Gennaio 6th, 2017 Riccardo Fucile
MA SE NON AVEVA NULLA DA NASCONDERE, PERCHE’ E’ ANDATA SUL TETTO 15 VOLTE CON ROMEO PER PAURA DELLE CIMICI?
Seguire le gaffes quotidiane di Virginia Raggi è ormai una impresa impegnativa, un diluvio di
superficialità mista ad arroganza che lascia allibiti anche i cronisti più navigati, quelli che pensavano ormai “di averle viste tutte” nella vita.
Orbene stamani l’ex capo della sua segreteria politica Salvatore Romeo in una intervista afferma: “Io e Virginia Raggi sapevamo delle cimici in Comune dal secondo giorno di governo della città … Sul tetto ci saremo andati quindici volte, quel giorno mangiavamo un panino, come sempre, poi è uscita fuori quella foto ed ecco che è scoppiato un caso”.
Già si potrebbe osservaree che essere a conoscenza di un’indagine, per disvelamento del “capo” Marra, e cercare di ostacolarla, finendo sui tetti, è un comportamento curioso per degli alfieri dell’onestà .
Ma il peggio doveva ancora venire: interpellata dai giornalisti, prima di entrare nella chiesa dell’Aracoeli per partecipare alla messa per l’Epifania, la Raggi cosi’ commenta l’intervista a Romeo: “Cimici in Campidoglio? Magari le mettessero, così saprebbero che non abbiamo nulla da nascondere”.
Ma se non aveva nulla da nascondere per quale motivo una si inerpica 15 volte sui tetti proprio per sfuggire alle cimici?
Avete mai visto altri sindaci che discutono gli affari del proprio Comune sui tetti del Municipio?
Che poi pare pure che le cimici non ci fossero, ma avendolo detto Marra, tutti pensavano fosse vero.
Auguri a Mata Hari per la sua prossima missione segreta.
Nel frattempo una vacanza a Malindi le farebbe bene, si rivolga a Beppe: lì è più difficile intercettare.
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Gennaio 6th, 2017 Riccardo Fucile
QUALCUNO AVVISI DI MAIO CHE CON QUEL SISTEMA “CHE DERUBA I CITTADINI DELLA POSSIBILITA’ DI SCEGLIERE I CONSIGLIERI” IL M5S NE HA ELETTI DECINE
Luigi Di Maio ha pubblicato un messaggio sulle province sulla sua pagina Facebook prendendo spunto da un articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera che oggi ricordava il ritorno al voto degli enti la cui abolizione sembra come l’Araba Fenice. Nell’articolo del Corriere però si spiegava che il ritorno al voto dipendeva dal No al referendum del 4 dicembre:
La Provincia è un ente locale territoriale dove l’area è, per estensione, inferiore a quella delle Regioni e superiore a quella dei Comuni. Dopo una serie di norme che hanno rivisto le funzioni delle Province, erano rimaste, tra le altre, quella su risparmio energetico, autoscuole e protezione civile. Con la riforma Delrio, ovvero la legge 56 del 7 aprile 2014, le Province sono state trasformate in enti amministrativi di secondo livello e 10 di loro sono diventate Città metropolitane.
Tra le funzioni rimaste figurano quelle su pianificazione dei servizi di trasporto, rete scolastica, costruzione delle strade provinciali. La definitiva cancellazione delle Province sarebbe stata certificata con la riforma costituzionale, bocciata però dal No al referendum del 4 dicembre
Rizzo nel testo dell’articolo ricordava anche che “con la prospettiva di un’affermazione del Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre, avrebbero anche dovuto perdere l’identità costituzionale («La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni») che, invece, con la vittoria del No, continua ad essere scolpita nell’articolo 114 della Carta”.
Di Maio però aggiunge un ragionamento e segnala che «Nella riforma costituzionale avrebbero cambiato il nome da provincia ad area vasta, ma nella sostanza nulla sarebbe cambiato, mentre in Sicilia gli hanno cambiato il nome in “liberi consorzi di comuni” un modo elegante per prenderci per il culo. Ma non contenti di questo sono riusciti perfino a peggiorarle derubando i cittadini della possibilità di scegliere i propri consiglieri provinciali che sono autoproclamati dai consiglieri comunali e dai sindaci di tutti i comuni della provincia».
Il problema però è che dopo sostiene che il M5S non presenta alcuna candidatura alle elezioni provinciali e propone l’abolizione dell’ente con legge costituzionale.
E qui Di Maio non sembra aver capito che una Città Metropolitana è un ente di Area Vasta (dice qualcosa il nome) che oggi amministra il territorio della provincia di Roma.
Non dovrebbe sfuggire a Di Maio che qualche tempo fa si sono svolte le elezioni per la Città Metropolitana di Roma, l’ente di area vasta che attualmente ha le competenze della ex provincia di Roma (amministrando 4,3 milioni di abitanti).
E non dovrebbe sfuggire a Di Maio che si sono candidati e sono stati eletti non uno, non due ma ben nove consiglieri del MoVimento 5 Stelle, che sono: Giorgio Fregosi, i capitolini Marcello De Vito, Paolo Ferrara, Giuliano Pacetti, Teresa Maria Zotta, Maria Agnese Catini, Gemma Guerrini, insieme al sindaco di Pomezia, Fabio Fucci, quello di Marino, Carlo Colizza e quello di Nettuno, Angelo Casto.
Il sindaco metropolitano, sempre per ricordarlo a Di Maio, è attualmente Virginia Raggi.
I consiglieri del M5S sono stati eletti proprio con quel sistema elettorale che, come diceva Di Maio, «deruba i cittadini della possibilità di scegliere i propri consiglieri provinciali che sono autoproclamati dai consiglieri comunali e dai sindaci di tutti i comuni della provincia».
Che tutto questo sia accaduto all’insaputa di Di Maio?
Di certo il vicepresidente della Camera non ha capito qualcosa delle province: che attualmente negli enti che ne sono eredi siedono anche eletti M5S.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 6th, 2017 Riccardo Fucile
PERCHE’ FAR FUORI IL GIORNALISMO: VERSO IL SONNO DELLA RAGIONE
La proposta di Grillo, di creare dei Tribunali del popolo per giudicare la veridicità¡ delle notizie, ha
navigato bene, nella Rete naturalmente, ma anche e soprattutto nei media tradizionali.
Paginate intere, attenzione seria e argomentata, dichiarazioni, interviste a esperti, commentatori accademici, perfino la Tv con Mentana ci ha costruito su un caso (Mentana ha annunciato querela, e Grillo — Cuor di coniglio, che abbaia a polmoni spiegati ma scappa appena lo guardi in faccia — ha fatto subito marcia indietro).
Il gran circo della comunicazione, insomma, ha reagito come di dovere.
Ma — pur denunciando la violenza strumentale della proposta e comunque la sua evidente impraticabilità¡ — ha mancato in qualche misura dall’analizzarne i contenuti politici e ideologici.
Negli studi delle teorie della comunicazione, uno dei punti che l’analisi del “messaggio” focalizza con attenzione riguarda la presenza del “segnale forte”, cioè l’imprinting identitario che uno degli elementi costitutivi del “messaggio” impone alla complessità¡ del contenuto, riducendo la valenza semantica di tutti gli altri elementi. Quello che conta è il “segnale forte”, il resto perde – o comunque riduce – la propria capacità¡ comunicativa.
Cià³ che il “messaggio” di Grillo intendeva comunicare è la credibilità¡ nulla del giornalismo (suo vecchio cavallo di battaglia), strumento di asservimento al potere, e percià³ la restituzione alla “gente”, al “popolo”, del diritto di decidere autonomamente, “liberamente, cià³ che è giusto, cià³ che è vero.
Non il giornalismo, non i giornalisti, ma l’”io”diffuso, indifferenziato, il pensiero comune, l’”io” dell’”uno” che vale uno.
L’operazione è certamente legittima, ma anche politicamente perversa.
Punta, infatti, a cancellare le strutture della intermediazione nella costruzione della conoscenza, e dunque della definizione della realtà¡, strutture delegate invece a elaborare secondo competenza e capacità¡ articolata le emozioni, i sentimenti, lo stesso desiderio di sapere per poter poi giudicare.
Se le emozioni e i sentimenti — che sono la prima reazione istintuale al rapporto con la realtà¡ — prevalgono, e cosà definiscono l’identità¡ della realtà¡, c’è un rischio molto elevato che la sua conoscenza resti limitata alla “estetica dell’apparenza”, e che gli orpelli e gli addobbi emozionali trascinino il giudizio a scapito della complessità¡ della realtà¡.
Il procedimento è perverso perchè introduce — piຠo meno surrettiziamente — il principio della egenonia dell’”io” diffuso ma singolare, della unicità¡ orgogliosa del singolo, in contrapposizione al noi sociale, cioè alla articolazione della società¡ nelle sue varie strutture compositive, quelle che portano poi alla definizione del discorso pubblico (e, quindi, denegare il giornalismo ma anche, allo stesso modo, la scuola, la professionalità¡, il sapere organico, i partiti, i sindacati, le istituzioni etc.).
Ma perchè è concepibile — e perfino convincente — una operazione simile? Per via della “ideologia del clic”.
La Rete, lo straordinario archivio del sapere che è il tesoro posseduto da Internet, offre all’”io” diffuso — l’”uno”- la certezza di poter accedere autonomamente alla costruzione della conoscenza: basta un “clic”, e la porta del sapere si spalanca senza aver bisogno di professori, giornalisti, tecnici, scienziati, ricercatori — tutte figure asservite a denegare al desiderio del’”io”, di sapere, l’autonomia della proprie scelte.
A giudicare dallo stato delle cose, l’illusione è molto efficace.
Con la forza spregiudicata del paradosso, Umberto Eco s’era spinto a dire che “Internet offre a milioni di imbecilli il diritto di imporre il discorso pubblico”.
Ed è dell’altro ieri la notizia che un virogolo dell’ospedale San Raffaele, Roberto Burioni, stronca di brutto tutti coloro che pretendono di intervenire nel suo blog senza avere competenze specifiche. Li tratta da somari, “e le bugie e i ragli dei somari che affollano la Rete valgono meno di zero”.
Grillo non amerà¡ i Roberto Burioni, li considererà¡ servi del potere costituito perchè credono nella faticosa costruzione della conoscenza e negano la democrazia semplicistica della Rete.
Ma – dice — Burioni “silenzio, il sapere non è democratico”.
Cosa c’è al fondo di questa analisi?
Che in America Latinia i sergenti sono diventati dittatori e si son fatti generaloni. Grillo, che è ancora un sergente, non pare proprio un dittatorello, e perà³ il disegno di una società¡ senza strutture mediali, senza articolazioni compositive, tutta affidata ai risentimenti, al disagio, ai malumori, alla rabbia dell’antipolitica, produce drammaticamente il sonno della ragione.
Mimmo Cà¡ndito
(da “La Stampa”)
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Gennaio 6th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX CAPOSEGRETERIA DELLA SINDACA SI DICE PREOCCUPATO PER LA PUBBLICAZIONE DEI MESSAGGI… STRANO, PRIMA IL M5S NON LA PENSAVA COSI’… CHI RICORDA I DOSSIER CONTRO DE VITO?
Una lunga intervista rilasciata da Salvatore Romeo al Messaggero ci dà l’idea di cosa ruota intorno alla faccenda degli omissis di Raffaele Marra.
Per tre anni Romeo è stato molto vicino ai grillini in Campidoglio, aiutandoli nel loro lavoro quotidiano e nelle loro battaglie politiche: tanto vicino da poter essere qualificato come il quinto consigliere grillino in Aula dopo Raggi, Frongia, Stefà no e De Vito.
Poi dopo l’arresto di Marra lui e Frongia hanno deciso per dimissioni “spintanee“, anche se non si è ancora compresa l’accusa a carico di entrambi, se non quella di essere amici di Marra.
Oggi Romeo è caduto in disgrazia ma al Messaggero non tira fuori un’espressione di risentimento che sia una nei confronti della sindaca.
Ma, lo si vede ad occhio nudo, sembra piuttosto preoccupato della possibilità che cadano gli omissis sulle chat che si scambiava con Marra e con gli altri quando era diventato capo della segreteria della sindaca con stipendio triplicato “perchè ad agosto faceva caldo, ci siamo sbagliati“, come dichiarò con tipica trasparenza grillina quando fu costretto a tagliarselo.
Perchè Romeo? Cosa teme
«Se ci sono gli omissis nelle carte dell’inchiesta tali devono rimanere perchè non hanno rilevanza penale».
Ma magari politicamente sì.
«Faccio un esempio: se io le scrivo in una chat che sono innamorato di lei, e poi viene pubblicato, la gente penserà che io e lei siamo amanti anche se non è vero. E se avrò detto, faccio un altro esempio, che mi piaceva una segretaria, non penso che sia interessante la pubblicazione di questo dialogo».
Si parla di un’imminente indagine nei confronti della sindaca proprio per l’inchiesta sulla sua nominaa capo della segreteria politica, già sconfessata anche dall’Anac. Si sente in colpa?
«No».
L’inchiesta può frenare la giunta grillina a Roma?
«Penso che siano tutti attacchi strumentali, quindi credo proprio di no».
Lei si è immolato sull’altare di Grillo per salvare Raggi?
«Ho pagato, questo è vero. Il mio passo indietro lo considero un atto di responsabilità necessario per consentire alla giunta di andare avanti serenamente. E soprattutto per difendere Virginia dagli attacchi interni
Innanzitutto è molto interessante che un grillino di grande ortodossia come Romeo si dichiari speranzoso che gli omissis non vengano pubblicati perchè non hanno rilevanza penale.
A molti infatti non sfuggirà che per la pubblicazione di notizie senza alcuna rilevanza penale ministri come Lupi e Guidi si sono giustamente dimessi, pagando un prezzo politico per cose magari dette da altri al telefono.
Quando questi fatti erano d’attualità non si levarono voci dal M5S per contestare la pubblicazione di quegli atti.
Oggi un grillino si rende conto che se non c’è rilevanza penale non è il caso di pubblicare segreti. È finita l’epoca dell’#intercettatecitutti insomma, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, simm’ e’ Napule paisà .
Sembra però francamente curioso che Romeo sia terrorizzato dalla pubblicazione di quegli omissis se è vero che ci sono solo complimenti alle segretarie.
Così come è curioso che oggi Romeo dica tranquillamente che saliva con la sindaca sui tetti perchè «Diciamola tutta: sapevamo delle cimici in Comune dal secondo giorno di governo della città . Sul tetto ci saremo andati quindici volte, quel giorno mangiavamo un panino, come sempre, poi è uscita fuori quella foto ed ecco che è scoppiato un caso». Essere a conoscenza di un’indagine, per disvelamento dello stesso Marra, e cercare di ostacolarla finendo sui tetti è un comportamento curioso per un alfiere dell’onestà .
Anche perchè nel frattempo la procura ha smentito tutto: nessuna attività di intercettazione ha riguardato gli uffici del Comune di Roma dopo l’insediamento della giunta guidata da Virginia Raggi, hanno precisato fonti di piazzale Clodio in riferimento all’intervista rilasciata da Romeo.
Il sospetto è che invece in quegli omissis ci sia altro.
Ovvero qualche traccia della guerra interna al MoVimento 5 Stelle che alla vigilia delle Comunarie ha portato poi al consolidamento della candidatura di Virginia Raggi e al ritiro di quella di Frongia.
Ovvero che si parli del rapporto guastato tra molti degli attivisti 5 Stelle e la sindaca, soprattutto dopo la guerra scatenata dai dossier contro De Vito.
Qualcosa insomma che rischi di allargare le crepe che si trovano alla base del MoVimento 5 Stelle Roma e che hanno portato anche alle polemiche nei confronti di Virginia Raggi da parte della sorella della senatrice Paola Taverna, Annalisa.
La sensazione è che il bubbone stia per scoppiare.
E non basteranno gli omissis a frenarlo.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 6th, 2017 Riccardo Fucile
PER PARLARE CON ROMEO ERA ANDATA 15 VOLTE SUL TETTO: DI COSA AVEVA PAURA?… TEMEVANO LE CIMICI, MA LA PROCURA CONFERMA: “NON CI SONO MAI STATE”
Gli uffici del Comune dopo l’insediamento della giunta guidata dalla sindaca Virginia Raggi non sono stati
oggetto di alcuna attività di intercettazione da parte della magistratura.
Lo precisano fonti della Procura di Roma in replica al contenuto di una intervista che Salvatore Romeo, ex capo della segreteria del primo cittadino, ha rilasciato al Messaggero e in cui parla, tra l’altro, di una conoscenza di ‘cimici’ in Campidoglio sin dal secondo giorno di governo della Capitale.
“Io e la sindaca Raggi – aveva rivelato Romeo – sapevamo delle cimici in Campidoglio dal secondo giorno. Adesso mi auguro che gli omissis nella chat non vengano svelati perche’ non rilevanti penalmente”.
“Sul tetto ci saremo andati quindici volte, quel giorno mangiavamo un panino, come sempre, poi e’ uscita fuori quella foto ed ecco che e’ scoppiato il caso”, racconta Romeo a proposito dello scatto che lo ritrae con la sindaca di Roma sul tetto del Campidoglio, intento in una conversazione.
“La mia conoscenza con Raffaele Marra – afferma ancora Romeo – è iniziata nel 2013 quando lui era il mio capo dipartimento, la ragione per cui in chat lo chiamavo ‘capo’ abbreviando. Parliamo di un professionista, plurilaureato, sicuramente ci sara’ stato un errore di valutazione evidente da parte mia. Ma i fatti che gli vengono addebitati sono precedenti il suo rapporto con il M5S che nessuno di noi conosceva”.
“Romeo dice che lui e la Raggi sapevano delle cimici in Campidoglio. E come facevano a saperlo?”. Commenta su Twitter il presidente del Pd Matteo Orfini
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
COME SE NON FOSSE NOTO CHE STEFANO MENTANA E’ IMPEGNATO NEL PD … MA LA MACCHINA DEL FANGO SI E’ MESSA IN MOTO: GUAI A MINACCIARE QUERELE A CHI PASSA CAPODANNO A MALINDI ALLA FACCIA DEI POVERI VERI
Enrico Mentana chiama in causa direttamente Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio per un post
pubblicato sul loro fan club su Facebook (non direttamente collegato ai due onorevoli M5S) nel quale si mostra una fotografia del figlio del direttore del Tg di La7 insieme a Maria Elena Boschi e si racconta di una candidatura di Stefano con il Partito Democratico, condendo il tutto con insulti a entrambi.
Da quando Mentana ha minacciato la querela a Beppe Grillo infatti i grillini hanno cominciato a far girare gli scatti del figlio con la Boschi e le foto di articoli che annunciavano la candidatura con il PD, e queste foto sono finite anche su questi club su Facebook (in realtà dei gruppi pubblici che non sono direttamente collegati al M5S nè alla Casaleggio ma hanno degli admin che in questo caso sono gli utenti FB Carlo Aprea, Alessio Dioguardi e Annunzia Cecere
Mentana ha successivamente rinunciato a querelare Beppe Grillo per una specie di rettifica pubblicata dal MoVimento il giorno dopo.
Non era sfuggito ai più che a quella usata per illustrare i giornali mancavano Il Messaggero e il Fatto Quotidiano, giusto per voler comprendere appieno che ci sono figli e figliastri.
Stefano Mentana, già segretario dei Giovani Democratici, si era candidato al I Municipio di Roma nel 2013.
(da “Next Quotidiano”)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
IL MESSAGGIO DEL 31 E’ STATO REGISTRATO DA CASA SUA A GENOVA PRIMA DELLA PARTENZA PER LA PERLA DELL’OCEANO INDIANO
“Quest’anno voglio farvi gli auguri di Natale con un testo di Goffredo Parise pubblicato il 30 giugno del 1974. Si intitola Il rimedio è la povertà “.
Beppe Grillo, il cantore della decrescita felice, aveva salutato così grillini e lettori del suo blog prima delle feste.
La povertà a loro, il resort a lui.
Dagospia ha rivelato che il leader del Movimento 5 Stelle ha festeggiato 25 dicembre e Capodanno a Malindi, in Kenya, località a cui lui e la moglie sono affezionati e che, al di là di facili moralismi, di “modesto” ha poco.
Alla faccia dell’invito di Parise al “godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua”. Con lui c’era il vecchi amico Gino Paoli, mentre non sarebbe riuscita a raggiungerli Ornella Vanoni per un contrattempo legato ai suoi cagnolini.
E il messaggio di fine anno registrato dietro la scrivania di casa a Genova?
Registrato appunto, prima della partenza per la perla sull’Oceano indiano.
Mentre a casa c’era chi pendeva dalle sue labbra via pc o smartphone, lui si preparava per il cenone “circondato – scrive Dagospia – da nobildonne, vip e amici vari”.
Ma siccome un leader lo deve essere anche a distanza, “ha passato parte della serata al telefono a dare direttive ai suoi collaboratori”.
E l’intemerata sulla “giuria popolare” che deve salvare o condannare questo o quel giornalista?
Preparata sulla spiaggia Sardegna 2 di Watamu.
Le immagini di Grillo a Malindi hanno scatenato ilarità e critiche del popolo del web .
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
CRITICHE ALLA GESTIONE RAGGI A ROMA E IL NUOVO CODICE ETICO “PUZZA DI OPPORTUNISMO”
“Inquinato”, ma anche “irraggiato“. 
Gioca con il nome della sindaca di Roma Virginia Raggi il titolo dell’articolo pubblicato sulla versione online dello Spiegel, il settimanale più venduto in Germania.
L’analisi, a firma di Hans-Jà¼rgen Schlamp, corrispondente dall’Italia, è particolarmente critica in merito alle ultime scelte del Movimento 5 Stelle, dall’amministrazione della Capitale fino al codice sulle vicende giudiziarie votato sul blog.
“Verstrahlt“, questo il titolo in tedesco, significa letteralmente “irradiato, sommerso di raggi”, con un chiaro riferimento alle vicende romane e alla scelta di varare il regolamento sugli avvisi di garanzia, scelta letta da più parti come necessaria per garantire un salvacondotto alla sindaca di Roma in vista di una sua possibile iscrizione nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sulle nomine al Campidoglio.
“Al posto di soluzioni ci sono solo parole forti: dove il Movimento di Beppe Grillo governa, si accumulano gli errori — scrive Schlamp — hanno perso il loro splendore, tradito i loro ideali”.
“Come essere in un tiro al piccione“. Così, nell’attacco dell’articolo, viene definita la squadra di governo della Raggi, in cui funzionari e dirigenti “vanno e vengono a causa del clima di intrighi e paura“.
Schlamp spiega che alcuni ruoli nell’amministrazione sono già cambiati “due o tre volte”, ma si sofferma soprattutto sull’inchiesta che ha portato all’arresto per corruzione di Raffaele Marra.
Un caso che “può diventare pericoloso per Raggi e per Beppe Grillo”, che “potrebbe perdere la possibilità di arrivare al potere”.
Secondo Schlamp anche la sindaca potrebbe essere indagata ma ora “il Re Grillo può dare la grazia“.
In questo caso la Raggi “dovrebbe dimettersi” perchè “così vuole l’etica dei Cinquestelle”, si legge nell’analisi.
Chi prima di lei aveva rifiutato di farlo, come il sindaco di Parma Pizzarotti, “è stato subito espulso”. Ora però “questa regola ferrea è cambiata con un proclama sul blog”. Dopo aver spiegato il nuovo regolamento, Schlamp sottolinea che “l’ultima parola, in qualità di garante del Movimento, l’ha comunque Grillo” e per questo “molti grillini sono irritati, in particolare quelli della prima ora”.
Perchè “la modifica del ‘Codice d’onore’ proprio in questo momento puzza di opportunismo“.
“Non solo Roma”, scrive Schlamp, che racconta anche dello scandalo delle firme false a Palermo e dell’inchiesta di Buzzfeed, il sito americano che ha accusato il Movimento di essere il responsabile della diffusione in rete di notizie false.
“Forse anche per questo — si legge nell’articolo — Grillo ha avuto una reazione allergica” alla proposta del presidente dell’Antitrust Pitruzzella di istituire organismi che rimuovano dalla rete le bufale e impongano sanzioni.
La tesi di Schlamp è che qualsiasi polemica sarà inutile per i Cinquestelle, “se le cose non andranno meglio a Roma“.
“Il Movimento segue molte direzioni politiche — sostiene il giornalista — si colloca a destra per gli slogan xenofobi, a sinistra con il rifiuto dell’euro. Con gli slogan arriva ai frustrati, grazie alla rete ha affinità con i giovani. Ma se vuole vincere le prossime elezioni, deve dimostrare a Roma di saper governare“.
Daniele Fiori
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
I LEGALI DELLA SINDACA: “L’ACCORDO NON E’ VINCOLANTE”… RICORSI SUL NUOVO CODICE ETICO: I DEPUTATI SOSPESI SPERANO DI RIENTRARE
Ci sono tanti avvocati nella recente avventura politico-giudiziaria di Beppe Grillo. 
E altri capitoli si scriveranno a breve in procure e tribunali, dove piovono ricorsi ed esposti, e dove si deve sentenziare su quel decalogo in continuo aggiornamento che il comico ha imposto e fatto votare sul web, costretto dagli eventi a cambiare il Non-Statuto, a dotarsi di un regolamento su sospensioni ed espulsioni e infine di un codice etico per amministratori ed eletti 5 Stelle che dovessero trovarsi in guai giudiziari.
LA DECISIONE SUL CONTRATTO
Tra gli avvocati di questa storia, c’è Venerando Monello: amministrativista del foro di Roma, è lui ad aver presentato un ricorso contro il contratto firmato da Virginia Raggi e i consiglieri M5S che prevede una multa da 150 mila euro e la decadenza della sindaca in caso di violazione dei principi grillini.
Va detto subito: Monello è iscritto al Pd e a sostenere la sua battaglia c’è la senatrice dem Monica Cirinnà .
Il 13 gennaio i giudici romani dovranno decidere se quel contratto è nullo o meno e se la carica di Raggi è valida.
Uno si immagina la granitica difesa comune della sindaca e del fondatore-garante, entrambi citati in giudizio, e invece nelle memorie consegnate dai loro avvocati le strade si separano, aprendo allo scenario di una possibile guerra di carte tra i due. Grillo e il M5S, da una parte, difendono la validità del contratto, mentre i legali di Raggi (avvocato lei stessa) aprono chiaramente alla possibilità che sia nullo, in un passaggio in cui affermano che la «l’eventuale dichiarazione di nullità del codice di comportamento accerterebbe in automatico l’inesistenza di un qualsivoglia obbligo in capo a Raggi».
Cioè: se il contratto è illecito la sindaca può restare dov’è.
Il punto però è «che gli avvocati di Raggi – spiega Monello – hanno un approccio difensivo differente da Grillo. Raggi sembra accettare la dichiarazione di nullità cosa che le darebbe piena agibilità politica. Grillo invece sostiene testualmente che «l’impegno a dimettersi è etico e non giuridico proprio perchè non sarebbe ammissibile un vincolo di mandato ai sensi dell’art. 67 della Costituzione».
CAOS SULLE NORME
Ma sulle regole e i codici che si affastellano tra il blog e la Casaleggio Associati per cercare di disegnare una nuova giurisprudenza grillina, potrebbe nuovamente calare la mannaia di Lorenzo Borrè, l’avvocato che conducendo la battaglia degli espulsi ha vinto il ricorso in Tribunale e costretto Grillo a dotarsi di un regolamento.
Ed è proprio quel regolamento, votato online a fine ottobre, da considerarsi, secondo Borrè, «nullo» e con «profili di incostituzionalità ».
Innanzitutto è mancato il quorum del 75% previsto dall’articolo 21 del Codice Civile, «necessario a rendere valide le modifiche alle regole del M5S» e cioè la formalizzazione del ruolo del garante, Grillo, e l’introduzione dei probiviri.
«Ma questa è solo la punta dell’iceberg, il nuovo regolamento prevede come motivo di espulsione la creazione di cordate di minoranze interne, andando contro la legge a tutela dei diritti delle minoranze dei partiti».
Borrè nel ricorso che presenterà la prossima settimana non risparmierà nemmeno il codice etico, da considerare un’appendice del regolamento «imposto dall’alto senza partecipazione dei cittadini ai processi decisionali, come avviene in una democrazia assembleare».
I DEPUTATI SOSPESI SPERANO
Insomma, Grillo ha davanti a sè un bel po’ di sentenze che decreteranno se il suo puzzle di nuove norme è stato un pasticcio o meno.
A sperare che sia così potrebbero essere i tre deputati indagati per le firme false di Palermo e sospesi da Grillo con una rottura consumata e forse insanabile.
Riccardo Nuti, Claudia Mannino e Giulia Di Vita siedono ancora tra i banchi del M5S, partecipano alle assemblee e non sono passati al Gruppo Misto.
«Aspettiamo la decisione del comitato d’appello, dopo la sospensione decisa dai probiviri», spiegano dal M5S.
Ma se i probiviri nati con il nuovo regolamento dovessero essere considerati, per il codice civile, illegittimi e quindi illegittima sarà considerata la sospensione, che si fa?
Ilario Lombardo
(da “La Stampa“)
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