che porta il suo nome.
Ma a leggerne il testo, appena approvato in via definitiva al Senato, viene un dubbio: il privilegio di molti baroni che, alla professione e allo stipendio da docente, affiancano un’intensa attività extra-accademica, trascurando spesso i loro doveri universitari, non sembra colpito.
Appare invece rafforzato.
Vediamo l’art. 6 comma 10 che è molto chiaro: “I professori a tempo pieno possono svolgere liberamente, anche con retribuzione, attività di valutazione, di collaborazione scientifica e di consulenza, di comunicazione e divulgazione scientifica e culturale, pubblicistica ed editoriale”.
Non solo.
“Possono altresì svolgere, su autorizzazione del rettore, funzioni didattiche e di ricerca, nonchè compiti istituzionali e gestionali presso enti pubblici e privati”.
Tutto ciò senza rinunciare a un solo centesimo del proprio “stipendio pieno” di professore che si aggira a fine carriera, per un ordinario, intorno ai 5.000 euro mensili.
Passata sotto silenzio, questa liberalizzazione delle consulenze esterne dei professori, rischia di avere gravi conseguenze.
Ottime per i professori, che potranno liberamente fare i docenti e contemporaneamente i divulgatori, i collaboratori, i pubblicisti e i gestori di enti pubblici o privati.
Pessime per i conti dell’Università pubblica.
In base a un decreto del 1980 i docenti a tempo pieno, con stipendio pieno, non potevano prima svolgere altra attività .
Potevano chiedere il “tempo definito” che portava però metà stipendio: “stranamente” solo il 5,8% dei docenti ne usufruisce.
Ma questo decreto che farebbe risparmiare centinaia di migliaia di euro l’anno, non è mai stato ovviamente applicato con rigore.
Ora la riforma Gelmini, quella che a spot “combatte i baroni”, addirittura lo spazza via, così tutti potranno fare man bassa di doppi incarichi, con relative entrate.
Chi fino ad oggi era fuorilegge, ora con la riforma può stare tranquillo: ci ha pensato la Gelmini, nel silenzio delle opposizioni, a garantire ai baroni il doppio lavoro, a spese dell’Università italiana.
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
LO SHOW AL SENATO DELLA BADANTE DI BOSSI PER CONTO MANUELA…PIU’ MASSAIA RURALE ADATTA A GOVERNARE I CONIGLI CHE IL SENATO, PIU’ FURIA CHE SAGGEZZA, IERI HA RISCHIATO DI FAR SALTARE LA RIFORMA DELL’UNIVERSITA’
Il Senato affidato alla matriarca leghista Rosi Mauro “è la pucchiacchia in mano a
creatura”.
E’ la sceneggiata, in mezza giornata già un cult di youtube, sul contrasto tra la più sofisticata macchina procedurale e le maniere sbrigative di una volitiva massaia rurale che ha cercato di governare il Senato con la stessa sapienza con cui si governano e si cucinano i conigli.
Ma è anche uno dei momenti probabilmente più maschilisti del nostro Parlamento.
Un maschilismo innocuo ma inesorabile, da cinepanettone, dove gli amici di partito ridacchiano e la sfottono, mentre gli avversari le fanno “buu” come fosse Balotelli.
E intanto la leghista colpisce l’aria con una penna che sembra un matterello, “eh no, colleghi” ripete, poi grida “vergogna”, e sempre agita le braccia e si capisce che vorrebbe far partire tanti sganassoni con le sue grandi mani, mani di fatica, rosse e nodose, con il cerchio all’anulare.
Ma non può farlo e dunque accelera, è presa dalle vampe, mette ai voti un emendamento prima ancora che il precedente sia stato votato, approva e respinge senza guardare e senza capire e finisce per dichiarare approvato anche un emendamento bocciato: era dell’opposizione, di Vincenzo Vita, l’esperto di editoria del Pd, il quale comunque festeggia perchè raramente gli è capitato di essere approvato.
E sempre la presidente ignora il funzionario che elegante e discreto le sta accanto e prova a fermarla o magari solo a calmarla protendendo, per una trentina di volte, una mano inutilmente soccorrevole, “piano, si freni, non corra così”.
Ma Rosi non lo guarda neppure, solo per un momento gli lancia una di quelle occhiatacce che solitamente riserva alle donne che si avvicinano troppo a Bossi, perchè è questo, raccontano i leghisti, l’incarico che ha ricevuto dalla signora Manuela, proteggere non l’esuberanza ma la salute dell’Umberto, e dunque Rosi lo governa, presiede gli incontri come ieri presiedeva il Senato, lo maneggia, lo trasloca, lo guida, lo comanda e mette pure a posto il colletto del “trota”.
E sono tempi, questi, in cui gli occhi di Bossi diventano facilmente lucidi e perciò ci vuole subito la ruvidezza di Rosi e allora Bossi cammina verso di lei come verso un rifugio.
Ma in Senato no, ci vogliono competenze, si fanno mille alambicchi, e ci sono i vecchi e i costituzionalisti, e anche i cronisti sono più sapienti che altrove: è il tempio dell’alchimia…
Attenzione però: non perchè è leghista, Rosi non è all’altezza.
Quel mattacchione di Calderoli, per dire, presiedette con efficace sobrietà , inaspettata in un’estremista spudorato e, per molti di noi, anche razzista.
Il punto è che quel mondo, dove puoi anche arrivare con moltissimi voti, pretende una crescita, richiede una gavetta, e poi continenza e soprattutto studio delle procedure, non si possono assegnare soltanto con il “cencelli” funzioni così speciali come la vicepresidenza del Senato.
E le competenze si possono acquisire, come Rosi tutela il corpo di Bossi i funzionari tutelano la testa dei presidenti, e dunque bisogna attrezzarsi, imparare sul campo perchè, dice il proverbio, è lo stesso morto che insegna a piangere.
La morale, se davvero ce n’è una, è tutta nel contrasto tra il donnone bruno con sul petto il fiore verde da matrimonio paesano e quel funzionario aguzzo e sull’attenti, lei è quadrata e nocchiuta e lui è lieve e sicuro, stanno vicini ma sono lontanissimi, persino fisicamente sono l’uno l’opposto dell’altra, lei con quella chioma folta che si perde in svolazzi e lui con la stempiatura che mette in rilievo le forme distese e i lineamenti di un moderato.
E non c’è rapporto possibile tra loro, ed è persino ovvio che lui non riesca neppure a farsi notare perchè la signora crede solo nell’energia naturale, è la furia che non vede la saggezza, lei è in preda alle smanie e lui rimane pacato, come tutti i funzionari parlamentari ha vinto un concorso difficile, è uno degli uomini di grande dottrina e di infinita pazienza che hanno visto e sperimentato di tutto, e da bravo marinaio si è accorto subito che questa capitana non distingue la rada e il mare aperto.
È così che una della più spiritose parlamentari italiane è diventata su youtube la donna al volante delle barzellette, l’imbranata che imbottigliata nel traffico perde la testa e… via con l’acceleratore, poi il freno e poi di nuovo l’acceleratore, ma non riesce più a ingranare la marcia e qualsiasi cosa fa peggiora la sua situazione, finchè la frizione si brucia e la macchina si ferma, mentre tutti suonano, e qualcuno grida e inveisce e i guidatori maschi e gradassi si accaniscono sul genere femminile…: “Buu”.
Un giorno su questa politica che sempre più finisce su youtube, da Scilipoti alla signora Mauro al povero Bondi che è riuscito anche a votare per il collega assente (un altro “caso umano”?) si scriveranno saggi, sicuramente diventeranno documenti d’epoca.
In passato queste immagini sarebbero finite a Striscia la notizia, oggi c’è youtube che è la curva sud di Internet così come la politica è il nuovo stadio d’Italia.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
I GIOVANI MANIFESTANO CONTRO UN SISTEMA DI POTERE CHE LI IGNORA E COSTRUISCE CONSENSO SULLA LORO PELLE… NON TUTTI, COME IL FIGLIO DI LA RUSSA, ARRIVANO AI VERTICI DELL’ACI PER NOMINA DALL’ALTO…NON SI ENTRA A PIEDI UNITI CONTRO I GIOVANI SENZA ASCOLTARLI, LA DESTRA NON HA BISOGNO DI ALTRI CARADONNA
Ricordate Giulio Caradonna? 
Per i più giovani, si trattava di un deputato del Movimento Sociale Italiano, noto, tra l’altro, per aver guidato le pattuglie dei 200 missini e “volontari nazionali” che fecero irruzione all’Università “La Sapienza” nel 1968 per mettere fine, con metodi non certo ortodossi, all’occupazione studentesca. Scelta che, anche all’interno della destra di allora, aveva provocato qualche malumore soprattutto tra i più giovani, perchè chiudeva definitivamente le porte di quell’occasione storica di ribellismo giovanile alla parte non di sinistra di quella generazione.
Ecco, giovedì Caradonna si è reincarnato in Ignazio La Russa, ministro della Difesa del governo Berlusconi, che ospite di Santoro ad Annozero si è scagliato con una violenza verbale inaudita contro un rappresentate del movimento studentesco che stava esponendo la propria opinione, con qualche ragione e altrettanti torti, sui fatti del 14 dicembre che hanno messo a ferro e fuoco Roma.
Ecco, su quegli atti violenti, si è già espresso Filippo Rossi su Farefuturo e Roberto Saviano su quelle di Repubblica.
E non c’è molto da aggiungere.
Violenza mai, ribellismo non violento magari.
Ma sull’atteggiamento della destra dei Caradonna di oggi ci sarebbe molto da dire.
C’è da dire, ad esempio, che mentre migliaia e migliaia di giovani manifestano legittimamente e pacificamente contro un sistema di potere che li ignora e costruisce consenso e clientele sulla loro pelle, altri giovani, magari figli proprio di un ministro, arrivano ai vertici dell’Aci di Milano per nomina dall’alto.
Ecco perchè quei figli, forse, non erano in piazza.
Perchè quei figli hanno il sedere coperto e non hanno certo bisogno di contestare chicchessia.
Ma l’atteggiamento di una certa destra nei confronti del ribellismo giovanile è un cancro che ha provocato mostri, proprio perchè nessuno ascoltava le ragioni di una protesta, condivisibile o meno, di intere generazioni abbandonate e smarrite.
Ecco, non abbiamo bisogno di altri Caradonna, che entrano a piedi uniti contro i giovani senza ascoltarli e prendendoli solo a manganellate (anche solo verbali).
C’è bisogno di ascoltare le ragioni di questa generazione smarrita e tradita, proprio per evitare che si rifugi nel ventre di una violenza senza senso, alla ricerca di risposte estreme e inconcludenti che alla fine rafforzano proprio il sistema che vuole i giovani fuori da tutto.
Ecco perchè La Russa, novello Caradonna, rappresenta l’atteggiamento peggiore nei confronti dell’improcrastinabile questione giovanile.
Ecco perchè, se proprio dobbiamo, scegliamo di stare con i giovani, contro un ministro della Repubblica che non lascia parlare un ventenne e lo attacca con parole offensive e vigliacche.
Ecco perchè, se Ignazio La Russa farà quello che ha fatto Caradonna, noi saremo lì, con i giovani, ad aspettarlo.
Domenico Naso
Farefuturoweb
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Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
ALICE, 23 ANNI, LA RAGAZZA ARRESTATA DOPO GLI SCONTRI, OCCHI PESTI E BRACCIO AL COLLO: IN CELLA MINACCIATI E INSULTATI…”HO CAPITO CHE PER LAVORARE ME NE DEVO ANDARE DALL’ITALIA”
“Ci tenevano lì, al gelo, tutti insieme in una cella vuota, senza bere, nè
mangiare, nè poter andare al bagno. Chi chiedeva un po’ d’acqua o si lamentava per le ferite aperte veniva aggredito, deriso, minacciato.
Ci avevano detto: ricordatevi di Bolzaneto, ricordatevi di Genova.
Per 14 ore nel centro di identificazione di Tor Cervara abbiamo subito ogni tipo di angheria e di terrorismo psicologico, con la consapevolezza che laggiù, in quella specie di carcere, lontani da tutto e da tutti, ci sarebbe potuta succedere qualunque cosa”.
Alice ricorda e i ricordi fanno male.
Ombre di freddo e di paura. Di scherno e di violenza.
Ha gli occhi pesti, un braccio al collo e una caviglia gonfia.
Ventitrè anni, i capelli e gli occhi scuri, i modi gentili e lo sguardo di chi sa quello vuole.
Seduta nella piccola cucina di una casa da studenti, posti letto a 250 euro l’uno, con il caffè caldo sul tavolo e gli amici intorno, Alice Niffoi, arrestata negli scontri di martedì scorso, ferita a manganellate dalla polizia e poi detenuta con altri 23 ragazzi, racconta la sua vita di ragazza normale sconvolta da un pomeriggio di guerra.
E la sua voce, i suoi desideri, i suoi sogni di studentessa di Scienze Politiche che vuole occuparsi di “Altra economia”, sembrano essere quelli di un’intera generazione, di un movimento che rifiuta la violenza, ma dice Alice, “finchè ci saranno zone rosse noi le violeremo, sono loro i violenti non noi”.
È nata ad Orani Alice, in Sardegna, nel cuore della Barbagia, con una mamma professoressa di Lettere che nel ’77 partecipò alla grande protesta universitaria e un papà che fa il rappresentante, le superiori al liceo classico “Asproni” di Nuoro, poi quattro anni fa il salto verso Roma, “avevo voglia di vivere in una metropoli, credevo nell’università , oggi ho capito che per fare il mio lavoro me ne dovrò andare, qui per noi non c’è più posto”.
Noi, cioè loro, sono i ragazzi che occupano, che manifestano, e il 22 torneranno in piazza in una Roma che li attende in assetto militare e armato. Suonano i telefoni, il campanello, i vetri sono appannati dal freddo, ma dentro questo appartamento nel quartiere del Pigneto, alle spalle della periferia Casilina, ci sono calore, solidarietà , gli amici entrano, escono, abbracciano Alice, “certo che ti hanno conciato male…”.
“Adesso tutti cercano di darci etichette, ma noi siamo lontani dai partiti, anche dalla sinistra, chiediamo soltanto di poterci costruire vite dignitose, di avere accesso al lavoro, e la risposta del Governo è stata quella di riempici di botte, mentre tremavo dal freddo, scalza, nel seminterrato buio dove ci avevano rinchiusi, ho pensato che quel luogo assomigliava alla “cella del ministero dell’Amore” come nel romanzo 1984 di George Orwell…”.
Ossia il ritrovarsi in un copione assurdo, in un incubo, con l’accusa per Alice di resistenza aggravata. “Rivedo quelle scene in continuazione, ero ben stretta nei cordoni di testa del corteo, non ho tirato pietre, nulla, semplicemente avanzavo mentre la polizia caricava, e così mi hanno presa, trascinata via, picchiata con il manganello sulla testa e sulle spalle, buttata in un cellulare con le manette ai polsi”.
Un salto nel buio, nell’oscurità , la consapevolezza che il gioco si è fatto duro, durissimo, e forse la vita di prima non sarà più la stessa.
“Faccio teatro, dovevamo mettere in scena un testo di Laforgue, ma lo spettacolo è saltato, mi piace David Bowie, leggo moltissimo, di tutto, gli scrittori sardi, Michela Murgia, Flavio Soriga, ho appena finito un testo di Anna Simone Corpi del reato”.
“Mia madre si è spaventata – mormora Alice – è naturale, però sa che la nostra protesta è giusta. Ma lo sanno in Parlamento che fatica è poter studiare, mai un cinema, un ristorante, al supermercato cerchiamo i cibi meno costosi, comprare i libri è un’impresa. Vogliono schiacciarci? Noi reagiremo, è tutto il movimento che si ribella”.
Maria Novella De Luca
(da “la Repubblica“)
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Dicembre 11th, 2010 Riccardo Fucile
I DATI OCSE NON LASCIANO SPAZIO A DUBBI: SENZA LE PARITARIE, L’ITALIA SALIREBBE DI DIECI POSIZIONI NELLA CLASSIFICA DI LETTERE, MATEMATICA E SCIENZE…LA SCUOLA PUBBLICA ITALIANA STA RECUPERANDO POSIZIONI NEL RAKING MONDIALE…LE PRIVATE SONO PARI AL MONTENEGRO E ALLA TUNISIA
Nella scuola pubblica si impara di più. L’Italia in basso per colpa delle private.
La scuola pubblica italiana sta meglio di quello che sembra, basta leggere correttamente i dati.
Sono le private la vera zavorra del sistema.
Almeno stando agli ultimi dati dell’indagine Ocse-Pisa sulle competenze in Lettura, Matematica e Scienze dei quindicenni di mezzo mondo.
Insomma: a fare precipitare gli studenti italiani in fondo alle classifiche internazionali sono proprio gli istituti non statali.
Senza il loro “contributo”, la scuola italiana scalerebbe le tre classifiche Ocse anche di dieci posizioni.
La notizia arriva nel bel mezzo del dibattito sui tagli all’istruzione pubblica e sui finanziamenti alle paritarie, mantenuti anche dall’ultima legge di stabilità , che hanno fatto esplodere la protesta studentesca.
“Nonostante i 44 miliardi spesi ogni anno per la scuola statale i risultati sono scadenti. Meglio quindi tagliare ed eliminare gli sprechi”, è stato il leitmotiv del governo sull’istruzione negli ultimi due anni.
E giù con 133 mila posti e otto miliardi di tagli in tre anni.
Mentre alle paritarie i finanziamenti statali sono rimasti intonsi.
Ed è proprio questo il punto: le scuole private italiane che ricevono copiosi finanziamenti da parte dello Stato fanno registrare performance addirittura da terzo mondo.
I dati Ocse non lasciano spazio a dubbi.
Numeri che calano come una mazzata sulle richieste avanzate negli ultimi mesi dalle associazioni di scuole non statali e da una certa parte politica. Questi ultimi rivendicano la possibilità di una scelta realmente paritaria tra pubblico e privato nel Belpaese.
In altri termini: più soldi alle paritarie.
Un mese fa, nel corso della presentazione del XII rapporto sulla scuola cattolica, la Conferenza episcopale italiana ha detto a chiare lettere che in Italia manca una “cultura della parità intesa come possibilità di offrire alla famiglia un’effettiva scelta tra scuole di diversa impostazione ideale”.
Il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ha anche sottolineato come, da un punto di vista economico, “la presenza delle scuole paritarie faccia risparmiare allo Stato italiano ogni anno cinque miliardi e mezzo di euro, a fronte di un contributo dell’amministrazione pubblica di poco più di 500 milioni di euro” e ricorda che “in Europa la libertà effettiva di educazione costituisce sostanzialmente la regola”.
Sì, ma con quali risultati?
Il quadro delineato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico attraverso l’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) è impietoso.
Il punteggio medio conseguito dai quindicenni italiani delle scuole pubbliche in Lettura e comprensione dei testi scritti è pari alla media Ocse: 489 punti, che piazzano la scuola pubblica italiana al 23° posto.
Con le scuole private scivoliamo al 30° posto.
Discorso analogo per Matematica e Scienze, dove il gap con la media dei paesi Ocse è di appena 5 punti: 492 per le statali italiane, che ci farebbero risalire fino al 25° posto, e 497 per i paesi Ocse.
Mescolando i dati con quelli degli studenti che siedono tra i banchi delle private siamo costretti ad accontentarci in Scienze di un assai meno lusinghiero 35° posto.
Ma c’è di più: la scuola pubblica italiana, rispetto al ranking 2006, recupera 20 punti in Lettura, 16 in Scienze e addirittura 24 in Matematica.
Le private, nonostante i finanziamenti, invece crollano.
L’Ocse, tra gli istituti privati, distingue quelli che “ricevono meno del 50 per cento del loro finanziamento di base (quelli che supportano i servizi d’istruzione di base dell’istituto) dalle agenzie governative” e quelli che ricevono più del 50 per cento.
E sono proprio i quindicenni di questi ultimi istituti che fanno registrare performance imbarazzanti: 403 punti in Lettura, contro una media Ocse di 493 punti, che li colloca tra i coetanei montenegrini e quelli tunisini.
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Novembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
VA DATO ATTO CHE I FINIANI SI SONO BATTUTI PERCHE’ LA RIFORMA FOSSE IN MINIMA PARTE FINANZIATA: FOSSE DIPESO DA TREMONTI NON AVREBBE AVUTO UN’EURO… MA NON E’ UNA RIFORMA CHE PREMIA IL MERITO: LA GELMINI APPARE SOLO COME IL CURATORE FALLIMENTARE DELL’ISTRUZIONE PUBBLICA ITALIANA…. I BARONI LI HA RESUSCITATI LEI
Mentre una gran parte del mondo universitario è ancora in mille piazze d’Italia a manifestare contro la riforma del ministro Gelmini, alla Camera si discutono emendamenti in un clima da assedio.
Non solo perchè le manifestazioni lambiscono le sedi del potere e delle isitituzioni, ma perchè lo stesso governo è andato in minoranza anche oggi su una proposta simbolica di modifica di Futuro e Libertà .
Al di là dei tatticismi, avremmo consigliato ai finiani una posizione più netta: chiedere che la riforma tornasse in commissione.
Non solo perchè questo è ormai un governo dai giorni o dalle settimane contate e non ha molto senso approvare riforme (meglio sarebbe dire tagli) quando il tempo è scaduto.
Ma anche per un atto “futurista” di coraggio: un atto politico che riportasse non ai giochini sui numeri, ma a una visione di fondo sul futuro della cultura italiana.
I finiani hanno avuto certo il merito di ottenere qualche minimo finanziamento alla riforma, fosse dipeso da Tremonti l’avrebbe accantonata.
Hanno fatto approvare qualche modifica che garantisce il lavoro a qualche migliaio di ricercatori, questo è certo.
Ma non hanno avuto non tanto il coraggio, quanto la visione strategica e ideale che invece avrebbe potuto premiare una scelta di campo.
Se Futuro e Libertà non vuole avere nulla a che fare con il Pdl e il governo degli spot, doveva avere l’intelligenza di smarcarsi.
Perchè questa non è una riforma seria, è un bluff.
Se si va al di là della lezioncina imparata a memoria che la Gelmini recita ogni sera ai Tg in tono dimesso: “Gli studenti sono con i baroni, la riforma premia la meritocrazia” è il caso di dire che “sotto lo spot c’è il nulla”.
Qualche verità andava detta.
I baroni non ci sono più dal post-sessantotto, perlomeno nella accezione vasta del termine, esiste qualche caso di parentopoli che era sufficiente estirpare con un semplice decreto.
Stessa cosa per le vergognose troppe sedi con più docenti che studenti.
Ma i baroni in realtà li ha fatti rinascere la Gelmini con la riforma dei concorsi due anni fa, mettendo nelle commissioni soltanto gli ordinari ed escludendone gli associati e i ricercatori.
Come andava detto che non di riforma enfatizzata si tratta, ma di un semplice dispositivo di tagli di spesa: basti pensare che ad oggi gli atenei non hanno ancora ricevuto il fondo di finanziamento ordinario per l’anno in corso e non ne conoscono neppure l’ammontare.
Come si fa a parlare di meritocrazia quando di taglia in misura di 100 e poi si destina solo il 7% della cifra tagliata per premiare (almeno in teoria) i più meritevoli?
Come si fa a parlare di futuro se si concede un sei anni di ricerca a stipendi da fame senza le garanzie finanziarie per poter poi assumere i meritevoli alla fine dei sei anni?
Si sta solo tracciando una futura università pubblica di basso livello e dal basso costo per lo Stato.
Rientreremo così nella media europea dei laureati, ma l’eccellenza la si troverà solo nelle università private.
Chi non potrà permettersele, resterà un laureato di serie B, questa è la strada su cui ci siamo incamminati.
Cosa ha tutto questo a che vedere con la mentalità “futurista”, con una visione non economicista della cultura, con la volontà di cambiamento reale?
Nulla.
Per questo oggi i finiani hanno perso un’occasione per far intendere la loro diversità .
Se la perdessero anche il 14 dicembre, dando magari retta a qualche “colomba” incline all’inciucio, tanto valeva che continuassero a fare le comparse nel Pdl.
Rivoluzionari in parte si nasce, ma lo si può anche diventare: se non si vive di tatticismi, ma con dei punti di riferimento culturali e ideali.
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