Febbraio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
NELLA FAIDA ROMANA DEL M5S NON SI SALVA NESSUNO… IN CHAT LA RAGGI ESULTA PER LE DIMISSIONI DI MINENNA… LO SFOGO DI DE VITO
Chissà come si sente Roberta Lombardi ora, ripensando a quella sera del gennaio 2016 in cui ha
salvato Virginia Raggi.
Sì: la sindaca, che domani dovrebbe essere interrogata dai pm nell’ambito dell’inchiesta sulle nomine, è stata graziata dalla sua acerrima nemica e da un altro big, Alessandro Di Battista.
In quel covo di veleni che è diventato il M5S a Roma, ci mancava solo una guerra sporca di dossier e le successive coperture collettive «per salvare il Movimento».
Per capire i contorni di una vicenda, anche questa finita in mano ai magistrati, è obbligatorio ricostruirne le tappe più importanti.
Il 19 marzo 2015, l’allora consigliere comunale Marcello De Vito chiede un accesso agli atti alla Direzione Edilizia – Unità operativa condoni, del Dipartimento di programmazione urbanistica, per avere maggiori informazioni sul seminterrato intestato a F. B., in via Cardinal Pacca, zona Aurelio. Secondo le segnalazioni di una fonte, la richiesta di condono e di agibilità per sanatoria sarebbero state protocollate grazie a una mazzetta.
Il 28 dicembre 2015 gli allora consiglieri Raggi, Daniele Frongia ed Enrico Stefà no, in una riunione con i consiglieri municipali M5S, accusano De Vito di abuso d’ufficio. Siamo nei mesi precedenti alle primarie per scegliere il candidato di Roma e già si sa che sarà una sfida a due tra Raggi e De Vito.
La questione arriva ai vertici del M5S. Il 7 gennaio 2016 ha luogo un’altra riunione: questa volta, oltre a De Vito, sono presenti anche Lombardi, Di Battista, Carla Ruocco, Paola Taverna, due dei quali esponenti del direttorio nazionale, oltre ai responsabili della comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi.
Della cordata Raggi-Frongia-Stefà no, viene mandato a parlare il più debole dei tre, Stefà no: «Abbiamo sentito un avvocato. Ci ha detto che si potrebbe profilare l’ abuso d’ufficio per Marcello».
Di Battista va su tutte le furie: «Avete sentito un avvocato a nome di chi?», gli urla contro. «E chi sarebbe l’avvocato?», chiede De Vito. I tre non rispondono. Ma da chi avevano avuto la soffiata?
Questa è la parte oggi più interessante della storia anche agli occhi degli inquirenti che, dopo Lombardi e De Vito, dovrebbero sentire Di Battista e Ruocco.
I sospetti nei mesi cadono su due nomi che l’Italia avrebbe imparato a conoscere: Salvatore Romeo e Raffaele Marra, entrambi dipendenti del Campidoglio.
Il che confermerebbe la vicinanza con Raggi e Frongia, di cui diventeranno i fedelissimi, già molti mesi prima della vittoria del M5S a Roma.
Nello specifico De Vito sospetta di un dirigente vicino a Romeo.
La sera stessa della riunione, comunque, De Vito invia una mail in cui spiega che tutto nasce da una richiesta dei consiglieri regionali. Poi inoltra un’altra mail dell’avvocato del M5S Paolo Morricone a cui si era rivolto per l’accesso agli atti.
Il legale oggi spiega: «Probabile anche che sia stato Marra, ma non ci sono prove. Di certo è stata una manovra contro De Vito».
De Vito pretende provvedimenti per il comportamento scorretto dei colleghi. Chiede l’esclusione, almeno dalle candidature a Roma.
E’ arrabbiato, vuole anche sporgere querela e prepara un esposto. Qualcuno lo stoppa, però. A sorpresa si scopre che è Lombardi: «Facciamolo per il bene del Movimento», gli dice.
I vertici M5S decidono di coprire tutto. Lombardi non può sapere che con quella decisione è lei a spianare la strada a Raggi.
Per De Vito, sconfitto alle primarie e divenuto presidente dell’assemblea capitolina, uno smacco unito alla delusione nei confronti di Di Battista: «Sì mi ha difeso – confiderà in seguito – ma poi anche lui ha coperto tutto».
Intanto emergono altre conversazioni dalla chat «Quattro amici al bar» in mano ai pm che indagano sulle nomine in Campidoglio.
Come quella in cui Raggi, Frongia, Romeo e Marra festeggiano le dimissioni di Carla Raineri da capo di gabinetto e di Marcello Minenna da assessore al Bilancio con faccine, cuoricini, trombette.
Dalla chat emerge anche un retroscena su Raffaele Guariniello, l’ex che pm di Torino che offre la sua consulenza a Raggi sulle questioni ambientali: era stato ribattezzato dai 4 in modo poco carino, Guè Pequeno, il rapper milanese conosciuto come «Il Guercio».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 2nd, 2017 Riccardo Fucile
PER LA RAGGI “LA LOMBARDI DEVE FARE PACE CON IL SUO CERVELLO”
E anche questa volta, come nelle conversazioni in mano ai pm di Roma che indagano sulle nomine effettuate in Campidoglio, dalle chat in cui a parlare è Virginia Raggi esce fuori tutto il veleno interno al M5S romano, spaccato in fazioni irriducibili.
A rivelare i nuovi dettagli della guerra dei dossier tra i grillini capitolini è il sito Affariitaliani.it che cita una fonte anonima tra i consiglieri pentastellati.
La chat è della fine del 2015 e racconta della campagna di Raggi, Daniele Frongia ed Enrico Stefà no contro Marcello De Vito, già candidato sindaco del M5S nel 2013 contro Ignazio Marino e uomo vicino a Roberta Lombardi, la 5 Stelle più nota a Roma fino a quel momento.
Raggi, Frongia, Stefà no e De Vito, al tempo, sono i quattro consiglieri di minoranza del Movimento in Campidoglio. Raggi sfiderà De Vito, sostenuta dagli altri due, alle primarie.
Sarà lei a vincere e a diventare sindaco. Frongia sarà nominato vicesindaco (poi declassato ad assessore dopo l’arresto di Raffaele Marra, per volere di Beppe Grillo ) e De Vito presidente dell’assemblea capitolina.
Il giorno dell’insediamento, il 7 luglio 2016, appaiono tutti sorridenti e felici come una famiglia unita. Qualche mese prima, si scopre ora, tra di loro è battaglia aperta, a un passo dalla denuncia in procura.
Tutto viene fermato e taciuto per volontà dai big del Movimento che erano stati chiamati in causa (Alessandro Di Battista, Paola Taverna, Roberta Lombardi e i capi della comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi).
De Vito viene accusato di abuso d’ufficio e processato dal gruppo di consiglieri comunali e municipali, persuasi soprattutto da Raggi e da Frongia dei peccati del loro collega. Viene definito «inaffidabile come candidato sindaco», proprio qualche settimana prima della sfida online con Raggi.
Sono frasi dure, che lo condannano, senza che nessuno nutra alcun dubbio sulla sua innocenza.
La colpa? Aver compiuto un accesso agli atti su richiesta di Paolo Morricone, avvocato del M5S in Regione, per verificare se un presunto condono in un seminterrato della zona Aurelia fosse stato autorizzato dietro una mazzetta. «Ragazzi scusate ma per verificare il pagamento di una mazzetta fai un accesso agli atti? E perchè non vai dalla polizia» è il commento sarcastico di Raggi in chat.
Nei mesi successivi De Vito considererà queste manovre una congiura per farlo fuori. A partecipare con veemenza alla fazione accusatrice c’è anche Veronica Mammì, moglie di Stefà no, assessorina al VII Municipio ed ex assistente della deputata Federica Daga: un curriculum che l’ha fatta finire in cima alle cronache sulla parentopoli pentastellata in Parlamento e nella Capitale.
Ovviamente nel j’accuse in chat – in cui però De Vito non può dire la sua perchè non invitato – non manca un pensiero al vetriolo di Raggi per la sua odiatissima compagna di partito, quella Lombardi che per la futura sindaca «deve fare pace con il suo cervello».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 1st, 2017 Riccardo Fucile
IL FINTO DOSSIER SU DE VITO, GLI APPOGGI DELLA DESTRA ALLA RAGGI, IL RUOLO DI FRONGIA
Senza il finto dossier contro di lui, Marcello De Vito — sostiene — sarebbe il sindaco di Roma. Questo a suo dire, ovviamente.
Una buona percentuale della vittoria di Virginia Raggi è dovuta proprio al fatto che era un volto nuovo, giovane, fresco, e — last but not least — una donna.
Un personaggio su cui costruire una narrazione mediatica ben precisa e d’impatto.
De Vito proveniva dalla sconfitta alle elezioni del 2013, per esempio, quindi non era certo “vergine” in quel senso.
Con la scelta della Raggi, la Casaleggio & Associati e Beppe Grillo — che ci risulta impossibile credere non fossero informati delle false accuse a De Vito — hanno sicuramente fatto centro nel presentare alle elezioni l’ex addetta alle fotocopie dello studio Previti. E, peraltro, è risaputo ormai che una buona fetta dell’elettorato della Raggi proveniva dalla destra “alemanniana” vicina alla madre della sindaca.
La vittoria della Raggi è stata dunque frutto di una serie di variabili che, anche senza l’ignobile dossier contro di lui, non è detto avrebbero portato al trionfo quello che oggi è il Presidente dell’Assemblea Capitolina.
E qui casca l’asino. Il silenzio sotto cui è stata tenuta tutta la sordida faccenda del dossier falso, costruito — a quanto dicono le fonti — da quello che poi è diventato nientemeno vicesindaco di Roma, ovvero Daniele Frongia, getta una livida luce su tutto il m5s romano e nazionale.
Agli italiani e ai romani, le principali vittime della situazione, il m5s è stato spacciato da tutti i protagonisti pentastellati dell’affaire del dossier, nessuno escluso, come il meglio che la Capitale potesse sperare di avere come guida della città , in vista della futura presa di Palazzo Chigi e della nazione.
Così come, nel 2013, quando fu il favorito Frongia a essere silurato dalla Lombardi per far posto allo stesso De Vito come candidato sindaco, tutti rimasero in silenzio e andarono avanti nell’omertà più assoluta.
L’obiettivo era prendere Roma — e le poltrone — così come nel 2016 e “le lingue sciolte affondano le navi”.
L’onestà intellettuale avrebbe voluto che qualcuno denunciasse pubblicamente le manovre sotterranee per favorire questo o quel candidato, nel 2013, e — ancor più insistentemente — nel 2016, in cui si è toccato il fondo con la costruzione di false accuse per affossare un concorrente e, assieme a lui, distruggerne l’ eminenza grigia nonchè una rivale fortissima alle prossime elezioni interne al movimento, ovvero Roberta Lombardi.
Il silenzio e l’omertà sul caso De Vito nel 2016 e sul caso Frongia nel 2013 rivelano opacità e sotterfugi tipici dei partiti tradizionali, quelli da cui il m5s sostiene di essere scevro.
Forse anche peggiori, visto che poi — sotto i riflettori — tutti recitano il “volemose bene” d’ordinanza.
Non possiamo dimenticare le festicciole pre-elettorali con le idilliache carinerie fra Roberta Lombardi e Virginia Raggi, quando in realtà — e ormai è ampiamente dimostrato dalle intercettazioni — se si abbracciavano era solo per attaccarsi la polmonite.
Insomma, il caso del dossier De Vito dimostra soltanto una cosa: il m5s non è quella specchiata forza politica di semplici cittadini probi e rispettosi del prossimo, desiderosi di portare un’aria nuova nella politica e una sana ventata di onestà e trasparenza, quanto invece una sorta di eterogenea cricca in cui regnano, fra le altre cose, odi, ripicche, gelosie, smanie di potere, sgambetti, ricatti, lotte fra primedonne (maschi e femmine) e financo dossier falsi.
Il tutto, ovviamente, taciuto all’opinione pubblica, che viene a scoprire il tutto solo quando diventa oggetto d’indagine delle procure.
Ora De Vito, forse, verrà ripagato dell’ignominioso dossier contro di lui con una poltrona di vicesindaco e, se Grillo decidesse di staccare la spina alla Raggi, di primo cittadino.
La carica che, a suo dire, gli sarebbe stata tolta dalla congiura ordita a suo svantaggio.
Ma chi ripagherà mai i romani per avere questa “improvvisata” (nella migliore delle ipotesi) compagine alla guida della loro città , della Capitale d’Italia?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 1st, 2017 Riccardo Fucile
SFILATA DI TESTIMONI DAVANTI AI MAGISTRATI
Il primo numero di telefono digitato da Roberta Lombardi uscendo dagli uffici della Procura, dove sabato scorso l’aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Francesco Dall’Olio l’hanno sentita come persona informata dei fatti, è quello di Beppe Grillo.
È a lui, al capo politico del Movimento, che la deputata romana rivela tutta la sua preoccupazione per il nuovo faro acceso dagli inquirenti sul “Raggio magico”: relativo, stavolta, al dossier confezionato a fine 2015, in piena campagna per le comunarie cinquestelle, contro Marcello De Vito, lo sfidante più temibile dell’avvocata di Ottavia e del fido scudiero Daniele Frongia, che infatti un paio di mesi dopo si ritirò dalla consultazione avviata fra gli attivisti per individuare il candidato sindaco e fece convergere i suoi voti su di lei.
È in ansia, la parlamentare.
Teme che questo ulteriore filone di inchiesta possa innescare una slavina in grado di dare il colpo di grazia alla già pencolante giunta capitolina, rimasta miracolosamente in piedi – sebbene rimaneggiata – dopo l’arresto di Raffaele Marra.
Troppe le domande cui Lombardi ha dovuto rispondere. A spettro assai più ampio rispetto all’indagine per cui formalmente è stata convocata a riferire. Innescata dall’esposto presentato il primo luglio 2016, otto mesi prima, dal senatore di Idea Andrea Augello, che sulla scorta di alcuni articoli di stampa ricostruiva il “processo” interno intentato dagli ex consiglieri grillini Frongia, Raggi e Stefà no contro il collega De Vito, promotore di un accesso agli atti per una pratica edilizia che – secondo gli accusatori – poteva configurare il reato di abuso d’ufficio.
Un processo in più fasi, al quale – fra dicembre 2015 e gennaio 2016 – vennero chiamati ad assistere svariati parlamentari (da Di Battista a Carla Ruocco e Paola Taverna) oltre che numerosi esponenti territoriali del Movimento.
E a nulla valsero le giustificazioni di De Vito, che si difese sostenendo che quella richiesta di accesso agli atti era del tutto lecita, sollecitata dagli avvocati grillini della Regione Lazio allo scopo di verificare una segnalazione su presunti illeciti arrivati alle loro orecchie.
L’improvvisato “tribunale del popolo” sollevò tali e tanti sospetti sull’attuale presidente dell’assemblea capitolina, che la sua candidatura a sindaco venne irrimediabilmente compromessa.
Scatenando una ridda di ipotesi e di veleni sull’autore occulto del dossier, da molti poi identificato – ma sempre a mezza bocca per paura di ritorsioni – in Raffaele Marra, l’uomo che dopo la presa grillina di Roma divenne vice-capo di gabinetto e potentissimo braccio destro della sindaca.
Probabilmente, è il sospetto dei pm, una delle ragioni per cui Raggi ha legato il suo destino politico e personale a quello dell’ex capo delle Risorse Umane finito in galera per corruzione: indizio di un possibile ricatto, ancora tutto da provare, però.
Non è allora un caso se, il giorno successivo all’audizione di Lombardi, in Procura sia stato ascoltato pure De Vito.
Mentre quello dopo ancora, lunedì, è toccato a Gianluca Perilli, consigliere regionale nonchè componente del minidirettorio romano, e all’avvocato del gruppo 5S Alessandro Canali. Tutti chiamati a ricostruire la vicenda dossieraggio e a fornire chiarimenti sul modus operandi dei grillini in campagna elettorale.
Una raffica di convocazioni che ha fatto scattare l’allarme rosso lungo la direttrice Genova-Milano. La tesi, finora andata per la maggiore, secondo cui sia stata l’arcinemica di Virginia Raggi ad alimentare il terrorismo giudiziario intorno a lei, non regge più.
Al punto che i vertici del Movimento si starebbero ora predisponendo a far scattare il piano B, quello già studiato all’indomani dell’arresto di Marra, poi non andato in porto per l’ostilità della sindaca. Ovvero rafforzare politicamente la giunta con un vice che non sia tecnico come Luca Bergamo bensì cinquestelle doc, non bastando gli uomini di fiducia di Grillo e Casaleggio (Colomban alle Partecipate e Montanari all’Ambiente) che sono altrettanto tecnici, non eletti e neppure romani.
Un uomo della base, riconosciuto e riconoscibile, che ha fatto tutta la gavetta dentro il Movimento e infine premiato con una valanga di preferenze.
Identikit che porta dritto a Marcello De Vito. Il protegè di Lombardi, bestia nera di Raggi.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 31st, 2017 Riccardo Fucile
A TORINO LA COMMEMORAZIONE DEI CAMPI DI STERMINIO, AFFIDATA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE, SI TRAMUTA IN UNO SPROLOQUIO SGRAMMATICATO
Dopo la scritta “arbeit macht frei” sfregiata da Grillo su un post; dopo la chiamata in causa di Anna Frank quale sicura elettrice del m5s se fosse stata viva; dopo i vari sgarbi dell’ottavo municipio romano con le pietre d’inciampo dedicate ai morti nei lager nazisti; dopo la ridicola estensione del biglietto gratuito per i mezzi pubblici ai reduci dei campi di sterminio nella Capitale; ecco che — questa volta sotto la Mole — si consuma l’ennesimo flop pentastellato con la comunità ebraica.
Il protagonista è il Presidente del Consiglio Comunale torinese, Fabio Versaci, trentenne, diploma di Perito Chimico, 5900 euro di stipendio mensile “non tagliato” (come asserisce Vittorio Bertola ex capogruppo al consiglio comunale di Torino per il Movimento 5 Stelle sulla sua pagina facebook).
Versaci, chiamato a tenere un discorso in occasione della Giornata della Memoria in aula consigliare davanti alle autorità civili, alla Comunità Ebraica, a una rappresentanza di partigiani, alla scolaresca di terza media di una scuola ebraica, a un’associazione di deportati, imbastisce uno sproloquio che metterebbe in imbarazzo anche un bambino delle elementari.
Versaci dice di aver “pensato molto a cosa dire” nella Giornata della Memoria e, forte di questa asserzione, inizia un lungo racconto, più o meno sgrammaticato, in merito a una sua gita studentesca nel 2005 ad Auschwitz e a Birkenau.
Versaci, a suo dire, rimase impressionato dalle “casette” (?), dall’immensità del posto e dal freddo.
Dopodichè, fra un colpo di tosse e l’altro, schiarendosi mille volte la voce — non certo per la commozione, ma perchè in evidente assenza di argomenti — continua dicendo che “le cose dal vivo fanno la differenza, camminare in mezzo a quel freddo e quella neve, era molto forte, soprattutto Birkenau… non si riusciva a vedere la fine delle rotaie. Quando tornai a casa, capii che forse ancora oggi compiamo degli errori… gli errori del passato bisogna accoglierli (?) e trasmetterli alle generazioni future (?)… Non saprei neanche definirla, quella follia umana, boh, non lo so… poi uno s’interroga, no, c’era qualcuno che credeva che la razza perfetta poteva esistere. Quindi, anche un po’ questo è il motivo per mettermi in gioco e spero di riuscirlo a farlo. Io non aggiungo altro…”.
L’intervento di Versaci è stato pubblicato in rete ed è consultabile sul suo canale YouTube.
A noi non resta che attendere un nuovo capitolo dell’infinita saga pentastellata: come offendere la Comunità Ebraica e inimicarsela un po’ di più.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 31st, 2017 Riccardo Fucile
SE LA RAGGI NON PATTEGGIA POSSONO USCIRE CHAT SCOMODE SUL MONDO GRILLINO E GLI INTERLOCUTORI DI MARRA
L’assemblea del M5S a Roma – che ha fatto agitare i capi a Milano – difficilmente produrrà un episodio
risolutivo: ma offre a tutti i fronti del Movimento in campo a Roma la possibilità di piazzare la loro bandierina, magari sulla schiena di Virginia Raggi.
I fronti – come ci spiega la stessa fonte che ci ha passato i documenti preparatori dell’assemblea – sono tre, trasversali, non del tutto coincidenti con la storica battaglia tra area Raggi e area Lombardi: «Ci sono i pasdaran che difendono il M5S a qualunque costo, in questo caso se stessi e la Raggi; un’area da non sottovalutare. Poi ci sono quelli che prendono le distanze. Infine c’è il partito dello stillicidio: quelli a cui conviene che le cose stiano così, che Virginia si indebolisca giorno per giorno, ma senza una vera e propria caduta».
I tre fronti sono accomunati dal fatto che, per molti di loro, se cade il Campidoglio cadono anche i loro stipendi di consiglieri, assessori nei municipi, eccetera.
È un fattore oggettivo, che avvantaggia l’uomo più capace rimasto alla Raggi, Daniele Frongia, nell’allestire una trincea di Virginia.
Di questi tre fronti, infatti, due lavorano per colpire o fiaccare la sindaca, ma – attenzione – in nessuno dei due fronti c’è qualcuno che sia in grado di alzarsi e deciderne la fine.
Neanche una persona abile come Roberta Lombardi, che chiaramente vede come preferito uno scenario di caduta.
Allora cosa fa? Fa parlare i suoi fedelissimi, per esempio Paolo Ferrara, che ogni volta escludono dimissioni della sindaca, ma ogni volta aprendo delle feritoie: «Non ci nascondiamo dietro un dito, sono stati fatti dei piccoli errori, però i risultati saranno sicuramente superiori».
Certo la prima cittadina si trova in una tenaglia: se patteggia, un minuto dopo – è chiaro – non è più sindaco di Roma del Movimento.
Ma se decide di andare avanti nel processo, è lei stessa che squaderna, davanti al Movimento, lo scenario dello stillicidio politico: e a quel punto per tutti (compresi vari leader interni), non più solo per lei.
Lei resterà sotto inchiesta, infatti. Usciranno fuori anche chat, magari non penalmente rilevanti, dentro le quali – raccontano – ci sarebbe un po’ di tutto, politici importanti del Movimento, e interlocutori, da giornalisti a figure della società , coi loro rapporti col Campidoglio, Marra compreso.
I nemici della Raggi fanno girare la voce che dalla procura «potrebbe arrivare altro» sulla sindaca. Però anche la Raggi ha qualche cartuccia.
Davide Casaleggio ha la creatività politica, e la forza, di trovare una exit strategy, magari un addio della Raggi che sembri deciso da lei stessa?
Ma in quel caso, consiglieri, assessori nei municipi, il ceto politico del Movimento, seguirebbero?
Qui veniamo all’assemblea; e, paradossalmente, alla trincea della sindaca.
Nei mesi in Campidoglio la forza di Frongia nei municipi è molto aumentata, per la semplice ragione che sono lui e la sindaca ad aver avuto il potere, dunque ad aver distribuito incarichi e assessorati in quelle mini città .
Se Raggi va giù, tutte queste persone sono immediatamente al capolinea. «Si tratta di personaggi avviati al ritorno alla non occupazione», dice elegantemente la nostra fonte.
Forse anche a Roma si riferiva Grillo ieri, non solo a Genova, quando ha parlato di «cadreghe». Una figura importante, in tutto questo scenario, è proprio l’organizzatore dell’assemblea: Claudio Sperandio.
È un militante che, quando si fece l’alleanza con Farage, scrisse un post durissimo contro Grillo, che ci viene girato: «È finita. Avevo aderito a questo Movimento perchè la democrazia partecipata diventasse albero maestro», ma «se deve dominare il pensiero unico di Due (Grillo e Casaleggio, ndr.) e non l’intelligenza collettiva, per me è più giusto lasciare. D’altra parte Grillo stesso invita a togliersi dai coglioni chi non è d’accordo, ricordate? Io lo faccio senza il bisogno che qualcuno mi accompagni alla porta».
Ecco, poi invece è rimasto; è oggi è uno dei pasdaran di Frongia, nella trincea.
Con la Raggi che – se lei ci credesse appieno – potrebbe diventare la vera spina nel fianco dei capi e leaderini del Movimento.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 30th, 2017 Riccardo Fucile
GRILLO DEFERISCE IL CONSIGLIERE REGIONALE DELLA LIGURIA AI PROBIVIRI: L’ANNUNCIO SUL BLOG, MA SI DIMENTICA LA MOTIVAZIONE
Beppe Grillo ha pubblicato oggi un post sul suo blog intitolato #effetticadrega in cui accusa chi si
allontana dal MoVimento 5 Stelle di farlo, appunto, per la poltrona e i soldi.
La parte più interessante del post è, come spesso succede, il P.S. finale nel quale Grillo annuncia che «è stata avviata la procedura per far valutare al collegio dei probi viri la condotta del consigliere regionale M5S in Liguria Battistini».
In omaggio alla trasparenza che da sempre è la luce del cammino del M5S, Grillo non spiega cosa abbia fatto di male questo Battistini.
Per cercare di ipotizzare qualcosa conviene fare un passo indietro: la settimana scorsa Paolo Putti, ex candidato sindaco e consigliere del M5S a Genova ha lasciato il MoVimento insieme a Emanuela Burlando e Mauro Muscarà .
Che Putti fosse in uscita si era capito dallo scorso ottobre, quando attaccò “la politica dei selfie” e disse che non gli interessava «sostituire un potere di qualcuno con un potere inconsapevole di molti»: l’obiettivo era Alice Salvatore, considerata l’astro nascente dopo la candidatura alle Regionali e pronta a suggerire un nome per le Comunarie in città , dove tra poco si vota.
Battistini ha avuto la grande idea di salutare Putti dalla sua pagina Facebook, parlandone bene mentre la Salvatore lo accusava di poltronismo: «vedo che chi cambia idea rispetto al Movimento sta poi bene attento a tenersi stretta la poltrona. Addirittura, invece di lasciare si crea un nuovo gruppo con i voti presi dagli elettori del Movimento 5 stelle».
In più, Battistini a metà gennaio aveva criticato la “riunione carbonara” del M5S a Genova con una sessantina di attivisti dove a prendere la parola per primo è stato Luca Pirondini, professore d’orchestra al Carlo Felice e papabile candidato sindaco a Genova.
In più c’è la faccenda dei cantieri navali: in un’interrogazione alla Giunta qualche tempo fa la Salvatore chiedeva se, in virtù dell’alto contributo all’inquinamento atmosferico del porto dato dalle Riparazioni Cantieri Navali di Genova non fosse il caso di trasferire quell’attività lontano dalla zona.
Un’«ideona» che ha scatenato la protesta del lavoratori navali, che hanno ovviamente scioperato e si sono presentati in Consiglio Regionale per contestare, fischiare e interrompere l’intervento della Salvatore.
La contestazione ha provocato due velocissimi dietrofront in seno ai 5 Stelle: quello della Salvatore, che ha detto che “L’M5S da sempre si schiera a fianco lavoratori da parte nostra non c’è stata nessuna richiesta formale di spostare i cantieri a 5 km, solo un’interrogazione per chiedere alla giunta Toti se si sta muovendo per trovare una soluzione all’inquinamento atmosferico evitando la contrapposizione tra lavoro e salute dei cittadini e dei lavoratori stessi”.
Nell’occasione Battistini osò addirittura dire che: “Io sono della Spezia e non conosco bene la situazione delle riparazioni navali genovesi, ma evidentemente abbiamo sbagliato interrogazione perchè non esiste salute senza lavoro. Sono qui per chiedere scusa a tutti voi, uno per uno”.
E alla fine votò in maniera opposta rispetto al gruppo sulla mozione per i cantieri.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 30th, 2017 Riccardo Fucile
IL CURRICULUM NON E’ CERTO MIGLIORE DI CENTINAIA DI MIGLIAIA DI ALTRI GIOVANI…LA SELEZIONI DEI CANDIDATI DEL M5S
Non ho niente contro Luigi Di Maio. Parla bene, è disinvolto, ma non sappiamo esattamente chi sia davvero. Il problema è proprio questo: si può affidare un Paese di sessanta milioni di abitanti a una persona di cui si sa poco o niente?
Il curriculum dice che si è iscritto alle facoltà di Ingegneria e Giurisprudenza senza laurearsi, che è giornalista pubblicista.
Come centinaia di migliaia di giovani italiani che stentano a trovare lavoro oggi. Ancora: si ricorda che nel 2010 si era candidato come consigliere comunale nel suo paese ottenendo 59 preferenze e non risultando eletto. Poi nel 2013 ecco che si presenta alle parlamentarie grilline e ottiene 189 preferenze.
Così viene presentato alla Camera dove è eletto. Insomma, partendo da nemmeno duecento preferenze iniziali potrebbe diventare Primo Ministro.
Ripeto, niente contro il leader M5S, ma il dubbio resta: chi è Luigi Di Maio? Non è una critica, è una semplice domanda.
Ma intorno a questo interrogativo rischia di giocarsi la sorte di tutto il Movimento: rivoluzione o fallimento? Il momento decisivo è adesso.
La questione non riguarda soltanto Di Maio, ma anche i tanti candidati sindaci cui dovremmo affidare le nostre città , luoghi che ci stanno tanto a cuore. Che rappresentano la nostra identità e il nostro futuro.
Perchè dovremmo affidare Verona, Parma, la mia Genova a persona che non conosciamo?
Badate bene. Non intendo dire che si debba ricorrere a volti noti.
Ci sono migliaia di persone che hanno un’esperienza di lavoro e di vita che testimonia e garantisce per loro.
Mi è capitato giorni fa di partecipare in una grande scuola a un incontro di ex studenti: ho incontrato persone che lavorano in ong impegnate in processi di pace, medici che costruiscono ospedali in Africa, ragazzi che combattono davvero le mafie, ingegneri che inventano i computer del futuro, manager che guidano imprese con centinaia di dipendenti, avvocati impegnati nella difesa di minori abbandonati.
E mi è venuto istintivo chiedermi se i cinquestelle siano riusciti a intercettare queste forze che in Italia ci sono.
Ho confrontato l’esperienza e i curricula di questi ex studenti con quelli di alcuni candidati M5S che si candidano ad amministrare città da centinaia di migliaia di abitanti.
Vengono dei dubbi, soprattutto sui criteri di selezione: confronti online, graticole. Così si decide chi è un uomo degno di guidare una città o chi può diventare concorrente per un reality?
Era la grande scommessa del Movimento, creare una nuova classe dirigente. Ma questa sfida è stata vinta oppure sono state troppo spesso premiate persone senza un passato che, proprio per questo, sono più facilmente controllabili?
Le idee hanno bisogno di carne, sangue. Persone, insomma. E tanti candidati del Movimento non sappiamo chi sono. E nemmeno loro, mi verrebbe da dire, a volte si conoscono davvero.
Perchè quando ti trovi a contatto con il potere scopri aspetti di te stesso che non immaginavi. Di fronte a una prova tanto difficile emergono talvolta qualità inaspettate, ma spesso anche debolezze e miserie.
Questa è l’esperienza (che è cosa diversa dall’età ): essersi messi alla prova, conoscersi.
La selezione dei candidati sarà probabilmente la prova decisiva del Movimento che dovrà dimostrare se premia le capacità , se sa riconoscerle oppure se predilige fedeltà , obbedienze o ambizioni di bassa lega.
Non si può cominciare a fare politica dal potere. Per capire dove va una persona, bisogno sapere da dove viene. Non basta l’autocertificazione.
Altrimenti si rischia di premiare donne e uomini che non lo meritano. E soprattutto di lasciare in disparte — come purtroppo in Italia avviene da decenni — chi invece lo merita davvero.
Questo sarebbe il fallimento dei Cinque Stelle e il tradimento delle speranze che ha suscitato.
Ferruccio Sansa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile
I GRILLINI PROMISERO DI BLOCCARE IL PROGETTO DI PARCO MICHELOTTI, MA, UNA VOLTA ELETTA, LA SINDACA LI HA TRADITI
Una lettera a Beppe Grillo, garante del Movimento 5 Stelle, per denunciare il “tradimento delle
promesse elettorali”.
È quella che hanno scritto al leader pentastellato alcune associazioni animaliste di Torino contrarie alla realizzazione sulle sponde del fiume Po di un nuovo zoo. “L’amministrazione cittadina a guida M5S ha ereditati questa scelta — si legge nella missiva — dall’amministrazione precedente, ma si è perfettamente allineata ad esso, in contrasto con il programma elettorale presentato a giugno”.
Enpa, Lac, Lav, Leal e Sos Gaia sono contrarie alla realizzazione a Parco Michelotti, non lontano dalla centrale piazza Vittorio, di uno zoo con ‘children farm’, con animali delle fattorie di tutto il mondo, e una biosfera per riprodurre l’ecosistema del Rio delle Amazzoni.
“Le promesse del M5S vengono sacrificate per il timore di sostenere ipotetiche richieste di danni in caso di sospensione”, dicono le associazioni, ricordando di avere contribuito alla vittoria del M5S.
E chiedono l’intervento di Beppe Grillo “per ottenere il rispetto degli impegni elettorali, la difesa degli spazi pubblici e la tutela degli animali”.
La vicenda di Parco Michelotti era finita anche nell’assemblea pubblica in cui la giunta di Torino era stata processata dalle tante associazioni della città a causa della scarsa aderenza della realtà alle promesse elettorali della sindaca.
«Il provvedimento è inoppugnabile e se lo bloccassimo — spiegò qualche tempo fa l’assessore all’Ambiente Stefania Giannuzzi — i costi sarebbero enormi».
In effetti, se il consiglio comunale fermasse la macchina burocratica — il bando ormai è concluso — innescherebbe l’intervento immediato della Corte dei Conti, con il rischio concreto di una pesante sanzione da diversi milioni di euro.
I no zoo hanno anche presentato un ricorso al TAR del Piemonte per fermare il bioparco.
Quando l’inceneritore di Parma venne messo in funzione, Beppe fece pressioni sul sindaco di Parma Pizzarotti all’epoca ancora nei 5 stelle.
Ma quello era Pizzarotti, non la Appendino.
(da “NextQuotidiano”)
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