Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
ALTRO CHE RAPPRESENTARE I CITTADINI: PREMIO AL PRIMO PARTITO CHE GLI PERMETTA DI GOVERNARE DA SOLO ED ELIMINAZIONE DEI PICCOLI PARTITI ALZANDO LA SOGLIA DI SBARRAMENTO
I grillini, quelli della democrazia diretta, quelli del potere ai cittadini, sbandierando l’esigenza di governabilità (quando gli viene comodo), vogliono seppellire sotto due palate di terra il principio primo della democrazia, ovvero la rappresentatività .
Una democrazia funziona quando tutti si sentono rappresentati, non esclusi.
Quindi il sistema ideale è il proporzionale puro, senza soglia di sbarramento, affinchè anche i seggi siano equamente divisi, non penalizzando alcuna minoranza.
Anche perchè più le minoranze hanno “diritto di tribuna” meno disordini di piazza accadranno e meno Minniti sarà chiamato a manganellare il prossimo.
E invece che proposta ti esce fuori dalla nomenklatura a Cinquestelle? Un modello calzato su misura per loro, ovvero:
1) alzare a dismisura la soglia di sbarramento in modo che solo 4-5 partiti possano superarla
2) il partito che vince (caso strano il partito, non la coalizione…) magari con il 30% deve avere in premio i seggi necessari per arrivare alla maggioranza di Camera e Senato.
In pratica, in un Paese dove vota il 60% degli aventi diritto, a chi fa primo anche se con il 33% dei consensi (ovvero il 20% dei cittadini italiani reali) dovrebbero regalare le chiavi del Paese.
Un insulto alla democrazia che dimostra di quanto stiano a cuore ai proponenti più le poltrone che l’interesse degli italiani.
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Marzo 31st, 2017 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DEI VERTICI: SE NON SI VINCE A NOVEMBRE IN SICILIA E’ DURA CONQUISTARE PALAZZO CHIGI
Ai parlamentari siciliani di ogni colore che incrocia in Transatlantico lo dice senza mezze misure: «Ad ottobre vinceremo in Sicilia. E da lì sarà un attimo per conquistare anche Palazzo Chigi». Abito grigio, zainetto in spalla, Alessandro Di Battista, uno dei leader del M5S, ragiona in questi termini sull’appuntamento elettorale cerchiato in rosso da Grillo&Co, ovvero il rinnovo del Parlamentino siciliano.
A fine ottobre infatti si consumerà un passaggio che i più definiscono il primo vero test verso la corsa alle elezioni politiche.
I cinquestelle puntano tutte le fiches sull’isola. Nel 2012 non fu sufficiente la traversata a nuoto dell’ex comico, accompagnata poi da un tour serratissimo in tutti i comuni siciliani. Il movimento dell’ex comico si fermò al 18%.
Ma in questi cinque anni di opposizione fino allo stremo al governo di Rosario Crocetta i pentastellati sono cresciuti, hanno conquistato capoluoghi di provincia di peso come Ragusa, e da tutti gli istituti di ricerca vengono stimati sopra il 35%.
Numeri di capogiro che potrebbero non bastare qualora si venisse a formare una grande coalizione di «centro-centrosinistra», da Angelino Alfano a Leoluca Orlando.
E allora come correre ai ripari? Come riuscire ad ottenere la maggioranza dei seggi?
Di Battista lo avrebbe rivelato a Montecitorio discorrendo a briglie sciolte con alcuni deputati dell’isola: «Non appena ci prenderemo le chiavi della Sicilia, nei primi di due mesi al governo aboliremo tutti i vitalizi e le pensioni d’oro».
Una strategia che, secondo il ragionamento di Dibba, spianerebbe la strada al M5s per le politiche del 2018. Perchè, spiegano, «sarebbe una campagna di immagine che ci farebbe sfondare il 40%».
Il tutto sarebbe stato costruito a tavolino da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. I due sono in continuo contatto con Giancarlo Cancelleri, ancora non ufficialmente il candidato governatore della Sicilia.
«Va da sè, sarà Giancarlo», assicurano i fedelissimi di Cancelleri. Nonostante sia prevista una consultazione interna fra gli iscritti al blog per selezionare il candidato alla presidenza alla regione, fra Roma e Palermo si lavora come se il candidato fosse già Cancelleri.
Dal suo quartier generale trapela che «Giancarlo sia molto amato dal popolo siciliano e abbia le carte in regola per vincere». Ha studiato in questi anni Cancelleri. Nella sua Caltanissetta è un beniamono. La corte aumenta di giorno in giorno. Grillo ne apprezza le qualità . Di Maio lo ascolta e sempre più spesso gli fornisce indicazioni su come comportarsi. Di certo c’è che Cancelleri starebbe già stilando la squadra di governo.
In cima alla lista Salvatore Corallo, oggi assessore all’Urbanistica del comune di Ragusa, e Andrea Bartoli, un notaio che trasformato un malandato rione antico di Favara — un paese in provincia di Agrigento, noto più per la malavita – in un’attrazione internazionale per gli appassionati di arte contemporanea.
Da luglio lo stato maggiore dei cinquestelle si mobiliterà in tutta isola. Di Battista e Di Maio presenzieranno e gireranno in lungo e largo, da Palermo a Catania, toccando tutti i capoluoghi di provincia, e centinaia di comuni.
E ci sarà anche il sindaco di Torino, Chiara Appendino. «Un modello vincente», filtra dai piani alti del M5s.
A differenza di Virginia Raggi che, secondo alcune indiscrezioni, non dovrebbe volare in Sicilia. Il motivo? Confidano alcuni deputati siciliani: «Ci farebbe perdere consensi».
Giuseppe Alberto Falci
(da “La Stampa”)
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Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
PARLANO CONTRO I POTERI FORTI, POI CI VANNO A PRANZO … PAOLO MAGRI, SEGRETARIO DELL’ITALIAN GROUP DELLA TRILATERAL, INVITATO CON TUTTO GLI ONORI AL CONVEGNO A IVREA
«I grillini sono tutti doppia morale, parlano contro i cosiddetti poteri forti e poi ci vanno a braccetto.
Fico sul blog di Grillo: “Il fondamento della dottrina della Trilaterale è la netta separazione fra potere (kratos) e popolo (demos): un pensiero antidemocratico penetrato nella società attraverso i media e realizzato progressivamente dagli esecutivi occidentali”», afferma Emanuele Fiano, deputato del Pd.
«Bene, leggi il Fico-pensiero sulla Trilaterale e poi scopri che a Ivrea invitano ad un convegno per commemorare Casaleggio proprio il segretario del gruppo italiano della Trilaterale.
Come Di Maio — incalza l’esponente dem — che tuonava contro le lobbies e poi zitto zitto le incontrava». 
A chi si riferisce Fiano? Basta scorrere l’elenco dei relatori al convegno Capire il Futuro che andrà in scena l’8 aprile all’Officina H per trovare, tra gli altri nomi, quello di Paolo Magri, segretario dell’Italian Group della Commissione Trilaterale oltre che direttore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.
«La doppia morale è nel dna dei 5 Stelle. Un po’ di pseudo rivoluzionarismo da salotto e da tastiera: fingono di essere dalla parte della gente, mentre le persone reali interessano solo come utenti dei lucrosi click per il blog», conclude il parlamentare. Nell’aprile 2016 aveva fatto scalpore il pranzo di Luigi Di Maio all’Ispi, ovvero il think tank più autorevole sulla politica internazionale, che conta come presidente onorario l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Oltre a Di Maio c’erano Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, e Mario Monti.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
SE VUOI FARE IL RIVOLUZIONARIO PRENDI D’ASSALTO IL PALAZZO, NON FERISCI 4 COMMESSI CHE SI GUADAGNANO DA VIVERE… E MAGARI USI ARGOMENTI REALI, NON LA PALLA DEI VITALIZI CHE NON ESISTONO PIU’ DA DUE ANNI
L’Ufficio di presidenza della Camera ha deciso di sospendere per 15 giorni i 19 deputati del M5S che lo scorso 22 marzo tentarono di fare irruzione nell’ufficio di presidenza mentre si votavano le delibere sulle pensioni dei parlamentari.
Lo riferisce al termine della riunione Riccardo Fraccaro, membro M5S dell’Ufficio di Presidenza.
Ai 15 giorni comminati ai 36 deputati per la tentata irruzione in Ufficio di Presidenza si aggiungono i 10-12 con cui sono stati sanzionati 29 deputati per le proteste in Aula. Nei due episodi in gran parte dei casi sono stati coinvolti e sanzionati i medesimi deputati. In tutto gli esponenti M5S sanzionati sono 42.
Per alcuni (Sorial, Vacca, L’Abbate, ad esempio) i giorni di interdizione in totale sono quindi 27.
Le sanzioni sono state votate da tutti i membri dell’Ufficio di Presidenza ad eccezione del pentastellato Riccardo Fraccaro e con gli altri due membri M5S assenti.
L’ufficio di Presidenza, sanzionando con 15 giorni la tentata irruzione del M5S in occasione del voto sulle delibere sui vitalizi, sottolinea come il comportamento «aggressivo» dei deputati che hanno rotto il cordone tentando l’irruzione nella Biblioteca della Presidenza abbia reso ancor più grave l’episodio a causa del quale, si ricorda, 4 assistenti parlamentari (3 uomini e una donna) sono dovuti ricorrere a cure mediche.
Tra i deputati sanzionati per la tentata irruzione figurano Alessandro Di Battista, Giuseppe Bresca, Massimo De Rosa (unico che riuscì ad entrare), Danilo Toninelli, Michele Dell’Orco, Marco Brugner
E in segno di protesta i grillini sono scesi in piazza, davanti a Montecitorio per protestare contro questa decisione.
Un flashmob davanti alla Camera per mostrare i volti dei deputati che fanno parte dell’ Ufficio di Presidenza della Camera: quelli che oggi hanno sanzionato 42 deputati del Movimento.
«Si tengono la pensione» hanno protestato i deputati del Movimento. La solita balla raccontata ai pirla.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
VOGLIONO TOGLIERE LE SANZIONI A PUTIN, MA NON DICONO NULLA SUL DIVIETO DI IMPORTAZIONE IMPOSTO DAI RUSSI, TACCIONO SULLA REPRESSIONE IN RUSSIA E IN VENEZUELA PERCHE’ SONO “AFFARI INTERNI”, MA LO STESSO NON VALE PER ERDOGAN?… E TACCIONO SUI DAZI AI PRODOTTI ITALIANI MINACCIATI DA TRUMP … EQUIDISTANTI? NO, SOLO SERVI DEI POTERI FORTI
Alessandro Di Battista non ha preso bene l’articolo della Stampa dove si fa riferimento alle
preoccupazioni statunitensi per il fatto che il M5S — come la Lega Nord — sia troppo vicino a Putin e che ci sia il rischio che i russi provino ad influenzare l’esito delle elezioni politiche italiane (ma anche di quelle francesi vista l’amicizia tra Marine Le Pen e il Presidente Russo).
Ma al di là dell’eventualità di un “intervento” russo nella politica italiana a dare fastidio agli americani è proprio l’essere — acriticamente — filoputiniani dei pentastellati.
Non occorre essere dei fini esperti di diplomazia per capire che questo atteggiamento finirà con il creare qualche problema al nostro Paese se i 5 Stelle andranno al governo, anche senza l’aiuto di Putin.
Scrive ad esempio Di Battista che quelle della Stampa (anche se in realtà sono considerazioni statunitensi che la Stampa riferisce) sono “tutte menzogne” e che i 5 Stelle hanno a cuore solo una cosa: il bene dell’Italia che nel caso della Russia passa per l’abolizione delle sanzioni (in seguito all’intervento russo in Ucraina) che per il deputato pentastellato “colpiscono soprattutto le nostre imprese”.
In questo senso il MoVimento non sarebbe nè filo-russo nè filo-americano ma filo-italiano, la solita balla che i 5 Stelle raccontano da anni.
In realtà a danneggiare le esportazioni italiane ed europee è la decisione della Russia di vietare l’importazione di prodotti europei.
Dire che è tutta colpa delle sanzioni imposte alla Russia racconta solo una parte della verità , quella in cui la Russia gioca la parte della vittima e non quella in cui gioca sullo stesso terreno.
I 5 Stelle però non chiedono a Putin di annullare l’ordine presidenziale che ha istituito il divieto d’importazione, c’è il rischio di farlo passare per uno “cattivo” ma questo la dice lunga sul modo con cui i pentastellati difendono gli interessi nazionali.
Anche la risposta di Manlio Di Stefano, Capogruppo alla commissione Affari esteri della Camera e da sempre l’uomo incaricato di gestire gli impegni internazionali del MoVimento (dai viaggi in Russia a quelli in Israele) si difende su Facebook dalle accuse di “connivenza” con una potenza straniera
Per qualche strana ragione ai 5 Stelle Putin sta simpatico e ci si possono fare affari mentre Erdogan — che in Turchia non agisce in maniera poi così difforme da quello che fa Putin a casa sua — non è degno di entrare nell’Unione Europea (almeno così è scritto nel “libro” a 5 Stelle).
Forse essere filo-italiani passa per l’essere anti turchi?
Oppure per l’elettorato pentastellato l’uomo forte di Mosca è più accettabile dell’uomo forte islamico di Ankara?
Non si capisce come mai inoltre i 5 Stelle, così attenti a difendere i prodotti italiani e le nostre esportazioni, non abbiano ancora battuto ciglio alla notizia che il Presidente USA Donald Trump sta studiando la possibilità di imporre dazi punitivi fino al 100% su alcuni prodotti di origine europea tra cui l’italiana Vespa (Piaggio), l’acqua Perrier (Nestle’, che produce anche la San Pellegrino) e il formaggio Roquefort in risposta al bando Ue sulla carne di manzo Usa di bovini trattati con gli ormoni.
Un tema sul quale i 5 Stelle dovrebbero essere naturalmente sensibili ma rispetto al quale — probabilmente per non interferire nelle decisioni di Trump (che pure gode della stima di Putin).
L’infatuazione del MoVimento per gli uomini forti (che evidentemente evocano il ricordo del Capo Politico del partito) passa anche per il Venezuela dove Manlio Di Stefano, Ornella Bertorotta e Vito Petrocelli si sono recati in pellegrinaggio ad inizio marzo proprio nei giorni in cui veniva celebrato l’anniversario della morte di Hugo Chavez l’uomo che si oppose alle richieste del FMI e che tutti i leader dei paesi oppressi dal debito pubblico sognano di essere prima o poi.
Alla ricerca di una spremuta d’umanità (cit.) i pentastellati hanno incontrato una delegazione di nostri connazionali ma le cose, come raccontava il Foglio, non sono andate poi così bene.
Alcuni esponenti della comunità italiana in Venezuela hanno criticato il fatto che i 5 Stelle non abbiano votato la mozione di condanna del regime venezuelano.
Loro si sono difesi spiegando che “non intervengono nelle questioni interne di un paese terzo” (che è appena più diplomatico di dire “bisogna dialogare con l’ISIS“) e che non è assolutamente vero che quello venezuelano è una dittatura.
Certo le persecuzioni di oppositori politici e critici del regime di Chavez prima e Maduro oggi sono all’ordine del giorno così come le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di polizia ma per i 5 Stelle non si tratta di questioni preoccupanti, in fondo in Italia “grazie a Renzi” ci sono un sacco di giovani disoccupati e poi in Venezuela — disse l’onorevole Bertorotta che è capogruppo alla commissione Affari esteri del Senato — c’è un ottimo programma di insegnamento musicale nelle scuole.
Ma cosa ne possono capire loro della mancanza di medicinali, dei supermercati sempre chiusi dove la gente fa la fila per ore, della moneta locale che vale meno di zero, dell’inflazione galoppante (ma, ehi, stampano la loro moneta!) e della mancanza di denaro per poter pagare le ditte che stampano le banconote (ma ehi, hanno la sovranità monetaria).
In fondo per 5 Stelle come Di Maio la situazione è molto meglio oggi di quando in Venezuela comandava il dittatore Pinochet.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO DI MAIO, ARRIVA DI STEFANO CON “LE IENE SI SONO INCAPPONITE CONTRO DI NOI”… FORSE PENSAVA AI CAPPONI DI RENZO TRAMAGLINO?
I politici italiani, diciamolo subito, non ci hanno mai fatto mancare strafalcioni e ignoranze. Politici di ogni colore.
Silvio Berlusconi, per citarne solo uno, ne era un campione, quando disse – per fare solo un esempio – “Romolo e Remolo” ( raccontando una storia davanti ai leader del mondo abbastanza divertiti, va detto) fece immediatamente la storia, o quando pronunciò il discorso in inglese in Texas, davanti a un sorridente George W. Bush: è tuttora uno dei video più cliccati su youtube, e non gli ha fatto certo perdere elezioni.
Ma gli strafalcioni o le lacune berlusconiane avevano come un che di sorridente, assai di rado il Cavaliere dava l’impressione di voler dar lezioni, semmai cercava complicità , voleva affabulare, e se s’infilava nel ginepraio culturale o nelle insidie del latinorum era, solo e soltanto, per piacere.
Agghiacciante lo diventava, semmai, quando emanava editti bulgari, non quando faceva il colto per dar di gomito all’interlocutore.
Potremmo citare altri esempi, ripetiamolo, con ignoranze diverse, spesso molto meno divertenti, ma quasi mai fiere della propria ignoranza. Non sapere le cose era, fino a oggi, tutto sommato qualcosa da dissimulare. A volte, malamente.
Quello che sta accadendo in questa stagione italiana è, invece, un totale inedito.
Errori storici, culturali, linguistici, sintattici, economici, vengono ormai esibiti dai nuovi potenti col fiero cipiglio di chi, oltretutto, ritiene di dare una lezione all’interlocutore, o di aver scoperto una qualche pietra filosofale (l’interlocutore, naturalmente, la conosce e l’ha letta da anni, ma ciò non rattiene il nuovo politico).
I politici del Movimento cinque stelle, certo non i soli a brillare, mostrano come un’eccellenza, in questa gara.
L’altra sera, da questo punto di vista, si è assistito a uno spettacolo rivelatore ancorchè grottesco oltre ogni immaginazione. Durante il talk show Rai Cartabianca si stava parlando di “moneta fiscale”, l’ultima proposta europea dei grillini, quando Luigi Di Maio – uomo che aspira a fare il premier per quella che è la prima forza politica italiana attuale, stando a tutti i sondaggi – ha detto: “I certificati di credito fiscale non ce li siamo inventati noi, ma li hanno inventati economisti come Ortona, e il defunto psicologo come Gallini”.
Ferruccio de Bortoli ha avuto lì per lì la prontezza di riflessi di correggerlo garbatamente, “Gallino”: era chiaro (ma a quanti ascoltatori?) che a Di Maio era stato fornito un elaborato che si riferiva a una vecchia idea di Luciano Gallino, autorevole intellettuale torinese, sociologo del lavoro, naturalmente, non psicologo (non è chiaro del resto cosa ci sarebbe entrato uno psicologo in un dibattito sulla moneta unica).
Ma il momento più allarmante è stato forse quando Di Maio, dopo l’errore, ha ritenuto di ricordare, a Massimo Giannini, che “lo psicologo Gallini tra l’altro ha scritto proprio sul giornale di Giannini”.
Col tono di chi gli stava rimarcando: Giannini dovrebbe conoscerlo. Ora, Giannini naturalmente conosceva bene Luciano Gallino, mentre è più difficile che conosca lo “psicologo Gallini”.
Ma il punto è questo: Di Maio, dopo l’errore, s’è pure avventurato nella puntura di spillo in stile dalemiano. Non se lo può permettere.
E è questo il punto: quello che colpisce non è solo, qui, l’ignorare o l’errare: può capitare a tutti, davvero. Ma un ignorare che si sente ormai così forte da passare all’attacco.
Di Maio in quel momento si avventura a spiegare l’economia a Ferruccio De Bortoli e a Massimo Giannini.
E’ questa la tragedia contenuta nell’episodio, in sè minimo ma rivelatore. Pochi giorni prima aveva presentato alla stampa estera il “Libro a 5 stelle”, e quando un giornalista gli ha chiesto dove fosse reperibile il libro, per leggerlo con interesse, ha spiegato che ne sono state scritte, al momento, quindici pagine.
Sempre ieri, stavolta su Sky, per lamentare che quelli delle “Iene” sono accaniti contro il M5S (perchè hanno svelato la storia delle presunte irregolarità negli atti di raccolta firma per la candidatura Raggi, dopo il caso Palermo), un altro politico nuovo, Manlio Di Stefano – stavolta, l’aspirante futuro ministro degli Esteri – ha spiegato che alle Iene si sono “incapponiti contro di noi”: con due p, avete letto bene.
Non è parso si riferisse ai capponi di Renzo Tramaglino, ma a sgomberare il dubbio che fosse solo un lapsus, l’ha ripetuto due volte: “incapponiti”.
Sostiene Tom Nichols, che in America ha appena mandato in libreria un saggio intitolato “The Death of Expertise. The Campaign Against Established Knowledge and Why it Matters” (“La morte della competenza. La campagna contro la conoscenza stabilita, e perchè deve riguardarci”), e discusso dal New York Times come uno dei libri simbolo di questa epoca, che il trumpismo coincide anche con l’età della non conoscenza al potere, vissuta non più come tara da emendare, o al limite almeno nascondere, ma come orgoglio popolano da esibire.
Il non sapere le cose ci rende popolo, contro i saperi costituiti, che sono casta. Naturalmente, è un libro che non parla dell’Italia.
(da “La Stampa”)
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Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
OBIETTIVO PROSEGUIRE NELLA PULIZIA ETNICA PER TOGLIERE DI MEZZO CHI RAGIONA CON LA PROPRIA TESTA
C’è del metodo nella follia grillesca.
L’apparente incomprensibilità della mossa di depennare la propria candidata sindaco di Genova, seppure scelta nel rispetto rigoroso delle regole interne al movimento e poi coperta da una pioggia di contumelie, serve indubbiamente a blandire i pretoriani più vicini al satrapo.
I thugs che mal sopportavano un barlume di giudizio indipendente in Marika Cassimatis (con cui — invece — a suo tempo avevo fatto personalmente a capocciate, proprio per quella che ai miei occhi appariva la sua ortodossia cinquestelle credere-obbedire-combattere).
La stessa motivazione dell’odio per Federico Pizzarotti, la cui scandalosa indipendenza di giudizio evidenziava per contrasto il servilismo degli yes-men/women in bivacco permanente attorno al sacrario della dea Kali a Sant’Ilario.
Dove si è celebrato questo indecente baccanale sanguinolento, con cui si è voluto fare a brandelli la dignità stessa di una persona, mettendone in discussione prima di tutto la dirittura morale (“mela marcia”) e poi arrivando al delirio di suggerirle il suicidio, non si sa quanto virtuale, a mezzo cicuta. Proprio quella persona con cui si era militato fianco a fianco per anni.
Quanto era noto anche ai più che condiscendenti colonnelli nazionali, sempre attenti a evitare che un soprassalto di verità ne metta a repentaglio la carriera (a partire dal Che Guevara de noantri Alessandro Di Battista, per arrivare all’aspirante dottor sottile fuori corso Luigi Di Maio).
Ma qui sta il metodo, se si analizza la vicenda con il minimo distacco: questa serie di provocazioni, questo sistematico calpestio di una persona contravvenendo i principi che ci si è dati (una votazione suppletiva su base nazionale per una decisione assolutamente locale) e lo stesso buon senso, vanno interpretati come una sorta di drappo rosso agitato davanti agli occhi della Cassimatis; di cui è sempre stato noto il carattere fumantino. Proprio per scatenarne la reazione, come è puntualmente avvenuto.
Tanto che adesso è molto probabile la cancellazione di una lista 5S nella votazione amministrativa genovese, in cui i sondaggi le assegnavano la pole position.
Dove starebbe il vantaggio?
Presto detto: proseguire nella pulizia etnica interna sbarazzandosi di tutti i residui rompiballe (e l’aspirante sindaca sgarrettata era rea di giudicare il gran capo con lo stesso metro su cui il Movimento misura il mondo esterno: aveva criticato la designazione del commercialista di Grillo nel board della Finanziaria Ligure), soprattutto cancellare ogni impegno che disturbi la concentrazione sulla scadenza del 2018.
Ossia la possibile conquista della maggioranza di governo nelle elezioni politiche.
Perchè è questo l’Eldorado inseguito dalla Ditta che controlla il movimento.
Un balsamo prezioso per il SuperEgo di Beppe Grillo, la cui personalità ha subito un’inquietante dilatazione dal tempo di quel ragazzo cinico/opportunista che fregava le battute ai colleghi comici del suo stesso quartiere, quanto un’opportunità incommensurabile di business per la Casaleggio Associati; potendo contare su una compagine governativa telecomandabile.
Neppure l’avventurismo berlusconiano era giunto a concepire un disegno di questo livello, al tempo stesso futuribile e delirante.
Una sorta di incubo orwelliano, in cui Grillo starà in scena installandosi nel Ministero dell’Amore, preposto alla conversione dei dissidenti con proclami assommati a interventi della psico-polizia, e Davide Casaleggio controllerà nell’ombra il Ministero della Verità .
Un futuro plausibile e un delirio inevitabile, se le alternative sono Matteo Renzi (non certo insidiato nel suo ritorno in campo dal fantasmino Andrea Orlando o dal trombone Michele Emiliano) e il trio Salvini-Meloni-Toti, eredi piromani del decrepito Berlusconi.
Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
E QUESTO DOVREBBE FARE IL MINISTRO DEGLI ESTERI? FORSE DI PUTIN… POI ESALTA PURE IL CRIMINALE ASSAD
«Gli arresti a Mosca? E allora Guantanamo? Non tocca a me valutare la democrazia in un altro Paese» dice Manlio Di Stefano per levarsi dall’impaccio di una domanda che in tanti fanno ai 5 Stelle: cosa dite della retata di massa di Vladimir Putin?
Se c’è un partito in Italia che per somiglianza avrebbe motivo di simpatizzare con i giovani ribelli di Mosca è il M5S. Una piattaforma anticorruzione nata online, un leader, Aleksej Navalnyj, che è un blogger: cosa vi ricorda? Ma perchè allora il M5S, nel suo complesso, tace?
Nei piani di governo a 5 Stelle, Di Stefano è destinato a fare il ministro degli Esteri: perchè è il più competente e ha una passione, coltivata negli anni, che ora è diventata un lavoro che lo fa viaggiare, incontrare popoli, stringere relazioni.
E infatti è a lui che il M5S ha affidato il compito di delineare il programma di esteri che in questi giorni si vota sul blog di Beppe Grillo. Dieci punti che Di Stefano sta illustrando in diverse tappe da Nord a Sud.
Ci sono i capisaldi del pensiero grillino che punta a ridefinire il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo, con accordi bilaterali inseriti all’interno di una strategia multilaterale più fluida che dalla Russia arriva fino alla Siria di Assad, e alle critiche all’Eurozona affianca l’idea di un’Alleanza mediterranea, senza rinunciare al riconoscimento della Palestina.
A Putin si torna sempre, senza timore per la durezza del pugno contro gli oppositori e l’aggressività fuori dai confini russi. «Perchè allora non ci occupiamo anche dell’Arabia Saudita a cui l’Italia vende le armi? – chiede Di Stefano -. Io mi devo solo preoccupare di non favorire un governo nel commettere crimini. Mentre il ministro Alfano contesta gli arresti di Mosca, abbiamo fatto accordi milionari con i sauditi». Mosca ha represso il diritto di manifestare contro la corruzione. Matteo Salvini, leader della Lega Nord, amico di Putin, ha detto chiaramente che hanno fatto bene ad arrestarli perchè le proteste non erano autorizzate.
E il M5S? «Arrestarli tutti così non è propriamente democratico, ma perchè non parliamo anche di Guantanamo? È ancora aperta e a Barack Obama hanno dato il Nobel per la Pace. Questa è ipocrisia: o condanniamo tutti i Paesi che ledono i diritti o non possiamo fare una selezione».
Nel giugno scorso Di Stefano era l’unico politico italiano presente al congresso di Russia Unita, il partito di Putin, un invito «accolto con grande entusiasmo» ebbe a dire durante la visita dove riaffermò uno dei punti cardini dei 5 Stelle: l’eliminazione delle sanzioni alla Russia: «Putin è un partner strategico nella lotta al terrorismo, non vederlo è cecità . Assieme ad Assad ha vinto la guerra in Siria».
Altro capitolo: Assad. Nel programma c’è scritto che vanno «ristabiliti i rapporti diplomatici con la Siria».
Con un dittatore che ha sterminato civili e bambini? «Anche Federica Mogherini, ministro degli Esteri Ue, si è svegliata e ha riaperto ad Assad. Cosa fai altrimenti? O lo butti giù come Gheddafi o ci parli».
Così per la Nato: «Va ridefinita la partecipazione italiana» dice il deputato che vuole organizzare una conferenza di pace sulla Libia a Roma e propone un’Alleanza del Mediterraneo tra i Paesi europei del Sud per fare blocco comune contro quelli a Nord in attesa di sapere se l’euro reggerà . «Fosse per me uscirei subito dall’euro, ma poichè nel M5S ognuno ha la sua posizione faremo un referendum.
Il futuro dell’Europa non sembra in cima ai suoi pensieri: «Io parlo di Italia non di Europa. E anche se non vedo l’Alleanza mediterranea come alternativa all’Ue è giusto chiedersi cosa esiste oltre l’Eurozona».
L’idea è quella di «fare accordi commerciali bilaterali con chi conviene, in un contesto multilaterale». Via dall’euro, Ue e la Nato più deboli, Alleanza mediterranea: ma così non si favorisce solo Putin come interlocutore privilegiato e i suoi sogni di un’Unione Euroasiatica? «Putin – risponde Di Stefano – è già un interlocutore”
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile
VIOLATO LO STATUTO CHE GRILLO STESSO AVEVA FATTO VOTARE…NON POTEVA ESCLUDERLA SENZA GRAVI MOTIVI E PROVE MAI ESIBITE… NON POTEVA FAR VOTARE GLI ISCRITTI DI TUTTA ITALIA, MA SOLO QUELLI GENOVESI…FACILE CHE IL TAR LA REINTEGRI: ECCO COSA PUO’ ACCADERE
Marika Cassimatis insieme ad altri dieci attivisti del MoVimento 5 Stelle ed aspiranti consiglieri, componenti della lista che ha vinto le comunarie di Genova, ha deciso (ex articolo 23 C.C.), assistita dagli avvocati Alessandro Gazzolo e Lorenzo Borrè, di chiedere al tribunale civile di Genova l’annullamento della decisione con cui Beppe Grillo l’ha esclusa dalla corsa.
Siamo in grado di raccontarvi quali argomenti la candidata porterà in tribunale. In attesa della decisione del giudice
I motivi sono sostanzialmente tre.
Il primo è la violazione dell’articolo 2 del regolamento del M5S: nel post che ha annunciato la decisione Grillo ha ricordato che “era stabilito che il Garante del MoVimento 5 Stelle si riserva di escludere dalla candidatura, in ogni momento e fino alla presentazione della lista presso gli Uffici del Comune di Genova, soggetti che non siano ritenuti in grado di rappresentare i valori del MoVimento 5 Stelle”.
Ma, si spiega nell’atto, la figura di garante del M5S non è presente nel regolamento del MoVimento 5 Stelle: gli organi sociali stabiliti sono esclusivamente l’Assemblea, il Capo Politico, il Collegio dei Probiviri e il Comitato d’appello.
Non solo: nello stesso articolo 2 c’è scritto che le decisioni prese dall’assemblea — tra le quali c’è la scelta dei candidati da presentare alle elezioni sotto il simbolo del M5S — “sono vincolanti per il capo politico del MoVimento 5 Stelle”.
Insomma, Grillo, che non è il garante del M5S semplicemente perchè quella figura non esiste, doveva sottostare alla scelta del voto per Statuto e, tecnicamente, è lui che lo sta violando.
Per quanto riguarda la clausola che Grillo ha citato nel post per giustificare la cacciata della Cassimatis, nell’atto si afferma che va letta interamente:
“ il Garante del MoVimento 5 Stelle si riserva di escludere dalla candidatura, in ogni momento e fino alla presentazione della lista presso gli Uffici del Comune di Genova, soggetti che non siano ritenuti in grado di rappresentare i valori del MoVimento 5 Stelle. In ragione di ciò si comunica che ai fini della partecipazione alle comunarie è requisito necessario e fondamentale, pena l’esclusione, non essere sottoposti a procedimenti penali, ad indagini preliminari e non aver riportato nessuna [sic] condanna in qualunque grado di giudizio”.
Per come è scritta l’intervento del garante potrebbe essere valido in caso di “scoperta”, a carico dei candidati, di procedimenti penali, indagini o condanne.
Ma niente di tutto ciò è venuto fuori a carico dei candidati
Il secondo motivo di nullità è il processo staliniano che ha subito la Cassimatis.
Che è stata accusata di aver tenuto comportamenti che hanno “danneggiato l’immagine del MoVimento 5 Stelle, dileggiando, attaccando e denigrando i portavoce e altri iscritti, condividendo pubblicamente i contenuti e la linea dei fuoriusciti dal MoVimento 5 Stelle”.
Ma questi fantomatici comportamenti non sono stati mai elencati o spiegati da Grillo, che ha solo detto agli iscritti “fidatevi di me” senza fornire prove.
E quindi ha preso una decisione “in violazione dei principi di difesa e contraddittorio stabiliti dagli artt. 24 e 111 Cost.”, visto che non ha permesso alla Cassimatis e agli altri di replicare alle accuse e di difendersi.
Il terzo motivo è quello più curioso: la decisione di inibire la corsa della Cassimatis con il simbolo del M5S a Genova e quella di chiedere agli iscritti se far correre al suo posto lo sconfitto Luca Pirondini è stata presa in violazione del regolamento e dello statuto del M5S.
L’articolo 3 del regolamento infatti prevede che per la scelta dei candidati si voti con un preavviso di 24 ore mentre Beppe ha indetto subito la votazione per incoronare il candidato “favorito” dalla scelta di escludere la Cassimatis.
Poi: potevano votare solo gli iscritti di Genova perchè lo stesso regolamento M5S — citato dagli eletti nei giorni successivi per “spiegare” la decisione di far votare tutti — prevede che “l’unica ipotesi in cui gli iscritti nazionali possono votare su questioni di ambito locale riservate agli iscritti residenti in detto determinato distretto locale, riguarda l’ipotesi in cui il Capo Politico o un quinto degli iscritti chieda di sottoporre a convalida le decisioni adottate in votazioni limitate agli iscritti di singoli ambiti territoriali”.
Poteva quindi convalidare il voto di Cassimatis (ovvero chiedere all’assemblea di invalidarlo), non farne fare un altro.
Per questi motivi la Cassimatis e gli altri chiedono una procedura d’urgenza per chiedere al giudice di sospendere il provvedimento nei suoi confronti.
Se il tribunale le darà ragione lei tornerà ad essere la candidata dei 5 Stelle a Genova, oppure Grillo deciderà di far votare il ritiro della lista come prevede lo Statuto che lo stesso Grillo ha fatto votare agli iscritti.
Gettando il MoVimento nel caos.
A Genova e nel resto d’Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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