Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
“IL 40% CRIMINALI IN ITALIA”… SCATTA LA RIVOLTA: “VERGOGNATI IGNORANTE, SIAMO UN MILIONE, LAVORIAMO E PAGHIAMO LE TASSE”
Rischia di passare agli annali come l’ennesima gaffe via social dell’aspirante premier Luigi Di Maio. 
Sulla scia del “venezuelano Pinochet”, della “lobby dei malati di cancro” e dei sociologi confusi con psicologi.
Di certo, il post sull’Italia che ha «importato il 40 per cento dei criminali romeni», oltre ad aver provocato la reazione risentita dell’ambasciata in Italia, si è trasformato in un caso ed è stato coperto da una montagna di commenti indignati, da parte di cittadini residenti in Italia da parecchi anni e non solo da loro.
Il fiume di protesta non si ferma.
Un incidente che investe una delle comunità maggiormente presenti nella Penisola. Stando agli ultimi dati disponibili e risalenti al 2014, sono 1 milione 131mila i romeni residenti, pari al 22,6 per cento del totale degli stranieri. Quasi uno su quattro.
E si tratta — va ricordato — di cittadini a tutti gli effetti europei.
«Mentre la Romania sta importando dall’Italia le nostre imprese, i nostri capitali, l’Italia ha importato dalla Romania il 40 per cento dei loro criminali» è la considerazione postata sulla pagina Facebook dal vicepresidente della Camera targato Cinque Stelle
«Caro Luigi, non è proprio così. Trova invece la percentuale di quanti romeni onesti lavorano nel vostro Paese, inclusa me che sono anche cittadina italiana», gli replica Angelica Visan, pur elettrice dei grillini.
Ma è solo una delle voci di protesta che si levano e crescono di ora in ora da giorni contro Di Maio sul web.
«Lo Stato italiano non ha importato un bel niente e quest’affermazione è volutamente denigratoria e offensiva nei confronti dei tanti lavoratori romeni onesti stabilmente residenti — scrive Cludiu Ioan Fronea — Il fatto semmai è la crisi della giustizia italiana che perdura da prima dell’entrata della Romania in Europa. Che vergogna».
Romeni ma non solo nel coro di indignazione.
«Con questa espressione disgustosa, signor Di Maio, conferma di essere uno che dice tanto di essere contro il sistema ma che in realtà in quel sistema ci sguazza, alla ricerca di briciole elettorali», è la critica di Enrico Garello.
E sulla stessa scia perfino simpatizzanti e attivisti. Molti di loro (italiani) scrivono per sostenere e plaudire alla teoria del pupillo di Beppe Grillo.
Altri no: «Sono stato attivista e anche conosciuto sul territorio, ma un’affermazione così qualunquista è davvero la tua?» chiede Antonio Di.
Un imprenditore che rivela: «Ho 15 romeni che lavorano per me, fanno lavori che nessun italiano vuol fare (e siamo a Napoli), tutti grandi e onesti lavoratori e poi se non ci fossero loro la metà degli italiani che vivono in famiglia sarebbero chiusi in ospizi».
C’è chi perde le staffe («Vai a vederti le statistiche vere, ho pubblicato già due studi universitari su questo argomento, se solo fossi passato almeno una volta per l’Università , caro Luigi» sostiene Alina Harja) e chi si dice «orgogliosa di essere romena», come Maria Alexandrina Dascalu: «Paghiamo le tasse come tutti gli italiani, portiamo i nostri figli nelle scuole italiane e non chiediamo privilegi».
Singoli cittadini del paese dell’Est che si sentono oltraggiati ma anche le associazioni che rappresentano la vasta comunità
«Di Maio è un ignorante, è vero che ci sono i delinquenti — sostiene Romolus Popescu dell’Associazione romeni in Italia, citato dalla Stampa — ma quante badanti e infermiere curano i vecchi italiani. Si informi prima di aprire bocca».
(da “La Repubblica“)
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
QUATTRO ATTIVISTI CHE AVEVANO ACCUSATO SALA DI NON ESSERE ELEGGIBILE HANNO PERSO IL RICORSO E ORA DEVONO PAGARE 20.000 EURO….DI STEFANO LANCIA UNA COLLETTA TRA GLI ISCRITTI… MA PERCHE’ GRILLO E I PARLAMENTARI NON METTONO MANO AL PORTAFOGLIO?
Ieri il portavoce del MoVimento 5 Stelle Manlio Di Stefano ha rivolto un accorato appello per aiutare “un gruppo di cittadini” che si trova a «dover pagare un debito sorto per la loro volontà di tutelare un interesse comune».
Ci risiamo, un altro caso di soprusi da parte dello Stato nei confronti di liberi cittadini che difendono il bene comune!
Ma qual è l’interesse comune che questi valorosi stavano difendendo?
A quanto pare avevano sollevato davanti al giudice del Tribunale di Milano la questione dell’incandidabilità dell’attuale sindaco di Milano Beppe Sala. Il giudice però non ha ammesso il ricorso e ha condannato i nostri eroi al pagamento delle spese legali.
La vicenda risale alla primavera scorsa quando Beppe Sala venne candidato dal centrosinistra a sindaco di Milano: qualche settimana prima del voto Radicali, 5 Stelle (con Panorama e il Fatto Quotidiano) sollevarono dubbi sulla candidabilità di Sala che — spiegavano — non si era dimesso dalla carica di Commissario di Expo ed inoltre era stato nominato nel Cda di Cassa Depositi e Prestiti.
Secondo questa tesi Sala non avrebbe potuto correre per la poltrona di Palazzo Marino.
I 5 Stelle, nella persona dell’allora candidato sindaco Gianluca Corrado, all’epoca avevano annunciato un ricorso urgente al Tar per verificare se davvero Sala fosse candidabile nella speranza che il Tribunale annullasse la candidatura del candidato del Partito Democratico.
Il 17 maggio 2016 però il Tar bocciò il ricorso dei 5 Stelle definendolo inammissibile spiegando che non spettava al Tribunale amministrativo decidere sulla candidabilità di Sala.
Dal momento che nella sentenza il Tar scriveva che “la questione circa l’asserita ineleggibilità potrà trovare tutela, successivamente all’espletamento delle elezioni e a seguito della convalida degli eletti, davanti a un giudice ordinario, ai sensi della normativa in vigore” i 5 Stelle che all’epoca avevano parlato di “assurde leggi italiane” sembravano propensi a perseguire la strada del ricorso al tribunale civile per ottenere il riconoscimento dell’ineleggibilità di Sala.
A giugno poi Sala è stato effettivamente eletto a sindaco di Milano e di quel ricorso non se ne è saputo più nulla.
Almeno fino al 7 febbraio 2017 quando il Tribunale Civile di Milano ha respinto due ricorsi, presentati da quattro cittadini, che miravano ad ottenere il riconoscimento dell’ineleggibilità di Sala.
Secondo il Tribunale quindi Sala non solo era candidabile ma era anche eleggibile.
I ricorrenti sono “quattro simpatizzanti del MoVimento 5 Stelle” che hanno presentato uno dei due due ricorsi.
Il primo ricorso (presentato da Giorgio Giovanni Conte) sosteneva che Sala non fosse candidabile perchè non si era dimesso dalla carica di Commissario Unico di Expo.
Il Tribunale invece ha ritenuto essere “del tutto valida ed effettiva la dimissione della carica avvenuta con atto del 15 gennaio 2016” così come il fatto che Sala avesse firmato — dopo le dimissioni — il bilancio di Expo costituisce un atto dovuto che non va a pregiudicare la possibilità di Sala di candidarsi a sindaco.
Il secondo ricorso, presentato dai cittadini a 5 Stelle Francesco Maria Forcolini, Filippo Senia, Cosimo Trenta e Katia Tarsia, è stato respinto per un motivo ancora più interessante: i cittadini non hanno dimostrato di essere elettori del Comune di Milano quindi il loro ricorso non era ammissibile perchè mancavano i presupposti per poterlo presentare.
In buona sostanza i quattro attivisti pentastellati non erano legittimati a presentare ricorso. Ed è forse per questo che Manlio Di Stefano, e con lui il MoVimento 5 Stelle di Milano e il consigliere Corrado non entrano nel merito della pronuncia: il Tribunale infatti non è nemmeno entrato nel merito del ricorso per “carenza di legittimazione attiva dei ricorrenti”.
Di Stefano e i 5 Stelle sostengono che «i cittadini debbano essere liberi di rivolgersi alla magistratura per accertare la legittimità di decisioni di interesse comune senza rischiare per questo di essere condannati a pagare decine di migliaia di euro».
In realtà i cittadini rimangono liberi di rivolgersi alla magistratura ma per farlo devono almeno averne il titolo, che in questo caso significa essere iscritti nelle liste elettorali del Comune di Milano, cosa che a quanto pare i quattro eroici cittadini non sono riusciti a dimostrare di essere.
Ed ecco quindi la trovata geniale dei 5 Stelle (che sono il partito della legalità e dell’onestà ): chiedere ai cittadini di contribuire alle spese legali che sono state quantificate in 20 mila euro.
La legge infatti prevede che se perdi un ricorso devi pagare le spese legali e non si capisce in che modo secondo Di Stefano un cittadino possa presentare qualsiasi tipo di ricorso senza doversi assumere la responsabilità di ciò che potrebbe accadere in caso di sconfitta.
O meglio: si capisce se si considera il fatto che i ricorrenti sono elettori di un partito che sistematicamente ricorre ad un tipo di comunicazione politica che dà una falsa rappresentazione di come funziona la realtà (sia essa l’economia, la giustizia o la politica estera).
In nome della trasparenza poi il M5S non pubblica la sentenza di condanna a risarcire le spese processuali e invita a donare il denaro direttamente sul conto intestato ad uno dei ricorrenti e non — come ci si aspetterebbe da un partito serio — su un conto corrente del MoVimento.
Ma questo è l’ultimo dei problemi del 5 Stelle che è riuscito nell’incredibile impresa di mandare allo sbaraglio i suoi elettori e i suoi attivisti senza alcuna forma di tutela e di copertura.
Ora che i suoi attivisti sono finiti nei guai il MoVimento e i suoi parlamentari non si mettono una mano sul portafoglio (sono pagati con i nostri soldi) ma invitano il Popolo della Rete a farlo all’insegna del classico “armiamoci e partite” che ha fatto le fortune di questo Paese.
Ed è strano che Beppe Grillo non abbia rilanciato l’appello sul suo blog per dare una mano alla raccolta fondi.
In realtà la questione dei 20 mila euro che i ricorrenti dovranno pagare — perchè questa è la legge — può essere vista in un altro modo come una tassa sui creduloni che credono ai cialtroni che invece che esporsi in prima persona mandano avanti gli altri salvo poi abbandonarli a loro stessi quando le cose si mettono male.
Questa vicenda è solo l’ultima spia del fatto che ai vertici del M5S non interessa nulla degli attivisti, nemmeno quando votano sul blog.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
NON SOLO LA CONTESA CIVILE SUL SIMBOLO, MA ANCHE QUELLA PENALE PER LE FRASI DI GRILLO
Se ci si mette in gioco e si diventa personaggi pubblici, bisogna essere pronti anche a qualche
bordata.
È la sintesi della memoria presentata da Enrico Grillo, nipote di Beppe e suo avvocato nell’indagine per diffamazione che la Procura di Genova ha aperto sul comico e sul deputato Alessandro Di Battista dopo aver ricevuto una querela da Marika Cassimatis.
«Accetti la visibilità »
Grillo finora non è stato sentito, ma ha prodotto il dossier contenente gli screenshot del post del 17 marzo scorso che gli è costato la denuncia.
La tesi contenuta nella memoria della difesa è piuttosto semplice: Grillo e Cassimatis sono personaggi pubblici, lei si è candidata per un ruolo di grande visibilità . E quindi deve accettare d’essere sottoposta a giudizi e critiche, più d’un qualsiasi cittadino.
Si punta in primis sul diritto di critica, che vale a maggior ragione per chi fa politica. Esprimere giudizi anche duri, sostiene il legale Enrico Grillo, è diverso dal diffamare. Vale a maggior ragione per i leader che si muovono – è sempre la linea sostenuta dal capo pentastellato tramite i suoi consulenti – in un ambito dove confronto e scontro sono il sale della competizione.
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 12th, 2017 Riccardo Fucile
GRILLO INVECE CHE CHIEDERE SCUSA ORA VUOLE MANDARE UNA DIFFIDA ALLA CASSIMATIS (CHE HA DIRITTO A PRESENTARE LA LISTA M5S)… IN FUTURO “SELEZIONE PREVENTIVA” E ADDIO DEMOCRAZIA DIRETTA
La diffida è pronta. L’ultima speranza, per Beppe Grillo, di presentare nella sua Genova una lista con il simbolo M5S è appesa al tentativo di impedire a Marika Cassimatis di farlo lei.
È un rebus complicato quello che si è creato dopo che il tribunale del comune ligure ha dato ragione alla candidata uscita vincitrice dalle ‘comunarie’ grilline malgrado il leader 5Stelle le avesse annullate.
Cassimatis, difesa dall’avvocato Lorenzo Borrè, non ha dubbi: “Al momento, in questa situazione, siamo noi (lei e la lista con cui si è presentata ndr) i candidati a sindaco di Genova per il M5S, al 100%. Non vogliamo fare una guerra coi coltelli al Movimento. Speriamo che ci sia modo di chiarirsi e di trovare un’intesa”, spiega a “Un giorno da pecora” sottolineando che la situazione è ancora “un po’ in alto mare”, ed è tornata al 14 marzo quando lei vinse la consultazione online.
Beppe Grillo però non ne vuole sapere. Considera Cassimatis una “pizzarottiana”, seguace cioè di Federico Pizzarotti, il sindaco di Parma espulso dal Movimento.
Non ha dunque alcuna intenzione di incontrarla e chiarire. Piuttosto ha già pronta la diffida, concordata con i suoi legali, da tirare fuori non appena Cassimatis inizierà a raccogliere le firme per la sua lista con il logo M5S.
L’ipotesi di presentare un’altra lista che si chiamasse sempre MoVimento 5 Stelle con la “V” maiuscola è tramontata sul nascere perchè si creerebbe troppa confusione. Grillo sa che difficilmente riuscirà ad avere la meglio e a precludere a Cassimatis la possibilità di presentarsi con il simbolo M5S poichè l’ordinanza del tribunale di Genova ha dato ragione alla vincitrice delle comunarie e poco conta che sia stata sospesa dal Movimento.
Così, in queste ore, tra i parlamentari grillini sta subentrando la rassegnazione oltrechè la rabbia.
Rassegnazione perchè ormai si dà per scontato che i pentastellati non correranno a Genova con una loro lista e il fatto che Genova sia la città di Grillo rende il tutto ancora più amaro.
La rabbia perchè, secondo molti parlamentari, quanto successo si sarebbe potuto evitare. “Non si possono indire le comunarie, permettere a una persona di partecipare per poi annullarle”, è il ragionamento che viene fatto.
E che era stato già fatto poche settimane fa quando Grillo prese la decisione. Lo stesso Alessandro Di Battista, ‘intercettato’ mentre parlava al telefono su un autobus, aveva avuto molto da ridire.
Adesso i malumori non mancano, anzi la sentenza li ha acuiti e si cerca un modo per non ripetere quanto successo. Il metodo è già allo studio.
Nei fatti sarà fatta una selezione preventiva ed è qui che entra in campo Davide Casaleggio, che già si sta occupando in prima persona delle candidature nazionali alle prossime elezione e che adesso presterà un occhio anche per le amministrative. In pratica non è più possibile, per i pentastellati, commettere passi falsi come quello di Genova, dunque la Rete attraverso il blog si occuperà ancora di scegliere i candidati ma scrematura viene fatta prima dai vertici pentastellati.
Probabilmente da Grillo e Casaleggio insieme al collegio dei probiviri. “Non possiamo imbarcare chiunque”, sarà il concetto chiave delle prossime elezioni politiche.
Peccato che la Cassimatis non fosse “chiunque” ma una attivista da anni…
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile
COME SBARACCARE 150 ANNI DI LOTTE DEL LAVORO
I pappagalli modernisti, quelli che ti ripetono la giaculatoria per sentito dire sulla potenza della rete,
spiegandoti che non sei sufficientemente aggiornato in materia di rivoluzione grillina del web, bisognerebbe che venissero a loro volta informati di una verità sconvolgente: i vettori del cambiamento non sono solo tecnologici, ma anche organizzativi.
Difatti, se tale messaggio fosse arrivato a destinazione, ci saremmo risparmiati l’ennesimo tormentone lessicale d’appartenenza, ad opera delle pedisseque casse di risonanza del Verbo di Sant’Ilario (rimaneggiato dallo staff di linguisti asserragliati nella milanese via Gerolamo Morone): vaffa… rosiconi… click-democrazia… Ora “disintermediazione”.
Quanto gli ideologi a Cinquestelle chiamano “disintermediazione”; ossia taglio delle bardature burocratiche che condussero all’asfissia l’età socialdemocratica-welfariana (preparando l’avvento della controrivoluzione neo-liberista che oggi fornisce l’orizzonte culturale dei managerial-efficientisti alla Davide Casaleggio; quelli per cui “o ti adegui precarizzandoti oppure ti becchi stipendi da fame cinese”), trascura un particolare non da poco: l’atomizzazione delle moltitudini non è altro che l’abile tattica con cui si è messo fuori gioco il movimento operaio novecentesco.
Ossia la consapevolezza che il rapporto squilibrato, in termini di risorse a disposizione e forza contrattuale, tra datore di lavoro e lavoratore poteva essere sanato nella sua prevaricatoria asimmetria soltanto grazie all’aggregazione dei molti senza potere.
Un processo storico che ha incivilito la società attraverso quelle che Luigi Einaudi chiamava “le lotte del lavoro”, prima nella fase del mutualismo proletario e poi della sindacalizzazione.
Ma a Beppe Grillo e ai suoi ghost-writer il sindacato non piace, come non piaceva a Matteo Renzi, confermando la matrice piccolo-borghese della loro cultura.
Dunque, non critica della rappresentanza nelle sue patologie (sacrosanta per via delle derive professionali a tendenza castale che infestano le strutture organizzative del lavoro, producendo intollerabili e costosissimi privilegi), bensì sbaraccamento dell’idea stessa di un contropotere che tragga forza dal consenso dei ceti più deboli; di quel lavoro che continua a essere una colonna portante della società , anche se la restaurazione plutocratica di questo quarantennio tende a oscurarlo come soggetto politico collettivo. Ma che terrorizza soprattutto i neoborghesi, il ceto che si è arricchito nelle praterie deregolate dell’Italia a partire dagli anni Ottanta (la stagione del CAF, il concerto Craxi-Andreotti-Forlani, del saccheggio del pubblico denaro), che se ne sentono minacciati dalle sue aspirazioni egualitarie.
D’altro canto se si era tamarri allora, si resta sempre tamarri, anche se ripuliti (e magari con villa sulla collina vip ai confini di Genova).
Visto che si continua a parlare e sproloquiare di democrazia, si dovrebbe avere ben chiaro il concetto liberale che questo modo di “fare società ” si basa sulla dinamica (spesso conflittuale) della competizione tra soggetti e interessi.
Il suo contrario è l’autocrazia, in cui qualcuno — Uomo Forte o Garante — decide per le moltitudini ridotte a greggi di pecoroni. All’insegna del “fidatevi”.
Un diktat subliminale che si accompagna allo sbaraccamento di ogni corpo intermedio; anche stavolta in singolare simmetria con il fallimentare riformismo renziano (e i maldestri tentativi di normalizzazione del ventennio berlusconiano).
In un paese dove l’egemonia della cafonaggine neo-borghese diventa devastazione civile.
Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile
FORNER AVEVA SCRITTO ALLO STAFF CONTESTANDO L’ESITO DELLA VOTAZIONE, NEANCHE DEGNO DI UNA RISPOSTA, NON HA CAPITO CHE NON DOVEVA VINCERE LUI
L’annullamento delle comunarie M5S di Genova perchè indette meno di 24 ore prima del voto è
diventato un precedente.
A cui si è appellato Leonardo Forner, sconfitto a Padova da Simone Borile per la candidatura a sindaco della città .
Forner aspetta ormai da 48 ore che lo staff del Movimento Cinque stelle risponda alla mail con cui, astutamente, si è appellato alla decisione di Beppe Grillo riguardante il capoluogo ligure, dove lunedì il tribunale ha accolto il ricorso di Marika Cassimatis contro la decisione del garante.
L’aspirante candidato chiede l’annullamento delle primarie nel capoluogo veneto che fino allo scorso autunno fu retto dal leghista Massimo Bitonci, perchè l’apertura dei gazebo telematici è avvenuta senza l’anticipazione formalmente prevista.
Ma il responso del gruppo dirigente che si occupa delle questioni interne più delicate del Movimento non è (ancora) arrivato. E non è detto che arriverà nelle prossime ore.
Forner potrebbe anche attendere invano la risposta, mentre la macchina elettorale si sta mettendo in moto.
Non si è trattato di una sconfitta al fotofinish, visto che il ventiduenne, laureato in Economia e management, ha incassato 48 voti. Simone Borile, 41 anni, docente di Antropologia della violenza e direttore della scuola superiore universitaria per mediatori linguistici Ciels, è invece arrivato a quota 108 consensi. Più del doppio.
Eppure il giovane pretendente da mesi si stava impegnando per ottenere l’investitura alle primarie. Lo ha fatto autocandidandosi e spedendo nei termini la sua disponibilità allo staff della Casaleggio.
Adesso non si rassegna e prosegue su quella strada, anche se non sembra intenzionato a provocare uno strappo, visto che si appella agli organi interni dei Cinquestelle.
Eppure non risparmia critiche, soprattutto sui giornali locali. “Sono in contatto con i genovesi. Anche a Padova, a norma di regolamento, è mancato il preavviso di 24 ore agli iscritti, sancito dall’articolo 3. E’ vero che di solito non è rispettato, ma questa è la causa con cui Grillo ha annullato le primarie a Genova”.
Non si può dire che Forner difetti di entusiasmo lealista. “Nessuno vuole danneggiare il movimento, siamo tutti attivisti da moltissimo tempo e vogliamo portare avanti le istanze dei cittadini sul territorio e non andare avanti per azioni legali al nostro interno“.
I Cinquestelle non sembrano dare molto credito al ricorso di Forner. Infatti, Borile si limita a commentare: “Il Movimento ha deciso che io devo essere la persona che manda a casa la vecchia politica padovana. Lo ha fatto in modo netto e inequivocabile”.
E sta già provvedendo alle pratiche per la certificazione della candidatura, evidentemente con l’avallo del gruppo dirigente. Poi verrà il momento della raccolta delle firme.
Jacopo Berti, capogruppo in Regione, non vuole attizzare le polemiche, che fomenterebbero soltanto un caso-Padova. “Andiamo avanti così”, si limita a dichiarare. E spinge il candidato Borile. Il che suona già da verdetto definitivo per il giovane Forner. Difficilmente lo staff di Casaleggio gli risponderà .
Giuseppe Pietrobelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile
TENSIONE ALLA CAMERA TRA CRONISTI E STAFF DELLA COMUNICAZIONE GRILLINA CHE AVEVA GARANTITO LA POSSIBILITA’ DI PORRE DOMANDE
Oggi alla Camera si è svolta un’iniziativa del MoVimento 5 Stelle che, prendendo spunto dal servizio di Report su Renzi, l’Unità e l’ENI, ha annunciato un esposto all’ANAC e alla magistratura per verificare se sussistono reati come traffico di influenze, turbativa d’asta, induzione alla corruzione. “Noi vogliamo vederci chiaro. Nei prossimi giorni presenteremo un esposto alla magistratura per verificare se sussistono reati come: induzione alla corruzione, turbativa d’asta e traffico di influenze. E chiediamo anche all’ANAC di verificare se esiste un sistema Renzi dal punto di vista giudiziario”, ha detto Luigi Di Maio.
Ma la parte più divertente della vicenda si è svolta alla fine della conferenza stampa. Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Roberto Fico si sono dileguati al termine dell’evento senza rispondere alle domande a margine dei cronisti, i quali avevano concordato con lo staff del Movimento di poter porre delle domande anche su altri argomenti al termine della conferenza.
Il loro silenzio, scrive l’ANSA, ha innescato un piccolo diverbio tra gli stessi cronisti e lo staff della comunicazione pentastellato che, durante la conferenza stampa aveva spiegato come le domande su temi non inerenti sarebbero state possibile a margine dell’evento. Cosa che tuttavia poi non si è verificata.
(da agenzie)
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Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile
SE L’EVENTUALE RICORSO DI GRILLO FOSSE RESPINTO VI SONO SOLO QUATTRO POSSIBILITA’
Quali sono i possibili scenari per il Movimento cinque stelle alle elezioni genovesi, dopo la sentenza
di ieri che riabilita la candidata Marika Cassimatis?
Occorre innanzi tutto una premessa.
I legali di Grillo possono presentare un “reclamo” (una specie di appello) all’ordinanza pro-Cassimatis, su cui si deciderà un collegio di giudici senza il magistrato che si è pronunciato ieri. Fra l’eventuale reclamo e il nuovo verdetto non passeranno più di 15-20 giorni
È possibile, ma improbabile, che il verdetto di ieri venga ribaltato, e a quel punto resterebbe in corsa Luca Pirondini, secondo classificato alle “comunarie” poi indicato da Beppe Grillo come candidato dei Cinque stelle.
Ma laddove i magistrati confermassero la riabilitazione si Cassimatis, si aprirebbero sostanzialmente quattro strade
1) GRILLO RITIRA LISTA E SIMBOLO
Il comico “diffida” Cassimatis dall’utilizzare il simbolo M5S, di cui è formalmente titolare un’associazione creata ad hoc insieme al nipote avvocato e a un commercialista. Ma a quel punto si esporrebbe a un’accusa (civile) di conflitto d’interessi con possibili conseguenze sulla titolarità del simbolo stesso in tutta Italia. Questo scenario è allo stato ritenuto il più probabile
2) NUOVE COMUNARIE.
Grillo decide d’indire nuove comunarie online, ma Cassimatis presenterebbe immediatamente nuovi ricorsi in tribunale forte del verdetto di ieri
3) LISTE GEMELLE.
Vengono presentate sia la lista di Luca Pirondini che quella di Marika Cassimatis, entrambe con il simbolo del Movimento cinque stelle. A quel punto la parola passerebbe al Tar, il tribunale amministrativo
4) ACCORDO.
Grillo si accorda con Cassimatis e quest’ultima diventa l’unica candidata del m5S (opzione tecnicamente possibile ma esclusa ieri da un post sul sito www.beppegrillo.it)
(da “Il Secolo XIX”)
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Aprile 11th, 2017 Riccardo Fucile
RIUNIONE FIUME DI GRILLO E CASALEGGIO CON I LEGALI PER TROVARE UNA VIA D’USCITA… BORRE’: “CASSIMATIS SI PRESENTERA’ CON IL SIMBOLO”
Beppe Grillo, avvocati, staff: tutti in conclave. Davide Casaleggio in contatto telefonico.
Una riunione fiume per trovare la via d’uscita al pasticcio Genova dopo che il tribunale ha dato ragione a Marika Cassimatis stabilendo che Beppe Grillo non avrebbe potuto cancellare il risultato delle comunarie genovesi M5S.
Nel tardo pomeriggio, ecco che il leader M5S pubblica un post redatto insieme ai suoi legali: “Marika Cassimatis è stata sospesa e la votazione del 14 marzo è stata annullata, pertanto non è nè sarà candidata con il MoVimento 5 Stelle a Genova alle elezioni dell’11 giugno. Rispettiamo la sentenza, ci riserviamo però di tutelare in ogni sede le nostre ragioni”.
Tuttavia il tribunale ha sospeso le delibere secondo cui Cassimatis non sarebbe più stata la candidata M5S e quella in cui veniva deciso che invece a correre per la poltrona di primo cittadino con il simbolo 5Stelle sarebbe stato Luca Pirondini.
Per questo, al di là del post di Grillo, per dirla con le parole di un esponente grillino di peso in contatto in queste ore con il leader M5S: “La situazione è grave”.
Lorenzo Borrè, avvocato di Cassimatis, contattato dall’Huffpost non indietreggia: “Il regolamento 5Stelle prevede che gli iscritti possono candidarsi ma non specifica in alcun modo che solo loro possono farli. Tra i requisiti richiesti non c’è l’iscrizione al Movimento, anche per questo la mia assistita è a tutti gli effetti la candidata”.
L’ipotesi di poter correre a Genova, città di Grillo, con il simbolo M5S e con il candidato Luca Pirondini, in realtà , nel mondo pentastellato appare un miraggio.
Nei prossimi giorni si andrà avanti a colpi di carte bollate. La paura più grande per i parlamentari grillini è che la vincitrice delle primarie poi annullate la spunti sul simbolo.
“Cassimatis – dice ancora Borrè – si presenterà con il simbolo, in caso sarà Grillo a fare ricorso”.
Tanti i ragionamenti che vengono fatti in queste ore tra Genova, dove vive Grillo, e Milano dove ha sede la Casaleggio associati.
Il tribunale di Genova ha emesso un’ordinanza di sospensione e il merito verrà deciso più avanti, quando cioè sarà cessata la materia del contendere.
In pratica, dopo le elezioni. “Questo significa che Cassimatis con questa sentenza può stampare i moduli con il simbolo M5S e raccogliere le firme per la sua lista”, sintetizza preoccupato un deputato.
I legali M5S si sono aggrappati al fatto che il magistrato non si è espresso sulla decisione del 6 aprile con cui Grillo ha escluso Cassimatis dalla piattaforma Rousseau sospendendola quindi dal Movimento.
Per tale ragione — dicono – se la vincitrice delle primarie non fa più parte del Movimento non potrà utilizzare il simbolo. Titolare del logo della “ditta” grillina è infatti un’associazione registrata da Grillo nel 2012 insieme al nipote Enrico Grillo e al commercialista Andrea Nadasi.
L’associazione si chiama “Movimento cinque stelle”, con la “v” minuscola, ed è altra cosa dal “MoVimento cinque stelle” vero e proprio. La Cassimatis potrebbe trovarsi di fronte a una diffida a usare il simbolo, ma anche in questo caso ci sarebbero carte bollate e udienze in tribunale.
La partita sul caso Cassimatis è quindi solo all’inizio. L’appello è possibile, ma Grillo deve fare presto: se si scavalla la data del 12 maggio, giorno in cui scade il termine per la presentazione delle liste per le amministrative, il rischio di trovarsi senza il candidato sindaco nella sua Genova diventerà realtà .
Il Movimento Cinque Stelle ha 15 giorni per presentare un ricorso contro la decisione del tribunale civile del capoluogo ligure. Poi i giudici avranno altri 20 giorni per pronunciarsi.
Se i legali dei pentastellati faranno in fretta, la decisione arriverà in tempo utile per la presentazione della lista. Il presidente del Tribunale Viazzi ha spiegato che se dovesse arrivare un ricorso, sarà preso in esame con “la massima tempestività “.
A esaminarlo sarà la stessa sezione di cui fa parte il giudice che ha dato ragione alla Cassimatis, ma ovviamente il magistrato non farà parte del collegio giudicante.
Il rischio però che venga confermata la sentenza di oggi è troppo alto, dunque l’unica strada da percorre rimane il divieto del simbolo. Ma Cassimatis, con i suoi legali, è già pronta a rispondere.
(da “La Stampa”)
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